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Archives for gennaio, 2016

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“Un’Italiana a Tunisi”

“Un’Italiana a Tunisi”

italiana 110Giada Frana, giornalista italiana free-lance, collaboratrice dalla Tunisia per alcuni quotidiani italiani, è curatrice di una pagina face book molto seguita, “Un’Italiana a Tunisi”, in cui racconta la bellezza di quello che considera il suo nuovo Paese d’adozione, ma anche i limiti, i punti di debolezza. Dal suo osservatorio un’analisi dell’attuale situazione tunisina dopo le ultime proteste.

Viaggio della libertà di Khebez Dawle, band rock siriana

Viaggio della libertà di Khebez Dawle, band rock siriana

anas 110Intervista a Anas Maghrebi, frontman della band. Dopo l’uccisione del loro batterista nel 2012, i ragazzi della band sono fuggiti dalla guerra civile approdando in Libano. A Beirut hanno registrato il loro primo album. Poi su un gommone hanno attraversato il Mediterraneo e dai Balcani hanno raggiunto Berlino. “Città perfetta per gli artisti”.

Il Marocco tra messaggi di odio e lotta agli islamisti

Di Abd al-Ali Hami al-Din. Al-Quds (28/01/2016). Traduzione e sintesi di Alessandro Mannara. Durante l’assemblea generale di un’associazione marocchina per i diritti umani, si sono sollevate molte voci che avvertivano di un crescente messaggio di odio e risentimento nel Paese. Questo messaggio, che porta con sé i germi della violenza verbale, è profondo incubatore di […]

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Terrorismo: la sfida pachistana

Terrorismo: la sfida pachistana

Tra tre colossi: India, Iran e Cina
E'vero che Islamabad ha cambiato strategia e politica nei confronti dei gruppi jihadisti a lungo coccolati sin dai tempi di Zia Ul Haq? La decisione sembra presa e i fatti in parte lo dimostrano. Un'analisi del nuovo corso pachistano. Tra mille difficoltà e una scomoda eredità.

Il 15 gennaio, dopo il discorso di Barack Obama sullo Stato dell'Unione, i pachistani hanno risposto con sdegno. La frase che non è piaciuta a Islamabad riguarda il futuro di instabilità nel quale il presidente americano ha incluso Afghanistan e Pakistan ma in realtà anche altre parti del pianeta come, evidentemente, il Medio oriente. La risposta piccata, affidata a Sartaj Aziz, il consigliere per la sicurezza del premier Nawaz Sharif e uno dei più influenti funzionari del Paese, dimostra chiaramente il grado di sensibilità che il Pakistan ha in tema di terrorismo. A molti il discorso di Obama può aver dato fastidio. Nei pachistani ha suscitato una reazione persino eccessiva. Proprio perché il problema esiste anche se il Pakistan sta effettivamente tentando di fare della lotta al terrorismo una priorità.

Nelle stesse ore, l'Amministrazione americana trascriveva una nuova sigla nella lista (Fto) delle organizzazioni terroristiche: Isil-K (Isil Khorasan) che, spiega il sito del Dipartimento di Stato, ha annunciato la sua creazione il 10 gennaio 2015. «Il gruppo – argomenta il DoS - ha sede nella regione Afghanistan/Pakistan ed è composto principalmente da ex membri del Tehreek e Taliban Pakistan e da talebani afgani. La leadership di Isil-K ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al Bagdadi, il capo di Isil. Questo impegno è stato accettato a fine gennaio 2015 e da allora Isil-K ha effettuato attentati suicidi, attacchi armati minori e rapimenti nell'Afghanistan orientale contro i civili e l'esercito afgano. Ha inoltre rivendicato gli attacchi contro civili a Karachi, Pakistan, nel maggio 2015». Isil-K, una formazione di cui non si conosce esattamente la forza numerica e la capacità operativa, sarebbe dietro anche al recente assalto contro una missione diplomatica pachistana in Afghanistan. E' solo l'ultimo atto di una saga infinita cominciata diversi decenni fa.

Uono forte: Raheel  Sharif, a capo
delle Forze armate. Il suo mandato è in scadenza
Il Pakistan, attraverso soprattutto una branca dei suoi servizi segreti (Isi), ha iniziato flirtare coi gruppi islamisti e jihadisti sin dall'epoca di Zia Ul Haq, generale dittatore che, al governo dal 1977 al 1988, voleva trasformare il Pakistan da Stato laico (come il suo fondatore, Jinnah, lo aveva voluto) a Paese islamico a tutti gli effetti. Operazione condotta trasformando la Costituzione e istituendo tribunali che adottavano la sharia. Per Zia i gruppi islamisti radicali potevano essere ben impiegati in Kashmir contro le truppe indiane nella zona controllata da Delhi ma anche contro la minoranza sciita oppure più semplicemente come pedine per far sparire gli oppositori. Negli anni a seguire nessuno governo – fosse quello di Benazir Bhutto, del generale Musharraf o dello stesso Nawaz Sharif (già premier due volte prima del mandato attuale) – ha mai messo i ceppi a movimenti che hanno proliferato a dismisura fino a diventare, negli ultimi anni, una vera minaccia interna. Le cose sono cambiate quando, da semplici pedine di una lotta contro i nemici del Pakistan, molti mujahedin si sono dimostrati protagonisti ricettivi al richiamo di chi individuava nel governo pachistano – reo di aver abbandonato la strada di Zia – il vero obiettivo.

Negli ultimi dieci anni il jihadismo pachistano si è andato trasformando. La svolta definitiva è del 2007 con la nascita del Tehreek e Taliban Pakistan – un cartello fedele agli insegnamento del leader talebano mullah Omar e alle radici teologiche della scuola Deobandi. Il Ttp raggruppava una serie di organizzazioni islamiste e jihadiste, dimostrava simpatia per Al Qaeda e aveva la sua principale base operativa – con azioni che andavano dal Pakistan all'Afghanistan – nell'area tribale (Fata) al confine tra i due Paesi, area abitata in prevalenza da pathan sunniti (il nome pachistano dei pashtun), un popolo diviso dal righello coloniale di sir Mortimer Durand che ne 1893 disegnò la famosa Durand Line che ancora segna il confine (poroso e contestato dai due Paesi) tra le due nazioni a cavallo tra Asia centrale e subcontinente indiano. Il problema connesso al Ttp (una formazione che ha subito scissioni e ha visto continue lotte intestine di successione) era ed è che, da una parte sfuggiva sempre più al controllo dei servizi, dall'altro aveva modificato l'agenda politica: non più e non solo lotta contro gli invasori dell'Afghanistan a sostegno dei fratelli pashtun, ma contro il governo apostata di Islamabad, reo di non voler fare del Pakistan un emirato ma una volgare imitazione delle corrotte democrazie occidentali.

Sostegno e contatto ai gruppi jihadisti (a cui non sono estranei gli aiuti dell'Arabia saudita e dei Paesi del Golfo) sono dunque andati scemando mentre, di contro, il Ttp allargava il suo raggio d'azione fuori dalle aree tribali, con azioni terroristiche in altre zone del Pakistan e tentando la conquista (riuscita per un breve periodo) della valle settentrionale di Swat (dove si è verificato l'attentato a Malala Yusufzai nel 2012).

Il sacro Corano: vocazione islamica
o islamista? Il bivio pachistano
L'arrivo di Daesh e la necessità di isolare il Ttp ripristinando al contempo buone relazioni con Kabul, hanno accelerato una spinta che le nuove istituzioni civili e democraticamente elette – seguite a una lunga stagione di governi militari golpisti - hanno trasformato in un'azione forte: che inizialmente mirava forse solo a contenere e controllare ma che si è poi trasformata in una vera e propria guerra ai movimenti islamisti, sia nelle zone tribali sia in altre aree del Paese. Quando un anno e mezzo fa il Pakistan ha dato luce verde all'operazione Zarb e Azb (nel mirino la regione tribale del Waziristan al confine con l'Afghanistan) si è capito che Islamabad stava facendo sul serio. Al netto delle polemiche su come la campagna viene condotta (i media sono off limits e i dati sulle vittime civili sono molto incerti senza contare che il Pakistan ha ripristinato la pena capitale che può essere comminata da undici tribunali speciali militari), Zarb e Azb sembra aver assestato un duro colpo ai gruppi terroristici pachistani e stranieri che hanno nel Waziristan del Nord i loro santuari.

Al Bagdadi: progetto Khorasan
Nel dicembre scorso i primi 18 mesi di Zarb e Azb sono stati definiti un grande successo che ha visto circa 30mila soldati impegnati sul terreno col sostegno dell'aviazione. Secondo le forze armate pachistane, dirette dal potente e abile generale Raheel Sharif, 3.400 terroristi sarebbero stati uccisi in 837 nascondigli ora distrutti grazie a 13.200 operativi militari. Le vittime tra i soldati ammontano a 488 morti e 1.914 feriti. In giugno l'esercito aveva sostenuto che in Waziristan non ci sono state vittime civili, un'affermazione non verificabile quanto poco credibile anche perché il numero degli sfollati parla chiaro: secondo la stampa pachistana erano - nel luglio del 2014 a un anno cioè dall'inizio dell'operazione – un milione... su una popolazione del Waziristan stimata tra le 4 e le 5oomila unità. Il 40% degli sfollati sarebbe ora – dice sempre l'esercito - rientrato a casa.

Il cambio di strategia è chiaro. Zarb e Azb è stata accompagnata da una politica di ammorbidimento delle relazioni con Kabul e da un lavoro di pressione sui talebani afgani, che hanno finora sempre goduto del sostegno più o meno diretto di Islamabad. Che li starebbe ora convincendo a trattare. Pugno duro con le organizzazioni islamiste guerrigliere del Kashmir (c'è appena stato un problema con l'India dopo l'attacco in gennaio a una base dell'aviazione a Pathankot dove guerriglieri pachistani hanno impegnato i militari di Delhi per tre giorni) dalle quali Islamabad va prendendo sempre più le distanze. Infine pugno duro anche con le organizzazioni settarie anti sciite, nate durante l'avvento della Repubblica islamica in Iran. Adesso Islamabad mira a buone relazioni con gli iraniani tanto che la sua posizione di semi neutralità nella recente fase di tensione tra Riad e Teheran ha notevolmente irritato i sauditi che già si erano visti opporre un gran rifiuto quando avevano chiesto al Pakistan, l'anno scorso, di fornire uomini e mezzi per la guerra contro la minoranza sciita nello Yemen.

Il problema del terrorismo in Pakistan non si risolverà a breve e, come ha detto Obama, questa resta un'area di instabilità e un vivaio per lo stesso jihad internazionale. Ma la svolta va registrata anche se, dopo anni di connivenza, mettere ora il bavaglio ai jihadisti non sarà impresa facile.
Terrorismo: la sfida pachistana

Terrorismo: la sfida pachistana

Tra tre colossi: India, Iran e Cina
E'vero che Islamabad ha cambiato strategia e politica nei confronti dei gruppi jihadisti a lungo coccolati sin dai tempi di Zia Ul Haq? La decisione sembra presa e i fatti in parte lo dimostrano. Un'analisi del nuovo corso pachistano. Tra mille difficoltà e una scomoda eredità.

Il 15 gennaio, dopo il discorso di Barack Obama sullo Stato dell'Unione, i pachistani hanno risposto con sdegno. La frase che non è piaciuta a Islamabad riguarda il futuro di instabilità nel quale il presidente americano ha incluso Afghanistan e Pakistan ma in realtà anche altre parti del pianeta come, evidentemente, il Medio oriente. La risposta piccata, affidata a Sartaj Aziz, il consigliere per la sicurezza del premier Nawaz Sharif e uno dei più influenti funzionari del Paese, dimostra chiaramente il grado di sensibilità che il Pakistan ha in tema di terrorismo. A molti il discorso di Obama può aver dato fastidio. Nei pachistani ha suscitato una reazione persino eccessiva. Proprio perché il problema esiste anche se il Pakistan sta effettivamente tentando di fare della lotta al terrorismo una priorità.

Nelle stesse ore, l'Amministrazione americana trascriveva una nuova sigla nella lista (Fto) delle organizzazioni terroristiche: Isil-K (Isil Khorasan) che, spiega il sito del Dipartimento di Stato, ha annunciato la sua creazione il 10 gennaio 2015. «Il gruppo – argomenta il DoS - ha sede nella regione Afghanistan/Pakistan ed è composto principalmente da ex membri del Tehreek e Taliban Pakistan e da talebani afgani. La leadership di Isil-K ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al Bagdadi, il capo di Isil. Questo impegno è stato accettato a fine gennaio 2015 e da allora Isil-K ha effettuato attentati suicidi, attacchi armati minori e rapimenti nell'Afghanistan orientale contro i civili e l'esercito afgano. Ha inoltre rivendicato gli attacchi contro civili a Karachi, Pakistan, nel maggio 2015». Isil-K, una formazione di cui non si conosce esattamente la forza numerica e la capacità operativa, sarebbe dietro anche al recente assalto contro una missione diplomatica pachistana in Afghanistan. E' solo l'ultimo atto di una saga infinita cominciata diversi decenni fa.

Uono forte: Raheel  Sharif, a capo
delle Forze armate. Il suo mandato è in scadenza
Il Pakistan, attraverso soprattutto una branca dei suoi servizi segreti (Isi), ha iniziato flirtare coi gruppi islamisti e jihadisti sin dall'epoca di Zia Ul Haq, generale dittatore che, al governo dal 1977 al 1988, voleva trasformare il Pakistan da Stato laico (come il suo fondatore, Jinnah, lo aveva voluto) a Paese islamico a tutti gli effetti. Operazione condotta trasformando la Costituzione e istituendo tribunali che adottavano la sharia. Per Zia i gruppi islamisti radicali potevano essere ben impiegati in Kashmir contro le truppe indiane nella zona controllata da Delhi ma anche contro la minoranza sciita oppure più semplicemente come pedine per far sparire gli oppositori. Negli anni a seguire nessuno governo – fosse quello di Benazir Bhutto, del generale Musharraf o dello stesso Nawaz Sharif (già premier due volte prima del mandato attuale) – ha mai messo i ceppi a movimenti che hanno proliferato a dismisura fino a diventare, negli ultimi anni, una vera minaccia interna. Le cose sono cambiate quando, da semplici pedine di una lotta contro i nemici del Pakistan, molti mujahedin si sono dimostrati protagonisti ricettivi al richiamo di chi individuava nel governo pachistano – reo di aver abbandonato la strada di Zia – il vero obiettivo.

Negli ultimi dieci anni il jihadismo pachistano si è andato trasformando. La svolta definitiva è del 2007 con la nascita del Tehreek e Taliban Pakistan – un cartello fedele agli insegnamento del leader talebano mullah Omar e alle radici teologiche della scuola Deobandi. Il Ttp raggruppava una serie di organizzazioni islamiste e jihadiste, dimostrava simpatia per Al Qaeda e aveva la sua principale base operativa – con azioni che andavano dal Pakistan all'Afghanistan – nell'area tribale (Fata) al confine tra i due Paesi, area abitata in prevalenza da pathan sunniti (il nome pachistano dei pashtun), un popolo diviso dal righello coloniale di sir Mortimer Durand che ne 1893 disegnò la famosa Durand Line che ancora segna il confine (poroso e contestato dai due Paesi) tra le due nazioni a cavallo tra Asia centrale e subcontinente indiano. Il problema connesso al Ttp (una formazione che ha subito scissioni e ha visto continue lotte intestine di successione) era ed è che, da una parte sfuggiva sempre più al controllo dei servizi, dall'altro aveva modificato l'agenda politica: non più e non solo lotta contro gli invasori dell'Afghanistan a sostegno dei fratelli pashtun, ma contro il governo apostata di Islamabad, reo di non voler fare del Pakistan un emirato ma una volgare imitazione delle corrotte democrazie occidentali.

Sostegno e contatto ai gruppi jihadisti (a cui non sono estranei gli aiuti dell'Arabia saudita e dei Paesi del Golfo) sono dunque andati scemando mentre, di contro, il Ttp allargava il suo raggio d'azione fuori dalle aree tribali, con azioni terroristiche in altre zone del Pakistan e tentando la conquista (riuscita per un breve periodo) della valle settentrionale di Swat (dove si è verificato l'attentato a Malala Yusufzai nel 2012).

Il sacro Corano: vocazione islamica
o islamista? Il bivio pachistano
L'arrivo di Daesh e la necessità di isolare il Ttp ripristinando al contempo buone relazioni con Kabul, hanno accelerato una spinta che le nuove istituzioni civili e democraticamente elette – seguite a una lunga stagione di governi militari golpisti - hanno trasformato in un'azione forte: che inizialmente mirava forse solo a contenere e controllare ma che si è poi trasformata in una vera e propria guerra ai movimenti islamisti, sia nelle zone tribali sia in altre aree del Paese. Quando un anno e mezzo fa il Pakistan ha dato luce verde all'operazione Zarb e Azb (nel mirino la regione tribale del Waziristan al confine con l'Afghanistan) si è capito che Islamabad stava facendo sul serio. Al netto delle polemiche su come la campagna viene condotta (i media sono off limits e i dati sulle vittime civili sono molto incerti senza contare che il Pakistan ha ripristinato la pena capitale che può essere comminata da undici tribunali speciali militari), Zarb e Azb sembra aver assestato un duro colpo ai gruppi terroristici pachistani e stranieri che hanno nel Waziristan del Nord i loro santuari.

Al Bagdadi: progetto Khorasan
Nel dicembre scorso i primi 18 mesi di Zarb e Azb sono stati definiti un grande successo che ha visto circa 30mila soldati impegnati sul terreno col sostegno dell'aviazione. Secondo le forze armate pachistane, dirette dal potente e abile generale Raheel Sharif, 3.400 terroristi sarebbero stati uccisi in 837 nascondigli ora distrutti grazie a 13.200 operativi militari. Le vittime tra i soldati ammontano a 488 morti e 1.914 feriti. In giugno l'esercito aveva sostenuto che in Waziristan non ci sono state vittime civili, un'affermazione non verificabile quanto poco credibile anche perché il numero degli sfollati parla chiaro: secondo la stampa pachistana erano - nel luglio del 2014 a un anno cioè dall'inizio dell'operazione – un milione... su una popolazione del Waziristan stimata tra le 4 e le 5oomila unità. Il 40% degli sfollati sarebbe ora – dice sempre l'esercito - rientrato a casa.

Il cambio di strategia è chiaro. Zarb e Azb è stata accompagnata da una politica di ammorbidimento delle relazioni con Kabul e da un lavoro di pressione sui talebani afgani, che hanno finora sempre goduto del sostegno più o meno diretto di Islamabad. Che li starebbe ora convincendo a trattare. Pugno duro con le organizzazioni islamiste guerrigliere del Kashmir (c'è appena stato un problema con l'India dopo l'attacco in gennaio a una base dell'aviazione a Pathankot dove guerriglieri pachistani hanno impegnato i militari di Delhi per tre giorni) dalle quali Islamabad va prendendo sempre più le distanze. Infine pugno duro anche con le organizzazioni settarie anti sciite, nate durante l'avvento della Repubblica islamica in Iran. Adesso Islamabad mira a buone relazioni con gli iraniani tanto che la sua posizione di semi neutralità nella recente fase di tensione tra Riad e Teheran ha notevolmente irritato i sauditi che già si erano visti opporre un gran rifiuto quando avevano chiesto al Pakistan, l'anno scorso, di fornire uomini e mezzi per la guerra contro la minoranza sciita nello Yemen.

Il problema del terrorismo in Pakistan non si risolverà a breve e, come ha detto Obama, questa resta un'area di instabilità e un vivaio per lo stesso jihad internazionale. Ma la svolta va registrata anche se, dopo anni di connivenza, mettere ora il bavaglio ai jihadisti non sarà impresa facile.
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Alcuni strumenti semplici e versatili per esercitarsi nella scrittura in arabo sul computer e per scrivere termini e frasi da cercare nel web, inserire nell’articolo di un blog o condividere sui social network.   Per utilizzare i caratteri arabi in un documento di testo – in Word e OpenOffice – selezioniamo “Allinea a destra” e […]

La rivoluzione egiziana è morta sotto la tortura?

Di Helmi al-Asmar. Middle East Monitor (28/01/2016). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen. Criticare l’atteggiamento della magistratura egiziana nei confronti di coloro che uccidono i detenuti deliberatamente, è questo ciò che ha fatto Negad El-Borai, avvocato e attivista per i diritti umani,  intervenendo in un noto canale televisivo egiziano e sostenendo che la sentenza emanata […]

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La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

Oggi in Italia è il triste giorno del Family Day, dell’arrogante violenta ed escludente manifestazione al Circo Massimo a difesa della “famiglia naturale”, una manifestazione che chiede esplicitamente che tutti quelli diversi da loro siano privati dei diritti fondamentali. Una putrescenza medievale, un’ostentazione di falsa moralità che ha del grottesco (la Meloni non sposata che […]
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Oggi in Italia è il triste giorno del Family Day, dell’arrogante violenta ed escludente manifestazione al Circo Massimo a difesa della “famiglia naturale”, una manifestazione che chiede esplicitamente che tutti quelli diversi da loro siano privati dei diritti fondamentali. Una putrescenza medievale, un’ostentazione di falsa moralità che ha del grottesco (la Meloni non sposata che […]
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Chi è responsabile per le “calamità” nel mondo arabo?

Alquds (28/01/2015), Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Le disgrazie che oggi colpiscono la regione araba fanno sì che diventi possibile paragonare, senza troppe difficoltà, l’epoca attuale con quelle passate dell’invasione dei Tatari e dei Franchi. È terminata, per dirlo nelle parole dell’orientalista tedesca Sigrid Hunke, l’era in cui il sole della civiltà araba brillava […]

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In fuga da Daesh: viaggio tra i rifugiati iracheni in Giordania

In fuga da Daesh: viaggio tra i rifugiati iracheni in Giordania

Articolo e foto di Maddalena Goi. La Giordania è uno dei tanti paesi a subire le dirette e drammatiche conseguenze create dai conflitti e dalle persecuzioni mondiali. La posizione geografica del regno, al confine con Iraq e Siria da una parte e i Territori Palestinesi dall’altra, la rende particolarmente sensibile agli influssi di un alto […]

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I parà della Folgore a guardia dei confini nordorientali dell’Italia

I parà della Folgore a guardia dei confini nordorientali dell’Italia

mcc43 Il governo Renzi ha schierato le eccellenze militari ai confini dell’Italia, in Friuli Venezia Giulia. Con gli Alpini della Julia, anche un centinaio di parà  della Folgore. Vedo nella fiumana in cammino dal Medio Oriente verso l’Europa solo dei disperati, stanchi e impauriti  da assistere, non un’invasione di terroristi. Ma i paesi confinanti hanno […]
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Lo Yemen si rivolge all’arte per affrontare meglio la guerra

Di Joshua Levkowitz. Your Middle East (28/01/2016). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini. La guerra in Yemen è una catastrofe dimenticata. Peter Maurer, il presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha dichiarato nel mese di agosto: “Lo Yemen dopo cinque mesi sembra la Siria dopo cinque anni”. Secondo le Nazioni Unite, più di 2.700 […]

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Israele: “Anarchist”, spie nei cieli di Gaza

Quando, nel gennaio 2008, i suoi aerei lanciavano missili su Gaza, Israele non sapeva dell’esistenza di Anarchist, un programma segreto dell’intelligence americana e britannica che teneva sotto controllo le sue operazioni militari . Lo ha riferito venerdì The Intercept. Secondo il rapporto investigativo, le intelligence hanno filmato i droni e gli aerei israeliani per monitorare la striscia di […]

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Passi avanti a Marrakech

Passi avanti a Marrakech

Di Zouhir Louassini. L’Osservatore Romano (29/01/2016). Non si può che incoraggiare chi ha deciso di organizzare la conferenza di Marrakech sulle minoranze religiose. Le parole chiare pronunciate dagli ulema sul terrorismo — definito «una patologia dell’islam» — sarebbero da incorniciare per coraggio e lucidità. La lucidità di chi ha capito e il coraggio di chi […]

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La rivoluzione tunisina: ultima speranza per i popoli oppressi

Di Hussin al-Sudani. Al-Araby al-Jadeed (27/01/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi. La rivoluzione tunisina è stata accompagnata da un proliferare di metafore linguistiche. Tra le più frequenti vi è quella che paragona la Tunisia all’ultimo albero superstite in una foresta di rivoluzioni bruciate. Quest’albero rappresenta un rifugio e una speranza per tutti coloro che […]

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Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Esemplare di ubara, dall'arabo hubara,
della famiglia degli otididi.
Una sorta di otarda (avis tarda)
La Corte suprema di Islamabad, ribaltando una precedente sentenza, ha annullato venerdi scorso il bando in Pakistan sulla caccia all'ubara, un volatile a rischio di estinzione di cui vanno ghiotti teste coronate ed emiri del Golfo. Ecco come come un piccolo animale è diventato l'emblema di un grande problema di sovranità nazionale

A volte le cose più strane creano conflitti o diventano soluzione di problemi. E' il caso di un uccello dal piumaggio colorato, di una dinastia di paludati monarchi del Golfo e di un Paese povero dell'Asia meridionale. L'uccello si chiama ubara – in inglese Houbara bustard - ed è un animale grazioso della famiglia conosciuta come Chlamydotis undulata. E' originario del Nord Africa ma comprende una specie diffusa in Asia, detta MacQueen's bustard. In origine considerata una sottospecie della famiglia africana, è in realtà il tipo di ubara più numeroso. Ma ha un problema: la caccia. La caccia avviene quando l'ubara migra dalle steppe dell'Asia centrale, predilette dalla famiglia MacQueen, per andare a svernare in India e nel Sud del Pakistan, un Paese cui il caldo non manca mai. E qui abbiam detto dell'uccello e del Paese povero. Ora veniamo ai cacciatori: questi abitano tra Riad e Kuwait City, sono ricchi e appassionati della caccia col falco. Per loro, le steppe dell'Asia centrale son lontane. Il Pakistan invece, è il caso di dire, è a un tiro di schioppo. Ed è anche un Paese dove è facile ottenere il permesso per una specie protetta come è nel caso dell'ubara. Non è però la solita storia del ricco che va a caccia nel giardino del povero infischiandosene della legge. L'ubara è diventato un affare di Stato, anzi di Stati, che finisce a raccontare più di geopolitica che di arte venatoria o di giusta indignazione animalista. E' una storia che vale la pena di raccontare.

Se la geopolitica fosse fatta solo di confini, accordi diplomatici e, in caso di guerra, di forniture di
armi, mezzi e soldati, la lettura di come va il mondo sarebbe molto semplice. In poche parole, per capire cosa accade tra il Pakistan e l'Arabia saudita, dopo che Islamabad ha prima negato i suoi soldati a Riad nella guerra in Yemen e, recentemente, si è dimostrata molto fredda verso la coalizione anti sciita messa in piedi dai sauditi per contenere l'Iran, basta guardare la carta geografica: il Pakistan confina con l'Iran, Paese a maggioranza sciita con cui ha accordi commerciali importanti e progetti in corso. Il Pakistan è interessato al petrolio e al gas iraniano e infine ospita una minoranza sciita importante. Se volete c'è anche di mezzo l'Afghanistan, Paese in guerra e con cui i nostri due confinano. Si capisce dunque la riluttanza di Islamabad a schierarsi coi sauditi nel loro jihad anti irano-sciita. Ma c'è dell'altro, un uccello appunto. Il nostro, o la nostra, ubara.


Come abbian detto sceicchi, emiri e dignitari della real casa dei Saud sono cacciatori di ubara ma lo sfortunato uccello, un tempo diffuso dal Sinai a tutta la penisola arabica e oltre, in Medio Oriente è ormai praticamente estinto, Non resta dunque che il Pakistan anche se formalmente esiste un divieto di caccia all'ubara. Divieto che però ammette eccezioni ad personam. Si paga e via. Luoghi prediletti: la provincia del Belucistan ma anche Sindh e Punjab. L'ubara sverna pure in India ma laggiù è rigidamente protetto. In Pakistan invece basta pagare. Nel 2014 un articolo del britannico Guardian spiegava che «... quest'anno il Pakistan ha emesso 33 permessi ad altrettanti dignitari per uccidere cento esemplari a testa. La lista delle licenze è un elenco di Vip dei potentati del Golfo che include gli emiri del Kuwait e del Qatar, un principe saudita e il presidente degli Emirati arabi uniti». Uniti nella caccia col falcone. Lo stesso anno però comincia anche a montare la protesta: ambientalisti, animalisti ma anche uomini di legge, normali cittadini. Nel gennaio del 2014, il periodo migliore per la caccia, il principe Fahd bin Sultan bin Abdul Aziz Al Saud ha sforato un po'. Secondo il rapporto del divisional forest officer del Belucistan, il responsabile forestale, tra l'11 e il 21 gennaio, la testa coronata ha cacciato 1977 uccelli mentre altri membri della partita di caccia all'ubara ne han messi nel carniere altri 123. Totale: 2100 volatili. La cosa finisce sui giornali.

A febbraio 2014 l'Alta corte del Punjab – massima autorità provinciale - emette una sentenza che vieta la caccia all'ubara. Faranno lo stesso le altre quattro corti provinciali? La protesta intanto è montata e dilaga (si fa per dire visto che sembra solo un affare per animalisti) sulla stampa internazionale. I pachistani si indignano e si capisce che, dietro l'ubara, c'è un risveglio d'orgoglio nazionale. Ci son già i droni americani a farla da padrone nelle aree tribali. Adesso ci si mettono anche i cugini ricchi con la fauna protetta! Succede insomma che il caso arriva alla Corte suprema che si riunisce con tre giudici e nell'agosto dell'anno scorso emette un bando nazionale. Fine della caccia agli ubara. Il caso è chiuso.

Tra la sentenza del 19 agosto 2015 e il gennaio del 2016 succedono
però una serie di cose. Come abbiamo già detto la tensione tra Islamabad e Riad – ma anche con gli altri Paesi del Golfo – è palpabile. Prima il rifiuto di mandar truppe nello Yemen, dove va in scena il Vietnam saudita nello scontro con gli Houti (sciiti e amici di Teheran), poi la freddezza verso la mega coalizione che i sauditi han messo in piedi allo scopo evidente di contenere l'uscita dall'angolo dell'Iran, favorita dall'accordo che a Vienna ha deciso, sempre nel 2015, che Teheran può tornare a sedersi a tavola con tutti gli altri. Prima Islamabad fa sapere di non esser stata consultata, poi si offre come mediatrice, poi ancora - per stare in equilibrio – reitera (lo aveva gà fatto per lo Yemen) che se – e sottolineo se - la sovranità saudita verrà minacciata, allora interverrà. Alleato, si, ma riluttante. La querelle diplomatica si svolge in un contesto di viaggi, degli uni e degli altri, nelle rispettive capitali. Il dossier scotta: il Golfo trabocca di manovali pachistani che aiutano la stentata economia nazionale con le loro rimesse. E Riad finanzia progetti e infrastrutture. Non si vorrà mettere a rischio tutto questo!.... Come va a finire? Ci viene in soccorso la satira che rivela un particolare che porta, sul tavolo delle trattative, anche l'ubara. Il quotidiano progressista The Dawn pubblica il 14 gennaio una specie di fotoromanzo in cui si vede un incontro tra il premier Nawaz Sharif, il capo dell'esercito generale Raheel e un emissario della casa regnante saudita. Questo chiede a Raheel e Nawaz di armi e soldati ma loro glissano. E' ora di pranzo, dice il primo ministro, ma al principe preme la risposta militare. Il premier allora accenna al menù che comprende un ubara arrosto... Ecco ci siamo, la conversazione scifta dunque sui famosi permessi di caccia. E quando Nawaz ricorda all'ospite che c'è da sistemare la faccenda militare, è il saudita che glissa. “Ma quali truppe”? A tavola! La questione è risolta.

Il "fotoromanzo" satirico tratto da The Dawn *
Si, risolta. Già in ottobre, il governo federale aveva chiesto alla Corte suprema di rivedere il suo giudizio. C'è voluto un po' ma ecco che un nuovo verdetto arriva venerdi 22 gennaio. La Corte suprema si è questa volta riunita con cinque giudici, istanza superiore e più che suprema. Decreta che il bando di agosto viene revocato perché, dice il testo della sentenza, c'è evidentemente stato un «errore» e del resto alla giustizia «compete di interpretare le leggi, non di legiferare». La Corte suprema riconosce solo che questa specie è a rischio e che dunque bisogna sforzarsi di preservarla. Come? I sauditi hanno già pronta la ricetta: allevamenti e studi biologici per la conservazione della specie. E della caccia. Non sia mai che anche questa sia in via d'estinzione.


* Principe:“Allora generale,     pronti per mandarci le truppe”?
   Raheel: “Ne avete bisogno per cacciare l'ubara”?

Questo articolo è uscito ieri su il manifesto



Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Esemplare di ubara, dall'arabo hubara,
della famiglia degli otididi.
Una sorta di otarda (avis tarda)
La Corte suprema di Islamabad, ribaltando una precedente sentenza, ha annullato venerdi scorso il bando in Pakistan sulla caccia all'ubara, un volatile a rischio di estinzione di cui vanno ghiotti teste coronate ed emiri del Golfo. Ecco come come un piccolo animale è diventato l'emblema di un grande problema di sovranità nazionale

A volte le cose più strane creano conflitti o diventano soluzione di problemi. E' il caso di un uccello dal piumaggio colorato, di una dinastia di paludati monarchi del Golfo e di un Paese povero dell'Asia meridionale. L'uccello si chiama ubara – in inglese Houbara bustard - ed è un animale grazioso della famiglia conosciuta come Chlamydotis undulata. E' originario del Nord Africa ma comprende una specie diffusa in Asia, detta MacQueen's bustard. In origine considerata una sottospecie della famiglia africana, è in realtà il tipo di ubara più numeroso. Ma ha un problema: la caccia. La caccia avviene quando l'ubara migra dalle steppe dell'Asia centrale, predilette dalla famiglia MacQueen, per andare a svernare in India e nel Sud del Pakistan, un Paese cui il caldo non manca mai. E qui abbiam detto dell'uccello e del Paese povero. Ora veniamo ai cacciatori: questi abitano tra Riad e Kuwait City, sono ricchi e appassionati della caccia col falco. Per loro, le steppe dell'Asia centrale son lontane. Il Pakistan invece, è il caso di dire, è a un tiro di schioppo. Ed è anche un Paese dove è facile ottenere il permesso per una specie protetta come è nel caso dell'ubara. Non è però la solita storia del ricco che va a caccia nel giardino del povero infischiandosene della legge. L'ubara è diventato un affare di Stato, anzi di Stati, che finisce a raccontare più di geopolitica che di arte venatoria o di giusta indignazione animalista. E' una storia che vale la pena di raccontare.

Se la geopolitica fosse fatta solo di confini, accordi diplomatici e, in caso di guerra, di forniture di
armi, mezzi e soldati, la lettura di come va il mondo sarebbe molto semplice. In poche parole, per capire cosa accade tra il Pakistan e l'Arabia saudita, dopo che Islamabad ha prima negato i suoi soldati a Riad nella guerra in Yemen e, recentemente, si è dimostrata molto fredda verso la coalizione anti sciita messa in piedi dai sauditi per contenere l'Iran, basta guardare la carta geografica: il Pakistan confina con l'Iran, Paese a maggioranza sciita con cui ha accordi commerciali importanti e progetti in corso. Il Pakistan è interessato al petrolio e al gas iraniano e infine ospita una minoranza sciita importante. Se volete c'è anche di mezzo l'Afghanistan, Paese in guerra e con cui i nostri due confinano. Si capisce dunque la riluttanza di Islamabad a schierarsi coi sauditi nel loro jihad anti irano-sciita. Ma c'è dell'altro, un uccello appunto. Il nostro, o la nostra, ubara.


Come abbian detto sceicchi, emiri e dignitari della real casa dei Saud sono cacciatori di ubara ma lo sfortunato uccello, un tempo diffuso dal Sinai a tutta la penisola arabica e oltre, in Medio Oriente è ormai praticamente estinto, Non resta dunque che il Pakistan anche se formalmente esiste un divieto di caccia all'ubara. Divieto che però ammette eccezioni ad personam. Si paga e via. Luoghi prediletti: la provincia del Belucistan ma anche Sindh e Punjab. L'ubara sverna pure in India ma laggiù è rigidamente protetto. In Pakistan invece basta pagare. Nel 2014 un articolo del britannico Guardian spiegava che «... quest'anno il Pakistan ha emesso 33 permessi ad altrettanti dignitari per uccidere cento esemplari a testa. La lista delle licenze è un elenco di Vip dei potentati del Golfo che include gli emiri del Kuwait e del Qatar, un principe saudita e il presidente degli Emirati arabi uniti». Uniti nella caccia col falcone. Lo stesso anno però comincia anche a montare la protesta: ambientalisti, animalisti ma anche uomini di legge, normali cittadini. Nel gennaio del 2014, il periodo migliore per la caccia, il principe Fahd bin Sultan bin Abdul Aziz Al Saud ha sforato un po'. Secondo il rapporto del divisional forest officer del Belucistan, il responsabile forestale, tra l'11 e il 21 gennaio, la testa coronata ha cacciato 1977 uccelli mentre altri membri della partita di caccia all'ubara ne han messi nel carniere altri 123. Totale: 2100 volatili. La cosa finisce sui giornali.

A febbraio 2014 l'Alta corte del Punjab – massima autorità provinciale - emette una sentenza che vieta la caccia all'ubara. Faranno lo stesso le altre quattro corti provinciali? La protesta intanto è montata e dilaga (si fa per dire visto che sembra solo un affare per animalisti) sulla stampa internazionale. I pachistani si indignano e si capisce che, dietro l'ubara, c'è un risveglio d'orgoglio nazionale. Ci son già i droni americani a farla da padrone nelle aree tribali. Adesso ci si mettono anche i cugini ricchi con la fauna protetta! Succede insomma che il caso arriva alla Corte suprema che si riunisce con tre giudici e nell'agosto dell'anno scorso emette un bando nazionale. Fine della caccia agli ubara. Il caso è chiuso.

Tra la sentenza del 19 agosto 2015 e il gennaio del 2016 succedono
però una serie di cose. Come abbiamo già detto la tensione tra Islamabad e Riad – ma anche con gli altri Paesi del Golfo – è palpabile. Prima il rifiuto di mandar truppe nello Yemen, dove va in scena il Vietnam saudita nello scontro con gli Houti (sciiti e amici di Teheran), poi la freddezza verso la mega coalizione che i sauditi han messo in piedi allo scopo evidente di contenere l'uscita dall'angolo dell'Iran, favorita dall'accordo che a Vienna ha deciso, sempre nel 2015, che Teheran può tornare a sedersi a tavola con tutti gli altri. Prima Islamabad fa sapere di non esser stata consultata, poi si offre come mediatrice, poi ancora - per stare in equilibrio – reitera (lo aveva gà fatto per lo Yemen) che se – e sottolineo se - la sovranità saudita verrà minacciata, allora interverrà. Alleato, si, ma riluttante. La querelle diplomatica si svolge in un contesto di viaggi, degli uni e degli altri, nelle rispettive capitali. Il dossier scotta: il Golfo trabocca di manovali pachistani che aiutano la stentata economia nazionale con le loro rimesse. E Riad finanzia progetti e infrastrutture. Non si vorrà mettere a rischio tutto questo!.... Come va a finire? Ci viene in soccorso la satira che rivela un particolare che porta, sul tavolo delle trattative, anche l'ubara. Il quotidiano progressista The Dawn pubblica il 14 gennaio una specie di fotoromanzo in cui si vede un incontro tra il premier Nawaz Sharif, il capo dell'esercito generale Raheel e un emissario della casa regnante saudita. Questo chiede a Raheel e Nawaz di armi e soldati ma loro glissano. E' ora di pranzo, dice il primo ministro, ma al principe preme la risposta militare. Il premier allora accenna al menù che comprende un ubara arrosto... Ecco ci siamo, la conversazione scifta dunque sui famosi permessi di caccia. E quando Nawaz ricorda all'ospite che c'è da sistemare la faccenda militare, è il saudita che glissa. “Ma quali truppe”? A tavola! La questione è risolta.

Il "fotoromanzo" satirico tratto da The Dawn *
Si, risolta. Già in ottobre, il governo federale aveva chiesto alla Corte suprema di rivedere il suo giudizio. C'è voluto un po' ma ecco che un nuovo verdetto arriva venerdi 22 gennaio. La Corte suprema si è questa volta riunita con cinque giudici, istanza superiore e più che suprema. Decreta che il bando di agosto viene revocato perché, dice il testo della sentenza, c'è evidentemente stato un «errore» e del resto alla giustizia «compete di interpretare le leggi, non di legiferare». La Corte suprema riconosce solo che questa specie è a rischio e che dunque bisogna sforzarsi di preservarla. Come? I sauditi hanno già pronta la ricetta: allevamenti e studi biologici per la conservazione della specie. E della caccia. Non sia mai che anche questa sia in via d'estinzione.


* Principe:“Allora generale,     pronti per mandarci le truppe”?
   Raheel: “Ne avete bisogno per cacciare l'ubara”?

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MUZZIKA ! Gennaio 2016

MUZZIKA ! Gennaio 2016

MUZZIKA ! Janvier 2016  | babelmed | culture méditerranéenneCominciamo l'anno in bellezza insieme ai nostri cugini canadesi, o più precisamente del Quebec. Colpo di fulmine per la jazzwoman canadese Terez Montcalm, che reinterpreta alcuni bellissimi classici della canzone francese. La portoghese Ana Moura ritorna con la sua bella voce, voce grave perfetta per il fado, ma non solo. Angelique Ionatos canta l'ottimismo indefettibile dei greci – dei mediterranei? - di fronte ad ..

Memoria zero

Memoria zero

di Lorenzo Declich

C’è stato un momento, lo scorso 27 gennaio, in cui tutte le testate online dei giornali italiani più importanti aprivano con la notizia delle “statue coperte” per l’arrivo di Rohani. In quasi tutti i titoli compariva la dichiarazione del Ministro della cultura, Franceschini, che definiva “incomprensibile” il gesto.…

Memoria zero è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Memoria zero

Memoria zero

di Lorenzo Declich

C’è stato un momento, lo scorso 27 gennaio, in cui tutte le testate online dei giornali italiani più importanti aprivano con la notizia delle “statue coperte” per l’arrivo di Rohani. In quasi tutti i titoli compariva la dichiarazione del Ministro della cultura, Franceschini, che definiva “incomprensibile” il gesto.…

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Cucina berbera: cherchem

Diffuso soprattutto in Algeria, questo piatto tipico della cucina amazigh viene solitamente preparato in occasione dello Yennayer, il primo giorno del nuovo anno berbero, celebrato abitualmente il 12 gennaio di ogni anno. Ecco come preparare lo cherchem! Ingredienti: 250g di grano duro 250g di fave 250g di ceci 100g di lenticchie 1 cucchiaio di olio d’oliva 1 […]

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La frontiera tra Libia e Algeria sotto controllo e chiusa agli stranieri

Di Hebba Selim. Al Huffington Post Maghreb (26/01/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia. Le preoccupazioni espresse recentemente dall’Algeria rispetto al flusso “massiccio” e “insolito” di marocchini verso la Libia è solo una rara manifestazione pubblica di una politica particolarmente severa che mira a dissuadere i cittadini stranieri dal raggiungere questo Paese attraverso le frontiere algerine. Il giornale […]

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Nato/Afghanistan: cambio della guardia al vertice

Nato/Afghanistan: cambio della guardia al vertice

Nicholson, un esperto
per operazioni sul terreno
Se la decisione del Pentagono sarà confermato dal Senato americano, il generale  John Nicholson succederà a  John Campbell, comandante di Resolute (missione Nato nel Paese) support dal 2014 e che il primo di marzo termina il suo mandato. Nicholson è già alla Nato (alla guida dell' Allied Land Command) e ha una lunga esperienza afgana (vice comandante generale per l'Afghanistan dal 2010 al 2012). Sotto il suo comando ci sono anche i 9.800 soldati americani che per tutto il 2016 resteranno nel Paese (dovrebbero scendere a 5.500 entro il 2017).

Intanto Unama (Onu) e altre organizzazioni umanitarie hanno lanciato il  2016 Humanitarian Response Plan for Afghanistan. Secondo le Nazioni unite  servono almeno 393 milioni di dollari per il 2016. Nel 2015 300mila afgani si sono nella condizione di sfollati interni a causa della guerra e 130mila dovuti a eventi naturali straordinari. La guerra ha colpito l'anno scorso oltre sei milioni di afgani (circa uno su cinque).
Nato/Afghanistan: cambio della guardia al vertice

Nato/Afghanistan: cambio della guardia al vertice

Nicholson, un esperto
per operazioni sul terreno
Se la decisione del Pentagono sarà confermato dal Senato americano, il generale  John Nicholson succederà a  John Campbell, comandante di Resolute (missione Nato nel Paese) support dal 2014 e che il primo di marzo termina il suo mandato. Nicholson è già alla Nato (alla guida dell' Allied Land Command) e ha una lunga esperienza afgana (vice comandante generale per l'Afghanistan dal 2010 al 2012). Sotto il suo comando ci sono anche i 9.800 soldati americani che per tutto il 2016 resteranno nel Paese (dovrebbero scendere a 5.500 entro il 2017).

Intanto Unama (Onu) e altre organizzazioni umanitarie hanno lanciato il  2016 Humanitarian Response Plan for Afghanistan. Secondo le Nazioni unite  servono almeno 393 milioni di dollari per il 2016. Nel 2015 300mila afgani si sono nella condizione di sfollati interni a causa della guerra e 130mila dovuti a eventi naturali straordinari. La guerra ha colpito l'anno scorso oltre sei milioni di afgani (circa uno su cinque).
“Niente seno, semo persiani” (by Stefano Bigliardi, January 2016)

“Niente seno, semo persiani” (by Stefano Bigliardi, January 2016)

Troppo bello per essere vero. Mi sveglio e leggo questo: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/01/25/rohani-a-romacoperte-alcune-statue-di-nudi-musei-capitolini_aee03593-589b-427c-bf2e-6e1ee69e2845.html "Alcune" è un understatement. http://video.corriere.it/roma-niente-nudi-rouhani-coperte-statue-musei-capitolini/d8a7f106-c3a5-11e5-b326-365a9a1e3b10 Mi piace immaginare che pure Rohani sotto la folta barba abbia riso dell'ipocrita zelo italico. Oppure no: di sera, in camera sua, ha pianto: anni e anni di rapporti diplomatici con l'Italia intessuti pazientemente per vedere finalmente un po' […]
“Niente seno, semo persiani” (by Stefano Bigliardi, January 2016)

“Niente seno, semo persiani” (by Stefano Bigliardi, January 2016)

Troppo bello per essere vero. Mi sveglio e leggo questo: http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2016/01/25/rohani-a-romacoperte-alcune-statue-di-nudi-musei-capitolini_aee03593-589b-427c-bf2e-6e1ee69e2845.html "Alcune" è un understatement. http://video.corriere.it/roma-niente-nudi-rouhani-coperte-statue-musei-capitolini/d8a7f106-c3a5-11e5-b326-365a9a1e3b10 Mi piace immaginare che pure Rohani sotto la folta barba abbia riso dell'ipocrita zelo italico. Oppure no: di sera, in camera sua, ha pianto: anni e anni di rapporti diplomatici con l'Italia intessuti pazientemente per vedere finalmente un po' […]

Iran: pompa magna in Occidente, guerra per procura in Oriente

Di Camelia Entekhabi-Fard. Al-Arabiya (26/01/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi. Dopo più di dieci anni, gli iraniani vedono il loro presidente viaggiare con rispetto in Paesi occidentali e ristabilire relazioni diplomatiche ed economiche.  Il presidente Hassan Rohani è arrivato a Roma il 25 gennaio, accompagnato da una grande delegazione commerciale. Dopo aver firmato accordi […]

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Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Entro anch’io. No, tu no. E perché? Perché no. Porte sbarrate per Uber nella «Repubblica delle start up». Yisrael Katz, ministro israeliano dei Trasporti, non ammette dialogo: la compagnia californiana presente in oltre 50 Stati e che sta mettendo in crisi le compagnie di taxi di mezzo mondo, non può metter piede – pardon: ruote […]
Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

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Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Entro anch’io. No, tu no. E perché? Perché no. Porte sbarrate per Uber nella «Repubblica delle start up». Yisrael Katz, ministro israeliano dei Trasporti, non ammette dialogo: la compagnia californiana presente in oltre 50 Stati e che sta mettendo in crisi le compagnie di taxi di mezzo mondo, non può metter piede – pardon: ruote […]
Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Entro anch’io. No, tu no. E perché? Perché no. Porte sbarrate per Uber nella «Repubblica delle start up». Yisrael Katz, ministro israeliano dei Trasporti, non ammette dialogo: la compagnia californiana presente in oltre 50 Stati e che sta mettendo in crisi le compagnie di taxi di mezzo mondo, non può metter piede – pardon: ruote […]

Yusuf Idris. The Urmann is a woman

Tempo fa, ho pubblicato la traduzione di un racconto di Yusuf Idris (potete leggerlo qui). In quell’occasione segnalavo di aver scritto un articolo al riguardo. Che finalmente è uscito e che potete leggere qui. A quest’articolo sono particolarmente affezionata. Buona … Continua a leggere

Yusuf Idris. The Urmann is a woman
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Yusuf Idris. The Urmann is a woman

Tempo fa, ho pubblicato la traduzione di un racconto di Yusuf Idris (potete leggerlo qui). In quell’occasione segnalavo di aver scritto un articolo al riguardo. Che finalmente è uscito e ch epotete leggere qui. A quest’articolo sono particolarmente affezionata. Buona … Continua a leggere

Yusuf Idris. The Urmann is a woman
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Tamezret, Tunisia. Le celebrazioni per il nuovo anno amazigh.

Alessia Carnevale e Badia Aboutaoufik, Volontarie in Tunisia con il Servizio Volontario Europeo Tamezret, anno 2966. Suona come il preludio di un film di fantascienza, ed il paesaggio si presterebbe bene a farne da location. Siamo in un villaggio abbarbicato tra le crespe e semidesertiche colline della catena di Matmata, famose per aver dato i natali al leggendario Luke Skywalker, protagonista di Star […]

Tamezret, Tunisia. Le celebrazioni per il nuovo anno amazigh.

Alessia Carnevale e Badia Aboutaoufik, Volontarie in Tunisia con il Servizio Volontario Europeo Tamezret, anno 2966. Suona come il preludio di un film di fantascienza, ed il paesaggio si presterebbe bene a farne da location. Siamo in un villaggio abbarbicato tra le crespe e semidesertiche colline della catena di Matmata, famose per aver dato i natali al leggendario Luke Skywalker, protagonista di Star […]

Tamezret, Tunisia. Le celebrazioni per il nuovo anno amazigh.

Alessia Carnevale e Badia Aboutaoufik, Volontarie in Tunisia con il Servizio Volontario Europeo Tamezret, anno 2966. Suona come il preludio di un film di fantascienza, ed il paesaggio si presterebbe bene a farne da location. Siamo in un villaggio abbarbicato tra le crespe e semidesertiche colline della catena di Matmata, famose per aver dato i natali al leggendario Luke Skywalker, protagonista di Star […]

Tamezret, Tunisia. Le celebrazioni per il nuovo anno amazigh.

Alessia Carnevale e Badia Aboutaoufik, Volontarie in Tunisia con il Servizio Volontario Europeo Tamezret, anno 2966. Suona come il preludio di un film di fantascienza, ed il paesaggio si presterebbe bene a farne da location. Siamo in un villaggio abbarbicato tra le crespe e semidesertiche colline della catena di Matmata, famose per aver dato i natali al leggendario Luke Skywalker, protagonista di Star […]
“Adua” di Igiaba Scego

“Adua” di Igiaba Scego

Adua e Zoppe sono una figlia e suo padre, ma più che legati appaiono divisi da un rapporto minato fin dalle origini a causa della morte della madre avvenuta nel momento in cui ha messo al mondo la sua bambina. Zoppe non ha mai accettato la perdita della moglie e di fatto ne ha sempre […]

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Memoria, ḏikrā ذكرى

ذكرى ḏikrā (n.f.), ذِكْرَيَات ‎  ḏikrayāt (pl.): memoria, ricordo, rimembranza ✏ (he) זֵכֶר zécher ✏ (en) memory, recollection, remembrance; (de) Erinnerung, Gedenken, Gedächtnis; (es) memoria, recuerdo; ذكر ḏakara (v.),  يَذْكُرُ‎  yaḏkuru: ricordare, rammentare; tenere a mente ✏ (he) זָכַר  zachár ∗ ∗ ∗ Lettere  ذال  ḏāl è la nona lettera dell’alfabeto arabo — — — Immagine: […]

Daesh ha bisogno della Libia per le sue operazioni in Nord Africa

Di Mohamed Chtatou. Your Middle East (26/01/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo. Nel 2011 quando Gheddafi fu ucciso, tutti pensavano che si trattasse di un nuovo inizio per il Paese: una Libia libera e democratica. Ma non fu così, la Libia diventò violenta, tribale, patriarcale e divisa. Tuttavia nuove speranze sono emerse con l’accordo […]

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La cultura a confronto/scontro alla 47° Fiera del Libro del Cairo

La cultura a confronto/scontro alla 47° Fiera del Libro del Cairo

Si inaugura oggi al Cairo la 47° edizione della Fiera internazionale del Libro del Cairo, che resterà aperta fino al prossimo 10 febbraio.    Quest’anno gli editori presenti saranno 850 (di cui 550 egiziani, 250 arabi e 50 stranieri, più 110 stand di libri usati), provenienti da 34 paesi diversi, di cui 21 arabi. Il … Continua a leggere La cultura a confronto/scontro alla 47° Fiera del Libro del Cairo
La Tunisia scossa da nuove rivolte

La Tunisia scossa da nuove rivolte

kasser 110Il 14 gennaio ha festeggiato il quinto anniversario della Rivoluzione ma prezzi alti, disoccupazione, povertà hanno scatenato manifestazioni di protesta da Kasserine ad altri centri, estendendosi anche ad alcuni quartieri popolari di Tunisi, dove dei negozi sono stati saccheggiati. Presenza della polizia sempre più massiccia, controlli serratissimi ovunque.

Quando gli arabi esportavano il tarab

Quando gli arabi esportavano il tarab

Quand les Arabes exportaient le Tarab  | babelmed | culture méditerranéenneRacconto. Tra la rivoluzione egiziana del 1919 e l’inizio della guerra del Libano nel 1975, il Medio Oriente vive una parentesi di libertà sociale e artistica benedetta. Sulle tracce di alcuni dei protagonisti di questo periodo, in un racconto basato sull’ultima graphic novel di Lamia Ziadé, per immergervi in un patrimonio culturale mitico. Perduto per sempre? (Ebticar/Le Desk)

“Much Loved” di Nabil Ayouch, anatemi  e minacce

“Much Loved” di Nabil Ayouch, anatemi e minacce

Much Loved de Nabil Ayouch | babelmed | culture méditerranéenneIn Marocco le reazioni provocate dal film Much Loved hanno raggiunto dimensioni imprevedibili. Ben al di là delle semplici condanne o richieste di toglierlo dalle sale. Del film si è discusso in Parlamento, mentre su web circolano condanne a morte per il regista e l’attrice protagonista, Loubna Abidar. (Ebticar/Arablog)

La Cina bussa alle porte del Medio Oriente: quando la politica segue l’economia

Di Mustafa al-Libad. As-Safir (25/01/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. La recente visita del presidente cinese, Xi Jinping, in Medio Oriente ha rappresentato un avvenimento importante e di grande portata storica, soprattutto perché avvenuta in un momento di cambiamento, a livello internazionale e regionale, e diverso dall’ultimo viaggio del presidente nella regione avvenuto sette anni […]

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Euran

Dice: In occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani in Campidoglio sono state coperte da pannelli bianchi su tutti e quattro i lati alcune statue di nudi dei Musei […]
Egitto: “Cinque anni dopo, non ho più parole”

Egitto: “Cinque anni dopo, non ho più parole”

“Potrebbe essere stato ingenuo credere che il nostro sogno poteva diventare realtà, ma non era sciocco credere che un altro mondo fosse possibile. Lo era davvero. O almeno è così che me lo ricordo”. Di Alaa Abd El Fattah. Mada Masr (24/01/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. Cinque anni fa, in quello che sarebbe […]

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Corso di introduzione alla letteratura araba contemporanea

Corso di introduzione alla letteratura araba contemporanea

Dal 26 febbraio (ri)parte il corso di introduzione alla letteratura araba contemporanea che ho organizzato con la Libreria Griot di Roma.  Questo secondo ciclo è strutturato in dieci incontri settimanali di due ore ciascuno. Ci concentreremo in particolare sulla narrativa da Egitto, Libano e Palestina, e leggeremo e commenteremo insieme alcuni romanzi che ho amato … Continua a leggere Corso di introduzione alla letteratura araba contemporanea
Via! – Fotografia di strada

Via! – Fotografia di strada

via foto 110In mostra il progetto fotografico iniziato nel 2014 dal Goethe-Institut, con 10 fotografi - 5 in Germania e 5 in Italia - che nell’arco di un anno hanno fotografato secondo i canoni della fotografia di strada. Museo di Roma in Trastevere - 30 gennaio - 3 aprile 2016

Il “Piano Marshall” europeo per fronteggiare la crisi siriana

Di Wasim Ibrahim. As-Safir (23/01/2016). Traduzione e sintesi di Federico Seibusi. Dopo la Turchia, che ricatta l’Europa attraverso i rifugiati, non ci vorrà molto prima che altri Paesi inizino a sfruttare questo fattore. Ora è il turno della Giordania e del Libano. Perciò, l’Unione Europea sta valutando l’attuazione di un “Piano Marshall” per questi Paesi, […]

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No al fondamentalismo religioso: Papa Francesco incontra Rohani

No al fondamentalismo religioso: Papa Francesco incontra Rohani

Dialogo interreligioso e lotta all’estremismo saranno i temi fondanti dell’udienza tra Papa Francesco e Hassan Rohani, già stabilita per il 14 novembre scorso e poi rimandata per gli attentati di Parigi. Il 26 gennaio è la data dell’udienza. La prima e ultima visita di un presidente iraniano in Vaticano risale al 1999, quando Papa Giovanni […]

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Animazione culturale al Cairo

Animazione culturale al Cairo

Etincelles contemporaines: vidéo, performance e urbanisme au Caire | babelmed | culture méditerranéenneUn progetto artistico in un caffè, un laboratorio urbanistico nippo-egiziano e l’annuale festival 2B Continued dedicato alla performance in tutte le sue declinazioni: così al Cairo l’arte contemporanea e lo spettacolo coinvolgono in maniera originale il pubblico. (Ebticar/Mada Masr)

Giocattoli per curare i traumi della guerra

Giocattoli per curare i traumi della guerra

War-Toys : un projet photographique pour dépasser les traumatismes de guerre | babelmed | culture méditerranéenneIl progetto fotografico War-Toys di Brian McCarthy, che per oltre vent’anni ha fotografato giocattoli per i più grandi brand internazionali, racconta la guerra in maniera penetrante, e insieme aiuta i piccoli a superare il trauma Ricreare i ricordi di bambini e bambine la cui infanzia è stata travolta dalla guerra, utilizzando i giocattoli trovati in Palestina, Israele, Libano.(Ebticar/Mashallah News)

Marocco: terremoto nello stretto di Gibilterra

(Agenzie). Terremoto nello stretto di Gibilterra nella notte di domenica. L’area tra la Spagna e il Marocco è stata interessata da un sisma di magnitudo 6.3 sulla scala Richter, che ha colpito anche la città di Malaga. Il sisma è stato avvertito, fra l’altro, nella città di Melilla, enclave spagnola in territorio marocchino. Moltissime le chiamate ai […]

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Marocco: insegnanti manifestano contro due decreti controversi

Marocco: insegnanti manifestano contro due decreti controversi

(Agenzie). Migliaia di insegnanti in formazione hanno dimostrato ancora una volta domenica a Rabat per chiedere la rimozione di due decreti ministeriali controversi, più di due settimane dopo alcune manifestazioni violentemente represse dalle forze di sicurezza. I futuri insegnanti di oltre quaranta centri di formazione si sono riuniti in una piazza nella capitale prima di dirigersi verso […]

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Egitto: quinto anniversario della rivoluzione del 25 gennaio

(Agenzie). Sono passati cinque anni da quel 25 gennaio in cui le rivolte popolari hanno messo fine al regime pluriennale dell’ex presidente Hosni Mubarak in Egitto. Negli ultimi due giorni, in diversi discorsi il presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi ha elogiato le rivolte del 2011, attraverso le quali il popolo egiziano ha costruito “uno Stato civile, […]

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Siria: “pozione di veleno” americana per l’opposizione

(Al-Hayat). I leader dell’opposizione siriana hanno discusso ieri, 24 gennaio, su come reagire alle proposte del segretario USA John Kerry, che definiscono una “pozione di veleno”. Kerry ha informato il Coordinatore generale dell’opposizione Riad Hijab, durante il loro incontro a Riyadh, che gli Stati Uniti non vedono un’altra via di uscita al conflitto siriano se non la […]

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#Jan25 Cairo

Anniversario triste, il 25 gennaio. cinque anni fa, la rivoluzione di Tahrir. oggi, quei ragazzi egiziani che abbiamo sbattuto in prima pagina e che avremmo invitato volentieri nei nostri inutili salotti, sono in galera, sono stati amnazzati, sono costretti al silenzio, si sono costretti all’esilio, lottano con il grande coraggio e i pochi strumenti cheRead more

Yemen: leader houthi uccisi a Saada

(Asharq Alawsat). Diversi leader houthi sono rimasti uccisi domenica a seguito delle operazioni condotte dalle forze yemenite vicine al presidente Abd Rabbo Mansur Hadi nel governatorato di Saada, quartier generale delle milizie houthi. Tra i capi gruppo uccisi ci sono alcuni parenti del leader massimo houthi Abdul-Malik Badreddin al-Houthi, come Hussein Badreddin al-Houthi, figlio del fondatore del movimento Houthi […]

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Buongiorno Tunisia

Di Hassouna Mosbahi. Elaph (23/01/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone. Il defunto presidente Habib Bourguiba soleva dire, nella maggior parte dei suoi discorsi, e specialmente negli ultimi, alla fine della sua carriera politica, che la Tunisia non doveva temere dai nemici esterni quanto aveva ragione di temere dai suoi stessi figli! Ho il […]

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Pace in Afghanistan: le precondizioni dei talebani (aggiornato)

Pace in Afghanistan: le precondizioni dei talebani (aggiornato)

Il  logo dell'Emirato talebano: apertura?
La creazione di una sede ufficiale per l'Emirato islamico, la rimozione della lista nera e il decongelamento dei beni, il rilascio dei prigionieri e la fine della "propaganda velenosa" contro l'Emirato. Così il sito ufficiale dei talebani (legati a mullah Mansur)  dà conto delle precondizioni che i talebani pongono per il riavvio del negoziato di pace con Kabul. Condizioni presentate a Doha (Qatar) durante il secondo incontro informale promosso da  Pugwash, un organizzazione internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti. E condizioni respinte al mittente oggi dal governo di Kabul.

Nel documento, redatto mentre era in corso l'incontro, i talebani ribadiscono che solo l'Ufficio di Doha (aperto nel 2013 ma poi chiuso dopo le rimostranze di Kabul perché la sede talebana aveva issato lo stendardo dell'emirato) ha le carte in regola per trattare e negoziare. Una puntualizzazione che sembra ribadire che l'interlocutore può essere uno solo (e non la miriade di gruppi in cui si va dividendo il movimento).

Dunque rappresentanti talebani    si sono incontrati con persone vicine al governo afgano sabato e domenica: un incontro non ufficiale di due giorni organizzato da Pugwash Conferences on Science and World Affairs. L'incontro di Doha non fa  parte del processo di pace ufficiale, che ha già visto due incontri a Islamabad e Kabul ma che per ora si svolge senza talebano ma solo tra  funzionari di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati Uniti, impegnati a tracciare una possibile tabella di marcia per la pace. Le precondizioni per aderire sembrano però un passo avanti.

Pugwash aveva organizzato una prima riunione non ufficiale sulla sicurezza in Afghanistan a Doha il 2-3 maggio 2015. L'incontro aveva coinvolto più di 40 partecipanti, che però rappresentavano solo  opinioni personali. Questa volta sembra che si sia andati un po' più in là ma l'incontro arriva in un momento difficile dopo la strage di giornalisti avvenuta a Kabul mercoledi scorso in serata e rivendicata dai talebani. Ferita difficile da rimarginare

* aggiornato il 25 gennaio alle 17.00
Pace in Afghanistan: le precondizioni dei talebani (aggiornato)

Pace in Afghanistan: le precondizioni dei talebani (aggiornato)

Il  logo dell'Emirato talebano: apertura?
La creazione di una sede ufficiale per l'Emirato islamico, la rimozione della lista nera e il decongelamento dei beni, il rilascio dei prigionieri e la fine della "propaganda velenosa" contro l'Emirato. Così il sito ufficiale dei talebani (legati a mullah Mansur)  dà conto delle precondizioni che i talebani pongono per il riavvio del negoziato di pace con Kabul. Condizioni presentate a Doha (Qatar) durante il secondo incontro informale promosso da  Pugwash, un organizzazione internazionale per la risoluzione pacifica dei conflitti. E condizioni respinte al mittente oggi dal governo di Kabul.

Nel documento, redatto mentre era in corso l'incontro, i talebani ribadiscono che solo l'Ufficio di Doha (aperto nel 2013 ma poi chiuso dopo le rimostranze di Kabul perché la sede talebana aveva issato lo stendardo dell'emirato) ha le carte in regola per trattare e negoziare. Una puntualizzazione che sembra ribadire che l'interlocutore può essere uno solo (e non la miriade di gruppi in cui si va dividendo il movimento).

Dunque rappresentanti talebani    si sono incontrati con persone vicine al governo afgano sabato e domenica: un incontro non ufficiale di due giorni organizzato da Pugwash Conferences on Science and World Affairs. L'incontro di Doha non fa  parte del processo di pace ufficiale, che ha già visto due incontri a Islamabad e Kabul ma che per ora si svolge senza talebano ma solo tra  funzionari di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati Uniti, impegnati a tracciare una possibile tabella di marcia per la pace. Le precondizioni per aderire sembrano però un passo avanti.

Pugwash aveva organizzato una prima riunione non ufficiale sulla sicurezza in Afghanistan a Doha il 2-3 maggio 2015. L'incontro aveva coinvolto più di 40 partecipanti, che però rappresentavano solo  opinioni personali. Questa volta sembra che si sia andati un po' più in là ma l'incontro arriva in un momento difficile dopo la strage di giornalisti avvenuta a Kabul mercoledi scorso in serata e rivendicata dai talebani. Ferita difficile da rimarginare

* aggiornato il 25 gennaio alle 17.00
Appello al fianco degli accademici turchi

Appello al fianco degli accademici turchi

appello turchia 110Da settimane in Turchia è in corso un vero e proprio attacco ai danni della popolazione curda, in particolare nell’est del paese: a Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre, così come in molte altre città, attraverso un coprifuoco che dura ormai da due mesi, si è venuto a delineare un vero e proprio scenario di guerra, nella quale l’esercito turco continua ad attentare con l’utilizzo di armi pesanti alle vite dei curdi.

Tunisia: torna la rivoluzione?

Santiago Alba Rico Nel gennaio 2011, in piena rivoluzione tunisina, venne pubblicata una mappa che mostrava il rapporto tra distribuzione della povertà e diffusione delle proteste contro il regime di Ben Ali: al taglio verticale est/ovest si affiancava uno spesso tratto nero nel centro-ovest, dove maggiormente si concentrava la povertà e da dove (Sidi Bouzid, Kasserine, Thala) l’intifada si era […]

Tunisia: torna la rivoluzione?

Santiago Alba Rico Nel gennaio 2011, in piena rivoluzione tunisina, venne pubblicata una mappa che mostrava il rapporto tra distribuzione della povertà e diffusione delle proteste contro il regime di Ben Ali: al taglio verticale est/ovest si affiancava uno spesso tratto nero nel centro-ovest, dove maggiormente si concentrava la povertà e da dove (Sidi Bouzid, Kasserine, Thala) l’intifada si era […]

Tunisia: torna la rivoluzione?

Santiago Alba Rico Nel gennaio 2011, in piena rivoluzione tunisina, venne pubblicata una mappa che mostrava il rapporto tra distribuzione della povertà e diffusione delle proteste contro il regime di Ben Ali: al taglio verticale est/ovest si affiancava uno spesso tratto nero nel centro-ovest, dove maggiormente si concentrava la povertà e da dove (Sidi Bouzid, Kasserine, Thala) l’intifada si era […]
Siria: le poche scelte dell’opposizione

Siria: le poche scelte dell’opposizione

Harfoush nell’articolo pubblicato oggi 24-01-2016, accusa gli Stati Uniti di aver abbandonato la Siria. Invece di accennare a una “soluzione militare” contro Daesh, come ha fatto il vice presidente Usa, Joe Biden, era meglio fare questa minaccia tanto tempo fa al regime di al-Assad per risparmiare il sangue siriano che si sparge da più di […]

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Tunisia: l’indignazione si fa social

(RFI). A cinque anni dalla rivoluzione del 2011, la Tunisia ha vissuto una settimana di agitazione sociale che ha visto come epicentro delle contestazioni di nuovo il centro del Paese, Kasserine. Un giovane disoccupato è morto provocando un’ondata di indignazione sulla rete sociale. Ridha Yahyaoui è morto il 16 gennaio fulminato su un palo della luce sul quale […]

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Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

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Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti riguardanti […]

Turchia: per gli americani il PKK è come Daesh

(Agenzie). Il vicepresidente Usa Joe Biden, in visita ufficiale in Turchia, ha dichiarato che gli Stati Uniti non escludono un intervento militare in Siria per sconfiggere Daesh. Parole che hanno provocato la reazione della Russia, costringendo la Casa Bianca a spiegare che non c‘è alcun cambiamento nella posizione americana. Alcune fonti diplomatiche hanno anzi annunciato che Russia e Stati Uniti […]

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Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Kasserine: torna la rivolta

Santiago Alba Rico Nel quinto anniversario della rivoluzione, la Tunisia è di nuovo in tumulto: un déjà vu che preannuncia molte difficoltà. Abbiamo già visto tutto. Tutto si ripete. Venerdì scorso a Kasserine, città centro-occidentale a 300 km dalla capitale, un giovane disoccupato di 28 anni, Ridha Yahyaoui, protestava perché il suo nome era sparito da un elenco di contratti […]

Kasserine: torna la rivolta

Santiago Alba Rico Nel quinto anniversario della rivoluzione, la Tunisia è di nuovo in tumulto: un déjà vu che preannuncia molte difficoltà. Abbiamo già visto tutto. Tutto si ripete. Venerdì scorso a Kasserine, città centro-occidentale a 300 km dalla capitale, un giovane disoccupato di 28 anni, Ridha Yahyaoui, protestava perché il suo nome era sparito da un elenco di contratti […]

Kasserine: torna la rivolta

Santiago Alba Rico Nel quinto anniversario della rivoluzione, la Tunisia è di nuovo in tumulto: un déjà vu che preannuncia molte difficoltà. Abbiamo già visto tutto. Tutto si ripete. Venerdì scorso a Kasserine, città centro-occidentale a 300 km dalla capitale, un giovane disoccupato di 28 anni, Ridha Yahyaoui, protestava perché il suo nome era sparito da un elenco di contratti […]

Italia: prete rifiuta di dare l’estrema unzione a immigrata marocchina

(Hespress). La notizia ha girato ieri in Italia per arrivare oggi, 23 gennaio, alla stampa marocchina. Il sito Hespress dà il suo punto di vista.   Il parroco della chiesa cattolica di una piccola città alla periferia di Savona, ha rifiutato l’istituzione dei riti cristiani per la sepoltura del corpo di un’immigrata marocchina morta di recente a causa del crollo di […]

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Italia: prete rifiuta di dare l’estrema unzione a immigrata marocchina

(Hespress). La notizia ha girato ieri in Italia per arrivare oggi, 23 gennaio, alla stampa marocchina. Il sito Hespress dà il suo punto di vista.   Il parroco della chiesa cattolica di una piccola città alla periferia di Savona, ha rifiutato l’istituzione dei riti cristiani per la sepoltura del corpo di un’immigrata marocchina morta di recente a causa del crollo di […]

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Il governo egiziano nei negoziati per la diga Al-Nahda

Di Mustafa Ashur. Al-Araby al-Jadeed (21/01/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. La faccenda dei negoziati del governo egiziano sulla questione della diga Al-Nahda (la Grand Reinassance Dam), che risponda alle richieste del suo popolo, preservi i suoi diritti storici e soprattutto la sua sicurezza nazionale, è alquanto bizzarra. Intanto, le dichiarazioni del governo sollevano molti punti […]

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Il governo egiziano nei negoziati per la diga Al-Nahda

Di Mustafa Ashur. Al-Araby al-Jadeed (21/01/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. Bizzarra la faccenda del governo egiziano e del suo negoziatore, che starebbe cercando una soluzione alla questione della diga Al-Nahda (la Grand Reinassance Dam) che risponda alle richieste del suo popolo e preservi i suoi diritti storici, ma soprattutto la sua sicurezza nazionale. Intanto, […]

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Libia: nuove truppe da USA e UE in arrivo

(Asharq Al-Awsat). Decine di militari americani, britannici e russi sono arrivati a sostegno del nuovo governo di unità nazionale in Libia. Lo riferiscono fonti di sicurezza locali. Il governo, sempre secondo tali fonti, prevede anche l’arrivo di truppe francesi. Le truppe sono atterrate nella base militare di Gamal Abel Nasser, a sud di Tobruk dove ha sede il […]

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Libia: nuove truppe da USA e UE in arrivo

(Asharq Al-Awsat). Decine di militari americani, britannici e russi sono arrivati a sostegno del nuovo governo di unità nazionale in Libia. Lo riferiscono fonti di sicurezza locali. Il governo, sempre secondo tali fonti, prevede anche l’arrivo di truppe francesi. Le truppe sono atterrate nella base militare di Gamal Abel Nasser, a sud di Tobruk dove ha sede il […]

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Tunisia: la protesta di Kasserine e i rischi di una ricaduta

Di Mohamed Hnidd. Arabi21 (21/01/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Gli eventi che si susseguono in Tunisia, culla della Primavera Araba, mettono in guardia sulla direzione che potrebbe prendere il difficile cammino di transizione. Ma il recente ritorno dell’ondata rivoluzionaria sottolinea i limiti e il fallimento di questo lungo e tortuoso processo di transizione democratica che […]

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Di Mohamed Hnidd. Arabi21 (21/01/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Gli eventi che si susseguono in Tunisia, culla della Primavera Araba, mettono in guardia sulla direzione che potrebbe prendere il difficile cammino di transizione. Ma il recente ritorno dell’ondata rivoluzionaria sottolinea i limiti e il fallimento di questo lungo e tortuoso processo di transizione democratica che […]

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Siria: slittata al 27 la data del tavolo di pace a Ginevra

(Agenzie). La data del 25 gennaio a Ginevra per i colloqui di pace sul conflitto in Siria slitterà probabilmente al 27 dello stesso mese o oltre. Lo ha affermato all’agenzia Sputnik il vice capo della delegazione dell’opposizione siriana, George Sabra. “Essendo solo una tra le parti dei colloqui”, ha sottolineato Sabra, “non siamo legati a una […]

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Siria: slittata al 27 la data del tavolo di pace a Ginevra

(Agenzie). La data del 25 gennaio a Ginevra per i colloqui di pace sul conflitto in Siria slitterà probabilmente al 27 dello stesso mese o oltre. Lo ha affermato all’agenzia Sputnik il vice capo della delegazione dell’opposizione siriana, George Sabra. “Essendo solo una tra le parti dei colloqui”, ha sottolineato Sabra, “non siamo legati a una […]

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Israele: “Tra Iran e Daesh, scelgo Daesh”

(Yedioth Ahronoth). Il ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha dichiarato martedì che se dovesse scegliere tra l’Iran e Daesh, “Preferisco Daesh”. Lo ha affermato durante una conferenza all’Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale (INSS) a Tel Aviv, precisando che “l’Iran è il nostro principale nemico, mentre ho sentito voci dichiarare diversamente”. Il ministro […]

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La mia prima spesa in arabo, تَسَوُّق tasawwuq

La mia prima spesa in arabo, تَسَوُّق tasawwuq

  Dopo un mesetto di esercitazioni nell’ascolto, nella pronuncia e nella scrittura, ho provato a fare la spesa (تَسَوَّقَ ‎  tasawwaqa). Dalla mia prima spesa (تَسَوُّق ‎  tasawwuq) ho portato a casa frutta fresca e qualche conoscenza in più sull’arabo e sulle influenze e i “passaggi” fra diverse lingue e culture.   برتقال, burtuqāl  e  […]

Siria, Iraq: 22.000 jihadisti uccisi dalla coalizione anti-Daesh

(Agenzie). Sarebbero circa 22 mila i jihadisti uccisi in Siria e Iraq dall’estate 2014 dall’inizio dei raid della coalizione internazionale contro Daesh. Tra questi, un migliaio sarebbe stato colpito dall’esercito francese. Lo ha dichiarato giovedì il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian a France24, sottolineando che si tratta di un bilancio approssimativo. Secondo Le […]

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Siria, Iraq: 22.000 jihadisti uccisi dalla coalizione anti-Daesh

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Libano: Geagea affretta il ritiro di Hezbollah

Di Zouheir Kseibati. Al-Hayat (20/01/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi. Dopo dieci anni della nascita dell’alleanza tra Hezbollah e il Movimento Patriottico Libero capeggiato dal generale Michel Aoun, è nata un’alleanza tra quest’ultimo e il leader del partito Forze Libanesi, Samir Geagea, tramite la sua recente nomina dell’ex rivale alla presidenza della Repubblica. E se […]

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Di Zouheir Kseibati. Al-Hayat (20/01/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi. Dopo dieci anni della nascita dell’alleanza tra Hezbollah e il Movimento Patriottico Libero capeggiato dal generale Michel Aoun, è nata un’alleanza tra quest’ultimo e il leader del partito Forze Libanesi, Samir Geagea, tramite la sua recente nomina dell’ex rivale alla presidenza della Repubblica. E se […]

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Marocco: arrestati 3 presunti terroristi di Daesh

(Bladi.net). Tre presunti terroristi affiliati a Daesh sono stati arrestati a Tangeri. Lo ha annunciato il ministero degli Interni in un comunicato. I tre individui, fermati tra il 17 e il 18 febbraio scorso, stavano pianificando di attaccare alcune persone con dei coltelli. Si sospetta anche che stessero progettando delle rapine per finanziarsi il viaggio […]

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Cucina afghana: kabuli pulao

Chiamato anche qabuli palao o palaw, questo piatto è considerato la specialità nazionale dell’Afghanistan ed è preparato in occasioni molto speciali: scopriamo come preparare il kabuli pulao! Ingredienti: 500g di riso basmati 130ml di olio d’oliva 1kg di carne di agnello o manzo 2 cipolle 3 spicchi d’aglio 1 stecca di cannella 8 bacche di coriandolo 2 cucchiaini di […]

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Marocco: a Rabat una veglia per Leila Alaoui

(Agenzie). Nella serata di oggi, venerdì 22 gennaio, si terrà a Rabat, di fronte alla sede del parlamento, una veglia in memoria di Leila Alaoui, la fotografa franco-marocchina morta lo scorso lunedì a seguito delle ferite riportate durante l’attentato di Ouagadougou. “Noi – la comunità di Rabat, del Marocco e del mondo intero – vogliamo mostrare […]

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Consiglio di lettura: “Frankenstein a Baghdad” di Ahmed Saadawi

Consiglio di lettura: “Frankenstein a Baghdad” di Ahmed Saadawi

Quanti di voi hanno letto il meraviglioso romanzo di Mary Schelley “Frankenstein”? Non parlo di chi è familiare con la storia, grosso modo la conosciamo tutti, ma proprio chi ha letto quel libro. Io, quando lo lessi, lo trovai illuminante. Lo spessore psicologico del mostro mi sorprese, gli effetti che la cattiveria della società ebbero […]

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Yemen: scomparso giornalista di Al-Jazeera

(Agenzie). Un reporter della televisione panaraba Al-Jazeera è scomparso in Yemen e si ritiene sia stato rapito. Lo riferisce la stessa Al-Jazeera. Hamdi al Bokari è stato visto l’ultima volta lunedì sera a Taiz, nel sud-ovest del Paese, città in sommossa a causa dei combattimenti tra i ribelli sciiti Houthi e forze locali fedeli al governo del […]

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Libia: pressioni per l’approvazione del nuovo governo

Di Ali Sheib. Al-Hayat  (20/01/2016). Traduzione e sintesi di Paola Conti. È stata annunciata a Tunisi la formazione del nuovo governo di unità nazionale libico in virtù dell’accordo firmato il mese scorso, sotto l’egida della Nazioni Unite. Tale nuovo governo deve ora ottenere la fiducia della Camera dei rappresentanti di Tobruk (il parlamento di Tobruk) . […]

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I  media nel mirino

I media nel mirino

L'autobus distrutto dall'auto bomba (foto da ToloNews)
Ricoverati all'ospedale di Emergency a Kabul, la maggior parte dei feriti dell'attacco di mercoledi sera nella capitale cerca di uscire dall'incubo di una giornata che la Federazione afgana dei giornalisti (Ajf) ha definito il “Mercoledi nero” della storia dei media locali. Era già buio quando un'auto piena di esplosivo ha colpito un autobus privato con a bordo oltre trenta persone che provenivano dal centro di produzione Kaboora Production, un gruppo collegato a Tolo Tv, la più nota emittente afgana, ma che lavora anche per altri media. L'obiettivo era però però proprio Tolo Tv, non importa se giornalisti, autisti, membri dello staff. L'esplosione ha ucciso sette perone e ne ha ferite 26, alcune delle quali sono ancora in gravi condizioni. Considerato dai giornalisti afgani un crimine contro l'umanità, l'attentato dei talebani voleva punire un'emittente che – spiegava ieri il comunicato ufficiale sul sito della guerriglia in turbante - «...è la più grande rete del Paese e promuove oscenità, laicità, cultura straniera e nudità. L'Emirato islamico – prosegue la nota con un distinguo che, più che rassicurare, diventa pura intimidazione - vuole chiarire che l'attacco a Tolo non era diretto ai media, ma a una rete di intelligence avversa alla nostra unità nazionale e ai nostri valori religiosi e nazionali».

La condanna, nazionale e internazionale, da Human Rights Watch alla missione dell'Onu a Kabul (Unama) alle organizzazioni di giornalisti, non si fa attendere mentre i talebani alzano il tiro con quello che è un attentato senza precedenti nella storia del Paese: singoli individui sono stati presi di mira, rapiti, intimiditi e anche uccisi. Ma questa è una strage che indica un salto di qualità preoccupante. Che non convince però nemmeno gli ulema e diversi teologi prendono posizione definendo «sacra» la professione del giornalista e l'attentato un «crimine contro l'umanità e contro l'islam». Il governo, non in grado di garantire la sicurezza, assicura almeno la sua solidarietà e rivela che le indagini dimostrano come la quantità di esplosivo utilizzata fosse enorme: per produrre il più alto numero di vittime. Questi i nomi dei giornalisti uccisi: Mohammad Jawad Hussaini, Zainab Mirzaee, Mehri Azizi, Mariam Ibrahimi, Mohammad Hussain, Mohammad Ali Mohammadi, Hussain Amiri.

Intanto, faticosamente, si cerca di mettere in piedi un processo negoziale coi talebani che gli attentati non aiutano. Si sono già svolte due riunioni “quadrilaterali” con Pakistan, Afghanistan, Cina e Stati Uniti e ieri il pachistano Nawaz Sharif e l'afgano Ashraf Ghani hanno incontrato in “trilaterale” il vicepresidente americano Joe Biden a Davos per dar forza all'iniziativa. Per ora cosparsa di sangue
I  media nel mirino

I media nel mirino

L'autobus distrutto dall'auto bomba (foto da ToloNews)
Ricoverati all'ospedale di Emergency a Kabul, la maggior parte dei feriti dell'attacco di mercoledi sera nella capitale cerca di uscire dall'incubo di una giornata che la Federazione afgana dei giornalisti (Ajf) ha definito il “Mercoledi nero” della storia dei media locali. Era già buio quando un'auto piena di esplosivo ha colpito un autobus privato con a bordo oltre trenta persone che provenivano dal centro di produzione Kaboora Production, un gruppo collegato a Tolo Tv, la più nota emittente afgana, ma che lavora anche per altri media. L'obiettivo era però però proprio Tolo Tv, non importa se giornalisti, autisti, membri dello staff. L'esplosione ha ucciso sette perone e ne ha ferite 26, alcune delle quali sono ancora in gravi condizioni. Considerato dai giornalisti afgani un crimine contro l'umanità, l'attentato dei talebani voleva punire un'emittente che – spiegava ieri il comunicato ufficiale sul sito della guerriglia in turbante - «...è la più grande rete del Paese e promuove oscenità, laicità, cultura straniera e nudità. L'Emirato islamico – prosegue la nota con un distinguo che, più che rassicurare, diventa pura intimidazione - vuole chiarire che l'attacco a Tolo non era diretto ai media, ma a una rete di intelligence avversa alla nostra unità nazionale e ai nostri valori religiosi e nazionali».

La condanna, nazionale e internazionale, da Human Rights Watch alla missione dell'Onu a Kabul (Unama) alle organizzazioni di giornalisti, non si fa attendere mentre i talebani alzano il tiro con quello che è un attentato senza precedenti nella storia del Paese: singoli individui sono stati presi di mira, rapiti, intimiditi e anche uccisi. Ma questa è una strage che indica un salto di qualità preoccupante. Che non convince però nemmeno gli ulema e diversi teologi prendono posizione definendo «sacra» la professione del giornalista e l'attentato un «crimine contro l'umanità e contro l'islam». Il governo, non in grado di garantire la sicurezza, assicura almeno la sua solidarietà e rivela che le indagini dimostrano come la quantità di esplosivo utilizzata fosse enorme: per produrre il più alto numero di vittime. Questi i nomi dei giornalisti uccisi: Mohammad Jawad Hussaini, Zainab Mirzaee, Mehri Azizi, Mariam Ibrahimi, Mohammad Hussain, Mohammad Ali Mohammadi, Hussain Amiri.

Intanto, faticosamente, si cerca di mettere in piedi un processo negoziale coi talebani che gli attentati non aiutano. Si sono già svolte due riunioni “quadrilaterali” con Pakistan, Afghanistan, Cina e Stati Uniti e ieri il pachistano Nawaz Sharif e l'afgano Ashraf Ghani hanno incontrato in “trilaterale” il vicepresidente americano Joe Biden a Davos per dar forza all'iniziativa. Per ora cosparsa di sangue
Al Salone del Libro “Visioni” e cultura araba

Al Salone del Libro “Visioni” e cultura araba

lib to 2016 110Si svolgerà dal 12 al 19 maggio a Torino, al Lingotto, la 29^ edizione della kermesse internazionale. Dopo le polemiche e i buchi di bilancio, nuova progettualità e sostegni. Tra gli ospiti: il direttore del Museo del Bardo di Tunisi, Moncef Ben Moussa, il poeta siriano libanese Adonis, il narratore algerino Yasmina Khadra

Pakistan, ancora una strage a scuola

Pakistan, ancora una strage a scuola

Simbolo pacifista: Abdul Ghaffār Khān,
 detto anche Fakhr-e Afghān (orgoglio degli afghani),
 noto col nomignolo di Bāchā Khān (re dei capi)
 e conosciuto anche come
 Gandhi della frontiera o Gandhi musulmano
A distanza di poco più di un anno da quando un commando talebano ha attaccato una scuola militare a Peshawar uccidendo oltre 140 persone, lo scenario si ripete. Questa volta siamo alla Bacha Khan University di Charsadda, sempre nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa di cui Peshawar è la capitale. L’università è intitolata al pashtun della Frontiera del Nord Ovest (così si chiamava la provincia nel Raj britannico): un uomo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, aveva fondato un movimento non violento ancor prima di Gandhi, anche se è ricordato come il “Gandhi musulmano”. Gli studenti stanno proprio commemorando il personaggio che è dunque un simbolo anche della lotta pacifista e di un islam non combattente. Il commando entra nell'ateneo: sarebbero in una decina a scalare le mura dell’edifico. Hanno armi automatiche e cinture esplosive (quest'ultima ipotesi è poi stata smentita dalle autorità: i guerriglieri volevano fuggire dopo l'attacco). Il massacro va in onda poco dopo anche se assai più contenuto rispetto alle aspettative. I morti tra chi era nell'istituto sarebbero (finora) almeno 21 ma non è chiaro se nel conto ci siano quattro guerriglieri che l’esercito sostiene di aver ucciso.
La battaglia dura ore e la resistenza dei mujaheddin viene vinta con difficoltà. Ma il rapido intervento delle forze di sicurezza sembra aver ridotto l’impatto che i terroristi volevano ottenere. La rivendicazione non tarda ad arrivare anche se con un giallo sulla firma. Si fa vivo lo stesso personaggio che già aveva rivendicato la strage di Peshawar, quell’Umar Mansur del Tehreek Taliban Pakistan (Ttp), i talebani pachistani. E’ il capo della fazione Geedar del cartello nato nel 2007 e la rivendicazione la posta sui social network. Ma, dopo qualche ora, arriva la smentita di uno dei portavoce storici del movimento, Mohammad Khorasani, che anzi condanna l’azione come contraria alla legge coranica. Le cose, come spesso accade, si confondono: dal 2014, dopo la morte di Hakimullah Meshud, il Ttp si è diviso in diverse fazioni e ha visto secessioni, espulsioni, lotte intestine. La smentita vuol dire che Mansur è fuori o che Khorasani non controlla più il cartello? E chi è uscito da che parte sta? Alcuni membri del Ttp sono passati a Daesh. Mansur a chi fa capo?

Intanto la polizia e l’esercito procedono ai riconoscimenti dei cadaveri e cercano di ricostruire le conversazioni telefoniche. Spunta – era già avvenuto per Peshawar – una pista afgana che, in effetti, porta a Mansur che nel vicino Paese avrebbe la sua base operativa. Un brutto colpo al tentativo che Pakistan e Afghanistan, con l’aiuto di Cina e Usa, stanno mettendo in piedi per creare le condizioni di un negoziato tra Kabul e i talebani afgani. Il fatto che il Ttp o una sua fazione più o meno in linea agiscano dall'Afghanistan non può che guastare i lavori già in salita di questa “Quadrilaterale” che si è già riunita a Islamabad e Kabul e che ha in agenda una nuova riunione a breve. Tutto si basa, per cominciare, sul tentativo di ristabilire buoni rapporti tra Islamabad e Kabul.

L’azione è comunque una risposta all'operazione Zarb e Azb, un chiodo fisso per Mansur che vuole punire militari traditori e politici apostati. Proprio nel dicembre scorso, i primi 18 mesi di Zarb e Azb – il cui compito era spazzare via la guerriglia locale e straniera dal Waziristan - sono stati definiti un grande successo che ha visto circa 30mila soldati impegnati nell’area tribale col sostegno dell'aviazione. Secondo le forze armate pachistane son stati uccisi 3.400 terroristi e distrutti 837 nascondigli. Oltre 13mila gli operativi militari. Le vittime tra i soldati ammontano a 488 morti e 1.914 feriti. Delle vittime civili invece non si sa nulla: nessuna secondo i militari, affermazione non verificabile. Quanto al numero degli sfollati, nel luglio 2014 erano – dice la stampa locale -– un milione... su una popolazione del Waziristan stimata tra le 4 e le 5oomila unità. Il 40% degli sfollati sarebbe ora – dice sempre l'esercito - rientrato a casa.

Zarb e Azb è stata accompagnata da una politica di ammorbidimento delle relazioni con Kabul e da un lavoro di pressione sui talebani afgani, che hanno finora sempre goduto del sostegno più o meno diretto di Islamabad che adesso invece li starebbe convincendo a trattare. Ma ecco che da quando questa politica è iniziata, stragi, attentati, attacchi sono aumentati e spesso senza firma o con firme e responsabilità confuse. Quest’attacco fa parte della strategia che vuole minare gli sforzi di pace? Possibilissimo e cosa c’è di meglio che far notizia ammazzando giovani studenti. Nell'università del Gandhi pachistano.
Pakistan, ancora una strage a scuola

Pakistan, ancora una strage a scuola

Simbolo pacifista: Abdul Ghaffār Khān,
 detto anche Fakhr-e Afghān (orgoglio degli afghani),
 noto col nomignolo di Bāchā Khān (re dei capi)
 e conosciuto anche come
 Gandhi della frontiera o Gandhi musulmano
A distanza di poco più di un anno da quando un commando talebano ha attaccato una scuola militare a Peshawar uccidendo oltre 140 persone, lo scenario si ripete. Questa volta siamo alla Bacha Khan University di Charsadda, sempre nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa di cui Peshawar è la capitale. L’università è intitolata al pashtun della Frontiera del Nord Ovest (così si chiamava la provincia nel Raj britannico): un uomo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, aveva fondato un movimento non violento ancor prima di Gandhi, anche se è ricordato come il “Gandhi musulmano”. Gli studenti stanno proprio commemorando il personaggio che è dunque un simbolo anche della lotta pacifista e di un islam non combattente. Il commando entra nell'ateneo: sarebbero in una decina a scalare le mura dell’edifico. Hanno armi automatiche e cinture esplosive (quest'ultima ipotesi è poi stata smentita dalle autorità: i guerriglieri volevano fuggire dopo l'attacco). Il massacro va in onda poco dopo anche se assai più contenuto rispetto alle aspettative. I morti tra chi era nell'istituto sarebbero (finora) almeno 21 ma non è chiaro se nel conto ci siano quattro guerriglieri che l’esercito sostiene di aver ucciso.
La battaglia dura ore e la resistenza dei mujaheddin viene vinta con difficoltà. Ma il rapido intervento delle forze di sicurezza sembra aver ridotto l’impatto che i terroristi volevano ottenere. La rivendicazione non tarda ad arrivare anche se con un giallo sulla firma. Si fa vivo lo stesso personaggio che già aveva rivendicato la strage di Peshawar, quell’Umar Mansur del Tehreek Taliban Pakistan (Ttp), i talebani pachistani. E’ il capo della fazione Geedar del cartello nato nel 2007 e la rivendicazione la posta sui social network. Ma, dopo qualche ora, arriva la smentita di uno dei portavoce storici del movimento, Mohammad Khorasani, che anzi condanna l’azione come contraria alla legge coranica. Le cose, come spesso accade, si confondono: dal 2014, dopo la morte di Hakimullah Meshud, il Ttp si è diviso in diverse fazioni e ha visto secessioni, espulsioni, lotte intestine. La smentita vuol dire che Mansur è fuori o che Khorasani non controlla più il cartello? E chi è uscito da che parte sta? Alcuni membri del Ttp sono passati a Daesh. Mansur a chi fa capo?

Intanto la polizia e l’esercito procedono ai riconoscimenti dei cadaveri e cercano di ricostruire le conversazioni telefoniche. Spunta – era già avvenuto per Peshawar – una pista afgana che, in effetti, porta a Mansur che nel vicino Paese avrebbe la sua base operativa. Un brutto colpo al tentativo che Pakistan e Afghanistan, con l’aiuto di Cina e Usa, stanno mettendo in piedi per creare le condizioni di un negoziato tra Kabul e i talebani afgani. Il fatto che il Ttp o una sua fazione più o meno in linea agiscano dall'Afghanistan non può che guastare i lavori già in salita di questa “Quadrilaterale” che si è già riunita a Islamabad e Kabul e che ha in agenda una nuova riunione a breve. Tutto si basa, per cominciare, sul tentativo di ristabilire buoni rapporti tra Islamabad e Kabul.

L’azione è comunque una risposta all'operazione Zarb e Azb, un chiodo fisso per Mansur che vuole punire militari traditori e politici apostati. Proprio nel dicembre scorso, i primi 18 mesi di Zarb e Azb – il cui compito era spazzare via la guerriglia locale e straniera dal Waziristan - sono stati definiti un grande successo che ha visto circa 30mila soldati impegnati nell’area tribale col sostegno dell'aviazione. Secondo le forze armate pachistane son stati uccisi 3.400 terroristi e distrutti 837 nascondigli. Oltre 13mila gli operativi militari. Le vittime tra i soldati ammontano a 488 morti e 1.914 feriti. Delle vittime civili invece non si sa nulla: nessuna secondo i militari, affermazione non verificabile. Quanto al numero degli sfollati, nel luglio 2014 erano – dice la stampa locale -– un milione... su una popolazione del Waziristan stimata tra le 4 e le 5oomila unità. Il 40% degli sfollati sarebbe ora – dice sempre l'esercito - rientrato a casa.

Zarb e Azb è stata accompagnata da una politica di ammorbidimento delle relazioni con Kabul e da un lavoro di pressione sui talebani afgani, che hanno finora sempre goduto del sostegno più o meno diretto di Islamabad che adesso invece li starebbe convincendo a trattare. Ma ecco che da quando questa politica è iniziata, stragi, attentati, attacchi sono aumentati e spesso senza firma o con firme e responsabilità confuse. Quest’attacco fa parte della strategia che vuole minare gli sforzi di pace? Possibilissimo e cosa c’è di meglio che far notizia ammazzando giovani studenti. Nell'università del Gandhi pachistano.

Redimorto

Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

Redimorto

Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

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Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

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Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

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Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

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L’impatto dell’attentato a Istanbul sui rifugiati siriani

Di Haid Haid. Now Lebanon (19/01/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi. L’attentato che ha colpito uno dei luoghi turistici più famosi di Istanbul in Piazza Sultanahmet il 12 gennaio scorso non fa che aumentare la pressione sui rifugiati siriani, non solo in Turchia ma anche in Germania e nel resto d’Europa. Un siriano ha […]

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Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

Rifugiate

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Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

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Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

Fine delle sanzioni, ma molti in Iran restano scettici

Di Ali Noorani. Your Middle East (19/01/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo. “L’attività commerciale peggiorerà”, afferma Mohamed Ehsani, commerciante nel Gran Bazar di Teheran, mentre uno dei suoi vecchi clienti contratta per avere un asciugamano di 2 dollari ad un prezzo ancora più basso. Frustrato, Ehsani accetta di vendere l’articolo ad un prezzo a […]

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Siria, Iraq: crisi economica anche per Daesh

(Agenzie). Daesh vuole dimezzare gli stipendi dei suoi combattenti in Siria e in Iraq, come ha indicato martedì l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani (OSDH). Secondo l’OSDH, “nessuno sarà esente dal provvedimento, qualsiasi posizione ricopra, ma la distribuzione di beni alimentari continuerà come sempre due volte al mese”. I salari verrebbero ridotti da 400 a 200 dollari […]

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“Arabi senza Dio. Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente” di Brian Whitaker

“Nella città palestinese di Qalqilya, il 25enne Waleed al-Husseini era stato folgorato da un’idea stravagante anche se irriverente. Aveva deciso che era tempo che Dio avesse una pagina Facebook, e così ne ha creata una. L’ha chiamata ‘Ana Allah (“Io sono Dio”) e il primo post annunciava scherzosamente che in futuro Dio avrebbe comunicato direttamente […]

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Tunisia, normalità ed eccezione

Santiago Alba Rico Se vogliamo comprendere la situazione della Tunisia a cinque anni dalla rivoluzione del 14 gennaio 2011, dobbiamo lasciare da parte le celebrazioni ufficiali tenutesi nel palazzo di Cartagine, dove il presidente più vecchio del pianeta si è scagliato contro i suoi oppositori politici -molti dei quali avevano boicottato la cerimonia- e tornare indietro di qualche giorno, al […]

Tunisia, normalità ed eccezione

Santiago Alba Rico Se vogliamo comprendere la situazione della Tunisia a cinque anni dalla rivoluzione del 14 gennaio 2011, dobbiamo lasciare da parte le celebrazioni ufficiali tenutesi nel palazzo di Cartagine, dove il presidente più vecchio del pianeta si è scagliato contro i suoi oppositori politici -molti dei quali avevano boicottato la cerimonia- e tornare indietro di qualche giorno, al […]

Tunisia, normalità ed eccezione

Santiago Alba Rico Se vogliamo comprendere la situazione della Tunisia a cinque anni dalla rivoluzione del 14 gennaio 2011, dobbiamo lasciare da parte le celebrazioni ufficiali tenutesi nel palazzo di Cartagine, dove il presidente più vecchio del pianeta si è scagliato contro i suoi oppositori politici -molti dei quali avevano boicottato la cerimonia- e tornare indietro di qualche giorno, al […]

La difficile integrazione dei musulmani in Europa

Di ‘Ali Ibrahim. Asharq al-Awsat (19/01/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. Non è chiaro ciò che è accaduto la notte di capodanno presso la stazione ferroviaria di Colonia, in Germania, o in altre città europee quando centinaia di donne hanno presentato denunce per molestie sessuali o furti compiuti da centinaia di giovani immigrati che […]

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Filantropo con un occhio al mercato

Filantropo con un occhio al mercato

Umanitari ma con l'occhio al mercato. Universali ma con un'agenda personale. Filantropi ma un po' pelosi. E' questo il quadro che emerge da una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica ( Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?). Per dirla in altre parole, quanto costa a governi e Nazioni Unite il buon cuore dei privati?

«Negli ultimi decenni – scrivono i ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolarmente delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa come «modello che finge di essere più flessibile, efficiente e non burocratico».


Effettivamente, gli ultimi anni hanno visto crescere l'influenza dei sempre sorridenti Bill e Melissa Gates e le stesse Nazioni Unite, così come le agenzie nazionali di cooperazione (è anche il caso dell'Italia) ormai inseriscono sempre il “settore privato” come partner ineludibile: quando non c'è, bisogna trovarlo a ogni costo. Ma questa filantropica invasione è a costo zero ? Porta solo benefici?

Il rapporto racconta di quel 5 giugno 2013 quando a New York si riunirono oltre 150 invitati per l'incontro organizzato dalla rivista Forbes sulla filantropia. Evento aperto dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon: ci sono i Gates, Bono, la Rockefeller Foundation, il miliardario americano Warren Buffett e molti altri. Credit Suisse come sponsor. I partecipanti, che rappresentavano una bella fetta della ricchezza mondiale «hanno discusso – scriveva il magazine – di come usare denaro, fama e talento imprenditoriale per sradicare la povertà». Alla fine del meeting, Forbes ha pubblicato uno speciale dal titolo "Gli imprenditori possono salvare il mondo."

Di che ricchezza parliamo? Con un patrimonio di più di 360 miliardi di dollari, le 27 più grandi fondazioni del pianeta (19 sono americane) danno circa 15 miliardi di dollari ogni anno in beneficenza. Di gran lunga, il principale donatore è la Bill e Melinda Gates Foundation, che ha un esborso medio di 2 miliardi di dollari l'anno. Poi ci sono i singoli: 137 miliardari provenienti da 14 Paesi (anche africani). C''è l'ex sindaco della grande Mela Michael Bloomberg, il regista statunitense George Lucas il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg o il tycoon cinese Li Ka-shing. In che settori? Soprattutto salute, epidemie, alimentazione e agricoltura.

Verrebbe da dire: che c'è di male? Se non si può cambiare il mondo si faccia almeno la carità. E in effetti quei soldi son messi sul piatto apparentemente a fin di bene. Ma c'è un però. La nascita della filantropia è antica. Data dall'inizio del 1900. Ma i grandi assegni si firmano solo da un paio di decenni. Questi nuovi assegni non vanno solo ai programmi per la povertà ma anche a investimenti nel settore privato: tecnologico, biomedico, agricolo. Alla fine sono anche le corporation a beneficiarne. Si certo, per nuovi vaccini ma anche per promuovere campagne opinabili come quella per gli Ogm: semi “migliorati” che, dicono i critici citati dal dossier «sotto l'apparenza di eliminare la fame in Africa, aprono i mercati africani all'agro-business».

I punti oscuri secondo gli autori sono l'assenza di un quadro dei risultati a lungo termine e la possibilità che i programmi dei privati rispondano più alle loro esigenze che a quelle fissate da Onu, governi e organismi intergovernativi. Col rischio di minare la credibilità degli organi decisionali responsabili pubblicamente e di indebolire la governance democratica. Par di capire che molti donatori privati guardino al pianeta non solo come un insieme di persone da aiutare ma anche come un grande mercato da sviluppare. A fin di bene ovviamente.
Filantropo con un occhio al mercato

Filantropo con un occhio al mercato

Umanitari ma con l'occhio al mercato. Universali ma con un'agenda personale. Filantropi ma un po' pelosi. E' questo il quadro che emerge da una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica ( Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?). Per dirla in altre parole, quanto costa a governi e Nazioni Unite il buon cuore dei privati?

«Negli ultimi decenni – scrivono i ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolarmente delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa come «modello che finge di essere più flessibile, efficiente e non burocratico».


Effettivamente, gli ultimi anni hanno visto crescere l'influenza dei sempre sorridenti Bill e Melissa Gates e le stesse Nazioni Unite, così come le agenzie nazionali di cooperazione (è anche il caso dell'Italia) ormai inseriscono sempre il “settore privato” come partner ineludibile: quando non c'è, bisogna trovarlo a ogni costo. Ma questa filantropica invasione è a costo zero ? Porta solo benefici?

Il rapporto racconta di quel 5 giugno 2013 quando a New York si riunirono oltre 150 invitati per l'incontro organizzato dalla rivista Forbes sulla filantropia. Evento aperto dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon: ci sono i Gates, Bono, la Rockefeller Foundation, il miliardario americano Warren Buffett e molti altri. Credit Suisse come sponsor. I partecipanti, che rappresentavano una bella fetta della ricchezza mondiale «hanno discusso – scriveva il magazine – di come usare denaro, fama e talento imprenditoriale per sradicare la povertà». Alla fine del meeting, Forbes ha pubblicato uno speciale dal titolo "Gli imprenditori possono salvare il mondo."

Di che ricchezza parliamo? Con un patrimonio di più di 360 miliardi di dollari, le 27 più grandi fondazioni del pianeta (19 sono americane) danno circa 15 miliardi di dollari ogni anno in beneficenza. Di gran lunga, il principale donatore è la Bill e Melinda Gates Foundation, che ha un esborso medio di 2 miliardi di dollari l'anno. Poi ci sono i singoli: 137 miliardari provenienti da 14 Paesi (anche africani). C''è l'ex sindaco della grande Mela Michael Bloomberg, il regista statunitense George Lucas il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg o il tycoon cinese Li Ka-shing. In che settori? Soprattutto salute, epidemie, alimentazione e agricoltura.

Verrebbe da dire: che c'è di male? Se non si può cambiare il mondo si faccia almeno la carità. E in effetti quei soldi son messi sul piatto apparentemente a fin di bene. Ma c'è un però. La nascita della filantropia è antica. Data dall'inizio del 1900. Ma i grandi assegni si firmano solo da un paio di decenni. Questi nuovi assegni non vanno solo ai programmi per la povertà ma anche a investimenti nel settore privato: tecnologico, biomedico, agricolo. Alla fine sono anche le corporation a beneficiarne. Si certo, per nuovi vaccini ma anche per promuovere campagne opinabili come quella per gli Ogm: semi “migliorati” che, dicono i critici citati dal dossier «sotto l'apparenza di eliminare la fame in Africa, aprono i mercati africani all'agro-business».

I punti oscuri secondo gli autori sono l'assenza di un quadro dei risultati a lungo termine e la possibilità che i programmi dei privati rispondano più alle loro esigenze che a quelle fissate da Onu, governi e organismi intergovernativi. Col rischio di minare la credibilità degli organi decisionali responsabili pubblicamente e di indebolire la governance democratica. Par di capire che molti donatori privati guardino al pianeta non solo come un insieme di persone da aiutare ma anche come un grande mercato da sviluppare. A fin di bene ovviamente.
Il book club di editoriaraba da Griot!

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A fine febbraio alla mitica Libreria Griot di Roma parte il Club del libro di editoriarabaClub del libro di editoriaraba: tre appuntamenti per leggere e commentare insieme a me tre romanzi arabi contemporanei e scoprire così la narrativa araba e i suoi scrittori più