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Archives for luglio, 2016

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Marocco: vietati riferimenti sessisti o estremisti nei testi scolastici

Il Marocco ha le idee chiare: il male va curato alla radice. Per sanare una società che ha prodotto negli ultimi anni troppi elementi corrosivi, bisogna partire dall’istruzione. Il ministero dell’Istruzione ha ordinato una grande operazione di pulizia per eliminare ogni espressione di discriminazione contro le donne e qualsiasi riferimento religioso che possa favorire la […]

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Marocco: Mohammed VI vieta riferimenti sessisti o estremisti nei testi scolastici

Il Marocco ha le idee chiare: il male va curato alla radice. Per sanare una società che ha prodotto negli ultimi anni troppi elementi corrosivi, bisogna partire dall’istruzione. Il Ministero dell’Istruzione ha ordinato una grande operazione di pulizia per eliminare ogni espressione di discriminazione contro le donne e qualsiasi riferimento religioso che possa favorire la […]

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Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html REDAZIONE – 31 LUGLIO 2016POSTATO IN: BILAD ASH-SHAM, CONFINI, LIBANO, STORIE LOCALI, VIVIBILITÀ (di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo. A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella […]
Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html REDAZIONE – 31 LUGLIO 2016POSTATO IN: BILAD ASH-SHAM, CONFINI, LIBANO, STORIE LOCALI, VIVIBILITÀ (di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo. A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella […]
Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html REDAZIONE – 31 LUGLIO 2016POSTATO IN: BILAD ASH-SHAM, CONFINI, LIBANO, STORIE LOCALI, VIVIBILITÀ (di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo. A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella […]
Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html REDAZIONE – 31 LUGLIO 2016POSTATO IN: BILAD ASH-SHAM, CONFINI, LIBANO, STORIE LOCALI, VIVIBILITÀ (di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo. A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella […]
Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

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Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

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Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

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Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

Necro-politiche della disuguaglianza nel sud del Libano (July 2016)

http://www.sirialibano.com/lebanon/23368.html REDAZIONE – 31 LUGLIO 2016POSTATO IN: BILAD ASH-SHAM, CONFINI, LIBANO, STORIE LOCALI, VIVIBILITÀ (di Estella Carpi, per SiriaLibano). Siamo spesso erroneamente portati a credere che un cimitero ospiti solo morti, ricordi, rimorsi, gioie mai più ripresentatasi e sentimenti di questo tipo. A Sarafand, la cui origine fenicia è Zarephath – piccola località costiera nella […]
Centrifugare le Religioni per paura del Califfo…

Centrifugare le Religioni per paura del Califfo…

mcc43 Per chi si attiene alla religiosità naturale in ogni angolo del mondo c’è la Divinità e ogni gesto compiuto, ogni parola proferita è alla sua presenza e sotto il suo giudizio, ma se si vuole riconoscersi in una religione rivelata ed esserne testimoni occorre rispettarne i principi anche nei momenti in cui lo spirito del […]
Venti parole per parlare di Islam

Venti parole per parlare di Islam

"Islam in 20 parole" di Lorenzo Declich (Laterza, 2016). La religione islamica e le sue espressioni confessionali. Il rapporto fra religione e politica e il quadro storico. La geografia del mondo arabo, l'Islam nel XXI secolo e l'Islam "percepito".
Venti parole per parlare di Islam

Venti parole per parlare di Islam

"Islam in 20 parole" di Lorenzo Declich (Laterza, 2016). La religione islamica e le sue espressioni confessionali. Il rapporto fra religione e politica e il quadro storico. La geografia del mondo arabo, l'Islam nel XXI secolo e l'Islam "percepito".
Venti parole per parlare di Islam

Venti parole per parlare di Islam

"Islam in 20 parole" di Lorenzo Declich (Laterza, 2016). La religione islamica e le sue espressioni confessionali. Il rapporto fra religione e politica e il quadro storico. La geografia del mondo arabo, l'Islam nel XXI secolo e l'Islam "percepito".
Venti parole per parlare di Islam

Venti parole per parlare di Islam

"Islam in 20 parole" di Lorenzo Declich (Laterza, 2016). La religione islamica e le sue espressioni confessionali. Il rapporto fra religione e politica e il quadro storico. La geografia del mondo arabo, l'Islam nel XXI secolo e l'Islam "percepito".

Il corpo come arma di guerra

Di Amir Taheri. Asharq al-Awsat (29/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Ogniqualvolta una nuova atrocità viene commessa nel nome dell’Islam in un paese occidentale, i governi e i vari think-tank si trovano ad affrontare la solita inevitabile domanda: cosa possiamo fare per fermarli? Di solito, questa domanda riceve quattro diverse risposte: La prima afferma che tutto […]

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Il corpo come arma di guerra

Di Amir Taheri. Asharq al-Awsat (29/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Ogniqualvolta una nuova atrocità viene commessa nel nome dell’Islam in un paese occidentale, i governi e i vari think-tank si trovano ad affrontare la solita inevitabile domanda: cosa possiamo fare per fermarli? Di solito, questa domanda riceve quattro diverse risposte: La prima afferma che tutto […]

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Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili

L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

L'articolo Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili proviene da Il Fatto Quotidiano.

Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili

L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili

L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili

L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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Cucina turca: insalata di ravanello con salsa di tahina

Quest’oggi andiamo in Turchia alla scoperta di una ricetta semplice, ma fresca e gustosa, perfetta per l’estate e diffusa soprattutto nel sud del paese: l’insalata di ravanello con salsa alla tahina! Ingredienti: 200g di ravanelli rossi 1 spicchio d’aglio il succo di un limone piccolo 15ml di tahina 30ml di olio extra vergine d’oliva spezie: cumino, peperoncino, […]

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Cucina turca: insalata di ravanello con salsa di tahina

Quest’oggi andiamo in Turchia alla scoperta di una ricetta semplice, ma fresca e gustosa, perfetta per l’estate e diffusa soprattutto nel sud del paese: l’insalata di ravanello con salsa alla tahina! Ingredienti: 200g di ravanelli rossi 1 spicchio d’aglio il succo di un limone piccolo 15ml di tahina 30ml di olio extra vergine d’oliva spezie: cumino, peperoncino, […]

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Cacciare Isis da Raqqa: complicazioni e conseguenze

Cacciare Isis da Raqqa: complicazioni e conseguenze

mcc43 Le complicazioni religiose e etniche dell’attacco a Raqqa. L’incognita del successivo sfaldamento delle coalizioni anti-Isis in Siria. Le restanti risorse del Califfo. Chi presiederà la città “liberata” ? La coalizione delle Forze democratiche siriane (SDF) ha lanciato due mesi or sono la campagna per la conquista Raqqa, la città considerata capitale dello Stato Islamico. […]

La narrazione dell’odio sui social media

Odio e amore hanno da sempre veicolato i rapporti umani, trovando la loro narrazione nei comportamenti degli individui come dei popoli, nella loro storia e letteratura. Oggi tutto questo ha un altro modo di manifestarsi: il social network. Twitter, Instagram, Facebook, Youtube: mezzi estremamente potenti attraverso i quali i milioni di utenti attivi scambiano aggiornamenti, immagini e restano in […]

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La narrazione dell’odio sui social media

Odio e amore hanno da sempre veicolato i rapporti umani, trovando la loro narrazione nei comportamenti degli individui come dei popoli, nella loro storia e letteratura. Oggi tutto questo ha un altro modo di manifestarsi: il social network. Twitter, Instagram, Facebook, Youtube: mezzi estremamente potenti attraverso i quali i milioni di utenti attivi scambiano aggiornamenti, immagini e restano in […]

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Mohamed Sghaier Ouled Ahmed: la voce della rivoluzione tunisina

Molti di voi sapranno quanto la poesia araba sia spesso poesia impegnata, usata come bandiera nelle lotte sociali e politiche. L’esempio più lampante è sicuramente la poesia palestinese, di cui vi ho già parlato in molte occasioni. La maggioranza della produzione poetica di quel paese, a partire dal 1948, ma anche prima, è stata usata […]

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Mohamed Sghaier Ouled Ahmed: la voce della rivoluzione tunisina

Molti di voi sapranno quanto la poesia araba sia spesso poesia impegnata, usata come bandiera nelle lotte sociali e politiche. L’esempio più lampante è sicuramente la poesia palestinese, di cui vi ho già parlato in molte occasioni. La maggioranza della produzione poetica di quel paese, a partire dal 1948, ma anche prima, è stata usata […]

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Il ruolo dei siriani nella ricerca di una soluzione

Di Walid al-Bunni. Al-Araby al-Jadeed (28/07/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. La tragica situazione siriana, con l’aumento quotidiano dei morti e della distruzione, mostra che le parti principali in grado di trovare una soluzione non hanno ancora raggiunto un accordo che soddisfi i loro interessi. Non è un segreto il fatto che la rivoluzione scoppiata […]

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Il ruolo dei siriani nella ricerca di una soluzione

Di Walid al-Bunni. Al-Araby al-Jadeed (28/07/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. La tragica situazione siriana, con l’aumento quotidiano dei morti e della distruzione, mostra che le parti principali in grado di trovare una soluzione non hanno ancora raggiunto un accordo che soddisfi i loro interessi. Non è un segreto il fatto che la rivoluzione scoppiata […]

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Libano, gli orizzonti musicali di Zeid Hamdan, cittadino del mondo. Intervista

Libano, gli orizzonti musicali di Zeid Hamdan, cittadino del mondo. Intervista

Il ritratto in evidenza di Zeid Hamdan è stato dipinto dall’artista Rajwa Tohme Intervista di Katia Cerratti E’ il padre della scena musicale underground libanese, la CNN lo ha inserito tra i personaggi che hanno illustrato la cultura del suo paese nel mondo, ha raggiunto il successo autoproducendosi, distribuendo i suoi CD porta a porta e […]

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Le “meraviglie” del Medio Oriente

Di Abdel Monem Said. As-Safir (27/07/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi. Gli attentati terroristici a Nizza e Bruxelles sono una questione europea? Oppure l’esistenza di quartieri arabi ha prodotto un numero indefinito di terroristi – il che porta all’estensione del Medio Oriente? Oppure ancora sono il risultato del comportamento europeo con gli stranieri – e […]

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Intervista: “Bisogna decostruire la lettura patriarcale che danneggia l’Islam”

Di Saad Fkihi e Alice Ménager. Al Huffington Post Maghreb (24/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Un’intervista ad Asma Lamrabet, nota femminista islamica, dottoressa e anche scrittrice: ha da poco pubblicato il suo nuovo libro dal titolo “Venti domande e risposte sull’Islam e le donne da una prospettiva riformista”. In qualità di fautrice di una teologia della […]

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Addio al regista egiziano Mohamed Khan

Morto martedì 26 luglio all’età di 73 anni per arresto cardiaco, Mohamed Khan è stato riconosciuto come uno dei registi più importanti d’Egitto. Nato da madre egiziana e padre pakistano, Mohamed Khan studia nel Regno Unito prima di tornare in Egitto per lanciare la sua carriera cinematografica. Per la nazionalità paterna, Khan non otterrà la cittadinanza egiziana […]

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A proposito dell’Islam e di alcune questioni urgenti

Di Ali Nasir. As-Safir (25/07/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Cascone. Non è possibile, al giorno d’oggi, vedere il lato positivo delle distruttive guerre che imperversano sulla nostra regione, in quanto, si potrebbe arguire, in qualsiasi caso non ci saranno vinti né vincitori. Tuttavia, sicuramente queste guerre forniscono ampi spazi per la discussione e per […]

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Erdogan e la controrivoluzione mondiale

Santiago Alba Rico Ciò che in molti temevamo si è avverato nel modo più sinistro la notte del 15 luglio. Se terribile sarebbe stata la vittoria del colpo di Stato in Tuchia, non meno terribile si annuncia il suo fallimento. In una sola settimana il presidente Erdogan ha arrestato o rimosso più di 40.000 funzionari dello Stato: ufficiali dell’esercito, poliziotti, […]

Erdogan e la controrivoluzione mondiale

Santiago Alba Rico Ciò che in molti temevamo si è avverato nel modo più sinistro la notte del 15 luglio. Se terribile sarebbe stata la vittoria del colpo di Stato in Tuchia, non meno terribile si annuncia il suo fallimento. In una sola settimana il presidente Erdogan ha arrestato o rimosso più di 40.000 funzionari dello Stato: ufficiali dell’esercito, poliziotti, […]

Erdogan e la controrivoluzione mondiale

Santiago Alba Rico Ciò che in molti temevamo si è avverato nel modo più sinistro la notte del 15 luglio. Se terribile sarebbe stata la vittoria del colpo di Stato in Tuchia, non meno terribile si annuncia il suo fallimento. In una sola settimana il presidente Erdogan ha arrestato o rimosso più di 40.000 funzionari dello Stato: ufficiali dell’esercito, poliziotti, […]

Erdogan e la controrivoluzione mondiale

Santiago Alba Rico Ciò che in molti temevamo si è avverato nel modo più sinistro la notte del 15 luglio. Se terribile sarebbe stata la vittoria del colpo di Stato in Tuchia, non meno terribile si annuncia il suo fallimento. In una sola settimana il presidente Erdogan ha arrestato o rimosso più di 40.000 funzionari dello Stato: ufficiali dell’esercito, poliziotti, […]
PRESIDENT EVIL

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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]
PRESIDENT EVIL

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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]
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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]
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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]
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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]
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La lenta riabilitazione di Bashar Assad da parte della comunità internazionale e il ruolo del governo italiano. E i 5 Stelle stanno a guardare… Non è un mistero che da molti mesi siano in atto movimenti politici e diplomatici tesi a definire un diverso atteggiamento nei confronti del regime di Assad, e proprio l’Italia e […]

Il vertice della Lega Araba: “Chiuso per lavori”

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (26/07/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. I risultati del vertice della Lega Araba, tenutosi lunedì nella capitale mauritana Nouakchott, hanno mostrato che il Marocco aveva ragione a rifiutare di ospitarlo lo scorso febbraio, dicendo di voler evitare che si trasformasse in una mera “riunione consuetudinaria”. Infatti il vertice, ridotto […]

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Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

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The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
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The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
Crisis & Control, (In)Formal Hybrid Security in Lebanon (July 2016)

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The report I co-authored with Marie-Noelle Abi-Yaghi and Mariam Younes from Lebanon Support (Beirut) has just been published: http://cskc.daleel-madani.org/resource/crisis-control-informal-hybrid-security-lebanon. If you wish to access the resulting policy brief authored by Lebanon Support’s partner International Alert, click on the following link: http://www.international-alert.org/sites/default/files/Lebanon_LocalSecuritySyrianRefugees_PolicyBrief_EN_2016.pdf. We have conducted 3-month field research in Aley, Shebaa, and Ebrine in Lebanon. Here below the executive […]
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Turchia, golpe e repressione. L’intervista a Fabio L. Grassi

Intervista di Katia Cerratti Sul tentato golpe del 15 luglio in Turchia è stato detto e scritto di tutto, dall’ipotesi che sia stato orchestrato dallo stesso Erdoğan per rafforzare il proprio potere, all’attribuzione della responsabilità a Fetullah Gülen, predicatore e leader del movimento Hizmet, in esilio negli Usa, fino alle ultime notizie divulgate dal quotidiano […]

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La Turchia risponde al golpe fallito con la repressione dei diritti umani

Di Fadi al-Qadi. Al-Araby al-Jadeed (24/07/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. Lo scorso 20 luglio il presidente turco, Recep Tayyep Erdoğan, ha annunciato lo stato di emergenza nel paese per un periodo di tre mesi, conseguenza del golpe fallito lo scorso 15 luglio. Il presidente ha così inaugurato una nuova stagione nella storia politica […]

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Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

L’iniziativa è partita da Mona Kareem, traduttrice e amica di Ashraf, e Marcia L. Qualey, editor del famoso blog Arablit.  Ci sono 10 modi, scrivono, con cui possiamo sostenere il poeta palestinese Ashraf Fayadh, detenuto in Arabia Saudita con l’accusa di offesa alla morale, apostasia e altre amenità (che è stato condannato a 8 anni … Continua a leggere Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh
Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

L’iniziativa è partita da Mona Kareem, traduttrice e amica di Ashraf, e Marcia L. Qualey, editor del famoso blog Arablit.  Ci sono 10 modi, scrivono, con cui possiamo sostenere il poeta palestinese Ashraf Fayadh, detenuto in Arabia Saudita con l’accusa di offesa alla morale, apostasia e altre amenità (che è stato condannato a 8 anni … Continua a leggere Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh
Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh

L’iniziativa è partita da Mona Kareem, traduttrice e amica di Ashraf, e Marcia L. Qualey, editor del famoso blog Arablit.  Ci sono 10 modi, scrivono, con cui possiamo sostenere il poeta palestinese Ashraf Fayadh, detenuto in Arabia Saudita con l’accusa di offesa alla morale, apostasia e altre amenità (che è stato condannato a 8 anni … Continua a leggere Il 28 luglio è la Giornata internazionale della creatività a sostegno di Ashraf Fayadh
Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.



Questa è ovviamente una lettura provocatoria e certamente lacunosa. Ci sono pezzi del movimento talebano sicuramente stragisti e ci sono state azioni commesse da talebani o supposti tali da cui i talebani stessi han preso le distanze (come hanno fatto col massacro di sabato a Kabul). Ma ciò che vorrei argomentare è che, nel caso afgano, né noi come forza occupante, né il governo di Kabul stiamo, credo, andando nella direzione giusta. Finché continueremo a negare la strada del negoziato (ammazzando per esempio il capo dei possibili negoziatori), non andremo da nessuna parte. E fin che le truppe d'occupazione non saranno tornate a casa, difficilmente i talebani sceglieranno di negoziare. Si può sperare in una guerra di logoramento ma in Afghanistan si combatte da quasi quarant'anni. Quanti ce ne vorranno ancora? Quanta morte, quanto dolore?

Infine ecco apparire la variabile Daesh che ancora non sappiamo a quale agenda corrisponda. A quella di Raqqa, può darsi, ma forse anche a quella di  qualche cellula talebana impazzita: molti talebani rimasti senza lavoro (chi rubava ad esempio ed è stato espulso dal movimento) possono aderire a un progetto che forse gode anche dell'appoggio di qualche potenza straniera che ha a cuore l'instabilità del crocevia tra Asia centrale, Medio oriente e subcontinente indiano. E noi, da che parte stiamo?

Se qualcuno libererà l'Afghanistan da Daesh saranno i talebani. E se invece di organizzare tavole rotonde e summit, mettendo cerotti alla devastazione della guerra e tentando di arginare il fiume in piena dei migranti verso Ovest, ragionassimo sull'unico passo da fare? Ossia, lasciare il Paese (continuando a  pagare gli stipendi ai soldati)? Allo stesso tavolo e riconosciutisi reciprocamente  come forza politica, talebani e governo potrebbero trovare la quadra. La gente è stanca della guerra e al passo decisivo mancherebbe davvero poco. E' che bisogna però rinunciare alla basi militari, a mettere il nostro cappello sulla testa degli altri e bisogna accettare che altri Paesi entrino nel gioco delle alleanze che Kabul deciderà di fare. Altrimenti la guerra continuerà e alimenterà anche idee come quella del califfato, oggi poca cosa ma domani chissà. Abbiamo delle responsabilità anche come italiani. Le abbiamo verso gli afgani e anche verso i nostri alleati europei e americani che dovremmo consigliare meglio e non seguire pedissequamente. Andiamocene ma senza per questo stare alla finestra. Lontani però e fuori dal Paese con la truppa. Smettiamola di nasconderci dietro il burqa e i diritti delle donne.

Credo che alle donne afgane - e così ai loro figli, mariti, genitori e parenti - prema soprattutto vivere in pace. Vivere.  Il burqa se lo leveranno - inshallah -  anche senza di noi.
Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.



Questa è ovviamente una lettura provocatoria e certamente lacunosa. Ci sono pezzi del movimento talebano sicuramente stragisti e ci sono state azioni commesse da talebani o supposti tali da cui i talebani stessi han preso le distanze (come hanno fatto col massacro di sabato a Kabul). Ma ciò che vorrei argomentare è che, nel caso afgano, né noi come forza occupante, né il governo di Kabul stiamo, credo, andando nella direzione giusta. Finché continueremo a negare la strada del negoziato (ammazzando per esempio il capo dei possibili negoziatori), non andremo da nessuna parte. E fin che le truppe d'occupazione non saranno tornate a casa, difficilmente i talebani sceglieranno di negoziare. Si può sperare in una guerra di logoramento ma in Afghanistan si combatte da quasi quarant'anni. Quanti ce ne vorranno ancora? Quanta morte, quanto dolore?

Infine ecco apparire la variabile Daesh che ancora non sappiamo a quale agenda corrisponda. A quella di Raqqa, può darsi, ma forse anche a quella di  qualche cellula talebana impazzita: molti talebani rimasti senza lavoro (chi rubava ad esempio ed è stato espulso dal movimento) possono aderire a un progetto che forse gode anche dell'appoggio di qualche potenza straniera che ha a cuore l'instabilità del crocevia tra Asia centrale, Medio oriente e subcontinente indiano. E noi, da che parte stiamo?

Se qualcuno libererà l'Afghanistan da Daesh saranno i talebani. E se invece di organizzare tavole rotonde e summit, mettendo cerotti alla devastazione della guerra e tentando di arginare il fiume in piena dei migranti verso Ovest, ragionassimo sull'unico passo da fare? Ossia, lasciare il Paese (continuando a  pagare gli stipendi ai soldati)? Allo stesso tavolo e riconosciutisi reciprocamente  come forza politica, talebani e governo potrebbero trovare la quadra. La gente è stanca della guerra e al passo decisivo mancherebbe davvero poco. E' che bisogna però rinunciare alla basi militari, a mettere il nostro cappello sulla testa degli altri e bisogna accettare che altri Paesi entrino nel gioco delle alleanze che Kabul deciderà di fare. Altrimenti la guerra continuerà e alimenterà anche idee come quella del califfato, oggi poca cosa ma domani chissà. Abbiamo delle responsabilità anche come italiani. Le abbiamo verso gli afgani e anche verso i nostri alleati europei e americani che dovremmo consigliare meglio e non seguire pedissequamente. Andiamocene ma senza per questo stare alla finestra. Lontani però e fuori dal Paese con la truppa. Smettiamola di nasconderci dietro il burqa e i diritti delle donne.

Credo che alle donne afgane - e così ai loro figli, mariti, genitori e parenti - prema soprattutto vivere in pace. Vivere.  Il burqa se lo leveranno - inshallah -  anche senza di noi.
Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.



Questa è ovviamente una lettura provocatoria e certamente lacunosa. Ci sono pezzi del movimento talebano sicuramente stragisti e ci sono state azioni commesse da talebani o supposti tali da cui i talebani stessi han preso le distanze (come hanno fatto col massacro di sabato a Kabul). Ma ciò che vorrei argomentare è che, nel caso afgano, né noi come forza occupante, né il governo di Kabul stiamo, credo, andando nella direzione giusta. Finché continueremo a negare la strada del negoziato (ammazzando per esempio il capo dei possibili negoziatori), non andremo da nessuna parte. E fin che le truppe d'occupazione non saranno tornate a casa, difficilmente i talebani sceglieranno di negoziare. Si può sperare in una guerra di logoramento ma in Afghanistan si combatte da quasi quarant'anni. Quanti ce ne vorranno ancora? Quanta morte, quanto dolore?

Infine ecco apparire la variabile Daesh che ancora non sappiamo a quale agenda corrisponda. A quella di Raqqa, può darsi, ma forse anche a quella di  qualche cellula talebana impazzita: molti talebani rimasti senza lavoro (chi rubava ad esempio ed è stato espulso dal movimento) possono aderire a un progetto che forse gode anche dell'appoggio di qualche potenza straniera che ha a cuore l'instabilità del crocevia tra Asia centrale, Medio oriente e subcontinente indiano. E noi, da che parte stiamo?

Se qualcuno libererà l'Afghanistan da Daesh saranno i talebani. E se invece di organizzare tavole rotonde e summit, mettendo cerotti alla devastazione della guerra e tentando di arginare il fiume in piena dei migranti verso Ovest, ragionassimo sull'unico passo da fare? Ossia, lasciare il Paese (continuando a  pagare gli stipendi ai soldati)? Allo stesso tavolo e riconosciutisi reciprocamente  come forza politica, talebani e governo potrebbero trovare la quadra. La gente è stanca della guerra e al passo decisivo mancherebbe davvero poco. E' che bisogna però rinunciare alla basi militari, a mettere il nostro cappello sulla testa degli altri e bisogna accettare che altri Paesi entrino nel gioco delle alleanze che Kabul deciderà di fare. Altrimenti la guerra continuerà e alimenterà anche idee come quella del califfato, oggi poca cosa ma domani chissà. Abbiamo delle responsabilità anche come italiani. Le abbiamo verso gli afgani e anche verso i nostri alleati europei e americani che dovremmo consigliare meglio e non seguire pedissequamente. Andiamocene ma senza per questo stare alla finestra. Lontani però e fuori dal Paese con la truppa. Smettiamola di nasconderci dietro il burqa e i diritti delle donne.

Credo che alle donne afgane - e così ai loro figli, mariti, genitori e parenti - prema soprattutto vivere in pace. Vivere.  Il burqa se lo leveranno - inshallah -  anche senza di noi.
Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

Qualche pensiero dopo la strage di Kabul. Se i talebani diventano alleati

La strage dell'altro ieri a Kabul con un'ottantina di morti tra gli hazara (ma non c'erano solo loro) che protestavano per essere stati tagliati fuori da un progetto energetico che bypassa la loro provincia, racconta molte cose. La prima è che Daesh ci sta provando sempre più seriamente con l'unica strategia che ormai gli resta. L'altra è che non colpisce solo nel mucchio: seleziona e, per la prima volta, si intromette in una manifestazione politica. L'altra cosa ancora è che - come a Parigi o a Dacca - bisogna difendersi in tanti modi e la sola repressione non basterà. Bisogna saldare alleanze e in Afghanistan l'unica alleanza possibile per sgominare Daesh... sono i talebani.

Nate nell'humus della guerra, le cellule di Daesh sono più esposte sul fronte islamista che non su quello della pura repressione governativa: com'è noto, in certe zone del Paese la polizia o l'esercito non ci vanno proprio. E se un villaggio da solo non ce la fa a estromettere queste cellule del cancro califfale, i talebani possono farlo. L'hanno già fatto. Sono i loro peggior nemici. Il movimento talebano non è mai stato jihadsita nel senso che comunemente attribuiamo alla parola "jihad", meccanicamente tradotta (e ridotta) alla locuzione "guerra santa". I talebani sono un movimento di liberazione nazionale che anche da Al Qaeda, e dal suo progetto di jihad globale, si sono sempre dissociati fin da tempi non sospetti. Ospitare bin Laden non significava aderire al suo progetto. Così vero, che i talebani furono disposti a negoziare direttamente con gli americani, nemico numero uno di Al Qaeda. Può non piacere ma la guerra talebana è una lotta per la liberazione dell'Afghanistan dall'invasore straniero. E', a tutti gli effetti, una lotta partigiana, benché possa non piacerci né la radice ideologica (la lettura religiosa della scuola Deobandi) né tantomeno i mezzi con cui viene condotta che, va detto, non sono troppo dissimili da quelli che anche noi e l'esercito afgano utilizziamo o abbiamo utilizzato (voglio dire che, se per colpire un obiettivo militare, si fa poi una strage di civili, non c'è molta differenza tra una bomba sporca sulla strada messa dai talebani e un drone che spara un missile su un matrimonio perché le informazioni erano sbagliate). Ora, per i talebani Daesh non è solo un "concorrente" sulla piazza dell'islam politico: è un invasore i cui obiettivi sono del tutto diversi da quelli del movimento.

Questa è ovviamente una lettura provocatoria e certamente lacunosa. Ci sono pezzi del movimento talebano sicuramente stragisti e ci sono state azioni commesse da talebani o supposti tali da cui i talebani stessi han preso le distanze (come hanno fatto col massacro di sabato a Kabul). Ma ciò che vorrei argomentare è che, nel caso afgano, né noi come forza occupante, né il governo di Kabul stiamo, credo, andando nella direzione giusta. Finché continueremo a negare la strada del negoziato (ammazzando per esempio il capo dei possibili negoziatori), non andremo da nessuna parte. E fin che le truppe d'occupazione non saranno tornate a casa, difficilmente i talebani sceglieranno di negoziare. Si può sperare in una guerra di logoramento ma in Afghanistan si combatte da quasi quarant'anni. Quanti ce ne vorranno ancora? Quanta morte, quanto dolore?

Infine ecco apparire la variabile Daesh che ancora non sappiamo a quale agenda corrisponda. A quella di Raqqa, può darsi, ma forse anche a quella di  qualche cellula talebana impazzita: molti talebani rimasti senza lavoro (chi rubava ad esempio ed è stato espulso dal movimento) possono aderire a un progetto che forse gode anche dell'appoggio di qualche potenza straniera che ha a cuore l'instabilità del crocevia tra Asia centrale, Medio oriente e subcontinente indiano. E noi, da che parte stiamo?

Se qualcuno libererà l'Afghanistan da Daesh saranno i talebani. E se invece di organizzare tavole rotonde e summit, mettendo cerotti alla devastazione della guerra e tentando di arginare il fiume in piena dei migranti verso Ovest, ragionassimo sull'unico passo da fare? Ossia, lasciare il Paese (continuando a  pagare gli stipendi ai soldati)? Allo stesso tavolo e riconosciutisi reciprocamente  come forza politica, talebani e governo potrebbero trovare la quadra. La gente è stanca della guerra e al passo decisivo mancherebbe davvero poco. E' che bisogna però rinunciare alla basi militari, a mettere il nostro cappello sulla testa degli altri e bisogna accettare che altri Paesi entrino nel gioco delle alleanze che Kabul deciderà di fare. Altrimenti la guerra continuerà e alimenterà anche idee come quella del califfato, oggi poca cosa ma domani chissà. Abbiamo delle responsabilità anche come italiani. Le abbiamo verso gli afgani e anche verso i nostri alleati europei e americani che dovremmo consigliare meglio e non seguire pedissequamente. Andiamocene ma senza per questo stare alla finestra. Lontani però e fuori dal Paese con la truppa. Smettiamola di nasconderci dietro il burqa e i diritti delle donne.

Credo che alle donne afgane - e così ai loro figli, mariti, genitori e parenti - prema soprattutto vivere in pace. Vivere.  Il burqa se lo leveranno - inshallah -  anche senza di noi.
L’associazione “Obour” di Tartus

L’associazione “Obour” di Tartus

Tartus0-110Il valore di questa ONG risiede sia nell’impegno di colmare le disparità causate dalla guerra tra i diversi schieramenti della società siriana, sia nel luogo in cui lavora: Tartus, una città che testimonia la crescente ostilità tra le diverse confessioni degli abitanti locali e degli sfollati provenienti dalle zone di combattimento.

L’associazione “Obour” di Tartus

L’associazione “Obour” di Tartus

Tartus0-110Il valore di questa ONG risiede sia nell’impegno di colmare le disparità causate dalla guerra tra i diversi schieramenti della società siriana, sia nel luogo in cui lavora: Tartus, una città che testimonia la crescente ostilità tra le diverse confessioni degli abitanti locali e degli sfollati provenienti dalle zone di combattimento.

L’associazione “Obour” di Tartus

L’associazione “Obour” di Tartus

Tartus0-110Il valore di questa ONG risiede sia nell’impegno di colmare le disparità causate dalla guerra tra i diversi schieramenti della società siriana, sia nel luogo in cui lavora: Tartus, una città che testimonia la crescente ostilità tra le diverse confessioni degli abitanti locali e degli sfollati provenienti dalle zone di combattimento.

La radicalizzazione dell’Europa

Santiago Alba Rico L’attentato di Nizza, l’ennesimo di una serie infinita, porta a tre considerazioni rapide e, in un certo senso, banali. La prima è che l’ISIS si è impadronito di tutta la violenza del pianeta. Sebbene non sia stato provato alcun legame tra l’autore dell’attentato di Nizza e il jihadismo francese o internazionale, è come se tutti gli assassini […]

La radicalizzazione dell’Europa

Santiago Alba Rico L’attentato di Nizza, l’ennesimo di una serie infinita, porta a tre considerazioni rapide e, in un certo senso, banali. La prima è che l’ISIS si è impadronito di tutta la violenza del pianeta. Sebbene non sia stato provato alcun legame tra l’autore dell’attentato di Nizza e il jihadismo francese o internazionale, è come se tutti gli assassini […]

La radicalizzazione dell’Europa

Santiago Alba Rico L’attentato di Nizza, l’ennesimo di una serie infinita, porta a tre considerazioni rapide e, in un certo senso, banali. La prima è che l’ISIS si è impadronito di tutta la violenza del pianeta. Sebbene non sia stato provato alcun legame tra l’autore dell’attentato di Nizza e il jihadismo francese o internazionale, è come se tutti gli assassini […]

La radicalizzazione dell’Europa

Santiago Alba Rico L’attentato di Nizza, l’ennesimo di una serie infinita, porta a tre considerazioni rapide e, in un certo senso, banali. La prima è che l’ISIS si è impadronito di tutta la violenza del pianeta. Sebbene non sia stato provato alcun legame tra l’autore dell’attentato di Nizza e il jihadismo francese o internazionale, è come se tutti gli assassini […]

La radicalizzazione dell’Europa

Santiago Alba Rico L’attentato di Nizza, l’ennesimo di una serie infinita, porta a tre considerazioni rapide e, in un certo senso, banali. La prima è che l’ISIS si è impadronito di tutta la violenza del pianeta. Sebbene non sia stato provato alcun legame tra l’autore dell’attentato di Nizza e il jihadismo francese o internazionale, è come se tutti gli assassini […]
“Un aspiro-narghilè resistente”

“Un aspiro-narghilè resistente”

Maan Alhasbane era seduto con uno dei suoi amici a improvvisare barzellette ciniche sulla politica del regime siriano, quando l'amico gli ha suggerito di registrarle, trasformarle in video e pubblicarle sui social network.
“Un aspiro-narghilè resistente”

“Un aspiro-narghilè resistente”

Maan Alhasbane era seduto con uno dei suoi amici a improvvisare barzellette ciniche sulla politica del regime siriano, quando l'amico gli ha suggerito di registrarle, trasformarle in video e pubblicarle sui social network.
“Un aspiro-narghilè resistente”

“Un aspiro-narghilè resistente”

Maan Alhasbane era seduto con uno dei suoi amici a improvvisare barzellette ciniche sulla politica del regime siriano, quando l'amico gli ha suggerito di registrarle, trasformarle in video e pubblicarle sui social network.
9 siti Patrimonio dell’UNESCO da visitare in Medio Oriente

9 siti Patrimonio dell’UNESCO da visitare in Medio Oriente

Il Comitato World Heritage dell’UNESCO ha iscritto 21 nuove meraviglie del mondo nella sua lista dei patrimoni culturali dell’umanità. Tra i nuovi iscritti e quelli che lo sono già da tempo, questi 9 siti sono da segnare sull’agenda del viaggiatore in Medio Oriente. 1 – Le Paludi dell’Ahwar, Iraq (Patrimonio UNESCO dal 2016) La zona […]

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L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. Avevamo detto che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale.…

L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. Avevamo detto che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale.…

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L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. Avevamo detto che ci sarebbe sembrato il caso di approfondire la questione del complottismo ma l’allarme continuo sta determinando un prevalere della cronaca su qualunque spazio di ragionamento, quindi si tratta di reagire in modo rapidissimo ad un concatenarsi di eventi che rende impossibile seguire un filo non emergenziale.…

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L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

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L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

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L’esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull’emergenza terrorismo

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

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L’Unione Africana e la fine della guerra fredda

Di Idris Al-Kanburi. Al Arab (22/07/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Avanzato. Se la caduta del muro di Berlino nel 1989 ha segnato la fine della guerra fredda a livello europeo e la dissoluzione dell’URSS nel 1991 ha segnato la fine dell’influenza sovietica a livello mondiale, quattro decenni e mezzo di divisioni internazionali e regionali, frutto della […]

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Ankara, Mosca, Teheran.  La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

Ankara, Mosca, Teheran. La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

L'immagine è ripresa dal sito Il caffè geopolitico
Se il vecchio adagio “I nemici dei miei nemici sono miei amici” è sempre valido, potrebbe essere questa la chiave di lettura della recente svolta turca in politica estera. Non che il golpe c'entri qualcosa con un processo già avviato (col “licenziamento” in maggio del premier già capo degli Esteri Ahmet Davutoğlu), ma certo la presa di distanze dal comportamento di Erdogan di molti Paesi, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel, ha probabilmente accelerato un processo di cui si sono visti recentemente i primi passi formali. Il  più evidente è quello verso la Russia, dove una delegazione del governo turco, guidata dal vice primo ministro Nurettin Canikli, si recherà in visita il 26-27 luglio per colloqui – dicono fonti di stampa – che dovrebbero includere l’energia. Dopo le scuse turche per l'abbattimento del bombardiere russo, la marcia innestata è quella alta: Mosca dal canto suo ha ripreso i voli per la Turchia e presto riprenderanno anche i charter, carichi di turisti russi in cerca di spiagge europee. Avviata una nuova luna di miele con Israele, si è visto un seppur timido riavvicinamento anche con Teheran (che avrebbe avvisato Ankara dell’imminente golpe), amica nemica di sempre. «Sono mosse che si spiegano con alleanze di mutuo interesse perché – spiega Michele Brunelli, storico dell'Università di Bergamo - alla Russia fa comodo un alleato come la Turchia che non ha aderito all'embargo imposto a Mosca. Per la Turchia invece un asse con Mosca significa poter uscire dal pasticcio mediorientale dove Ankara non è riuscita a fare quel che voleva. Quanto a Teheran, in cerca di ogni possibile amico, la Turchia va benissimo e lo stesso vale per Ankara, al momento senza più grandi alleati. L’Iran è sempre stato tra l’altro un buon mercato per i turchi se si pensa al sistema di telecomunicazioni o all’aeroporto internazionale Khomeini. Poi però gli iraniani avevano frenato. Ora le cose sono cambiate e le strade si ricongiungono». Motivi economici e politici.


Il libro di Buttino su Samarcanda. Come
cambia una città post sovietica
Anche Marco Buttino, storico dell’Università di Torino e studioso dell’Asia centrale ritiene che la nuova alleanza con Mosca sia più che possibile: «E se il passato ci insegna qualcosa – aggiunge – Turchia e Russia, quando c’era L'Urss, furono già alleati ai tempi di Atatürk. Allora Mosca temeva il panturchismo nelle aree di sua influenza e dunque ci fu un patto tra i due Paesi. La Russia per altro ha sempre avuto bisogno della Turchia per arrivare al Mediterraneo. E ci sono sempre stati due modi: la guerra o la pace. Adesso si sceglie la seconda per due governi che si assomigliano, perché l’islamismo di Erdogan ha un elemento nazionalistico e c’è una sorta di retorica comune. Infine la Turchia è mezza Europa e mezza no e inoltre è dentro la Nato, elemento che adesso crea scompiglio. Mosca non credo voglia far guerra all’Occidente o agli Stati Uniti; credo però che sia interessata al mantenimento ai suoi confini di aree di forte instabilità, di guerre - diciamo - che non finiscono mai, dalla Georgia all’Ucraina al Nagorno-Karabakh. Elementi che le consentono di esercitare la sua influenza». Se la Russia non si preoccupa troppo dell’islamismo di Erdogan, non teme però che Ankara riprenda il suo vecchio progetto panturco nei Paesi di lingua turca dell’ex Urss? «Quel progetto fallì alla metà degli anni Novanta – ricorda Buttino, autore di “Samarcanda” un saggio uscito per Viella in cui analizzi i cambiamenti dal 1945 di questa città dal nome evocativo – quando quei Paesi si spaventarono degli investimenti turchi, dalle moschee ai programmi televisivi. Ora non credo ci sia questo pericolo né questo disegno il che rende ancora più possibile un patto che rende più forti sia Ankara sia Mosca».

Un altro elemento lo aggiunge Fernando Orlandi della Biblioteca-Archivio del Centro studi sulla storia dell’Europa Orientale (Csseo): «Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo nel novembre del 2015, collassarono i colloqui per un progetto chiave sia per Mosca sia per Ankara: il cosiddetto Turkish Stream, una gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Turchia via Mar Nero. Dopo il fallimento di Nabucco e di South Stream, questa era una carta fondamentale della politica energetica della regione e credo che adesso il progetto tornerà in auge» Ne parlerà martedì a Mosca la delegazione turca? «Dopo le scuse turche, Gazprom si era già detta disponibile al dialogo con Ankara e comunque Erdogan e Putin si incontreranno al Cremlino ai primi di agosto. Stiamo parlando di un affare da 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno».
Ankara, Mosca, Teheran.  La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

Ankara, Mosca, Teheran. La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

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Se il vecchio adagio “I nemici dei miei nemici sono miei amici” è sempre valido, potrebbe essere questa la chiave di lettura della recente svolta turca in politica estera. Non che il golpe c'entri qualcosa con un processo già avviato (col “licenziamento” in maggio del premier già capo degli Esteri Ahmet Davutoğlu), ma certo la presa di distanze dal comportamento di Erdogan di molti Paesi, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel, ha probabilmente accelerato un processo di cui si sono visti recentemente i primi passi formali. Il  più evidente è quello verso la Russia, dove una delegazione del governo turco, guidata dal vice primo ministro Nurettin Canikli, si recherà in visita il 26-27 luglio per colloqui – dicono fonti di stampa – che dovrebbero includere l’energia. Dopo le scuse turche per l'abbattimento del bombardiere russo, la marcia innestata è quella alta: Mosca dal canto suo ha ripreso i voli per la Turchia e presto riprenderanno anche i charter, carichi di turisti russi in cerca di spiagge europee. Avviata una nuova luna di miele con Israele, si è visto un seppur timido riavvicinamento anche con Teheran (che avrebbe avvisato Ankara dell’imminente golpe), amica nemica di sempre. «Sono mosse che si spiegano con alleanze di mutuo interesse perché – spiega Michele Brunelli, storico dell'Università di Bergamo - alla Russia fa comodo un alleato come la Turchia che non ha aderito all'embargo imposto a Mosca. Per la Turchia invece un asse con Mosca significa poter uscire dal pasticcio mediorientale dove Ankara non è riuscita a fare quel che voleva. Quanto a Teheran, in cerca di ogni possibile amico, la Turchia va benissimo e lo stesso vale per Ankara, al momento senza più grandi alleati. L’Iran è sempre stato tra l’altro un buon mercato per i turchi se si pensa al sistema di telecomunicazioni o all’aeroporto internazionale Khomeini. Poi però gli iraniani avevano frenato. Ora le cose sono cambiate e le strade si ricongiungono». Motivi economici e politici.


Il libro di Buttino su Samarcanda. Come
cambia una città post sovietica
Anche Marco Buttino, storico dell’Università di Torino e studioso dell’Asia centrale ritiene che la nuova alleanza con Mosca sia più che possibile: «E se il passato ci insegna qualcosa – aggiunge – Turchia e Russia, quando c’era L'Urss, furono già alleati ai tempi di Atatürk. Allora Mosca temeva il panturchismo nelle aree di sua influenza e dunque ci fu un patto tra i due Paesi. La Russia per altro ha sempre avuto bisogno della Turchia per arrivare al Mediterraneo. E ci sono sempre stati due modi: la guerra o la pace. Adesso si sceglie la seconda per due governi che si assomigliano, perché l’islamismo di Erdogan ha un elemento nazionalistico e c’è una sorta di retorica comune. Infine la Turchia è mezza Europa e mezza no e inoltre è dentro la Nato, elemento che adesso crea scompiglio. Mosca non credo voglia far guerra all’Occidente o agli Stati Uniti; credo però che sia interessata al mantenimento ai suoi confini di aree di forte instabilità, di guerre - diciamo - che non finiscono mai, dalla Georgia all’Ucraina al Nagorno-Karabakh. Elementi che le consentono di esercitare la sua influenza». Se la Russia non si preoccupa troppo dell’islamismo di Erdogan, non teme però che Ankara riprenda il suo vecchio progetto panturco nei Paesi di lingua turca dell’ex Urss? «Quel progetto fallì alla metà degli anni Novanta – ricorda Buttino, autore di “Samarcanda” un saggio uscito per Viella in cui analizzi i cambiamenti dal 1945 di questa città dal nome evocativo – quando quei Paesi si spaventarono degli investimenti turchi, dalle moschee ai programmi televisivi. Ora non credo ci sia questo pericolo né questo disegno il che rende ancora più possibile un patto che rende più forti sia Ankara sia Mosca».

Un altro elemento lo aggiunge Fernando Orlandi della Biblioteca-Archivio del Centro studi sulla storia dell’Europa Orientale (Csseo): «Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo nel novembre del 2015, collassarono i colloqui per un progetto chiave sia per Mosca sia per Ankara: il cosiddetto Turkish Stream, una gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Turchia via Mar Nero. Dopo il fallimento di Nabucco e di South Stream, questa era una carta fondamentale della politica energetica della regione e credo che adesso il progetto tornerà in auge» Ne parlerà martedì a Mosca la delegazione turca? «Dopo le scuse turche, Gazprom si era già detta disponibile al dialogo con Ankara e comunque Erdogan e Putin si incontreranno al Cremlino ai primi di agosto. Stiamo parlando di un affare da 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno».
Ankara, Mosca, Teheran.  La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

Ankara, Mosca, Teheran. La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

L'immagine è ripresa dal sito Il caffè geopolitico
Se il vecchio adagio “I nemici dei miei nemici sono miei amici” è sempre valido, potrebbe essere questa la chiave di lettura della recente svolta turca in politica estera. Non che il golpe c'entri qualcosa con un processo già avviato (col “licenziamento” in maggio del premier già capo degli Esteri Ahmet Davutoğlu), ma certo la presa di distanze dal comportamento di Erdogan di molti Paesi, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel, ha probabilmente accelerato un processo di cui si sono visti recentemente i primi passi formali. Il  più evidente è quello verso la Russia, dove una delegazione del governo turco, guidata dal vice primo ministro Nurettin Canikli, si recherà in visita il 26-27 luglio per colloqui – dicono fonti di stampa – che dovrebbero includere l’energia. Dopo le scuse turche per l'abbattimento del bombardiere russo, la marcia innestata è quella alta: Mosca dal canto suo ha ripreso i voli per la Turchia e presto riprenderanno anche i charter, carichi di turisti russi in cerca di spiagge europee. Avviata una nuova luna di miele con Israele, si è visto un seppur timido riavvicinamento anche con Teheran (che avrebbe avvisato Ankara dell’imminente golpe), amica nemica di sempre. «Sono mosse che si spiegano con alleanze di mutuo interesse perché – spiega Michele Brunelli, storico dell'Università di Bergamo - alla Russia fa comodo un alleato come la Turchia che non ha aderito all'embargo imposto a Mosca. Per la Turchia invece un asse con Mosca significa poter uscire dal pasticcio mediorientale dove Ankara non è riuscita a fare quel che voleva. Quanto a Teheran, in cerca di ogni possibile amico, la Turchia va benissimo e lo stesso vale per Ankara, al momento senza più grandi alleati. L’Iran è sempre stato tra l’altro un buon mercato per i turchi se si pensa al sistema di telecomunicazioni o all’aeroporto internazionale Khomeini. Poi però gli iraniani avevano frenato. Ora le cose sono cambiate e le strade si ricongiungono». Motivi economici e politici.


Il libro di Buttino su Samarcanda. Come
cambia una città post sovietica
Anche Marco Buttino, storico dell’Università di Torino e studioso dell’Asia centrale ritiene che la nuova alleanza con Mosca sia più che possibile: «E se il passato ci insegna qualcosa – aggiunge – Turchia e Russia, quando c’era L'Urss, furono già alleati ai tempi di Atatürk. Allora Mosca temeva il panturchismo nelle aree di sua influenza e dunque ci fu un patto tra i due Paesi. La Russia per altro ha sempre avuto bisogno della Turchia per arrivare al Mediterraneo. E ci sono sempre stati due modi: la guerra o la pace. Adesso si sceglie la seconda per due governi che si assomigliano, perché l’islamismo di Erdogan ha un elemento nazionalistico e c’è una sorta di retorica comune. Infine la Turchia è mezza Europa e mezza no e inoltre è dentro la Nato, elemento che adesso crea scompiglio. Mosca non credo voglia far guerra all’Occidente o agli Stati Uniti; credo però che sia interessata al mantenimento ai suoi confini di aree di forte instabilità, di guerre - diciamo - che non finiscono mai, dalla Georgia all’Ucraina al Nagorno-Karabakh. Elementi che le consentono di esercitare la sua influenza». Se la Russia non si preoccupa troppo dell’islamismo di Erdogan, non teme però che Ankara riprenda il suo vecchio progetto panturco nei Paesi di lingua turca dell’ex Urss? «Quel progetto fallì alla metà degli anni Novanta – ricorda Buttino, autore di “Samarcanda” un saggio uscito per Viella in cui analizzi i cambiamenti dal 1945 di questa città dal nome evocativo – quando quei Paesi si spaventarono degli investimenti turchi, dalle moschee ai programmi televisivi. Ora non credo ci sia questo pericolo né questo disegno il che rende ancora più possibile un patto che rende più forti sia Ankara sia Mosca».

Un altro elemento lo aggiunge Fernando Orlandi della Biblioteca-Archivio del Centro studi sulla storia dell’Europa Orientale (Csseo): «Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo nel novembre del 2015, collassarono i colloqui per un progetto chiave sia per Mosca sia per Ankara: il cosiddetto Turkish Stream, una gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Turchia via Mar Nero. Dopo il fallimento di Nabucco e di South Stream, questa era una carta fondamentale della politica energetica della regione e credo che adesso il progetto tornerà in auge» Ne parlerà martedì a Mosca la delegazione turca? «Dopo le scuse turche, Gazprom si era già detta disponibile al dialogo con Ankara e comunque Erdogan e Putin si incontreranno al Cremlino ai primi di agosto. Stiamo parlando di un affare da 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno».
Ankara, Mosca, Teheran.  La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

Ankara, Mosca, Teheran. La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

L'immagine è ripresa dal sito Il caffè geopolitico
Se il vecchio adagio “I nemici dei miei nemici sono miei amici” è sempre valido, potrebbe essere questa la chiave di lettura della recente svolta turca in politica estera. Non che il golpe c'entri qualcosa con un processo già avviato (col “licenziamento” in maggio del premier già capo degli Esteri Ahmet Davutoğlu), ma certo la presa di distanze dal comportamento di Erdogan di molti Paesi, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel, ha probabilmente accelerato un processo di cui si sono visti recentemente i primi passi formali. Il  più evidente è quello verso la Russia, dove una delegazione del governo turco, guidata dal vice primo ministro Nurettin Canikli, si recherà in visita il 26-27 luglio per colloqui – dicono fonti di stampa – che dovrebbero includere l’energia. Dopo le scuse turche per l'abbattimento del bombardiere russo, la marcia innestata è quella alta: Mosca dal canto suo ha ripreso i voli per la Turchia e presto riprenderanno anche i charter, carichi di turisti russi in cerca di spiagge europee. Avviata una nuova luna di miele con Israele, si è visto un seppur timido riavvicinamento anche con Teheran (che avrebbe avvisato Ankara dell’imminente golpe), amica nemica di sempre. «Sono mosse che si spiegano con alleanze di mutuo interesse perché – spiega Michele Brunelli, storico dell'Università di Bergamo - alla Russia fa comodo un alleato come la Turchia che non ha aderito all'embargo imposto a Mosca. Per la Turchia invece un asse con Mosca significa poter uscire dal pasticcio mediorientale dove Ankara non è riuscita a fare quel che voleva. Quanto a Teheran, in cerca di ogni possibile amico, la Turchia va benissimo e lo stesso vale per Ankara, al momento senza più grandi alleati. L’Iran è sempre stato tra l’altro un buon mercato per i turchi se si pensa al sistema di telecomunicazioni o all’aeroporto internazionale Khomeini. Poi però gli iraniani avevano frenato. Ora le cose sono cambiate e le strade si ricongiungono». Motivi economici e politici.


Il libro di Buttino su Samarcanda. Come
cambia una città post sovietica
Anche Marco Buttino, storico dell’Università di Torino e studioso dell’Asia centrale ritiene che la nuova alleanza con Mosca sia più che possibile: «E se il passato ci insegna qualcosa – aggiunge – Turchia e Russia, quando c’era L'Urss, furono già alleati ai tempi di Atatürk. Allora Mosca temeva il panturchismo nelle aree di sua influenza e dunque ci fu un patto tra i due Paesi. La Russia per altro ha sempre avuto bisogno della Turchia per arrivare al Mediterraneo. E ci sono sempre stati due modi: la guerra o la pace. Adesso si sceglie la seconda per due governi che si assomigliano, perché l’islamismo di Erdogan ha un elemento nazionalistico e c’è una sorta di retorica comune. Infine la Turchia è mezza Europa e mezza no e inoltre è dentro la Nato, elemento che adesso crea scompiglio. Mosca non credo voglia far guerra all’Occidente o agli Stati Uniti; credo però che sia interessata al mantenimento ai suoi confini di aree di forte instabilità, di guerre - diciamo - che non finiscono mai, dalla Georgia all’Ucraina al Nagorno-Karabakh. Elementi che le consentono di esercitare la sua influenza». Se la Russia non si preoccupa troppo dell’islamismo di Erdogan, non teme però che Ankara riprenda il suo vecchio progetto panturco nei Paesi di lingua turca dell’ex Urss? «Quel progetto fallì alla metà degli anni Novanta – ricorda Buttino, autore di “Samarcanda” un saggio uscito per Viella in cui analizzi i cambiamenti dal 1945 di questa città dal nome evocativo – quando quei Paesi si spaventarono degli investimenti turchi, dalle moschee ai programmi televisivi. Ora non credo ci sia questo pericolo né questo disegno il che rende ancora più possibile un patto che rende più forti sia Ankara sia Mosca».

Un altro elemento lo aggiunge Fernando Orlandi della Biblioteca-Archivio del Centro studi sulla storia dell’Europa Orientale (Csseo): «Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo nel novembre del 2015, collassarono i colloqui per un progetto chiave sia per Mosca sia per Ankara: il cosiddetto Turkish Stream, una gasdotto che dovrebbe portare il gas russo in Turchia via Mar Nero. Dopo il fallimento di Nabucco e di South Stream, questa era una carta fondamentale della politica energetica della regione e credo che adesso il progetto tornerà in auge» Ne parlerà martedì a Mosca la delegazione turca? «Dopo le scuse turche, Gazprom si era già detta disponibile al dialogo con Ankara e comunque Erdogan e Putin si incontreranno al Cremlino ai primi di agosto. Stiamo parlando di un affare da 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno».

Cucina palestinese: dagga ghazawiya, salsa piccante di pomodoro e aneto

La ricetta di oggi arriva dalla Striscia di Gaza: si tratta di un piatto molto semplice, ma dal sapore unico. Scopriamo come preparare la dagga ghazawiya, salsa piccante di pomodori e aneto! Ingredienti: 1 cipolla piccola 2 peperoncini verdi 1 mazzetto di aneto fresco 2 pomodori maturi 2 cucchiai di succo di limone 2 cucchiai di olio […]

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I problemi degli Stati e delle società in vista del vertice arabo

Di Radwan El-Sayed. Asharq al-Awsat (22/07/2016). Traduzione e sintesi di Laura Cassata. In vista del vertice arabo, che si terrà a Nouakchott, iniziano a sollevarsi le problematiche dei paesi e delle società arabe: la tragedia siriana con le uccisioni, la migrazione e l’assedio di più di 10 milioni di persone; il caso della Libia e […]

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Tutta la tragedia del mondo

E’ possibile che tutta la tragedia del mondo passi attraverso l’immagine  del simulacro di un uomo crocefisso? Un simulacro di quelli che riempiono la provincia italiana, la vera periferia dell’Italia. Simulacro vilipeso, semidistrutto… E’ possibile vedere qui, in questo oggetto la tragedia di tutto il mondo, oltre le fedi? La tragedia morale e fisica delRead more

Tutta la tragedia del mondo

E’ possibile che tutta la tragedia del mondo passi attraverso l’immagine  del simulacro di un uomo crocefisso? Un simulacro di quelli che riempiono la provincia italiana, la vera periferia dell’Italia. Simulacro vilipeso, semidistrutto… E’ possibile vedere qui, in questo oggetto la tragedia di tutto il mondo, oltre le fedi? La tragedia morale e fisica delRead more

Tutta la tragedia del mondo

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Tutta la tragedia del mondo

E’ possibile che tutta la tragedia del mondo passi attraverso l’immagine  del simulacro di un uomo crocefisso? Un simulacro di quelli che riempiono la provincia italiana, la vera periferia dell’Italia. Simulacro vilipeso, semidistrutto… E’ possibile vedere qui, in questo oggetto la tragedia di tutto il mondo, oltre le fedi? La tragedia morale e fisica delRead more

Egitto: la visita di Shoukri in Israele e la strategia egiziana

Di Hassan Nafaa. Al-Hayat (20/07/2016). Traduzione e sintesi di Emanuele Uboldi. È difficile tirare le somme della visita ufficiale del ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukri in Israele, soprattutto perché le reazioni riecheggiano ancora, sia tra le strade che nei ceti politici egiziani e del mondo arabo, per queste ragioni: È stata la prima visita ufficiale […]

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Turchia, la lezione di Giacarta

Turchia, la lezione di Giacarta

Durante il colpo di stato in Cile contro Allende sui muri di Santiago appariva la scritta "Jakarta": un modello! Anche la vicenda turca sembra ricordare - assai più che in Cile - quanto avvenne in Indonesia nel 1965. Un “controgolpe” minuziosamente preparato su cui oggi un tribunale internazionale popolare chiede agli indonesiani di riaprire il caso e perseguire i colpevoli. Invano per ora


Nei tanti misteri che circondano il colpo di stato fallito in Turchia, l’ipotesi complottista (Erdogan ha architettato il golpe) non sembra per ora aver gambe sufficienti. Certo l’impreparazione dei golpisti, l’esiguità del loro numero, la mancanza di veri leader tra gli stessi militari lasciano perplessi. Così come la campagna scatenata contro Fethullah Gülen, un tempo mentore di Erdogan e ora ritenuto addirittura, ma senza prove, la mente del pronunciamento militare. Le modalità della reazione e la rapidità nell’esecuzione delle epurazioni fa semmai pensare a qualcosa che accadde in Indonesia oltre cinquant’anni fa: il colpo di stato con cui il generale Suharto mise fine all’esperimento nazionalpopulista e venato di socialismo di Sukarno, uno dei leader dell’indipendenza del Paese dall’Olanda. Viene da pensarlo nel giorno in cui il governo indonesiano, per bocca del ministro per la sicurezza Luhut Panjaitan, ha bocciato il risultato di un tribunale popolare internazionale - formato da giuristi che hanno consultato documenti e ascoltato testimonianze - che all’Aja due giorni fa ha rilasciato la sua sentenza. Con cui chiede al governo di procedere a identificare chi si macchiò di crimini contro l’umanità nel periodo 1965-66 quando almeno 400mila persone furono massacrate dopo il golpe di Suharto. Panjaitan ha detto chiaramente che l’Indonesia ha il suo sistema di giustizia e che non è affare di altri indagare sui fatti di casa. Il portavoce del ministero degli Esteri ha infine chiarito che l'Indonesia non si sente obbligata a seguire le indicazioni di un tribunale che non ha basi legali. L’argomento è infatti tabù anche se recentemente il neo presidente Joko Widodo aveva mostrato segni di apertura salvo poi fare marcia indietro quando lo Stato avrebbe dovuto fare pubblica ammenda. Cosa accadde allora e cosa se ne può trarre oggi a proposito della vicenda turca?

Alle prime ore del 1 ottobre del 1965, il Gerakan 30 September, un movimento di militari progressisti che aveva contatti col Partito comunista locale, tentò un golpe che fallì nell’arco stesso della giornata. La vicenda era cominciata con il sequestro di alcuni generali, poi trovati morti, e col dispiegamento di alcuni soldati al comando del colonnello Untung Syamsuri, la mente del golpe. La reazione della parte dell’esercito che faceva capo a un gruppo di generali riuniti nel Dewan Jendral e che aveva in odio Sukarno, fu rapida e feroce. A comandarla c’era il giovane generale Suharto che “prese in custodia” Sukarno e fece abortire il golpe. Si disse che Untung, temendo una mossa della destra militare, avesse anticipato i tempi ma forse la dinamica fu diversa. Suharto probabilmente sapeva cosa Untung stava preparando e gli lasciò sequestrare i generali, occupare la Radio e tentare un’occupazione della capitale che durò poche ore. Qualche sacca di resistenza resistette in periferia ma in breve venne repressa. Il dispositivo di reazione era pronto al punto tale che di Untung non si ricorda più nessuno. Fu solo la scintilla che doveva dare il pretesto a Suharto per deporre, come fece, lo scomodo Sukarno. Il Pki, il Partito comunista indonesiano, fu accusato di essere dietro al golpe (cosa di cui non c’era prova) e si scatenò una repressione feroce: 400mila morti è probabilmente un numero per difetto. Case e villaggi vennero bruciati, la gente uccisa senza processo, centinaia furono trasferiti in campi di prigionia. E l’Occidente chiuse un occhio, anzi entrambi, su un “controgolpe” che fu seguito e aiutato dai servizi segreti amici del nuovo corso – Orde Baru, Ordine nuovo – che durò poi fino a che nel 1998 il dittatore non fu costretto - sempre dai militari – a ritirarsi.
Turchia, la lezione di Giacarta

Turchia, la lezione di Giacarta

Durante il colpo di stato in Cile contro Allende sui muri di Santiago appariva la scritta "Jakarta": un modello! Anche la vicenda turca sembra ricordare - assai più che in Cile - quanto avvenne in Indonesia nel 1965. Un “controgolpe” minuziosamente preparato su cui oggi un tribunale internazionale popolare chiede agli indonesiani di riaprire il caso e perseguire i colpevoli. Invano per ora


Nei tanti misteri che circondano il colpo di stato fallito in Turchia, l’ipotesi complottista (Erdogan ha architettato il golpe) non sembra per ora aver gambe sufficienti. Certo l’impreparazione dei golpisti, l’esiguità del loro numero, la mancanza di veri leader tra gli stessi militari lasciano perplessi. Così come la campagna scatenata contro Fethullah Gülen, un tempo mentore di Erdogan e ora ritenuto addirittura, ma senza prove, la mente del pronunciamento militare. Le modalità della reazione e la rapidità nell’esecuzione delle epurazioni fa semmai pensare a qualcosa che accadde in Indonesia oltre cinquant’anni fa: il colpo di stato con cui il generale Suharto mise fine all’esperimento nazionalpopulista e venato di socialismo di Sukarno, uno dei leader dell’indipendenza del Paese dall’Olanda. Viene da pensarlo nel giorno in cui il governo indonesiano, per bocca del ministro per la sicurezza Luhut Panjaitan, ha bocciato il risultato di un tribunale popolare internazionale - formato da giuristi che hanno consultato documenti e ascoltato testimonianze - che all’Aja due giorni fa ha rilasciato la sua sentenza. Con cui chiede al governo di procedere a identificare chi si macchiò di crimini contro l’umanità nel periodo 1965-66 quando almeno 400mila persone furono massacrate dopo il golpe di Suharto. Panjaitan ha detto chiaramente che l’Indonesia ha il suo sistema di giustizia e che non è affare di altri indagare sui fatti di casa. Il portavoce del ministero degli Esteri ha infine chiarito che l'Indonesia non si sente obbligata a seguire le indicazioni di un tribunale che non ha basi legali. L’argomento è infatti tabù anche se recentemente il neo presidente Joko Widodo aveva mostrato segni di apertura salvo poi fare marcia indietro quando lo Stato avrebbe dovuto fare pubblica ammenda. Cosa accadde allora e cosa se ne può trarre oggi a proposito della vicenda turca?

Alle prime ore del 1 ottobre del 1965, il Gerakan 30 September, un movimento di militari progressisti che aveva contatti col Partito comunista locale, tentò un golpe che fallì nell’arco stesso della giornata. La vicenda era cominciata con il sequestro di alcuni generali, poi trovati morti, e col dispiegamento di alcuni soldati al comando del colonnello Untung Syamsuri, la mente del golpe. La reazione della parte dell’esercito che faceva capo a un gruppo di generali riuniti nel Dewan Jendral e che aveva in odio Sukarno, fu rapida e feroce. A comandarla c’era il giovane generale Suharto che “prese in custodia” Sukarno e fece abortire il golpe. Si disse che Untung, temendo una mossa della destra militare, avesse anticipato i tempi ma forse la dinamica fu diversa. Suharto probabilmente sapeva cosa Untung stava preparando e gli lasciò sequestrare i generali, occupare la Radio e tentare un’occupazione della capitale che durò poche ore. Qualche sacca di resistenza resistette in periferia ma in breve venne repressa. Il dispositivo di reazione era pronto al punto tale che di Untung non si ricorda più nessuno. Fu solo la scintilla che doveva dare il pretesto a Suharto per deporre, come fece, lo scomodo Sukarno. Il Pki, il Partito comunista indonesiano, fu accusato di essere dietro al golpe (cosa di cui non c’era prova) e si scatenò una repressione feroce: 400mila morti è probabilmente un numero per difetto. Case e villaggi vennero bruciati, la gente uccisa senza processo, centinaia furono trasferiti in campi di prigionia. E l’Occidente chiuse un occhio, anzi entrambi, su un “controgolpe” che fu seguito e aiutato dai servizi segreti amici del nuovo corso – Orde Baru, Ordine nuovo – che durò poi fino a che nel 1998 il dittatore non fu costretto - sempre dai militari – a ritirarsi.
Turchia, la lezione di Giacarta

Turchia, la lezione di Giacarta

Durante il colpo di stato in Cile contro Allende sui muri di Santiago appariva la scritta "Jakarta": un modello! Anche la vicenda turca sembra ricordare - assai più che in Cile - quanto avvenne in Indonesia nel 1965. Un “controgolpe” minuziosamente preparato su cui oggi un tribunale internazionale popolare chiede agli indonesiani di riaprire il caso e perseguire i colpevoli. Invano per ora


Nei tanti misteri che circondano il colpo di stato fallito in Turchia, l’ipotesi complottista (Erdogan ha architettato il golpe) non sembra per ora aver gambe sufficienti. Certo l’impreparazione dei golpisti, l’esiguità del loro numero, la mancanza di veri leader tra gli stessi militari lasciano perplessi. Così come la campagna scatenata contro Fethullah Gülen, un tempo mentore di Erdogan e ora ritenuto addirittura, ma senza prove, la mente del pronunciamento militare. Le modalità della reazione e la rapidità nell’esecuzione delle epurazioni fa semmai pensare a qualcosa che accadde in Indonesia oltre cinquant’anni fa: il colpo di stato con cui il generale Suharto mise fine all’esperimento nazionalpopulista e venato di socialismo di Sukarno, uno dei leader dell’indipendenza del Paese dall’Olanda. Viene da pensarlo nel giorno in cui il governo indonesiano, per bocca del ministro per la sicurezza Luhut Panjaitan, ha bocciato il risultato di un tribunale popolare internazionale - formato da giuristi che hanno consultato documenti e ascoltato testimonianze - che all’Aja due giorni fa ha rilasciato la sua sentenza. Con cui chiede al governo di procedere a identificare chi si macchiò di crimini contro l’umanità nel periodo 1965-66 quando almeno 400mila persone furono massacrate dopo il golpe di Suharto. Panjaitan ha detto chiaramente che l’Indonesia ha il suo sistema di giustizia e che non è affare di altri indagare sui fatti di casa. Il portavoce del ministero degli Esteri ha infine chiarito che l'Indonesia non si sente obbligata a seguire le indicazioni di un tribunale che non ha basi legali. L’argomento è infatti tabù anche se recentemente il neo presidente Joko Widodo aveva mostrato segni di apertura salvo poi fare marcia indietro quando lo Stato avrebbe dovuto fare pubblica ammenda. Cosa accadde allora e cosa se ne può trarre oggi a proposito della vicenda turca?

Alle prime ore del 1 ottobre del 1965, il Gerakan 30 September, un movimento di militari progressisti che aveva contatti col Partito comunista locale, tentò un golpe che fallì nell’arco stesso della giornata. La vicenda era cominciata con il sequestro di alcuni generali, poi trovati morti, e col dispiegamento di alcuni soldati al comando del colonnello Untung Syamsuri, la mente del golpe. La reazione della parte dell’esercito che faceva capo a un gruppo di generali riuniti nel Dewan Jendral e che aveva in odio Sukarno, fu rapida e feroce. A comandarla c’era il giovane generale Suharto che “prese in custodia” Sukarno e fece abortire il golpe. Si disse che Untung, temendo una mossa della destra militare, avesse anticipato i tempi ma forse la dinamica fu diversa. Suharto probabilmente sapeva cosa Untung stava preparando e gli lasciò sequestrare i generali, occupare la Radio e tentare un’occupazione della capitale che durò poche ore. Qualche sacca di resistenza resistette in periferia ma in breve venne repressa. Il dispositivo di reazione era pronto al punto tale che di Untung non si ricorda più nessuno. Fu solo la scintilla che doveva dare il pretesto a Suharto per deporre, come fece, lo scomodo Sukarno. Il Pki, il Partito comunista indonesiano, fu accusato di essere dietro al golpe (cosa di cui non c’era prova) e si scatenò una repressione feroce: 400mila morti è probabilmente un numero per difetto. Case e villaggi vennero bruciati, la gente uccisa senza processo, centinaia furono trasferiti in campi di prigionia. E l’Occidente chiuse un occhio, anzi entrambi, su un “controgolpe” che fu seguito e aiutato dai servizi segreti amici del nuovo corso – Orde Baru, Ordine nuovo – che durò poi fino a che nel 1998 il dittatore non fu costretto - sempre dai militari – a ritirarsi.
Turchia, la lezione di Giacarta

Turchia, la lezione di Giacarta

Durante il colpo di stato in Cile contro Allende sui muri di Santiago appariva la scritta "Jakarta": un modello! Anche la vicenda turca sembra ricordare - assai più che in Cile - quanto avvenne in Indonesia nel 1965. Un “controgolpe” minuziosamente preparato su cui oggi un tribunale internazionale popolare chiede agli indonesiani di riaprire il caso e perseguire i colpevoli. Invano per ora


Nei tanti misteri che circondano il colpo di stato fallito in Turchia, l’ipotesi complottista (Erdogan ha architettato il golpe) non sembra per ora aver gambe sufficienti. Certo l’impreparazione dei golpisti, l’esiguità del loro numero, la mancanza di veri leader tra gli stessi militari lasciano perplessi. Così come la campagna scatenata contro Fethullah Gülen, un tempo mentore di Erdogan e ora ritenuto addirittura, ma senza prove, la mente del pronunciamento militare. Le modalità della reazione e la rapidità nell’esecuzione delle epurazioni fa semmai pensare a qualcosa che accadde in Indonesia oltre cinquant’anni fa: il colpo di stato con cui il generale Suharto mise fine all’esperimento nazionalpopulista e venato di socialismo di Sukarno, uno dei leader dell’indipendenza del Paese dall’Olanda. Viene da pensarlo nel giorno in cui il governo indonesiano, per bocca del ministro per la sicurezza Luhut Panjaitan, ha bocciato il risultato di un tribunale popolare internazionale - formato da giuristi che hanno consultato documenti e ascoltato testimonianze - che all’Aja due giorni fa ha rilasciato la sua sentenza. Con cui chiede al governo di procedere a identificare chi si macchiò di crimini contro l’umanità nel periodo 1965-66 quando almeno 400mila persone furono massacrate dopo il golpe di Suharto. Panjaitan ha detto chiaramente che l’Indonesia ha il suo sistema di giustizia e che non è affare di altri indagare sui fatti di casa. Il portavoce del ministero degli Esteri ha infine chiarito che l'Indonesia non si sente obbligata a seguire le indicazioni di un tribunale che non ha basi legali. L’argomento è infatti tabù anche se recentemente il neo presidente Joko Widodo aveva mostrato segni di apertura salvo poi fare marcia indietro quando lo Stato avrebbe dovuto fare pubblica ammenda. Cosa accadde allora e cosa se ne può trarre oggi a proposito della vicenda turca?

Alle prime ore del 1 ottobre del 1965, il Gerakan 30 September, un movimento di militari progressisti che aveva contatti col Partito comunista locale, tentò un golpe che fallì nell’arco stesso della giornata. La vicenda era cominciata con il sequestro di alcuni generali, poi trovati morti, e col dispiegamento di alcuni soldati al comando del colonnello Untung Syamsuri, la mente del golpe. La reazione della parte dell’esercito che faceva capo a un gruppo di generali riuniti nel Dewan Jendral e che aveva in odio Sukarno, fu rapida e feroce. A comandarla c’era il giovane generale Suharto che “prese in custodia” Sukarno e fece abortire il golpe. Si disse che Untung, temendo una mossa della destra militare, avesse anticipato i tempi ma forse la dinamica fu diversa. Suharto probabilmente sapeva cosa Untung stava preparando e gli lasciò sequestrare i generali, occupare la Radio e tentare un’occupazione della capitale che durò poche ore. Qualche sacca di resistenza resistette in periferia ma in breve venne repressa. Il dispositivo di reazione era pronto al punto tale che di Untung non si ricorda più nessuno. Fu solo la scintilla che doveva dare il pretesto a Suharto per deporre, come fece, lo scomodo Sukarno. Il Pki, il Partito comunista indonesiano, fu accusato di essere dietro al golpe (cosa di cui non c’era prova) e si scatenò una repressione feroce: 400mila morti è probabilmente un numero per difetto. Case e villaggi vennero bruciati, la gente uccisa senza processo, centinaia furono trasferiti in campi di prigionia. E l’Occidente chiuse un occhio, anzi entrambi, su un “controgolpe” che fu seguito e aiutato dai servizi segreti amici del nuovo corso – Orde Baru, Ordine nuovo – che durò poi fino a che nel 1998 il dittatore non fu costretto - sempre dai militari – a ritirarsi.
Lo strano colpo di Stato del Sultano

Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

Erano un’efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.…

Lo strano colpo di Stato del Sultano è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Lo strano colpo di Stato del Sultano

Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

Erano un’efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.…

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Lo strano colpo di Stato del Sultano

Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

Erano un’efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.…

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Lo strano colpo di Stato del Sultano

Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

Erano un’efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.…

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Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

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di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

Erano un’efficientissima macchina burocratica e da guerra, sotto diretto comando del Sultano.…

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Lo strano colpo di Stato del Sultano

Lo strano colpo di Stato del Sultano

di Giuseppe Cossuto 

Una delle istituzioni più importanti degli Ottomani fu quella degli “Schiavi della Porta”,  i kapikulu.  Furono costoro a conquistare e sostenere una formazione statale che amministrava tre continenti fin dai tempi del sultano Murad I (1326-1389).

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Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

La prima edizione del premio Appiani per la traduzione di Elbabookfest, quest’anno dedicato alla traduzione letteraria dall’arabo, ha premiato un libro a cui sono particolarmente affezionata, un’ottima traduttrice e un poeta a tutti noi molto caro.  Sì, la vincitrice è Ramona Ciucani, per la sua traduzione della raccolta di poesie Il giocatore d’azzardo del poeta … Continua a leggere Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto
Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

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La prima edizione del premio Appiani per la traduzione di Elbabookfest, quest’anno dedicato alla traduzione letteraria dall’arabo, ha premiato un libro a cui sono particolarmente affezionata, un’ottima traduttrice e un poeta a tutti noi molto caro.  Sì, la vincitrice è Ramona Ciucani, per la sua traduzione della raccolta di poesie Il giocatore d’azzardo del poeta … Continua a leggere Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto
Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

La prima edizione del premio Appiani per la traduzione di Elbabookfest, quest’anno dedicato alla traduzione letteraria dall’arabo, ha premiato un libro a cui sono particolarmente affezionata, un’ottima traduttrice e un poeta a tutti noi molto caro.  Sì, la vincitrice è Ramona Ciucani, per la sua traduzione della raccolta di poesie Il giocatore d’azzardo del poeta … Continua a leggere Premio per la traduzione letteraria dall’arabo di Elbabookfest: ecco chi ha vinto

Le elezioni palestinesi: benedizione o maledizione?

Di Hani Masri. As-Safir (19/07/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. Finalmente è giunta una bella notizia: il movimento Hamas ha sorpreso la maggior parte delle aspettative mostrandosi favorevole alle elezioni locali in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, purché la Commissione Elettorale garantisca la non discriminazione durante le elezioni, affidando il controllo dell’operato agli […]

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La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

Dal fez alla visiera
In politica la memoria è sempre un buon esercizio. Tutti in effetti hanno riportato i colpi di Stato che hanno costellato la Turchia contemporanea ma non molti hanno ricordato chi allora, anziché stracciarsi le vesti, chiuse un occhio quando addirittura non aiutò più o meno direttamente la manina militare. Per venire a tempi più recenti si può ricordare l’apprezzatissimo golpe algerino (1992) dopo la vittoria islamista alle elezioni e, in tempi ancor più prossimi, il putsch di Al Sisi (2013), anche quello tutto sommato salutato con favore, come sa bene il nostro premier che, prima che il caso Regeni ci mettesse con l’Egitto ai ferri corti, salutò il generalissimo come «grande statista». Era in buona compagnia perché la condanna del golpe fu piuttosto freddina a livello internazionale. Appena più calorosa delle rimostranze per l’invasione saudita del Bahrein o della guerra dei Saud nello Yemen. Nel caso turco, la presa di distanza americana è invece arrivata subito, prima ancora che il golpe fosse concluso. Erdogan è tutto sommato una sorta di garanzia anche se la sua virata filorussa rischia di far aumentare l’allarme su un personaggio che, seppur eletto, sta ora facendo il golpe istituzionale che gli permette di far le pulizie di fino. Ci son sempre pesi e misure insomma. A seconda di cointesto e convenienze. E in passato?



Se adesso le cose sono un po’ confuse, quando nel maggio del 1960 la prima sollevazione militare scelse il generale Cemal Gürsel come presidente di un nuovo corso che doveva riportare ordine e stabilità, correvano gli anni della Guerra Fredda e non piaceva il primo ministro Adnan Menderes, fondatore di un Partito democratico di destra moderata che però aveva scelto di strizzare l’occhio a Mosca dove Menderes, con cui la Turchia era entrata nella Nato, aveva pianificato un viaggio in cerca di aiuti economici. I golpisti lo impiccarono e purgarono tribunali (centinaia di giudici) e università mettendo sotto arresto l’intera classe dirigente. Allora si pensò che era uno dei tanti golpe del Terzo mondo (secondo il Journal of Cold War Studies 357 tentativi con 183 successi tra il 1945 e il 1985) anche se quello turco avveniva in un Paese Nato.

Il cosiddetto “Golpe del memorandum” del 1971 avviene in un momento di grande turbolenza politica che ha ridato fiato alla sinistra turca. A differenza del golpe del 1960, animato da militari radicali diventati famosi per un pogrom anti greco a Istanbul, l'élite delle Forze armate che aveva organizzato il colpo del 1971 era violentemente anti comunista e si distinse per la repressione di ogni cosa che avesse a che fare con la sinistra. Inutile dire che quel colpo di Stato andava bene così. Il 12 settembre del 1980 arriva il terzo golpe. Anche lì c’è un’anima di destra che si esplicita in una repressione brutale e in una riduzione dell’intervento dello Stato in economia. Le carceri si riempiono di oppositori, 230 mila dei quali vengono processati. A cinquanta viene comminata la pena di morte, a 14mila viene ritirata la cittadinanza. Secondo la stampa curda c’era una sorta di lista di proscrizione con 1.683.000 nomi. A chi era piaciuta la mano pesante?

All’epoca reggeva la base operativa della Cia in Turchia Paul Henze, uno specialista della guerra psicologica, diventato famoso per un libro in cui sosteneva che dietro l’attentato a Papa Woytila ci fosse Mosca. Henze, già a capo della Cia in Etiopia e che se n’era andato da Ankara alla vigilia del golpe, ha negato, ma la Cia probabilmente sapeva: tanto che Carter ne sarebbe stato addirittura informato con un cablo che recava la frase «our boys did it» (lo han fatto i nostri ragazzi). Vero non vero, un portavoce del Dipartimento di Stato confermò che Washington era stata informata in anticipo e il bilancio di quel golpe fu l’annichilimento di partiti politici e organizzazioni sindacali. E’ di quel periodo del resto un commento di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter dal 1977 al 1981: «Per la Turchia come per il Brasile – racconta lo storico svizzero Daniele Ganser in Nato's Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe - un governo militare sarebbe la soluzione migliore».
La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

Dal fez alla visiera
In politica la memoria è sempre un buon esercizio. Tutti in effetti hanno riportato i colpi di Stato che hanno costellato la Turchia contemporanea ma non molti hanno ricordato chi allora, anziché stracciarsi le vesti, chiuse un occhio quando addirittura non aiutò più o meno direttamente la manina militare. Per venire a tempi più recenti si può ricordare l’apprezzatissimo golpe algerino (1992) dopo la vittoria islamista alle elezioni e, in tempi ancor più prossimi, il putsch di Al Sisi (2013), anche quello tutto sommato salutato con favore, come sa bene il nostro premier che, prima che il caso Regeni ci mettesse con l’Egitto ai ferri corti, salutò il generalissimo come «grande statista». Era in buona compagnia perché la condanna del golpe fu piuttosto freddina a livello internazionale. Appena più calorosa delle rimostranze per l’invasione saudita del Bahrein o della guerra dei Saud nello Yemen. Nel caso turco, la presa di distanza americana è invece arrivata subito, prima ancora che il golpe fosse concluso. Erdogan è tutto sommato una sorta di garanzia anche se la sua virata filorussa rischia di far aumentare l’allarme su un personaggio che, seppur eletto, sta ora facendo il golpe istituzionale che gli permette di far le pulizie di fino. Ci son sempre pesi e misure insomma. A seconda di cointesto e convenienze. E in passato?



Se adesso le cose sono un po’ confuse, quando nel maggio del 1960 la prima sollevazione militare scelse il generale Cemal Gürsel come presidente di un nuovo corso che doveva riportare ordine e stabilità, correvano gli anni della Guerra Fredda e non piaceva il primo ministro Adnan Menderes, fondatore di un Partito democratico di destra moderata che però aveva scelto di strizzare l’occhio a Mosca dove Menderes, con cui la Turchia era entrata nella Nato, aveva pianificato un viaggio in cerca di aiuti economici. I golpisti lo impiccarono e purgarono tribunali (centinaia di giudici) e università mettendo sotto arresto l’intera classe dirigente. Allora si pensò che era uno dei tanti golpe del Terzo mondo (secondo il Journal of Cold War Studies 357 tentativi con 183 successi tra il 1945 e il 1985) anche se quello turco avveniva in un Paese Nato.

Il cosiddetto “Golpe del memorandum” del 1971 avviene in un momento di grande turbolenza politica che ha ridato fiato alla sinistra turca. A differenza del golpe del 1960, animato da militari radicali diventati famosi per un pogrom anti greco a Istanbul, l'élite delle Forze armate che aveva organizzato il colpo del 1971 era violentemente anti comunista e si distinse per la repressione di ogni cosa che avesse a che fare con la sinistra. Inutile dire che quel colpo di Stato andava bene così. Il 12 settembre del 1980 arriva il terzo golpe. Anche lì c’è un’anima di destra che si esplicita in una repressione brutale e in una riduzione dell’intervento dello Stato in economia. Le carceri si riempiono di oppositori, 230 mila dei quali vengono processati. A cinquanta viene comminata la pena di morte, a 14mila viene ritirata la cittadinanza. Secondo la stampa curda c’era una sorta di lista di proscrizione con 1.683.000 nomi. A chi era piaciuta la mano pesante?

All’epoca reggeva la base operativa della Cia in Turchia Paul Henze, uno specialista della guerra psicologica, diventato famoso per un libro in cui sosteneva che dietro l’attentato a Papa Woytila ci fosse Mosca. Henze, già a capo della Cia in Etiopia e che se n’era andato da Ankara alla vigilia del golpe, ha negato, ma la Cia probabilmente sapeva: tanto che Carter ne sarebbe stato addirittura informato con un cablo che recava la frase «our boys did it» (lo han fatto i nostri ragazzi). Vero non vero, un portavoce del Dipartimento di Stato confermò che Washington era stata informata in anticipo e il bilancio di quel golpe fu l’annichilimento di partiti politici e organizzazioni sindacali. E’ di quel periodo del resto un commento di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter dal 1977 al 1981: «Per la Turchia come per il Brasile – racconta lo storico svizzero Daniele Ganser in Nato's Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe - un governo militare sarebbe la soluzione migliore».
La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

Dal fez alla visiera
In politica la memoria è sempre un buon esercizio. Tutti in effetti hanno riportato i colpi di Stato che hanno costellato la Turchia contemporanea ma non molti hanno ricordato chi allora, anziché stracciarsi le vesti, chiuse un occhio quando addirittura non aiutò più o meno direttamente la manina militare. Per venire a tempi più recenti si può ricordare l’apprezzatissimo golpe algerino (1992) dopo la vittoria islamista alle elezioni e, in tempi ancor più prossimi, il putsch di Al Sisi (2013), anche quello tutto sommato salutato con favore, come sa bene il nostro premier che, prima che il caso Regeni ci mettesse con l’Egitto ai ferri corti, salutò il generalissimo come «grande statista». Era in buona compagnia perché la condanna del golpe fu piuttosto freddina a livello internazionale. Appena più calorosa delle rimostranze per l’invasione saudita del Bahrein o della guerra dei Saud nello Yemen. Nel caso turco, la presa di distanza americana è invece arrivata subito, prima ancora che il golpe fosse concluso. Erdogan è tutto sommato una sorta di garanzia anche se la sua virata filorussa rischia di far aumentare l’allarme su un personaggio che, seppur eletto, sta ora facendo il golpe istituzionale che gli permette di far le pulizie di fino. Ci son sempre pesi e misure insomma. A seconda di cointesto e convenienze. E in passato?



Se adesso le cose sono un po’ confuse, quando nel maggio del 1960 la prima sollevazione militare scelse il generale Cemal Gürsel come presidente di un nuovo corso che doveva riportare ordine e stabilità, correvano gli anni della Guerra Fredda e non piaceva il primo ministro Adnan Menderes, fondatore di un Partito democratico di destra moderata che però aveva scelto di strizzare l’occhio a Mosca dove Menderes, con cui la Turchia era entrata nella Nato, aveva pianificato un viaggio in cerca di aiuti economici. I golpisti lo impiccarono e purgarono tribunali (centinaia di giudici) e università mettendo sotto arresto l’intera classe dirigente. Allora si pensò che era uno dei tanti golpe del Terzo mondo (secondo il Journal of Cold War Studies 357 tentativi con 183 successi tra il 1945 e il 1985) anche se quello turco avveniva in un Paese Nato.

Il cosiddetto “Golpe del memorandum” del 1971 avviene in un momento di grande turbolenza politica che ha ridato fiato alla sinistra turca. A differenza del golpe del 1960, animato da militari radicali diventati famosi per un pogrom anti greco a Istanbul, l'élite delle Forze armate che aveva organizzato il colpo del 1971 era violentemente anti comunista e si distinse per la repressione di ogni cosa che avesse a che fare con la sinistra. Inutile dire che quel colpo di Stato andava bene così. Il 12 settembre del 1980 arriva il terzo golpe. Anche lì c’è un’anima di destra che si esplicita in una repressione brutale e in una riduzione dell’intervento dello Stato in economia. Le carceri si riempiono di oppositori, 230 mila dei quali vengono processati. A cinquanta viene comminata la pena di morte, a 14mila viene ritirata la cittadinanza. Secondo la stampa curda c’era una sorta di lista di proscrizione con 1.683.000 nomi. A chi era piaciuta la mano pesante?

All’epoca reggeva la base operativa della Cia in Turchia Paul Henze, uno specialista della guerra psicologica, diventato famoso per un libro in cui sosteneva che dietro l’attentato a Papa Woytila ci fosse Mosca. Henze, già a capo della Cia in Etiopia e che se n’era andato da Ankara alla vigilia del golpe, ha negato, ma la Cia probabilmente sapeva: tanto che Carter ne sarebbe stato addirittura informato con un cablo che recava la frase «our boys did it» (lo han fatto i nostri ragazzi). Vero non vero, un portavoce del Dipartimento di Stato confermò che Washington era stata informata in anticipo e il bilancio di quel golpe fu l’annichilimento di partiti politici e organizzazioni sindacali. E’ di quel periodo del resto un commento di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter dal 1977 al 1981: «Per la Turchia come per il Brasile – racconta lo storico svizzero Daniele Ganser in Nato's Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe - un governo militare sarebbe la soluzione migliore».
La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

La lunga notte dei pronunciamenti militari turchi. Che una volta piacevano

Dal fez alla visiera
In politica la memoria è sempre un buon esercizio. Tutti in effetti hanno riportato i colpi di Stato che hanno costellato la Turchia contemporanea ma non molti hanno ricordato chi allora, anziché stracciarsi le vesti, chiuse un occhio quando addirittura non aiutò più o meno direttamente la manina militare. Per venire a tempi più recenti si può ricordare l’apprezzatissimo golpe algerino (1992) dopo la vittoria islamista alle elezioni e, in tempi ancor più prossimi, il putsch di Al Sisi (2013), anche quello tutto sommato salutato con favore, come sa bene il nostro premier che, prima che il caso Regeni ci mettesse con l’Egitto ai ferri corti, salutò il generalissimo come «grande statista». Era in buona compagnia perché la condanna del golpe fu piuttosto freddina a livello internazionale. Appena più calorosa delle rimostranze per l’invasione saudita del Bahrein o della guerra dei Saud nello Yemen. Nel caso turco, la presa di distanza americana è invece arrivata subito, prima ancora che il golpe fosse concluso. Erdogan è tutto sommato una sorta di garanzia anche se la sua virata filorussa rischia di far aumentare l’allarme su un personaggio che, seppur eletto, sta ora facendo il golpe istituzionale che gli permette di far le pulizie di fino. Ci son sempre pesi e misure insomma. A seconda di cointesto e convenienze. E in passato?

Se adesso le cose sono un po’ confuse, quando nel maggio del 1960 la prima sollevazione militare scelse il generale Cemal Gürsel come presidente di un nuovo corso che doveva riportare ordine e stabilità, correvano gli anni della Guerra Fredda e non piaceva il primo ministro Adnan Menderes, fondatore di un Partito democratico di destra moderata che però aveva scelto di strizzare l’occhio a Mosca dove Menderes, con cui la Turchia era entrata nella Nato, aveva pianificato un viaggio in cerca di aiuti economici. I golpisti lo impiccarono e purgarono tribunali (centinaia di giudici) e università mettendo sotto arresto l’intera classe dirigente. Allora si pensò che era uno dei tanti golpe del Terzo mondo (secondo il Journal of Cold War Studies 357 tentativi con 183 successi tra il 1945 e il 1985) anche se quello turco avveniva in un Paese Nato.

Il cosiddetto “Golpe del memorandum” del 1971 avviene in un momento di grande turbolenza politica che ha ridato fiato alla sinistra turca. A differenza del golpe del 1960, animato da militari radicali diventati famosi per un pogrom anti greco a Istanbul, l'élite delle Forze armate che aveva organizzato il colpo del 1971 era violentemente anti comunista e si distinse per la repressione di ogni cosa che avesse a che fare con la sinistra. Inutile dire che quel colpo di Stato andava bene così. Il 12 settembre del 1980 arriva il terzo golpe. Anche lì c’è un’anima di destra che si esplicita in una repressione brutale e in una riduzione dell’intervento dello Stato in economia. Le carceri si riempiono di oppositori, 230 mila dei quali vengono processati. A cinquanta viene comminata la pena di morte, a 14mila viene ritirata la cittadinanza. Secondo la stampa curda c’era una sorta di lista di proscrizione con 1.683.000 nomi. A chi era piaciuta la mano pesante?

All’epoca reggeva la base operativa della Cia in Turchia Paul Henze, uno specialista della guerra psicologica, diventato famoso per un libro in cui sosteneva che dietro l’attentato a Papa Woytila ci fosse Mosca. Henze, già a capo della Cia in Etiopia e che se n’era andato da Ankara alla vigilia del golpe, ha negato, ma la Cia probabilmente sapeva: tanto che Carter ne sarebbe stato addirittura informato con un cablo che recava la frase «our boys did it» (lo han fatto i nostri ragazzi). Vero non vero, un portavoce del Dipartimento di Stato confermò che Washington era stata informata in anticipo e il bilancio di quel golpe fu l’annichilimento di partiti politici e organizzazioni sindacali. E’ di quel periodo del resto un commento di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter dal 1977 al 1981: «Per la Turchia come per il Brasile – racconta lo storico svizzero Daniele Ganser in Nato's Secret Armies: Operation Gladio and Terrorism in Western Europe - un governo militare sarebbe la soluzione migliore».

Turchia: gli acceleratori e incubatori che alimentano le startup

di Lorena Rios, Wamda (18/07/2016). Traduzione e sintesi di Emanuela Barbieri. Nonostante il fermento politico degli ultimi anni, fino al fallito colpo di stato dello scorso weekend, in Turchia si continua a investire nel futuro. Dietro alle nascenti startup c’è un gruppo di acceleratori e incubatori d’impresa che provvedono al supporto finanziario e alla formazione dei giovani per […]

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Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

mcc43 Estratto da  [ANALISI] Perchè l’Islam non è il nemico. Riconoscere la pluralità per fermare la paura. di Marco Arnaboldi – Esperto di Relazioni Internazionali e ricercatore sull’ Islam politico Estratto: […] Esistono gruppi armati e idee armate. Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare […]
Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

mcc43 Estratto da  [ANALISI] Perchè l’Islam non è il nemico. Riconoscere la pluralità per fermare la paura. di Marco Arnaboldi – Esperto di Relazioni Internazionali e ricercatore sull’ Islam politico Estratto: […] Esistono gruppi armati e idee armate. Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare […]
Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

mcc43 Estratto da  [ANALISI] Perchè l’Islam non è il nemico. Riconoscere la pluralità per fermare la paura. di Marco Arnaboldi – Esperto di Relazioni Internazionali e ricercatore sull’ Islam politico Estratto: […] Esistono gruppi armati e idee armate. Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare […]

La società civile siriana “perduta”

Di Laurine Mohammed. Al-Araby al-Jadeed (17/07/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. Il movimento pacifico in Siria ha avuto inizio per la mancanza, protrattasi quarant’anni, di una vera e propria vita politica e sociale: si era unanimemente d’accordo sull’assenza di un’effettiva società civile o di partiti politici. Malgrado il fatto che l’obiettivo di recuperare questa […]

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Un intrigo tra Australia e Palestina

Un intrigo tra Australia e Palestina

C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.

Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.


Salerno a destra nell'immagine) , utilizzando la sua conoscenza di Israele, ma andando in realtà a ripescare anche qualche elemento tra le vicende di famiglia (di cui molto ha già scritto ell’autobiografico Rossi a Manhattan), racconta i particolari di una vicenda che non si esaurisce nell’Olocausto e nella vittoria sul nazismo ma che si addentra in quelle vicende infinite che, dopo la seconda Guerra mondiale, videro la caccia ai nazisti che si erano nascosti, grazie ad amicizie importanti e ai buoni uffici dei servizi segreti, in diverse parti del mondo, dal Sudamerica all’Australia. E’ un pezzo di storia ancora poco raccontato e che si presta perfettamente alla trama del giallo che svela solo nelle ultime battute del libro la seconda personalità di Felix. Un uomo tranquillo che lavorava ai suoi orologi mettendo assieme un meccanismo altrettanto raffinato e complesso per rimettere al loro posto le pedine sulla scacchiera della giustizia.


L'intrigo non è dunque solo nel disvelamento di una personalità occulta e in un progetto ossessivo che si nutre di ricerche d'archivio, ritagli di giornali, rare conversazioni con un gruppo di amici, ma l’intreccio in cui si muovono i protagonisti. Tra agenti del Mossad e dei servizi britannici e australiani, assassini sotto falso nome, cacciatori e cacciati, si snoda una storia che ci porta dall’immensa Australia alla piccolissima comunità templare immersa nel pasticcio mediorientale in un reticolo di connivenze, falsità, speculazioni politiche che restituisce, nella finzione, un pezzo di verità. La cifra stilistica è quella del buon giornalista che, senza troppi aggettivi e manierismi, vi trasferisce nel cuore della Storia con la S maiuscola fatta di tante storie minori come quella dell’orologiaio di Melbourne e dei suoi incubi: «Non bisogna criminalizzare un’intera comunità, ripeteva sempre Felix, ma così come molti in Italia scelsero il fascismo arrivando fino all’ultimo rigurgito di Salò, centinaia di templari in Palestina furono i primi tedeschi residenti fuori dalla Germania a mettersi in fila per prendere la tessera del partito di Hitler. E tra gli ultimi a buttarla via».
Un intrigo tra Australia e Palestina

Un intrigo tra Australia e Palestina

C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.

Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.


Salerno a destra nell'immagine) , utilizzando la sua conoscenza di Israele, ma andando in realtà a ripescare anche qualche elemento tra le vicende di famiglia (di cui molto ha già scritto ell’autobiografico Rossi a Manhattan), racconta i particolari di una vicenda che non si esaurisce nell’Olocausto e nella vittoria sul nazismo ma che si addentra in quelle vicende infinite che, dopo la seconda Guerra mondiale, videro la caccia ai nazisti che si erano nascosti, grazie ad amicizie importanti e ai buoni uffici dei servizi segreti, in diverse parti del mondo, dal Sudamerica all’Australia. E’ un pezzo di storia ancora poco raccontato e che si presta perfettamente alla trama del giallo che svela solo nelle ultime battute del libro la seconda personalità di Felix. Un uomo tranquillo che lavorava ai suoi orologi mettendo assieme un meccanismo altrettanto raffinato e complesso per rimettere al loro posto le pedine sulla scacchiera della giustizia.


L'intrigo non è dunque solo nel disvelamento di una personalità occulta e in un progetto ossessivo che si nutre di ricerche d'archivio, ritagli di giornali, rare conversazioni con un gruppo di amici, ma l’intreccio in cui si muovono i protagonisti. Tra agenti del Mossad e dei servizi britannici e australiani, assassini sotto falso nome, cacciatori e cacciati, si snoda una storia che ci porta dall’immensa Australia alla piccolissima comunità templare immersa nel pasticcio mediorientale in un reticolo di connivenze, falsità, speculazioni politiche che restituisce, nella finzione, un pezzo di verità. La cifra stilistica è quella del buon giornalista che, senza troppi aggettivi e manierismi, vi trasferisce nel cuore della Storia con la S maiuscola fatta di tante storie minori come quella dell’orologiaio di Melbourne e dei suoi incubi: «Non bisogna criminalizzare un’intera comunità, ripeteva sempre Felix, ma così come molti in Italia scelsero il fascismo arrivando fino all’ultimo rigurgito di Salò, centinaia di templari in Palestina furono i primi tedeschi residenti fuori dalla Germania a mettersi in fila per prendere la tessera del partito di Hitler. E tra gli ultimi a buttarla via».
Un intrigo tra Australia e Palestina

Un intrigo tra Australia e Palestina

C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.

Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.


Salerno a destra nell'immagine) , utilizzando la sua conoscenza di Israele, ma andando in realtà a ripescare anche qualche elemento tra le vicende di famiglia (di cui molto ha già scritto ell’autobiografico Rossi a Manhattan), racconta i particolari di una vicenda che non si esaurisce nell’Olocausto e nella vittoria sul nazismo ma che si addentra in quelle vicende infinite che, dopo la seconda Guerra mondiale, videro la caccia ai nazisti che si erano nascosti, grazie ad amicizie importanti e ai buoni uffici dei servizi segreti, in diverse parti del mondo, dal Sudamerica all’Australia. E’ un pezzo di storia ancora poco raccontato e che si presta perfettamente alla trama del giallo che svela solo nelle ultime battute del libro la seconda personalità di Felix. Un uomo tranquillo che lavorava ai suoi orologi mettendo assieme un meccanismo altrettanto raffinato e complesso per rimettere al loro posto le pedine sulla scacchiera della giustizia.


L'intrigo non è dunque solo nel disvelamento di una personalità occulta e in un progetto ossessivo che si nutre di ricerche d'archivio, ritagli di giornali, rare conversazioni con un gruppo di amici, ma l’intreccio in cui si muovono i protagonisti. Tra agenti del Mossad e dei servizi britannici e australiani, assassini sotto falso nome, cacciatori e cacciati, si snoda una storia che ci porta dall’immensa Australia alla piccolissima comunità templare immersa nel pasticcio mediorientale in un reticolo di connivenze, falsità, speculazioni politiche che restituisce, nella finzione, un pezzo di verità. La cifra stilistica è quella del buon giornalista che, senza troppi aggettivi e manierismi, vi trasferisce nel cuore della Storia con la S maiuscola fatta di tante storie minori come quella dell’orologiaio di Melbourne e dei suoi incubi: «Non bisogna criminalizzare un’intera comunità, ripeteva sempre Felix, ma così come molti in Italia scelsero il fascismo arrivando fino all’ultimo rigurgito di Salò, centinaia di templari in Palestina furono i primi tedeschi residenti fuori dalla Germania a mettersi in fila per prendere la tessera del partito di Hitler. E tra gli ultimi a buttarla via».
Un intrigo tra Australia e Palestina

Un intrigo tra Australia e Palestina

C’è una località di Tel Aviv che si chiama Colonia Tedesca e che è una meta turistica abbastanza nota: case in pietra con tetti spioventi e il richiamo a uno stile immediatamente identificabile. Non è l’unico luogo di Israele con un’architettura simile. La colonia dei Templari tedeschi era stata fondata in diverse città della Palestina nel 1869 da una gruppo di cristiani convinti che Cristo sarebbe tornato nelle terre d’origine e che il terreno andava preparato. In realtà i nuovi templari prepararono il terreno a qualcos’altro. Negli anni Trenta, con l’ascesa del nazionalsocialismo, le idee di Hitler cominciarono a diffondersi anche fuori dalla Germania e già nel 1931 era stata creata la Nsdap/Ao, un organismo del partito che coordinava gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (Nsdap) che risiedevano fuori dai confini patrii (Auslands Organisation). I templari di Palestina, fino a quel momento una pacifica comunità millenarista, strizzarono l’occhio alle promesse del Führer e alle sue teorie. La storia è poco conosciuta quanto efferata. Cominciarono ad appendere bandiere nazi alle loro finestre e a sventolarle dalle automobili e promulgarono una serie di editti che comprendevano il saluto nazista e una sorta di divieto a fare affari con gli ebrei. Ci fu chi si limitò al braccio teso e un’adesione ideologica, chi invece prese sul serio l’idea che gli ebrei dovessero sparire dalla faccia della terra. In un romanzo che ha il sapore del giallo, il giornalista e scrittore Eric Salerno, molti anni in Israele come corrispondente del Messaggero, ricostruisce questo pezzo di Storia minore utilizzando uno scenario ancora più lontano: l’Australia.

Intrigo, da poco uscito per Il Saggiatore, è ambientato a Melbourne dove un orologiaio di nome Felix, che aveva combattuto come partigiano i nazisti in Europa orientale e aveva poi scelto l’ospitalità offerta dall’Australia, vive un’esistenza monotona osservando le impercettibili movenze degli orologi che ripara nella sua piccola bottega. Sembra un uomo tranquillo e in pace con se stesso, ma in realtà Felix è ossessionato da un desiderio di vendetta. L’Australia poi, apparentemente ospitale con gli ebrei dopo la caduta del nazismo, si è rivelata un Paese dove a loro è toccato finire in un nuovo ghetto: non di mura e recinti ma costruito dall'isolamento psicologico verso un gruppo di persone da cui diffidar. Ritenute “pericolose” per via della provenienza di molti fra loro dalle truppe partigiane. La civile Australia, che guarda con sospetto i nuovi arrivati, è invece decisamente più aperta ad altri immigrati dall'Europa: tedeschi, magari con qualche neo sulla coscienza. Magari con un passato da sterminatori. Ma certamente anticomunisti.


Salerno a destra nell'immagine) , utilizzando la sua conoscenza di Israele, ma andando in realtà a ripescare anche qualche elemento tra le vicende di famiglia (di cui molto ha già scritto ell’autobiografico Rossi a Manhattan), racconta i particolari di una vicenda che non si esaurisce nell’Olocausto e nella vittoria sul nazismo ma che si addentra in quelle vicende infinite che, dopo la seconda Guerra mondiale, videro la caccia ai nazisti che si erano nascosti, grazie ad amicizie importanti e ai buoni uffici dei servizi segreti, in diverse parti del mondo, dal Sudamerica all’Australia. E’ un pezzo di storia ancora poco raccontato e che si presta perfettamente alla trama del giallo che svela solo nelle ultime battute del libro la seconda personalità di Felix. Un uomo tranquillo che lavorava ai suoi orologi mettendo assieme un meccanismo altrettanto raffinato e complesso per rimettere al loro posto le pedine sulla scacchiera della giustizia.


L'intrigo non è dunque solo nel disvelamento di una personalità occulta e in un progetto ossessivo che si nutre di ricerche d'archivio, ritagli di giornali, rare conversazioni con un gruppo di amici, ma l’intreccio in cui si muovono i protagonisti. Tra agenti del Mossad e dei servizi britannici e australiani, assassini sotto falso nome, cacciatori e cacciati, si snoda una storia che ci porta dall’immensa Australia alla piccolissima comunità templare immersa nel pasticcio mediorientale in un reticolo di connivenze, falsità, speculazioni politiche che restituisce, nella finzione, un pezzo di verità. La cifra stilistica è quella del buon giornalista che, senza troppi aggettivi e manierismi, vi trasferisce nel cuore della Storia con la S maiuscola fatta di tante storie minori come quella dell’orologiaio di Melbourne e dei suoi incubi: «Non bisogna criminalizzare un’intera comunità, ripeteva sempre Felix, ma così come molti in Italia scelsero il fascismo arrivando fino all’ultimo rigurgito di Salò, centinaia di templari in Palestina furono i primi tedeschi residenti fuori dalla Germania a mettersi in fila per prendere la tessera del partito di Hitler. E tra gli ultimi a buttarla via».
Attualità: C.G. Jung e il manicomio della politica

Attualità: C.G. Jung e il manicomio della politica

mcc43   Da JungItalia «Come psicologo sono profondamente interessato ai disturbi mentali, in particolare quando contagiano intere nazioni. Voglio sottolineare che disprezzo la politica di tutto cuore: non sono nè un bolscevico, nè un nazista, nè un antisemita. Sono uno svizzero neutrale e perfino nel mio paese non mi interesso di politica, perché sono convinto che per il […]
Attualità: C.G. Jung e il manicomio della politica

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mcc43   Da JungItalia «Come psicologo sono profondamente interessato ai disturbi mentali, in particolare quando contagiano intere nazioni. Voglio sottolineare che disprezzo la politica di tutto cuore: non sono nè un bolscevico, nè un nazista, nè un antisemita. Sono uno svizzero neutrale e perfino nel mio paese non mi interesso di politica, perché sono convinto che per il […]
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mcc43   Da JungItalia «Come psicologo sono profondamente interessato ai disturbi mentali, in particolare quando contagiano intere nazioni. Voglio sottolineare che disprezzo la politica di tutto cuore: non sono nè un bolscevico, nè un nazista, nè un antisemita. Sono uno svizzero neutrale e perfino nel mio paese non mi interesso di politica, perché sono convinto che per il […]
Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Qandeel Baloch in una foto tratta dal quotidiano Dawn
Fouzia Azeem, più nota al grande  pubblico come  Qandeel Baloch, era una giovane ragazza di 26 anni diventata un idolo in Pakistan per le sue performance video, le interviste scioccanti, il modo di esporre il suo corpo, le continue provocazioni. Suo fratello Waseem, reo confresso, l'ha prima drogata e poi strangolata nel sonno nella casa dei genitori a Multan. Delitto d'onore si è subito detto.  E Baloch ha conosciuto una fine non molto diversa da quella che subiscono tante coetanee che, per motivi d'onore, sono state uccise dalla famiglia o dai fidanzati. Sono 500 ogni anno in Pakistan le persone uccise, per la maggior parte donne. L'Italia, è bene ricordarlo, abolì la legge che giustificava il delitto d'onore solo nel 1981 e le donne comunque continuano a morire anche se non allo stesso ritmo del Pakistan (che è però assai più popoloso del Belpaese). Ma la sua morte ha lasciato un segno profondo a differenza di tante anonime coetanee meno famose di lei. La notorietà del personaggio infatti, per la quale persino qualche mullah aveva espresso simpatia, ha sollevato un putiferio e rilanciato dibattiti e polemiche sulla questione. E c'è anche stato un passo ufficiale: oggi, a un paio di giorni dalla morte della giovane star dei social, il governo del Punjab (che già ha una legge provinciale più avanzata che nel resto del Paese) ha vietato alla famiglia di "perdonare" il figliolo omicida, una mossa che apre la strada in tribunale a pene minori. Qandeel Baloch però non c'è più. Le sia lieve il viaggio nell'ignoto.
Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Qandeel Baloch in una foto tratta dal quotidiano Dawn
Fouzia Azeem, più nota al grande  pubblico come  Qandeel Baloch, era una giovane ragazza di 26 anni diventata un idolo in Pakistan per le sue performance video, le interviste scioccanti, il modo di esporre il suo corpo, le continue provocazioni. Suo fratello Waseem, reo confresso, l'ha prima drogata e poi strangolata nel sonno nella casa dei genitori a Multan. Delitto d'onore si è subito detto.  E Baloch ha conosciuto una fine non molto diversa da quella che subiscono tante coetanee che, per motivi d'onore, sono state uccise dalla famiglia o dai fidanzati. Sono 500 ogni anno in Pakistan le persone uccise, per la maggior parte donne. L'Italia, è bene ricordarlo, abolì la legge che giustificava il delitto d'onore solo nel 1981 e le donne comunque continuano a morire anche se non allo stesso ritmo del Pakistan (che è però assai più popoloso del Belpaese). Ma la sua morte ha lasciato un segno profondo a differenza di tante anonime coetanee meno famose di lei. La notorietà del personaggio infatti, per la quale persino qualche mullah aveva espresso simpatia, ha sollevato un putiferio e rilanciato dibattiti e polemiche sulla questione. E c'è anche stato un passo ufficiale: oggi, a un paio di giorni dalla morte della giovane star dei social, il governo del Punjab (che già ha una legge provinciale più avanzata che nel resto del Paese) ha vietato alla famiglia di "perdonare" il figliolo omicida, una mossa che apre la strada in tribunale a pene minori. Qandeel Baloch però non c'è più. Le sia lieve il viaggio nell'ignoto.
Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Qandeel Baloch in una foto tratta dal quotidiano Dawn
Fouzia Azeem, più nota al grande  pubblico come  Qandeel Baloch, era una giovane ragazza di 26 anni diventata un idolo in Pakistan per le sue performance video, le interviste scioccanti, il modo di esporre il suo corpo, le continue provocazioni. Suo fratello Waseem, reo confresso, l'ha prima drogata e poi strangolata nel sonno nella casa dei genitori a Multan. Delitto d'onore si è subito detto.  E Baloch ha conosciuto una fine non molto diversa da quella che subiscono tante coetanee che, per motivi d'onore, sono state uccise dalla famiglia o dai fidanzati. Sono 500 ogni anno in Pakistan le persone uccise, per la maggior parte donne. L'Italia, è bene ricordarlo, abolì la legge che giustificava il delitto d'onore solo nel 1981 e le donne comunque continuano a morire anche se non allo stesso ritmo del Pakistan (che è però assai più popoloso del Belpaese). Ma la sua morte ha lasciato un segno profondo a differenza di tante anonime coetanee meno famose di lei. La notorietà del personaggio infatti, per la quale persino qualche mullah aveva espresso simpatia, ha sollevato un putiferio e rilanciato dibattiti e polemiche sulla questione. E c'è anche stato un passo ufficiale: oggi, a un paio di giorni dalla morte della giovane star dei social, il governo del Punjab (che già ha una legge provinciale più avanzata che nel resto del Paese) ha vietato alla famiglia di "perdonare" il figliolo omicida, una mossa che apre la strada in tribunale a pene minori. Qandeel Baloch però non c'è più. Le sia lieve il viaggio nell'ignoto.
Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Addio a Qandeel Baloch, l’eroina dei social che sta aiutando a cancellare il delitto d’onore

Qandeel Baloch in una foto tratta dal quotidiano Dawn
Fouzia Azeem, più nota al grande  pubblico come  Qandeel Baloch, era una giovane ragazza di 26 anni diventata un idolo in Pakistan per le sue performance video, le interviste scioccanti, il modo di esporre il suo corpo, le continue provocazioni. Suo fratello Waseem, reo confresso, l'ha prima drogata e poi strangolata nel sonno nella casa dei genitori a Multan. Delitto d'onore si è subito detto.  E Baloch ha conosciuto una fine non molto diversa da quella che subiscono tante coetanee che, per motivi d'onore, sono state uccise dalla famiglia o dai fidanzati. Sono 500 ogni anno in Pakistan le persone uccise, per la maggior parte donne. L'Italia, è bene ricordarlo, abolì la legge che giustificava il delitto d'onore solo nel 1981 e le donne comunque continuano a morire anche se non allo stesso ritmo del Pakistan (che è però assai più popoloso del Belpaese). Ma la sua morte ha lasciato un segno profondo a differenza di tante anonime coetanee meno famose di lei. La notorietà del personaggio infatti, per la quale persino qualche mullah aveva espresso simpatia, ha sollevato un putiferio e rilanciato dibattiti e polemiche sulla questione. E c'è anche stato un passo ufficiale: oggi, a un paio di giorni dalla morte della giovane star dei social, il governo del Punjab (che già ha una legge provinciale più avanzata che nel resto del Paese) ha vietato alla famiglia di "perdonare" il figliolo omicida, una mossa che apre la strada in tribunale a pene minori. Qandeel Baloch però non c'è più. Le sia lieve il viaggio nell'ignoto.

Libia: ripristinare il dialogo nazionale

Di Jebril el-Abadi. Asharq al-Awsat (18/07/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. L’intervento straniero in Libia ha restaurato la presenza del colonizzatore, dietro pretesto della ricerca di una soluzione alla crisi. Nel caso di America e Gran Bretagna, il loro coinvolgimento nella crisi libica è stato influenzato da un pragmatismo machiavellico, il più delle volte […]

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Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

Lorenzo.…

Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

Lorenzo.…

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Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

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di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

Lorenzo.…

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Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

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Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

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Cinque matti alle crociate: un islamista e un medievista provano a capirci qualcosa

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

(Il dialogo aiuta. Ci siamo messi a parlare, ci siamo dati una grammatica. Che poi da piccoli volevamo essere Wu-Ming pure noi. Di recente abbiamo scoperto che invece eravamo Arya Stark, ma non ci abbiamo più l’età per fondare un collettivo)

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A me gli occhi, please! Media e manipolazione

A me gli occhi, please! Media e manipolazione

mcc43 Nel post-golpe Turchia i media hanno virato verso la “preoccupazione per i diritti umani”. Ignorare quanto la Costituzione turca impone agli organi dello stato può essere cosa da poco per i commentatori generalisti, ma non curarsi di verificare la verità delle immagini che vengono pubblicate è incapacità professionale o genuina manipolazione, forse entrambi. Circola un’immagine […]
A me gli occhi, please! Media e manipolazione

A me gli occhi, please! Media e manipolazione

mcc43 Nel post-golpe Turchia i media hanno virato verso la “preoccupazione per i diritti umani”. Ignorare quanto la Costituzione turca impone agli organi dello stato può essere cosa da poco per i commentatori generalisti, ma non curarsi di verificare la verità delle immagini che vengono pubblicate è incapacità professionale o genuina manipolazione, forse entrambi. Circola un’immagine […]
A me gli occhi, please! Media e manipolazione

A me gli occhi, please! Media e manipolazione

mcc43 Nel post-golpe Turchia i media hanno virato verso la “preoccupazione per i diritti umani”. Ignorare quanto la Costituzione turca impone agli organi dello stato può essere cosa da poco per i commentatori generalisti, ma non curarsi di verificare la verità delle immagini che vengono pubblicate è incapacità professionale o genuina manipolazione, forse entrambi. Circola un’immagine […]
Iraq. La linea sottile tra guerre e libertà

Iraq. La linea sottile tra guerre e libertà

Baghdad, Sinjar, Mosul, Erbil, Falluja.Tra macerie, sete di potere e voglia di libertà, nelle più importanti città irachene si sta giocando tanto del futuro di uno Stato che mai dalla sua indipendenza é stato così fragile.

 

“Libertà per tutti!”, “Curdi, sunniti, sciiti, siamo un solo Iraq!”, “Sì, sì alle riforme!”

17 Luglio 2016
di: 
Joseph Zarlingo dall'Iraq

Il mancato golpe in Turchia e le sue ripercussioni

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (17/07/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Negli ultimi 60 anni, ci sono stati ben 457 tentativi di golpe nel mondo, di cui 230 sono falliti. La maggior parte sono avvenuti in paesi del Terzo Mondo o in paesi con regimi totalitari. La stabilità del regime politico è la differenza tra […]

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I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

La mia prima volta in Turchia - correvano i favolosi Settanta - fu durante un colpo di Stato militare. Nonostante ciò i turisti, anche con coda di cavallo o capelli alla presbitero, erano ben accetti. Ci si arrivava peraltro da un Paese, la Grecia, sotto la dittatura dei colonnelli del 21 aprile. Era il mondo spensierato dei golpe militari che venivano condotti col beneplacito internazionale che non solo lasciava fare ma semmai dava una mano. A veder oggi  la reazione di Obama durante il golpe e prima che si concludesse, viene da pensare che siamo un passo avanti. E che oggi i golpe non si usano più per rovesciare governi democraticamente eletti. Ma non è esattamente così. Mi viene in mente quel  generale egiziano che un paio di anni fa ha desautorato un presidente democraticamente eletto. Un signore nel cui Paese la tortura è un'attività sistematica dell'intelligence, cosa che era conosciuta ben prima del suo autoinsediamento poi benedette dalle urne. Allora però le reazioni furono assai più tiepide, per usare un eufemismo, quando non velatamente soddisfatte. Solo anni dopo - e dopo il caso di Giulio Regeni, dei giornalisti di Al Jazeera, delle condanne a morte, dei rapporti di Amnesty etc - il mondo si è accorto che una dittatura militare è sempre e comunque una cattiva scelta. Se vado ancora più indietro, ma nemmen di tanto, mi viene in mente l'Algeria e le elezioni vinte dal Fis e i carriarmati subito dopo nelle strade. Ero allora un giovane reporter ma fu la prima volta che ragionai davvero sulle parole democrazia e dittatura senza troppa ideologia ma con sano pragmatismo. Mi convinsi che i militari avevano sbagliato. Allora come oggi.

Detto questo è un bene dunque che sia andata com'è andata anche se ora dovremmo fare pressione sulla Turchia perché non applichi la pena di morte e dia garanzie agli arrestati. Tocca a noi cittadini e tocca ai nostri ministeri degli Esteri. Il golpe è una cattiva notizia ma Erdogan lo è già da un pezzo.

Quanto al golpe degli anni Settanta, ricordo un particolare. Uscimmo nella notte dall'ostello di Balikesir dove dormivamo in camerata. Uscimmo, io e il fido Enrico detto Henry, badando che il guardiano non ci vedesse per via del coprifuoco. Nella città semideserta fumammo per la prima volta il narghilè in un posticino ancora aperto. Poi ci rendemmo conto che non potevamo più rientrare nel nostro alberghetto pena frustate e reprimende e dunque vagammo nella notte fino all'alba stupefatti come bambini dalla bellezza incantata della città tutta in legno che stava sopra Sultan Ahmet e che ora non esiste quasi più. Che poteva farci il golpe a noi bianchi turisti italiani? In realtà fu pura incoscienza e per grazia divina il sogno non divenne un incubo. Come sa bene chi -vedi Cile - turista o meno, bianco o nero, incappava - anche solo per puro caso - nel maglio repressivo dei militari.
I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

La mia prima volta in Turchia - correvano i favolosi Settanta - fu durante un colpo di Stato militare. Nonostante ciò i turisti, anche con coda di cavallo o capelli alla presbitero, erano ben accetti. Ci si arrivava peraltro da un Paese, la Grecia, sotto la dittatura dei colonnelli del 21 aprile. Era il mondo spensierato dei golpe militari che venivano condotti col beneplacito internazionale che non solo lasciava fare ma semmai dava una mano. A veder oggi  la reazione di Obama durante il golpe e prima che si concludesse, viene da pensare che siamo un passo avanti. E che oggi i golpe non si usano più per rovesciare governi democraticamente eletti. Ma non è esattamente così. Mi viene in mente quel  generale egiziano che un paio di anni fa ha desautorato un presidente democraticamente eletto. Un signore nel cui Paese la tortura è un'attività sistematica dell'intelligence, cosa che era conosciuta ben prima del suo autoinsediamento poi benedette dalle urne. Allora però le reazioni furono assai più tiepide, per usare un eufemismo, quando non velatamente soddisfatte. Solo anni dopo - e dopo il caso di Giulio Regeni, dei giornalisti di Al Jazeera, delle condanne a morte, dei rapporti di Amnesty etc - il mondo si è accorto che una dittatura militare è sempre e comunque una cattiva scelta. Se vado ancora più indietro, ma nemmen di tanto, mi viene in mente l'Algeria e le elezioni vinte dal Fis e i carriarmati subito dopo nelle strade. Ero allora un giovane reporter ma fu la prima volta che ragionai davvero sulle parole democrazia e dittatura senza troppa ideologia ma con sano pragmatismo. Mi convinsi che i militari avevano sbagliato. Allora come oggi.

Detto questo è un bene dunque che sia andata com'è andata anche se ora dovremmo fare pressione sulla Turchia perché non applichi la pena di morte e dia garanzie agli arrestati. Tocca a noi cittadini e tocca ai nostri ministeri degli Esteri. Il golpe è una cattiva notizia ma Erdogan lo è già da un pezzo.

Quanto al golpe degli anni Settanta, ricordo un particolare. Uscimmo nella notte dall'ostello di Balikesir dove dormivamo in camerata. Uscimmo, io e il fido Enrico detto Henry, badando che il guardiano non ci vedesse per via del coprifuoco. Nella città semideserta fumammo per la prima volta il narghilè in un posticino ancora aperto. Poi ci rendemmo conto che non potevamo più rientrare nel nostro alberghetto pena frustate e reprimende e dunque vagammo nella notte fino all'alba stupefatti come bambini dalla bellezza incantata della città tutta in legno che stava sopra Sultan Ahmet e che ora non esiste quasi più. Che poteva farci il golpe a noi bianchi turisti italiani? In realtà fu pura incoscienza e per grazia divina il sogno non divenne un incubo. Come sa bene chi -vedi Cile - turista o meno, bianco o nero, incappava - anche solo per puro caso - nel maglio repressivo dei militari.
I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

La mia prima volta in Turchia - correvano i favolosi Settanta - fu durante un colpo di Stato militare. Nonostante ciò i turisti, anche con coda di cavallo o capelli alla presbitero, erano ben accetti. Ci si arrivava peraltro da un Paese, la Grecia, sotto la dittatura dei colonnelli del 21 aprile. Era il mondo spensierato dei golpe militari che venivano condotti col beneplacito internazionale che non solo lasciava fare ma semmai dava una mano. A veder oggi  la reazione di Obama durante il golpe e prima che si concludesse, viene da pensare che siamo un passo avanti. E che oggi i golpe non si usano più per rovesciare governi democraticamente eletti. Ma non è esattamente così. Mi viene in mente quel  generale egiziano che un paio di anni fa ha desautorato un presidente democraticamente eletto. Un signore nel cui Paese la tortura è un'attività sistematica dell'intelligence, cosa che era conosciuta ben prima del suo autoinsediamento poi benedette dalle urne. Allora però le reazioni furono assai più tiepide, per usare un eufemismo, quando non velatamente soddisfatte. Solo anni dopo - e dopo il caso di Giulio Regeni, dei giornalisti di Al Jazeera, delle condanne a morte, dei rapporti di Amnesty etc - il mondo si è accorto che una dittatura militare è sempre e comunque una cattiva scelta. Se vado ancora più indietro, ma nemmen di tanto, mi viene in mente l'Algeria e le elezioni vinte dal Fis e i carriarmati subito dopo nelle strade. Ero allora un giovane reporter ma fu la prima volta che ragionai davvero sulle parole democrazia e dittatura senza troppa ideologia ma con sano pragmatismo. Mi convinsi che i militari avevano sbagliato. Allora come oggi.

Detto questo è un bene dunque che sia andata com'è andata anche se ora dovremmo fare pressione sulla Turchia perché non applichi la pena di morte e dia garanzie agli arrestati. Tocca a noi cittadini e tocca ai nostri ministeri degli Esteri. Il golpe è una cattiva notizia ma Erdogan lo è già da un pezzo.

Quanto al golpe degli anni Settanta, ricordo un particolare. Uscimmo nella notte dall'ostello di Balikesir dove dormivamo in camerata. Uscimmo, io e il fido Enrico detto Henry, badando che il guardiano non ci vedesse per via del coprifuoco. Nella città semideserta fumammo per la prima volta il narghilè in un posticino ancora aperto. Poi ci rendemmo conto che non potevamo più rientrare nel nostro alberghetto pena frustate e reprimende e dunque vagammo nella notte fino all'alba stupefatti come bambini dalla bellezza incantata della città tutta in legno che stava sopra Sultan Ahmet e che ora non esiste quasi più. Che poteva farci il golpe a noi bianchi turisti italiani? In realtà fu pura incoscienza e per grazia divina il sogno non divenne un incubo. Come sa bene chi -vedi Cile - turista o meno, bianco o nero, incappava - anche solo per puro caso - nel maglio repressivo dei militari.
I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

I golpe turchi con due pesi diversi sulla bilancia

La mia prima volta in Turchia - correvano i favolosi Settanta - fu durante un colpo di Stato militare. Nonostante ciò i turisti, anche con coda di cavallo o capelli alla presbitero, erano ben accetti. Ci si arrivava peraltro da un Paese, la Grecia, sotto la dittatura dei colonnelli del 21 aprile. Era il mondo spensierato dei golpe militari che venivano condotti col beneplacito internazionale che non solo lasciava fare ma semmai dava una mano. A veder oggi  la reazione di Obama durante il golpe e prima che si concludesse, viene da pensare che siamo un passo avanti. E che oggi i golpe non si usano più per rovesciare governi democraticamente eletti. Ma non è esattamente così. Mi viene in mente quel  generale egiziano che un paio di anni fa ha desautorato un presidente democraticamente eletto. Un signore nel cui Paese la tortura è un'attività sistematica dell'intelligence, cosa che era conosciuta ben prima del suo autoinsediamento poi benedette dalle urne. Allora però le reazioni furono assai più tiepide, per usare un eufemismo, quando non velatamente soddisfatte. Solo anni dopo - e dopo il caso di Giulio Regeni, dei giornalisti di Al Jazeera, delle condanne a morte, dei rapporti di Amnesty etc - il mondo si è accorto che una dittatura militare è sempre e comunque una cattiva scelta. Se vado ancora più indietro, ma nemmen di tanto, mi viene in mente l'Algeria e le elezioni vinte dal Fis e i carriarmati subito dopo nelle strade. Ero allora un giovane reporter ma fu la prima volta che ragionai davvero sulle parole democrazia e dittatura senza troppa ideologia ma con sano pragmatismo. Mi convinsi che i militari avevano sbagliato. Allora come oggi.

Detto questo è un bene dunque che sia andata com'è andata anche se ora dovremmo fare pressione sulla Turchia perché non applichi la pena di morte e dia garanzie agli arrestati. Tocca a noi cittadini e tocca ai nostri ministeri degli Esteri. Il golpe è una cattiva notizia ma Erdogan lo è già da un pezzo.

Quanto al golpe degli anni Settanta, ricordo un particolare. Uscimmo nella notte dall'ostello di Balikesir dove dormivamo in camerata. Uscimmo, io e il fido Enrico detto Henry, badando che il guardiano non ci vedesse per via del coprifuoco. Nella città semideserta fumammo per la prima volta il narghilè in un posticino ancora aperto. Poi ci rendemmo conto che non potevamo più rientrare nel nostro alberghetto pena frustate e reprimende e dunque vagammo nella notte fino all'alba stupefatti come bambini dalla bellezza incantata della città tutta in legno che stava sopra Sultan Ahmet e che ora non esiste quasi più. Che poteva farci il golpe a noi bianchi turisti italiani? In realtà fu pura incoscienza e per grazia divina il sogno non divenne un incubo. Come sa bene chi -vedi Cile - turista o meno, bianco o nero, incappava - anche solo per puro caso - nel maglio repressivo dei militari.
La Turchia nelle prime pagine dei giornali arabi

La Turchia nelle prime pagine dei giornali arabi

Al-Mustaqbal – quotidiano libanese Turchia: “quinto colpo di stato” o “secondo Erdogan”? Il governo afferma di avere il controllo della situazione, supportato dalle grandi potenze Al-Hayat – quotidiano saudita Turchia: colpo di stato dell’esercito … primo ministro: «tentativo fallito» Chiuso aeroporto di Ataturk, dichiarata la legge marziale nel Paese e Erdogan chiede ai cittadini di scendere in […]

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Strategia dell’odio

di Zouhir Louassini, Osservatore Romano (16/07/2016). È «difficile affrontare il terrorismo di matrice islamista se l’occidente non riesce ancora a distinguere un imam da un prete» scriveva nel 2001 l’editorialista Jihad al-Khazen subito dopo l’11 settembre criticando la visione occidentale del radicalismo islamico. E molti intellettuali arabi insistono che per lottare efficacemente contro questo cancro che ci […]

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Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

mcc43   15-16 luglio 2016 “Il primo ministro turco Binali Yildirim ha annunciato in un discorso televisivo che  durante il tentativo di colpo di stato in Turchia, dalla sera di Venerdì all’alba di Sabato, 165 persone sono morte,  più di 1400 i feriti. 2839 membri dell’esercito sono stati arrestati per il tentativo di colpo di […]
Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

mcc43   15-16 luglio 2016 “Il primo ministro turco Binali Yildirim ha annunciato in un discorso televisivo che  durante il tentativo di colpo di stato in Turchia, dalla sera di Venerdì all’alba di Sabato, 165 persone sono morte,  più di 1400 i feriti. 2839 membri dell’esercito sono stati arrestati per il tentativo di colpo di […]
Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

mcc43   15-16 luglio 2016 “Il primo ministro turco Binali Yildirim ha annunciato in un discorso televisivo che  durante il tentativo di colpo di stato in Turchia, dalla sera di Venerdì all’alba di Sabato, 165 persone sono morte,  più di 1400 i feriti. 2839 membri dell’esercito sono stati arrestati per il tentativo di colpo di […]

Cucina saudita: aysh bi lahm, torta di pane ripiena di carne

Con la ricetta di oggi andiamo a conoscere un piatto noto anche come “pizza saudita”, ma il cui significato in arabo è proprio quello di “pane con carne”: scopriamo come preparare l’aysh bi lahm! Ingredienti: Per la pasta di pane: 350g di farina 1 cucchiaio di lievito istantaneo 2 cucchiai di latte in polvere 1 […]

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E se andassimo in clausura?

Ci sarebbe bisogno di un po’ di ipermetropia, e di distacco dal mondo. Non è possibile, certo. Quello che è certo, invece, è la bulimia delle informazioni. Ingurgitiamo le informazioni che qualcuno dissemina attraverso algoritmi e simili aggeggi su Facebook e altri social. Ingurgitiamo notizie, foto, video e crediamo sia necessario reagire subito. Come seRead more

E se andassimo in clausura?

Ci sarebbe bisogno di un po’ di ipermetropia, e di distacco dal mondo. Non è possibile, certo. Quello che è certo, invece, è la bulimia delle informazioni. Ingurgitiamo le informazioni che qualcuno dissemina attraverso algoritmi e simili aggeggi su Facebook e altri social. Ingurgitiamo notizie, foto, video e crediamo sia necessario reagire subito. Come seRead more

E se andassimo in clausura?

Ci sarebbe bisogno di un po’ di ipermetropia, e di distacco dal mondo. Non è possibile, certo. Quello che è certo, invece, è la bulimia delle informazioni. Ingurgitiamo le informazioni che qualcuno dissemina attraverso algoritmi e simili aggeggi su Facebook e altri social. Ingurgitiamo notizie, foto, video e crediamo sia necessario reagire subito. Come seRead more

E se andassimo in clausura?

Ci sarebbe bisogno di un po’ di ipermetropia, e di distacco dal mondo. Non è possibile, certo. Quello che è certo, invece, è la bulimia delle informazioni. Ingurgitiamo le informazioni che qualcuno dissemina attraverso algoritmi e simili aggeggi su Facebook e altri social. Ingurgitiamo notizie, foto, video e crediamo sia necessario reagire subito. Come seRead more

E se andassimo in clausura?

Ci sarebbe bisogno di un po’ di ipermetropia, e di distacco dal mondo. Non è possibile, certo. Quello che è certo, invece, è la bulimia delle informazioni. Ingurgitiamo le informazioni che qualcuno dissemina attraverso algoritmi e simili aggeggi su Facebook e altri social. Ingurgitiamo notizie, foto, video e crediamo sia necessario reagire subito. Come seRead more

I diversi tipi di lotta: da quella geografica a quella esplosiva

Di Michel Hanna Haj. Ray al-Youm (15/07/2016). Traduzione e sintesi di Laura Cassata. Mentre si cerca di liberare le città di Fallujah e Manjib dal controllo del sedicente Stato Islamico, le forze di Daesh (ISIS) rispondono con attentati a Baghdad, nel distretto di Karrada e non solo. Adesso si è aggiunto un nuovo fronte del […]

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Novità editoriali: “Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi

Siamo al centro di Algeri, in un palazzo fatiscente, dove abita una famiglia, i cui membri, a turno, si racconteranno, svelando i segreti gli uni degli altri. Due fratelli non si parlano più, una sorella è troppo bella per sentirsi a suo agio nel mondo e l’altra, la maggiore, è appena tornata a casa della […]

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Consiglio di lettura: “L’autistico e il piccione viaggiatore” di Rodaan Al Galidi

Consiglio di lettura: “L’autistico e il piccione viaggiatore” di Rodaan Al Galidi

Oggi vi voglio parlare di un libro uscito da poco, lo scorso marzo, pubblicato dalla casa editrice Il Sirente, secondo della collana Altriarabi Migrante. È un romanzo breve, ma ricco e molto incisivo che fa sorridere e riflettere. Parla della storia di Geert, un ragazzo autistico, raccontando il suo mondo, a partire dal suo concepimento […]

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Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Arthur Conolly: finì ucciso
 dall'emiro di Bukhara
Dopo che  Obama ha deciso di rallentare l'uscita delle truppe americane dall'Afghanistan, la Nato ha reiterato il prolungamento della sua missione oltre il 2016 e il governo di Kabul ha spiegato che non ha alcuna intenzione di rivitalizzare il processo di pace, lo stallo è più che evidente. Qui di seguito un'analisi* che cerca di fare il punto della situazione

                           -------------------

Com’è noto la locuzione “Grande Gioco” - Great Game – si deve al britannico Arthur Conolly. Era uno dei tanti esploratori, diplomatici, spie al servizio di Sua Maestà britannica e aveva dato questo nome all’intrigo che dal 1800 aveva opposto soprattutto britannici e russi, ma anche francesi, persiani, afgani, circassi o turcmeni, che durante due secoli si erano combattuti, spiati, alleati e traditi in vista della grande posta in gioco: la conquista, o la conservazione della conquista, dell’India e, in molti casi, della propria indipendenza dalle mire russe o britanniche in Asia. Quello che in tempi recenti è stato chiamato Nuovo Grande Gioco sembra assomigliare alla primigenia edizione, benché la posta in gioco sia ovviamente mutata e così le tecniche per raggiungerla, ma mai come oggi sembra più appropriato il termine che aveva scelto un ministro dello Zar per descrivere quella guerra prolungata e non sempre guerreggiata senza esclusione di colpi: torneo delle ombre. Oggi come allora si agitano infatti, sullo sfondo del conflitto afgano, delle violenze in Pakistan, dei sommovimenti nel Caucaso, in Tagikistan, in Uzbekistan o nel Turkestan cinese, protagonisti e comprimari spesso in ombra assai più che tra l’800 e il 900. Sicuramente il campo di battaglia primario resta l’Afghanistan, ed è su questo campo di battaglia che porremo la nostra attenzione ma senza dimenticare le ombre che lo circondano. Metteremo assieme qualche idea e molte domande senza aver la pretesa di indicare risposte ma cercando di mettere in fila alcuni interrogativi che, oggi come allora, coinvolgono le grandi potenze regionali, gli Stati confinanti dal Caspio alla Cina, e le superpotenze che, adesso come un tempo, sono interessate al controllo di questo pietroso Paese senza sbocco al mare, quasi privo di gas e petrolio e con ricchezze minerarie ancora poco esplorate e comunque di difficile estrazione. Porremo la nostra attenzione soprattutto sull’Afghanistan per un semplicissimo motivo: la guerra – o la stagione di conflitto perenne iniziata con l’invasione sovietica del 1979 (quasi quarant’anni fa) – è ben lungi dall’esser terminata e assiste anzi a una ripresa che, solo in termini di vite umane, è diventata più esigente da quando la missione Isaf Nato si è ritirata – sostituita dalla più mite missione dell’Alleanza “Resolute Support” – nel dicembre 2014. Il fatto che la guerra afgana sia uscita dai riflettori della cronaca è solo – se mai ce ne fosse bisogno – l’indicazione che – per citare un vecchio adagio pacifista – la prima vittima della guerra è la verità. La guerra infatti non è affatto finita e gode anzi – ci si perdoni l’iperbole - di ottima salute.

Attori, comprimari, obiettivi

Non è difficile elencare i motivi per i quali l’Afghanistan desta interesse o apprensione e si presta ad essere un terreno di gioco più o meno eterodiretto. E’ facile comprenderlo per gli Stati confinanti.

La Nato ha appena deciso
che la sua missione andrà
oltre il 2016 con circa 1200 uomini
Il Paese è un crocevia naturale sia delle assi commerciali Est Ovest Nord Sud sia per la posizione strategica per il passaggio di gasdotti e oleodotti. Cina e India sembrano i Paesi più interessati alla fine della turbolenza afgana di cui beneficerebbero però anche la Russia e i Paesi centroasiatici molti dei quali hanno già firmato con Kabul accordi per il passaggio dei tubi, affare cui sono interessate anche aziende occidentali (e italiane). Il Pakistan rappresenta un caso a parte ma si potrebbe ritenere che non sia più interessato a un’Afghanistan destabilizzato, a patto che un governo stabile a Kabul non sia anti pachistano. Infine il Paese è ricco di terre rare e minerali anche se di difficile estrazione. I cinesi hanno già firmato contratti importanti e stanno sviluppando una direttrice viaria che dal corridoio di Wakan, che confina con la Cina, raggiungerebbe Kabul via Panjshir.

La presenza di una guerriglia islamista di lunga esperienza militare e i santuari alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan restano un elemento di preoccupazione seria per la Cina e i Paesi centroasiatici confinanti: temono non solo il contagio ma l’esistenza di una retrovia logistica in grado di ospitare i combattenti (i casi più evidenti sono quelli uzbeco e uiguro) che non solo sfuggono così alla cattura ma possono riorganizzare le proprie fila soprattutto nei territori a cavallo della Durand Line, il poroso confine tra i due Paesi. Ciò è vero anche per realtà geograficamente non confinanti come Azerbaijan o Cecenia e la stessa Russia.

Per Iran e Pakistan l’Afghanistan è una sorta di retrovia strategico in caso di guerra con un nemico vicino (l’India nel caso pachistano) o lontano (gli Stati Uniti nel caso iraniano). Per Teheran e Islamabad è dunque vitale avere un governo amico o comunque il controllo di rapide vie d’accesso e di gruppi armati (più o meno talebani) fedeli a Teheran o Islamabad da utilizzare in caso di necessità.

Gli americani hanno un interesse geostrategico che attualmente significa avere il controllo di una decina di basi aeree nel Paese e il controllo totale della grande base di Bagram. Fondamentali in caso di guerra con l’Iran e persino in vista di un conflitto con la Russia. Infine per gli Stati Uniti una sconfitta totale del governo di Kabul aumenterebbe, oltre che il pericolo islamista, la sempre più scarsa fiducia nelle recenti operazioni di esportazione della democrazia o, se si vuole, del modello americano. C’è infine un elemento di puntiglio nazionale essendo stata Washington a innescare l’ultima guerra afgana nel 2001.

Gli europei sembrano più che altro seguire le indicazioni americane e non hanno una politica chiara nei confronti di un Paese verso il quale si sentono comunque in debito, motivo per il quale gli aiuti si sono ridotti ma non spenti e resta una presenza militare significativa anche se assai ridotta (l’Italia per esempio è passata da 4mila a 800 soldati). Non manca qualche appetito economico in campo energetico, gestibile in futuro se il Paese si stabilizza.

L’Arabia saudita e i Paesi del Golfo giocano un ruolo defilato ma abbastanza rilevante. I primi hanno sostenuto i talebani e non sono forse estranei alle azioni di Daesh. I secondi sono la banca per eccellenza degli affari leciti e illeciti afgani. Entrambi giocano un ruolo nel processo di pace: i sauditi hanno promosso in passato diversi incontri ritagliandosi un protagonismo evidente che poi è stato, in un certo senso e almeno all’apparenza, passato in gestione agli emirati del Golfo, Qatar in primo luogo: ospita un ufficio politico dei talebani anche se di fatto non funziona. La politica saudita è in questo momento una delle ombre più consistenti e inquietanti e potrebbe essere interessata a un rinvio del processo di stabilizzazione per conservare una carta afgana da giocare su altri tavoli. Qual è la sua agenda e come la gestisce con gli altri Paesi del Golfo con cui è a volte (vedi proprio il caso Qatar) in competizione?

La Russia ha un ovvio interesse strategico, un’evidente preoccupazione per le spinte islamiste e il traffico di oppiacei, un interesse difensivo nei confronti dell’epansionismo americano, un interesse espansivo – com’è sua tradizione in questa fetta di mondo. Infine ha bisogno di far dimenticare il suo passato in quest’area. La turbolenza alle frontiere afgane in realtà le sta fornendo in questo momento due carte da giocare e già giocate: il rafforzamento del sistema difensivo alle frontiere meridionali dei Paesi dell’Asia centrale confinanti con l’Afghanistan, con le quali esiste un patto militare di cui abbiamo visto gli effetti all’inizio del 2016 durante la battaglia di Kunduz (nota per l’incidente all’ospedale di Msf), quando il dispositivo difensivo ai confini è stato rafforzato con evidenza dall’apparato militare russo. Infine, come nella miglior tradizione del torneo delle ombre, Mosca è riuscita a convincere gli afgani – che fino a ieri  ritenevano i russi nemici per eccellenza - ad accettare aiuti militari seppur simbolici. Criticando ferocemente gli errori della Nato, Mosca è anche riuscita ad avere buona stampa sui giornali locali e le sue azioni sono in risalita. Può presumibilmente contare sull'appoggio iraniano – suo alleato sul fronte siriano - per rientrare nella partita.

Chi ha interesse nel processo di pace? I grandi giocatori

Visto così il quadro sembrerebbe presentare un univoco desiderio di portare governo e guerriglia al tavolo negoziale. Chi lo sta facendo?

I pachistani sembrano impegnati a convincere i talebani afgani a cedere ma hanno venduto la pelle dell’orso troppo presto e dimostrato così di non avere affatto il controllo sulla guerriglia che la vulgata attribuisce loro. Sembra di capire che la morte di mullah Omar – rivelata nell’agosto 2015 – avesse aperto uno spiraglio con la nomina di mullah Mansur, suo ex braccio destro, a capo della guerriglia e con la scelta di Islamabad di cambiare strategia. Ritenuto un uomo del Pakistan, il nuovo capo ha però dovuto far fronte a una rivolta interna e alla nascita di Daesh. Se Daesh resta un problema relativo, la rivolta interna non lo era. Una lettura possibile è che Mansur, per serrare i ranghi, sia stato meno docile ai richiami di Islamabad e abbia anzi dato il via a una campagna militare senza esclusione di colpi proprio per fugare la fama di venduto ai pachistani. La sua uccisione nel maggio 2016 per mano americana, con un drone che per la prima volta ha colpito nella regione pachistana del Belucistan (fino ad allora per convenzione off limits), ha sparigliato tutti i giochi. Mullah Haibatullah Akhundzada, che lo ha subito sostituito, ha promesso vendetta e una nuova campagna militare che ha fatto infuriare gli afgani e seppellito il negoziato ma anche le strategie di Islamabad.

Il classico di Peter Hopkirk
Kabul è ossessionata dalla convinzione che ogni male si debba al Pakistan reo di ospitare, finanziare, allevare talebani. Ha scelto di fare la stessa cosa sul suo territorio coi talebani pachistani, i guerriglieri anti Islamabad al di là della frontiera (“cugini” dei fratelli afgani ma più violenti e brutali), ripagando il Pakistan con la sua stessa moneta. E’ interessante notare che appena i due Paesi si riavvicinano (sia il presidente Ghani, sia il premier pachistano Nawaz Sharif sono “aperturisti”) succede qualcosa che li allontana (di solito una strage non sempre rivendicata o incidenti alla frontiera). I rapporti sono sempre tesi sia per le controversie di confine o sui dazi commerciali, sia per la gestione dei rispettivi profughi (il Pakistan ospita circa un milione e mezzo di afgani, Kabul deve gestire una fuga massiccia di profughi dal Waziristan pachistano messo a ferro e fuoco da due anni dall’esercito del Paese dei puri). Kabul per ora non sembra il fautore di una politica di aperture e riconciliazioni. L’ultima invenzione, abortita dopo gli ultimi attacchi stragisti talebani soprattutto nella capitale, è stata la nascita di un comitato quadrilaterale con Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina. Una buona idea coinvolgere la Cina e forse una buona idea cominciare da 4 e non da 8 o 10 (anche se in effetti non ha molto senso lasciar fuori Teheran, Riad, Delhi e persino Mosca), ma comunque una scelta di sola cornice per accompagnare un processo negoziale per ora abortito. E’ probabile che la Quadrilaterale, decisa a Kabul, sia stata pensata a Washington ma un tavolo negoziale senza il nemico non è un tavolo negoziale. Se poi il probabile principale negoziatore è stato ucciso...

L’ultimo grande attore – ma il maggiore per importanza e peso politico militare - sono gli stati Uniti ma la loro politica appare davvero poco chiara e ondivaga. Washington è stata una paladina del disimpegno militare ma poi ha rafforzato il suo dispositivo di sicurezza nel Paese rallentandone i tempi. Non ha mai preso in considerazione un passo indietro sulle basi e nemmeno enucleato la possibilità – anche solo congetturale - di andarsene dall’Afghanistan, precondizione dei talebani per trattare con Kabul. Infine sta continuando una politica di uccisioni mirate con i droni sia in Pakistan sia in Afghanistan. E una di queste vittime è stata appunto mullah Mansur, il possibile negoziatore della pace.


Levico Terme, 8 luglio 2016

La guerra in Afghanistan tra vecchi e nuovi attori. Relazione di Emanuele Giordana al convegno: SGUARDI SULLA REGIONE DEL CASPIO E L'ASIA CENTRALE




Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Arthur Conolly: finì ucciso
 dall'emiro di Bukhara
Dopo che  Obama ha deciso di rallentare l'uscita delle truppe americane dall'Afghanistan, la Nato ha reiterato il prolungamento della sua missione oltre il 2016 e il governo di Kabul ha spiegato che non ha alcuna intenzione di rivitalizzare il processo di pace, lo stallo è più che evidente. Qui di seguito un'analisi* che cerca di fare il punto della situazione

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Com’è noto la locuzione “Grande Gioco” - Great Game – si deve al britannico Arthur Conolly. Era uno dei tanti esploratori, diplomatici, spie al servizio di Sua Maestà britannica e aveva dato questo nome all’intrigo che dal 1800 aveva opposto soprattutto britannici e russi, ma anche francesi, persiani, afgani, circassi o turcmeni, che durante due secoli si erano combattuti, spiati, alleati e traditi in vista della grande posta in gioco: la conquista, o la conservazione della conquista, dell’India e, in molti casi, della propria indipendenza dalle mire russe o britanniche in Asia. Quello che in tempi recenti è stato chiamato Nuovo Grande Gioco sembra assomigliare alla primigenia edizione, benché la posta in gioco sia ovviamente mutata e così le tecniche per raggiungerla, ma mai come oggi sembra più appropriato il termine che aveva scelto un ministro dello Zar per descrivere quella guerra prolungata e non sempre guerreggiata senza esclusione di colpi: torneo delle ombre. Oggi come allora si agitano infatti, sullo sfondo del conflitto afgano, delle violenze in Pakistan, dei sommovimenti nel Caucaso, in Tagikistan, in Uzbekistan o nel Turkestan cinese, protagonisti e comprimari spesso in ombra assai più che tra l’800 e il 900. Sicuramente il campo di battaglia primario resta l’Afghanistan, ed è su questo campo di battaglia che porremo la nostra attenzione ma senza dimenticare le ombre che lo circondano. Metteremo assieme qualche idea e molte domande senza aver la pretesa di indicare risposte ma cercando di mettere in fila alcuni interrogativi che, oggi come allora, coinvolgono le grandi potenze regionali, gli Stati confinanti dal Caspio alla Cina, e le superpotenze che, adesso come un tempo, sono interessate al controllo di questo pietroso Paese senza sbocco al mare, quasi privo di gas e petrolio e con ricchezze minerarie ancora poco esplorate e comunque di difficile estrazione. Porremo la nostra attenzione soprattutto sull’Afghanistan per un semplicissimo motivo: la guerra – o la stagione di conflitto perenne iniziata con l’invasione sovietica del 1979 (quasi quarant’anni fa) – è ben lungi dall’esser terminata e assiste anzi a una ripresa che, solo in termini di vite umane, è diventata più esigente da quando la missione Isaf Nato si è ritirata – sostituita dalla più mite missione dell’Alleanza “Resolute Support” – nel dicembre 2014. Il fatto che la guerra afgana sia uscita dai riflettori della cronaca è solo – se mai ce ne fosse bisogno – l’indicazione che – per citare un vecchio adagio pacifista – la prima vittima della guerra è la verità. La guerra infatti non è affatto finita e gode anzi – ci si perdoni l’iperbole - di ottima salute.

Attori, comprimari, obiettivi

Non è difficile elencare i motivi per i quali l’Afghanistan desta interesse o apprensione e si presta ad essere un terreno di gioco più o meno eterodiretto. E’ facile comprenderlo per gli Stati confinanti.

La Nato ha appena deciso
che la sua missione andrà
oltre il 2016 con circa 1200 uomini
Il Paese è un crocevia naturale sia delle assi commerciali Est Ovest Nord Sud sia per la posizione strategica per il passaggio di gasdotti e oleodotti. Cina e India sembrano i Paesi più interessati alla fine della turbolenza afgana di cui beneficerebbero però anche la Russia e i Paesi centroasiatici molti dei quali hanno già firmato con Kabul accordi per il passaggio dei tubi, affare cui sono interessate anche aziende occidentali (e italiane). Il Pakistan rappresenta un caso a parte ma si potrebbe ritenere che non sia più interessato a un’Afghanistan destabilizzato, a patto che un governo stabile a Kabul non sia anti pachistano. Infine il Paese è ricco di terre rare e minerali anche se di difficile estrazione. I cinesi hanno già firmato contratti importanti e stanno sviluppando una direttrice viaria che dal corridoio di Wakan, che confina con la Cina, raggiungerebbe Kabul via Panjshir.

La presenza di una guerriglia islamista di lunga esperienza militare e i santuari alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan restano un elemento di preoccupazione seria per la Cina e i Paesi centroasiatici confinanti: temono non solo il contagio ma l’esistenza di una retrovia logistica in grado di ospitare i combattenti (i casi più evidenti sono quelli uzbeco e uiguro) che non solo sfuggono così alla cattura ma possono riorganizzare le proprie fila soprattutto nei territori a cavallo della Durand Line, il poroso confine tra i due Paesi. Ciò è vero anche per realtà geograficamente non confinanti come Azerbaijan o Cecenia e la stessa Russia.

Per Iran e Pakistan l’Afghanistan è una sorta di retrovia strategico in caso di guerra con un nemico vicino (l’India nel caso pachistano) o lontano (gli Stati Uniti nel caso iraniano). Per Teheran e Islamabad è dunque vitale avere un governo amico o comunque il controllo di rapide vie d’accesso e di gruppi armati (più o meno talebani) fedeli a Teheran o Islamabad da utilizzare in caso di necessità.

Gli americani hanno un interesse geostrategico che attualmente significa avere il controllo di una decina di basi aeree nel Paese e il controllo totale della grande base di Bagram. Fondamentali in caso di guerra con l’Iran e persino in vista di un conflitto con la Russia. Infine per gli Stati Uniti una sconfitta totale del governo di Kabul aumenterebbe, oltre che il pericolo islamista, la sempre più scarsa fiducia nelle recenti operazioni di esportazione della democrazia o, se si vuole, del modello americano. C’è infine un elemento di puntiglio nazionale essendo stata Washington a innescare l’ultima guerra afgana nel 2001.

Gli europei sembrano più che altro seguire le indicazioni americane e non hanno una politica chiara nei confronti di un Paese verso il quale si sentono comunque in debito, motivo per il quale gli aiuti si sono ridotti ma non spenti e resta una presenza militare significativa anche se assai ridotta (l’Italia per esempio è passata da 4mila a 800 soldati). Non manca qualche appetito economico in campo energetico, gestibile in futuro se il Paese si stabilizza.

L’Arabia saudita e i Paesi del Golfo giocano un ruolo defilato ma abbastanza rilevante. I primi hanno sostenuto i talebani e non sono forse estranei alle azioni di Daesh. I secondi sono la banca per eccellenza degli affari leciti e illeciti afgani. Entrambi giocano un ruolo nel processo di pace: i sauditi hanno promosso in passato diversi incontri ritagliandosi un protagonismo evidente che poi è stato, in un certo senso e almeno all’apparenza, passato in gestione agli emirati del Golfo, Qatar in primo luogo: ospita un ufficio politico dei talebani anche se di fatto non funziona. La politica saudita è in questo momento una delle ombre più consistenti e inquietanti e potrebbe essere interessata a un rinvio del processo di stabilizzazione per conservare una carta afgana da giocare su altri tavoli. Qual è la sua agenda e come la gestisce con gli altri Paesi del Golfo con cui è a volte (vedi proprio il caso Qatar) in competizione?

La Russia ha un ovvio interesse strategico, un’evidente preoccupazione per le spinte islamiste e il traffico di oppiacei, un interesse difensivo nei confronti dell’epansionismo americano, un interesse espansivo – com’è sua tradizione in questa fetta di mondo. Infine ha bisogno di far dimenticare il suo passato in quest’area. La turbolenza alle frontiere afgane in realtà le sta fornendo in questo momento due carte da giocare e già giocate: il rafforzamento del sistema difensivo alle frontiere meridionali dei Paesi dell’Asia centrale confinanti con l’Afghanistan, con le quali esiste un patto militare di cui abbiamo visto gli effetti all’inizio del 2016 durante la battaglia di Kunduz (nota per l’incidente all’ospedale di Msf), quando il dispositivo difensivo ai confini è stato rafforzato con evidenza dall’apparato militare russo. Infine, come nella miglior tradizione del torneo delle ombre, Mosca è riuscita a convincere gli afgani – che fino a ieri  ritenevano i russi nemici per eccellenza - ad accettare aiuti militari seppur simbolici. Criticando ferocemente gli errori della Nato, Mosca è anche riuscita ad avere buona stampa sui giornali locali e le sue azioni sono in risalita. Può presumibilmente contare sull'appoggio iraniano – suo alleato sul fronte siriano - per rientrare nella partita.

Chi ha interesse nel processo di pace? I grandi giocatori

Visto così il quadro sembrerebbe presentare un univoco desiderio di portare governo e guerriglia al tavolo negoziale. Chi lo sta facendo?

I pachistani sembrano impegnati a convincere i talebani afgani a cedere ma hanno venduto la pelle dell’orso troppo presto e dimostrato così di non avere affatto il controllo sulla guerriglia che la vulgata attribuisce loro. Sembra di capire che la morte di mullah Omar – rivelata nell’agosto 2015 – avesse aperto uno spiraglio con la nomina di mullah Mansur, suo ex braccio destro, a capo della guerriglia e con la scelta di Islamabad di cambiare strategia. Ritenuto un uomo del Pakistan, il nuovo capo ha però dovuto far fronte a una rivolta interna e alla nascita di Daesh. Se Daesh resta un problema relativo, la rivolta interna non lo era. Una lettura possibile è che Mansur, per serrare i ranghi, sia stato meno docile ai richiami di Islamabad e abbia anzi dato il via a una campagna militare senza esclusione di colpi proprio per fugare la fama di venduto ai pachistani. La sua uccisione nel maggio 2016 per mano americana, con un drone che per la prima volta ha colpito nella regione pachistana del Belucistan (fino ad allora per convenzione off limits), ha sparigliato tutti i giochi. Mullah Haibatullah Akhundzada, che lo ha subito sostituito, ha promesso vendetta e una nuova campagna militare che ha fatto infuriare gli afgani e seppellito il negoziato ma anche le strategie di Islamabad.

Il classico di Peter Hopkirk
Kabul è ossessionata dalla convinzione che ogni male si debba al Pakistan reo di ospitare, finanziare, allevare talebani. Ha scelto di fare la stessa cosa sul suo territorio coi talebani pachistani, i guerriglieri anti Islamabad al di là della frontiera (“cugini” dei fratelli afgani ma più violenti e brutali), ripagando il Pakistan con la sua stessa moneta. E’ interessante notare che appena i due Paesi si riavvicinano (sia il presidente Ghani, sia il premier pachistano Nawaz Sharif sono “aperturisti”) succede qualcosa che li allontana (di solito una strage non sempre rivendicata o incidenti alla frontiera). I rapporti sono sempre tesi sia per le controversie di confine o sui dazi commerciali, sia per la gestione dei rispettivi profughi (il Pakistan ospita circa un milione e mezzo di afgani, Kabul deve gestire una fuga massiccia di profughi dal Waziristan pachistano messo a ferro e fuoco da due anni dall’esercito del Paese dei puri). Kabul per ora non sembra il fautore di una politica di aperture e riconciliazioni. L’ultima invenzione, abortita dopo gli ultimi attacchi stragisti talebani soprattutto nella capitale, è stata la nascita di un comitato quadrilaterale con Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina. Una buona idea coinvolgere la Cina e forse una buona idea cominciare da 4 e non da 8 o 10 (anche se in effetti non ha molto senso lasciar fuori Teheran, Riad, Delhi e persino Mosca), ma comunque una scelta di sola cornice per accompagnare un processo negoziale per ora abortito. E’ probabile che la Quadrilaterale, decisa a Kabul, sia stata pensata a Washington ma un tavolo negoziale senza il nemico non è un tavolo negoziale. Se poi il probabile principale negoziatore è stato ucciso...

L’ultimo grande attore – ma il maggiore per importanza e peso politico militare - sono gli stati Uniti ma la loro politica appare davvero poco chiara e ondivaga. Washington è stata una paladina del disimpegno militare ma poi ha rafforzato il suo dispositivo di sicurezza nel Paese rallentandone i tempi. Non ha mai preso in considerazione un passo indietro sulle basi e nemmeno enucleato la possibilità – anche solo congetturale - di andarsene dall’Afghanistan, precondizione dei talebani per trattare con Kabul. Infine sta continuando una politica di uccisioni mirate con i droni sia in Pakistan sia in Afghanistan. E una di queste vittime è stata appunto mullah Mansur, il possibile negoziatore della pace.


Levico Terme, 8 luglio 2016

La guerra in Afghanistan tra vecchi e nuovi attori. Relazione di Emanuele Giordana al convegno: SGUARDI SULLA REGIONE DEL CASPIO E L'ASIA CENTRALE




Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Arthur Conolly: finì ucciso
 dall'emiro di Bukhara
Dopo che  Obama ha deciso di rallentare l'uscita delle truppe americane dall'Afghanistan, la Nato ha reiterato il prolungamento della sua missione oltre il 2016 e il governo di Kabul ha spiegato che non ha alcuna intenzione di rivitalizzare il processo di pace, lo stallo è più che evidente. Qui di seguito un'analisi* che cerca di fare il punto della situazione

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Com’è noto la locuzione “Grande Gioco” - Great Game – si deve al britannico Arthur Conolly. Era uno dei tanti esploratori, diplomatici, spie al servizio di Sua Maestà britannica e aveva dato questo nome all’intrigo che dal 1800 aveva opposto soprattutto britannici e russi, ma anche francesi, persiani, afgani, circassi o turcmeni, che durante due secoli si erano combattuti, spiati, alleati e traditi in vista della grande posta in gioco: la conquista, o la conservazione della conquista, dell’India e, in molti casi, della propria indipendenza dalle mire russe o britanniche in Asia. Quello che in tempi recenti è stato chiamato Nuovo Grande Gioco sembra assomigliare alla primigenia edizione, benché la posta in gioco sia ovviamente mutata e così le tecniche per raggiungerla, ma mai come oggi sembra più appropriato il termine che aveva scelto un ministro dello Zar per descrivere quella guerra prolungata e non sempre guerreggiata senza esclusione di colpi: torneo delle ombre. Oggi come allora si agitano infatti, sullo sfondo del conflitto afgano, delle violenze in Pakistan, dei sommovimenti nel Caucaso, in Tagikistan, in Uzbekistan o nel Turkestan cinese, protagonisti e comprimari spesso in ombra assai più che tra l’800 e il 900. Sicuramente il campo di battaglia primario resta l’Afghanistan, ed è su questo campo di battaglia che porremo la nostra attenzione ma senza dimenticare le ombre che lo circondano. Metteremo assieme qualche idea e molte domande senza aver la pretesa di indicare risposte ma cercando di mettere in fila alcuni interrogativi che, oggi come allora, coinvolgono le grandi potenze regionali, gli Stati confinanti dal Caspio alla Cina, e le superpotenze che, adesso come un tempo, sono interessate al controllo di questo pietroso Paese senza sbocco al mare, quasi privo di gas e petrolio e con ricchezze minerarie ancora poco esplorate e comunque di difficile estrazione. Porremo la nostra attenzione soprattutto sull’Afghanistan per un semplicissimo motivo: la guerra – o la stagione di conflitto perenne iniziata con l’invasione sovietica del 1979 (quasi quarant’anni fa) – è ben lungi dall’esser terminata e assiste anzi a una ripresa che, solo in termini di vite umane, è diventata più esigente da quando la missione Isaf Nato si è ritirata – sostituita dalla più mite missione dell’Alleanza “Resolute Support” – nel dicembre 2014. Il fatto che la guerra afgana sia uscita dai riflettori della cronaca è solo – se mai ce ne fosse bisogno – l’indicazione che – per citare un vecchio adagio pacifista – la prima vittima della guerra è la verità. La guerra infatti non è affatto finita e gode anzi – ci si perdoni l’iperbole - di ottima salute.

Attori, comprimari, obiettivi

Non è difficile elencare i motivi per i quali l’Afghanistan desta interesse o apprensione e si presta ad essere un terreno di gioco più o meno eterodiretto. E’ facile comprenderlo per gli Stati confinanti.

La Nato ha appena deciso
che la sua missione andrà
oltre il 2016 con circa 1200 uomini
Il Paese è un crocevia naturale sia delle assi commerciali Est Ovest Nord Sud sia per la posizione strategica per il passaggio di gasdotti e oleodotti. Cina e India sembrano i Paesi più interessati alla fine della turbolenza afgana di cui beneficerebbero però anche la Russia e i Paesi centroasiatici molti dei quali hanno già firmato con Kabul accordi per il passaggio dei tubi, affare cui sono interessate anche aziende occidentali (e italiane). Il Pakistan rappresenta un caso a parte ma si potrebbe ritenere che non sia più interessato a un’Afghanistan destabilizzato, a patto che un governo stabile a Kabul non sia anti pachistano. Infine il Paese è ricco di terre rare e minerali anche se di difficile estrazione. I cinesi hanno già firmato contratti importanti e stanno sviluppando una direttrice viaria che dal corridoio di Wakan, che confina con la Cina, raggiungerebbe Kabul via Panjshir.

La presenza di una guerriglia islamista di lunga esperienza militare e i santuari alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan restano un elemento di preoccupazione seria per la Cina e i Paesi centroasiatici confinanti: temono non solo il contagio ma l’esistenza di una retrovia logistica in grado di ospitare i combattenti (i casi più evidenti sono quelli uzbeco e uiguro) che non solo sfuggono così alla cattura ma possono riorganizzare le proprie fila soprattutto nei territori a cavallo della Durand Line, il poroso confine tra i due Paesi. Ciò è vero anche per realtà geograficamente non confinanti come Azerbaijan o Cecenia e la stessa Russia.

Per Iran e Pakistan l’Afghanistan è una sorta di retrovia strategico in caso di guerra con un nemico vicino (l’India nel caso pachistano) o lontano (gli Stati Uniti nel caso iraniano). Per Teheran e Islamabad è dunque vitale avere un governo amico o comunque il controllo di rapide vie d’accesso e di gruppi armati (più o meno talebani) fedeli a Teheran o Islamabad da utilizzare in caso di necessità.

Gli americani hanno un interesse geostrategico che attualmente significa avere il controllo di una decina di basi aeree nel Paese e il controllo totale della grande base di Bagram. Fondamentali in caso di guerra con l’Iran e persino in vista di un conflitto con la Russia. Infine per gli Stati Uniti una sconfitta totale del governo di Kabul aumenterebbe, oltre che il pericolo islamista, la sempre più scarsa fiducia nelle recenti operazioni di esportazione della democrazia o, se si vuole, del modello americano. C’è infine un elemento di puntiglio nazionale essendo stata Washington a innescare l’ultima guerra afgana nel 2001.

Gli europei sembrano più che altro seguire le indicazioni americane e non hanno una politica chiara nei confronti di un Paese verso il quale si sentono comunque in debito, motivo per il quale gli aiuti si sono ridotti ma non spenti e resta una presenza militare significativa anche se assai ridotta (l’Italia per esempio è passata da 4mila a 800 soldati). Non manca qualche appetito economico in campo energetico, gestibile in futuro se il Paese si stabilizza.

L’Arabia saudita e i Paesi del Golfo giocano un ruolo defilato ma abbastanza rilevante. I primi hanno sostenuto i talebani e non sono forse estranei alle azioni di Daesh. I secondi sono la banca per eccellenza degli affari leciti e illeciti afgani. Entrambi giocano un ruolo nel processo di pace: i sauditi hanno promosso in passato diversi incontri ritagliandosi un protagonismo evidente che poi è stato, in un certo senso e almeno all’apparenza, passato in gestione agli emirati del Golfo, Qatar in primo luogo: ospita un ufficio politico dei talebani anche se di fatto non funziona. La politica saudita è in questo momento una delle ombre più consistenti e inquietanti e potrebbe essere interessata a un rinvio del processo di stabilizzazione per conservare una carta afgana da giocare su altri tavoli. Qual è la sua agenda e come la gestisce con gli altri Paesi del Golfo con cui è a volte (vedi proprio il caso Qatar) in competizione?

La Russia ha un ovvio interesse strategico, un’evidente preoccupazione per le spinte islamiste e il traffico di oppiacei, un interesse difensivo nei confronti dell’epansionismo americano, un interesse espansivo – com’è sua tradizione in questa fetta di mondo. Infine ha bisogno di far dimenticare il suo passato in quest’area. La turbolenza alle frontiere afgane in realtà le sta fornendo in questo momento due carte da giocare e già giocate: il rafforzamento del sistema difensivo alle frontiere meridionali dei Paesi dell’Asia centrale confinanti con l’Afghanistan, con le quali esiste un patto militare di cui abbiamo visto gli effetti all’inizio del 2016 durante la battaglia di Kunduz (nota per l’incidente all’ospedale di Msf), quando il dispositivo difensivo ai confini è stato rafforzato con evidenza dall’apparato militare russo. Infine, come nella miglior tradizione del torneo delle ombre, Mosca è riuscita a convincere gli afgani – che fino a ieri  ritenevano i russi nemici per eccellenza - ad accettare aiuti militari seppur simbolici. Criticando ferocemente gli errori della Nato, Mosca è anche riuscita ad avere buona stampa sui giornali locali e le sue azioni sono in risalita. Può presumibilmente contare sull'appoggio iraniano – suo alleato sul fronte siriano - per rientrare nella partita.

Chi ha interesse nel processo di pace? I grandi giocatori

Visto così il quadro sembrerebbe presentare un univoco desiderio di portare governo e guerriglia al tavolo negoziale. Chi lo sta facendo?

I pachistani sembrano impegnati a convincere i talebani afgani a cedere ma hanno venduto la pelle dell’orso troppo presto e dimostrato così di non avere affatto il controllo sulla guerriglia che la vulgata attribuisce loro. Sembra di capire che la morte di mullah Omar – rivelata nell’agosto 2015 – avesse aperto uno spiraglio con la nomina di mullah Mansur, suo ex braccio destro, a capo della guerriglia e con la scelta di Islamabad di cambiare strategia. Ritenuto un uomo del Pakistan, il nuovo capo ha però dovuto far fronte a una rivolta interna e alla nascita di Daesh. Se Daesh resta un problema relativo, la rivolta interna non lo era. Una lettura possibile è che Mansur, per serrare i ranghi, sia stato meno docile ai richiami di Islamabad e abbia anzi dato il via a una campagna militare senza esclusione di colpi proprio per fugare la fama di venduto ai pachistani. La sua uccisione nel maggio 2016 per mano americana, con un drone che per la prima volta ha colpito nella regione pachistana del Belucistan (fino ad allora per convenzione off limits), ha sparigliato tutti i giochi. Mullah Haibatullah Akhundzada, che lo ha subito sostituito, ha promesso vendetta e una nuova campagna militare che ha fatto infuriare gli afgani e seppellito il negoziato ma anche le strategie di Islamabad.

Il classico di Peter Hopkirk
Kabul è ossessionata dalla convinzione che ogni male si debba al Pakistan reo di ospitare, finanziare, allevare talebani. Ha scelto di fare la stessa cosa sul suo territorio coi talebani pachistani, i guerriglieri anti Islamabad al di là della frontiera (“cugini” dei fratelli afgani ma più violenti e brutali), ripagando il Pakistan con la sua stessa moneta. E’ interessante notare che appena i due Paesi si riavvicinano (sia il presidente Ghani, sia il premier pachistano Nawaz Sharif sono “aperturisti”) succede qualcosa che li allontana (di solito una strage non sempre rivendicata o incidenti alla frontiera). I rapporti sono sempre tesi sia per le controversie di confine o sui dazi commerciali, sia per la gestione dei rispettivi profughi (il Pakistan ospita circa un milione e mezzo di afgani, Kabul deve gestire una fuga massiccia di profughi dal Waziristan pachistano messo a ferro e fuoco da due anni dall’esercito del Paese dei puri). Kabul per ora non sembra il fautore di una politica di aperture e riconciliazioni. L’ultima invenzione, abortita dopo gli ultimi attacchi stragisti talebani soprattutto nella capitale, è stata la nascita di un comitato quadrilaterale con Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina. Una buona idea coinvolgere la Cina e forse una buona idea cominciare da 4 e non da 8 o 10 (anche se in effetti non ha molto senso lasciar fuori Teheran, Riad, Delhi e persino Mosca), ma comunque una scelta di sola cornice per accompagnare un processo negoziale per ora abortito. E’ probabile che la Quadrilaterale, decisa a Kabul, sia stata pensata a Washington ma un tavolo negoziale senza il nemico non è un tavolo negoziale. Se poi il probabile principale negoziatore è stato ucciso...

L’ultimo grande attore – ma il maggiore per importanza e peso politico militare - sono gli stati Uniti ma la loro politica appare davvero poco chiara e ondivaga. Washington è stata una paladina del disimpegno militare ma poi ha rafforzato il suo dispositivo di sicurezza nel Paese rallentandone i tempi. Non ha mai preso in considerazione un passo indietro sulle basi e nemmeno enucleato la possibilità – anche solo congetturale - di andarsene dall’Afghanistan, precondizione dei talebani per trattare con Kabul. Infine sta continuando una politica di uccisioni mirate con i droni sia in Pakistan sia in Afghanistan. E una di queste vittime è stata appunto mullah Mansur, il possibile negoziatore della pace.


Levico Terme, 8 luglio 2016

La guerra in Afghanistan tra vecchi e nuovi attori. Relazione di Emanuele Giordana al convegno: SGUARDI SULLA REGIONE DEL CASPIO E L'ASIA CENTRALE




Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Afghanistan: esequie di Stato per il processo di pace

Arthur Conolly: finì ucciso
 dall'emiro di Bukhara
Dopo che  Obama ha deciso di rallentare l'uscita delle truppe americane dall'Afghanistan, la Nato ha reiterato il prolungamento della sua missione oltre il 2016 e il governo di Kabul ha spiegato che non ha alcuna intenzione di rivitalizzare il processo di pace, lo stallo è più che evidente. Qui di seguito un'analisi* che cerca di fare il punto della situazione

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Com’è noto la locuzione “Grande Gioco” - Great Game – si deve al britannico Arthur Conolly. Era uno dei tanti esploratori, diplomatici, spie al servizio di Sua Maestà britannica e aveva dato questo nome all’intrigo che dal 1800 aveva opposto soprattutto britannici e russi, ma anche francesi, persiani, afgani, circassi o turcmeni, che durante due secoli si erano combattuti, spiati, alleati e traditi in vista della grande posta in gioco: la conquista, o la conservazione della conquista, dell’India e, in molti casi, della propria indipendenza dalle mire russe o britanniche in Asia. Quello che in tempi recenti è stato chiamato Nuovo Grande Gioco sembra assomigliare alla primigenia edizione, benché la posta in gioco sia ovviamente mutata e così le tecniche per raggiungerla, ma mai come oggi sembra più appropriato il termine che aveva scelto un ministro dello Zar per descrivere quella guerra prolungata e non sempre guerreggiata senza esclusione di colpi: torneo delle ombre. Oggi come allora si agitano infatti, sullo sfondo del conflitto afgano, delle violenze in Pakistan, dei sommovimenti nel Caucaso, in Tagikistan, in Uzbekistan o nel Turkestan cinese, protagonisti e comprimari spesso in ombra assai più che tra l’800 e il 900. Sicuramente il campo di battaglia primario resta l’Afghanistan, ed è su questo campo di battaglia che porremo la nostra attenzione ma senza dimenticare le ombre che lo circondano. Metteremo assieme qualche idea e molte domande senza aver la pretesa di indicare risposte ma cercando di mettere in fila alcuni interrogativi che, oggi come allora, coinvolgono le grandi potenze regionali, gli Stati confinanti dal Caspio alla Cina, e le superpotenze che, adesso come un tempo, sono interessate al controllo di questo pietroso Paese senza sbocco al mare, quasi privo di gas e petrolio e con ricchezze minerarie ancora poco esplorate e comunque di difficile estrazione. Porremo la nostra attenzione soprattutto sull’Afghanistan per un semplicissimo motivo: la guerra – o la stagione di conflitto perenne iniziata con l’invasione sovietica del 1979 (quasi quarant’anni fa) – è ben lungi dall’esser terminata e assiste anzi a una ripresa che, solo in termini di vite umane, è diventata più esigente da quando la missione Isaf Nato si è ritirata – sostituita dalla più mite missione dell’Alleanza “Resolute Support” – nel dicembre 2014. Il fatto che la guerra afgana sia uscita dai riflettori della cronaca è solo – se mai ce ne fosse bisogno – l’indicazione che – per citare un vecchio adagio pacifista – la prima vittima della guerra è la verità. La guerra infatti non è affatto finita e gode anzi – ci si perdoni l’iperbole - di ottima salute.

Attori, comprimari, obiettivi

Non è difficile elencare i motivi per i quali l’Afghanistan desta interesse o apprensione e si presta ad essere un terreno di gioco più o meno eterodiretto. E’ facile comprenderlo per gli Stati confinanti.

La Nato ha appena deciso
che la sua missione andrà
oltre il 2016 con circa 1200 uomini
Il Paese è un crocevia naturale sia delle assi commerciali Est Ovest Nord Sud sia per la posizione strategica per il passaggio di gasdotti e oleodotti. Cina e India sembrano i Paesi più interessati alla fine della turbolenza afgana di cui beneficerebbero però anche la Russia e i Paesi centroasiatici molti dei quali hanno già firmato con Kabul accordi per il passaggio dei tubi, affare cui sono interessate anche aziende occidentali (e italiane). Il Pakistan rappresenta un caso a parte ma si potrebbe ritenere che non sia più interessato a un’Afghanistan destabilizzato, a patto che un governo stabile a Kabul non sia anti pachistano. Infine il Paese è ricco di terre rare e minerali anche se di difficile estrazione. I cinesi hanno già firmato contratti importanti e stanno sviluppando una direttrice viaria che dal corridoio di Wakan, che confina con la Cina, raggiungerebbe Kabul via Panjshir.

La presenza di una guerriglia islamista di lunga esperienza militare e i santuari alla frontiera tra Pakistan e Afghanistan restano un elemento di preoccupazione seria per la Cina e i Paesi centroasiatici confinanti: temono non solo il contagio ma l’esistenza di una retrovia logistica in grado di ospitare i combattenti (i casi più evidenti sono quelli uzbeco e uiguro) che non solo sfuggono così alla cattura ma possono riorganizzare le proprie fila soprattutto nei territori a cavallo della Durand Line, il poroso confine tra i due Paesi. Ciò è vero anche per realtà geograficamente non confinanti come Azerbaijan o Cecenia e la stessa Russia.

Per Iran e Pakistan l’Afghanistan è una sorta di retrovia strategico in caso di guerra con un nemico vicino (l’India nel caso pachistano) o lontano (gli Stati Uniti nel caso iraniano). Per Teheran e Islamabad è dunque vitale avere un governo amico o comunque il controllo di rapide vie d’accesso e di gruppi armati (più o meno talebani) fedeli a Teheran o Islamabad da utilizzare in caso di necessità.

Gli americani hanno un interesse geostrategico che attualmente significa avere il controllo di una decina di basi aeree nel Paese e il controllo totale della grande base di Bagram. Fondamentali in caso di guerra con l’Iran e persino in vista di un conflitto con la Russia. Infine per gli Stati Uniti una sconfitta totale del governo di Kabul aumenterebbe, oltre che il pericolo islamista, la sempre più scarsa fiducia nelle recenti operazioni di esportazione della democrazia o, se si vuole, del modello americano. C’è infine un elemento di puntiglio nazionale essendo stata Washington a innescare l’ultima guerra afgana nel 2001.

Gli europei sembrano più che altro seguire le indicazioni americane e non hanno una politica chiara nei confronti di un Paese verso il quale si sentono comunque in debito, motivo per il quale gli aiuti si sono ridotti ma non spenti e resta una presenza militare significativa anche se assai ridotta (l’Italia per esempio è passata da 4mila a 800 soldati). Non manca qualche appetito economico in campo energetico, gestibile in futuro se il Paese si stabilizza.

L’Arabia saudita e i Paesi del Golfo giocano un ruolo defilato ma abbastanza rilevante. I primi hanno sostenuto i talebani e non sono forse estranei alle azioni di Daesh. I secondi sono la banca per eccellenza degli affari leciti e illeciti afgani. Entrambi giocano un ruolo nel processo di pace: i sauditi hanno promosso in passato diversi incontri ritagliandosi un protagonismo evidente che poi è stato, in un certo senso e almeno all’apparenza, passato in gestione agli emirati del Golfo, Qatar in primo luogo: ospita un ufficio politico dei talebani anche se di fatto non funziona. La politica saudita è in questo momento una delle ombre più consistenti e inquietanti e potrebbe essere interessata a un rinvio del processo di stabilizzazione per conservare una carta afgana da giocare su altri tavoli. Qual è la sua agenda e come la gestisce con gli altri Paesi del Golfo con cui è a volte (vedi proprio il caso Qatar) in competizione?

La Russia ha un ovvio interesse strategico, un’evidente preoccupazione per le spinte islamiste e il traffico di oppiacei, un interesse difensivo nei confronti dell’epansionismo americano, un interesse espansivo – com’è sua tradizione in questa fetta di mondo. Infine ha bisogno di far dimenticare il suo passato in quest’area. La turbolenza alle frontiere afgane in realtà le sta fornendo in questo momento due carte da giocare e già giocate: il rafforzamento del sistema difensivo alle frontiere meridionali dei Paesi dell’Asia centrale confinanti con l’Afghanistan, con le quali esiste un patto militare di cui abbiamo visto gli effetti all’inizio del 2016 durante la battaglia di Kunduz (nota per l’incidente all’ospedale di Msf), quando il dispositivo difensivo ai confini è stato rafforzato con evidenza dall’apparato militare russo. Infine, come nella miglior tradizione del torneo delle ombre, Mosca è riuscita a convincere gli afgani – che fino a ieri  ritenevano i russi nemici per eccellenza - ad accettare aiuti militari seppur simbolici. Criticando ferocemente gli errori della Nato, Mosca è anche riuscita ad avere buona stampa sui giornali locali e le sue azioni sono in risalita. Può presumibilmente contare sull'appoggio iraniano – suo alleato sul fronte siriano - per rientrare nella partita.

Chi ha interesse nel processo di pace? I grandi giocatori

Visto così il quadro sembrerebbe presentare un univoco desiderio di portare governo e guerriglia al tavolo negoziale. Chi lo sta facendo?

I pachistani sembrano impegnati a convincere i talebani afgani a cedere ma hanno venduto la pelle dell’orso troppo presto e dimostrato così di non avere affatto il controllo sulla guerriglia che la vulgata attribuisce loro. Sembra di capire che la morte di mullah Omar – rivelata nell’agosto 2015 – avesse aperto uno spiraglio con la nomina di mullah Mansur, suo ex braccio destro, a capo della guerriglia e con la scelta di Islamabad di cambiare strategia. Ritenuto un uomo del Pakistan, il nuovo capo ha però dovuto far fronte a una rivolta interna e alla nascita di Daesh. Se Daesh resta un problema relativo, la rivolta interna non lo era. Una lettura possibile è che Mansur, per serrare i ranghi, sia stato meno docile ai richiami di Islamabad e abbia anzi dato il via a una campagna militare senza esclusione di colpi proprio per fugare la fama di venduto ai pachistani. La sua uccisione nel maggio 2016 per mano americana, con un drone che per la prima volta ha colpito nella regione pachistana del Belucistan (fino ad allora per convenzione off limits), ha sparigliato tutti i giochi. Mullah Haibatullah Akhundzada, che lo ha subito sostituito, ha promesso vendetta e una nuova campagna militare che ha fatto infuriare gli afgani e seppellito il negoziato ma anche le strategie di Islamabad.

Il classico di Peter Hopkirk
Kabul è ossessionata dalla convinzione che ogni male si debba al Pakistan reo di ospitare, finanziare, allevare talebani. Ha scelto di fare la stessa cosa sul suo territorio coi talebani pachistani, i guerriglieri anti Islamabad al di là della frontiera (“cugini” dei fratelli afgani ma più violenti e brutali), ripagando il Pakistan con la sua stessa moneta. E’ interessante notare che appena i due Paesi si riavvicinano (sia il presidente Ghani, sia il premier pachistano Nawaz Sharif sono “aperturisti”) succede qualcosa che li allontana (di solito una strage non sempre rivendicata o incidenti alla frontiera). I rapporti sono sempre tesi sia per le controversie di confine o sui dazi commerciali, sia per la gestione dei rispettivi profughi (il Pakistan ospita circa un milione e mezzo di afgani, Kabul deve gestire una fuga massiccia di profughi dal Waziristan pachistano messo a ferro e fuoco da due anni dall’esercito del Paese dei puri). Kabul per ora non sembra il fautore di una politica di aperture e riconciliazioni. L’ultima invenzione, abortita dopo gli ultimi attacchi stragisti talebani soprattutto nella capitale, è stata la nascita di un comitato quadrilaterale con Afghanistan, Pakistan, Stati Uniti e Cina. Una buona idea coinvolgere la Cina e forse una buona idea cominciare da 4 e non da 8 o 10 (anche se in effetti non ha molto senso lasciar fuori Teheran, Riad, Delhi e persino Mosca), ma comunque una scelta di sola cornice per accompagnare un processo negoziale per ora abortito. E’ probabile che la Quadrilaterale, decisa a Kabul, sia stata pensata a Washington ma un tavolo negoziale senza il nemico non è un tavolo negoziale. Se poi il probabile principale negoziatore è stato ucciso...

L’ultimo grande attore – ma il maggiore per importanza e peso politico militare - sono gli stati Uniti ma la loro politica appare davvero poco chiara e ondivaga. Washington è stata una paladina del disimpegno militare ma poi ha rafforzato il suo dispositivo di sicurezza nel Paese rallentandone i tempi. Non ha mai preso in considerazione un passo indietro sulle basi e nemmeno enucleato la possibilità – anche solo congetturale - di andarsene dall’Afghanistan, precondizione dei talebani per trattare con Kabul. Infine sta continuando una politica di uccisioni mirate con i droni sia in Pakistan sia in Afghanistan. E una di queste vittime è stata appunto mullah Mansur, il possibile negoziatore della pace.


Levico Terme, 8 luglio 2016

La guerra in Afghanistan tra vecchi e nuovi attori. Relazione di Emanuele Giordana al convegno: SGUARDI SULLA REGIONE DEL CASPIO E L'ASIA CENTRALE




Quando uscirà un rapporto Chilcot sugli arabi?

Di Ali Muhammad Fakhro. Al-Quds al-Arabi (04/07/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. In Gran Bretagna, dove la democrazia funziona attraverso istituzioni civili efficaci, è stato reso pubblico un rapporto sul ruolo del governo britannico nell’invasione, occupazione e distruzione dell’Iraq nel 2003. Lasciamo da parte i dettagli del documento e interroghiamoci invece sulle istituzioni arabe, politiche […]

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