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Egitto. I rivoluzionari difronte alla controrivoluzione: costruire l’alternativa all’esercito ed ai Fratelli Musulmani.

Egitto. I rivoluzionari difronte alla controrivoluzione: costruire l’alternativa all’esercito ed ai Fratelli Musulmani.



Riguardo i colloqui di "esclusione"[dal processo politico] e di "riconciliazione" i Socialisti Rivoluzionari non possono costruire la loro posizione isolati dagli umori e dagli orientamenti delle masse - malgrado le loro forti contraddizioni interne. Queste masse non accetteranno una riconciliazione con la Fratellanza Musulmana. Come dichiarammo:"suonare le trombe della riconciliazione pone sullo stesso piano l'assassino e la vittima e ciò è completamente inaccettabile senza portare ad un giusto processo gli assassini dei martiri - tutti i martiri - e coloro che hanno istigato alla violenza." Se le masse influenzate dai media e dalla propaganda borghese vogliono escludere la Fratellanza ignorando l'esercito e gli elementi delvecchio regime, dobbiamo anche attaccare il ritorno dello stato di Mubarak sotto il vessillo di Al-Sisi, che è più pericoloso d iMuhammed al-Beltagi [il leader dei Fratelli Musulmani].

In queste circostanze dobbiamo dire direttamente,coraggiosamente, chiaramente e senza esitazione "Abbasso il regime militare...no al ritorno dei feloul [gli esponenti del regimedi Mubarak NdT]... no al ritorno della Fratellanza Musulmana".



Siamo preoccupati dell'isolamento?

Non c'è dubbio che le tattiche del Socialismo Rivoluzionario si fondano da una parte sulla determinazione del livello di sviluppo della coscienza delle masse e della classe operaia, sia nelle loro basi che nella loro avanguardia, dall'altra sull'analisi delle possibilità e delle opportunità di sviluppare e rafforzare il movimento di massa durante il corso della rivoluzione.



Oggi il movimento di massa ha grandi contraddizioni al suo interno ed affronta delle grandi sfide, forse la più grande di queste è l'apparente riconciliazione di un settore delle masse con le istituzioni dello stato, in particolare l'esercito ed il Ministero dell'Interno - la testa ed il cuore della controrivoluzione. Tuttavia nonostante la grande frustrazione che colpisce grandi settori di rivoluzionari che hanno lottato contro lo SCAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate) nell'anno e mezzo successivo alla rivoluzione e che hanno continuato a lottare contro il regime di Morsi l'unico modo per avere un ruolo importante nel movimento è di avere a che fare con esso, di comprenderne le contraddizioni senza sottovalutarne o esagerarne il potenziale.



L'alleanza degli elementi del vecchio regime e dei media liberali con i servizi di sicurezza, l'esercito ed il Ministero dell'Interno è riuscita ad influenzare le masse proiettando una falsa immagine di neutralità dell'esercito e della polizia, che vengono ritratti come amici del popolo contro Morsi, la Fratellanza ed i loro alleati islamisti, anche tentando di cancellare gli omicidi e le torture dello stato dalla memoria delle masse. Molte forze politiche, specialmente l'opportunista Fronte di Salvezza Nazionale,la campagna Tamarod e la Corrente Popolare, hanno recitato il ruolo più sporco nel ripulire questa immagine tramite i loro proclami sulla "serrata dei ranghi". Lodano il ruolo dell'esercito e delle istituzioni dello stato nel soddisfare la richiesta del popolo di chiudere con il regime della Fratellanza, che considerano il più grande pericolo per la Rivoluzione Egiziana. Tuttavia la visione dell’ “esercito salvatore” rappresenta solo un piccolo strato della coscienza delle masse. Quasi tutti i partiti stanno lavorando per rafforzare questa visione, ma sotto sotto rimangono vive le richieste della rivoluzione ed i suoi obiettivi: pane, libertà e giustizia sociale.



Non possiamo perdere di vista che tra queste contraddizioni larghi settori delle masse hanno una grande sicurezza di sé, malgrado tutti questi specchietti per le allodole e la falsa "guerra al terrorismo". Dall'inizio della rivoluzione hanno genuinamente imposto la loro volontà ed hanno rovesciato due presidenti e quattro governi. Questa sicurezza, che risiede sotto le contraddizioni superficiali, è ciò che li ha spinti ad insorgere contro Morsi e ciò che permetterà di completare la lotta contro il nuovo governo,non appena diverranno chiare le sue linee guida politiche ed economiche contrarie agli interessi delle masse. Ciò malgrado vi sia una parziale speranza in alcuni settori che il governo soddisferà le loro richieste.



A questo punto dobbiamo trovare ogni modo possibile per raggiungere il nucleo genuino della coscienza dei poveri e delle masse lavoratrici, il cui interesse fondamentale è di continuare la rivoluzione. Dobbiamo continuare ad evidenziare le enormi capacità che le masse hanno mostrato nell'ondata del 30 giugno e nelle precedenti ondate della rivoluzione propagandone le vere richieste e mobilitandosi per ottenerle in ogni provincia e in ogni posto di lavoro. Ma ciò non deve indurci a nascondere alcune nostre linee politiche e i nostri principi per godere di un sostegno temporaneo.



Al contrario se nascondessimo i nostri slogan o le nostre linee politiche per obiettivi di breve termine diventeremmo soltanto degli opportunisti e questo non è il modo in cui operano i Socialisti Rivoluzionari. Abbiamo sempre evitato l'opportunismo ed abbiamo costruito il nostro progetto organizzativo tra le masse e per la vittoria della rivoluzione egiziana. Ad esempio non possiamo smettere di attaccare le menzogne dei media del vecchio regime e dei liberali borghesi, o smettere di condannare la controrivoluzione portata avanti oggi dall'esercito e dal Ministero degli Interni. Non possiamo smettere di ricordare i crimini dello SCAF e dei compagni di Mubarak e smettere di chiedere che vengano messi a processo insieme a quei capi della Fratellanza che nelle scorse settimane si sono distinti per aver istigato alla violenza sguinzagliando dei disgustosi sentimenti settari. In ogni caso non possiamo attenuare i nostri attacchi politici contro gli elementi del vecchio regime e gli opportunisti nel governo Beblawi, contro le palesi tendenze liberiste di questo esecutivo e contro il consolidamento dello stato repressivo causato dalla nomina dei nuovi governatori provinciali. Non possiamo smussare le nostre critiche agli enormi poteri e privilegi che la costituzione assegna all'esercito, al suo controllo di circa il 25%dell'economia egiziana, alla continuazione dell'umiliante accordo di Camp David e così via. Dobbiamo continuare per una questione di principio.



Minimizzare il ritorno dello stato di Mubarak e della repressione militare è estremamente pericoloso. Lo stato di Mubarak, che non è scomparso dalle scene dall'inizio della rivoluzione, oggi ritorna con pieni poteri, privo di crisi interne e con il supporto di ampi settori delle masse. È questa situazione che ci spinge a partire all'attacco contro questo regime ed i suoi simboli, visto che non attenderà a lungo prima di aggredire tutti coloro che chiederanno che si compia la rivoluzione.



Dalla nostra posizione potrebbe conseguire un temporaneo isolamento dalle masse. Il nostro messaggio non verrà subito recepito dalla maggioranza malgrado tutti gli sforzi che compiamo sui posti di lavoro, nelle università e nei territori. In realtà questo isolamento è già iniziato prima del 30 giugno a causa delle nostre posizioni contro l'esercito, il vecchio regime e la Fratellanza, ma non dobbiamo cadere nella frustrazione: fin quando le contraddizioni resteranno presenti nella coscienza delle masse il movimento rimarrà un veicolo che può essere colpito da vari fattori che lo porteranno su sentieri tortuosi e non verso un percorso dritto e crescente. Il reale volto del regime repressivo attualmente al potere si rivelerà agli occhi delle masse che pian piano cominceranno a lottare contro di esso.



Ciò non significa un completo isolamento dalle masse visto che ci sono decine di migliaia di giovani rivoluzionari che hanno combattuto contro il regime militare sotto i vessilli della Rivoluzione Egiziana ed hanno portato avanti la lotta contro il regime di Morsi. Sono ancora radicati nei principi del socialismo rivoluzionario, hanno meno contraddizioni e non stanno puntando sulle istituzioni statali,soprattutto sull'esercito che è la spina dorsale della controrivoluzione. Costoro saranno attratti dalle posizioni dei Socialisti Rivoluzionari dopo aver visto come le forze politiche si sono svendute ai militari e al nuovo governo da loro nominato. Da questa prospettiva la situazione è migliore di quanto lo sia stata dopo l'11 febbraio 2011, quando per mesi solo i Socialisti Rivoluzionari e pochi altri singoli attivisti lottavano contro lo SCAF.



Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi abbiamo l'opportunità di attrarre alcuni di questi rivoluzionari per rafforzare le nostre fila ed avere un ruolo più stabile nelle prossime ondate della rivoluzione. Contemporaneamente vogliamo anche integrare i lavoratori ed i poveri che hanno fatto la rivoluzione ed hanno partecipato all'ondata del 30 giugno per ottenere quegli obiettivi che non si sono realizzati. È della massima importanza rianimare il progetto del Fronte Rivoluzionario con quei partiti di sani principi che non sono finiti delle braccia dello stato e del nuovo governo e che non si sono nemmeno alleati con gli islamisti,ma bensì hanno sempre cercato di portare avanti gli obiettivi della Rivoluzione Egiziana.



I Socialisti Rivoluzionari

Egitto, 15 agosto 2013



Traduzione di Emanuele Calitri
Testo originale:http://revsoc.me/letters-to-comrades/ysqt-hkm-lskr-l-lwd-lflwl-l-lwd-lkhwn

Testo in inglese:http://www.internationalviewpoint.org/spip.php?article3073




Sviluppo e difficoltà dei processi rivoluzionari nel mondo arabo. Intervista a  Gilbert Achcar

Sviluppo e difficoltà dei processi rivoluzionari nel mondo arabo. Intervista a Gilbert Achcar

Una conversazione con Gilbert Achcar, marxista rivoluzionario di origine libanese, docente alla School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra.


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Il processo rivoluzionario nella regione araba non smette di sorprendere i media. Come analizzi i recenti avvenimenti in Egitto e Tunisia?

 

Ci sono certo stati dei cambiamenti qualitativi ma il fatto stesso che ci siano state nuove turbolenze nonpotrebbe sorprendere se si è compreso che quel che si è messo in moto dalla fine del 2010 - inizio del 2011 è un processo rivoluzionario di lunga durata. L’idea che i successi elettorali delle forze provenienti dall’integralismo islamico in Tunisia e in Egitto potessero chiudere i processi si è rivelata del tutto erronea.  Queste forze erano destinate al fallimento nella misura in cui, come i regimi che avevano sostituito, non avevano risposte ai gravissimi problemi sociali ed economici che sono all’origine delle sollevazioni. Esse si collocano nella continuità delle ricette neoliberiste e non saprebbero risolvere quei problemi, che non fanno altro che aggravarsi. Il processo rivoluzionario può assunere forme sorprendenti, ma si continuerà a passare a lungo da uno sconvolgimento a un altro su scala regionale, prima di una stabilizzazione della situazione, che presupporrebbe in un’ipotesi positiva un cambiamento profondo della natura sociale dei governi, in direzione di politiche centrate sugli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori.


Come vedi lo scontro attualmente in corso in Egitto?

 

In Egitto oggi bisogna distinguere tra i due livelli: le manovre e i conflitti intorno al potere, e l’onda profonda del movimento popolare. Questa conosce una seconda esplosione dopo quella del 2011, ma che sbocca, come le precedente, in un intervento dell’esercito. Mubaraq nel febbraio 2011 era già stato scartato dai militari, che avevano preso direttamente il potere: il Consiglio superiore delle Forze Armate si era impadronito del vertice dell’esecutivo.

 

Questa volta si sono guardati bene dal ripetere la stessa operazione, dato che si erano scottati le dita tentando di governare direttamente il paese in una tale situazione di sconvolgimenti da provocare un’usura rapidissima di un qualsiasi governo che si limitasse a riproporre le politiche neoliberiste. I civili nominati alla testa dell’Esecutivo non possono nascondere il fatto che sono i militari a esercitare il potere. Ma detto questo, bisogna aggiungere che l’argomento secondo il quale l’esercito questa volta sarebbe intervenuto contro un governo democraticamente eletto risente di una concezione molto destrorsa della democrazia, secondo cui gli eletti hanno carta bianca per fare quel che vogliono durante la durata del loro mandato, anche se tradiscono in modo clamoroso le attese dei loro elettori ed elettrici. Una concezione radicale della democrazia implica il diritto alla revoca degli eletti. Ed è questa la forma che il movimento ha scelto in Egitto con la petizione per la cacciata di Morsi e per nuove elezioni lanciata dai giovani del movimento “Tamarrod” (Ribellione), che hanno riunito in pochi mesi un numero impressionante di firme, molto superiore a quello dei voti che Morsi aveva ottenuto per essere eletto alla presidenza. Da questo punto di vista, la sua revoca era del tutto legittima.

Tuttavia il  grosso problema è che invece di organizzare il movimento per rovesciare Morsi con gli strumenti della lotta delle masse - lo sciopero generale, la disubbidienza civile – si è visto che i dirigenti dell’opposizione liberale e di sinistra si accordavano con i militari e applaudivano il loro colpo di Stato, la cui logica finale era di captare il potenziale di mobilitazione popolare indirizzandolo a favore di un ritorno a un ordine autoritario, come è stato confermato dai comportamenti dei militari. Questo è molto grave, e a questo livello c’è una forte carenza della sinistra egiziana nelle sue componenti maggioritarie. Essa ha ridato smalto al blasone dell’esercito, e ha incensato il suo comandante in capo. Costui è il vero uomo forte del nuovo-antico regime. Quantunque sia ministro della Difesa, si è permesso di convocare la popolazione a manifestare a sostegno dell’esercito, ignorando totalmente il nuovo governo.

Oggi anche i giovani di Tanarrod cominciano a preoccuparsi, ma un po’ tardi, dell’ingranaggio in cui sono finiti loro stessi. Il colpo di Stato permette ai Fratelli Musulmani di rifarsi una verginità politica presentandosi come martiri e vittime di un putsch militare. Hanno riconsolidato la loro base sociale, certo minoritaria – attualmente è chiaro – ma pur sempre importante. L’azione dei militari ridà lustro alle loro insegne.

 

Dunque c’è stata una rapida usura dei movimenti islamici che avevano occupato il posto degli antichi regimi in Tunisia e in Egitto, ma anche la debolezza della sinistra oggi pone seri problemi?

 

Al di fuori della sinistra rivoluzionaria, che resta marginale in Egitto, la maggior parte della sinistra si è impegnata nel Fronte di Salvezza Nazionale. Le correnti provenienti dal movimento comunista tradizionale e quella nasseriana, che resta la più importante a livello di influenza popolare, hanno partecipato alla campagna di mistificazione sul ruolo dell’esercito. È tanto più deplorevole che queste forze erano state in piazza contro l’esercito nei mesi che avevano preceduto l’elezione di Morsi! Quando Sabahi, il leader nasseriano, spiegava qualche giorno prima del 30 giugno che era un errore aver gridato un anno prima “Abbasso il governo dei militari”, ricavava una pessima lezione dalla storia. Quello che è un errore è pentirsene e pensare che bisogna di nuovo applaudire l’esercito.


Cosa pensi dei mezzi a cui ricorrono i tunisini per mettere fine al regime di En-Nahda?

 

Disgraziatamente si rischia di avere in Tunisia uno scenario analogo a quello egiziano: una sinistra che non ha la lucidità politica di battersi sulla base di un programma di sinistra, e che si appresta a stringere alleanze perfino con i resti dell'antico regime presenti in Nidaa Tounès.

Questo tipo di impostazione va a beneficio delle forze islamiste  che hanno il gioco facile a denunciare la compromissione della sinistra con i resti del vecchio regime. Questo permette ai Fratelli musulmani o a En-Nahdha di presentarsi come difensori della legittimità e della continuità della rivoluzione.

 

C’è dunque un problema di rappresentanza politica degli strati popolari nella rivoluzione?

 
Si, il problema è che invece di cercare di conquistare l’egemonia nel movimento di massa impegnandosi soprattutto sulla questione sociale, anche a rischio di veder coalizzarsi contro di essa tutti i sostenitori del neoliberismo – che vanno dagli integralisti agli uomini del vecchio regime, passando per i liberali – la sinistra si inserisce in alleanze dall’ottica angusta con settori del vecchio regime.

In un paese come la Tunisia, a mio avviso, la centrale sindacale UGTT è una forza socialmente egemonica, e che può facilmente divenire tale anche a livello politico. Ma attualmente una muraglia è stata eretta tra il sindacale e il politico. La sinistra tunisina, oggi alla testa dell’UGTT, piuttosto che lanciare la centrale sindacale nella battaglia politica con all’orizzonte un governo dei lavoratori, sembra orientarsi verso alleanze contro natura tra i suoi raggruppamenti politici organizzati nel Fronte Popolare, da una parte, e i liberali e i residui del vecchio regime dall’altra.


Nonostante queste difficoltà negli sbocchi, le rivolte continuano in numerosi paesi, e si vedono apparire dei movimenti “Tamarrod” in Libia, nel Bahreïn…

Nei sei paesi che sono stati più profondamente toccati dalle rivolte del 2011, i movimenti di massa continuano. In Libia è un’ebollizione permanente. I media non ne parlano, ma ci sono costantemente mobilitazioni popolari, soprattutto contro gli integralisti; le istituzioni elette sono sottoposte a pressioni diverse della base popolare. Nello Yemen il movimento continua anche se indebolito dal compromesso in cui si sono impantanate parte delle forze di opposizione. Alcune forze radicali, in particolare giovani e di sinistra, continuano a battersi contro questo simulacro di cambiamento.

Nel Bahreïn il movimento popolare continua contro la monarchia. E in Siria, la guerra civile è in un punto culminante, ha raggiunto un livello altamente tragico che vede oggi una controffensiva feroce del regime, sostenuto da Russia, Iran e Hezbollah libanese. La Siria è un caso flagrante di cinismo delle grandi potenze, che lasciano massacrare un popolo che non ispira loro altro che sfiducia.

Dunque, due anni e mezzo dopo l’inizio del processo, questo continua alla grande?

 

Una dinamica rivoluzionaria si è innescata nel 2011, un processo di lunga durata che conoscerà alti e bassi, episodi di reazione, di controrivoluzione, e anche di rilanci rivoluzionari. Ma per uno sbocco positivo a questo processo, occorre che emergano forze portatrici di risposte progressiste ai problemi posti sul piano sociale ed economico.

In mancanza di esse, sono possibili altri scenari, di regressione, di reazione, di alleanze repressive contro le popolazioni tra quelli che oggi sembrano contrapposti, militari ed integralisti. Non c’è nessuna fatalità in un senso o nell’altro, è una situazione aperta, in piena ebollizione. La sinistra deve urgentemente affermare una terza via indipendente, contro gli antichi regimi e contro gli integralisti, per la soddisfazione delle rivendicazioni sociali di tutte e tutti coloro che hanno partecipato a queste sollevazioni.

 


Intervista raccolta il 29 luglio da Jacques Babel. Traduzione mia. (a.m. 3/8/13).

http://www.npa2009.org/


http://www.vientosur.info/


Traduzione di Antonio Moscato
http://www.antoniomoscato.altervista.org




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