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Archives for settembre, 2016

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Syria: a cinematic revolution

Syria: a cinematic revolution

I’ve just published this piece on Hyperallergic that I’d love to share here. It’s about what I feel to be a “new wave” in Syrian cinema…   A New Wave of Syrian Films Exposes the Failure of Images   Still from Avo Kaprealian’s ‘Houses Without Doors’ (2016) (image courtesy Bidayyat and Avo Kaprealian jointly)   […]
L’Iran e la “Siria utile”

L’Iran e la “Siria utile”

(di Hanin Ghaddar*, per The Washington Institute. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio). Con l’aiuto militare dell’Iran il regime del presidente siriano Bashar al Asad  sta accelerando l’evacuazione dei sobborghi sunniti […]
Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Nel Maghreb è la Tunisia ad avere il minor numero di berberofoni, ma il primato nella "folklorizzazione" del loro patrimonio. Dopo la rivoluzione, gli attivisti amazigh stanno cercando di restituire importanza a una cultura ridotta per decenni ad attrattiva turistica.





Tra i paesi del Maghreb, la Tunisia detiene il minor numero di berberòfoni (1) e allo stesso tempo il primato nella "folklorizzazione" del patrimonio amazigh (berbero, ndt): Matmata e le sue case troglodite, i tappeti berberi, il couscous berbero, la tenda berbera…elementi dei quali Mongi Bouras, curatore del museo di Tamerzert (2) mostra tutta la studiata artificiosità.

Il tratto distintivo “berbero” appare come una garanzia di autenticità, il contrassegno del carattere locale, ancestrale ma anche emblema di un passato destinato al consumo del turista.

Il patrimonio amazigh non è un tabù né un fardello, come è stato a lungo per il Marocco, ma appartiene alla storia del paese e rappresenta un aspetto, locale e relativo, del retaggio che contribuisce a formare il “mosaico” della Tunisia mediterranea e tollerante. 

Le ricerche universitarie in materia, però, difficilmente risultano imparziali. Per molti sociologi tunisini rimane almeno una “minoranza berbera” locale, della quale i tratti comuni con il Marocco e l’Algeria non possono essere negati, ma che manca di un ancoraggio concreto rispetto alla società attuale.

Al contrario, gli storici della facoltà La Manouba a Tunisi, riabilitano da qualche anno gli studi sui “patrimoni minoritari” tra i quali appunto quello amazigh.

La dimensione politica amazigh invece non è mai esistita in Tunisia, anche se sono presenti pulsioni nazionaliste arabe che temono una possibile "coesione berbera" con le realtà degli altri paesi della regione.

Rim Saidi, presentatrice tunisina del canale Nessma Tv, aveva timidamente affermato di avere un nonno berbero, dando vita ad un’aspra polemica che ha alimentato la teoria del complotto sionista e anti-musulmano del canale.

Contrariamente all’Algeria e al Marocco, dove risiedono identità più definite e radicate, in Tunisia, “Amazigh” non è considerato (ancora?) il contrario di “Arabo”.

Non entra neanche pienamente in conflitto con l’islamismo del partito Ennahdha o con il nazionalismo arabo del partito CPR (Congrès pour la République, di Marzouki, ndt); attivisti di associazioni locali del sud-est hanno sostenuto i due partiti alle ultime elezioni e continuano a farlo anche oggi. Inoltre, sfatando il mito della “berbericità” laica, essa può declinarsi perfino in un Islam conservatore come nel caso dell’Ibadismo di Djerba (3).

Per i berberòfoni della Tunisia, essere amazigh non ha molto senso al di fuori del fatto di parlare la lingua in famiglia, nel villaggio, o a Tunisi, per non essere capiti dagli altri.

Finora la lingua amazigh, che come in tutti i paesi del Maghreb varia da regione a regione, appare niente di più che un tocco locale, un patrimonio familiare, una caratteristica quasi personale della quale non ci si domanda né l’origine né il futuro. 

Lo sviluppo del turismo maghrebino nelle regioni berberòfone (4) e l’emigrazione in Francia hanno permesso il contatto tra amazigh provenienti da differenti regioni del Maghreb.

Questi contatti, di amicizia o di militanza, hanno aiutato la concettualizzazione di una lingua amazigh non più relativa al locale o al nazionale, ma estesa a tutto il nord Africa. Hanno favorito la riflessione sulla sua importanza storica, culturale e identitaria.

Da alcuni anni, attivisti marocchini e algerini indipendenti o legati al Congès Mondial Amazigh (CMA) mantengono relazioni con tunisini propensi alla militanza in loco, ma più spesso in Francia, soprattutto a Parigi.

Alla caduta del regime autoritario di Ben Ali, prende forma la prima associazione tunisina per la cultura amazigh (ATCA), durante una riunione preparatoria del CMA tenutasi simbolicamente a Tataouine nell'aprile 2011, simbolo di una rinascita berbera imminente in Tunisia come in Libia.

Durante l’assemblea dell’ultimo CMA, che ha avuto luogo per la prima volta dalla sua fondazione in Tunisia (Djerba, settembre 2011), l’elezione del presidente libico, Fathi Benkhalifa, permette di allargare i confini della militanza amazigh alla Libia, fino ad allora esclusa a causa della dura repressione del regime di Gheddafi contro l'attivismo berbero.

L’espressione dell’identità amazigh in Libia interagisce così con la nascente militanza tunisina. Interessi di tipo commerciale e familiare hanno da sempre legato tunisini del sud-est e libici dell’ovest, ma le ripercussioni politiche tra 2011-2012 hanno creato un nuovo spazio di dibattito identitario e politico.

Nel 2011, tra i numerosi rifugiati libici, alcuni berberofoni trovano rifugio nel sud-est tunisino. Parallelamente, l’appena nata associazione amazigh di Djerba (Guellala) organizza alcuni incontri con i libici di Djeb Nefoussa, alla ricerca di un’identità comune di cui la lingua sarebbe una prima prova (le varietà di berbero di Djeb Nefoussa in Libia e di Gellala in Tunisia, separate da un centinaio di chilometri, sono simili).

Attualmente, per le associazioni locali del sud-est tunisino, la militanza “sul campo” privilegia la salvaguardia di un patrimonio linguistico e artistico vivente, onorato da serate musicali o da altre iniziative mirate.

Oggi alcuni giovani provenienti da villaggi berberofoni sperduti e isolati (Taoujout, Zraoua) sperano di accelerare lo sviluppo (strade, acqua ed elettricità correnti, bar, internet point) servendosi della berberità come elemento catalizzatore.

Infine, soprattutto a Tunisi, “la militanza amazigh” diventa il simbolo culturale per una certa opposizione di sinistra nel contesto post-elettorale, quella di una cultura sindacale laica e di un anti-nazionalismo arabo. E così i primi “io non sono arabo” indirizzati al governo, appaiono sui profili Facebook.

Da parte sua lo Stato, tramite il ministro alla cultura Mehdi Mabrouk, presenta la Tunisia come una nazione araba e musulmana aperta alla pluralità (ta’adoudiya) e rifiuta la categorizzazione di “minoranza” (aqaliyyat) per la cultura berbera, che classifica nella “diversità culturale” (tanawa’ thaqafi), adeguando la definizione alla carta dell’UNESCO.

Nella Tunisia post-rivoluzione, lo Stato sembra aver capito l’importanza della questione: “Non si può essere una democrazia senza essere aperti alla diversità culturale” afferma il ministro.

Tuttavia, in seguito alla diffusione di un reportage televisivo sugli amazigh in Tunisia, il settimanale di orientamento islamista El Fajer pubblica un articolo (5) che scatenerà le reazioni negative degli attivisti amazigh. Il giornalista denuncia che “la maggior parte dei militanti amazigh di Tunisi abitano all’estero, soprattutto in Francia” e che questo gruppo “etichettato laico” (tâbi’a al ‘almâni) cerca di “fondare una nuova identità al di fuori dell’ambito dell’identità religiosa”.

Ma l’attacco più insopportabile per gli attivisti è quello che riduce la loro cultura a “resti di spazzatura, dei quali neppure i polli si nutrirebbero”.

E’ proprio questa assimilazione della cultura amazigh a resti, rovine, tracce culturali che vanno perdendosi, a persone semplici e povere, che indignano la comunità militante amazigh.

Le associazioni tunisine ma anche quelle marocchine, hanno pubblicato comunicati increduli riguardo all’articolo di El Farej. Tra questi spicca la risposta di un membro dell’associazione ATCA, firmato ironicamente "Un abitante di Tamezret, villaggio di uomini preistorici".

L'attivista ricorda la sua prigionia e l’esilio forzato di 30 anni sotto i regimi precedenti (per la sua militanza sindacale), colloca la Tunisia nella Tamazgha al koubra ("lo spazio amazigh transnazionale") e informa sul recente insegnamento della grafia tifinagh a Tunisi.

Ripristina così la dimensione della civiltà (scrittura, storia) berbera che il giornalista aveva screditato.

Ma la reazione ufficiale, pubblicata sullo stesso giornale filo-islamista la settimana successiva, proviene dal presidente dell’associazione Azrou pour la culture amazigh, Arafat Almahrouk.

Dal villaggio di Azrou, dove Ennahdha ha ottenuto il 70% dei voti alle ultime elezioni, egli afferma che la questione amazigh non è legata ad un’ideologia politica, che è nazionale e che non offende la religione musulmana.

Ed è proprio questa la realtà delle cose a livello locale: non entrare in opposizione diretta con il partito islamista Ennahdha nelle regioni che hanno, d’altronde, aderito alla sua ideologia.      


[Articolo di Stephanie Pouessel, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it]


(1) Dai principali studi sull’argomento, è stato stabilito che rappresentano circa l’1% della popolazione ; un militante amazigh di Tunisi, l'ottobre scorso, ha affermato che i berberi sarebbero in realtà più del 10%. In ogni caso, questa debole percentuale deriva dalla conquista islamica del Maghreb che ha significato l'arabizzazione quasi completa della regione; in aggiunta, dall’indipendenza, la Tunisia registra il più elevato tasso di alfabetizzazione in arabo tra i paesi del Maghreb

(2) Villaggio situato nel sud-est tunisino, regione di Matmata

(3) Uno Cheikh ibadita berbero di Guellala spiega che la lingua berbera è sopravvissuta sull’isola di Djerba grazie alla presenza millenaria del culto ibadita, testimonianza televisiva nel programma “Fissamim” che dedica un servizio alla cultura amazigh, canale Ettounsiya, 2.11.2012.

(4) Regione di Matmata – Tamerzet, Zraoua, Taoujout ; regione di Djerba – Guellala, Sedouikch, Ajim ; regione di Tataouine – Douiret, Guermessa, Chenini.

(5) Salim Al-Hakimi, “man yourid tahrik khouyout al fitna al amazighiya fi tounis ?” (Chi vuole alimentare le divisioni in Tunisia ?), Al Fajer, 16.11.2012, p.9.



Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Dal novembre 2011 il panorama mediatico marocchino si è arricchito di un canale di espressione coraggioso e innovativo, tanto nella forma che nei contenuti. Si tratta del sito di informazione qandisha.ma, piattaforma partecipativa e dichiaratamente femminista che ha aperto le frontiere del citizen journalism nel regno.





[Arab Media Report] Tra le sue peculiarità, la capacità di restituire il prisma polifonico di una società in cambiamento e  la presenza di una redazione "fluida" dove i collaboratori sono affiancati da decine di contributors occasionali, figure del mondo accademico, dell'arte e in generale "ogni marocchina che voglia presentare un testo in lingua araba, francese o inglese", fa notare la "qandishette" Souad Debbagh. La linea editoriale è sintetizzata in tre punti: emancipazione, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Blog collettivo, tribuna libera che dà voce alle donne di ogni estrazione o categoria, le definizioni per riassumere questa esperienza non mancano, come ricorda l'ideatrice del progetto Fedwa Misk. Dottoressa di formazione e giornalista di professione, animatrice di un caffè letterario a Casablanca, per questa trentenne dai modi eleganti e l'animo combattivo Qandisha è il risultato di una scommessa.

"Pensavo a qualcosa di diverso dalle riviste femminili già esistenti - afferma la Misk - sottomesse al modello della pubblicità, al triangolo cucina-moda-bellezza e disconnesse dalla realtà del paese". Realtà che, nonostante gli avanzamenti introdotti nel 2004 dalla Mudawwana (codice della famiglia) e le quote rosa in Parlamento, continua a relegare la donna in una posizione di inferiorità, complici la mentalità conservatrice e una legislazione ancora largamente discriminatoria.

La scommessa è vinta. Mentre le riviste cartacee - di genere ma non solo - hanno registrato un calo di vendite notevole negli ultimi anni (fonte Ojd), Qandisha è riuscita a fidelizzare un lettorato ben più ampio della cerchia di amici e sostenitori immaginata dalla Misk: 10 mila ingressi unici a pochi giorni dal lancio, centinaia di visite giornaliere, commenti, polemiche, condivisioni. Alcuni articoli sono stati perfino ripubblicati dalle testate straniere Le Courrier International e Rue89.

Il successo del sito è legato all'abilità nell'alternare denunce e toni roventi - campagne per la legalizzazione dell'aborto e la depenalizzazione delle relazioni extraconiugali - a pezzi più "leggeri" ed ironici. Ma anche alla forza delle testimonianze, in grado di tratteggiare i contorni di una geografia femminile fatta di pressioni, privazioni, stereotipi e lotte troppo spesso silenziose. Dalla libertà di disporredel proprio corpo, di esibirlo come di nasconderlo, alla rivendicazione dei diritti delle bracciantinelle serre e delle domestiche-bambine.   

Per Qandisha non ci sono piccole o grandi battaglie, ma una ricerca costante di dignità che vede nel femminismo un valore quotidiano. "Smuovere le coscienze ed incidere sul pensiero comune è un processo lungo, non si cambiano percezioni e atteggiamenti dall'oggi al domani. Ne siamo consapevoli e cerchiamo di contribuire con gli strumenti che ci sono più congeniali", risponde Fedwa Misk a chi la accusa di rifugiarsi dietro ad un computer disertando la vera battaglia, sul terreno.

L'obiettivo della giornalista, semmai, è proprio quello di ridurre la distanza dal virtuale al reale, anche nelle sue sfaccettature più crude. Ad esempio, riportando casi di cronacagiudiziaria dove le donne vengono penalizzate dall'essenza patriarcale che permea i tribunali, oppure rispondendo ai tentennamenti della ministra Bassima Hakkaoui - in tema di violenza sulle donne - con la pubblicazione di alcune testimonianze e osservazioniscritte da ragazze vittime di abusi.

Una simile libertà di parola, del resto, sembra possibile soltanto sul web, dopo che la stampa indipendente ha subito a più riprese la censura del governo. "Per i marocchini internet è ormai uno spazio di espressione vitale, che cerca di ovviare all'assenza di un dibattito pubblico", continua la Misk secondo cui, sebbene il paese non abbia conosciuto rivoluzioni né cambiamenti effettivi, "il passaggio della primavera ha comunque permesso di incrinare tabù e ipocrisie".





L'esistenza di Qandisha lo conferma. "Aprirsi, raccontarsi, prendere posizione è un passo necessario affinché le donne possano uscire dalla dominanza del pensiero maschile e divenire pienamente cittadine". Ma Qandisha non è nemmeno un universo esclusivamente femminile: la rubrica tenuta "da un uomo" (anonima, sebbene gli autori siano molteplici) è tra le più seguite, mentre la metà degli iscritti al gruppo facebooksono maschi. "La prova che un cambio di prospettive è possibile, che c'è interesse nel condividere punti di vista ed esperienze".

Le reazioni suscitate nei commenti o sui social network, tuttavia, oltrepassano a volte la soglia del confronto e del dibattito per degenerare in insulti e minacce. La libertà dei toni e il carattere degli argomenti affrontati espone la piattaforma ad attacchi e ostilità: il sito è stato piratato due volte, l'ultima dopo aver pubblicato l'intervento di un giovane omosessuale.

"Sapevamo fin dall'inizio che la nostra voce avrebbe dato fastidio - chiarisce la Misk -. La scelta del nome, del resto, non è casuale: Qandisha nella mitologia locale è un demone, una donna capace di stregare gli uomini che la circondano. Per il suo lato diabolico, secondo la leggenda, ma io dico per la sua forza, la sua bellezza e la sua intraprendenza. Ci aspettavamo di essere demonizzate così abbiamo preferito rivendicare a viso aperto la nostra 'eresia' piuttosto che nasconderci".

Una critica invece che la fondatrice sposa senza reticenze è l'eccesso di editoriali e articoli d'opinione rispetto alle inchieste e alla sezione notizie. Un limite - spiega - legato alla natura volontaria del progetto e alla ristrettezza dei mezzi finanziari. Anche per questo, nelle ultime settimane, Qandisha sembra essere entrata in una fase di riflessione - a cui va ricondotto il calo degli aggiornamenti - preludio ad un rilancio in grande stile.

Per la redattrice "serve un modello economico che possa sostenere il nostro lavoro senza snaturarne le fondamenta. Sul tavolo abbiamo offerte pubblicitarie e donazioni che ci permetterebbero di professionalizzare almeno parte dei contributi proposti. Stiamo valutando".

Di certo nel futuro prossimo del collettivo si assisterà alla nascita di una radio web accessibile dal sito. Uno strumento fondamentale, in un paese dove si legge poco e quasi metà della popolazione - femminile in primis - è analfabeta, per ridurre distanze geografiche e sociali, diversificando pubblico e canali di comunicazione, e per dare maggior efficacia al messaggio di emancipazione di cui Qandisha si è fatta portatrice.

(Articolo pubblicato sul sito di informazione Arab Media Report)