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Archives for febbraio, 2016

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#perGiulio

Una piazza virtuale è possibile, dove rendere testimonianza. Perché rimanere in silenzio su questo sequestro, su questa tortura e questa uccisione ci rende complici. Senza se e senza ma. Trovate il vostro modo, ma trovatelo. Con un foglio, un pennarello, una foto, come ho fatto io. Oppure nel modo che ritenete più opportuno ed efficace.Read more

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Una piazza virtuale è possibile, dove rendere testimonianza. Perché rimanere in silenzio su questo sequestro, su questa tortura e questa uccisione ci rendere complici. Senza se e senza ma. Trovate il vostro modo, ma trovatelo. Con un foglio, un pennarello, una foto, come ho fatto io. Oppure nel modo che ritenete più opportuno ed efficace.Read more

La Turchia è “nei guai” per il cessate-il-fuoco in Siria?

Al Monitor (27/02/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone. Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha affermato che la Russia è “nei guai” per la cessazione delle ostilità in Siria, accettata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 26 febbraio. Nonostante i punti deboli dell’accordo, la Risoluzione 2268 sul cessate-il-fuoco in Siria è, […]

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Safaa Alset, l’artista siriana che ha trovato l’arte nelle macerie

Safaa Alset, l’artista siriana che ha trovato l’arte nelle macerie

(Barakabits). Safaa Alset è un’artista siriana la cui arte, a prima vista, ricorda alcuni dei personaggi e degli oggetti delle scene del film d’animazione Robots. Safaa Alset usa rame e altri metalli per realizzare i suoi pezzi. Nata nel 1974, si è laureata presso la Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco nel 1997 e ha scelto di rompere con le […]

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Kabul, il Duce e il caso Piperno. Marò ante litteram

Kabul, il Duce e il caso Piperno. Marò ante litteram

La copertina del libro di Tanzi
alla Biblioteca del Pime a Milano
Nel 1923 il Duce spedì in Afghanistan una missione tecnica guidata da Gastone Tanzi, Dario Piperno e Giuseppe Mazzoli. L'idea era probabilmente quella non solo di un assessment (come si dice oggi) in tema di cooperazione soprattutto tecnico.-sanitaria ma anche quella di un corteggiamento rivolto ad Amanullah Khan, monarca afgano in rotta coi britannici, nemici giurati di Mussolini. La storia di Amanullah l'abbiamo già affrontata e con questa la melina disgustosa che il regime fece con l'ormai ex monarca quando Amanullah dovette prendere la via dell'esilio conclusosi in Italia (in realtà il re morì in Svizzera) dove aveva traslocato con la sua famiglia e dove tutt'ora abitano alcuni dei suoi discendenti diretti. Mi soffermo invece sia  su Gastone Tanzi e sul suo libro di viaggio dove un capitolo è dedicato all'incontro con Amanullah sia su una vicenda che accompagnò la fine di quel soggiorno. Il libro l'ho trovato alla biblioteca del Pime a Milano e gli ho dato una rapida occhiata. Al netto di una serie di luoghi comuni ormai assodati sul Paese ( e che si ripetono negli anni), il libro non presenta un gran interesse e anche la conversazione con il re non dice molto né su Amanullah né sui suoi rapporti con Roma. Ma è uno spaccato di quelle relazioni lontane che Roma tenne con Kabul, capitolo poco noto e piuttosto oscuro visto poi come il Fascismo si comportò con il monarca pashtun:  lo blandì e lo illuse che avrebbe appoggiato il suo ritorno al trono che era però ostacolato dalla Germania nazista che non voleva grane con Londra sul fronte asiatico. Non se ne face nulla e Amanullah morì con l'illusione che gli amici italiani lo avrebbero aiutato.

Dal libro di Tanzi: re Amanullah al centro con il classico
karakuli, lo stesso copricapo amato da Karzai
Interessante è però la vicenda a latere che riguardò l'ingegner Piperno, che era finito in galera per aver ucciso un poliziotto. Non è chiara l'origine della diatriba (ho trovato su un sito destrorso una ricostruzione che gli affibbia un amorazzo afgano che sarebbe stato il casus belli, ma l'articolo è talmente pieno di errori che non ci si può far conto). La storia è invece ben ricostruita dall'Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). In due parole la mette così: «Il 27 luglio 1924, le Autorità afghane arrestavano l'ingegnere italiano Dario Piperno, per aver ucciso un gendarme, tale Mohamed Yasin, che voleva forzarlo a presentarsi al posto di polizia L'Italia non poteva opporsi a che il Piperno fosse sottoposto alla giurisdizione dei tribunali locali, dato che non esisteva in Afghanistan il regime delle capitolazioni. Egli veniva quindi condannato a morte, in prima ed in seconda istanza. Per evitare l'esecuzione, il Governo italiano decideva di pagare il cosiddetto prezzo del sangue, previsto dal diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale, in caso di omicidio, spettava alla famiglia dell'ucciso perdonare l'uccisore in cambio di un'indennità. Il perdono dei familiari era una condizione indispensabile perché il Governo dell'Emiro regnante, Amanullah Khan, potesse concedere la grazia».

Il prezzo del sangue
Si fissa la somma di 130.000 lire ai parenti dell'ucciso e Roma tratta per il rimpatrio immediato del Piperno ma il malcapitato pensa bene di evadere dal carcere di Kabul, con l'idea di varcare la frontiera con l'ormai Unione sovietica nel Turkestan, probabilmente l'attuale Turkmenistan. Fatti due conti però, Piperno ci ripensa e si consegna, forse pensando che ormai la trattativa stia andando a buon fine, alle autorità di polizia che lo sbattono in galera. Ma le cose non vanno bene e il «30 maggio 1925, improvvisamente e senza dare alcun preavviso alla Legazione d'Italia, le Autorità afghane lo giustiziavano».

Nel suo rapporto a Mussolini del 31 maggio 1925, Cavicchioni (ministro d'Italia, cioè ambasciatore, a Kabul ndr) fa alcune osservazioni interessanti che riporto per intero:
« Il caso Piperno si può riassumere in tre punti principali: 1. Piperno ha ucciso un gendarme mussulmano, offendendo così la religione, la Società e il corpo di polizia. 2. E' stato pagato il prezzo del sangue, e sono in tal modo stati soddisfatti i dettami della legge religiosa, la sola che conti in Afghanistan. 3. Piperno è stato giustiziato dall'Autorità civile afghana in modo barbaro e contrariamente ad ogni assicurazione e ad ogni aspettativa. Il primo punto è incontestabile. Ne segue un processo senza difesa, senza interpreti e senza che si permetta di chiamare testimoni che non siano mussulmani, sulla base di una legge che una mente civile non può comprendere applicata ad un cittadino, sia pure colpevole, di una nazione civile. Ne risulta una condanna a morte: cioè la facoltà alla famiglia dell'ucciso di prendere una vendetta che vada fino alla morte. L'Emiro fa consegnare il Piperno alla famiglia che ne possa disporre come vuole. Gli eredi invece di farne vendetta perdonano. Perché il perdono avvenisse vi è stato senza alcun dubbio il consiglio dell'Emiro. Questo mi è stato affermato dallo stesso Ministro degli Affari Esteri. Se l'Emiro avesse detto diversamente, o avesse anche soltanto taciuto, la vendetta sarebbe stata compiuta barbaramente: troppe erano le pressioni perché questo avvenisse. Dettaglio importante di questo fu il pagamento del prezzo del sangue, ammesso dal Corano. Se non fosse stata compiuta la cerimonia in questo modo, il fanatismo non sarebbe stato placato, e si sarebbe avuto, come ho detto in rapporti precedenti, un continuo pericolo per tutti gli europei. Il pagamento del prezzo del sangue fu perciò necessario non solo per il Piperno, ma anche e maggiormente nei riguardi di tutta la comunità europea. […]

L'ambasciata italiana a Kabul negli anni Venti
Ancora Cavicchioni: «Esistono qui due leggi se si possono chiamare così: una religiosa ed una civile. La prima contempla la vendetta o pena del taglione che si può in certi casi evitare col pagamento del prezzo del sangue. La seconda, accozzaglia stravagante e discorde di principi, che comporta un periodo di detenzione. Ora mi si dice che vi sono degli articoli sussidiari per i quali è comminata anche la pena di morte. Per questo ho chiesto una copia vidimata della Legge penale. Ho osservato una volta al Ministro degli Esteri che la legge religiosa appare quindi superiore a quella civile: cioè che se gli eredi dell'ucciso non perdonano ed ammazzano l'uccisore, la legge civile verrebbe a perdere ogni sua forza ed ogni suo effetto. Che così i veri punitori sono gli eredi e non la Società o lo Stato: e che questa doppia pena e questa doppia condanna, specialmente quando la prima ha carattere così grave, ripugna ad ogni mente umana. Mi è stato risposto che effettivamente la legge religiosa è la più forte. Ma che soddisfatta questa, quando è possibile, prende forza la seconda. Che la prima riguarda i diritti della famiglia e la seconda quelli della Società. Che esistano qui delle leggi, anche appositamente create, per cui venga inflitta la morte per la morte, si potrebbe anche doverlo subire. Ma in questo disgraziato caso quello che offende ogni sentimento umano e civile è la crudele e spietata condotta di questa gente e precisamente che si sia fatto un processo senza alcuna delle garanzie che anche un colpevole deve avere, e che si sia effettuata improvvisamente una esecuzione capitale senza dare il tempo di ricorrere in grazia e senza dar modo di esprimere le ultime volontà. Se il secondo punto per quanto riguarda la grazia sarebbe forse stato inutile in questo caso, e nella seconda parte risponde soltanto a sentimenti, il primo punto invece, quello che riflette il processo, cozza contro ogni concezione degli stessi diritti dell'uomo».

Una sorta di “caso marò” ante litteram. Come finìsce? Il Duce se la prende, è il caso di dirlo, a morte. Esige scuse ufficiali da Kabul e denaro valutato in 7mila sterline (Perfida Albione sì, ma la moneta sonante dova essere in valuta pregiata, altro che Quota 90!). Metà andrà alle casse statali, metà alla famiglia Piperno. Ancora Cavicchioni a Mussolini il 18 agosto 1925: «Questo Governo ha accettato integralmente condizioni. Oggi ho ricevuto visita del Sottosegretario Affari Esteri che mi ha presentato scuse del Governo afgano con la formula stabilita dall'E.V. Mi ha comunicato destituzione comandante polizia. Mi ha consegnato sei mila sterline contanti in oro. Ho dichiarato in nome del Regio Governo composto conflitto».

Mussolini è ben felice che tutto sia andato a posto (anche se gli afgani si fanno uno sconto di 1000 sterline e ne pagano solo 6mila corredate però anche dalle scuse ufficiali. Risponde a Cavicchioli in giornata. L'onore è salvo, le casse pure, il caso è chiuso e le relazioni ber ristabilite.


Il disegno che riproduce Amanullah è di Alessandro Ferraro
Kabul, il Duce e il caso Piperno. Marò ante litteram

Kabul, il Duce e il caso Piperno. Marò ante litteram

La copertina del libro di Tanzi
alla Biblioteca del Pime a Milano
Nel 1923 il Duce spedì in Afghanistan una missione tecnica guidata da Gastone Tanzi, Dario Piperno e Giuseppe Mazzoli. L'idea era probabilmente quella non solo di un assessment (come si dice oggi) in tema di cooperazione soprattutto tecnico.-sanitaria ma anche quella di un corteggiamento rivolto ad Amanullah Khan, monarca afgano in rotta coi britannici, nemici giurati di Mussolini. La storia di Amanullah l'abbiamo già affrontata e con questa la melina disgustosa che il regime fece con l'ormai ex monarca quando Amanullah dovette prendere la via dell'esilio conclusosi in Italia (in realtà il re morì in Svizzera) dove aveva traslocato con la sua famiglia e dove tutt'ora abitano alcuni dei suoi discendenti diretti. Mi soffermo invece sia  su Gastone Tanzi e sul suo libro di viaggio dove un capitolo è dedicato all'incontro con Amanullah sia su una vicenda che accompagnò la fine di quel soggiorno. Il libro l'ho trovato alla biblioteca del Pime a Milano e gli ho dato una rapida occhiata. Al netto di una serie di luoghi comuni ormai assodati sul Paese ( e che si ripetono negli anni), il libro non presenta un gran interesse e anche la conversazione con il re non dice molto né su Amanullah né sui suoi rapporti con Roma. Ma è uno spaccato di quelle relazioni lontane che Roma tenne con Kabul, capitolo poco noto e piuttosto oscuro visto poi come il Fascismo si comportò con il monarca pashtun:  lo blandì e lo illuse che avrebbe appoggiato il suo ritorno al trono che era però ostacolato dalla Germania nazista che non voleva grane con Londra sul fronte asiatico. Non se ne face nulla e Amanullah morì con l'illusione che gli amici italiani lo avrebbero aiutato.

Dal libro di Tanzi: re Amanullah al centro con il classico
karakuli, lo stesso copricapo amato da Karzai
Interessante è però la vicenda a latere che riguardò l'ingegner Piperno, che era finito in galera per aver ucciso un poliziotto. Non è chiara l'origine della diatriba (ho trovato su un sito destrorso una ricostruzione che gli affibbia un amorazzo afgano che sarebbe stato il casus belli, ma l'articolo è talmente pieno di errori che non ci si può far conto). La storia è invece ben ricostruita dall'Istituto di Studi Giuridici Internazionali (ISGI) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). In due parole la mette così: «Il 27 luglio 1924, le Autorità afghane arrestavano l'ingegnere italiano Dario Piperno, per aver ucciso un gendarme, tale Mohamed Yasin, che voleva forzarlo a presentarsi al posto di polizia L'Italia non poteva opporsi a che il Piperno fosse sottoposto alla giurisdizione dei tribunali locali, dato che non esisteva in Afghanistan il regime delle capitolazioni. Egli veniva quindi condannato a morte, in prima ed in seconda istanza. Per evitare l'esecuzione, il Governo italiano decideva di pagare il cosiddetto prezzo del sangue, previsto dal diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale, in caso di omicidio, spettava alla famiglia dell'ucciso perdonare l'uccisore in cambio di un'indennità. Il perdono dei familiari era una condizione indispensabile perché il Governo dell'Emiro regnante, Amanullah Khan, potesse concedere la grazia».

Il prezzo del sangue
Si fissa la somma di 130.000 lire ai parenti dell'ucciso e Roma tratta per il rimpatrio immediato del Piperno ma il malcapitato pensa bene di evadere dal carcere di Kabul, con l'idea di varcare la frontiera con l'ormai Unione sovietica nel Turkestan, probabilmente l'attuale Turkmenistan. Fatti due conti però, Piperno ci ripensa e si consegna, forse pensando che ormai la trattativa stia andando a buon fine, alle autorità di polizia che lo sbattono in galera. Ma le cose non vanno bene e il «30 maggio 1925, improvvisamente e senza dare alcun preavviso alla Legazione d'Italia, le Autorità afghane lo giustiziavano».

Nel suo rapporto a Mussolini del 31 maggio 1925, Cavicchioni (ministro d'Italia, cioè ambasciatore, a Kabul ndr) fa alcune osservazioni interessanti che riporto per intero:
« Il caso Piperno si può riassumere in tre punti principali: 1. Piperno ha ucciso un gendarme mussulmano, offendendo così la religione, la Società e il corpo di polizia. 2. E' stato pagato il prezzo del sangue, e sono in tal modo stati soddisfatti i dettami della legge religiosa, la sola che conti in Afghanistan. 3. Piperno è stato giustiziato dall'Autorità civile afghana in modo barbaro e contrariamente ad ogni assicurazione e ad ogni aspettativa. Il primo punto è incontestabile. Ne segue un processo senza difesa, senza interpreti e senza che si permetta di chiamare testimoni che non siano mussulmani, sulla base di una legge che una mente civile non può comprendere applicata ad un cittadino, sia pure colpevole, di una nazione civile. Ne risulta una condanna a morte: cioè la facoltà alla famiglia dell'ucciso di prendere una vendetta che vada fino alla morte. L'Emiro fa consegnare il Piperno alla famiglia che ne possa disporre come vuole. Gli eredi invece di farne vendetta perdonano. Perché il perdono avvenisse vi è stato senza alcun dubbio il consiglio dell'Emiro. Questo mi è stato affermato dallo stesso Ministro degli Affari Esteri. Se l'Emiro avesse detto diversamente, o avesse anche soltanto taciuto, la vendetta sarebbe stata compiuta barbaramente: troppe erano le pressioni perché questo avvenisse. Dettaglio importante di questo fu il pagamento del prezzo del sangue, ammesso dal Corano. Se non fosse stata compiuta la cerimonia in questo modo, il fanatismo non sarebbe stato placato, e si sarebbe avuto, come ho detto in rapporti precedenti, un continuo pericolo per tutti gli europei. Il pagamento del prezzo del sangue fu perciò necessario non solo per il Piperno, ma anche e maggiormente nei riguardi di tutta la comunità europea. […]

L'ambasciata italiana a Kabul negli anni Venti
Ancora Cavicchioni: «Esistono qui due leggi se si possono chiamare così: una religiosa ed una civile. La prima contempla la vendetta o pena del taglione che si può in certi casi evitare col pagamento del prezzo del sangue. La seconda, accozzaglia stravagante e discorde di principi, che comporta un periodo di detenzione. Ora mi si dice che vi sono degli articoli sussidiari per i quali è comminata anche la pena di morte. Per questo ho chiesto una copia vidimata della Legge penale. Ho osservato una volta al Ministro degli Esteri che la legge religiosa appare quindi superiore a quella civile: cioè che se gli eredi dell'ucciso non perdonano ed ammazzano l'uccisore, la legge civile verrebbe a perdere ogni sua forza ed ogni suo effetto. Che così i veri punitori sono gli eredi e non la Società o lo Stato: e che questa doppia pena e questa doppia condanna, specialmente quando la prima ha carattere così grave, ripugna ad ogni mente umana. Mi è stato risposto che effettivamente la legge religiosa è la più forte. Ma che soddisfatta questa, quando è possibile, prende forza la seconda. Che la prima riguarda i diritti della famiglia e la seconda quelli della Società. Che esistano qui delle leggi, anche appositamente create, per cui venga inflitta la morte per la morte, si potrebbe anche doverlo subire. Ma in questo disgraziato caso quello che offende ogni sentimento umano e civile è la crudele e spietata condotta di questa gente e precisamente che si sia fatto un processo senza alcuna delle garanzie che anche un colpevole deve avere, e che si sia effettuata improvvisamente una esecuzione capitale senza dare il tempo di ricorrere in grazia e senza dar modo di esprimere le ultime volontà. Se il secondo punto per quanto riguarda la grazia sarebbe forse stato inutile in questo caso, e nella seconda parte risponde soltanto a sentimenti, il primo punto invece, quello che riflette il processo, cozza contro ogni concezione degli stessi diritti dell'uomo».

Una sorta di “caso marò” ante litteram. Come finìsce? Il Duce se la prende, è il caso di dirlo, a morte. Esige scuse ufficiali da Kabul e denaro valutato in 7mila sterline (Perfida Albione sì, ma la moneta sonante dova essere in valuta pregiata, altro che Quota 90!). Metà andrà alle casse statali, metà alla famiglia Piperno. Ancora Cavicchioni a Mussolini il 18 agosto 1925: «Questo Governo ha accettato integralmente condizioni. Oggi ho ricevuto visita del Sottosegretario Affari Esteri che mi ha presentato scuse del Governo afgano con la formula stabilita dall'E.V. Mi ha comunicato destituzione comandante polizia. Mi ha consegnato sei mila sterline contanti in oro. Ho dichiarato in nome del Regio Governo composto conflitto».

Mussolini è ben felice che tutto sia andato a posto (anche se gli afgani si fanno uno sconto di 1000 sterline e ne pagano solo 6mila corredate però anche dalle scuse ufficiali. Risponde a Cavicchioli in giornata. L'onore è salvo, le casse pure, il caso è chiuso e le relazioni ber ristabilite.


Il disegno che riproduce Amanullah è di Alessandro Ferraro

Siria, Adonis: Assad ha moralmente fallito e deve andarsene

Di Iskandar al-Dik. Al-Hayat (27/02/2016). Traduzione e sintesi di Sofia Carola Sammartano. Dal momento dell’annuncio della consegna del Premio della Pace Erich Maria Remarque al poeta Adonis nel settembre scorso fino alla festa tenutasi recentemente nella città di Osnabrück, non si sono placate le critiche e le proteste contro di lui. Non ci si aspetta che […]

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USA: studente egiziano arrestato per “minaccia” a Donald Trump

(Agenzie). Il giovane Emad El-Din Ali Mohamed Nasr El Sayed (Emad El Sayed), studente egiziano residente in California, è stato preso in custodia dalla FBI per aver condiviso un post sulla sua pagina Facebook dove, a detta delle autorità USA, si criticava e minacciava il candidato alle elezioni presidenziali Donald Trump. Il ragazzo era sparito da quasi due […]

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Le ragioni della nuova crisi tra Marocco e Unione Europea

Di Aïcha Akalay e Mohamed Etayea. TelQuel (25/02/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Lo scorso 25 febbraio, il primo ministro del Marocco, Abdelilah Benkirane, ha annunciato la sospensione ufficiale dei contatti con l’Unione Europea. Secondo il portavoce Mustapha El Khalfi, il governo ha preso la decisione sulle relazioni con l’Europa […]

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Essere siriana in Serbia

Essere siriana in Serbia

Raqqa 110La storia di Z.S., una giovane nata e cresciuta a Belgrado, da madre serba e padre siriano. Conduce una trasmissione sulla radio locale e lavora come giornalista. Ha 31 anni. “La guerra in Siria non riguarda la religione, ma soprattutto gli affari e l’acquisizione dei territori”

Esiste qualche alternativa alla laicità per i musulmani?

Di Ali Nasser. As-Safir (23/02/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi. Potrebbe sembrare irrazionale o illogico affermare che l’Islam sia stato affossato dalla politica e dalla lotta per il potere o che, quando il profeta ha esalato il suo ultimo respiro, l’Islam fosse molto vicino al concetto di laicità, ma ai musulmani non rimane altra […]

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Ecco quanto vale la vita di un afgano

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.


Mullah Omar: dopo di lui il diluvio
tra le fila della guerriglia
E a Kabul intanto si prepara quello che dovrebbe essere il primo vero negoziato tra guerriglia e governo. Il piano, coordinato soprattutto da Islamabad ma col beneplacito di Kabul, Washington e Pechino, prevede un incontro già nei primi giorni di marzo. I pachistani hanno invitato tutti i gruppi e le fazioni della guerriglia ma regna scetticismo: i talebani sono divisi e ognuno sembra andare per proprio conto. Com'è noto l'attuale capo, mullah Mansur, è in contatto con Islamabad ma l'ufficio politico di Doha, che i talebani hanno aperto anni fa proprio per avere un canale diplomatico ufficiale, sostiene di non essere stato consultato. Inoltre è noto che Mansur gode solo dell'appoggio di una parte del movimento. Quanto a Hekmatyar, che controlla la fazione guerrigliera dell'Hezb e Islami (che ha anche un braccio “legale” in parlamento) l'adesione non è ancora arrivata. E infine ci sono una miriade di capi bastone in turbante che non è chiaro a chi rispondano. Senza contare la variabile Daesh che vorrà mettere in piedi nel piatto. Per boicottarlo.
Ecco quanto vale la vita di un afgano

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.


Mullah Omar: dopo di lui il diluvio
tra le fila della guerriglia
E a Kabul intanto si prepara quello che dovrebbe essere il primo vero negoziato tra guerriglia e governo. Il piano, coordinato soprattutto da Islamabad ma col beneplacito di Kabul, Washington e Pechino, prevede un incontro già nei primi giorni di marzo. I pachistani hanno invitato tutti i gruppi e le fazioni della guerriglia ma regna scetticismo: i talebani sono divisi e ognuno sembra andare per proprio conto. Com'è noto l'attuale capo, mullah Mansur, è in contatto con Islamabad ma l'ufficio politico di Doha, che i talebani hanno aperto anni fa proprio per avere un canale diplomatico ufficiale, sostiene di non essere stato consultato. Inoltre è noto che Mansur gode solo dell'appoggio di una parte del movimento. Quanto a Hekmatyar, che controlla la fazione guerrigliera dell'Hezb e Islami (che ha anche un braccio “legale” in parlamento) l'adesione non è ancora arrivata. E infine ci sono una miriade di capi bastone in turbante che non è chiaro a chi rispondano. Senza contare la variabile Daesh che vorrà mettere in piedi nel piatto. Per boicottarlo.

Obama e il Medio Oriente: cosa succederà dopo le elezioni presidenziali?

Di Awad Hamad Saleh Qallab. Asharq al-Awsat (25/02/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk. Oggi come oggi, fra gli arabi, sia a livello istituzionale, sia a livello di opinione pubblica, vi è la diffusa convinzione che gli Stati Uniti d’America, così come alcuni paesi europei, siano sul punto di non ritenere più il Medio Oriente una […]

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Cucina egiziana: ta’miya, falafel di fave

Preparata come alternativa vegetariana durante il periodo di Quaresima dai copti egiziani, andiamo a scoprire una variante di uno dei più diffusi piatti del Medio Oriente: i ta’miya, falafel di fave! Ingredienti: 500g di fave secche 1 cipolla 4 spicchi d’aglio 2/3 rametti di coriandolo fresco 2/3 rametti di prezzemolo fresco 2/3 rametti di aneto fresco o […]

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Iran: al via le elezioni parlamentari

(Agenzie). Gli iraniani sono chiamati quest’oggi 26 febbraio 2016 a esprimere il loro voto per l’elezione del nuovo Parlamento e della nuova Assemblea degli Esperti (organo preposto all’elezione e alla rimozione della Guida Suprema). Sono cinquanta milioni i cittadini aventi diritto che si potranno recare alle urne per prender parte alle prime elezioni dopo lo storico […]

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Appello per la libertà di stampa in Turchia

Appello per la libertà di stampa in Turchia

Reporters 112Nel 2012 Reporter Senza Frontiere definiva la Turchia come il “carcere più grande del mondo per i giornalisti”. Sono passati 4 anni ed attualmente nelle carceri si trovano almeno 30 giornalisti. Il giornalista turco Murat Cinar: non lasciamo soli nella loro battaglia i colleghi detenuti in Turchia.

CINEMA DALL’IRAN

CINEMA DALL’IRAN

La proiezione di una selezione dei film più interessati di Fajr Film Festival di Teheran Solo Per due giorni Sabato 27 e domenica 28 febbraio   Casa del Cinema     Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti Programma
CINEMA DALL’IRAN

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CINEMA DALL’IRAN

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L’Egitto porta la politica di negazione a nuovi livelli

Di Mohamed ElMasry. Middle East Eye (24/02/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia. Il governo che si è insediato in Egitto dopo la cacciata di Morsi nel luglio del 2013 si è dimostrato essere il peggior violatore di diritti umani al mondo, lasciando libero corso a uccisioni di massa, arresti arbitrari e sparizioni forzate. Non è quindi sorprendente […]

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Una firma per la libertà 

Ci sono tempi. Tempi importanti. Duri. Tempi nei quali non c’è alternativa a dire, e a prendere posizione. Sembra così facile, a distanza. Se soltanto ci si avvicina al Cairo, attraverso uno slancio di empatia che restringe la distanza di migliaia di km tra Italia ed Egitto, si comprende quanto invece sia pericolosa anche unaRead more
Gli intellettuali egiziani si mobilitano contro la repressione culturale

Gli intellettuali egiziani si mobilitano contro la repressione culturale

La comunità intellettuale egiziana e araba è tutta mobilitata per chiedere il rilascio dello scrittore egiziano Ahmed Naji, ultimo finito in carcere di una serie lugubremente lunga di attivisti e intellettuali egiziani finiti dietro le sbarre o colpiti dalla scure della censura del regime di Al-Sisi.  Tra i tanti che sono in prima linea per … Continua a leggere Gli intellettuali egiziani si mobilitano contro la repressione culturale

Una firma per la libertà 

Ci sono tempi. Tempi importanti. Duri. Tempi nei quali non c’è alternativa a dire, e a prendere posizione. Sembra così facile, a distanza. Se soltanto ci si avvicina al Cairo, attraverso uno slancio di empatia che restringe la distanza di migliaia di km tra Italia ed Egitto, si comprende quanto invece sia pericolosa anche unaRead more

Afghanistan: squadra di cicliste candidate al Premio Nobel

(Agenzie). La squadra nazionale femminile di ciclismo in Afghanistan è stato nominato per il Premio Nobel per la Pace dai membri del parlamento italiano, secondo il ciclismo femminile totali. Il team ha utilizzato la bicicletta come veicolo per la giustizia sociale, contro la violenza e lo stigma sociale. Nel 2013, è diventata la prima squadra femminile […]

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CHI HA PAURA DI CAESAR?

CHI HA PAURA DI CAESAR?

La domanda corretta sarebbe: “Chi ha paura delle immagini delle vittime delle torture degli aguzzini di Bashar Al Assad trafugate dalla Siria e divulgate all’estero da un ex fotografo della polizia militare del regime?”. Troppo lunga per un titolo. Ai lettori del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano la vicenda è già nota da […]
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La domanda corretta sarebbe: “Chi ha paura delle immagini delle vittime delle torture degli aguzzini di Bashar Al Assad trafugate dalla Siria e divulgate all’estero da un ex fotografo della polizia militare del regime?”. Troppo lunga per un titolo. Ai lettori del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano la vicenda è già nota da […]
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La domanda corretta sarebbe: “Chi ha paura delle immagini delle vittime delle torture degli aguzzini di Bashar Al Assad trafugate dalla Siria e divulgate all’estero da un ex fotografo della polizia militare del regime?”. Troppo lunga per un titolo. Ai lettori del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano la vicenda è già nota da […]
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La domanda corretta sarebbe: “Chi ha paura delle immagini delle vittime delle torture degli aguzzini di Bashar Al Assad trafugate dalla Siria e divulgate all’estero da un ex fotografo della polizia militare del regime?”. Troppo lunga per un titolo. Ai lettori del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano la vicenda è già nota da […]
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La domanda corretta sarebbe: “Chi ha paura delle immagini delle vittime delle torture degli aguzzini di Bashar Al Assad trafugate dalla Siria e divulgate all’estero da un ex fotografo della polizia militare del regime?”. Troppo lunga per un titolo. Ai lettori del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano la vicenda è già nota da […]
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Il presidente dell’Algeria prova a risvegliarsi

Di Hafsa Kara-Mustapha. Middle East Eye (24/02/2016). Traduzione e sintesi di Cristina Gulfi Tra l’apatia generale che ha caratterizzato il controverso quarto mandato del presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, ecco giungere una decisione che dà un po’ di respiro ad un’amministrazione palesemente moribonda. La decisione in questione, un classico della politica algerina, è stata quella di […]

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I limiti del nuovo orientamento israeliano in Siria

Di Amal Shahada. Al-Hayat (24/02/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. L’attuale campagna diplomatica israeliana rivolta agli stati occidentali per un intervento militare diretto in Siria riflette la nuova leadership politica e militare del paese. Finora Israele si è limitato a singole azioni per fermare i gruppi armati che si avvicinano al confine nel Golan, e […]

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Iran, sentenza definitiva per il regista Keywan Karimi: 223 frustate e un anno di carcere

Articolo di Katia Cerratti E’ arrivata, implacabile e amara, la sentenza definitiva per il regista curdo iraniano Keywan Karimi: un anno di carcere, 223 frustate e il pagamento di una multa di 20 milioni di rial. Un calvario iniziato il 14 dicembre 2013, quando la polizia irrompe nella casa di Keywan, sequestra i suoi hard […]

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“Verità per Giulio Regeni”

“Verità per Giulio Regeni”

logo amnesty 110Amnesty lancia una nuova mobilitazione per fare luce sulla morte del giovane ricercatore al Cairo. La Federazione nazionale della Stampa raccoglie l'invito. il 25 febbraio, a un mese dall’omicidio di Regeni, sit-it davanti all'ambasciata d'Egitto.

Tunisia: il Festival d’arte femminista lancia appello alle donne

(Agenzie). Dopo il successo della prima edizione dello scorso anno, le organizzatrici del Festival Internazionale d’arte femminista Chouftouhonna lanciano un appello alle artiste e alle creatrici di tutto il mondo. Il Festival avrà luogo il 15,16 e 17 Maggio a Tunisi e come l’anno passato vedrà esposte le opere che vanno dalla fotografia, alla musica passando […]

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Il sistema internazionale si disintegra mentre la Siria va in fiamme

Di Baria Alamuddin. Al-Arabiya (23/02/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. Viviamo un momento decisivo per il sistema internazionale entro i cui contorni familiari siamo cresciuti. Gli Stati europei si affrettano a sigillare i loro confini, i candidati alle presidenziali americane fanno a gara per dimostrare chi è più xenofobo, mentre i confini del Medio […]

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Di armi e uomini: l’Arabia Saudita blocca gli aiuti al Libano

Di Makram Rabah. Middle East Eye (22/02/2016). Traduzione e sintesi di Viviana Schiavo. La relazione tra il Libano e il regno dell’Arabia Saudita dura da più di nove decadi. I due paesi hanno lavorato negli anni per garantire la crescita socio-economica di entrambi e le relazioni politiche. I libanesi furono tra i primi ad emigrare […]

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L’asso nella manica della Quadrilaterale

L’asso nella manica della Quadrilaterale

L'asso di ora nella briscola
 è un'immagine a due teste. Quelle del nagoziato
afgano sembrano molte di più
Devono avere un asso nella manica i quattro cavalieri della Quadrilaterale, che in rappresentanza di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati uniti han  fatto sapere ieri che il negoziato di pace è vicino, che al tavolo sono invitati ufficialmente i talebani per discutere col governo di Kabul e che c'è anche una data possibile: i primi di marzo. Dove? In Pakistan. Non filtra molto altro per ora: la Quadrilaterale si è incontrata diverse volte tra Kabul e Islamabad e sembrava avesse finora partorito un topolino. Difficile dire quanto sia certa la partecipazione dei talebani (e di quali) ma l'ann8ncio c'è e se è stato fatto è forse qualcosa in più di un manifesto di intenzioni. Per certo c'è che Islamabad ha fatto il possibile per convincere almeno una parte della guerriglia che bisogna negoziare. Ai turbanti armati. che hanno comunque fissato delle precondizioni piuttosto difficili da raggiungere, il momento può forse apparire favorevole: sul terreno hanno una buona posizione di forza e inoltre il movimento attraversa un brutto periodo tanto che forse è meglio serrare i ranghi. Kabul ha fatto la sua parte: ha sostituito il vertice dell'Alto consiglio di pace, cui compete il negoziato, piazzando un vecchio imprenditore  pashtun, religioso, rispettato e considerato a un tempo moderato e nazionalista ancor prima che islamista: Pir Sayed Ahmad Gailani, dove "pir" indica il rango di questo sufi la cui famiglia ha una lunga storia teologica alle spalle. Ha già detto che va coinvolto il clero e questa sembra la direzione su cui Pak e Afg convergono. Era un uomo fedele alla monarchia di Zaher e considerato, all'epoca della lotta contro l'Urss, talmente moderato che il Pakistan gli preferì, tra i gruppi armati pashtun, quello di Gulbuddin Hekmatyar. Ma ora le cose sono cambiate e Gailani può andar bene un po' a tutti.
 Il processo di pace in Afghanistan ha davvero una storia complessa e forse per ora conviene stare alla finestra con occhio cauto. E vedere se davvero l'asso nella manica c'è o è solo un bluff.

L’asso nella manica della Quadrilaterale

L’asso nella manica della Quadrilaterale

L'asso di ora nella briscola
 è un'immagine a due teste. Quelle del nagoziato
afgano sembrano molte di più
Devono avere un asso nella manica i quattro cavalieri della Quadrilaterale, che in rappresentanza di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati uniti han  fatto sapere ieri che il negoziato di pace è vicino, che al tavolo sono invitati ufficialmente i talebani per discutere col governo di Kabul e che c'è anche una data possibile: i primi di marzo. Dove? In Pakistan. Non filtra molto altro per ora: la Quadrilaterale si è incontrata diverse volte tra Kabul e Islamabad e sembrava avesse finora partorito un topolino. Difficile dire quanto sia certa la partecipazione dei talebani (e di quali) ma l'ann8ncio c'è e se è stato fatto è forse qualcosa in più di un manifesto di intenzioni. Per certo c'è che Islamabad ha fatto il possibile per convincere almeno una parte della guerriglia che bisogna negoziare. Ai turbanti armati. che hanno comunque fissato delle precondizioni piuttosto difficili da raggiungere, il momento può forse apparire favorevole: sul terreno hanno una buona posizione di forza e inoltre il movimento attraversa un brutto periodo tanto che forse è meglio serrare i ranghi. Kabul ha fatto la sua parte: ha sostituito il vertice dell'Alto consiglio di pace, cui compete il negoziato, piazzando un vecchio imprenditore  pashtun, religioso, rispettato e considerato a un tempo moderato e nazionalista ancor prima che islamista: Pir Sayed Ahmad Gailani, dove "pir" indica il rango di questo sufi la cui famiglia ha una lunga storia teologica alle spalle. Ha già detto che va coinvolto il clero e questa sembra la direzione su cui Pak e Afg convergono. Era un uomo fedele alla monarchia di Zaher e considerato, all'epoca della lotta contro l'Urss, talmente moderato che il Pakistan gli preferì, tra i gruppi armati pashtun, quello di Gulbuddin Hekmatyar. Ma ora le cose sono cambiate e Gailani può andar bene un po' a tutti.
 Il processo di pace in Afghanistan ha davvero una storia complessa e forse per ora conviene stare alla finestra con occhio cauto. E vedere se davvero l'asso nella manica c'è o è solo un bluff.

Harvard promuove l’alfabetizzazione religiosa (video)

Di Antonia Blumberg. HuffPostReligion (19/02/2016). Traduzione e sintesi di Giusy Regina Le vendite del Corano sono salite alle stelle negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, un po’ per il bisogno di cercare delle risposte, un po’ per il desiderio di analizzare determinati stereotipi. Fatto sta che molte persone si sono rivolte al testo sacro dei musulmani per chiarirsi le idee. Ma l’aumento […]

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Per non dimenticare la Palestina

Di Khairallah Khairallah. Elaph (21/02/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. Chi ricorda dell’importanza raggiunta dalla causa palestinese, un tempo causa dell’intero popolo arabo? Oggi la Palestina ha bisogno di un nuovo progetto nazionale che tenga conto dei mutamenti che hanno avuto luogo negli ultimi dieci anni, specie dopo il fallimento degli accordi di Oslo […]

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Attivisti pro-Palestina tappezzano metro di Londra con manifesti contro Israele

Attivisti pro-Palestina tappezzano metro di Londra con manifesti contro Israele

Più di 100 manifesti che denunciano l’occupazione israeliana dei territori palestinesi sono stati attaccati sui treni della metropolitana londinese da attivisti filo-palestinesi, nella notte tra domenica e lunedì scorsi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto alle autorità britanniche di rimuovere tutti i manifesti, che descrivono Israele come uno stato di “apartheid”. La denuncia attraverso i […]

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Tunisia: Ennahdha o la strategia del camaleonte

Di Frida Dahmani. Jeune Afrique (22/02/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. “Lasciamo il governo, ma non il potere”, ha rilanciato Rached Ghannouchi, presidente di Ennahdha nel gennaio 2014, quando il governo troika, sotto la pressione della strada e l’iniziativa del dialogo nazionale, ha dato le redini del paese a un esecutivo di tecnocrati. […]

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Egitto: arrestato lo scrittore Ahmed Naji

(Agenzie). È stato condannato a due anni di carcere lo scrittore egiziano Ahmed Naji. Secondo il tribunale egiziano il romanziere sarebbe colpevole di offesa alla pubblica morale, per un estratto del suo romanzo “L’uso della Vita” pubblicato su Akhbar al-Adab. Il capo redattore di Akhbar al-Adab, Tarek al-Taher, è stato anche lui condannato ad una multa 10,000 […]

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Lo Yemen e l’adesione al Consiglio di Cooperazione del Golfo

Di Faisal al-Yafai. The National.ae (21/02/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Persi nel caos degli eventi che hanno interessato la regione negli ultimi anni, ci si è dimenticati che lo Yemen, ad oggi, avrebbe dovuto già far parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG). Nel 2007, quando ancora si sperava in un brillante accesso […]

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Lo statico e il dinamico nelle elezioni in Iran

Di Habib Fayyad. As-Safir (20/02/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone. Al riparo dall’artificioso clamore mediatico, è doveroso riconoscere oggettivamente che i processi elettorali, in Iran, non sono mai sfociati in significativi cambiamenti alla scena interna o alla politica estera del Paese. Le elezioni nella Repubblica Islamica mirano, prima di ogni cosa, al consolidamento […]

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La lotta politica della Turchia contro il terrorismo

Di Verda Ozer. Hurriyet Daily News (20/02/2016). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen. Milizie, organizzazioni terroristiche e centinaia di gruppi di opposizione si sono moltiplicati in Siria mescolandosi tra loro. In questa mischia, un numero considerevole ha interessi in un conflitto con la Turchia. Che cosa può fare Ankara di fronte a questa nuova realtà? […]

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La Tunisia nell’Unione Europea: come arrivarci?

Di Farhat Othman. Al Huffington Post Maghreb (18/02/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Nel quadro delle attuali negoziazioni su un rigoroso regime di libero scambio con la Tunisia che l’Unione Europea vuole instaurare al più presto, uno dei punti principalmente discussi sembra essere quello di far balenare davanti agli occhi dei tunisini l’eventuale adesione come paese […]

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Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

mcc43 Questo articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero   […]
Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

mcc43 Questo articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero   […]
Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

mcc43 Questo articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero   […]
Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

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Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

mcc43 Questo articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero   […]

La vera Realpolitik passa dai diritti

  Questo articolo lo avevo pubblicato un mese e mezzo fa. Parla di stabilità e diritti. Oggi, dopo le rivelazioni provenienti dal Cairo sul caso di Giulio Regeni, mi sembra il caso di riproporlo. Soprattutto a chi usa la Realpolitik senza etica. Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà,Read more

La vera Realpolitik passa dai diritti

Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà, milioni in fuga dalle proprie case. Fame, povertà. Massacri deliberati. Dittatori spietati. No, non è la descrizione per titoli del disastro in cui versano ampie aree del Medio Oriente e il Nord Africa. È la descrizione dell’Europa a cavallo della seconda guerraRead more

L’Islam sta diventando semplicemente un punto di vista?

Di Sami Moubayed. As-Safir (18/02/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Negli anni ’90, la maggior parte delle università occidentali offriva master o dottorati in “Studi sul Medio Oriente” o sul “Conflitto arabo-israeliano”. Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, la parola Islam ha fatto il suo ingresso nel mondo accademico divenendo oggetto di studio di numerosi programmi […]

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Libia/Italia: un intervento da evitare

Libia/Italia: un intervento da evitare

Dopo il recentissimo raid americano nel Nord della Libia lo spettro della guerra si avvicina. Ma quali sono gli obiettivi di una missione spacciata per lotta a Daesh e quali i pericoli di un intervento militare? Sono le domande che si è fatto un gruppo di lavoro di ricercatori e analisti che hanno presentato ieri al Centro Balducci di Zugliano (Udine) un dossier al convegno ““Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Tavola della pace.

L'Italia – dice in sintesi il documento - corre un grosso rischio in caso di intervento in Libia: il quadro politico locale resta confuso, la catena di comando è incerta, le incognite e le variabili sono numerose, la possibilità di perdita di vite umane sul terreno e tra la forza militare internazionale è molto elevata, le alleanze infine fanno riferimento a obiettivi e agende differenti. Il dossier analizza il quadro attuale e - al di là di considerazioni etiche o ideologiche – cerca di capire in che contesto si muoverebbe un eventuale intervento militare, agitato da mesi come spettro ed elemento di pressione e da molti ritenuto imminente anche attraverso azioni mirate unilaterali (di cui abbiamo appena avuto un assaggio ndr) in un contesto dove non è ancora chiaro né chi avrebbe in mano le redini della catena di comando né quale sarebbe il ruolo dell'Italia.



Il documento comincia dallo scenario politico generale nel quale si mescola il desiderio di stabilizzare il Paese con la necessità di mettere in sicurezza le aree petrolifere e di controllare il flusso dei migranti cui non è estraneo un movimento criminale di commercianti di vite umane. Uno scenario nel quale il nuovo esecutivo di al Sarraj per ora sulla carta (che potrebbe richiedere un intervento esterno) è molto debole e isolato e non accettato completamente nemmeno dai due governi di Tobruk e Tripoli. Le cose si complicano per la presenza di Daesh, per la fluttuazione delle alleanze interne al Paese e per la possibile capacità di attrazione, in caso di conflitto, del brand jihadista. Il documento infine mette in guardia sul problema del consenso dell'opinione pubblica libica in caso di intervento esterno e sulle dinamiche politico-militari che questo scatenerebbe. Al secondo punto si analizza l'impegno militare in caso di conflitto con una stima di impiego di uomini per l'Italia di circa 6mila uomini. Il documento sottolinea che al momento non sono chiari gli obiettivi, la struttura della catena di comando, l'effettivo coordinamento delle possibili forze in campo e mette in guardia sul possibile sfaldamento di entrambi i fronti (Tripoli e Tobruk) con conseguente polarizzazione su posizioni non conciliabili di fazioni e gruppi sempre meno uniti (oltre alla già citata variabile Desh). Il terzo punto riguarda invece le alleanze internazionali: fluttuanti, con obiettivi diversi e con un diverso rapporto con il Paese. In questo quadro confuso, il documento ricorda che gran parte di questi Paesi fanno anche parte della filiera del commercio delle armi che si rischia così di alimentare.


Il documento è stato accompagnato da una lunga intervista video ad Angelo Del Boca, registrata a Tornino martedi scorso (e pubblicata ieri sul sito de il manifesto) nella quale lo storico dell'Italia coloniale, già contrario al conflitto che ha spodestato Gheddafi, si dice certo di un fallimento se l'Italia partecipasse a un'iniziativa armata. Per Del Boca, così come per il documento, non ci sono le condizioni, politiche e militari, per un intervento dagli obiettivi confusi e che, dice Del Boca, richiederebbe l'impegno di «almeno 300mila soldati». Al convegno hanno partecipato diversi conoscitori del problema guerra: Kizito Sesana, Fabio Mini; Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco, Francesco Cavalli e don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Balducci di Zugliano.
Libia/Italia: un intervento da evitare

Libia/Italia: un intervento da evitare

Dopo il recentissimo raid americano nel Nord della Libia lo spettro della guerra si avvicina. Ma quali sono gli obiettivi di una missione spacciata per lotta a Daesh e quali i pericoli di un intervento militare? Sono le domande che si è fatto un gruppo di lavoro di ricercatori e analisti che hanno presentato ieri al Centro Balducci di Zugliano (Udine) un dossier al convegno ““Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Tavola della pace.

L'Italia – dice in sintesi il documento - corre un grosso rischio in caso di intervento in Libia: il quadro politico locale resta confuso, la catena di comando è incerta, le incognite e le variabili sono numerose, la possibilità di perdita di vite umane sul terreno e tra la forza militare internazionale è molto elevata, le alleanze infine fanno riferimento a obiettivi e agende differenti. Il dossier analizza il quadro attuale e - al di là di considerazioni etiche o ideologiche – cerca di capire in che contesto si muoverebbe un eventuale intervento militare, agitato da mesi come spettro ed elemento di pressione e da molti ritenuto imminente anche attraverso azioni mirate unilaterali (di cui abbiamo appena avuto un assaggio ndr) in un contesto dove non è ancora chiaro né chi avrebbe in mano le redini della catena di comando né quale sarebbe il ruolo dell'Italia.



Il documento comincia dallo scenario politico generale nel quale si mescola il desiderio di stabilizzare il Paese con la necessità di mettere in sicurezza le aree petrolifere e di controllare il flusso dei migranti cui non è estraneo un movimento criminale di commercianti di vite umane. Uno scenario nel quale il nuovo esecutivo di al Sarraj per ora sulla carta (che potrebbe richiedere un intervento esterno) è molto debole e isolato e non accettato completamente nemmeno dai due governi di Tobruk e Tripoli. Le cose si complicano per la presenza di Daesh, per la fluttuazione delle alleanze interne al Paese e per la possibile capacità di attrazione, in caso di conflitto, del brand jihadista. Il documento infine mette in guardia sul problema del consenso dell'opinione pubblica libica in caso di intervento esterno e sulle dinamiche politico-militari che questo scatenerebbe. Al secondo punto si analizza l'impegno militare in caso di conflitto con una stima di impiego di uomini per l'Italia di circa 6mila uomini. Il documento sottolinea che al momento non sono chiari gli obiettivi, la struttura della catena di comando, l'effettivo coordinamento delle possibili forze in campo e mette in guardia sul possibile sfaldamento di entrambi i fronti (Tripoli e Tobruk) con conseguente polarizzazione su posizioni non conciliabili di fazioni e gruppi sempre meno uniti (oltre alla già citata variabile Desh). Il terzo punto riguarda invece le alleanze internazionali: fluttuanti, con obiettivi diversi e con un diverso rapporto con il Paese. In questo quadro confuso, il documento ricorda che gran parte di questi Paesi fanno anche parte della filiera del commercio delle armi che si rischia così di alimentare.


Il documento è stato accompagnato da una lunga intervista video ad Angelo Del Boca, registrata a Tornino martedi scorso (e pubblicata ieri sul sito de il manifesto) nella quale lo storico dell'Italia coloniale, già contrario al conflitto che ha spodestato Gheddafi, si dice certo di un fallimento se l'Italia partecipasse a un'iniziativa armata. Per Del Boca, così come per il documento, non ci sono le condizioni, politiche e militari, per un intervento dagli obiettivi confusi e che, dice Del Boca, richiederebbe l'impegno di «almeno 300mila soldati». Al convegno hanno partecipato diversi conoscitori del problema guerra: Kizito Sesana, Fabio Mini; Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco, Francesco Cavalli e don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Balducci di Zugliano.
Marocco: in giro con la moto-taxi di Bachir Habibi

Marocco: in giro con la moto-taxi di Bachir Habibi

(Agenzie). Nome in codice: MT2PS. Sta per “moto-taxi 2 posti separati”, il nuovo mezzo di trasporto degli abitanti di Tetouan, città a nord del Marocco. L’idea è di Bachir Habibi, 54enne nativo di Tetouan. Intervistato dalla Map, l’inventore spiega: “Il progetto, unico nel suo genere a livello regionale e nazionale, è nato per soddisfare le esigenze dei cittadini, diminuire il consumo di […]

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La stampa araba rende omaggio a Umberto Eco

Il mondo arabo rende omaggio al filosofo, romanziere e intellettuale italiano Umberto Eco, morto all’eta di 84 anni nella sua casa di Milano. I giornali e le televisioni arabe ricordano l’autore italiano e i suoi lavori: dal romanzo “Il nome della rosa” alla sua ultima opera “Numero Zero”. Umberto Eco era conosciuto nel mondo arabo, così […]

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La Dichiarazione di Marrakech sui diritti delle minoranze religiose in terra d’Islam

Di Najib George Awad al-Araby (17/02/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk Dal 25 al 27 gennaio 2016, circa trecento leader mondiali di diverse dottrine del mondo islamico e di altre fedi che rappresentano le varie minoranze religiose insediate nei vari paesi musulmani, si sono dati appuntamento a Marrakech per discutere sul tema delle minoranze […]

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È morto Mohammed Hassanein Heikal, parte della storia e della coscienza di una nazione

Al-Quds al-Arabi (17/02/2016). Traduzione e sintesi di Claudia Negrini. È difficile piangere qualcuno della grandezza di Mohammed Hassanein Heikal. Non solo perché non c’è bisogno di piangere, ma anche perché la sua importanza nazionale, professionale e personale, seppur a volte controversa, e i suoi otto decenni di attività nel suo campo, fanno si che fosse una […]

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Tutti in piedi per Hotze Convalis

Tutti in piedi per Hotze Convalis

Dalla Lituania,dove sto tutt'ora affrontando il mio programma di studio erasmus,seguo con molto interesse e apprensione la vicenda del mio caro amico Hotze Convalis,il musicista friso-palermitano preso di mira dal Comune di Palermo e dalla Palermo bene salottiera e nemica del buon senso (e sopratutto del buon gusto). Molti di voi avevano condiviso i miei video in cui riprendevo le autorità pubbliche (e non Hotze ) in flagranza di reato. Altri mi avevano chiesto l'amicizia ringraziandomi per aver ripreso la verità dei fatti. Ringrazio tutti quanti per la solidarietà e la visibilità data a queste prove che scagionano Hotze dalle infamanti accuse mosse contro di lui dal Comune della nostra città. Ma adesso bisogna passare ai fatti. Come ben sapete,Hotze sta affrontando costosissime spese legali,che per ovvie ragioni,non può assolutamente sostenere. Pertanto chiedo a tutti,e sopratutto a coloro che avevano espresso stima e solidarietà al musicista di aiutarmi ad organizzare una sorta di crowdfunding (una raccolta fondi online) per aiutarlo ad affrontare le spese legali. Inoltre stavo pensando ad una sorta di petizione firmata da tutti noi da inviare al Sindaco. Io purtroppo sono troppo lontano per poter sostenere fisicamente Hotze in questa battaglia,ed è per questo che chiedo la collaborazione di tutti voi. Raccolta fondi e petizione,non chiedo altro.Sono gli unici strumenti che abbiamo per vincere questa battaglia.
Per eventuali proposte o discussioni metto online i miei contatti :
Skype : rabih.bouallegue1
email : [email protected]
Massima diffusione
Grazie
Tutti in piedi per Hotze Convalis

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Dalla Lituania,dove sto tutt'ora affrontando il mio programma di studio erasmus,seguo con molto interesse e apprensione la vicenda del mio caro amico Hotze Convalis,il musicista friso-palermitano preso di mira dal Comune di Palermo e dalla Palermo bene salottiera e nemica del buon senso (e sopratutto del buon gusto). Molti di voi avevano condiviso i miei video in cui riprendevo le autorità pubbliche (e non Hotze ) in flagranza di reato. Altri mi avevano chiesto l'amicizia ringraziandomi per aver ripreso la verità dei fatti. Ringrazio tutti quanti per la solidarietà e la visibilità data a queste prove che scagionano Hotze dalle infamanti accuse mosse contro di lui dal Comune della nostra città. Ma adesso bisogna passare ai fatti. Come ben sapete,Hotze sta affrontando costosissime spese legali,che per ovvie ragioni,non può assolutamente sostenere. Pertanto chiedo a tutti,e sopratutto a coloro che avevano espresso stima e solidarietà al musicista di aiutarmi ad organizzare una sorta di crowdfunding (una raccolta fondi online) per aiutarlo ad affrontare le spese legali. Inoltre stavo pensando ad una sorta di petizione firmata da tutti noi da inviare al Sindaco. Io purtroppo sono troppo lontano per poter sostenere fisicamente Hotze in questa battaglia,ed è per questo che chiedo la collaborazione di tutti voi. Raccolta fondi e petizione,non chiedo altro.Sono gli unici strumenti che abbiamo per vincere questa battaglia.
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Tunisia: Facebook censura immagine contro violenza sulle donne

(Tunisia Live). L’immagine del fotografo Karim Kamoun mostra il corpo di una donna nuda, con chiari segni di abuso fisico. La foto è stata rimossa da Facebook a seguito di denunce da parte degli utenti. L’immagine, destinata a mettere in evidenza le conseguenze della violenza domestica è stata intitolata ironicamente dal suo soggetto “Le seul […]

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Cucina iraniana: koresh bademjan, stufato di melanzane e pomodori

Quest’oggi andiamo in Iran alla scoperta di una ricetta per preparare uno dei piatti preferiti della cucina persiana: koresh bademjan, stufato di melanzane e pomodori! Ingredienti: ½kg di carne di manzo o agnello 2 melanzane grandi 2 pomodori medi 1 cipolla grande 2 spicchi d’aglio 120g di piselli gialli spezzati 400ml di passata di pomodoro […]

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The new Threat from islamic militancy. Intervista a Jason Burke

The new Threat from islamic militancy. Intervista a Jason Burke

Intervista di Katia Cerratti “Se hai sentito un brivido alla vista di poliziotti armati e dell’esercito nelle nostre stazioni ferroviarie e nei nostri aeroporti, allora sei già una vittima del terrore”. Così, Jason Burke, corrispondente del Guardian, prima per l’Asia e ora per l’Africa, nel suo ultimo libro sulla militanza islamica The new threat, La nuova minaccia, ci mette in guardia […]

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Libia: perché evitare una nuova guerra. Conoscenza, saggezza e buon senso di uno storico

Libia: perché evitare una nuova guerra. Conoscenza, saggezza e buon senso di uno storico

Questa video intervista è stata registrata alla vigilia del seminario nazionale “Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” — che si tiene da stamattina al Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) — in cui verrà presentato un documento di analisi sui rischi di un conflitto in Libia frutto della riflessione di un gruppo di lavoro.

Nel video, realizzato col contributo di Alex Rocca per la Tavola della pace, lo storico Angelo Del Boca mette in guardia sul rischio di una “guerra a terra” per cui “non basterebbero 300mila soldati”.



La guerra area per altro – dice Del Boca – si racconta da sola ogni giorno per le vittime innocenti che comporta. Lo storico si augura che prevalga la cautela rispetto a quella che, nel caso di intervento unilaterale, si configurerebbe “come un’aggressione”. Quanto all’Italia, Roma dovrebbe astenersi dal conflitto e semmai sostenere la costruzione di un esercito e polizia nazionali: se ci dev’essere una guerra in Libia, “quella va fatta dai libici non da noi”. Senza contare il fatto che comporterebbe un “costo enorme di vite umane”.

Quanto al quadro politico, è difficile – sostiene lo storico che ha all’attivo 58 libri — che “anche in caso di un accordo tra Tobruk e Tripoli sul piano disegnato dall’Occidente” le cose restino in equilibrio. Nessuno infatti, come aveva fatto Gheddafi (“errore gravissimo abbatterlo”), riesce ora a “tenere unito un Paese con 140 tribù” che il regime tenne assieme per 42 anni. Del Boca ritiene infine che vada recuperato il ruolo del figlio di Gheddafi.

Al seminario di oggi intervengono  tra gli altri:
il missionario comboniano padre Kizito Sesana, il generale Fabio Mini; i giornalisti Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco (Atlante dei conflitti), Francesco Cavalli, don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Ernesto Balducci di Zugliano; Flavio Lotti, Coordinatore Tavola della pace, Aluisi Tosolini, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; Loredana Panariti, Assessore all’Istruzione della Regione Friuli Venezia Giulia; Pietro Biasiol, Direttore Ufficio Scolastico Regionale FVG, Federico Pirone, Presidente del Coordinamento FVG Enti Locali per la pace e i diritti umani.

Verità e giustizia, per Giulio Regeni

la macchina del fango è partita, subdola. Come se, nel 2016, fosse semplice come lo era prima un lavaggio mediatico delle menti. Tracce, veline, voci, pareri di esperti più o meno esperti, notizie sui giornali filogovernativi egiziani, smentite (che vengono dalla procura di Giza, un dettaglio che farebbe intravedere una magistratura divisa, come lo eraRead more

Verità e giustizia, per Giulio Regeni

la macchina del fango è partita, subdola. Come se, nel 2016, fosse semplice come lo era prima un lavaggio mediatico delle menti. Tracce, veline, voci, pareri di esperti più o meno esperti, notizie sui giornali filogovernativi egiziani, smentite (che vengono dalla procura di Giza, un dettaglio che farebbe intravedere una magistratura divisa, come lo eraRead more
Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

di Claudio Bertolotti


UE - Ormai inevitabile per gli Stati europei ripensare alla loro sicurezza
 
 
 Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.
- See more at: http://www.lindro.it/difesa-europea-esercito-comune-si-puo-si-deve-fare/#sthash.xVjs5jl5.dpuf
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Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

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di Claudio Bertolotti


UE - Ormai inevitabile per gli Stati europei ripensare alla loro sicurezza
 
 
 Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.
- See more at: http://www.lindro.it/difesa-europea-esercito-comune-si-puo-si-deve-fare/#sthash.xVjs5jl5.dpuf
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Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

di Claudio Bertolotti


UE - Ormai inevitabile per gli Stati europei ripensare alla loro sicurezza
 
 
 Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.
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 Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.
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di Claudio Bertolotti


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In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

di Giovanni Drogo 


Quali minacce per ambiente, popolazione civile e militari impegnati sul campo?
Quali i rischi per la salute della popolazione civile e dei militari che andranno a operare in Libia? E quale il prezzo accettabile, in termini di vite umane, messo in conto dal governo italiano?
In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

di Giovanni Drogo 


Quali minacce per ambiente, popolazione civile e militari impegnati sul campo?
Quali i rischi per la salute della popolazione civile e dei militari che andranno a operare in Libia? E quale il prezzo accettabile, in termini di vite umane, messo in conto dal governo italiano?
In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

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di Giovanni Drogo 


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In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

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Quali minacce per ambiente, popolazione civile e militari impegnati sul campo?
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Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 
Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 
Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

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di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 
Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
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di Claudio Bertolotti
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Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 
Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

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di Claudio Bertolotti
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

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di Claudio Bertolotti
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di Claudio Bertolotti
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

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di Claudio Bertolotti
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

di Claudio Bertolotti
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La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
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di Claudio Bertolotti
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Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da L'Indro, 30 dicembre 2015 

Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

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di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da L'Indro, 30 dicembre 2015 

Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

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di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da L'Indro, 30 dicembre 2015 

Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

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di Claudio Bertolotti
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Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

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di Claudio Bertolotti
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
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di Claudio Bertolotti
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Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

"Iniziativa di Difesa 5+5"
La sicurezza del Mediterraneo anche con lo strumento militare

Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

"Iniziativa di Difesa 5+5"
La sicurezza del Mediterraneo anche con lo strumento militare

Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
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Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

Come contrastare la violenza?
Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015... (vai all'articolo su L'INDRO)
L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015
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ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

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di Claudio Bertolotti
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Come contrastare la violenza?
Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015... (vai all'articolo su L'INDRO)
L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015... (vai all'articolo su L'INDRO)
L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015
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ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

Come contrastare la violenza?
Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

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di Claudio Bertolotti
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Come contrastare la violenza?
Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

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di Claudio Bertolotti
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
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Incontro di Doha: messa alla prova delle intenzioni russe?

Di Randa Taqy al-Din. Al-Hayat (17/02/2016). Traduzione e sintesi di Carlotta Castoldi. L’accordo di Doha tra Arabia Saudita, Venezuela, Russia e Qatar per congelare la produzione petrolifera, probabilmente non ha (ancora) avuto un impatto significativo per quel che riguarda la ricca offerta di petrolio presente sui mercati, ma potrebbe rappresentare un passo importante del più grande […]

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Arabia Saudita: il cancro al seno non è più un tabù

Baraka Bits  (20-01-2016). Un testo emozionante , poesia araba, melodie multiculturali, una cantante e una campagna di sensibilizzazione sul cancro al seno – cose che di solito associamo con l’Arabia Saudita? Forse no, ma questo è ciò che TamTam presenta al mondo. Il 12 dicembre, 2015, l’Università di Riyadh Principessa Noura, è stata la sede […]

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Marocco: morto l’artista berbero Moha Oulhoucine Achiban

Un giorno triste per gli appassionati della cultura Amazigh e soprattutto della stella indiscussa della danza hidous, una danza tradizionale praticata dalle tribù berbere del medio e Alto Atlante. Moha Oulhoucine Achiban è morto oggi  Venerdì 19 febbraio, all’età di 113 anni a seguito di una lunga malattia, dopo una carriera di più di mezzo secolo. Nato […]

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Consiglio di lettura: “Profumo di caffè e cardamomo” di Badriya al-Bishr

Consiglio di lettura: “Profumo di caffè e cardamomo” di Badriya al-Bishr

Finalmente riesco a proporvi a lettura di un romanzo proveniente dall’Arabia Saudita e per di più scritto da una donna. Il breve testo di cui vi voglio parlare è “Profumo di caffè e cardamomo” di Badriya al-Bishr, edito da Atmosphere Libri, primo della collana Biblioteca araba. Narra la difficile vita di Hind, facendo immergere il […]

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La cultura della differenza e la differenza delle culture

Di Sultan al-Hijar. Elaph (18/02/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. L’assenza di dialogo tra le diverse parti della società causa alienazione e rifiuto dell’altro. Dialogare significa scambiare opinioni, ascoltare e comprendere l’altro, rispettandone il punto di vista diverso dal proprio e beneficiando delle idee che possono derivare dal confronto. Tutto questo potrebbe favorire una cultura della […]

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Iraq: le riforme del primo ministro Abadi

Mustafa Zein. Al-Hayat (13/02/2016). Traduzione e sintesi di Sofia Carola Sammartano. Il primo ministro iracheno Haidar al-Abadi si è detto disponibile a un rimpasto di governo che comprenda tutti i blocchi politici e alla formazione di un gabinetto di tecnocrati, sulla base delle richieste dell’autorità sciita a Najaf. Tuttavia, sono già state molte le reazioni di dissenso a questo cambiamento […]

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Libano: cos’è successo dall’omicidio di Rafiq Hariri?

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (17/02/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Undici anni fa, l’assassinio dell’ex primo ministro libanese, Rafiq Hariri, derubò il paese di uno dei suoi più importanti leader, mandando a monte tutti i suoi piani per lo sviluppo nazionale. Il presidente siriano Bashar al-Assad e i suoi alleati lo uccisero perché non […]

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