Crea sito

Archives for novembre, 2017

You are here: » »

Dissenso e repressione in Bahrein

Manama sempre meno propensa al dialogo con le opposizioni Al-Manama (Russia Today in arabo). Shaykh Ali Salman, il leader dell’associazione al-Wifaq, il principale partito di opposizione sciita messo al bando in Bahrein, si è rifiutato di comparire in ...

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l'assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E' solo l'ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è conc...
La parola rohingya

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perlomeno non ...
La parola rohingya

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perl...

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l'assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E' solo l'ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è concluso con l'arresa dello Stato, dell'esercito e di tutte le istituzioni (con l'esclusione della magistratura) del Pakistan. Un fatto senza precedenti e di estrema gravità, quanto il fatto che la sua eco sia stata (non parliamone in Italia) del tutto secondaria. Gli islamisti, qualche centinaio, chiedevano la testa di un ministro è molte altre richieste e hanno ottenuto tutto anche se si trattava di tre minuscole organizzazioni radicali e violente. Quando, dopo uno stallo di tre settimane, la polizia è intervenuta, alcune migliaia di dimostranti sono scesi in strada in appoggio al blocco stradale e hanno iniziato una fitta sassaiola. Anziché rispondere, la polizia è arretrata. Alla fine, dal governo all'esercito, tutti hanno ceduto alle richieste di un gruppetto di radicali. Una delle pagine più buie della storia del Paese.

Giulio Regeni, 250 accademici firmano una lettera di supporto alla sua tutor: “L’articolo di Repubblica è fuorviante”

“Giulio voleva fare ricerca sui sindacati indipendenti da anni, cioè da prima del colpo di Stato del 2013, e questo argomento non era assolutamente pericoloso”. Gilbert Achcar è professore alla Soas, la School of Oriental and African Studies, di Londra e ha conosciuto Giulio Regeni diversi anni fa, quando il giovane italiano si recò nel […]

L'articolo Giulio Regeni, 250 accademici firmano una lettera di supporto alla sua tutor: “L’articolo di Repubblica è fuorviante” proviene da Il Fatto Quotidiano.

W.A.R. sbarca ad Algeri

W.A.R. sbarca ad Algeri

War Alger 110C’è la storia di un giovane egiziano che scopre “El Houma, caposaldo della controcultura algerina”, reportage su uno spazio di condivisione e produzione collaborativa dei rapper di Algeri. E decide di partire, con un clic, verso Roma, Tunisi, Beirut, Casablanca… per ammirare i lavori degli street artist, assistere a una performance o visitare uno di questi spazi creativi dove gli artisti connotano di un nuovo segno la cultura urbana.

Il viaggio difficile di Francesco Bergoglio

Il viaggio difficile di Francesco Bergoglio

Non è un viaggio facile per papa Francesco Bergoglio quello che inizia lunedi in Myanmar per proseguire poi in Bangladesh. Il papa, che incontrerà il presidente birmano Htin Kyaw e la sua premier “de facto” Aung San Suu Kyi, prevede anche un incontro...

Egitto, nel mirino finiscono i sufi. Dietro l’attentato il fallimento della politica di Al-Sisi nel Sinai

L’attentato contro la moschea di Bir al-Adb, oltre ad essere il più grave degli ultimi anni contro la popolazione civile in Egitto, segna un nuovo colpo contro la politica securitaria del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Nonostante ad ora non ci sia alcuna rivendicazione, gli analisti puntano il dito sullo Stato Islamico, il cui nucleo più […]

L'articolo Egitto, nel mirino finiscono i sufi. Dietro l’attentato il fallimento della politica di Al-Sisi nel Sinai proviene da Il Fatto Quotidiano.

Accordo sui rohingya

Accordo sui rohingya

La firma del protocollo in una foto del DailyStar di DaccaBangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaioC’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per...
Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Si chiama “In gabbia senza un tetto” l’ultimo rapporto di Amnesty International sui Rohingya, la minoranza musulmana cacciata dal Myanmar nell’esodo forzato più recente della Storia da un Paese non in conflitto. E aggiunge una nuova parola a un vocabolario dove si è letto di stupri, eccidi, violenze, incendi, disastri umanitari, genocidio e pulizia etnica: apartheid. Questa volta Amnesty, che lavorava al caso da due anni, documenta infatti la condizione interna dei rohingya in Myanmar, dove fino a qualche mese fa viveva poco più di un milione di questa minoranza ora ridotta drasticamente a meno della metà (oltre centomila vivono in campi profughi nel Paese mentre 600mila sono stati espulsi). Chi vive in Myanmar era ed è intrappolato «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all'apartheid». Il rapporto (in italiano sul sitowww.amnesty.it) disegna il contesto della recente ondata di violenze, quando le forze di sicurezza hanno incendiato interi villaggi e hanno costretto centinaia di migliaia di rohingya a fuggire verso il Bangladesh. Molti, non si sa quanti, sono stati uccisi o sono morti cercando di attraversare la frontiera.

Fa un salto in avanti la condanna che per ora ha visto soprattutto la società civile impegnata in un’operazione di denuncia (Amnesty, Human Rights Watch, il Tribunale permanente dei popoli e diverse Ong come Msf ad esempio) con le Nazioni Unite (molte le prese di posizione e le denunce) ma, per il momento, non si sono viste forti pressioni internazionali anche se, nel suo recente viaggio in Myanmar, l’Alto commissario Federica Mogherini non è stata tenera con Aung San Suu Kyi. Nondimeno per ora, l'Unione europea si è limitata a confermare il divieto alla vendita di armi e ha riattivato il meccanismo (soppresso quando i militari hanno ceduto il potere) che vieta agli alti gradi dell’esercito birmano di venire nel Vecchio Continente. Poco o nulla ha invece fatto il Consiglio di sicurezza, come se la questione riguardasse semplicemente i rapporti tra Myanmar e Bangladesh.

La foto è tratta dal sito di Amnesty Italia


I
l rapporto di Amnesty dice chiaramente che il Myanmar ha confinato i rohingya in un’esistenza ghettizzata dove è difficilissimo avere accesso a istruzione e cure mediche in un quadro di esodo forzato dalle proprie case. Questa situazione – secondo Ai - corrisponde da ogni punto di vista alla definizione giuridica di apartheid, «un crimine contro l’umanità». «Questo sistema appare destinato a rendere la vita dei rohingya umiliante e priva di speranza – dice in una nota Anna Neistat, direttrice di Amnesty per le ricerche – e la brutale campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze di sicurezza del Myanmar negli ultimi tre mesi è l’ennesima, estrema dimostrazione di questo atteggiamento agghiacciante. Le cause di fondo della crisi in corso devono essere affrontate per rendere possibile il ritorno dei rohingya a una situazione in cui i loro diritti e la loro dignità siano rispettati». Difficile, anche perché, dice il rapporto, i rohingya vivono esclusi da qualsiasi contatto col mondo esterno.

Sebbene i rohingya subiscano da decenni una sistematica discriminazione promossa dal governo, la ricerca rivela come la repressione sia aumentata drammaticamente dal 2012, quando la violenza tra la comunità musulmana e quella buddista ha sconvolto lo stato di Rakhine. Queste limitazioni sono contenute in una serie di leggi nazionali, “ordinanze locali” e politiche attuate da funzionari statali che mostrano un’evidente attitudine razzista. Un regolamento in vigore nello stato di Rakhine dice chiaramente che gli “stranieri” e le “razze bengalesi” (un’espressione dispregiativa usata per indicare i rohingya) hanno bisogno di un permesso speciale per spostarsi da un luogo a un altro.
Durante la violenza del 2012, decine di migliaia di rohingya vennero espulsi dalle zone urbane dello stato di Rakhine, in particolare dalla capitale Sittwe. Attualmente 4000 di loro restano - dice ancora Ai - in città, in una sorta di ghetto isolato, circondato dal filo spinato e sorvegliato da posti di blocco, e rischiano costantemente di essere arrestati o aggrediti dalle comunità che li circondano.
“Fuori da Gaza”, fuori da tutto, fuori da qui

“Fuori da Gaza”, fuori da tutto, fuori da qui

C’è che di libri ambientati a Gaza e che parlano di Gaza in italiano ne sono usciti pochissimi. Forse due, negli ultimi cinque anni, ma vado a memoria e potrei sbagliarmi. C’è che il secondo, dei due, è un libro rabbiosissimo e tenero che è stato eletto Guardian Book of The Year nel 2012. L’autrice […]
The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

Roberta Mazzanti*
Pubblico qui il contributo di Roberta Mazzanti, una cara e vecchia amica, al Convegno "Abitare, corpi, spazi, scritture" che si è tenuto a Roma a metà Novembre organizzato dalla Società italiana delle letterate. In cui si  parla anche di Viaggio all'Eden






THE ROOF IS GONE: esplosioni nello spazio-tempo familiare
ed evasioni psichedeliche
 in alcune narrazioni  sugli anni Sessanta e Settanta del Novecento

"Look up!, The roof is gone / And the long hand moves / Right on by the hour": questi versi sono parte di un testo composto e cantato da Grace Slick – straordinaria cantautrice della scena rock a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, solista e vocalist in gruppi famosi come i Jefferson Airplane – che ben rappresentava anche per gli amanti del rock in Italia la trascinante onda musicale psichedelica californiana. Il tetto che vola in aria per un'esplosione di passionalità che la voce e il corpo di Grace Slick esprimono con la massima potenza, lo spazio che si spalanca davanti a una donna in amore, svincolata perfino dalla forza di gravità, sono una perfetta metafora della libertà che la controcultura della West Coast di fine anni Sessanta tentava di offrire nella sua proposta di rivoluzione sociale, erotica e artistica.
Grace Slick 

Anche a noi, seguaci italiani di quelle rivolte libertarie, parevano allora antitetiche due scelte esistenziali: abitare la casa/famiglia nucleare o abitare la strada/comunità, vivendole in forme mobili e destrutturate, pauperistiche rispetto alla società dei consumi di massa che andava solidificandosi e ingabbiando chi ne faceva parte. Ho cercato di ritrovare questa antitesi in alcuni testi letterari e musicali centrati sul tema del "viaggio" che allontana dal nucleo originario – famiglia, luogo di nascita, cultura di provenienza – i giovani nati negli anni Cinquanta. Viaggi reali e mentali, esperienze psichedeliche, letture alternative a quelle canoniche, esperienze mistiche e politiche che portano far away from home, fatte dagli "occidentali" verso mete esotiche, prevalentemente verso Oriente e, in parte minore, verso le terre del Centro e Sud America.

Ho accolto così la proposta del convegno SIL 2017: intrecciando letture e ascolti musicali con riflessioni su personali esperienze legate al "sentirmi a casa" o "allontanarmi da casa", abitare in una collettività o sentirmene distante.
Evasione da spazi di borghese confortevolezza che si rivelavano angusti, soffocanti; sperimentazioni del corpo proiettato in luoghi metaforici o reali dove il tempo si snodava con ritmi differenti da quelli "di casa nostra", o addirittura sembrava essersi fermato...
Ciò significa anche riesaminare la relazione fra individuale e collettivo, nonché scavare nelle "contro-culture" di quegli anni ciò che segnava allora (e tuttora?) le differenze di genere rispetto alle possibilità e alle libertà di abitare, viaggiare, sconfinare e tornare a casa.
La mia lettura oscilla fra distacco e riconoscimento, fra varie rappresentazioni di presenti e passati, con uno sguardo critico sul passato che ho ritrovato in tre opere di scrittura ben diverse: il reportage della scrittrice statunitense Joan Didion "Slouching Towards Bethlehem" (pubblicato in origine nel 1967, poi tradotto da Delfina Vezzoli come Verso Betlemme e pubblicato dal Saggiatore nel 2008), il romanzo dell'inglese Antonia S. Byatt A Whistling Woman (pubblicato nel 2002, poi tradotto per Einaudi nel 2005 da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti con il titoloUna donna che fischia), e il recente scritto autobiografico Viaggio all'Eden di Emanuele Giordana, giornalista e inviato speciale per il Manifesto, Internazionale, Radio3 Mondo, mio compagno di liceo, tuttora amico in un duraturo, ampio gruppo affettivo e di sostegno reciproco.

"Slouching Towards Bethlehem" è lo scritto più drammatico che io abbia letto sulla Summer of Love californiana del 1967. e sulla fuga da casa dei tanti ragazzini americani che fioccavano a San Francisco e sulla West Coast in cerca di pace, amore, musica e sballo. Il punto di vista di Didion, allora trentaduenne, è al tempo stesso acuto e sconcertato, partecipe ma carico del distacco che una colta intellettuale formatasi negli anni Cinquanta avverte rispetto a stili di vita che giudica disperanti, o nei casi migliori troppo ingenuamente protestatari.
Il titolo, letteralmente "arrancando verso Betlemme", è ripreso dalla poesia di W.B. Yeats "Il Secondo Avvento", dove si trovano questi versi: "Le cose cadono a pezzi, il centro non regge più; / sul mondo dilaga mera anarchia / l'onda fosca di sangue dilaga e in ogni luogo / sommerge il rito dell'innocenza; / i migliori difettano d'ogni convinzione i peggiori / sono colmi d'appassionata intensità" e dove ad "arranca(re) verso Betlemme per venire alla luce" è "una rozza bestia ".1
La scrittrice dichiarava nella prefazione che impegnarsi in un resoconto della primavera-estate 1967 trascorsa nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco le era sembrato "imperativo" ma l'aveva in seguito demoralizzata la consapevolezza che "le cose cadono a pezzi": si era convinta che se avesse voluto continuare a scrivere, avrebbe dovuto venire a patti con "il disordine".2
Una dieta non proprio salutare a base di gin e Dexedrina l'aveva sostenuta nel drammatico processo di scrittura del reportage, la cui prima riga riprende quasi letteralmente uno dei versi di Yeats: "Il centro non reggeva più": nell'American Dream si manifestavano crepe via via più vistose ­– sotto i colpi della contestazione alla guerra in Vietnam, dei conflitti razziali e delle rivolte non più pacifiche dei movimenti neri, delle rivolte studentesche, delle teorizzazioni politiche e azioni di massa stimolate dalla New Left e dal Women's Liberation Movement –, mentre sciamavano a San Francisco migliaia di giovanissimi: "Gli adolescenti vagavano da una città straziata all'altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società".3
Dal suo punto di vista, San Francisco non è il luogo già mitico dell'utopia di Pace, Amore e Musica, ma piuttosto quello "dove l'emorragia sociale si stava spandendo a macchia d'olio". Il sentimento dell'autrice di fronte al perenne stato di alterazione da droghe – LSD, hashish e marijuana, anfetamine, mescalina – dei suoi interlocutori oscilla fra curiosità, sconcerto e distacco, un distacco perso in poche, significative occasioni: quando incontra bambini semi-abbandonati o addirittura coinvolti dagli adulti in sballi psichedelici; quando ascolta le giovani hippie parlare del "trip femminile" in cui la felicità può trovarsi nel fare "cose da donna" che dimostrino amore, e lei pensa alla contestazione della Mistica della Femminilità (il famoso saggio di Betty Friedan era uscito nel 19634); quando assiste a manifestazioni di attivisti "il cui approccio alla rivoluzione era fantasiosamente anarchico" e tuttavia le pare di assistere "al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati di creare una comunità in un vuoto sociale", che ricorrono a un vocabolario di frasi fatte: "un esercito di bambini che aspetta di ricevere le parole".5E negli spazi "alternativi" di Haight-Ashbury descritti dall'autrice, il tempo sembra non scorrere, bloccato in un permanente stupore.
All'estremo opposto, Emanuele Giordana prova a raccontare i "trip" della cultura alternativa dalla prospettiva di chi quei viaggi psichedelici e reali sulle rotte d'Oriente li faceva da protagonista, non da osservatore.
Da Milano a Kathmandu, come recita il sottotitolo del suo Viaggio all'Eden, racconta di un itinerario collettivo creato da gruppi di ragazzi milanesi che nelle estati degli anni Settanta percorrevano a tappe un lungo viaggio di formazione autogestito: Creta, Istanbul, Iran, Kabul con la sua Chicken Street colonizzata dai freak, Pakistan e infine India e Nepal, ultima tappa Kathmandu capitale "di un paese tanto bello quanto povero, misero e ignorante"6dove il mitico viaggio all'Eden prendeva la direzione del ritorno a casa.
Già svezzati da esperienze politiche nei primi anni della contestazione, i figli della borghesia ma anche i proletari che per primi in famiglia approdavano a studi superiori, sperimentatori di droghe e lettori suggestionati dai "sacri testi" della controcultura internazionale, erano spinti dalla voglia di evadere dalle coordinate famiglia-scuola-caserma: "La voglia del viaggio, nella seconda metà degli anni Settanta, era diventata un contagio febbrile, irrefrenabile e trasversale".7
E mossi dal desiderio di azzerare, o quantomeno di sospendere il futuro ingresso nel mondo adulto tradizionale e occidentale: abitare un altro tempo, era questa la molla che spingeva al tempo stesso verso le sperimentazioni allucinogene e verso civiltà che parevano vivere secondo altri criteri temporali.
Grazie a Viaggio all'Eden, ho ripensato ai nostri tentativi di abitare il mondo diversamente da quello che nascita, classe e cultura prevedevano, agli strappi e ai nuovi radicamenti, più o meno falliti o riusciti in varie forme erotiche, politiche, psichedeliche, culturali. Alla scelta che tant* hanno fatto di ripercorrerle in forme narrative, autobiografiche e romanzesche, ri-abitandole nella scrittura e guadagnandole a nuove dimensioni temporali.
La chiave interessante del libro di Giordana sta infatti nel suo duplice percorso temporale ed esistenziale verso Oriente: il primo negli anni Settanta, il secondo quando ne ha ripercorso i tracciati come inviato, giornalista e attivista in zone di conflitto, in particolare in Afghanistan; gli anni in cui ha rivisitato la "favola perfetta" raccontando sulla stampa e alla radio un Paese dilaniato dalle guerre che gli appare come "il manifesto di un fallimento" e gli lascia l'amara sensazione "di non aver gridato abbastanza" contro "la sporca guerra".8
Nonostante l'amara consapevolezza, Giordana considera le peregrinazioni giovanili come patrimonio "di quella frangia più anarchica e libertaria" dell'avanguardia che sconvolse il mondo fra anni Sessanta e Settanta, giovani "curiosi, e in parte anche consapevoli. Facemmo quel viaggio (...) con rispetto", e ne rimase un percorso di sprovincializzazione e di apertura ad altre culture, prezioso per ridimensionare ignoranza e arroganza.9

Se Didion tentava un'immersione quasi antropologica nella controcultura durante il suo coagularsi e smagliarsi in una breve stagione californiana, e Giordana ricorre oggi al fertile espediente di un doppio registro soggettivo ­– ricostruire il farsi di un viaggio passato (e mai dimenticato) a partire da un semplice taccuino di viaggio integrato da ricordi e fotografie, e molti anni dopo farne scaturire altri riverberi grazie a una lente più critica, più pensosa –, Byatt dal canto suo si impegna in un grandioso sforzo di narrare un'epoca attraverso frammenti complessi, dove la filatura di vari tracciati individuali crea la tessitura di una rete collettiva, immersa nel lungo flusso di una tetralogia romanzesca in cui Una donna che fischia è l'ultimo volume delle avventure di Frederica Potter.10
Al centro, le peripezie culturali, sentimentali e professionali della protagonista insieme a un poliedrico gruppo, vero co-protagonista. Controcultura pop e psichedelia, anti-psichiatria, contestazione universitaria e sconcerto della cultura liberal inglese, esperimenti di vita comunitaria, scoperte scientifiche e anti-scientismo, maternità e promiscuità sessuali, nulla manca in questo magma profusamente tenuto insieme e articolato in episodi vivissimi dalla maestria della scrittrice.
Frederica, insegnante di Lettere, è già madre single di Leo, vive con un'amica che ha fatto la stessa scelta, coltiva relazioni eterosessuali appassionate ma non esclusive. La sua instabile identità muta improvvisamente quando nel 1968 si trova a condurre una brillante trasmissione televisiva di interviste culturali, intitolata Attraverso lo specchio. Non per caso la donna, che si immagina nei panni di "un'Alice consapevole, astuta e molto adulta" vive lo schermo televisivo come uno specchio dove ricomporre "l'invincibile energia dell'infanzia" con la sua inesauribile curiosità e voracità per la vita: "Oh no, pensò Frederica che stava per essere rifratta nell'intera nazione in migliaia di Frederiche frammentate e scintillanti, non voglio recitare. Voglio pensare. Chiarezza. Curiosità. Curiosare. Curiosare".11
Il tema della messa in scena di sé innerva tutto il romanzo e trascina i personaggi in una gigantesca recita di nuovi ruoli e tentativi di trasformazione individuale e collettiva, esaltanti ma anche costellati di lutti e disastri. Scelgo qui un solo esempio: in una puntata di Attraverso lo specchio dedicata al tema "Donne libere", la conduttrice e le sue ospiti alternano serie riflessioni e provocazioni, domande su ciò che vogliono le donne e citazioni dal passato; Byatt le descrive in dettaglio anche nell'abbigliamento, e poi sintetizza, lapidaria: "Un'equilibrata mistura di travestimento, maschera e parodia – ma di cosa?".12
Uno degli allusivi travestimenti che Frederica adotta in televisione torna nella scena finale, in cui la donna accetta l'inaspettata maternità e la rivela al suo compagno e al figlio Leo. Con il vento del mare ad arruffarle i capelli e l'abito di Laura Ashley teso sul ventre, Frederica ha "un assurdo aspetto da pastora" ma sta vivendo un attimo di perfetta intesa, un momento essenziale: "Frederica disse a Leo: – Non abbiamo la più pallida idea di quello che faremo –. Scoppiarono a ridere. Il mondo era tutto davanti a loro, o così sembrava. Potevano andare dovunque".13
Un'immagine non convenzionale di famiglia, sia per l'ambientazione selvaggia nella brughiera, sia per i legami tra i protagonisti, sia per l'incertezza assoluta sul futuro, un futuro che nello spirito dei tempi era tutto da inventare.
Così, su una strada aperta, si conclude il romanzo. Ma nella parte iniziale, descrivendo la Frederica che molti anni dopo si sarebbe confrontata con il riaffiorare dei ricordi di quella fase dirompente, traboccante di energia, Byatt scriveva:

Più tardi, molto più tardi, Frederica – che si era sentita vecchia a trent'anni e si sorprendeva di non sentirsi tale a sessanta – ripensò a quel periodo di tumulto giovanile, di rivolta e rifiuto, come qualcosa di molto lontano e concluso, mentre i dolci, incerti, timidamente ottimisti anni Cinquanta non lo erano. Innanzi tutto, storicamente, ci vuole qualche decennio perché i "giovani" si rendano conto che altre generazioni più giovani spuntano come funghi, e che i giovani degli anni Sessanta, i quali non potevano ricordare la Guerra, erano stati rapidamente sostituiti da generazioni che non potevano ricordare il Vietnam, a loro volta seguite da generazioni che non potevano ricordare la Falkland. I visi dipinti, i capelli, le bandane, i campanelli alle caviglie e ai polsi finirono per essere nello stesso tempo tribali e vieux jeu, benché la generazione di Leo conservasse una certa nostalgia per una "libertà" così spesso proclamata e cantata che doveva essere esistita, in illo tempore, in qualche altro luogo. O forse, pensò Frederica riflettendo sull'indeterminatezza dei propri ricordi di quel periodo, era la sorte comune a tutti i ricordi vecchi di trent'anni (...). Gli anni Sessanta [invece] erano come una rete da pesca dalle maglie spaventosamente larghe e lasche, con qualche raro oggetto di plastica sgargiante impigliato qua e là, mentre tutto il resto era rifluito nell'oceano indistinto. 14

Testi citati:
A. S. Byatt, A Whistling Woman (2002); Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006.
Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968, pp. 94-132; Verso Betlemme, trad. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008.
Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017.
W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.


Brani musicali sul viaggio, sulla vita on the road:
- Me and Bobbie McGee di Kris Kristofferson, cantata da Janis Joplin (1971)
- Like a Rolling Stone, parole, musica e canto di Bob Dylan (1965)
- The Roof is Goneparole, musica e canto di Grace Slick, dall'album Manhole(1974)


1 W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.
2 Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968: 11-12; Verso Betlemme, trad. it. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008. Le citazioni qui sono prese dal testo italiano ma non rintracciabili in pagina perché ricavate dalla versione digitale; mi riferisco perciò alle pagine del testo originale.
3 Ivi: 94.
4 Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
5 Joan Didion, op. cit.: 95, 118-19, 127.
6Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017: 76.
7 Ivi: 7-8.
8 Ivi: 29, 44-45.
9 Ivi:112.
10 I romanzi precedenti sono La vergine nel giardino (1978, ediz. it. 2002), Natura morta (1985, ediz. it. 2003), La torre di Babele (1996, ediz. it. 1997), tutti tradotti da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti per Einaudi.
11 A. S. Byatt, Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006: 132-36, passim.
12 Ivi: 145.
13 Ivi: 403.

14 Ivi: 53-54.

*Roberta Mazzanti si è occupata di letteratura e storia delle donne e di storia del movimento operaio americano. Dal 1985 al 2009 ha lavorato per l’editore Giunti, creando la collana Astrea dedicata alla narrativa delle donne di varie epoche e paesi. Fra le sue pubblicazioni, “La gente sottile”, in AAVV, Baby Boomers: vite parallele dagli Anni Cinquanta ai cinquant’anni (Giunti 2003); “Sad new powers: parole d’esilio e d’amore nel romanzo In fuga di Anne Michaels”, in AAVV, Le eccentriche. Scrittrici del Novecento, Tre Lune Edizioni, 2003. Ha fatto parte della redazione di “Linea d’Ombra” e nel 2015 ha pubblicato "Sotto la pelle dell’orsa" (Iacobelli)
Se l’islamista sequestra la capitale

Se l’islamista sequestra la capitale

Lo svincolo della discordia: unisce
Islamabad a Pindi
Lo svincolo di Faizabad è la porta principale tra le due città pachistane di Islamabad, la capitale
amministrativa del Pakistan col suo milione di abitanti, e Rawalpindi, uno snodo commerciale importante del Punjab con oltre tre milioni di residenti. Bloccarlo con un sit-in, come ormai avviene da tre settimane, vuol dire creare un caos che divide le due città gemelle su un’importante arteria che collega la capitale all’aeroporto. A sequestrare lo svincolo è un manipolo di qualche centinaio di radicali che chiedono la testa del ministro Zahid Hamid, considerato dagli zeloti di alcune formazioni islamiste alla stregua di un apostata. Il caso, innescato dalla protesta degli islamisti, è un emendamento apportato alla legge che regola le candidature in vista delle prossime elezioni generali che si terranno in Pakistan l’anno prossimo.

L’emendamento, che riguarda l’atteggiamento del candidato verso il messaggio del Profeta Maometto, ha sostituito con la locuzione “I belief” (credo) la precedente “I solemnly swear” (giuro solennemente). La nuova viene considerata assai meno forte e rispettosa dell’originaria e una porta aperta a credenti troppo tiepidi. Nel formulario per candidarsi, secondo gli ulema radicali, chi si dichiara musulmano (se non lo è viene aggiunto in una lista apposita) lo deve fare in una forma solenne e non con una semplice professione di fede. Cavilli da dottori della legge e, secondo alcuni, un modo per preparare la campagna elettorale. Ma sufficienti a scatenare una bufera.

Zeloti: un momento del raduno che va
avanti da un mese pubblicato da Pakistan Today
 A destra sotto un'immagine del posto
La legge è stata rapidamente emendata dall’emendamento ed è tornata alla formula originaria, un cedimento che laici e progressisti non hanno visto di buon occhio. Ma gli ulema non mollano e continuano a chiedere che il ministro si dimetta altrimenti il blocco continuerà. Quel che è peggio è che, in un Paese dove le manifestazioni politiche o di rivendicazione sindacale vengono messe sotto schiaffo dalla polizia per molto meno, nessuno ha osato sgomberare manifestanti noti per le loro dichiarazioni al vetriolo. All’Alta corte di Islamabad però non l’hanno digerita e hanno chiamato il ministro dell’Interno a rendere conto dello stallo. Così, il ministro Ahsan Iqbal, d’accordo con i magistrati, ha reso nota l'ultima data utile per lo sgombero: giovedi 23 novembre, ma senza che si capisca cosa accadrà se gli islamisti delle tre formazioni (Tehreek-i-Khatm-i-Nabuwwat, Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah, Sunni Tehreek Pakistan) insisteranno.


La bufera sull’emendamento religioso si è accompagnata a un’altra polemica su un altro
emendamento che cancellava l’ipotesi che un uomo condannato all’interdizione dai pubblici uffici potesse capeggiare un partito politico: un modo per riaprire la porta a Nawaz Sharif, l’ex premier costretto a lasciare in luglio su ordine della Corte suprema per via dello scandalo che lo vede implicato in transazioni poco ortodosse (Panama Papers). Ma sulle prime pagine campeggiano gli zeloti e ora ci si chiede cosa potrà accadere il 23 novembre se gli islamisti non molleranno.
Lo scrittore iracheno Ali Bader al festival salentino “La città del Libro”

Lo scrittore iracheno Ali Bader al festival salentino “La città del Libro”

Il prossimo 26 novembre, lo scrittore iracheno Ali Bader sarà ospite della manifestazione culturale salentina “La città del Libro”, il festival letterario internazionale di Campi Salentina, che quest’anno è dedicato alla figura di Abramo. Bader dialogherà con Monica Ruocco, docente di Letteratura araba dell’Università L’Orientale di Napoli che ha appena tradotto il suo romanzo Il […]
Una campagna per avere Abiti Puliti

Una campagna per avere Abiti Puliti

Sostieni la Campagna Abiti Puliti e aiutala a realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo.
Perché?

Perché
In alcune fabbriche che producono per grandi marchi le operaie sono arrivate a dover indossare gli assorbenti per non assentarsi neppure per andare in bagno.
Più di 500 operaie sono svenute in un anno in alcune fabbriche Cambogiane che producono per notissimi marchi della moda e dello sport. Esauste e malnutrite l avoravano con almeno 37 gradi , senza neppure un ventilatore.
Le fabbriche del Bangladesh dove vengono cuciti i tuoi jeans, sono palazzi di molti piani con centinaia di operaie e dove le uscite di sicurezza sono spesso assenti o bloccate.
Un’operaia albanese deve lavorare un’ora intera per poter comprare un litro di latte , mentre a un’operaia inglese bastano 4 minuti di lavoro...

Fai una donazione qui
Il Bangladesh alle porte di casa

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

Più di 1,7 milioni di persone lavorano nell’industria dell’abbigliamento/calzature in Europa centrale, orientale e sud-orientale e spesso la differenza tra i salari reali e il costo della vita è drammatica in una situazione in cui – dice il rapporto L’Europa dello sfruttamento - l’attuazione della legislazione sul lavoro è “fallimentare”, con un impatto negativo sulla vita di chi, più o meno direttamente, cuce i nostri vestiti e le nostre scarpe. Per questi marchi, dice il rapporto, i Paesi dell’Europa Orientale sono paradisi per i bassi salari. E anche se molte firme della moda enfatizzano l’appartenenza al Made in Europe, cioè con condizioni di lavoro eque, molti lavoratori “vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, straordinari forzati, indebitamento”. I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze, dice la Campagna, “sono terribili. I salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e del riscaldamento in Paesi dove ai marchi che investono vengono praticati grossi sconti proprio sulle utenze. Per loro le pagan gli operai.
Petition for Maha Abderrahman (November, 2017)

Petition for Maha Abderrahman (November, 2017)

Cambridge, 10th November 2017 We, the undersigned, categorically reject the malicious and totally unfounded allegations made against Dr Maha Abdelrahman in the Italian newspaper La Repubblica on 2 November 2017. Dr Abdelrahman, an internationally highly-regarded scholar at Cambridge University, was the supervisor of Giulio Regeni, an Italian PhD student, who was conducting research on Egyptian […]
Il Califfo a BookCity

Il Califfo a BookCity

Autori Vari (Lettera22)
A cura di E. Giordana

"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"

- Rosenberg & Sellier 2017

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini



Non è un libro solo sullo Stato Islamico.
Il progetto di al-Baghdadi è infatti anche quello di estendere i
confini di un neo-Califfato all’intera comunità sunnita oltre il
mondo arabo e le conflittuali aree asiatiche appaiono un terreno
ideale. Il caso afgano, la guerra sempre sotto traccia tra India e
Pakistan, il revivalismo islamico presente in Caucaso e in Asia
centrale, come nelle province meridionali della Thailandia o nel
Sud filippino segnato dal contrasto tra governo e comunità
musulmane; nell’arcipelago indonesiano, che è la realtà
musulmana più popolosa del pianeta, come nel dramma dei
rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh. Al di là del
progetto del Califfo, ci si chiede perché e con quali strumenti il
messaggio ha potuto funzionare, qual è il contesto e quale
l’entità del contrasto con al-Qaeda per il primato del jihad.
Un libro che si chiede cosa potrà restare del messaggio di al-
Baghdadi, anche dopo la caduta di Raqqa, in paesi così distanti
dalla cultura mediorientale; cosa ha spinto un giovane di
Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo?

Emanuele Giordana cofondatore di Lettera22, collaboratore de “il manifesto” e voce  di “Radio3mondo”. Con altri redattori di Lettera22, ha scritto La scommessa indonesiana,
Diversi ma uguali, A Oriente del Profeta, Il Dio della guerra, Geopolitica dello tsunami e Tibet. Lotta e compassione sul tetto del mondo. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO, insegna alla
Scuola di giornalismo della Fondazione Basso e all’Ispi. È presidente dell’associazione Afgana.

Lettera22 è un’associazione tra freelance specializzata da 25 anni in politica internazionale. Alcuni dei suoi membri fanno anche parte dell’agenzia China Files.
Viaggio all’Eden a BookCity

Viaggio all’Eden a BookCity




Scritti dalla Città Mondo

Il grande viaggio da Milano a Kathmandu ripercorso da un giornalista a distanza di 40 anni

Con Emanuele Giordana e Guido Corradi. A cura di Centro di Cultura Italia-Asia

Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il “grande viaggio” in India fatto da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un sogno che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu.

DATA:
Venerdì, 17. Novembre 2017 - 15:00
SEDE:
MUDEC - Museo delle Culture Spazio delle Culture - via Tortona 56, Milano
RELATORI:
Emanuele Giordana
Guido Corradi

Illustrazione di Maurizio Sacchi

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Emanuele Giordana
"Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmandu" - Laterza

con Guido Corradi

MUDEC Venerdi ore 15









Autori Vari (Lettera22)
"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"
- Rosenberg & Sellier

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini


Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

DINAMOpress è un progetto editoriale di informazione indipendente nato l'11 novembre 2012 dalla
cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti. "Racconta e approfondisce - spiegano i suoi promotori - le questioni principali che riguardano il presente: politica locale e internazionale, precarietà e sfruttamento, femminismi, emergenze razziste e fasciste, forme di vita giovanili, produzioni culturali cinematografiche e musicali, migrazioni internazionali, problematiche ecologiche, cortei e mobilitazioni, beni comuni..."

Quello che viene presentato in questi giorni è il progetto di finanziamento alla luce del sole di un'iniziativa editoriale che ha lo scopo di allargare l'informazione su ciò che avviene. Può piacervi e anche non piacervi ma credo che vada sostenuta. Date un'occhiata al sito e poi se credete andate alla pagina dov'è spiegato il progetto e dove è possibile fare una donazione. Se posso aggiungere un pensiero, riguarda il fatto che oggi siamo bombardati da informazioni ma molto spesso di bassa qualità. Lasciamo stare le fake news, le bufale evidenti e le coglionate (al mondo c'è posto per tutti) ma quel che è da temere è la disinformazione: ben cucinata, professionalmente perfetta e apparentemente asettica. DinamoPress asettica non è. Professionale si. E' una lampadina (o una dinamo se preferite) accesa nel buio dell'informazione mainstream. Anche 5 euro possono fare la differenza.

Allarme in mare

Allarme in mare

Proprio mentre a Delhi scoppiava l’emergenza per l’inquinamento dell’aria, Greenpeace pubblicava 16 immagini di un disastro del mare cui sta dedicando attenzione da mesi: l’invasione della plastica causata dallo sversamento negli Oceani – sotto diverse forme – di 12,7 milioni di tonnellate ogni anno. Dalla la marea di rifiuti che invade le coste delle filippine agli uccelli nel cui intestino vengono trovati sacchetti e tappi che li hanno soffocati sino a tartarughe deformate da involucri di plastica che ne hanno accerchiato l’addome appena nate, i fotogrammi di Greenpeace documentano l’impatto micidiale dell’attività umana. Ma c’è di peggio e sempre in mare.



In Indonesia, ad esempio, cui Al Jazeera (vedi il video qui sotto) dedicava ieri un reportage dal villaggio di Bahagia (che significa...felice) a Sumatra, uno dei tanti minacciati dal livello dei mare, l'innalzamento degli Oceani è un serio pericolo per un un Paese eminentemente insulare dove 42 milioni di abitazioni costiere corrono rischi enormi e non solo per la violenza di uno tsunami (come avvenne in modo gravissimo proprio a Sumatra nel dicembre del 2004). La storia non è nuova. Già due anni fa, nel dicembre del 2015, lo specialista per le politiche pubbliche del ministero indonesiano per la Marina e la Pesca, Achmad Purnomo, aveva lanciato l’allarme, ripreso dall'Agenzia nazionale di notizie Antara e dalla stampa locale. E quel dato, 42 milioni di abitazioni con l’aggiunta di 2mila isole, non è dunque una congettura di stampa ma la proiezione degli esperti del ministero. Con una data: 2050 per vedere sommerse migliaia di isole e la scomparsa di interi villaggi, molti dei quali sorgono su palafitte, le tradizionali rumah panggung.

Anche in questo caso, seppur in maniera indiretta, c’entra l’uomo. Gli esperti del ministero di Giacarta puntano il dito sui cambiamenti climatici che, non è una novità, stanno sciogliendo i ghiacciaia e facendo salire il livello delle acque. Il primissimo allarme fu lanciato per le Maldive, isole coralline che sfiorano la superficie marina. Ma 42 milioni di villaggi non sono uno scherzo: se nel piccolo arcipelago turistico vive poco meno di mezzo milione di abitanti, l’Indonesia di milioni di residenti ne conta 255, sparsi in gran parte sulle coste che si estendono per 80mila chilometri su circa 17mila isole.
Al ministero sono preoccupati perché il Paese non ha le risorse sufficienti (anche dal punto di vista della formazione dei quadri) per affrontare un’emergenza che, nel giro di meno di 35 anni, vedrà innalzarsi il livello delle acqua di 90 centimetri con effetti devastanti per molti villaggi costieri e per 2mila piccole isole a rischio di essere inghiottite dall’Oceano. Oltre a ciò, dicono al ministero, altri effetti del riscaldamento globale incidono sulle attività economiche di questi stessi villaggi: le sempre più incerte le stagioni della pesca e i cambiamenti negli schemi della migrazione ittica oltre a un crescente numero di pesci che sono stati uccisi dal fenomeno dello spiaggiamento: si arenano sulle spiagge dopo aver smarrito la via.





Gli indonesiani chiamano il loro Paese, il più vasto mondo insulare del pianeta proprietà di un singolo Stato, tanah air kita, la “nostra terra d’acque”. E in effetti di acqua ce n’è parecchia perché ufficialmente l'Indonesia si estende su un milione e 900mila kmq quadrati di suolo in gran parte circondato dal mare. Il fatto è che questo suolo è formato sia da grandi isole, sia da strisce di terra sino ad atolli che misurano solo qualche centinaio di metri quadri. Molte sono abitate e altre non conoscono l’intervento umano. Quante? Secondo una stima del 1969, il più vasto arcipelago del mondo ne conterebbe 17.508 ma è una stima appunto e non tutte le isole hanno uno status giuridico riconosciuto a livello internazionale. Di queste, inoltre, solo 13.466 hanno un nome. Adesso Giacarta si sta dando da fare per fare i conti definitivi sulla base di un criterio accettato in sede internazionale e sancito dalla Un Convention on the Law of the Sea, secondo la quale un’isola è una formazione naturale di territorio circondata dal mare e che non sparisce con l’alta marea. Se non sparirà per effetto dell'innalzamento delle acque.

Tunisia: il Parlamento cederà alla pressioni del sindacato di polizia?

Sadri Khiari Come è ormai consuetudine, ogni nuovo attentato diventa il pretesto per un nuovo giro di vite securitario. Lo stato d’emergenza e la legge anti-terrorismo ne costituiscono sicuramente il quadro generale. L’assassinio, il 1° novembre,  di un graduato della polizia, il comandante Riadh Barrouta per mano di un presunto membro dell’Isis, ha dunque riportato all’ordine del giorno il progetto […]
Eravamo in centomila…

Eravamo in centomila…

Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400  soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti)  farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell'indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all'America first di Trump - che si traduce in profitti per il comparto industrial militare - l'Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.




Identikit del Populismo

Identikit del Populismo

mcc43 -Il popolo è buono e onesto -Il popolo è stato tradito -Il leader carismatico restaurerà la sovranità popolare Fra gli intellettuali della Russia zarista nacque un  movimento per riscattare il mondo contadino oppresso dalla burocrazia imperiale; da “narod”, popolo, assunse il nome di narodničestvo: populismo. La parola ha percorso una lunga strada, ha cambiato soggetti […]
Chi sono i Rohingya?

Chi sono i Rohingya?

Claudio Canal, un collega che collabora anche con il manifesto, ha scritto questo breve e documentato saggio che fa un po' di chiarezza sulle origini di questa minoranza vessata. Si legge in fretta ed è chiaro e preciso. Con mappe che illustrano bene la storia di questa popolazione. Ne consiglio vivamente la lettura:

qui può essere sfogliata come un libretto
qui scorre come un pdf.
Mazen Kerbaj alla Libreria Griot di Roma

Mazen Kerbaj alla Libreria Griot di Roma

Sono lietissimissima di annunciarvi che questo giovedì, a partire dalle 18,30, la Libreria Griot (via di Santa Cecilia 1/A, Roma) ospita l’artista libanese Mazen Kerbaj, che verrà introdotto da Maria Camilla Brunetti, giornalista capo redattrice de Il Reportage, esperta di Libano e cultura libanese. Mazen Kerbaj (Beirut, 1975) è uno dei principali artisti libanesi contemporanei. […]

Giulio Regeni: chi è Maha Abdelrahman, la tutor di Cambridge che seguiva le sue ricerche in Egitto

Una lunga esperienza di ricerca sul campo nell’ambito delle scienze politiche e della sociologia, numerose consulenze con prestigiose organizzazioni internazionali quali Oxfam e Unicef e una posizione da professore associato all’American University del Cairo, poi lasciata per l’Università di Cambridge. Maha Abdelrahman è un’accademica egiziana e vanta una carriera di lungo corso. Tuttavia, per le […]

L'articolo Giulio Regeni: chi è Maha Abdelrahman, la tutor di Cambridge che seguiva le sue ricerche in Egitto proviene da Il Fatto Quotidiano.

Russia non raccontata: Putin e le milizie del Patriarca

Russia non raccontata: Putin e le milizie del Patriarca

mcc43 Putin e l’uso dei media Putin, Kiril I e gli Ortodossi Putin e Cattolicesimo, Islam,  Testimoni di Geova   – Putin e l’uso dei media Sappiamo tutto di Putin e della sua politica estera, poco di quello che accade dentro la Russia. E’ l’effetto di un meccanismo creato per distrarre la nostra attenzione. Quando, […]