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Archives for luglio, 2015

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Il mullà Omar e il principio di indeterminazione

Stavolta potrebbe essere morto, o meglio: stavolta potrebbe essere vero che sia morto due o tre anni fa. Ma di necrologi ne sono già usciti molti, ogni volta che moriva ne pubblicavano un buon numero, corredando il tutto con considerazioni finali collegate alla situazione del momento.

Quindi di letteratura sul mullà Omar ne abbiamo moltissima e ultimamente è disponibile anche una biografia scrit...

Il caso Meloni-Buttafuoco: se sei musulmano non puoi candidarti

Qualche giorno fa, su Al Jazeera, si discuteva di mondo arabo e Iran dopo l’accordo sul nucleare. Si rifletteva  di che ripercussioni avrebbe avuto sulla regione, il fatto di aver aperto le porte verso il mondo, dopo anni di chiusura, all’Iran. Da Londra, Teheran e Qatar, gli ospiti di vari schieramenti hanno cercato di dibattere […]

MARCO ALLONI – Nefertiti Frankenstein. La Germania colpisce ancora

Germania recidiva, si potrebbe dire. E non solo perché il Quarto Reich mette in ginocchio la Grecia, ma perché nella stessa logica di un profitto unidirezionale conserva, o per meglio dire tiene in ostaggio, anche la bellezza egiziana. Il tema è tornato d’attualità grazie a una singolare vicenda occorsa nella città nilotica di Minya, a [...]

MARCO ALLONI – L’Egitto ricorda Omar Sharif

Lo sapevano in tanti, qui in Egitto: Omar Sharif non sarebbe sopravvissuto alla morte dell’adorata Faten Hamama, l’unica donna che aveva veramente amato nella sua lunga vita di seduttore. Lo si mormorava per le strade, lo paventava lui stesso, che d’altronde non disdegnava ripetere che era stanco di vivere. Sarebbe accaduto quello che era successo [...]
Tunisia: contro il nuovo terrorismo insurrezionale (L’INDRO)

Tunisia: contro il nuovo terrorismo insurrezionale (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti
 
Una nuova narrativa: tra terrorismo, stato di emergenza e cambio di approccio concettuale
 
Il 4 luglio scorso, il Presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale in risposta agli attacchi condotti e rivendicati dall’ISIS in Tunisia anche contro obiettivi stranieri; una decisione che nella sostanza ha portato alla chiusura di oltre ottanta moschee (e a conseguenti scontri con le forze dell’ordine), al richiamo di una parte dei militari in congedo, all’arresto di oltre cento sospettati... (vai all'articolo completo su L'INDRO).
La mediatizzazione della comunicazione politica

La mediatizzazione della comunicazione politica




'' Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione '' 
Karl Popper  




La mediatizzazione della comunicazione politica 
(Di Rabih Bouallegue )



Quella che sociologi e politologi chiamano '' la mediatizzazione della comunicazione politica'',
è un fenomeno che vede la radicale trasformazione della comunicazione politica , come anche
lo spazio dove tale comunicazione avviene,per mano del potere dei Mass media. Ma cosa
intendiamo per comunicazione politica ? Secondo Gianpietro Mazzoleni, docente di
Comunicazione politica e Sociologia della comunicazione all'università degli studi di Milano, la
''comunicazione politica '' è l'interazione tra i tre principali attori politici : il sistema politico,il
sistema dei Media e gli elettori. In seguito all'avvento della televisione nel campo della
comunicazioni di massa, la politica cominciò gradualmente ad essere organizzata e presentata
secondo la logica dei media ( Media logic ). Termine coniato dai sociologi statunitensi Altheid e
Snow per descrivere il potere dei media nel manipolare la realtà,e quindi la comunicazione
politica,oramai completamente sottomessa alla '' Media logic ''. Di conseguenza tale
asservimento della comunicazione politica alla logica dei media non poteva che portare alla
nascita di una politica completamente mediatizzata ( Media politics), e questo attraverso dei
meccanismi rintracciabili in effetti,quali quelli '' mediatici '' e '' politici ''.


Per effetti mediatici s'intendono gli aspetti mediali della comunicazione, quali :



La costruzione dell'agenda politica : I media decidono i temi che affronteranno i decisori politici

(nella foto : Dibattito televisivo tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama e Mitt Romney, in occasione delle elezioni presidenziali americane del 2012)


· La spettacolarizzazione : I media impongono le regole del mercato alla comunicazione politica (Maurizio Gasparri,attuale vicepresidente del Senato della Repubblica italiana,ospite speciale di una puntata del programma televisivo '' Torte in Faccia '' )

· Sensazionalismo :
(''aboliremo l'ICI . Restituiremo l'IMU. Creeremo un milione di posti di lavoro, ecc..)


Per effetti politici s'intendono invece :

· Personalizzazione

L'attore politico deve adattare il proprio look e il proprio linguaggio
alle regole della popolarità televisiva.

( Il caso di Arnold Schwarzenneger governatore della California non è che la punta dell'Iceberg)


· '' Leaderizzazione '' :
I Media danno massima visibilità ai leader politici

(Matteo Renzi ospite speciale del programma '' Amici '' di Maria de Filippi)


Sono tanti i casi di mediatizzazione della comunicazione politica nel mondo. (Chi non ricorda il consenso globale che ebbe Barack Obama , in occasione delle elezioni presidenziali americane del 2008 ?) Ma le prime forme di '' politica mediatizzata '' apparvero agli inizi degli anni 60, in occasione delle elezioni presidenziali americane. Allora i candidati alla Casa Bianca erano il democratico John F. Kennedy e il repubblicano Robert Nixon. Nel corso dei vari dibattiti televisivi , il candidato John Kennedy appariva calmo e sicuro di se. Rispondeva in maniera chiara alle domande, con voce chiara e ferma. Viceversa Richard Nixon,che appariva nervoso e sudava copiosamente. Per i telespettatori americani era chiaro chi doveva diventare il presidente della Nazione più potente del Mondo : John F. Kennedy. Non fu il programma politico del candidato democratico a convincere gli elettori americani a votarlo,bensì il suo modo di apparire in televisione.



Nel corso degli anni il televisore conquistò sempre più un ruolo centrale nella comunicazione politica,al punto da spingere il politologo italiano Giovanni Sartori a coniare il termine ''Videocrazia '' nel suo libro '' Homo Videns ''. Ma per comprendere meglio il livello di '' mediatizzazione '' raggiunto dalla comunicazione politica vorrei focalizzare l'attenzione su un caso poco noto ai lettori occidentali : Le recenti elezioni presidenziali in Tunisia e i meccanismi '' mediatici'' che hanno condotto El Beji Caid Sebsi , anziano ex ministro di Habib Bourguiba, padre della nazione tunisina,alla presidenza della Repubblica tunisina. Lo scorso Dicembre, il popolo tunisino fu chiamato alle urne per decidere chi doveva prendere le redini della Repubblica. I candidati alla presidenza furono il novantenne El Beji Caid Sebsi, ex ministro del defunto leader Habib Bourguiba ed ex capo del Parlamento di Ben Ali sino al 1994, e Moncef Marzouki,noto attivista dei diritti umani e primo presidente della Repubblica del periodo post primavera araba. Tutta la campagna elettorale dell'anziano El Beji Caid fu incentrata sulla sua straordinaria somiglianza con Habib Bourguiba. Le emittenti nazionali mandavano quotidianamente in onda la storia del suo passato impegno politico al fianco dell'amato leader defunto. Di come, nel 1986, riuscì a strappare all'ONU , in qualità di ministro degli esteri di Bourguiba,una risoluzione che condannasse il bombardamento delle forze aeree d'Israele contro le sedi dell'OLP a Tunisi. Inoltre, durante i vari comizi elettorali, mandati in onda nelle varie emittenti nazionali, appariva sempre più identico,sia nel look che nel linguaggio, al defunto beniamino delle masse tunisine. Ben diverso fu la campagna elettorale del candidato Marzouki,che preferì un contatto più reale e meno mediatico con il popolo. Ovviamente in una '' Videocrazia '' tale approccio non funzionò e il popolo scelse come presidente della Repubblica il sosia di un leader defunto : El Beji Caid Sebsi.

( A sinistra : Il candidato Sebsi durante la sua campagna elettorale. A destra : Habib Bourguiba )




Dai casi citati possiamo ben capire che spettacolarizzare la comunicazione politica non è una
buona soluzione per il corretto funzionamento di una democrazia. Un processo democratico
fortemente influenzato dal potere dei media non può che causare derive autocratiche. E basta
rileggere la storia per capirlo....


Marocco, politica vietata agli uomini di religione

Vietato agli uomini di religione fare politica: l’Islam fuori dalla politica. Forse bisogna essere cauti, perché è difficile far fuori l’islam dalla politica quando a fare politica poi sono sempre delle persone e quindi dei musulmani, ma il passo è stato fatto, almeno in un paese, il Marocco. È da Rabat infatti che parte ancora […]
Tunisia in guerra: stato di emergenza e cambio di appproccio concettuale

Tunisia in guerra: stato di emergenza e cambio di appproccio concettuale

di Claudio Bertolotti
 
articolo pubblicato su ITSTIME
Il contributo dell’Italia al cambio di approccio concettuale e nel contrasto al “nuovo terrorismo insurrezionale
“Noi non abbiamo la cultura del terrorismo, è un problema regionale”: queste le parole usate dal presidente tunisino Beji Caid Essebsi nel proclamare, il 4 luglio, lo stato di emergenza nazionale in risposta all’avanzata dell’ISIS in Tunisia; parole perfettamente in linea con il contributo di pensiero e analisi prodotto dall’Italia[1] e contenuto nel documento su “terrorismo, sicurezza delle frontiere e criminalità transnazionale” che ha visto impegnati gli esperti della “5+5 Defense iniziative 2015”, attività coordinata dal CEMRES di Tunisi – Euro-Maghreb Center for Research and Strategic Studies, per conto dei ministri della Difesa dell’area “5+5” (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta, Mauritania, Marocco, Algeria, Libia e Tunisia).
 
Il governo tunisino ha sinora affrontato la minaccia con un limite non indifferente che ne frenava le potenziali capacità: l’approccio concettuale. Le norme di linguaggio del governo tunisino – è sufficiente leggere i precedenti comunicati stampa istituzionali – imponevano di utilizzare il termine “terrorismo” per indicare il fenomeno insurrezionale proveniente dal medio e vicino Oriente e insistevano nel collocarlo nella categoria delle problematiche interne a uno stato nazionale (e che come tali devono essere affrontate dai singoli stati nazionali, con esplicito riferimento alla Libia). Oggi la Tunisia ha cambiato metodo, dimostrando di aver recepito le raccomandazioni italiane in merito al cambio di approccio concettuale: “La Tunisia, ormai da tempo minacciata dal fenomeno dell’ISIS, deve cambiare approccio culturale nei confronti delle dinamiche conflittuali che ne mettono in pericolo la stabilità, imparando a distinguere il classico «terrorismo» nazionale dall’attuale minaccia, che terrorismo tout court non è. Una nuova ed efficace forma di violenza transnazionale che impone un cambio concettuale nel processo di definizione della strategia di contrasto; non più, dunque, minaccia interna agli stati nazionali ai quali è demandato l’onere della repressione del fenomeno, bensì un pericolo comune contro cui è necessaria una strategia condivisa a livello regionale”: questa è la sintesi dell’analisi, pubblicata nel mese di febbraio per l’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (ITSTIME), e sostenuta da chi scrive – unico ricercatore italiano alla “5+5 Defense iniziative 2015” – in occasione della prima riunione del gruppo di lavoro di Tunisi del 18-19 febbraio.
Dopo poche settimane dal primo tavolo dei lavori, il 18 marzo, veniva portato a termine l’attacco contro il museo del “Bardo” a Tunisi; in quell’occasione persero la vita ventiquattro persone (quattro italiane), per mano di un commando i cui legami operativi e ideologici si estendevano ben al di là dei confini tunisini. Un evento che rappresenta il momento di svolta formale nel processo di espansione e nella condotta dell’offensiva del fondamentalismo jihadista dell’ISIS in Tunisia; benché il governo tunisino, e con esso i media e la comunità internazionale, abbiano erroneamente perseverato nel mantenere l’iniziale approccio, semplificato e parziale, orientato a una “minaccia terroristica interna”.
La seconda riunione del gruppo di lavoro della “5+5 Defense iniziative 2015” si è tenuta il successivo 15 giugno – pochi giorni prima della strage di Sousse del 26 giugno in cui hanno perso la vita 38 persone (la maggior parte europee); in tale occasione, a cui ha preso parte anche la delegazione libica (assente al primo incontro di febbraio), l’Italia è riuscita a far approvare unanimemente l’inserimento nel documento condiviso del nuovo concetto di minaccia contemporanea: il “nuovo terrorismo insurrezionale” (NIT – New Insurrectional Terrorism).
Un concetto chiave che, in estrema sintesi, definisce un fenomeno – basato su vecchie e nuove dinamiche transnazionali – connesso con altri fenomeni insurrezionali, criminali e di opposizione locali e regionali. Un fenomeno il cui fine non è la semplice destabilizzazione di un governo o un paese all’interno di confini internazionalmente riconosciuti, bensì la rimozione di interi complessi governativi, istituzionali, delle frontiere, senza alcuna considerazione per il diritto e le convenzioni riconosciute sul piano delle relazioni internazionali.
Per queste ragioni, è opinione di chi scrive che si debba procedere a una revisione complessiva dell’approccio concettuale; un approccio che deve basarsi sulla consapevolezza delle dinamiche complesse che influiscono su un fenomeno che è, in primis, denazionalizzato – e composto da soggetti a loro volta denazionalizzati, ovvero che si riconoscono come appartenenti alla nuova realtà statale, il califfato, la ummah – e influenzato da dinamiche locali, regionali e globali di ampio spettro.
Dunque, è opportuno prendere atto che una categorizzazione del fenomeno come dinamica di natura nazionale e limitata all’interno di formali confini statali è ormai anacronistica e potrebbe indurre a un confronto inefficace con la minaccia e alla conseguente improduttiva strategia di contrasto.
 
Conclusioni e raccomandazioni
Perché il cambio di approccio concettuale della Tunisia è così importante? Lo è perché in base a quelle che saranno le strategie messe in atto dal governo tunisino, in cooperazione con i partner africani ed europei, si delineerà il futuro prossimo della Tunisia, dell’Africa e dell’Italia. Se anche la Tunisia – politicamente fragile, economicamente e socialmente a rischio di destabilizzazione – non sarà in grado di reggere all’avanzata dell’ISIS, il rischio è il collasso e l’insorgenza di una guerra aperta: questa sarebbe una minaccia diretta per l’Italia, anche per ragioni di vicinanza geografica.
Dunque, una strategia di contrasto – basata sulla condivisa consapevolezza della minaccia da affrontare – dovrà prima contenere e sconfiggere il jihad insurrezionale a livello regionale. Così facendo ne ridurrà la spinta propulsiva e, conseguentemente, la sua portata a livello globale. L’alternativa è rappresentata da uno scenario fortemente destabilizzato e incerto il cui rischio potenziale può essere così sintetizzato:
  • destabilizzazione della Tunisia, e dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, come conseguenza del caos libico;
  • incapacità di contenere una minaccia puntiforme su un’area territoriale allargata;
  • perdita di controllo delle aree periferiche e di confine;
  • collasso del sistema di difesa e controllo dei confini dell’area maghrebina e caos regionale;
  • cooperazione tra criminalità transnazionale, gruppi di opposizione armata e insurrezione jihadista/ISIS;
  • ruolo crescente della criminalità transnazionale nel business dei flussi migratori;
  • rischio di infiltrazione jihadista – anche connessa ai flussi migratori;
  • insicurezza dell’area mediterranea occidentale: insorgenza del fenomeno della pirateria in connessione con il traffico di armi, di droga e di esseri umani;
  • riduzione dei traffici commerciali e delle attività legate alla pesca nel Mediterraneo con dirette e gravi ripercussioni sul piano socio-economico.
http://www.itstime.it/w/tunisia-in-guerra-dichiarato-lo-stato-di-emergenza-by-claudio-bertolotti/
 

Il caso El Hanaoui e le falle nel nostro sistema di integrazione

In questo primo anniversario della nascita dell’Is e con la lotta al terrorismo in casa nostra, abbiamo scoperto e a malincuore un mondo parallelo dell’immigrazione, quella che più fa paura perché è imprevedibile, inaspettata. Quella di chi è nato e cresciuta in Europa ma che guarda altrove, lontano, dimostrando di aver covato un odio senza […]