Mese: settembre 2013

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

In Siria esiste anche l’autorganizzazione contro regime e gruppi islamisti

 

 

Traduzione a cura di http://www.communianet.org 

Per più di due anni la maggior parte degli osservatori ha analizzato il processo rivoluzionario siriano in termini geopolitici, dall’alto, ignorando le dinamiche politiche e socioeconomiche che scaturivano dal basso. La minaccia di un intervento occidentale ha solamente rafforzato l’idea di uno scontro tra due fazioni: gli Stati occidentali e le monarchie del Golfo da una parte, Iran, Russia ed Hezbollah dall’altra. Ci rifiutiamo di scegliere tra questi due schieramenti e rifiutiamo questa logica del “male minore” che condurrà soltanto alla sconfitta della rivoluzione siriana e dei suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il rifiuto del settarismo. Il nostro sostegno va al popolo rivoluzionario che lotta per la sua libertà e l’emancipazione. Infatti solo un popolo in lotta provocherà non solo la caduta del regime, ma anche la creazione di uno stato laico e democratico e la progressiva affermazione della giustizia sociale. Una società che rispetti e garantisca il diritto di ognuno a praticare la propria religione e che rispetti l’eguaglianza dei propri cittadini senza discriminarli su basi religiose, etniche e di genere. Solo le masse che sviluppino il proprio potenziale di mobilitazione possono realizzare il cambiamento attraverso l’azione collettiva. È l’abc della politica rivoluzionaria. Ma oggi questo abc incontra un profondo scetticismo da parte di numerosi ambienti di sinistra in occidente. Ci viene detto che scambiamo i nostri desideri con la realtà, che ci può essere stato un principio di rivoluzione in Siria due anni e mezzo fa ma che le cose sono cambiate. Ci viene detto che il jihadismo è subentrato nella lotta contro il regime e che non si tratta più di una rivoluzione bensì di una guerra e che c’è bisogno di scegliere un fronte per trovare una soluzione concreta. Tutto il “dibattito” a sinistra è avvelenato da questa logica “campista”, delle volte accompagnata da teorie della cospirazione che confondono le differenze fondamentali tra la sinistra e la destra – specialmente quella estrema. Quando un giornalista riporta ciò che ha visto sul campo, nelle zone sotto il controllo dei ribelli, e confuta la narrazione dominante sull’egemonia jihadista viene semplicemente ignorato. Qualcuno aggiugne che queste storie sono parte delle menzogne dei media che puntano a rendere l’opposizione presentabile per giustificare un intervento imperialista e per questo non possiamo dargli credito. Abbiamo chiesto a Joseph Daher, un attivista rivoluzionario siriano membro della Corrente di Sinistra Rivoluzionaria che attualmente vive in Svizzera, di illustrarci lo stato dei movimenti popolari nel suo paese, precisamente dell’autorganizzazione delle masse nelle regioni liberate, della lotta contro il settarismo e contro gli islamisti. Ciò che ne esce è chiaro: si, la rivoluzione è ancora viva in Siria ed ha bisogno della nostra solidarietà. [LCR Web] [1] 

 

Comitati popolari, elezioni ed amministrazioni civili 

 Dall’inizio della rivoluzione le principali forme di organizzazione sono stati i comitati popolari a livello regionale, cittadino e di villaggio. I comitati popolari sono state le vere avanguardie del movimento che ha mobilitato il popolo per le proteste. Da allora le regioni liberate dal regime hanno sviluppato delle forme di autogestione fondate sull’organizzazione delle masse. I consigli popolari eletti sono nati per gestire queste regioni liberate a dimostrazione che era il regime che aveva provocato una situazione di anarchia, non il popolo. In alcune regioni liberate dalle forze armate del regime sono state fondate le amministrazioni civili per compensare l’assenza dello stato ed assumersi i suoi compiti in numerosi settori, ad esempio la gestione di scuole, ospedali, strade, acquedotti, elettricità e comunicazioni. Queste amministrazioni civili vengono costituite per elezione e per consenso popolare e tra i loro compiti principali c’è quello di fornire i servizi civili, la sicurezza e la pace civile. Le libere elezioni locali nelle zone “liberate” sono state le prime da quarant’anni a questa parte. È questo il caso della città di Deir Ezzor, alla fine del febbraio 2013, dove Ahmad Mohammad, un elettore, ha dichiarato che “vogliamo uno stato democratico, non uno stato islamico. Vogliamo uno stato laico governato dai civili, non dai mullah.” Questi consigli locali riflettono il senso di responsabilità e la capacità dei cittadini di prendere l’iniziativa per gestire i propri interessi affidandosi al proprio staff manageriale e alle proprie esperienze. Ce ne sono di diversi tipi sia nelle regioni ancora sotto il controllo del regime sia in quelle che se ne sono liberate. Un altro esempio concreto di questa dinamica di autogestione si è visto all’assemblea fondativa della Coalizione dei Giovani Rivoluzionari in Siria, avvenuta agli inizi di giugno ad Aleppo. La riunione ha raccolto un ampio settore di attivisti dei comitati e comitati di coordinamento che hanno svolto un ruolo importante sul campo sin dall’inizio della rivoluzione. Vengono da varie regioni del paese e rappresentano ampi settori della società siriana. La conferenza è stata presentata come un momento fondamentale per rappresentare la gioventù rivoluzionaria di tutte le comunità. Ciò non significa che queste esperienze non abbiano dei limiti, come la scarsa rappresentanza delle donne e di alcune minoranze. Non si tratta di indorare la realtà ma di ristabilire la verità. 

 

 

L’esempio di Raqqa 

 La città di Raqqa, l’unico capoluogo di provincia liberato dal regime dal marzo 2013, è un illustre esempio di autogestione delle masse. Raqqa, che ancora subisce i bombardamenti da parte del regime, è completamente autonoma ed è la popolazione locale che gestisce tutti i servizi per la collettività. Un elemento altrettanto importante nella dinamica popolare della rivoluzione è la proliferazione di giornali indipendenti prodotti dalle organizzazioni popolari. Il numero di testate è passato dalle tre esistenti prima della rivoluzione – tutte gestite dal regime – a più di sessanta. A Raqqa spesso sono i giovani a guidare le organizzazioni popolari, che si sono moltiplicate fino a contare alla fine di maggio più di 42 movimenti sociali ufficialmente registrati. I comitati popolari hanno organizzato numerose campagne. Un esempio è la campagna “la bandiera rivoluzionaria mi rappresenta”, che consiste nel dipingere la bandiera della rivoluzione sui muri dei quartieri e nelle strade della città per opporsi alla campagna degli islamisti che cerca di imporre la sua bandiera nera. Sul fronte culturale nel centro della città è andato in scena uno spettacolo che prendeva in giro il regime di Assad e agli inizi di giugno le organizzazioni popolari hanno allestito una mostra di arte ed artigianato locale. Sono stati istituiti dei centri per prendersi cura dei più giovani e per curare i disordini psicologici provocati dalla guerra. Gli esami di maturità a giugno e luglio sono stati completamente organizzati dai volontari. Esperienze simili di autogestione si trovano in molte zone liberate ed è inutile dire che le donne svolgono un ruolo eccezionale in questi movimenti e nelle proteste in generale. Ad esempio il 18 giugno scorso nella città di Raqqa c’è stata una grande protesta di massa guidata dalle donne di fronte al quartier generale del gruppo islamista Jabhat al-Nusra per richiedere la liberazione dei prigionieri. I manifestanti hanno innalzato slogan contro Jabhat al-Nusra denunciando le loro azioni e non hanno esitato ad utilizzare il primo slogan intonato a Damasco nel febbraio 2011: “Il popolo siriano rifiuta di essere umiliato”. Il gruppo “Haquna” (che significa “i nostri diritti”), composto da molte donne, ha anche organizzato numerosi raduni contro i gruppi islamisti a Raqqa, utilizzando parole d’ordine come “Raqqa è libera, abbasso Jabhat al-Nusra”. Nella città di Deir Ezzor lo scorso giugno gli attivisti locali hanno lanciato una campagna che cercava di incoraggiare i cittadini a partecipare al processo di sorveglianza e a documentare le pratiche dei consigli popolari locali. Tra le altre cose li incitava a promuovere i propri diritti e la cultura dei diritti umani all’interno della società. In particolare è stato posto l’accento sull’idea dei diritti e della giustizia per tutti. 

 

Contro gli islamisti 

 Sono le stesse organizzazioni popolari che sempre più spesso si oppongono ai gruppi armati islamisti. Quest’ultimi vogliono utilizzare la forza per assumere il controllo delle zone liberate anche se non hanno radicamento nel movimento popolare e non appartengono alla rivoluzione. Ad esempio la città di Raqqa ha assistito ad una continua resistenza contro i gruppi islamisti. Da quando la città è stata liberata, nel marzo 2013, sono state organizzate numerosissime proteste contro l’ideologia e le pratiche autoritarie dei gruppi islamisti. Ci sono state manifestazioni di solidarietà con gli attivisti arrestati e detenuti nelle carceri islamiste. Queste proteste hanno permesso la liberazione di alcuni attivisti, ma numerosi altri rimangono ancora oggi in prigione, come il famoso Padre Paolo e molti altri tra cui il figlio dell’intellettuale Yassin Hajj, Firas. Proteste simili contro le pratiche reazionarie ed autoritarie degli islamisti hanno avuto luogo ad Aleppo, Mayadin, al-Qusayr e in altre città come Kafranbel. Queste lotte proseguono ancora. Nel quartiere aleppino di Bustan Qasr gli abitanti hanno protestato tante volte per denunciare le azioni del Consiglio della Sharia di Aleppo, che riunisce numerosi gruppi islamisti. Il 23 agosto i manifestanti di Bustan Qasr mentre stavano condannando il massacro con armi chimiche compiuto dal regime contro la popolazione di Ghouta, stavano anche chiedendo la liberazione del noto attivista Abu Maryam, rinchiuso ancora una volta dal Consiglio della Sharia. Alla fine di giugno 2013 nello stesso quartiere i manifestanti hanno innalzato lo slogan “Vaffanculo al Consiglio Islamico” in protesta contro le politiche repressive ed autoritarie di quest’ultimo. L’indignazione popolare è scoppiata anche dopo l’assassinio di un ragazzino di 14 anni, che pare avesse fatto un commento blasfemo nei confronti del Profeta Maometto in una barzelletta, compiuto da jihadisti stranieri appartenenti al gruppo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS). Durante una protesta contro il consiglio islamico a Bustan Qasr gli attivisti hanno urlato “Che vergogna, che vergogna, i rivoluzionari sono diventati shabiha” paragonando il consiglio islamico alla polizia segreta del regime siriano in chiara allusione alle loro pratiche autoritarie. Ogni venerdì ci sono delle manifestazioni. Durante quella del 2 agosto 2013 i Comitati di Coordinamento Locale (LCC), che svolgono un ruolo importante ed utile sia all’interno della rivoluzione che nel fornire cibo, beni e servizi alla popolazione e ai rifugiati, hanno dichiarato ciò che segue in un comunicato: “in un messaggio unificato dalla rivoluzione al mondo intero, confermiamo che il rapimento di attivisti e di altri membri fondamentali della rivoluzione, a meno che questi non siano agenti della tirannia, ostacola la libertà e la dignità della rivoluzione.” Questo messaggio era direttamente indirizzato a quei gruppi islamisti reazionari. Ugualmente il 28 luglio gli LCC hanno scritto un comunicato intitolato “La tirannia è una, che sia in nome della religione o del laicismo” respingendo sia gli islamisti che il regime. Dovremmo anche notare che alcune forze jihadiste, come Jabhat al-Nusra ed ISIS, stanno cercando di rendersi egemoni in alcune zone liberate attaccando gli attivisti ed i battaglioni dell’FSA piuttosto che lottando contro il regime, mentre molti jihadisti che si stanno riversando in Siria da paesi come l’Iraq ed il Libano non si stanno raggruppando al fronte. Piuttosto stanno concentrando i loro sforzi per consolidare il controllo delle aree settentrionali del paese controllate dai ribelli. Dopo la caduta di Raqqa nel marzo 2013 molti combattenti di Jabhat al-Nusra si sono diretti in questa provincia lasciando a metà le operazioni di resistenza ad Homs, Hama ed Idlib. Alla fine di maggio durante la battaglia per Qusayr si notava l’assenza dei combattenti di Jabhat al-Nusra. Agli inizi di giugno i rinforzi ribelli si sono concentrati sulla presa di Talbiseh, una città a nord di Homs, mentre i combattenti di Jabhat al-Nusra hanno preferito rimanere nelle zone liberate per colmare il vuoto lasciato dagli affiliati dell’Esercito Libero Siriano. Ribadiamo che questi gruppi jihadisti ed islamisti reazionari sono nemici della rivoluzione, insieme a tutti quei gruppi che promuovono il settarismo, il rapimento, la tortura e l’omicidio come pratica di potere. Alcuni casi recenti confermano il loro comportamento reazionario. Per esempio la presa della città di Ma’loula è stata presentata dall’account ufficiale di Jabhat al-Nusra come parte della campagna di vendetta “Occhio per occhio”, lanciata dopo l’attacco chimico a Ghouta. Una delle foto dell’attacco a Ma’loula venne pubblicata su Facebook con un verso del Corano che recit: “Allah ci dia la pazienza e la vittoria sugli infedeli” – il che forse non era il migliore slogan da utilizzare mentre al-Qaida lancia un attacco in cui un islamista giordano si è fatto saltare alle porte del più antico villaggio cristiano del paese. L’ISIS è stato anche accusato di estorcere le tasse con la forza ai proprietari dei negozi in numerose zone sotto il proprio controllo, come a Raqqa (dove arrivano anche fino a 15,000 lire siriane), Tell Abiyad ed altre città. Un paio di settimane fa l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha ricevuto un filmato che ritraeva dei combattenti dell’ISIS mentre decapitavano due uomini. L’uomo nel video dichiara che questi uomini stavano cooperando con il regime. Gli attivisti di Aleppo hanno riferito che l’esecuzione ha avuto luogo alla fine di agosto vicino il villaggio di al-Dweiraniya, questo tipo di comportamenti deve essere condannato come i loro attacchi contro gli attivisiti rivoluzionari e contro i battaglioni dell’FSA. 

 

 

Arabi e Kurdi uniti. 

 Nella parte nord-orientale del paese, popolata dai kurdi, i recenti scontri tra gli islamisti e le milizie kurde del PYD (legato al PKK) hanno condotto alla nascita di molte iniziative popolari degli attivisi locali che miravano a mostrare la fratellanza tra i kurdi e gli arabi di quella regione e per riaffermare che la rivoluzione popolare siriana è per tutti e che condanna razzismo e settarismo. Durante le battaglie nella provincia di Raqqa la città di Tall Abyad ha visto la creazione della brigata “Chirko Ayoubi”, unitasi alla brigata del Fronte Kurdo il 22 luglio 2013. Questa brigata riunisce insieme arabi e kurdi che hanno pubblicato una dichiarazione comune che denuncia le violazioni commesse dai gruppi islamisti ed i tentativi di dividere il popolo siriano su basi etniche e settarie. Sfortunatamente alcune forze dell’FSA hanno combattuto insieme agli islamisti. Ad Aleppo il 1 agosto è stata indetta una manifestazione nel quartiere Achrafieh – popolato per lo più da kurdi – che ha portato centinaia di persone in piazza per sostenere la fratellanza tra arabi e kurdi, per condannare gli atti commessi dai gruppi estremisti islamisti contro la popolazione kurda e per inneggiare all’unità del popolo siriano. Nella città di Tell Abyad, che ha visto violenti scontri, gli attivisti hanno provato ad organizzare numerose iniziative per terminare gli scontri tra i due gruppi, per fermare le partenze (espulsioni?) forzate di civili e per creare un comitato popolare per governare la città e promuovere delle iniziative congiunte tra le due popolazioni al fine di raggiungere una quadra con mezzi pacifici. Questi tentativi sono ancora in corso malgrado gli scontri continui tra gli islamisti e le milizie kurde. Nella città di Amouda una trentina di attivisti si sono radunati il 5 agosto con le bandiere rivoluzionarie siriane e quelle kurder innalzando uno striscione che recitava “Homs ti amo” per mostrare solidarietà alla città assediata dall’esercito del regime siriano. Nella città di Quamishli – dove vivono arabi (cristiani e musulmani), kurdi ed assiri – gli attivisti locali hanno organizzato numerosi progetti per assicurare la coesistenza e l’amministrazione di alcuni quartieri tramite dei comitati congiunti. Nella stessa città l’Unione dei Liberi studenti Kurdi ha lanciato una piccola campagna web per invocare la libertà, la pace, la fratellanza, la tolleranza e l’eguaglianza per il futuro della Siria. In moltissime situazioni il movimento popolare siriano non ha mai smesso di ribadire il rifiuto del settarismo, malgrado i tentativi del regime e dei gruppi islamisti di attizzare questo pericoloso incendio. I manifestanti hanno continuato fino ad oggi a ripetere slogan come “Siamo tutti siriani, siamo tutti uniti” e “No al settarismo”. Così i comitati popolari e le organizzazioni svolgono un ruolo cruciale nel continuare il processo rivoluzionario, poichè sono gli attori essenziali che permettono al movimento popolare di resistere. Non si tratta di sminuire il ruolo della resistenza armata, ma quest’ultimo dipende dai movimenti popolari per proseguire la sua lotta. 

 

“La morte piuttosto che l’umiliazione” 

 In conclusione, la rivoluzione siriana è ancora lì, continua e non si fermerà. Continuerà malgrado la guerra senza quartiere condotta dal regime contro il movimento popolare e malgrado i suoi ripetuti massacri contro la popolazione civile; continuerà malgrado le minacce interne provenienti dai gruppi islamisti e reazionari. Sebbene rappresentino una minoranza questi gruppi sono pericolosi e sono anche nemici della rivoluzione a causa della loro opposizione agli obiettivi della rivolta democratica per la democrazia e la giustizia sociale, per la loro ideologia settaria e per le loro pratiche autoritarie. Così come i manifestanti durante la manifestazioni continuano a cantare “Il popolo siriano non verrà umiliato” e “morte piuttosto che l’umiliazione” il movimento popolare continuerà la sua lotta fino alla vittoria degli obiettivi della rivoluzione. Viva le rivoluzioni del popolo! Potere e Ricchezza al popolo!

 

 

Post Scriptum sull’intervento straniero e le mobilitazioni contro la guerra 

 La Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, insieme a cinque altre organizzazioni socialiste rivoluzionarie della regione [2], ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi possibile e futuro intervento occidentale condannando allo stesso tempo gli interventi omicidi e distruttivi dell’Iran, della Russia e di Hezbollah a sostegno del regime di Assad nella sua guerra contro i rivoluzionari. Questa dichiarazione era anche contro i gruppi jihadisti reazionari e terroristi sostenuti dalle monarchie del golfo che vogliono trasformare questa rivoluzione popolare in una guerra settaria perchè temono la vittoria ed il dilagare della rivoluzione per l’intera regione fino ai loro confini. Sappiamo che l’intervento statunitense non ha l’intenzione di rovesciare il regime ma solo, in accordo con le parole di Obama, di punire l’attuale leadership siriana, di salvare la faccia dell’amministrazione statunitense, dopo tutte le minacce riguardo l’utilizzo di armi chimiche, e di indurre il regime a negoziare. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare solo per difendere i propri interessi vitali, oltre a quelli di Israele. Noi, la Corrente della Sinistra Rivoluzionaria in Siria, chiediamo invece la fornitura di armi senza condizioni politiche alle componenti democratiche dell’Esercito Libero Siriano ed anche la consegna di aiuti umanitari alla popolazione bisognosa dentro e fuori la Siria. L’FSA non è una forza islamista come detto da numerosi media, sono numerosi battaglioni rappresentativi delle infinite sfaccettature della società siriana, composta da musulmani sunniti, alawiti, cristiani, drusi, kurdi, assiri etc.. In molte regioni sottostanno e collaborano con l’autorità civile, lavorando a stretto contatto con i consigli locali. Hanno combattuto per assicurare che la loro lotta contro Assad aprirà la strada ad una nuova società democratica. In alcune regioni controllate dall’FSA ci sono delle assemblee settimanali in cui i cittadini possono parlare liberamente e possono rivolgere le proprie preoccupazioni direttamente alle autorità locali. Contemporaneamente il regime di Assad, il cosiddetto difensore delle minoranze come detto da qualcuno, ha distrutto più di trenta chiese dall’inizio della rivoluzione. Affermiamo di nuovo il nostro sostegno alla rivoluzione siriana e ai suoi obiettivi: democrazia, giustizia sociale ed il no al settarismo. Detto questo la cosiddetta solidarietà con il popolo siriano è una barzelletta, o meglio un insulto, quando proviene da quelle organizzazioni e quelle persone che dicono no all’intervento straniero occidentale mentre non parlano degli interventi stranieri di Russia, Iran ed Hezbollah. Soprattutto quando non gli importava niente e non hanno speso una sola parola per condannare il martirio di più di 100,000 persone, i molteplici massacri, i milioni di profughi e le devastazioni commesse dal regime di Assad sin dall’inizio della rivoluzione. Inoltre non hanno mai sostenuto il movimento popolare per la democrazia e la giustizia sociale, anzi lo hanno indebolito e /o hanno provato a ritrarlo come una cospirazione, seguendo alla lettera la propaganda del regime. La solidarietà si deve basare innanzitutto sul sostegno al movimento popolare per la sua rivoluzione per la democrazia e la giustizia sociale in Siria ed in ogni dove, e sull’internazionalismo. In altre parole bisogna sostenere il popolo nella sua lotta per l’emancipazione e la liberazione. Solo quando questo punto è chiaro si possono innalzare tali slogan. Qualsiasi cosa accada la pensiamo come la Gioventù Rivoluzionaria Siriana di Homs, che ha diramato un manifesto con su scritto: “Le dichiarazioni di Obama e degli altri non ci interessano. Abbiamo iniziato la nostra rivoluzione e saremo coloro che la porteranno a compimento. La nostra unità è più forte di qualsiasi attacco esterno.” La rivoluzione è ancora viva e continua…ed ha bisogno della nostra solidarietà! 

 

Note [1] Questo articolo è stato pubblicato sul blog Syria Freedom Forever l’8 settembre 2013 con la seguente nota: «Questo post è una traduzione dal francese di un articolo pubblicato sul sito della Lega Comunista Rivolzionaria [belga] mercoledì 4 settembre 2013. L’articolo è stato tradotto da Emanuele Calitri. [2] “Sosteniamo la Rivoluzione del Popolo siriano. No all’intervento straniero” pubblicato anche su International Viewpoint.

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

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“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

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“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

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“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

MARCO ALLONI – Vecchioni e il Nobel

“Sono onorato, emozionato e sorpreso per questa nomination al Nobel per la Letteratura che va ben oltre qualsiasi aspettativa personale”.
A pronunciare tali parole è Roberto Vecchioni, a cui l’Accademia di Svezia pare voglia offrire la candidatura al Nobel per la Letteratura. Parole che sopravanzano per impudenza persino quelle dei selezionatori di Stoccolma, non tanto perché […]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

Egitto: costituito un nuovo fronte ‘anti-fratellanza ed anti-esercito’

Traduzione e commento a cura di InfoOut

Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato da Jadaliyya che annuncia il lancio del “Fronte del cammino rivoluzionario” in Egitto. La nuova piattaforma di lotta include esponenti e militanti legati alle più forti organizzazioni politiche e culturali del movimento rivoluzionario egiziano. Al di là di piccoli partiti, spicca infatti il Movimento 6 Aprile, il Fronte Democratico, e i Giovani di Giustizia e Libertà. Durante la conferenza stampa, partecipata anche da intellettuali e personalità autorevoli del movimento, come l’economista Gamal, sono state promosse diverse campagne e appuntamenti di lotta. Rivendicando la destituzione di Mubarak, e successivamente di Morsi e del governo islamista, quest’ultimo evento deturnato dalla violenta e lacerante iniziativa dell’esercito, il “fronte del cammino rivoluzionario” promette di contribuire al rilancio e alla direzione del movimento della contrapposizione sociale per conseguire gli obiettivi della rivoluzione, traditi prima dalla Fratellanza e contrastati dal regime militare.

 

Il fronte dei Rivoluzionari è stato lanciato martedì al Cairo per fornire “un percorso alternativo ai militari e alla Fratellanza Musulmana”.

 

Un nuovo fronte, soprannominato “Fronte del cammino rivoluzionario” che punta a dare un’alternativa alla corrente “polarizzazione” tra l’esercito e la Fratellanza Musulmana è stato lanciato martedì nel corso di una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di figure politiche di spicco, attivisti e gruppi.

“Sono passati due anni e mezzo da quando la rivoluzione è iniziata e gli egiziani non hanno ancora raggiunto il loro sogno di costruire una nuova repubblica che dia loro democrazia, giustizia ed eguaglianza”, secondo la dichiarazione fondativa del fronte letta dall’illustre economista di sinistra Wael Gamal.

“Milioni di persone sono scese in strada due volte: una volta nel gennaio 2011 per abbattere il regime di Mubarak, che è stato fondato sulla corruzione e sull’oppressione…E una seconda volta nel giugno 2013, costringendo Mohamed Morsi a dimettersi dopo aver perso la sua legittimazione a causa dei tentativi della Fratellanza di monopolizzare la vita politica e di instaurare nuovamente un regime oppressivo”, aggiunge la dichiarazione.

L’obiettivo del fronte, ha spiegato Gamal, è lavorare per la redistribuzione della ricchezza, raggiungere la giustizia sociale, combattere la formazione di un regime oppressivo, conseguire l’uguaglianza tra cittadini, impostare il cammino per una giustizia transitoria e adottare misure di politica estera che garantiscano l’indipendenza nazionale.

L’appello per una “Carta egiziana dei diritti” sarà una delle tante campagne che il fronte si propone di sviluppare, e includerà la raccolta di almeno un milione di firme su un documento dei diritti che sancirà i desiderata degli egiziani in merito ai diritti civili, economici, politici e culturali.

Il noto attivista Alaa Abdel-Fattah, il membro fondatore del movimento 6 Aprile Ahmed Maher, il rinomato scrittore Ahdaf Soueif, e l’avvocato del lavoro Haitham Mohamadein erano tra le molte figure politiche presenti per annunciare il lancio del nuovo fronte.

“Un’equa cittadinanza , il diritto alla salute, il diritto all’educazione, il diritto al salario minimo e a processi giusti sono tra i molti punti che devono essere inclusi nella carta dei diritti” ha affermato l’attivista per il lavoro e membro dei Socialisti Rivoluzionari Mohamadein.

“Gli obiettivi della rivoluzione sono stati dimenticati e pertanto c’è bisogno di questo fronte”, ha detto il membro del 6 aprile Maher.

Secondo Abdel-Fattah, l’adesione al nuovo fronte sarà aperta solo alle singole persone, anche se molte di esse appartengono a specifici gruppi politici o partiti. Il fronte deve fornire un corpo democratico centralizzato che possa tenere insieme una rete di singoli attivisti e movimenti, ha spiegato.

Lo studente e attivista Wesam Atta, membro dei Giovani di Giustizia e Libertà, ha detto che sabato si terrà un incontro per accettare le proposte di adesione e formare commissioni nei diversi governatorati.

Il fronte include già membri di spicco del 6 Aprile, del Fronte Democratico 6 Aprile, del Partito per un Egitto Forte, dei Rivoluzionari Socialisti e dei Giovani di Giustizia e Libertà.

L’esercito egiziano ha guidato una coalizione di forze politiche per rimuovere Mohamed Morsi della Fratellanza Musulmana dalla presidenza in luglio, dopo proteste nazionali di massa contro il presidente precedentemente eletto.

 

[Questo articolo è apparso originariamente su Ahram Online]

L’Egitto ricomincia dai militari?

    Appuntamento stasera alle 19 alla Libreria Verdi in piazza Luciani 28 a Salerno per un incontro sulle primavere arabe tra streetpolitics e Isabella Camera d’Afflitto. Si parlerà di Egitto, colpo di stato e futuro dei Fratelli musulmani

L’Egitto ricomincia dai militari?

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LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
https://www.facebook.com/Tunisiens.Libres.et.Modernes/posts/600898483285686

Traduzione di Fiore Haneen Tafesh Sarti

LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
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LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

– STOP ALLE PERSECUZIONI VERSO LA GIOVENTU’ E IN PARTICOLARE CONTRO CHI CONTINUA A LOTTARE PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI DELLA RIVOLUZIONE.

– LO SMANTELLAMENTO DELL’APPARATO REPRESSIVO E LIBERTICIDA EREDITATO DAL REGIME DEL 7 NOVEMBRE, CHE VIVE DELLA COLLABORAZIONE TRA POLIZIA E GIUSTIZIA.

Fonte: Tunisiens Libres et Modernes
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LE PRIGIONI TUNISINE PER LA PRODUZIONE ARTISTICA.

Intorno alle 4 del mattino tra il sabato del 21 e la domenica del 22 settembre 2013, Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid, accompagnati da due amici artisti, studenti impegnati politicamente, ed attivisti, sono stati arrestati al domicilio di Nejib Abidi, nel quartiere Lafayette a Tunisi.
Non siamo riusciti ad ottenere che poche informazioni. Sappiamo solo che sono stati prima condotti al commissariato di Bab Bhar a Tunisi, nel quale sono rimasti circa 12 ore, e dove sono stati visti per l’ultima volta da un’amica.
Attualmente, ignoriamo del tutto dove possano essere stati portati, e quali siano le loro condizioni di salute. Nessun motivo ufficiale del loro arresto è stato diramato.

NEJIB ABIDI, 29 anni è regista e presidente dell’Asso Chaabi, anziano sindacalista dell’UGET. E’ noto per le sue opposizioni radicali al governo di Ben Ali e a quelli che l’hanno seguito dopo il 14 gennaio 2011. Alla vigilia del suo arresto, uno dei due dischi rigidi contenenti i filesdel suo documentario in preparazione sono stati rubati da casa sua, il resto di un altro disco rigido è stato formattato. Nejib è apparso pubblicamente per l’ultima volta durante i concentramenti a sostegno di Jabeur Mejri e di Nassredine Shili. Quest’ultimo è il produttore del suo film.
YAHYA DRIDI, 26 anni, è tecnico del suono e segretario generale di Asso Chaabi. Lavora da molto tempo con Nejib. Erano stati da poco in Italia per necessità legate alle riprese. Attenti alle questioni della giustizia sociale, Yahya era è coinvolto in lavori impegnati. Abita tra la Tunisia e la Francia, dove svolge la sua attivitàartistica.

ABDALLAH YAHYA, 34 anni, è realizzatore. Il suo documentario « Noi siamo qui » è uscito l’anno scorso. mette in luce la vita quotidiana degli abitanti di Jebel Jloud, quartiere situato a qualche chilometro dalla capitale, dove sono concentrati gli scioperi, la miseria economica e le difficoltà sociali. Il suo prossimo film, « Il Ritorno », in fase finale di realizzazione, è anch’esso prodotto da Nassredine Shili.

SLIM ABIDA, 33 anni, è musicista bassista, fondatore del gruppo Jazz Oil. Vive tra Tunisi e Parigi. Presente sulla scena musicale contestataria da più di 10 anni, lavora con Nejib, Yahia e Mahmoud al loro prossimo film.

MAHMOUD AYAD, 29 anni, è pianista. Ha lavorato con numerose personalità del panorama alternativo e contestatario in Tunisia.

SKANDER BEN ABID, 20 anni, clarinettista e studente dell’ISEC, come due amici studenti, artisti ed attivisti.

L’arresto ha avuto luogo quando si riunirono per lavorare alla musica del film di Nejib.
Questo arresto prova ancora una volta che il sistema di “sicurezza” e repressivo del governo e della polizia è a tuttoggi attivo. Il governo attuale, che deve la sua esistenza a tutti i giovani ed i meno giovani che hanno superato le loro paure e rovesciato il dittatore nel corso della Rivoluzione, non ha alcuna riconoscenza verso il popolo tunisino e la sua attiva gioventù. Esso depotenzia la nostra Rivoluzione, e si beffa dei nostri diritti. I nostri amici lottano per la libertà e la giustizia ogni giorno, Attraverso scelte di vita che fanno avanzare la nostra società, hanno una reale preoccupazione per gli altri e soprattutto per i loro concittadini, disprezzati dal sistema. Il loro arresto si inscrive nella linea di quella di Jabeur Mejri, Ghazi Beji, Weld El 15, Klay BBJ, Nessreddine Shili che cerca di pugnalare al cuore la Libertà di espressione e la Libertà di conscienza. Qeste libertà fondamentali sembravano acquisite dopo il 14 gennaio. Alcuni deputati stessi che avevano garantito la loro inclusione nella Costituzione e nel governo si vantavano di aver stabilito uno Stato di Diritto. Siamo stufi di dover constatare tutte queste ingiustizie che si abbattono sui giovani tunisini rivoluzionari, quando poi allo stesso tempo, membri del RDC sono rimessi in libertà, e criminali escono dai tribunali assolti, in sospensione e, soprattutto, siamo stufi che ancora non si sappia chi ha ucciso Chokri Belaid et Mohamed Brahmi.
Tramite questo comunicato, rivendichiamo alto e forte:
– LA LIBERAZIONE IMMEDIATA E SENZA CONDIZIONI DI NEJIB, YAHYIA, ABDELLAH, SLIM, YAHYA, MAHMOUD, SKANDER, AYA, AMAL, NASSREDDINE, JABEUR, WELD EL 15, KLAY BBJ E DI TUTTI QUELLICHE SUBISCONO LA REPRESSIONE CIRCA LA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE E DI OPINIONE.

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A.L.M.A-Vision 1: Rabii El Gamrani

Dopo la pausa estiva torna il Collettivo A.L.M.A con rubriche nuove e altre già collaudate. Letteratura, migrazione, arte, politica, Sud e Nord…continueremo a raccontare tutte le latitudini e a fare da ponte tra i paralleli…Stay tunedArchiviato in:Alma-vision Continua a leggere

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Turchia: vittime collaterali

Un post da @workingclasshero che ci racconta le ultime ore ad Istanbul, Grazie caro! Serdar Kadakal è morto stamattina. È morto per un attacco cardiaco dovuto a inalazione di gas. È morto perché da tre giorni a Kadikoy, quartiere in parte asiatica di Istanbul, va in onda uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio offerto dalle […]

Turchia: vittime collaterali

Un post da @workingclasshero che ci racconta le ultime ore ad Istanbul, Grazie caro! Serdar Kadakal è morto stamattina. È morto per un attacco cardiaco dovuto a inalazione di gas. È morto perché da tre giorni a Kadikoy, quartiere in parte asiatica di Istanbul, va in onda uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio offerto dalle […]

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Un post da @workingclasshero che ci racconta le ultime ore ad Istanbul, Grazie caro! Serdar Kadakal è morto stamattina. È morto per un attacco cardiaco dovuto a inalazione di gas. È morto perché da tre giorni a Kadikoy, quartiere in parte asiatica di Istanbul, va in onda uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio offerto dalle […]

MARCO ALLONI – L’Egitto e la fine della sudditanza

Che cosa stia accadendo in Egitto è presto detto. La ragion pratica, o la Realpolitik, sta acquistando i caratteri del darwinismo. Si pensava di poter ribadire la vulgata straniera secondo la quale l’elezione di Morsi rappresentava il passaggio dalla dittatura alla democrazia; si pensava di poter cantilenare il leit-motiv del golpe. Invece le formule rassicuranti […]

MARCO ALLONI – L’Egitto e la fine della sudditanza

Che cosa stia accadendo in Egitto è presto detto. La ragion pratica, o la Realpolitik, sta acquistando i caratteri del darwinismo. Si pensava di poter ribadire la vulgata straniera secondo la quale l’elezione di Morsi rappresentava il passaggio dalla dittatura alla democrazia; si pensava di poter cantilenare il leit-motiv del golpe. Invece le formule rassicuranti […]

MARCO ALLONI – L’Egitto e la fine della sudditanza

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MARCO ALLONI – L’Egitto e la fine della sudditanza

Che cosa stia accadendo in Egitto è presto detto. La ragion pratica, o la Realpolitik, sta acquistando i caratteri del darwinismo. Si pensava di poter ribadire la vulgata straniera secondo la quale l’elezione di Morsi rappresentava il passaggio dalla dittatura alla democrazia; si pensava di poter cantilenare il leit-motiv del golpe. Invece le formule rassicuranti […]

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MARCO ALLONI – L’Egitto e la fine della sudditanza

Che cosa stia accadendo in Egitto è presto detto. La ragion pratica, o la Realpolitik, sta acquistando i caratteri del darwinismo. Si pensava di poter ribadire la vulgata straniera secondo la quale l’elezione di Morsi rappresentava il passaggio dalla dittatura alla democrazia; si pensava di poter cantilenare il leit-motiv del golpe. Invece le formule rassicuranti […]

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La tecnologia invade le scuole di Beirut

13/09/2013 |Addio libri e mani macchiate d’inchiostro. Da quest’anno rinomate scuole e università di Beirut, come l’American Community School e l’Eastwood College, hanno confermato l’ausilio di mezzi tecnologici come materiali didattici per i corsi di studio. L’Eastwood College in particolare ha il vanto di essere la prima istituzione scolastica in Medio Oriente ad aver creato […]

La tecnologia invade le scuole di Beirut

13/09/2013 |Addio libri e mani macchiate d’inchiostro. Da quest’anno rinomate scuole e università di Beirut, come l’American Community School e l’Eastwood College, hanno confermato l’ausilio di mezzi tecnologici come materiali didattici per i corsi di studio. L’Eastwood College in particolare ha il vanto di essere la prima istituzione scolastica in Medio Oriente ad aver creato […]

Come il petrolio condizionò il mondo (arabo)

11/09/2013 | In Occidente Golfo Persico e oro nero generano, nella mente di chi le evoca, immagini di progresso ed opulenza, ben lontane dai problemi che affliggono generalmente gli stati dell’area (povertà, analfabetismo, lotte intestine…). Tale apparenza è data dal modo di mettere a tacere il dissenso nei paesi del Golfo, sia tramite i petroldollari […]

Come il petrolio condizionò il mondo (arabo)

11/09/2013 | In Occidente Golfo Persico e oro nero generano, nella mente di chi le evoca, immagini di progresso ed opulenza, ben lontane dai problemi che affliggono generalmente gli stati dell’area (povertà, analfabetismo, lotte intestine…). Tale apparenza è data dal modo di mettere a tacere il dissenso nei paesi del Golfo, sia tramite i petroldollari […]

How wrong you are, Slavoj

Slavoj, I am one of your readers. I am always in agreement with you even if often, I would prefer not to be, I jump right over those pieces in Lacanian and Hegelian that you have the habit of trying…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook: Caro Fouad, Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dol…

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.


Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook:

Caro Fouad,
Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dolore e le tue paure. Le capisco più di molti perché le ho già vissute. Ma ti devo dire che anche io sono uno di quelli contro l’intervento militare. Forse non in chiave vetero staliniana … ma, contro, lo sono e con forza e cerco di spiegarti le mie ragioni senza giudicare la tua posizione né quella di qualcun altro. .
Per quelli che, in opposizione al campo dei cattivi, considerano che Assad sia dalla parte dei buoni ho dedicato vari interventi per dire che la cosa non è così semplice. Uno di questi, in chiave ironica l’ho scritto per descrivere l’imbarazzo di tutti di fronte alle manifestazioni di Piazza Taksim e Gezi Park. Una presa in giro sia di chi scrive quello che le forze della Nato vogliono, sia di chi non pensa con testa propria ma aspetta quello che diranno gli stati occidentali per essere contro come nella buona vecchia guerra fredda.
L’ottusità e la testardaggine dei vecchi “tovarish” è un conto, l’accettare le bombe come mezzo di gestione dei conflitti è un altro. Io non sono pacifista o “pacifinto” come hai scritto. Mi considero Nonviolento e voglio credere che la violenza non sia il rimedio per i mali dell’umanità.
Eppure una situazione molto simile a quella che vive oggi la Siria, io l’ho vissuta in diretta, preso in mezzo ad un regime corrotto e criminale e una opposizione ancora più criminale. Io ce l’ho fatta ma ho visto tanti amici e compagni cadere intorno a me di quelli che come me non volevano sostenere né la pesta né il colera. Ma anche tanti altri esseri umani di tutte le età che non avevano nemmeno idea di chi li uccideva e del perché. Questo per dirti che quello che tu senti oggi, io l’ho vissuto. Non l’ho solo sentito raccontare.
In un dibattito sulla Siria, un po’ di mesi fa, avevo proposto questa bozza di piattaforma per una dichiarazione comune. Nessuno sostegno a Assad e alle sue forze criminali. Ma nemmeno un sostegno incondizionato alle forze dell’opposizione.
Tu chiedi alla gente: dov’era quando Assad massacrava la sua gente? Io ti chiedo: dov’era chi vuole oggi bombardare? Dov’era quando l’opposizione democratica tentava di creare una iniziativa di dialogo e di negoziato? Perché nessun dollaro andato ai gruppi armati è andato alle iniziative di pace?
Vuoi sapere dov’era la gente quando Assad massacrava. Ebbene era esattamente laddove eravamo io e te quando Saddam massacrava i suoi. Dove eravamo quando Gheddafi massacrava i suoi. Eravamo a chiederci, a cercare di capire qualcosa a pensare, a sentirci impotenti… Hanno fatto quello che io e te abbiamo fatto nel caso dell’Iraq e forse anche della Libia (non mi ricordo bene, ma mi sembra che non eri molto favorevole alle bombe di Sarkozy e Cameron. O sbaglio?). Ti ho conosciuto negli ambienti anti-guerra. Credo che prima che tocchi direttamente ai tuoi cari, abbiamo avuto più o meno le stesse posizioni.
Ma non è per criticarti. Lo capisco benissimo. Una discussione simile ho avuto con molti amici iracheni all’epoca dell’intervento nel loro paese. Poi con Farid Adli nei giorni dell’intervento in Libia. Farid anche lui era un fervente oppositore all’intervento in Iraq. Ma smisi di parlare con lui di questo quando disse in un dibattito tra lui e me su Radio Popolare che i carri armati di Gheddafi erano a 100 metri dalla casa dei suoi… Io che conosco l’angoscia di sapere che gli assassini sono a pochi passi dalla tua famiglia, non potevo andare oltre. Non si può pretendere da nessuno di accettare tale paura senza reazione fosse anche violenta. Io ho rispetto per le sue paure e per il suo dolore proprio perché so di che si tratta. E così rispetto anche le tue.

Però mi chiedo: quante volte dovremo vivere questo stesso incubo prima di capire che le bombe non hanno mai risolto niente? Non l’hanno fatto in Afghanistan. Non l’ha fatto in Iraq. Non l’ha fatto in Libia. I 3 paesi sono ancora ridotti a una specie di Mad-Max orientaleggiante dove il territorio rurale è controllato da varie milizie etnico-confessionali e le città sono in mano a delle mafie nominate dalle multinazionali occidentali.
La bilancia delle forze militari pende decisamente dalla parte dei cattivi (Assad e gruppi integralisti), le forze democratiche non pesano niente nel conflitto armato. Anche perché non le sostiene nessuno. Tu dici che le forze integraliste sono solo una piccola parte dell’opposizione. Forse è così. O sarebbe così se non fosse per le decine di migliaia di uomini armati giunti da mezzo mondo. L’Algeria sola conta migliaia di “volontari” andati in Siria a combattere (solo i morti Algerini ufficialmente identificati in Siria sono 246), la Tunisia uguale. Per non parlare dei Libici e dei tanti altri giunti nel paese da tutte le parti del mondo per portarlo dalla padella alla brace.
L’amico Gabriele Del Grande ci racconta delle cose molto simpatiche da lì, di come comitati di quartieri sono gestiti dall’opposizione non integralista etc. Ma sono solo gocce nell’oceano. Altre voci di amici siriani che stanno in Siria (non embedded da nessuna delle due forze in campo) o nei dintorni raccontano ben altri scenari. Il mio amico Hamed (di cui ho parlato due volte: qui e qui) lui ad esempio ci ha creduto nella Aleppo liberata e ci è andato. Siccome è stato riconosciuto e denunciato da gente di Damasco come militante di sinistra ha preso 20 frustate sulla schiena. Non l’hanno ucciso solo perché tutti sapevano che era appena uscito dalle carceri di Assad. Poi se n’è tornato a Damasco con la coda tra le gambe. Per fortuna questa settimana mi ha chiamato da Atena. In qualche modo è riuscito a fuggire dalla trappola in cui era preso: tra l’incudine e il martello.
Una vittoria militare di Assad o delle orde jihadiste sarebbe comunque una catastrofe immane. Non so quale delle due sarebbe peggio. Sinceramente non lo so. E solo tramite una soluzione negoziata possiamo sperare in una salvezza del paese e della sua gente. Io ci credo. E credo che se non è possibile ora è solo perché nessuno, proprio nessuno ha investito nella pace in questa zona del mondo. Chi vorrebbe la pace in Siria? La Turchia o l’Arabia Saudita che dall’inizio hanno soffiato sul fuoco della violenza? La Russia o l’Iran che vogliono mantenere in Assad il loro ultimo alleato nella zona? I paesi della Nato che vogliono anche a Damasco un governo fantoccio loro (e non di altri) come ormai tutti gli altri nella regione? I vicini? La Giordania? Israele?
A nessuno interessa la pace in Siria e nessuno manderebbe i suoi “boys” a morire per l’interesse del popolo siriano. I bombardamenti Nato vorranno dire solo aggiungere morti ai morti. E per me che siano popolazioni pro o anti-Assad a morire (ammesso che le bombe possano scegliere) è un crimine ugualmente. E la morte chiama solo la morte.

Oggi tocca alla Siria. É un paese che adoro e mi vengono le lacrime quando ci penso. Ma tutti gli indicatori dicono che, fra qualche anno, potrebbe toccare all’Algeria. Il mio paese ha tutte le condizioni per svegliare gli istinti predatori di chi si sta mangiando il mondo a pezzettoni. Una posizione strategica essenziale per il controllo dei flussi tra Mediterraneo e Africa sub sahariana. Una delle più importanti riserve di idrocarburi al mondo. Un fondo sovrano ricco di centinaia di miliardi di Dollari, una dirigenza impresentabile anche se ancora amica di tutti, come lo era ghaddafi fino a poche settimane prima della sua caduta…
Con la Libia ridotta a quella che è oggi. Un Sahel da tempo trasformato in autostrada di tutti i traffici e un regime marocchino tradizionalmente ostile, ci vuole poco a far entrare elementi di sovversione armata da tutte le parti. Poi l’esercito algerino che non è mai stato uno stinco di santo farà il resto.
Se questo succederà domani, io dico sin da adesso: anche se un presidente americano o francese dirà che c’è un genocidio in corso e dirà che l’esercito ha usato armi di distruzione di massa, anche se i ribelli faranno vedere file di bambini morti e diranno che quelle sono vittime dell’esercito, anche se tutti i paesi del mondo (soprattutto quelli che hanno di più soffiato sul fuoco di quella guerra) si diranno preoccupati… non accettate che Algeri sia bombardata, per favore. Non è quella la soluzione. Non lo è stata per Kabul, né per Baghdad, né per Tripoli, né lo è oggi per Damasco e non lo sarà per nessun altro paese. Mai!

Un abbraccio.

Allegato: Il post di Fouad su Facebook:

<< Vedo fioccare le dichiarazioni indignate di tanti “compagni” che in 2 anni e mezzo evidentemente non si erano accorti che la mia terra era violentata dalla guerra e che di ingerenze esterne ce ne sono tante e tante. In risposta a tutti questi ignavi che oggi si sono svegliati solo perchè a minacciare la mia gente sono bombe a stelle e strisce ed in base a valutazioni geopolitiche, non creto per condivisione della sofferenza del mio popolo, voglio ripubblicare uno sfogo che avevo scritto sotto un post di fabio amato, responsabile esteri del PRC, un paiuo di settimane fa. Da allora è cambiato che l’intervento USa sembra più probabile e che ora parlare di Siria è più trendy.

Ci avete lasciati soli, nel silenzio, quando ispirati dal grido di libertà dei nostri fratelli anche le nostre voci hanno riempito le strade e le nostre uniche armi erano speranza, dignità e voglia di democrazia. I nostri canti per la democrazia, per l’unità e la non-violenza hanno riempito l’aere delle nostre piazze che hanno visto nascere la storia, mentre i selciati antichi si tingevano del nostro sangue. Per 6 mesi nessuno ha risposto alle provocazioni, alla feroce repressione, all’assedio di intere città private d’acqua ed elettricità in piena estate. Quando poi sono finite le guance da porgere, quando i nostri partigiani (come fecero i vostri) salirono sulle montagne rischiando non solo le loro vite ma anche quelle dei loro cari, allora ci avete condannato. Quando eravamo sotto la soverchiante superiorità del fuoco nemico, alimentato dalle uomini, armi e carburanti di Iran, Russia, Libano, Iraq e persino dell’ Europa voi non avete mosso un dito per impedire il flusso di morte verso la nostra terra, evidentemente quello è l’Impero del Bene. Ma se schiacciati dal piombo, l’esplosivo ed i mig del Bene i nostri partigiani hanno accettato il (tutt’altro che disinteressato) aiuto degli antagonisti dell’Impero che piace a voi, finalmente avete potuto dar sostanza alle infamanti accuse che fin dalla prima ora ci avete rivolto. E non mostratemi cartine e statistiche, analisi e numeri, quelli van bene “in società”, nei vostri salottini, ma non per chi ha sentito le parole e le voci di chi è sceso in piazza… pensate che strano, in Siria i ragazzini non si chiedono quali potenza internazionale tragga vantaggio dal loro manifestare, scendono in piazza per il loro diritto al futuro, per aver la dignità di scegliere il proprio destino, per pretendere la democrazia, slogan che mi sembra di aver sentito da tante altre parti, anche da parte vostra in Piazza San Giovanni o sotto MOntecitorio, nonostante l’Italia appaia come un paradiso di democrazia confrontata con la nostra terra.
Tranquilli “compagni”, gli States (che l’Italia accolse a braccia aperte, quando i nazi-fascisti ne violentavano le terre) non interverranno semplicemente perchè non è loro interesse quindi senza troppi sforzi otterrete il risultato auspicato da tovarish Fabio… ma i 1500 morti di Ghouta, che si aggiungono alle 100.000 vite spezzate da Assad e compagni, non sono un casus belli ma una vergogna per l’umanità e per voi in particolare, voi che amate atteggiarvi a paladini degli oppressi e degli ultimi ma siete sordi se il nemico di quegli oppressi non è quello “tradizionale”, se quel che avviene non risponde alla vostra narrazione del mondo.
Cari ignavi o saputelli giudici dell’altrui storia, fateci un favore però: non venite a piangere i nostri bambini, non versate lascrime al funerale della nostra nazione, non siete invitati.

p.s.
Un ringraziamento particolare a tutti coloro che (come avviene sempre in queste occasioni), a seguito di quanto ho scritto e dall’alto della loro conoscenza della mia persona, della mia terra, della real politic e della geopolitica internazionale vorranno definirmi ratto, jihadista, tagliagole, spia al soldo del mossad…. il vostr
o contributo sarà davvero prezioso.>>

Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.


Lettera a Fouad Roueiha sui bombardamenti sulla Siria.

Risposta a un post di Fouad Roueiha messo su Facebook:

Caro Fouad,
Ho letto con molto interesse la tua lettera a chi si oppone ad un eventuale intervento militare Nato in Siria. Prima di tutto voglio dirti che mi dispiace tanto e che capisco il tuo dolore e le tue paure. Le capisco più di molti perché le ho già vissute. Ma ti devo dire che anche io sono uno di quelli contro l’intervento militare. Forse non in chiave vetero staliniana … ma, contro, lo sono e con forza e cerco di spiegarti le mie ragioni senza giudicare la tua posizione né quella di qualcun altro. .
Per quelli che, in opposizione al campo dei cattivi, considerano che Assad sia dalla parte dei buoni ho dedicato vari interventi per dire che la cosa non è così semplice. Uno di questi, in chiave ironica l’ho scritto per descrivere l’imbarazzo di tutti di fronte alle manifestazioni di Piazza Taksim e Gezi Park. Una presa in giro sia di chi scrive quello che le forze della Nato vogliono, sia di chi non pensa con testa propria ma aspetta quello che diranno gli stati occidentali per essere contro come nella buona vecchia guerra fredda.
L’ottusità e la testardaggine dei vecchi “tovarish” è un conto, l’accettare le bombe come mezzo di gestione dei conflitti è un altro. Io non sono pacifista o “pacifinto” come hai scritto. Mi considero Nonviolento e voglio credere che la violenza non sia il rimedio per i mali dell’umanità.
Eppure una situazione molto simile a quella che vive oggi la Siria, io l’ho vissuta in diretta, preso in mezzo ad un regime corrotto e criminale e una opposizione ancora più criminale. Io ce l’ho fatta ma ho visto tanti amici e compagni cadere intorno a me di quelli che come me non volevano sostenere né la pesta né il colera. Ma anche tanti altri esseri umani di tutte le età che non avevano nemmeno idea di chi li uccideva e del perché. Questo per dirti che quello che tu senti oggi, io l’ho vissuto. Non l’ho solo sentito raccontare.
In un dibattito sulla Siria, un po’ di mesi fa, avevo proposto questa bozza di piattaforma per una dichiarazione comune. Nessuno sostegno a Assad e alle sue forze criminali. Ma nemmeno un sostegno incondizionato alle forze dell’opposizione.
Tu chiedi alla gente: dov’era quando Assad massacrava la sua gente? Io ti chiedo: dov’era chi vuole oggi bombardare? Dov’era quando l’opposizione democratica tentava di creare una iniziativa di dialogo e di negoziato? Perché nessun dollaro andato ai gruppi armati è andato alle iniziative di pace?
Vuoi sapere dov’era la gente quando Assad massacrava. Ebbene era esattamente laddove eravamo io e te quando Saddam massacrava i suoi. Dove eravamo quando Gheddafi massacrava i suoi. Eravamo a chiederci, a cercare di capire qualcosa a pensare, a sentirci impotenti… Hanno fatto quello che io e te abbiamo fatto nel caso dell’Iraq e forse anche della Libia (non mi ricordo bene, ma mi sembra che non eri molto favorevole alle bombe di Sarkozy e Cameron. O sbaglio?). Ti ho conosciuto negli ambienti anti-guerra. Credo che prima che tocchi direttamente ai tuoi cari, abbiamo avuto più o meno le stesse posizioni.
Ma non è per criticarti. Lo capisco benissimo. Una discussione simile ho avuto con molti amici iracheni all’epoca dell’intervento nel loro paese. Poi con Farid Adli nei giorni dell’intervento in Libia. Farid anche lui era un fervente oppositore all’intervento in Iraq. Ma smisi di parlare con lui di questo quando disse in un dibattito tra lui e me su Radio Popolare che i carri armati di Gheddafi erano a 100 metri dalla casa dei suoi… Io che conosco l’angoscia di sapere che gli assassini sono a pochi passi dalla tua famiglia, non potevo andare oltre. Non si può pretendere da nessuno di accettare tale paura senza reazione fosse anche violenta. Io ho rispetto per le sue paure e per il suo dolore proprio perché so di che si tratta. E così rispetto anche le tue.

Però mi chiedo: quante volte dovremo vivere questo stesso incubo prima di capire che le bombe non hanno mai risolto niente? Non l’hanno fatto in Afghanistan. Non l’ha fatto in Iraq. Non l’ha fatto in Libia. I 3 paesi sono ancora ridotti a una specie di Mad-Max orientaleggiante dove il territorio rurale è controllato da varie milizie etnico-confessionali e le città sono in mano a delle mafie nominate dalle multinazionali occidentali.
La bilancia delle forze militari pende decisamente dalla parte dei cattivi (Assad e gruppi integralisti), le forze democratiche non pesano niente nel conflitto armato. Anche perché non le sostiene nessuno. Tu dici che le forze integraliste sono solo una piccola parte dell’opposizione. Forse è così. O sarebbe così se non fosse per le decine di migliaia di uomini armati giunti da mezzo mondo. L’Algeria sola conta migliaia di “volontari” andati in Siria a combattere (solo i morti Algerini ufficialmente identificati in Siria sono 246), la Tunisia uguale. Per non parlare dei Libici e dei tanti altri giunti nel paese da tutte le parti del mondo per portarlo dalla padella alla brace.
L’amico Gabriele Del Grande ci racconta delle cose molto simpatiche da lì, di come comitati di quartieri sono gestiti dall’opposizione non integralista etc. Ma sono solo gocce nell’oceano. Altre voci di amici siriani che stanno in Siria (non embedded da nessuna delle due forze in campo) o nei dintorni raccontano ben altri scenari. Il mio amico Hamed (di cui ho parlato due volte: qui e qui) lui ad esempio ci ha creduto nella Aleppo liberata e ci è andato. Siccome è stato riconosciuto e denunciato da gente di Damasco come militante di sinistra ha preso 20 frustate sulla schiena. Non l’hanno ucciso solo perché tutti sapevano che era appena uscito dalle carceri di Assad. Poi se n’è tornato a Damasco con la coda tra le gambe. Per fortuna questa settimana mi ha chiamato da Atena. In qualche modo è riuscito a fuggire dalla trappola in cui era preso: tra l’incudine e il martello.
Una vittoria militare di Assad o delle orde jihadiste sarebbe comunque una catastrofe immane. Non so quale delle due sarebbe peggio. Sinceramente non lo so. E solo tramite una soluzione negoziata possiamo sperare in una salvezza del paese e della sua gente. Io ci credo. E credo che se non è possibile ora è solo perché nessuno, proprio nessuno ha investito nella pace in questa zona del mondo. Chi vorrebbe la pace in Siria? La Turchia o l’Arabia Saudita che dall’inizio hanno soffiato sul fuoco della violenza? La Russia o l’Iran che vogliono mantenere in Assad il loro ultimo alleato nella zona? I paesi della Nato che vogliono anche a Damasco un governo fantoccio loro (e non di altri) come ormai tutti gli altri nella regione? I vicini? La Giordania? Israele?
A nessuno interessa la pace in Siria e nessuno manderebbe i suoi “boys” a morire per l’interesse del popolo siriano. I bombardamenti Nato vorranno dire solo aggiungere morti ai morti. E per me che siano popolazioni pro o anti-Assad a morire (ammesso che le bombe possano scegliere) è un crimine ugualmente. E la morte chiama solo la morte.

Oggi tocca alla Siria. É un paese che adoro e mi vengono le lacrime quando ci penso. Ma tutti gli indicatori dicono che, fra qualche anno, potrebbe toccare all’Algeria. Il mio paese ha tutte le condizioni per svegliare gli istinti predatori di chi si sta mangiando il mondo a pezzettoni. Una posizione strategica essenziale per il controllo dei flussi tra Mediterraneo e Africa sub sahariana. Una delle più importanti riserve di idrocarburi al mondo. Un fondo sovrano ricco di centinaia di miliardi di Dollari, una dirigenza impresentabile anche se ancora amica di tutti, come lo era ghaddafi fino a poche settimane prima della sua caduta…
Con la Libia ridotta a quella che è oggi. Un Sahel da tempo trasformato in autostrada di tutti i traffici e un regime marocchino tradizionalmente ostile, ci vuole poco a far entrare elementi di sovversione armata da tutte le parti. Poi l’esercito algerino che non è mai stato uno stinco di santo farà il resto.
Se questo succederà domani, io dico sin da adesso: anche se un presidente americano o francese dirà che c’è un genocidio in corso e dirà che l’esercito ha usato armi di distruzione di massa, anche se i ribelli faranno vedere file di bambini morti e diranno che quelle sono vittime dell’esercito, anche se tutti i paesi del mondo (soprattutto quelli che hanno di più soffiato sul fuoco di quella guerra) si diranno preoccupati… non accettate che Algeri sia bombardata, per favore. Non è quella la soluzione. Non lo è stata per Kabul, né per Baghdad, né per Tripoli, né lo è oggi per Damasco e non lo sarà per nessun altro paese. Mai!

Un abbraccio.

Allegato: Il post di Fouad su Facebook:

<< Vedo fioccare le dichiarazioni indignate di tanti “compagni” che in 2 anni e mezzo evidentemente non si erano accorti che la mia terra era violentata dalla guerra e che di ingerenze esterne ce ne sono tante e tante. In risposta a tutti questi ignavi che oggi si sono svegliati solo perchè a minacciare la mia gente sono bombe a stelle e strisce ed in base a valutazioni geopolitiche, non creto per condivisione della sofferenza del mio popolo, voglio ripubblicare uno sfogo che avevo scritto sotto un post di fabio amato, responsabile esteri del PRC, un paiuo di settimane fa. Da allora è cambiato che l’intervento USa sembra più probabile e che ora parlare di Siria è più trendy.

Ci avete lasciati soli, nel silenzio, quando ispirati dal grido di libertà dei nostri fratelli anche le nostre voci hanno riempito le strade e le nostre uniche armi erano speranza, dignità e voglia di democrazia. I nostri canti per la democrazia, per l’unità e la non-violenza hanno riempito l’aere delle nostre piazze che hanno visto nascere la storia, mentre i selciati antichi si tingevano del nostro sangue. Per 6 mesi nessuno ha risposto alle provocazioni, alla feroce repressione, all’assedio di intere città private d’acqua ed elettricità in piena estate. Quando poi sono finite le guance da porgere, quando i nostri partigiani (come fecero i vostri) salirono sulle montagne rischiando non solo le loro vite ma anche quelle dei loro cari, allora ci avete condannato. Quando eravamo sotto la soverchiante superiorità del fuoco nemico, alimentato dalle uomini, armi e carburanti di Iran, Russia, Libano, Iraq e persino dell’ Europa voi non avete mosso un dito per impedire il flusso di morte verso la nostra terra, evidentemente quello è l’Impero del Bene. Ma se schiacciati dal piombo, l’esplosivo ed i mig del Bene i nostri partigiani hanno accettato il (tutt’altro che disinteressato) aiuto degli antagonisti dell’Impero che piace a voi, finalmente avete potuto dar sostanza alle infamanti accuse che fin dalla prima ora ci avete rivolto. E non mostratemi cartine e statistiche, analisi e numeri, quelli van bene “in società”, nei vostri salottini, ma non per chi ha sentito le parole e le voci di chi è sceso in piazza… pensate che strano, in Siria i ragazzini non si chiedono quali potenza internazionale tragga vantaggio dal loro manifestare, scendono in piazza per il loro diritto al futuro, per aver la dignità di scegliere il proprio destino, per pretendere la democrazia, slogan che mi sembra di aver sentito da tante altre parti, anche da parte vostra in Piazza San Giovanni o sotto MOntecitorio, nonostante l’Italia appaia come un paradiso di democrazia confrontata con la nostra terra.
Tranquilli “compagni”, gli States (che l’Italia accolse a braccia aperte, quando i nazi-fascisti ne violentavano le terre) non interverranno semplicemente perchè non è loro interesse quindi senza troppi sforzi otterrete il risultato auspicato da tovarish Fabio… ma i 1500 morti di Ghouta, che si aggiungono alle 100.000 vite spezzate da Assad e compagni, non sono un casus belli ma una vergogna per l’umanità e per voi in particolare, voi che amate atteggiarvi a paladini degli oppressi e degli ultimi ma siete sordi se il nemico di quegli oppressi non è quello “tradizionale”, se quel che avviene non risponde alla vostra narrazione del mondo.
Cari ignavi o saputelli giudici dell’altrui storia, fateci un favore però: non venite a piangere i nostri bambini, non versate lascrime al funerale della nostra nazione, non siete invitati.

p.s.
Un ringraziamento particolare a tutti coloro che (come avviene sempre in queste occasioni), a seguito di quanto ho scritto e dall’alto della loro conoscenza della mia persona, della mia terra, della real politic e della geopolitica internazionale vorranno definirmi ratto, jihadista, tagliagole, spia al soldo del mossad…. il vostr
o contributo sarà davvero prezioso.>>

Noi appoggiamo la rivoluzione del popolo siriano – No all’intervento straniero

Dichiarazione di: Socialisti Rivoluzionari (Egitto), Corrente rivoluzionaria di Sinistra (Siria), Unione dei Comunisti (Iraq), Al-Mounadil-a (Marocco), Forum Socialista (Libano).

Domenica 31 agosto 2013

Più di 150 mila le persone uccise, centinaia di migliaia i feriti e i resi disabili, milioni di persone sfollate all’interno della Siria e all’estero; città, villaggi e quartieri sono stati distrutti, completamente o in parte, tramite l’utilizzo di ogni tipo di arma: aerei da guerra, missili scud, bombe e carri armati, tutti pagati con il sudore e il sangue del popolo siriano. E tutto ciò col pretesto di difendere la patria e raggiungere l’equilibrio militare con Israele (la cui occupazione dei territori siriani è di fatto protetta dal regime che non è stato in grado di rispondere a nessuna delle sue continue aggressioni).

Eppure, nonostante le enormi perdite abbattutesi sui Siriani, e le calamità a loro inflitte, nessuna organizzazione internazionale o paese di rilievo – o anche uno minore – ha sentito la necessità di offrire concreta solidarietà e supporto ai Siriani nella loro battaglia per i diritti più elementari, la dignità umana e la giustizia sociale.

L’unica eccezione sono stati i Paesi del Golfo e in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita. Tuttavia il loro scopo era di controllare la natura del conflitto e di guidarlo nella direzione di un conflitto settario, distorcendo la rivoluzione siriana e puntando ad annullarla, come riflesso del loro timore più profondo che la fiamma rivoluzionaria avrebbe finito per raggiungere i loro paesi. Così hanno appoggiato i gruppi oscurantisti Tafkiri provenienti, per la maggior parte, dai quattro angoli del mondo per imporre una visione grottesca per il governo basato sulla shari’a islamica. Questi gruppi sono stati impegnati, di volta in volta, in terrificanti massacri contro i cittadini siriani che si opponevano alle loro misure repressive, e un aggressioni all’interno di aree sotto il loro controllo o sotto attacco, come l’esempio più recente dei villaggi nella campagna di Latakia.
Un grande blocco di forze ostili, provenienti da tutto il mondo, sta cospirando contro la rivoluzione del popolo siriano, scoppiata in tandem con le rivolte che, negli ultimi tre anni, hanno coinvolto la regione Araba e il Maghreb. Le rivoluzioni di questi popoli hanno avuto lo scopo di mettere fine a una storia di brutalità, ingiustizia e sfruttamento, e ottenere i diritti alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale.

Tuttavia questo non ha solo provocato brutali dittature locali, ma anche la maggior parte delle forze imperialiste che cercano di portare avanti il loro furto delle ricchezze del nostro popolo, in aggiunta alle varie classi reazionarie e le forze in tutte queste zone e nei paesi circostanti.
Per quanto riguarda la Siria, l’alleanza che combatte contro la rivoluzione comprende una miriade di forze settarie reazionarie, guidate dall’Iran, dalle milizie confessionali dell’Iraq e, purtroppo, le forze d’attacco di Hezbollah, che sta affondando nel pantano di difendere un regime dittatoriale profondamente corrotto e criminale.

Questa spiacevole situazione ha colpito anche una sezione importante della tradizionale sinistra araba con radici staliniste, sia nella stessa Siria, che in Libano, Egitto e nel resto del mondo arabo – e del mondo in generale – chiaramente incline verso il regime di Assad. La giustificazione è che alcuni lo vedono come un regime “forte” o addirittura “di resistenza”, nonostante la sua lunga storia – durante la sua permanenza al potere – di protezione dell’occupazione sionista delle Alture del Golan, la continua e sanguinosa repressione di vari gruppi di resistenza ad Israele, sia palestinesi che libanesi (o Siriani), e il rimanere inattivo e servile dalla guerra dell’Ottobre 1973, riguardo l’aggressione di Israele ai territori siriani. Questa propensione avrà gravi ripercussioni sull’ordinaria posizione siriana circa la sinistra in generale.

Le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza, in particolare, non sono stati in grado di condannare i crimini del regime, che il popolo siriano ha respinto continuamente e pacificamente per più di sette mesi, mentre le pallottole dei cecchini e la shabbiha prendevano i manifestanti uno ad uno e giorno dopo giorno e mentre gli attivisti più influenti erano detenuti e sottoposti alle peggiori forme di tortura e di eliminazione nelle prigioni e nei centri di detenzione. Per tutto il tempo, il mondo è rimasto completamente in silenzio e in uno stato di totale passività.

Questa situazione è continuata con una piccola differenza anche dopo che il popolo in rivolta ha deciso di prendere le armi e l’emergere di quello che è ora conosciuto come il Libero esercito Siriano (FSA), il cui comando e i cui soldati provengono, per la maggior parte, dall’esercito regolare. Questo ha portato a una terribile escalation di crimini commessi dal regime.
L’imperialismo russo, il più importante alleato del regime baathista di Damasco, che li rifornisce di ogni tipo di supporto, rimane in guardia per bloccare qualsiasi tentativo di condannare quei crimini al Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti, d’altra parte, non trovano un vero problema nella continuazione dello status quo, con tutte le ripercussioni apparenti e la distruzione del paese. Questo nonostante le minacce e le intimidazioni utilizzate dal presidente degli Stati Uniti, ogni qual volta qualcuno nell’opposizione solleva la questione dell’uso di armi chimiche da parte del regime, fino all’ultima escalation, quando si è ritenuto che sia stata oltrepassata la “linea rossa”.

E ‘chiaro che Obama, che dà l’impressione di voler andare avanti con le sue minacce, si sarebbe sentito in grande imbarazzo se non l’avesse fatto, dal momento che non solo questo avrebbe avuto un impatto negativo sul presidente, ma ne avrebbe risentito anche l’immagine di stato potente e arrogante che l’America riveste agli occhi dei paesi arabi asserviti e del mondo intero.
L’imminente attacco contro le forze armate siriane è, in sostanza, guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, si verifica con la comprensione e la cooperazione dei paesi imperialisti alleati, anche in assenza di razionalizzazione attraverso la solita farsa, conosciuta come “legittimità internazionale” (vale a dire le decisioni dell’ONU, che era e rimane rappresentante degli interessi delle grandi potenze, sia in conflitto che alleate, a seconda delle circostanze, delle differenze, e degli equilibri fra loro). In altre parole, l’attacco non attenderà il Consiglio di sicurezza a causa del prevedibile veto russo-cinese.

Purtroppo, molti nell’opposizione siriana stanno scommettendo su questo attacco e sulla posizione degli Stati Uniti in generale. Essi ritengono che questo creerebbe un’opportunità per loro per prendere il potere, scavalcando il movimento e le masse e la loro decisione indipendente. Non dovrebbe essere una sorpresa, quindi, che i rappresentanti di questa opposizione e l’FSA non hanno avuto riserve a fornire informazioni agli Stati Uniti circa gli obiettivi proposti per l’attacco.
In ogni caso, noi siamo d’accordo su quanto segue:

• L’alleanza imperialista occidentale colpirà diverse posizioni e parti vitali delle infrastrutture militari e civili siriane (con diverse vittime, come al solito). Tuttavia, come ha voluto sottolineare, gli attacchi non saranno destinati a rovesciare il regime. Essi sono semplicemente destinati a punire, detto con le parole di Obama, l’attuale leadership siriana e salvare la faccia dell’amministrazione degli Stati Uniti, dopo tutte le minacce che riguardo l’uso di armi chimiche.

• Le intenzioni del presidente americano di punire la leadership siriana non derivino, in alcun modo, dalla solidarietà di Washington per la sofferenza dei bambini che sono caduti nelle stragi Ghouta, ma derivano piuttosto dal suo impegno per quelli che Obama chiama gli interessi vitali degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale, oltre a agli interessi e alla sicurezza di Israele.

• L’esercito siriano e dei suoi alleati regionali, guidato dal regime iraniano, non avranno abbastanza coraggio, molto probabilmente, per mettere in atto quelle che sembravano essere minacce da parte dei loro alti funzionari che qualsiasi attacco occidentale contro la Siria infiammerebbe tutta la regione. Ma questa opzione rimane sul tavolo, come opzione finale e con risultati catastrofici.

• L’imminente assalto imperialista occidentale non intende sostenere la rivoluzione siriana in alcun modo. Avrà lo scopo di spingere Damasco al tavolo delle trattative e di permettere a Bashar al-Assad di ritirarsi dal primo piano, mantenendo comunque il regime in atto, migliorando allo stesso tempo notevolmente le condizioni per rafforzare la posizione dell’imperialismo americano nella futura Siria contro l’imperialismo russo.

• Più coloro che partecipano alla continua mobilitazione popolare – che sono più consapevoli, di principi e dediti al futuro della Siria e del suo popolo – realizzano questi fatti, le loro conseguenze, i risultati, e agiscono di conseguenza, più questo contribuirà ad aiutare la il popolo siriano a scegliere con successo una vera leadership rivoluzionaria. Nel processo di una lotta impegnata, basata sugli interessi attuali e futuri del loro popolo questo produrrebbe un programma radicale coerente con quegli interessi, che potrebbe essere promosso e messo in pratica sulla strada della vittoria.

No ad ogni forma di intervento imperialista, sia Americano che Russo.

No a tutte le forme di intervento settario reazionario, sia dell’Iran che dei Paesi del Golfo.

No all’intervento di Hezbollah, che merita il massimo della condanna.

Basta con le illusioni riguardante l’imminente attacco Americano.

Aprire i depositi di armi per il popolo siriano, per lottare per la libertà, la dignità e la giustizia sociale.

Vittoria a una Siria libera e democratica e basta per sempre con la dittatura di Assad e tutte le dittature.

Lunga vita alla rivoluzione del popolo siriano.

Fonte: http://www.al-manshour.org/en/statement-by-rev-socialists-marxists-on-us-attack-on-syria

Traduzione di Luana Andronico

Noi appoggiamo la rivoluzione del popolo siriano – No all’intervento straniero

Dichiarazione di: Socialisti Rivoluzionari (Egitto), Corrente rivoluzionaria di Sinistra (Siria), Unione dei Comunisti (Iraq), Al-Mounadil-a (Marocco), Forum Socialista (Libano).

Domenica 31 agosto 2013

Più di 150 mila le persone uccise, centinaia di migliaia i feriti e i resi disabili, milioni di persone sfollate all’interno della Siria e all’estero; città, villaggi e quartieri sono stati distrutti, completamente o in parte, tramite l’utilizzo di ogni tipo di arma: aerei da guerra, missili scud, bombe e carri armati, tutti pagati con il sudore e il sangue del popolo siriano. E tutto ciò col pretesto di difendere la patria e raggiungere l’equilibrio militare con Israele (la cui occupazione dei territori siriani è di fatto protetta dal regime che non è stato in grado di rispondere a nessuna delle sue continue aggressioni).

Eppure, nonostante le enormi perdite abbattutesi sui Siriani, e le calamità a loro inflitte, nessuna organizzazione internazionale o paese di rilievo – o anche uno minore – ha sentito la necessità di offrire concreta solidarietà e supporto ai Siriani nella loro battaglia per i diritti più elementari, la dignità umana e la giustizia sociale.

L’unica eccezione sono stati i Paesi del Golfo e in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita. Tuttavia il loro scopo era di controllare la natura del conflitto e di guidarlo nella direzione di un conflitto settario, distorcendo la rivoluzione siriana e puntando ad annullarla, come riflesso del loro timore più profondo che la fiamma rivoluzionaria avrebbe finito per raggiungere i loro paesi. Così hanno appoggiato i gruppi oscurantisti Tafkiri provenienti, per la maggior parte, dai quattro angoli del mondo per imporre una visione grottesca per il governo basato sulla shari’a islamica. Questi gruppi sono stati impegnati, di volta in volta, in terrificanti massacri contro i cittadini siriani che si opponevano alle loro misure repressive, e un aggressioni all’interno di aree sotto il loro controllo o sotto attacco, come l’esempio più recente dei villaggi nella campagna di Latakia.
Un grande blocco di forze ostili, provenienti da tutto il mondo, sta cospirando contro la rivoluzione del popolo siriano, scoppiata in tandem con le rivolte che, negli ultimi tre anni, hanno coinvolto la regione Araba e il Maghreb. Le rivoluzioni di questi popoli hanno avuto lo scopo di mettere fine a una storia di brutalità, ingiustizia e sfruttamento, e ottenere i diritti alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale.

Tuttavia questo non ha solo provocato brutali dittature locali, ma anche la maggior parte delle forze imperialiste che cercano di portare avanti il loro furto delle ricchezze del nostro popolo, in aggiunta alle varie classi reazionarie e le forze in tutte queste zone e nei paesi circostanti.
Per quanto riguarda la Siria, l’alleanza che combatte contro la rivoluzione comprende una miriade di forze settarie reazionarie, guidate dall’Iran, dalle milizie confessionali dell’Iraq e, purtroppo, le forze d’attacco di Hezbollah, che sta affondando nel pantano di difendere un regime dittatoriale profondamente corrotto e criminale.

Questa spiacevole situazione ha colpito anche una sezione importante della tradizionale sinistra araba con radici staliniste, sia nella stessa Siria, che in Libano, Egitto e nel resto del mondo arabo – e del mondo in generale – chiaramente incline verso il regime di Assad. La giustificazione è che alcuni lo vedono come un regime “forte” o addirittura “di resistenza”, nonostante la sua lunga storia – durante la sua permanenza al potere – di protezione dell’occupazione sionista delle Alture del Golan, la continua e sanguinosa repressione di vari gruppi di resistenza ad Israele, sia palestinesi che libanesi (o Siriani), e il rimanere inattivo e servile dalla guerra dell’Ottobre 1973, riguardo l’aggressione di Israele ai territori siriani. Questa propensione avrà gravi ripercussioni sull’ordinaria posizione siriana circa la sinistra in generale.

Le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza, in particolare, non sono stati in grado di condannare i crimini del regime, che il popolo siriano ha respinto continuamente e pacificamente per più di sette mesi, mentre le pallottole dei cecchini e la shabbiha prendevano i manifestanti uno ad uno e giorno dopo giorno e mentre gli attivisti più influenti erano detenuti e sottoposti alle peggiori forme di tortura e di eliminazione nelle prigioni e nei centri di detenzione. Per tutto il tempo, il mondo è rimasto completamente in silenzio e in uno stato di totale passività.

Questa situazione è continuata con una piccola differenza anche dopo che il popolo in rivolta ha deciso di prendere le armi e l’emergere di quello che è ora conosciuto come il Libero esercito Siriano (FSA), il cui comando e i cui soldati provengono, per la maggior parte, dall’esercito regolare. Questo ha portato a una terribile escalation di crimini commessi dal regime.
L’imperialismo russo, il più importante alleato del regime baathista di Damasco, che li rifornisce di ogni tipo di supporto, rimane in guardia per bloccare qualsiasi tentativo di condannare quei crimini al Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti, d’altra parte, non trovano un vero problema nella continuazione dello status quo, con tutte le ripercussioni apparenti e la distruzione del paese. Questo nonostante le minacce e le intimidazioni utilizzate dal presidente degli Stati Uniti, ogni qual volta qualcuno nell’opposizione solleva la questione dell’uso di armi chimiche da parte del regime, fino all’ultima escalation, quando si è ritenuto che sia stata oltrepassata la “linea rossa”.

E ‘chiaro che Obama, che dà l’impressione di voler andare avanti con le sue minacce, si sarebbe sentito in grande imbarazzo se non l’avesse fatto, dal momento che non solo questo avrebbe avuto un impatto negativo sul presidente, ma ne avrebbe risentito anche l’immagine di stato potente e arrogante che l’America riveste agli occhi dei paesi arabi asserviti e del mondo intero.
L’imminente attacco contro le forze armate siriane è, in sostanza, guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, si verifica con la comprensione e la cooperazione dei paesi imperialisti alleati, anche in assenza di razionalizzazione attraverso la solita farsa, conosciuta come “legittimità internazionale” (vale a dire le decisioni dell’ONU, che era e rimane rappresentante degli interessi delle grandi potenze, sia in conflitto che alleate, a seconda delle circostanze, delle differenze, e degli equilibri fra loro). In altre parole, l’attacco non attenderà il Consiglio di sicurezza a causa del prevedibile veto russo-cinese.

Purtroppo, molti nell’opposizione siriana stanno scommettendo su questo attacco e sulla posizione degli Stati Uniti in generale. Essi ritengono che questo creerebbe un’opportunità per loro per prendere il potere, scavalcando il movimento e le masse e la loro decisione indipendente. Non dovrebbe essere una sorpresa, quindi, che i rappresentanti di questa opposizione e l’FSA non hanno avuto riserve a fornire informazioni agli Stati Uniti circa gli obiettivi proposti per l’attacco.
In ogni caso, noi siamo d’accordo su quanto segue:

• L’alleanza imperialista occidentale colpirà diverse posizioni e parti vitali delle infrastrutture militari e civili siriane (con diverse vittime, come al solito). Tuttavia, come ha voluto sottolineare, gli attacchi non saranno destinati a rovesciare il regime. Essi sono semplicemente destinati a punire, detto con le parole di Obama, l’attuale leadership siriana e salvare la faccia dell’amministrazione degli Stati Uniti, dopo tutte le minacce che riguardo l’uso di armi chimiche.

• Le intenzioni del presidente americano di punire la leadership siriana non derivino, in alcun modo, dalla solidarietà di Washington per la sofferenza dei bambini che sono caduti nelle stragi Ghouta, ma derivano piuttosto dal suo impegno per quelli che Obama chiama gli interessi vitali degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale, oltre a agli interessi e alla sicurezza di Israele.

• L’esercito siriano e dei suoi alleati regionali, guidato dal regime iraniano, non avranno abbastanza coraggio, molto probabilmente, per mettere in atto quelle che sembravano essere minacce da parte dei loro alti funzionari che qualsiasi attacco occidentale contro la Siria infiammerebbe tutta la regione. Ma questa opzione rimane sul tavolo, come opzione finale e con risultati catastrofici.

• L’imminente assalto imperialista occidentale non intende sostenere la rivoluzione siriana in alcun modo. Avrà lo scopo di spingere Damasco al tavolo delle trattative e di permettere a Bashar al-Assad di ritirarsi dal primo piano, mantenendo comunque il regime in atto, migliorando allo stesso tempo notevolmente le condizioni per rafforzare la posizione dell’imperialismo americano nella futura Siria contro l’imperialismo russo.

• Più coloro che partecipano alla continua mobilitazione popolare – che sono più consapevoli, di principi e dediti al futuro della Siria e del suo popolo – realizzano questi fatti, le loro conseguenze, i risultati, e agiscono di conseguenza, più questo contribuirà ad aiutare la il popolo siriano a scegliere con successo una vera leadership rivoluzionaria. Nel processo di una lotta impegnata, basata sugli interessi attuali e futuri del loro popolo questo produrrebbe un programma radicale coerente con quegli interessi, che potrebbe essere promosso e messo in pratica sulla strada della vittoria.

No ad ogni forma di intervento imperialista, sia Americano che Russo.

No a tutte le forme di intervento settario reazionario, sia dell’Iran che dei Paesi del Golfo.

No all’intervento di Hezbollah, che merita il massimo della condanna.

Basta con le illusioni riguardante l’imminente attacco Americano.

Aprire i depositi di armi per il popolo siriano, per lottare per la libertà, la dignità e la giustizia sociale.

Vittoria a una Siria libera e democratica e basta per sempre con la dittatura di Assad e tutte le dittature.

Lunga vita alla rivoluzione del popolo siriano.

Fonte: http://www.al-manshour.org/en/statement-by-rev-socialists-marxists-on-us-attack-on-syria

Traduzione di Luana Andronico

Noi appoggiamo la rivoluzione del popolo siriano – No all’intervento straniero

Dichiarazione di: Socialisti Rivoluzionari (Egitto), Corrente rivoluzionaria di Sinistra (Siria), Unione dei Comunisti (Iraq), Al-Mounadil-a (Marocco), Forum Socialista (Libano).

Domenica 31 agosto 2013

Più di 150 mila le persone uccise, centinaia di migliaia i feriti e i resi disabili, milioni di persone sfollate all’interno della Siria e all’estero; città, villaggi e quartieri sono stati distrutti, completamente o in parte, tramite l’utilizzo di ogni tipo di arma: aerei da guerra, missili scud, bombe e carri armati, tutti pagati con il sudore e il sangue del popolo siriano. E tutto ciò col pretesto di difendere la patria e raggiungere l’equilibrio militare con Israele (la cui occupazione dei territori siriani è di fatto protetta dal regime che non è stato in grado di rispondere a nessuna delle sue continue aggressioni).

Eppure, nonostante le enormi perdite abbattutesi sui Siriani, e le calamità a loro inflitte, nessuna organizzazione internazionale o paese di rilievo – o anche uno minore – ha sentito la necessità di offrire concreta solidarietà e supporto ai Siriani nella loro battaglia per i diritti più elementari, la dignità umana e la giustizia sociale.

L’unica eccezione sono stati i Paesi del Golfo e in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita. Tuttavia il loro scopo era di controllare la natura del conflitto e di guidarlo nella direzione di un conflitto settario, distorcendo la rivoluzione siriana e puntando ad annullarla, come riflesso del loro timore più profondo che la fiamma rivoluzionaria avrebbe finito per raggiungere i loro paesi. Così hanno appoggiato i gruppi oscurantisti Tafkiri provenienti, per la maggior parte, dai quattro angoli del mondo per imporre una visione grottesca per il governo basato sulla shari’a islamica. Questi gruppi sono stati impegnati, di volta in volta, in terrificanti massacri contro i cittadini siriani che si opponevano alle loro misure repressive, e un aggressioni all’interno di aree sotto il loro controllo o sotto attacco, come l’esempio più recente dei villaggi nella campagna di Latakia.
Un grande blocco di forze ostili, provenienti da tutto il mondo, sta cospirando contro la rivoluzione del popolo siriano, scoppiata in tandem con le rivolte che, negli ultimi tre anni, hanno coinvolto la regione Araba e il Maghreb. Le rivoluzioni di questi popoli hanno avuto lo scopo di mettere fine a una storia di brutalità, ingiustizia e sfruttamento, e ottenere i diritti alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale.

Tuttavia questo non ha solo provocato brutali dittature locali, ma anche la maggior parte delle forze imperialiste che cercano di portare avanti il loro furto delle ricchezze del nostro popolo, in aggiunta alle varie classi reazionarie e le forze in tutte queste zone e nei paesi circostanti.
Per quanto riguarda la Siria, l’alleanza che combatte contro la rivoluzione comprende una miriade di forze settarie reazionarie, guidate dall’Iran, dalle milizie confessionali dell’Iraq e, purtroppo, le forze d’attacco di Hezbollah, che sta affondando nel pantano di difendere un regime dittatoriale profondamente corrotto e criminale.

Questa spiacevole situazione ha colpito anche una sezione importante della tradizionale sinistra araba con radici staliniste, sia nella stessa Siria, che in Libano, Egitto e nel resto del mondo arabo – e del mondo in generale – chiaramente incline verso il regime di Assad. La giustificazione è che alcuni lo vedono come un regime “forte” o addirittura “di resistenza”, nonostante la sua lunga storia – durante la sua permanenza al potere – di protezione dell’occupazione sionista delle Alture del Golan, la continua e sanguinosa repressione di vari gruppi di resistenza ad Israele, sia palestinesi che libanesi (o Siriani), e il rimanere inattivo e servile dalla guerra dell’Ottobre 1973, riguardo l’aggressione di Israele ai territori siriani. Questa propensione avrà gravi ripercussioni sull’ordinaria posizione siriana circa la sinistra in generale.

Le Nazioni Unite e il Consiglio di Sicurezza, in particolare, non sono stati in grado di condannare i crimini del regime, che il popolo siriano ha respinto continuamente e pacificamente per più di sette mesi, mentre le pallottole dei cecchini e la shabbiha prendevano i manifestanti uno ad uno e giorno dopo giorno e mentre gli attivisti più influenti erano detenuti e sottoposti alle peggiori forme di tortura e di eliminazione nelle prigioni e nei centri di detenzione. Per tutto il tempo, il mondo è rimasto completamente in silenzio e in uno stato di totale passività.

Questa situazione è continuata con una piccola differenza anche dopo che il popolo in rivolta ha deciso di prendere le armi e l’emergere di quello che è ora conosciuto come il Libero esercito Siriano (FSA), il cui comando e i cui soldati provengono, per la maggior parte, dall’esercito regolare. Questo ha portato a una terribile escalation di crimini commessi dal regime.
L’imperialismo russo, il più importante alleato del regime baathista di Damasco, che li rifornisce di ogni tipo di supporto, rimane in guardia per bloccare qualsiasi tentativo di condannare quei crimini al Consiglio di Sicurezza. Gli Stati Uniti, d’altra parte, non trovano un vero problema nella continuazione dello status quo, con tutte le ripercussioni apparenti e la distruzione del paese. Questo nonostante le minacce e le intimidazioni utilizzate dal presidente degli Stati Uniti, ogni qual volta qualcuno nell’opposizione solleva la questione dell’uso di armi chimiche da parte del regime, fino all’ultima escalation, quando si è ritenuto che sia stata oltrepassata la “linea rossa”.

E ‘chiaro che Obama, che dà l’impressione di voler andare avanti con le sue minacce, si sarebbe sentito in grande imbarazzo se non l’avesse fatto, dal momento che non solo questo avrebbe avuto un impatto negativo sul presidente, ma ne avrebbe risentito anche l’immagine di stato potente e arrogante che l’America riveste agli occhi dei paesi arabi asserviti e del mondo intero.
L’imminente attacco contro le forze armate siriane è, in sostanza, guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, si verifica con la comprensione e la cooperazione dei paesi imperialisti alleati, anche in assenza di razionalizzazione attraverso la solita farsa, conosciuta come “legittimità internazionale” (vale a dire le decisioni dell’ONU, che era e rimane rappresentante degli interessi delle grandi potenze, sia in conflitto che alleate, a seconda delle circostanze, delle differenze, e degli equilibri fra loro). In altre parole, l’attacco non attenderà il Consiglio di sicurezza a causa del prevedibile veto russo-cinese.

Purtroppo, molti nell’opposizione siriana stanno scommettendo su questo attacco e sulla posizione degli Stati Uniti in generale. Essi ritengono che questo creerebbe un’opportunità per loro per prendere il potere, scavalcando il movimento e le masse e la loro decisione indipendente. Non dovrebbe essere una sorpresa, quindi, che i rappresentanti di questa opposizione e l’FSA non hanno avuto riserve a fornire informazioni agli Stati Uniti circa gli obiettivi proposti per l’attacco.
In ogni caso, noi siamo d’accordo su quanto segue:

• L’alleanza imperialista occidentale colpirà diverse posizioni e parti vitali delle infrastrutture militari e civili siriane (con diverse vittime, come al solito). Tuttavia, come ha voluto sottolineare, gli attacchi non saranno destinati a rovesciare il regime. Essi sono semplicemente destinati a punire, detto con le parole di Obama, l’attuale leadership siriana e salvare la faccia dell’amministrazione degli Stati Uniti, dopo tutte le minacce che riguardo l’uso di armi chimiche.

• Le intenzioni del presidente americano di punire la leadership siriana non derivino, in alcun modo, dalla solidarietà di Washington per la sofferenza dei bambini che sono caduti nelle stragi Ghouta, ma derivano piuttosto dal suo impegno per quelli che Obama chiama gli interessi vitali degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale, oltre a agli interessi e alla sicurezza di Israele.

• L’esercito siriano e dei suoi alleati regionali, guidato dal regime iraniano, non avranno abbastanza coraggio, molto probabilmente, per mettere in atto quelle che sembravano essere minacce da parte dei loro alti funzionari che qualsiasi attacco occidentale contro la Siria infiammerebbe tutta la regione. Ma questa opzione rimane sul tavolo, come opzione finale e con risultati catastrofici.

• L’imminente assalto imperialista occidentale non intende sostenere la rivoluzione siriana in alcun modo. Avrà lo scopo di spingere Damasco al tavolo delle trattative e di permettere a Bashar al-Assad di ritirarsi dal primo piano, mantenendo comunque il regime in atto, migliorando allo stesso tempo notevolmente le condizioni per rafforzare la posizione dell’imperialismo americano nella futura Siria contro l’imperialismo russo.

• Più coloro che partecipano alla continua mobilitazione popolare – che sono più consapevoli, di principi e dediti al futuro della Siria e del suo popolo – realizzano questi fatti, le loro conseguenze, i risultati, e agiscono di conseguenza, più questo contribuirà ad aiutare la il popolo siriano a scegliere con successo una vera leadership rivoluzionaria. Nel processo di una lotta impegnata, basata sugli interessi attuali e futuri del loro popolo questo produrrebbe un programma radicale coerente con quegli interessi, che potrebbe essere promosso e messo in pratica sulla strada della vittoria.

No ad ogni forma di intervento imperialista, sia Americano che Russo.

No a tutte le forme di intervento settario reazionario, sia dell’Iran che dei Paesi del Golfo.

No all’intervento di Hezbollah, che merita il massimo della condanna.

Basta con le illusioni riguardante l’imminente attacco Americano.

Aprire i depositi di armi per il popolo siriano, per lottare per la libertà, la dignità e la giustizia sociale.

Vittoria a una Siria libera e democratica e basta per sempre con la dittatura di Assad e tutte le dittature.

Lunga vita alla rivoluzione del popolo siriano.

Fonte: http://www.al-manshour.org/en/statement-by-rev-socialists-marxists-on-us-attack-on-syria

Traduzione di Luana Andronico

Noi appoggiamo la rivoluzione del popolo siriano – No all’intervento straniero

Dichiarazione di: Socialisti Rivoluzionari (Egitto), Corrente rivoluzionaria di Sinistra (Siria), Unione dei Comunisti (Iraq), Al-Mounadil-a (Marocco), Forum Socialista (Libano).

Domenica 31 agosto 2013

Più di 150 mila le persone uccise, centinaia di migliaia i feriti e i resi disabili, milioni di persone sfollate all’interno della Siria e all’estero; città, villaggi e quartieri sono stati distrutti, completamente o in parte, tramite l’utilizzo di ogni tipo di arma: aerei da guerra, missili scud, bombe e carri armati, tutti pagati con il sudore e il sangue del popolo siriano. E tutto ciò col pretesto di difendere la patria e raggiungere l’equilibrio militare con Israele (la cui occupazione dei territori siriani è di fatto protetta dal regime che non è stato in grado di rispondere a nessuna delle sue continue aggressioni).

Eppure, nonostante le enormi perdite abbattutesi sui Siriani, e le calamità a loro inflitte, nessuna organizzazione internazionale o paese di rilievo – o anche uno minore – ha sentito la necessità di offrire concreta solidarietà e supporto ai Siriani nella loro battaglia per i diritti più elementari, la dignità umana e la giustizia sociale.

L’unica eccezione sono stati i Paesi del Golfo e in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita. Tuttavia il loro scopo era di controllare la natura del conflitto e di guidarlo nella direzione di un conflitto settario, distorcendo la rivoluzione siriana e puntando ad annullarla, come riflesso del loro timore più profondo che la fiamma rivoluzionaria avrebbe finito per raggiungere i loro paesi. Così hanno appoggiato i gruppi oscurantisti Tafkiri provenienti, per la maggior parte, dai quattro angoli del mondo per imporre una visione grottesca per il governo basato sulla shari’a islamica. Questi gruppi sono stati impegnati, di volta in volta, in terrificanti massacri contro i cittadini siriani che si opponevano alle loro misure repressive, e un aggressioni all’interno di aree sotto il loro controllo o sotto attacco, come l’esempio più recente dei villaggi nella campagna di Latakia.
Un grande blocco di forze ostili, provenienti da tutto il mondo, sta cospirando contro la rivoluzione del popolo siriano, scoppiata in tandem con le rivolte che, negli ultimi tre anni, hanno coinvolto la regione Araba e il Maghreb. Le rivoluzioni di questi popoli hanno avuto lo scopo di mettere fine a una storia di brutalità, ingiustizia e sfruttamento, e ottenere i diritti alla libertà, alla dignità e alla giustizia sociale.

Tuttavia questo non ha solo provocato brutali dittature locali, ma anche la maggior parte delle forze imperialiste che cerca