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Archives for maggio, 2016

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I pazzi che ci governano

Di Nasri Sayegh. As-Safir (30/05/2016). Traduzione e sintesi di Laura Cassata. Cosa faremo domani? Veniamo da guerre incessanti e andiamo verso guerre inaspettate. La speranza si ferma. L’orizzonte è un vicolo cieco. Cosa abbiamo intenzione di fare domani? Ieri Hitler, Mussolini, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, la cenere e la fine di ogni […]

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Daraya. Dieci cose da sapere

Daraya. Dieci cose da sapere

(The Syria Campaign. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio). Daraya, sobborgo di Damasco, si erge per i diritti degli oppressi da oltre un decennio. Da oltre tre anni si trova sotto […]
Il Palfest che rompe l’assedio culturale

Il Palfest che rompe l’assedio culturale

La settimana scorsa in Cisgiordania si è svolta la nona edizione del PalFest, il Festival palestinese della letteratura. Che non è il Festival della letteratura palestinese (d’altra parte la posizione degli aggettivi a qualcosa servirà, no?), ma un Festival letterario a vocazione locale e internazionale che si svolge nelle città della Palestina storica. Il Palfest … Continua a leggere Il Palfest che rompe l’assedio culturale
Il Palfest che rompe l’assedio culturale

Il Palfest che rompe l’assedio culturale

La settimana scorsa in Cisgiordania si è svolta la nona edizione del PalFest, il Festival palestinese della letteratura. Che non è il Festival della letteratura palestinese (d’altra parte la posizione degli aggettivi a qualcosa servirà, no?), ma un Festival letterario a vocazione locale e internazionale che si svolge nelle città della Palestina storica. Il Palfest … Continua a leggere Il Palfest che rompe l’assedio culturale

In aereo!

Nessuna foto e nessuna lacrima. Qui, su questo blog, non si postano foto, oggi e domani. E non perché non riconosca il defatigante lavoro dei fotografi tra campi profughi e mare, tra i pochi testimoni di una tragedia semi-invisibile. E’ che le foto, oggi, qui, sono le nostre foglie di fico. E’ successo con l’immagineRead more

In aereo!

Nessuna foto e nessuna lacrima. Qui, su questo blog, non si postano foto, oggi e domani. E non perché non riconosca il defatigante lavoro dei fotografi tra campi profughi e mare, tra i pochi testimoni di una tragedia semi-invisibile. E’ che le foto, oggi, qui, sono le nostre foglie di fico. E’ successo con l’immagineRead more

In aereo!

Nessuna foto e nessuna lacrima. Qui, su questo blog, non si postano foto, oggi e domani. E non perché non riconosca il defatigante lavoro dei fotografi tra campi profughi e mare, tra i pochi testimoni di una tragedia semi-invisibile. E’ che le foto, oggi, qui, sono le nostre foglie di fico. E’ successo con l’immagineRead more

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

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Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]

Tunisia: la fine dell’islam politico

Santiago Alba Rico Con i suoi abituali ottimi criteri, la maggior parte dei media spagnoli si è fatta sfuggire la notizia internazionale più importante della settimana, proveniente tra l’altro da un paese molto vicino e decisivo per politica estera della Spagna. Mi riferisco alla celebrazione del X Congresso dell’organizzazione tunisina Ennahda (il secondo che si tiene in Tunisia dopo la […]
Le Vie del Cinema da Cannes a Roma

Le Vie del Cinema da Cannes a Roma

Come ogni anno, torna anche nel 2016 l'appuntamento con la rassegna cinematografica organizzata dall'Anec Lazio, giunta ormai alla sua ventesima edizione, che rientra nell'ambito del progetto de "Il Cinema attraverso i Grandi Festival".
Teatro Stabile Torino, un omaggio a Umberto Eco

Teatro Stabile Torino, un omaggio a Umberto Eco

eco-110

Presentata la stagione 2016/2017 del teatro nazionale. Forte attenzione alla creatività contemporanea e uno spazio rilevante ai grandi classici del repertorio. 63 gli spettacoli in cartellone tra cui “Il nome della rosa”. Novità: mille abbonamenti gratuiti rivolti ai cittadini italiani e stranieri dai 18 ai 35 anni a basso reddito. Quattro appuntamenti del ciclo “Lezioni di Storia”: sul palcoscenico i migliori storici.

 

India e Pakistan. Paura della bomba.

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1988, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Nell’88 Islamabad è in grado di fare i primi test. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.


Se quella della simmetria nucleare tra India e Pakistan è la prima preoccupazione (è difficile stabilire quale delle due potenze abbia la maggior capacità di offesa) è emersa negli ultimi anni una nuova questione: ossia la possibilità che in un Paese dove la minaccia terroristica è elevata, un’eventuale vittoria dei jihadisti doti l’islam radicale della bomba nell’unica nazione a maggioranza musulmana che la possieda. Ovviamente si tratta di un pericolo teorico anche se molto temuto (recentemente ribadito da un rapporto dell’Harvard Kennedy School): attualmente la catena di comando in caso di conflitto nucleare è condivisa e porta alla National Command Authority cui è a capo il primo ministro e che è formata da cinque ministri coadiuvati dal capo di Stato maggiore dell’esercito e dai quattro comandanti delle forze armate (terra, mare, cielo, corpi speciali). Durante l’epoca di Zia – un dittatore di ispirazione islamista – la preoccupazione poteva forse essere legittima anche se il generale si limitò a usare lo spauracchio nucleare contro l’India. E’ anche vero però che Al Qaeda ha studiato un possibile piano di sviluppo dell’arma nucleare e Daesh potrebbe fare altrettanto, utilizzando infiltrati nel programma nucleare o sfruttando i legami con settori deviati dei servizi. Fittizia o reale che sia l’ipotesi, gli Stati Uniti si sono mossi per cercare un accordo simile a quello siglato con l’India proprio per attenuare le tensioni tra i due Paesi asiatici e per garantire un maggior controllo internazionale sul nucleare pachistano e sulla possibilità che sia copiato da terzi. C’è dell’altro.
.
Il Pakistan è in effetti molto corteggiato, in primis dall’Arabia saudita, proprio per la sua capacità offensiva nucleare. Quando l’anno scorso il Pakistan si è rifiutato di mandare le sue forze armate nello Yemen o quando Islamabad si è dimostrata fredda all’appello di Riad nicchiando sulla sua partecipazione alla grande coalizione contro il terrorismo nata con evidenti intenzioni anti-iraniane, per i sauditi si è trattato di uno schiaffo che ha turbato le tradizionalmente solide relazioni tra i due Paesi: la presenza del Pakistan a fianco di Riad significa di fatto per i sauditi poter contare sulla capacità nucleare del Pakistan, anche solo per utilizzarla come deterrente.

Il futuro per ora non sembra promettere grandi sorprese. I rapporti con l’India restano tesi benché il premier indiano Narendra Modi, la cui politica interna non si può dire certo aperta verso la minoranza musulmana indiana, abbia visitato il Pakistan. Il test indiano dell’11 maggio di un avanzato intercettatore balistico, incidenti ripetuti lungo la frontiera (lunga oltre duemila chilometri), un recente attacco terroristico nella base indiana di Pathankot, la continua tensione nel Kashmir e la costruzione del sottomarino non promettono nulla di buono. Il Pakistan inoltre, se è colpevole di un mancato controllo (quando non di un’etero direzione) sui gruppi jihadisti attivi in India, ha fatto a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato.
India e Pakistan. Paura della bomba.

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1988, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Nell’88 Islamabad è in grado di fare i primi test. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.


Se quella della simmetria nucleare tra India e Pakistan è la prima preoccupazione (è difficile stabilire quale delle due potenze abbia la maggior capacità di offesa) è emersa negli ultimi anni una nuova questione: ossia la possibilità che in un Paese dove la minaccia terroristica è elevata, un’eventuale vittoria dei jihadisti doti l’islam radicale della bomba nell’unica nazione a maggioranza musulmana che la possieda. Ovviamente si tratta di un pericolo teorico anche se molto temuto (recentemente ribadito da un rapporto dell’Harvard Kennedy School): attualmente la catena di comando in caso di conflitto nucleare è condivisa e porta alla National Command Authority cui è a capo il primo ministro e che è formata da cinque ministri coadiuvati dal capo di Stato maggiore dell’esercito e dai quattro comandanti delle forze armate (terra, mare, cielo, corpi speciali). Durante l’epoca di Zia – un dittatore di ispirazione islamista – la preoccupazione poteva forse essere legittima anche se il generale si limitò a usare lo spauracchio nucleare contro l’India. E’ anche vero però che Al Qaeda ha studiato un possibile piano di sviluppo dell’arma nucleare e Daesh potrebbe fare altrettanto, utilizzando infiltrati nel programma nucleare o sfruttando i legami con settori deviati dei servizi. Fittizia o reale che sia l’ipotesi, gli Stati Uniti si sono mossi per cercare un accordo simile a quello siglato con l’India proprio per attenuare le tensioni tra i due Paesi asiatici e per garantire un maggior controllo internazionale sul nucleare pachistano e sulla possibilità che sia copiato da terzi. C’è dell’altro.
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Il Pakistan è in effetti molto corteggiato, in primis dall’Arabia saudita, proprio per la sua capacità offensiva nucleare. Quando l’anno scorso il Pakistan si è rifiutato di mandare le sue forze armate nello Yemen o quando Islamabad si è dimostrata fredda all’appello di Riad nicchiando sulla sua partecipazione alla grande coalizione contro il terrorismo nata con evidenti intenzioni anti-iraniane, per i sauditi si è trattato di uno schiaffo che ha turbato le tradizionalmente solide relazioni tra i due Paesi: la presenza del Pakistan a fianco di Riad significa di fatto per i sauditi poter contare sulla capacità nucleare del Pakistan, anche solo per utilizzarla come deterrente.

Il futuro per ora non sembra promettere grandi sorprese. I rapporti con l’India restano tesi benché il premier indiano Narendra Modi, la cui politica interna non si può dire certo aperta verso la minoranza musulmana indiana, abbia visitato il Pakistan. Il test indiano dell’11 maggio di un avanzato intercettatore balistico, incidenti ripetuti lungo la frontiera (lunga oltre duemila chilometri), un recente attacco terroristico nella base indiana di Pathankot, la continua tensione nel Kashmir e la costruzione del sottomarino non promettono nulla di buono. Il Pakistan inoltre, se è colpevole di un mancato controllo (quando non di un’etero direzione) sui gruppi jihadisti attivi in India, ha fatto a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato.
India e Pakistan. Paura della bomba.

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1988, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Nell’88 Islamabad è in grado di fare i primi test. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.


Se quella della simmetria nucleare tra India e Pakistan è la prima preoccupazione (è difficile stabilire quale delle due potenze abbia la maggior capacità di offesa) è emersa negli ultimi anni una nuova questione: ossia la possibilità che in un Paese dove la minaccia terroristica è elevata, un’eventuale vittoria dei jihadisti doti l’islam radicale della bomba nell’unica nazione a maggioranza musulmana che la possieda. Ovviamente si tratta di un pericolo teorico anche se molto temuto (recentemente ribadito da un rapporto dell’Harvard Kennedy School): attualmente la catena di comando in caso di conflitto nucleare è condivisa e porta alla National Command Authority cui è a capo il primo ministro e che è formata da cinque ministri coadiuvati dal capo di Stato maggiore dell’esercito e dai quattro comandanti delle forze armate (terra, mare, cielo, corpi speciali). Durante l’epoca di Zia – un dittatore di ispirazione islamista – la preoccupazione poteva forse essere legittima anche se il generale si limitò a usare lo spauracchio nucleare contro l’India. E’ anche vero però che Al Qaeda ha studiato un possibile piano di sviluppo dell’arma nucleare e Daesh potrebbe fare altrettanto, utilizzando infiltrati nel programma nucleare o sfruttando i legami con settori deviati dei servizi. Fittizia o reale che sia l’ipotesi, gli Stati Uniti si sono mossi per cercare un accordo simile a quello siglato con l’India proprio per attenuare le tensioni tra i due Paesi asiatici e per garantire un maggior controllo internazionale sul nucleare pachistano e sulla possibilità che sia copiato da terzi. C’è dell’altro.
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Il Pakistan è in effetti molto corteggiato, in primis dall’Arabia saudita, proprio per la sua capacità offensiva nucleare. Quando l’anno scorso il Pakistan si è rifiutato di mandare le sue forze armate nello Yemen o quando Islamabad si è dimostrata fredda all’appello di Riad nicchiando sulla sua partecipazione alla grande coalizione contro il terrorismo nata con evidenti intenzioni anti-iraniane, per i sauditi si è trattato di uno schiaffo che ha turbato le tradizionalmente solide relazioni tra i due Paesi: la presenza del Pakistan a fianco di Riad significa di fatto per i sauditi poter contare sulla capacità nucleare del Pakistan, anche solo per utilizzarla come deterrente.

Il futuro per ora non sembra promettere grandi sorprese. I rapporti con l’India restano tesi benché il premier indiano Narendra Modi, la cui politica interna non si può dire certo aperta verso la minoranza musulmana indiana, abbia visitato il Pakistan. Il test indiano dell’11 maggio di un avanzato intercettatore balistico, incidenti ripetuti lungo la frontiera (lunga oltre duemila chilometri), un recente attacco terroristico nella base indiana di Pathankot, la continua tensione nel Kashmir e la costruzione del sottomarino non promettono nulla di buono. Il Pakistan inoltre, se è colpevole di un mancato controllo (quando non di un’etero direzione) sui gruppi jihadisti attivi in India, ha fatto a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato.
Uno squadrone della morte nella provincia italiana

Uno squadrone della morte nella provincia italiana

parma0-110Nella notte fra il 9 e il 10 maggio scorsi, a Parma, una sorta di squadrone della morte, capeggiato da due individui di mezz’età, fa irruzione nell’appartamento di un uomo sui trent’anni. I sei, a volto scoperto, sono armati di: mazza da baseball, spranga di ferro, martello, tirapugni, pinza a pappagallo, perfino un guanto in maglia d’acciaio. Non v’è dubbio: intendono dare una lezione assai dura alla loro vittima. Il caso sottovalutato dai media e nessuna protesta.

Uno squadrone della morte nella provincia italiana

Uno squadrone della morte nella provincia italiana

parma0-110Nella notte fra il 9 e il 10 maggio scorsi, a Parma, una sorta di squadrone della morte, capeggiato da due individui di mezz’età, fa irruzione nell’appartamento di un uomo sui trent’anni. I sei, a volto scoperto, sono armati di: mazza da baseball, spranga di ferro, martello, tirapugni, pinza a pappagallo, perfino un guanto in maglia d’acciaio. Non v’è dubbio: intendono dare una lezione assai dura alla loro vittima. Il caso sottovalutato dai media e nessuna protesta.

I nemici del regime in Egitto

Di Alaa Bayoumi. Al-Araby al-Jadeed (25/05/2016). Traduzione e sintesi di Laura Cassata. Sei mesi fa, il giovane ricercatore egiziano Ismail Iskandarani riempiva il web con le sue opinioni a favore della rivoluzione e del cambiamento nel suo paese. Le critiche colpivano molte forze politiche, in particolare l’esercito e i Fratelli Musulmani. I primi 30 anni […]

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India e Pakistan. Paura della bomba.

India e Pakistan. Paura della bomba.

La firma del presidente Bush suggella, nel dicembre del 2006, l'accordo di cooperazione sul nucleare civile tra Stati Uniti e India. E’ un accordo che consente al governo indiano di acquistare reattori e combustibile nucleare e di adoperare know how americano in fatto di tecnologie avanzate. L’iter ha richiesto diversi mesi ma alla fine Delhi e Washington si dicono soddisfatte. E’ una capitolo centrale della politica asiatica in tema di armamento nucleare, in un continente dove l’atomica fa parte del patrimonio militare cinese e russo ma il nucleare “illegale”, ossia fuori dal Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), conta almeno quattro Paesi (India, Pakistan, Corea del Nord e Israele). Per India e Pakistan la bomba è comunque una realtà dichiarata e rivendicata in un equilibrio precario che, con l’accordo del 2006, assiste a un’accelerazione. Pechino e Islamabad hanno seguito l’iter dell’accordo con apprensione: i pachistani soprattutto. L’equilibrio del terrore, garantito dal possesso dell’atomica, è sempre stato il filo rosso sul quale si è giocata la partita tra India e Pakistan, gemelli separati nel 1947 dalla Partition dell’India britannica. E Islamabad si sente sempre un passo indietro.

Le tensioni tra i due Paesi, al di là delle guerre (1947-1965-1971) o degli “incidenti” (Kargil 1999), non sono mai mancate neppure in tempo di pace. Una pace armata. Nel 1986 ad esempio, l’Operation Brasstacks, condotta dall’India in Rajastan al confine occidentale col Pakistan, mette immediatamente Islamabad in allarme: Delhi del resto, in quelle che ha annunciato come normali “esercitazioni”, ha schierato 600mila uomini e tutto il dispositivo della marina e dell'aeronautica. Una sorta di prova generale in caso di attacco al Pakistan. A Islamabad fanno i conti. Delhi può colpire le centrali pachistane in 3 minuti, i pachistani in 8. La tensione è alle stelle. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Nel 1988, sui due fronti, si assiste a una dimostrazione di forza: cinque esplosioni nucleari in India l’11 maggio seguite da altrettante in Pakistan il 28 e da una sesta il 30. Il confronto fortunatamente rientrerà, scongiurando uno scontro tra i due colossi nucleari, ma l’episodio segna indelebilmente i rapporti tra i due Paesi che, nel 2001 con l’attacco al parlamento indiano, e nel 2008, dopo gli attentati nel cuore di Bombay, tornano a farsi bollenti: la guerra, fortunatamente solo diplomatica, agita più o meno apertamente lo spauracchio del first strike nucleare. Soprattutto nel 2001 lo spettro di un conflitto con la possibilità dell’uso di testate nucleari (circa un centinaio a testa), diventerà una possibilità reale per mesi e sarà la diplomazia internazionale a raffreddare gli animi di due Paesi retti allora da governi forti (il dittatore militare Musharraf in Pakistan) e molto nazionalisti (il Bjp al governo di Delhi). Da allora la tensione si è allentata ma il processo di riconciliazione tra i due Paesi continua ad essere in alto mare mentre non rallenta la corsa agli armamenti, un pericolo che, soprattutto gli Stati Uniti, ma anche la Russia, vorrebbero scongiurare.

Il programma nucleare pachistano inizia nel 1972 quando al potere c’è Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir e l’uomo che il generale-dittatore Zia ul Haq farà impiccare. Bhutto è un civile, modernista e di idee socialiste, ma teme la supremazia militare dell’India, il vicino che è grande quattro volte più del Pakistan e il cui programma nucleare è iniziato nel 1967. Bhutto darà l’incarico di preparare la bomba a Munir Ahmad Khan, a capo della Pakistan Atomic Energy Commission dal 1972 al 1991 e che aveva già coperto un posto di rilievo nell’International Atomic Energy Agency (Aiea). Il premier pachistano la vuole entro quattro anni, impresa che però riuscirà solo ad Abdul Qadeer Khan – il padre del Progetto Kahuta e dell’atomica pachistana – nel 1984, due anni prima – non a caso – dell’operazione Brasstacks. Nell’88 Islamabad è in grado di fare i primi test. Attualmente la preoccupazione pachistana è legata all’attesa che l’India sviluppi definitivamente il suo primo sottomarino nucleare il che ha già portato il Paese dei puri a lavorare su un simile progetto. Non è un mistero che la tecnologia che riguarda il nucleare provenga in buona parte dalla Cina, la principale alleata del Pakistan nel quadrante, anche se Pechino ha sempre smentito.


Se quella della simmetria nucleare tra India e Pakistan è la prima preoccupazione (è difficile stabilire quale delle due potenze abbia la maggior capacità di offesa) è emersa negli ultimi anni una nuova questione: ossia la possibilità che in un Paese dove la minaccia terroristica è elevata, un’eventuale vittoria dei jihadisti doti l’islam radicale della bomba nell’unica nazione a maggioranza musulmana che la possieda. Ovviamente si tratta di un pericolo teorico anche se molto temuto (recentemente ribadito da un rapporto dell’Harvard Kennedy School): attualmente la catena di comando in caso di conflitto nucleare è condivisa e porta alla National Command Authority cui è a capo il primo ministro e che è formata da cinque ministri coadiuvati dal capo di Stato maggiore dell’esercito e dai quattro comandanti delle forze armate (terra, mare, cielo, corpi speciali). Durante l’epoca di Zia – un dittatore di ispirazione islamista – la preoccupazione poteva forse essere legittima anche se il generale si limitò a usare lo spauracchio nucleare contro l’India. E’ anche vero però che Al Qaeda ha studiato un possibile piano di sviluppo dell’arma nucleare e Daesh potrebbe fare altrettanto, utilizzando infiltrati nel programma nucleare o sfruttando i legami con settori deviati dei servizi. Fittizia o reale che sia l’ipotesi, gli Stati Uniti si sono mossi per cercare un accordo simile a quello siglato con l’India proprio per attenuare le tensioni tra i due Paesi asiatici e per garantire un maggior controllo internazionale sul nucleare pachistano e sulla possibilità che sia copiato da terzi. C’è dell’altro.
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Il Pakistan è in effetti molto corteggiato, in primis dall’Arabia saudita, proprio per la sua capacità offensiva nucleare. Quando l’anno scorso il Pakistan si è rifiutato di mandare le sue forze armate nello Yemen o quando Islamabad si è dimostrata fredda all’appello di Riad nicchiando sulla sua partecipazione alla grande coalizione contro il terrorismo nata con evidenti intenzioni anti-iraniane, per i sauditi si è trattato di uno schiaffo che ha turbato le tradizionalmente solide relazioni tra i due Paesi: la presenza del Pakistan a fianco di Riad significa di fatto per i sauditi poter contare sulla capacità nucleare del Pakistan, anche solo per utilizzarla come deterrente.

Il futuro per ora non sembra promettere grandi sorprese. I rapporti con l’India restano tesi benché il premier indiano Narendra Modi, la cui politica interna non si può dire certo aperta verso la minoranza musulmana indiana, abbia visitato il Pakistan. Il test indiano dell’11 maggio di un avanzato intercettatore balistico, incidenti ripetuti lungo la frontiera (lunga oltre duemila chilometri), un recente attacco terroristico nella base indiana di Pathankot, la continua tensione nel Kashmir e la costruzione del sottomarino non promettono nulla di buono. Il Pakistan inoltre, se è colpevole di un mancato controllo (quando non di un’etero direzione) sui gruppi jihadisti attivi in India, ha fatto a Delhi sei proposte per un accordo bilaterale di non proliferazione – dall'adesione di entrambe le nazioni al Npt alla formazione di una South Asia Zero-Missile Zone – che gli indiani hanno finora sempre rigettato.

In Turchia la crisi ha il nome di Erdogan

Di Jihad al Khazen. Al Hayat (24/05/2016). Traduzione e sintesi di Laura Formigari. Quando Recep Tayyip Erdogan è diventato prima leader del Partito per la giustizia e lo sviluppo e, successivamente, primo ministro nel 2003, molti arabi hanno accolto benevolmente la sua venuta, temendo tuttavia che potesse capitargli la stessa sorte del primo ministro islamico, […]

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Syria Off Frame opens in NYC

Syria Off Frame opens in NYC

“Syria Off Frame”, the exhibition I curated last year within the Imago Mundi Project that features 141 Syrian artists, just opened last monday at the Pratt Institute in Brooklyn, NYC.   Meanwhile, we launched the catalogue of the exhibition in three languages (Italian-English-Arabic). For those who are interested, you can find it here. These are […]
Syria Off Frame opens in NYC

Syria Off Frame opens in NYC

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“Syria Off Frame”, the exhibition I curated last year within the Imago Mundi Project that features 141 Syrian artists, just opened last monday at the Pratt Institute in Brooklyn, NYC.   Meanwhile, we launched the catalogue of the exhibition in three languages (Italian-English-Arabic). For those who are interested, you can find it here. These are […]
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“Syria Off Frame”, the exhibition I curated last year within the Imago Mundi Project that features 141 Syrian artists, just opened last monday at the Pratt Institute in Brooklyn, NYC.   Meanwhile, we launched the catalogue of the exhibition in three languages (Italian-English-Arabic). For those who are interested, you can find it here. These are […]
Alla testa della guerriglia in turbante

Alla testa della guerriglia in turbante

Haibatullah: religioso
ex barccio destro di Mansur
I Talebani hanno un nuovo leader: il mawlawi Haibatullah Akhundzada. È stato eletto ieri, probabilmente a Quetta, in Pakistan, dalla Rabhari shura, il massimo organo di indirizzo politico degli studenti coranici. La sua nomina avviene a pochi giorni dalla morte del predecessore, mullah Mohammad Akhtar Mansur, ucciso da un drone americano mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. Come vice di Haibatullah Akhundzada è stato nominato mullah Yacub, figlio dello storico leader mullah Omar e già a capo di una delle Commissioni talebane sotto la leadership di Mansur, che Yacub aveva poi finito per sostenere dopo averne contestato la nomina, nel luglio 2015; al suo fianco, ieri i barbuti hanno confermato Sirajuddin Haqqani, figlio del fondatore dell'omonimo network di islamisti, attivo dagli anni Ottanta e, oggi, tra i più pericolosi gruppi armati che operano tra Afghanistan e Pakistan, con ramificazioni economiche che arrivano nei Paesi del Golfo.

Nella scia di mullah Omar

Le notizie su Haibatullah Akhundzada sono frammentarie, ma sufficienti a capire le ragioni della scelta: sembra che abbia 47 anni, è nato nell’area di Sperwan, distretto di Panjwayi, nella provincia meridionale afghana di Kandahar, storica roccaforte dei Talebani. Membro della potente tribù pashtun dei Noorzai, qualcuno dice che abbia combattuto i sovietici nelle file dell'Hezb-e-Islami Khalis, altri che abbia invece vissuto in Pakistan tra il 1979 e il 1989, negli anni dell'occupazione. Quel che è certo è che vanta credenziali religiose, più che militari. È infatti uno sheikh ul-hadith, un religioso autorevole, specialista nell'esegesi dei detti del profeta Maometto. Secondo Thomas Ruttig, co-direttore dell'Afghanistan Analysts Network di Kabul, Akhundzada avrebbe goduto dell'incondizionata fiducia del mullah Omar, che lo consultava per dirimere le questioni più delicate. Ha ricoperto incarichi rilevanti nel settore della Giustizia al tempo dell'Emirato islamico d'Afghanistan, e negli anni successivi ha usato la propria autorevolezza religiosa per fare propaganda, reclutare giovani guerriglieri e mediare i conflitti interni al movimento, come quelli, recenti, tra gli uomini del leader mullah Mansur e di mullah Rasul, uno degli “scissionisti” (poi arrestato dai pachistani) che contestava la nomina di Mansur.


Con la nomina di Akhundzada, uomo della vecchia guardia, conosciuto e rispettato, simbolo della matrice “kandaharì” da cui è nato il movimento negli anni Novanta, i Talebani puntano alla continuità, a una figura di “compromesso” e di mediazione. Un uomo che, con la sua autorevolezza religiosa, possa fare da collante tra le varie anime politiche, in una delicata fase di transizione iniziata nel luglio 2015, con l'annuncio della morte di mullah Omar.

La morte di Mansur sembra
allontanare la pace ancora di più
Cosa accadrà adesso è la grande domanda che si mischia a un’altra: cosa rappresentava davvero Mansur e cosa e chi rappresenta adesso Haibatullah? Se del primo si è detto tutto e il contrario di tutto (che era l’uomo del Pakistan e che invece addirittura a ucciderlo sarebbero state proprio le indicazioni dei pachistani che non lo consideravano più il loro cavallo) sul secondo circolano ipotesi altrettanto diverse. La caratura religiosa e l'origine kandahari fanno propendere per una scelta che, nella continuità, dovrà tendere a riunire un movimento da sempre disomogeneo che da anni vive ormai di faide e secessioni e ora anche della concorrenza di Daesh. L’uomo non è però noto per il suo carisma e la sua tribù, per quanto potente, lo è meno di altre e resta comunque un elemento soprattutto locale. Non si sa cosa Haibatullah pensi del processo negoziale né molto si sa dei suoi rapporti col Pakistan ma quel che è certo è che ora, ancora più di Mansur, dovrà dimostrare di essere “il capo”, il nuovo emiro dei credenti. Per farsi accettare e far accettare i suoi ordini dovrà quindi soprattutto, com’è nella logica della guerriglia, puntare sulla vittoria militare anche per dimostrare che il raid che ha ucciso Mansur va vendicato. Si dovrà dunque appoggiare agli Haqqani, la rete jihadista che è stata molto vicina ad Al Qaeda, ai servizi segreti deviati di Islamabad e ai sauditi con cui gli Haqqani hanno un rapporto antico e molto saldo. Se dunque la nomina di Yacub a vice mira a dimostrare che lo spirito di mullah Omar è al fianco di Haibatullah anche materialmente, ecco che la figura di Siraj acquista un rilievo particolare sul piano militare.

Dobbiamo dunque aspettarci una nuova offensiva talebana e per altro in un audio messaggio diffuso dal nuovo leader ai comandanti,  il negoziato viene rifiutato e si inneggia invece alla lotta armata. L'offensiva dunque cui sarà   anche se il capo di stato maggiore afgano, generale Qadam Shah Shahim, ha bollato di fallimento la campagna “Omari”, la cosiddetta campagna di primavera dei Talebani. Ma è un fallimento tutto da dimostrare mentre l’ennesimo attentato contro un pulmino di funzionari del ministero di Giustizia uccideva ieri dieci persone.

A quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto
Alla testa della guerriglia in turbante

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Nella scia di mullah Omar

Le notizie su Haibatullah Akhundzada sono frammentarie, ma sufficienti a capire le ragioni della scelta: sembra che abbia 47 anni, è nato nell’area di Sperwan, distretto di Panjwayi, nella provincia meridionale afghana di Kandahar, storica roccaforte dei Talebani. Membro della potente tribù pashtun dei Noorzai, qualcuno dice che abbia combattuto i sovietici nelle file dell'Hezb-e-Islami Khalis, altri che abbia invece vissuto in Pakistan tra il 1979 e il 1989, negli anni dell'occupazione. Quel che è certo è che vanta credenziali religiose, più che militari. È infatti uno sheikh ul-hadith, un religioso autorevole, specialista nell'esegesi dei detti del profeta Maometto. Secondo Thomas Ruttig, co-direttore dell'Afghanistan Analysts Network di Kabul, Akhundzada avrebbe goduto dell'incondizionata fiducia del mullah Omar, che lo consultava per dirimere le questioni più delicate. Ha ricoperto incarichi rilevanti nel settore della Giustizia al tempo dell'Emirato islamico d'Afghanistan, e negli anni successivi ha usato la propria autorevolezza religiosa per fare propaganda, reclutare giovani guerriglieri e mediare i conflitti interni al movimento, come quelli, recenti, tra gli uomini del leader mullah Mansur e di mullah Rasul, uno degli “scissionisti” (poi arrestato dai pachistani) che contestava la nomina di Mansur.


Con la nomina di Akhundzada, uomo della vecchia guardia, conosciuto e rispettato, simbolo della matrice “kandaharì” da cui è nato il movimento negli anni Novanta, i Talebani puntano alla continuità, a una figura di “compromesso” e di mediazione. Un uomo che, con la sua autorevolezza religiosa, possa fare da collante tra le varie anime politiche, in una delicata fase di transizione iniziata nel luglio 2015, con l'annuncio della morte di mullah Omar.

La morte di Mansur sembra
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Cosa accadrà adesso è la grande domanda che si mischia a un’altra: cosa rappresentava davvero Mansur e cosa e chi rappresenta adesso Haibatullah? Se del primo si è detto tutto e il contrario di tutto (che era l’uomo del Pakistan e che invece addirittura a ucciderlo sarebbero state proprio le indicazioni dei pachistani che non lo consideravano più il loro cavallo) sul secondo circolano ipotesi altrettanto diverse. La caratura religiosa e l'origine kandahari fanno propendere per una scelta che, nella continuità, dovrà tendere a riunire un movimento da sempre disomogeneo che da anni vive ormai di faide e secessioni e ora anche della concorrenza di Daesh. L’uomo non è però noto per il suo carisma e la sua tribù, per quanto potente, lo è meno di altre e resta comunque un elemento soprattutto locale. Non si sa cosa Haibatullah pensi del processo negoziale né molto si sa dei suoi rapporti col Pakistan ma quel che è certo è che ora, ancora più di Mansur, dovrà dimostrare di essere “il capo”, il nuovo emiro dei credenti. Per farsi accettare e far accettare i suoi ordini dovrà quindi soprattutto, com’è nella logica della guerriglia, puntare sulla vittoria militare anche per dimostrare che il raid che ha ucciso Mansur va vendicato. Si dovrà dunque appoggiare agli Haqqani, la rete jihadista che è stata molto vicina ad Al Qaeda, ai servizi segreti deviati di Islamabad e ai sauditi con cui gli Haqqani hanno un rapporto antico e molto saldo. Se dunque la nomina di Yacub a vice mira a dimostrare che lo spirito di mullah Omar è al fianco di Haibatullah anche materialmente, ecco che la figura di Siraj acquista un rilievo particolare sul piano militare.

Dobbiamo dunque aspettarci una nuova offensiva talebana e per altro in un audio messaggio diffuso dal nuovo leader ai comandanti,  il negoziato viene rifiutato e si inneggia invece alla lotta armata. L'offensiva dunque cui sarà   anche se il capo di stato maggiore afgano, generale Qadam Shah Shahim, ha bollato di fallimento la campagna “Omari”, la cosiddetta campagna di primavera dei Talebani. Ma è un fallimento tutto da dimostrare mentre l’ennesimo attentato contro un pulmino di funzionari del ministero di Giustizia uccideva ieri dieci persone.

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ex barccio destro di Mansur
I Talebani hanno un nuovo leader: il mawlawi Haibatullah Akhundzada. È stato eletto ieri, probabilmente a Quetta, in Pakistan, dalla Rabhari shura, il massimo organo di indirizzo politico degli studenti coranici. La sua nomina avviene a pochi giorni dalla morte del predecessore, mullah Mohammad Akhtar Mansur, ucciso da un drone americano mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. Come vice di Haibatullah Akhundzada è stato nominato mullah Yacub, figlio dello storico leader mullah Omar e già a capo di una delle Commissioni talebane sotto la leadership di Mansur, che Yacub aveva poi finito per sostenere dopo averne contestato la nomina, nel luglio 2015; al suo fianco, ieri i barbuti hanno confermato Sirajuddin Haqqani, figlio del fondatore dell'omonimo network di islamisti, attivo dagli anni Ottanta e, oggi, tra i più pericolosi gruppi armati che operano tra Afghanistan e Pakistan, con ramificazioni economiche che arrivano nei Paesi del Golfo.

Nella scia di mullah Omar

Le notizie su Haibatullah Akhundzada sono frammentarie, ma sufficienti a capire le ragioni della scelta: sembra che abbia 47 anni, è nato nell’area di Sperwan, distretto di Panjwayi, nella provincia meridionale afghana di Kandahar, storica roccaforte dei Talebani. Membro della potente tribù pashtun dei Noorzai, qualcuno dice che abbia combattuto i sovietici nelle file dell'Hezb-e-Islami Khalis, altri che abbia invece vissuto in Pakistan tra il 1979 e il 1989, negli anni dell'occupazione. Quel che è certo è che vanta credenziali religiose, più che militari. È infatti uno sheikh ul-hadith, un religioso autorevole, specialista nell'esegesi dei detti del profeta Maometto. Secondo Thomas Ruttig, co-direttore dell'Afghanistan Analysts Network di Kabul, Akhundzada avrebbe goduto dell'incondizionata fiducia del mullah Omar, che lo consultava per dirimere le questioni più delicate. Ha ricoperto incarichi rilevanti nel settore della Giustizia al tempo dell'Emirato islamico d'Afghanistan, e negli anni successivi ha usato la propria autorevolezza religiosa per fare propaganda, reclutare giovani guerriglieri e mediare i conflitti interni al movimento, come quelli, recenti, tra gli uomini del leader mullah Mansur e di mullah Rasul, uno degli “scissionisti” (poi arrestato dai pachistani) che contestava la nomina di Mansur.


Con la nomina di Akhundzada, uomo della vecchia guardia, conosciuto e rispettato, simbolo della matrice “kandaharì” da cui è nato il movimento negli anni Novanta, i Talebani puntano alla continuità, a una figura di “compromesso” e di mediazione. Un uomo che, con la sua autorevolezza religiosa, possa fare da collante tra le varie anime politiche, in una delicata fase di transizione iniziata nel luglio 2015, con l'annuncio della morte di mullah Omar.

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Dobbiamo dunque aspettarci una nuova offensiva talebana e per altro in un audio messaggio diffuso dal nuovo leader ai comandanti,  il negoziato viene rifiutato e si inneggia invece alla lotta armata. L'offensiva dunque cui sarà   anche se il capo di stato maggiore afgano, generale Qadam Shah Shahim, ha bollato di fallimento la campagna “Omari”, la cosiddetta campagna di primavera dei Talebani. Ma è un fallimento tutto da dimostrare mentre l’ennesimo attentato contro un pulmino di funzionari del ministero di Giustizia uccideva ieri dieci persone.

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“Leggere Shakespeare a Kabul” di Qais Akbar Omar e Stephen Landrigan

“Leggere Shakespeare a Kabul” di Qais Akbar Omar e Stephen Landrigan

Il libro che vi propongo oggi nel blog “Con altre parole” è il racconto di una storia vera, una esperienza realmente vissuta dai protagonisti che ce la narrano in tutte le sue fasi. “Leggere Shakespeare a Kabul” è infatti la cronaca della messa in scena di una commedia del grande poeta inglese in terra afghana […]

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Raqqa: la fine della capitale del califfato in Siria

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq al-Awsat (24/05/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. Raqqa sta per essere liberata dal “governo” di Daesh (ISIS) che ha compiuto le peggiori nefandezze nei confronti della popolazione, filmate e diffuse dai suoi stessi combattenti: stragi di massa, stupro di ragazze nelle scuole, uccisione di stranieri e impiego degli abitanti come […]

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E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

Alla fine ha vinto il pragmatismo e la necessità di non lasciare vuoti e a sostituire mullah Mansur - confermando così definitivamente la sua morte in un raid americano sabato scorso* - c'è ora il suo numero due: il mawlawi Haibatullah Akhunzada di Kandahar (tribù dei Nurzai), membro storico della shura di Quetta. Così ha spiegato un portavoce talebano (il sito ufficiale è ancora fuori uso)  che ha fatto i nomi anche dei due vice di Haibatullah: si tratta di Sirajuddin Haqqani - figlio del creatore della rete che porta questo nome -  e del figlio di mullah Omar, mullah Yaqub, uno fra coloro che inizialmente avevano contestato  la leadership di Mansur.

I giochi si riaprono (se non arriverà qualche smentita che rifletta le divisioni interne al movimento). Anche per i talebani, morto un papa se ne fa un altro.

* Secondo fonti pachistane l'attentato contro Mansur risalirebbe persino a mercoledi
E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

Alla fine ha vinto il pragmatismo e la necessità di non lasciare vuoti e a sostituire mullah Mansur - confermando così definitivamente la sua morte in un raid americano sabato scorso* - c'è ora il suo numero due: il mawlawi Haibatullah Akhunzada di Kandahar (tribù dei Nurzai), membro storico della shura di Quetta. Così ha spiegato un portavoce talebano (il sito ufficiale è ancora fuori uso)  che ha fatto i nomi anche dei due vice di Haibatullah: si tratta di Sirajuddin Haqqani - figlio del creatore della rete che porta questo nome -  e del figlio di mullah Omar, mullah Yaqub, uno fra coloro che inizialmente avevano contestato  la leadership di Mansur.

I giochi si riaprono (se non arriverà qualche smentita che rifletta le divisioni interne al movimento). Anche per i talebani, morto un papa se ne fa un altro.

* Secondo fonti pachistane l'attentato contro Mansur risalirebbe persino a mercoledi
E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

E’ Haibatullah Akhunzada il nuovo capo dei talebani

Alla fine ha vinto il pragmatismo e la necessità di non lasciare vuoti e a sostituire mullah Mansur - confermando così definitivamente la sua morte in un raid americano sabato scorso* - c'è ora il suo numero due: il mawlawi Haibatullah Akhunzada di Kandahar (tribù dei Nurzai), membro storico della shura di Quetta. Così ha spiegato un portavoce talebano (il sito ufficiale è ancora fuori uso)  che ha fatto i nomi anche dei due vice di Haibatullah: si tratta di Sirajuddin Haqqani - figlio del creatore della rete che porta questo nome -  e del figlio di mullah Omar, mullah Yaqub, uno fra coloro che inizialmente avevano contestato  la leadership di Mansur.

I giochi si riaprono (se non arriverà qualche smentita che rifletta le divisioni interne al movimento). Anche per i talebani, morto un papa se ne fa un altro.

* Secondo fonti pachistane l'attentato contro Mansur risalirebbe persino a mercoledi

Offensive diplomatiche

Gli eventi si possono leggere attraverso occhi diversi. E cosi è anche per il tour europeo del grand Imam di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb. C’è una lettura religiosa, profonda, nell’incontro con Papa Francesco e nella ricomposizione di una distanza tra il Vaticano e al Azhar iniziata con il pontificato di Benedetto XVI. Aveva ragione,Read more

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An Al-Azhar PR tour in Europe?

While Grand Imam Ahmed al Tayyeb is in Europe, it is interesting to understand Al Azhar’s role in supporting Abdel Fattah al Sisi regime since 2013 coup…. Here. My analysis has been published on IAI’s Insight Egypt  one year ago.

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While Grand Imam Ahmed al Tayyeb is in Europe, it is interesting to understand Al Azhar’s role in supporting Abdel Fattah al Sisi regime since 2013 coup…. Here. My analysis has been published on IAI’s Insight Egypt  one year ago.

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While Grand Imam Ahmed al Tayyeb is in Europe, it is interesting to understand Al Azhar’s role in supporting Abdel Fattah al Sisi regime since 2013 coup…. Here. My analysis has been published on IAI’s Insight Egypt  one year ago.
Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista

binbin-110Il 17 maggio scorso Babelmed ha ospitato a Roma, presso la nuova sede della redazione, il coworking Cowall, lo scrittore e artista marocchino Mahi Binebine per la presentazione de "Il grande salto", traduzione in italiano per Rizzoli del suo romanzo "Les étoiles de Sidi Moumen". Racconto intenso e disturbante, il libro ripercorre la vita e l'arruolamento dei giovani kamikaze che insanguinarono Casablanca il 16 maggio 2013. L'incontro con lo scrittore

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista

Le stelle che brillano contro il fondamentalismo islamista

binbin-110Il 17 maggio scorso Babelmed ha ospitato a Roma, presso la nuova sede della redazione, il coworking Cowall, lo scrittore e artista marocchino Mahi Binebine per la presentazione de "Il grande salto", traduzione in italiano per Rizzoli del suo romanzo "Les étoiles de Sidi Moumen". Racconto intenso e disturbante, il libro ripercorre la vita e l'arruolamento dei giovani kamikaze che insanguinarono Casablanca il 16 maggio 2013. L'incontro con lo scrittore

Il movimento Ennahdha in Tunisia contro i Fratelli Musulmani in Egitto

Di Sayid el-Shahat. Youm7 (23/05/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. Solo il futuro potrà giudicare la serietà del partito tunisino Ennahdha che di recente ha presentato un nuovo programma basato sulla separazione dell’azione religiosa da quella politica. Non resta che attendere quindi la risposta popolare a questo cambiamento, che per lunghi anni ha testimoniato […]

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In morte di mullah Mansur*

In morte di mullah Mansur*

Mullah Mansur è morto. Almeno così si crede.  L'uomo che dal luglio 2015 ha sostituito
l'evanescente mullah Omar alla guida dei Talebani è stato ucciso sabato pomeriggio da un drone americano, mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. I Talebani non hanno confermato ufficialmente la notizia, ma i più alti membri dell'amministrazione Usa e i funzionari dell'intelligence afghana si dicono certi: Mansur è stato ucciso. «Perché era l'ostacolo maggiore al processo di pace», ha dichiarato dal Myanmar il segretario di Stato Usa John Kerry, convinto che con l'uscita di scena del loro leader i Talebani siano disposti a sedersi al tavolo negoziale.

Ashraf Ghani. La svolta
dopo l'ennesimo attentato
Mullah Mansur ha faticato molto, in questi mesi, a tenere le redini del movimento. Nato nel 1960 nella provincia meridionale di Kandahar, roccaforte dei Talebani, già governatore-ombra della sua provincia di nascita e ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti all’epoca dell’Emirato islamico d’Afghanistan, dal 2013 Mansur è il leader de facto del movimento. Da allora, ha ristabilito il primato della shura di Quetta, uno dei tre principali centri di potere talebano, sulla shura di Peshawar e su quella di Miran Shah (la rete Haqqani), marginalizzando i principali antagonisti, cooptando gli indecisi e ottenendo il controllo di buona parte dei fondi – in diminuzione – provenienti dai tradizionali sponsor regionali. La sua nomina a leader assoluto, nel luglio 2015, è stata fortemente contestata da alcuni turbanti neri, tra cui il figlio del mullah Omar, Yacub, che poi gli ha concesso l'appoggio; Qayyum Zakir, già a capo della Commissione militare; Tayyeb Aghha, che in polemica con la nomina ha lasciato l'Ufficio di rappresentanza politica di Doha, di cui era responsabile. Tutti e tre, ora, vantano le credenziali giuste per potergli succedere.


La regione beluci in Pakistan.
 Mansur veniva dall'Iran?
I più accreditati rimangono gli uomini scelti nel luglio 2015 come vice di Mansur. Uno è il maulawi Haibatullah Akhundzada, religioso rispettato e autorevole, già uomo di fiducia del mullah Omar, che può vantare ottime doti da mediatore e la provenienza da Kandahar, l'area da cui proviene la “vecchia guardia” talebana. L’altro è Sirajuddin Haqqani, che dal 2005 ha sostituito il padre Jalaluddin alla guida della rete Haqqani, il network di islamisti che opera principalmente nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Capo di un vero e proprio impero finanziario, spietato sul campo di battaglia e abile negoziatore, Sirajuddin Haqqani può vantare rapporti consolidati con i servizi segreti pakistani, che di certo non rinunceranno a “esprimere” il proprio candidato.

Ma che partita si gioca dietro la presunta morte del capo talebano? Tutti guardano a Islamabad che ha condannato la violazione del suo spazio areo in Belucistan, una linea rossa oltrepassata solo in rarissimi casi dai droni statunitensi che concentrano la loro azione nelle aree tribali del Pakistan occidentale. Islamabad protesta sempre ma questa volta tutto fa supporre che non si tratti di uno sdegno di maniera. L’uomo al centro del caso è un mullah da sempre indicato come vicino al Pakistan e dunque il cavallo buono per poter controllare un possibile processo negoziale. Ora si dice, dal Pentagono alla Nato, che Mansur era invece l’impedimento principale e che dunque andava eliminato: una svolta iniziata forse nell’aprile scorso quando, dopo l’ennesima strage talebana a Kabul, il presidente afghano Ghani ha cambiato idea sul negoziato e deciso per una stretta senza esclusione di colpi contro il movimento diretto da Mansur che alla pace preferisce gli attentati. In realtà per Mansur decidere il passo negoziale, di cui qualche segnale seppur debole si è visto, richiedeva la necessità di avere alle spalle un movimento compatto diretto da una leadership forte e indiscussa. E non era questo il caso: Mansur era contestato da diverse fazioni e in rotta con elementi chiave del movimento. Sapeva che la sua leadership era tanto fragile quanto poco compatto è il movimento dei turbanti neri. La presa di Kunduz, nell’ottobre del 2015, fu la sua prima prova di forza, la necessità di dimostrare che non era da meno di mullah Omar. E del resto, se Mansur faceva la faccia dura, i suoi nemici – gli invasori americani – non son certo stati da meno: a Kunduz andando a caccia di guerriglieri colpirono un ospedale e in questi mesi – dietro la richiesta del negoziato – gli americani non hanno mai smesso i loro raid segreti sia in Afghanistan, sia in Pakistan. Attività che non conosciamo e che gli stessi afgani e pachistani vedono soltanto ex post quando a chiedere vendetta sono i parenti dei civili uccisi. Ora un raid colpisce e punisce il numero uno della guerriglia, forse l’uomo su cui Islamabad contava e forse persino il più acerrimo nemico di Daesh, vissuto da Mansur come l’ennesima minaccia alla compattezza del movimento. Missione compiuta dunque? Si, ma non certo a favore di un processo negoziale che non è affatto detto possa ripartire dopo la morte del leader talebano.

a due mani con Giuliano Battiston per il manifesto oggi in edicola
In morte di mullah Mansur*

In morte di mullah Mansur*

Mullah Mansur è morto. Almeno così si crede.  L'uomo che dal luglio 2015 ha sostituito
l'evanescente mullah Omar alla guida dei Talebani è stato ucciso sabato pomeriggio da un drone americano, mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. I Talebani non hanno confermato ufficialmente la notizia, ma i più alti membri dell'amministrazione Usa e i funzionari dell'intelligence afghana si dicono certi: Mansur è stato ucciso. «Perché era l'ostacolo maggiore al processo di pace», ha dichiarato dal Myanmar il segretario di Stato Usa John Kerry, convinto che con l'uscita di scena del loro leader i Talebani siano disposti a sedersi al tavolo negoziale.

Ashraf Ghani. La svolta
dopo l'ennesimo attentato
Mullah Mansur ha faticato molto, in questi mesi, a tenere le redini del movimento. Nato nel 1960 nella provincia meridionale di Kandahar, roccaforte dei Talebani, già governatore-ombra della sua provincia di nascita e ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti all’epoca dell’Emirato islamico d’Afghanistan, dal 2013 Mansur è il leader de facto del movimento. Da allora, ha ristabilito il primato della shura di Quetta, uno dei tre principali centri di potere talebano, sulla shura di Peshawar e su quella di Miran Shah (la rete Haqqani), marginalizzando i principali antagonisti, cooptando gli indecisi e ottenendo il controllo di buona parte dei fondi – in diminuzione – provenienti dai tradizionali sponsor regionali. La sua nomina a leader assoluto, nel luglio 2015, è stata fortemente contestata da alcuni turbanti neri, tra cui il figlio del mullah Omar, Yacub, che poi gli ha concesso l'appoggio; Qayyum Zakir, già a capo della Commissione militare; Tayyeb Aghha, che in polemica con la nomina ha lasciato l'Ufficio di rappresentanza politica di Doha, di cui era responsabile. Tutti e tre, ora, vantano le credenziali giuste per potergli succedere.


La regione beluci in Pakistan.
 Mansur veniva dall'Iran?
I più accreditati rimangono gli uomini scelti nel luglio 2015 come vice di Mansur. Uno è il maulawi Haibatullah Akhundzada, religioso rispettato e autorevole, già uomo di fiducia del mullah Omar, che può vantare ottime doti da mediatore e la provenienza da Kandahar, l'area da cui proviene la “vecchia guardia” talebana. L’altro è Sirajuddin Haqqani, che dal 2005 ha sostituito il padre Jalaluddin alla guida della rete Haqqani, il network di islamisti che opera principalmente nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Capo di un vero e proprio impero finanziario, spietato sul campo di battaglia e abile negoziatore, Sirajuddin Haqqani può vantare rapporti consolidati con i servizi segreti pakistani, che di certo non rinunceranno a “esprimere” il proprio candidato.

Ma che partita si gioca dietro la presunta morte del capo talebano? Tutti guardano a Islamabad che ha condannato la violazione del suo spazio areo in Belucistan, una linea rossa oltrepassata solo in rarissimi casi dai droni statunitensi che concentrano la loro azione nelle aree tribali del Pakistan occidentale. Islamabad protesta sempre ma questa volta tutto fa supporre che non si tratti di uno sdegno di maniera. L’uomo al centro del caso è un mullah da sempre indicato come vicino al Pakistan e dunque il cavallo buono per poter controllare un possibile processo negoziale. Ora si dice, dal Pentagono alla Nato, che Mansur era invece l’impedimento principale e che dunque andava eliminato: una svolta iniziata forse nell’aprile scorso quando, dopo l’ennesima strage talebana a Kabul, il presidente afghano Ghani ha cambiato idea sul negoziato e deciso per una stretta senza esclusione di colpi contro il movimento diretto da Mansur che alla pace preferisce gli attentati. In realtà per Mansur decidere il passo negoziale, di cui qualche segnale seppur debole si è visto, richiedeva la necessità di avere alle spalle un movimento compatto diretto da una leadership forte e indiscussa. E non era questo il caso: Mansur era contestato da diverse fazioni e in rotta con elementi chiave del movimento. Sapeva che la sua leadership era tanto fragile quanto poco compatto è il movimento dei turbanti neri. La presa di Kunduz, nell’ottobre del 2015, fu la sua prima prova di forza, la necessità di dimostrare che non era da meno di mullah Omar. E del resto, se Mansur faceva la faccia dura, i suoi nemici – gli invasori americani – non son certo stati da meno: a Kunduz andando a caccia di guerriglieri colpirono un ospedale e in questi mesi – dietro la richiesta del negoziato – gli americani non hanno mai smesso i loro raid segreti sia in Afghanistan, sia in Pakistan. Attività che non conosciamo e che gli stessi afgani e pachistani vedono soltanto ex post quando a chiedere vendetta sono i parenti dei civili uccisi. Ora un raid colpisce e punisce il numero uno della guerriglia, forse l’uomo su cui Islamabad contava e forse persino il più acerrimo nemico di Daesh, vissuto da Mansur come l’ennesima minaccia alla compattezza del movimento. Missione compiuta dunque? Si, ma non certo a favore di un processo negoziale che non è affatto detto possa ripartire dopo la morte del leader talebano.

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In morte di mullah Mansur*

In morte di mullah Mansur*

Mullah Mansur è morto. Almeno così si crede.  L'uomo che dal luglio 2015 ha sostituito
l'evanescente mullah Omar alla guida dei Talebani è stato ucciso sabato pomeriggio da un drone americano, mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. I Talebani non hanno confermato ufficialmente la notizia, ma i più alti membri dell'amministrazione Usa e i funzionari dell'intelligence afghana si dicono certi: Mansur è stato ucciso. «Perché era l'ostacolo maggiore al processo di pace», ha dichiarato dal Myanmar il segretario di Stato Usa John Kerry, convinto che con l'uscita di scena del loro leader i Talebani siano disposti a sedersi al tavolo negoziale.

Ashraf Ghani. La svolta
dopo l'ennesimo attentato
Mullah Mansur ha faticato molto, in questi mesi, a tenere le redini del movimento. Nato nel 1960 nella provincia meridionale di Kandahar, roccaforte dei Talebani, già governatore-ombra della sua provincia di nascita e ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti all’epoca dell’Emirato islamico d’Afghanistan, dal 2013 Mansur è il leader de facto del movimento. Da allora, ha ristabilito il primato della shura di Quetta, uno dei tre principali centri di potere talebano, sulla shura di Peshawar e su quella di Miran Shah (la rete Haqqani), marginalizzando i principali antagonisti, cooptando gli indecisi e ottenendo il controllo di buona parte dei fondi – in diminuzione – provenienti dai tradizionali sponsor regionali. La sua nomina a leader assoluto, nel luglio 2015, è stata fortemente contestata da alcuni turbanti neri, tra cui il figlio del mullah Omar, Yacub, che poi gli ha concesso l'appoggio; Qayyum Zakir, già a capo della Commissione militare; Tayyeb Aghha, che in polemica con la nomina ha lasciato l'Ufficio di rappresentanza politica di Doha, di cui era responsabile. Tutti e tre, ora, vantano le credenziali giuste per potergli succedere.


La regione beluci in Pakistan.
 Mansur veniva dall'Iran?
I più accreditati rimangono gli uomini scelti nel luglio 2015 come vice di Mansur. Uno è il maulawi Haibatullah Akhundzada, religioso rispettato e autorevole, già uomo di fiducia del mullah Omar, che può vantare ottime doti da mediatore e la provenienza da Kandahar, l'area da cui proviene la “vecchia guardia” talebana. L’altro è Sirajuddin Haqqani, che dal 2005 ha sostituito il padre Jalaluddin alla guida della rete Haqqani, il network di islamisti che opera principalmente nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Capo di un vero e proprio impero finanziario, spietato sul campo di battaglia e abile negoziatore, Sirajuddin Haqqani può vantare rapporti consolidati con i servizi segreti pakistani, che di certo non rinunceranno a “esprimere” il proprio candidato.

Ma che partita si gioca dietro la presunta morte del capo talebano? Tutti guardano a Islamabad che ha condannato la violazione del suo spazio areo in Belucistan, una linea rossa oltrepassata solo in rarissimi casi dai droni statunitensi che concentrano la loro azione nelle aree tribali del Pakistan occidentale. Islamabad protesta sempre ma questa volta tutto fa supporre che non si tratti di uno sdegno di maniera. L’uomo al centro del caso è un mullah da sempre indicato come vicino al Pakistan e dunque il cavallo buono per poter controllare un possibile processo negoziale. Ora si dice, dal Pentagono alla Nato, che Mansur era invece l’impedimento principale e che dunque andava eliminato: una svolta iniziata forse nell’aprile scorso quando, dopo l’ennesima strage talebana a Kabul, il presidente afghano Ghani ha cambiato idea sul negoziato e deciso per una stretta senza esclusione di colpi contro il movimento diretto da Mansur che alla pace preferisce gli attentati. In realtà per Mansur decidere il passo negoziale, di cui qualche segnale seppur debole si è visto, richiedeva la necessità di avere alle spalle un movimento compatto diretto da una leadership forte e indiscussa. E non era questo il caso: Mansur era contestato da diverse fazioni e in rotta con elementi chiave del movimento. Sapeva che la sua leadership era tanto fragile quanto poco compatto è il movimento dei turbanti neri. La presa di Kunduz, nell’ottobre del 2015, fu la sua prima prova di forza, la necessità di dimostrare che non era da meno di mullah Omar. E del resto, se Mansur faceva la faccia dura, i suoi nemici – gli invasori americani – non son certo stati da meno: a Kunduz andando a caccia di guerriglieri colpirono un ospedale e in questi mesi – dietro la richiesta del negoziato – gli americani non hanno mai smesso i loro raid segreti sia in Afghanistan, sia in Pakistan. Attività che non conosciamo e che gli stessi afgani e pachistani vedono soltanto ex post quando a chiedere vendetta sono i parenti dei civili uccisi. Ora un raid colpisce e punisce il numero uno della guerriglia, forse l’uomo su cui Islamabad contava e forse persino il più acerrimo nemico di Daesh, vissuto da Mansur come l’ennesima minaccia alla compattezza del movimento. Missione compiuta dunque? Si, ma non certo a favore di un processo negoziale che non è affatto detto possa ripartire dopo la morte del leader talebano.

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Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

mcc43 L’intento persecutorio è come quei semi che non seccano mai e aspettano le condizioni per germogliare come malapianta. I Palestinesi vogliono uno stato? Si lascino espellere dalla Palestina! Questo il seme malefico che Israele interra nella comunità internazionale nel 2009 con un dettagliato piano per annettersi la Cisgiordania e spostare i Palestinesi nel Sinai, cui dovrebbe, almeno in parte, rinunciare […]
Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

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Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest

Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest

Qualche settimana fa vi avevo detto che Elbabookfest, festival dell’editoria indipendente di Rio nell’Elba,ha lanciato un premio per la traduzione (dedicato a Lorenzo Appiani), e che questa prima edizione è dedicata alle traduzioni letterarie dall’arabo in italiano. Oggi vi dico che: la scadenza per presentare la domanda di partecipazione è stata prorogata al 27 maggio…quindi, … Continua a leggere Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest
Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest

Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest

Qualche settimana fa vi avevo detto che Elbabookfest, festival dell’editoria indipendente di Rio nell’Elba,ha lanciato un premio per la traduzione (dedicato a Lorenzo Appiani), e che questa prima edizione è dedicata alle traduzioni letterarie dall’arabo in italiano. Oggi vi dico che: la scadenza per presentare la domanda di partecipazione è stata prorogata al 27 maggio…quindi, … Continua a leggere Aggiornamenti dal Premio Appiani di Elbabookfest

L’Europa e i suoi tentativi di tenere l’immigrazione a distanza

Di Abdul Nour bin Antar. Al-Araby al-Jadeed (21/05/2016). Traduzione e sintesi di Antonia Maria Cascone. Nell’affrontare il problema dell’immigrazione, l’Europa si avvale di una serie di strumenti, fra i quali la stipula di trattative con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Lo scopo principale è che essi accolgano i migranti respinti alle porte dell’UE, […]

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Il cinema iraniano sotto i riflettori del Festival di Cannes

Di Ali Noorani. Your Middle East (20/05/2016). Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia. I limiti politici, religiosi e culturali sono sempre stati un ostacolo per i registi e gli attori iraniani, dal momento che ogni pellicola deve essere approvata dalle autorità del paese prima che ne sia concessa la distribuzione al grande pubblico. Tutte queste restrizioni sono […]

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USA e Arabia Saudita: un tempo amici, ora ad un passo dal confronto militare?

Di Abdel Bari Atwan. Ray al-Youm (19/05/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk. Il Senato degli Stati Uniti d’America ha approvato un disegno di legge che consentirà di processare i principi sauditi per il loro presunto coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre. L’istituzione americana, con questo provvedimento, dichiara guerra giudiziaria all’Arabia Saudita segnando, così, la fine dei rapporti […]

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USA e Arabia Saudita: un tempo amici, ora ad un passo dal confronto militare?

Di Abdel Bari Atwan. Ray al-Youm (19/05/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk. Il Senato degli Stati Uniti d’America ha approvato un disegno di legge che consentirà di processare i principi sauditi per il loro presunto coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre. L’istituzione americana, con questo provvedimento, dichiara guerra giudiziaria all’Arabia Saudita segnando, così, la fine dei rapporti […]

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Siria: il rischio della mancanza di uno Stato

Di Michel Kilo. Al-Araby al-Jadeed (19/05/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Lo Stato della rivoluzione siriana non è la nazione degli Assad anzi, non è mai stato un vero Stato sotto il loro governo. La Siria è piuttosto il paese della rivoluzione assente, almeno fino ad oggi. Intendendo, con questo termine, la mancanza del popolo siriano nelle […]

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Siria: il rischio della mancanza di uno Stato

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L’Egitto di Mohammed Sobhi

Di Samir Atallah. Asharq al-Awsat (18/05/2016). Traduzione e sintesi di Letizia Vaglia. In Egitto torna in auge il dibattito sulla sua identità: sarà araba o egiziana? Ma se talvolta la disquisizione tocca livelli intellettuali abbastanza alti, in altre occasioni risulta priva di fondamento. A mio avviso, questa questione continua a tornare all’ordine del giorno perché non […]

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Consiglio di lettura: “Ouatann. Ombre sul mare” di Azza Filali

Consiglio di lettura: “Ouatann. Ombre sul mare” di Azza Filali

Un’avvocatessa tunisina scopre che la sua casa di famiglia, che si trova in un piccolo paese vicino a Biserta, è stata segretamente affittata in nero dal custode. Come se non bastasse gli inquilini sono due uomini immischiati con la malavita tunisina. Come in un giallo, le pedine si muovono piano, fino alla fine, quando si […]

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Un’avvocatessa tunisina scopre che la sua casa di famiglia, che si trova in un piccolo paese vicino a Biserta, è stata segretamente affittata in nero dal custode. Come se non bastasse gli inquilini sono due uomini immischiati con la malavita tunisina. Come in un giallo, le pedine si muovono piano, fino alla fine, quando si […]

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Se i poeti perdono: incontro con Ibrahim Nasrallah a Salerno

Se i poeti perdono: incontro con Ibrahim Nasrallah a Salerno

La rassegna Femminile palestinese, giunta alla sua terza edizione, ospita oggi a Salerno lo scrittore e poeta giordano – palestinese Ibrahim Nasrallah. Dal comunicato stampa: “Ibrahim Nasrallah ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il prestigioso “Sultan ’Aways” per la poesia nel 1997. È anche romanziere, oltre che insegnante, giornalista, critico cinematografico, pittore, fotografo.  … Continua a leggere Se i poeti perdono: incontro con Ibrahim Nasrallah a Salerno
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La primavera tunisina sboccia a Torino

La primavera tunisina sboccia a Torino

rosita-foto-110La stagione della rinascita della natura dopo il letargo invernale, ma anche il segnale del risveglio delle idee: “Primavera a Tunisi”, mostra fotografica a cura di Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, che sarà allestita dal 20 al 22 maggio nel giardino di Palazzo Cisterna a Torino, riassume bene questa duplice lettura.

La sofferenza dimenticata dei Baha’i in Yemen

Di Hind al-Eryani. Middle East Eye (16/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia. Durante la mia vita, ho incontrato solo tre donne di fede Baha’i. Una era amica di un mio parente ed era fuggita dal razzismo predominante in Iran durante gli anni ’90 trovando rifugio in Yemen. La seconda aveva vissuto in Yemen per 15 […]

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La sofferenza dimenticata dei Baha’i in Yemen

Di Hind al-Eryani. Middle East Eye (16/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia. Durante la mia vita, ho incontrato solo tre donne di fede Baha’i. Una era amica di un mio parente ed era fuggita dal razzismo predominante in Iran durante gli anni ’90 trovando rifugio in Yemen. La seconda aveva vissuto in Yemen per 15 […]

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A Beirut la letteratura internazionale si interroga su conflitti, migrazioni e identità

A Beirut la letteratura internazionale si interroga su conflitti, migrazioni e identità

Qual è il ruolo dello scrittore oggi? Come la letteratura interpreta i problemi delle società contemporanee? Serve ancora, oggi, la letteratura? E a chi? A questi e ad altri interrogativi cercano di rispondere i nove autori invitati dalla Casa internazionale degli scrittori a Beirut (Beyt al-kottab ad-douali), che il 20 e 21 maggio si incontreranno … Continua a leggere A Beirut la letteratura internazionale si interroga su conflitti, migrazioni e identità
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Qual è il ruolo dello scrittore oggi? Come la letteratura interpreta i problemi delle società contemporanee? Serve ancora, oggi, la letteratura? E a chi? A questi e ad altri interrogativi cercano di rispondere i nove autori invitati dalla Casa internazionale degli scrittori a Beirut (Beyt al-kottab ad-douali), che il 20 e 21 maggio si incontreranno … Continua a leggere A Beirut la letteratura internazionale si interroga su conflitti, migrazioni e identità
“Quel velo sul tuo volto”: uno spaccato sul mondo arabo-musulmano nel volume di Nicola Lofoco

“Quel velo sul tuo volto”: uno spaccato sul mondo arabo-musulmano nel volume di Nicola Lofoco

È stato presentato ieri, 17 maggio 2016, nella cornice degli eleganti uffici della Federazione Unitaria Italiana Scrittori a Roma il volume “Quel velo sul tuo volto” del giornalista e blogger Nicola Lofoco, edito da Les Flaneurs Edizioni. Il libro, il cui sottotitolo recita “La donna musulmana e le interpretazioni del Corano, oggi”, fornisce una dettagliata […]

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“Quel velo sul tuo volto”: uno spaccato sul mondo arabo-musulmano nel volume di Nicola Lofoco

“Quel velo sul tuo volto”: uno spaccato sul mondo arabo-musulmano nel volume di Nicola Lofoco

È stato presentato ieri nella cornice degli eleganti uffici della Federazione Unitaria Italiana Scrittori a Roma il volume “Quel velo sul tuo volto” del giornalista e blogger Nicola Lofoco, edito da Les Flaneurs Edizioni. Il libro, il cui sottotitolo recita “La donna musulmana e le interpretazioni del Corano, oggi”, fornisce una dettagliata panoramica sulla situazione […]

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Il peso delle donne musulmane nella vita politica Europea

Il peso delle donne musulmane nella vita politica Europea

In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
Il peso delle donne musulmane nella vita politica Europea

Il peso delle donne musulmane nella vita politica Europea

In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
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In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
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In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
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In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
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Il peso delle donne musulmane nella vita politica Europea

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In this paper, I will analyze some crucial aspects of Muslim women’s formal political participation in some European countries; in addition, I will focus on the Italian case with the help of a series of interviews with Muslim women who play an active role in local political councils. The study shows how in European politics, […]
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Una nuova visita a Istanbul

Di Mustafa al-Labad. As-Safir (16/05/2016). Traduzione e sintesi di Silvia Lobina. Solo una settimana separa la Turchia dalla prossima conferenza del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP), durante la quale sarà nominato il nuovo primo ministro, successore dell’attuale Ahmet Davutoglu, dimissionato sotto la pressione del leader Erdogan. Il paese vive in uno stato di attesa […]

L'articolo Una nuova visita a Istanbul sembra essere il primo su Arabpress.

Una nuova visita a Istanbul

Di Mustafa al-Labad. As-Safir (16/05/2016). Traduzione e sintesi di Silvia Lobina. Solo una settimana separa la Turchia dalla prossima conferenza del partito al governo Giustizia e Sviluppo (AKP), durante la quale sarà nominato il nuovo primo ministro, successore dell’attuale Ahmet Davutoglu, dimissionato sotto la pressione del leader Erdogan. Il paese vive in uno stato di attesa […]

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Un pomeriggio al Salone Internazionale del Libro di Torino

Erano molti anni che non riuscivo ad andare al Salone Internazionale del Libro di Torino. Prima, era una tappa obbligata con la scuola: abitando vicino a Cuneo, le scuole ci portavano quasi tutti gli anni in gita, e anche dopo è sempre stato un appuntamento fisso. Da quando mi sono trasferita a Roma, però, non sono […]

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Un pomeriggio al Salone Internazionale del Libro di Torino

Erano molti anni che non riuscivo ad andare al Salone Internazionale del Libro di Torino. Prima, era una tappa obbligata con la scuola: abitando vicino a Cuneo, le scuole ci portavano quasi tutti gli anni in gita, e anche dopo è sempre stato un appuntamento fisso. Da quando mi sono trasferita a Roma, però, non sono […]

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L’Iran e la sua immaturità politica

Di Tariq al-Homayed. Asharq al-Awsat (14/05/2016). Traduzione e sintesi di Sebastiano Garofalo. Gli ‘ulama di al-Azhar non esagerano quando etichettano come “immaturità politica” la decisione dell’Iran di impedire ai propri cittadini di partecipare all’annuale pellegrinaggio alla Mecca. Questa, insieme all’uso strumentale che fa della religione islamica, è la prova della poca credibilità che ha il regime iraniano […]

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L’Iran e la sua immaturità politica

Di Tariq al-Homayed. Asharq al-Awsat (14/05/2016). Traduzione e sintesi di Sebastiano Garofalo. Gli ‘ulama di al-Azhar non esagerano quando etichettano come “immaturità politica” la decisione dell’Iran di impedire ai propri cittadini di partecipare all’annuale pellegrinaggio alla Mecca. Questa, insieme all’uso strumentale che fa della religione islamica, è la prova della poca credibilità che ha il regime iraniano […]

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Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste

Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste

L’Università di Trieste mercoledì 18 maggio organizza una tavola rotonda dal titolo “Omaggi mediterranei: scrittrici e scrittori dal mondo arabo”, durante la quale studiosi e studiose ricorderanno il poeta palestinese Mahmud Darwish, la sociologa e scrittrice marocchina Fatema Mernissi, la scrittrice e saggista algerina Assia Djebbar e il poeta e intellettuale tunisino Abdelwahab Meddeb. “Una … Continua a leggere Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste
Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste

Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste

L’Università di Trieste mercoledì 18 maggio organizza una tavola rotonda dal titolo “Omaggi mediterranei: scrittrici e scrittori dal mondo arabo”, durante la quale studiosi e studiose ricorderanno il poeta palestinese Mahmud Darwish, la sociologa e scrittrice marocchina Fatema Mernissi, la scrittrice e saggista algerina Assia Djebbar e il poeta e intellettuale tunisino Abdelwahab Meddeb. “Una … Continua a leggere Omaggio agli scrittori dal mondo arabo a Trieste

L’accordo Sykes-Picot si sgretola nel suo centenario

Di James Reinl. Middle East Eye (12/05/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. I centenari sono raramente in ottima salute. Sicuramente non lo è l’accordo Sykes-Picot, che celebra il suo 100° compleanno lunedì 16 maggio. L’accordo segreto per dividere il vasto territorio dell’Impero Ottomano in zone d’influenza inglesi e francesi ha fatto precipitare la […]

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Passaggi: Le parole di Jabra Ibrahim Jabra per la giornata della Nakba

La Nakba, la catastrofe, si celebra oggi per ricordare le ingiustizie che i palestinesi hanno subito e continuano a subire. Nel 1948, oggi, nasceva lo Stato di Israele, per volere delle potenze occidentali. L’occupazione e il conseguente esodo della popolazione palestinese erano già iniziati l’anno precedente in maniera più consistente, ma a partire da quella […]

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Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Arresti preventivi, rastrellamenti, oltre 50 persone incarcerate, tra cui l'avvocato Malek Adly e Ahmed Abdallah, dell'organizzazione che sta fornendo consulenza per il caso Regeni. E' questa la risposta del regime egiziano alle manifestazioni contro la vendita delle isole del mar Rosso all'Arabia Saudita, paradigma di un malcontento popolare mai sopito. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Giovanni Piazzese
Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Arresti preventivi, rastrellamenti, oltre 50 persone incarcerate, tra cui l'avvocato Malek Adly e Ahmed Abdallah, dell'organizzazione che sta fornendo consulenza per il caso Regeni. E' questa la risposta del regime egiziano alle manifestazioni contro la vendita delle isole del mar Rosso all'Arabia Saudita, paradigma di un malcontento popolare mai sopito. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Giovanni Piazzese
Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Arresti preventivi, rastrellamenti, oltre 50 persone incarcerate, tra cui l'avvocato Malek Adly e Ahmed Abdallah, dell'organizzazione che sta fornendo consulenza per il caso Regeni. E' questa la risposta del regime egiziano alle manifestazioni contro la vendita delle isole del mar Rosso all'Arabia Saudita, paradigma di un malcontento popolare mai sopito. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Giovanni Piazzese
Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Arresti preventivi, rastrellamenti, oltre 50 persone incarcerate, tra cui l'avvocato Malek Adly e Ahmed Abdallah, dell'organizzazione che sta fornendo consulenza per il caso Regeni. E' questa la risposta del regime egiziano alle manifestazioni contro la vendita delle isole del mar Rosso all'Arabia Saudita, paradigma di un malcontento popolare mai sopito. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Giovanni Piazzese
Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Egitto. Di sovranità e impunita repressione

Arresti preventivi, rastrellamenti, oltre 50 persone incarcerate, tra cui l'avvocato Malek Adly e Ahmed Abdallah, dell'organizzazione che sta fornendo consulenza per il caso Regeni. E' questa la risposta del regime egiziano alle manifestazioni contro la vendita delle isole del mar Rosso all'Arabia Saudita, paradigma di un malcontento popolare mai sopito. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Giovanni Piazzese
Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

La famiglia di Mahmoud Zwahre è stata cacciata dal villaggio nel quale aveva vissuto per generazioni nel 1948. I suoi nonni trovarono rifugio nel villaggio di Al-Ma’sara, nei Territori Palestinesi Occupati, dove Mahmoud è nato, cresciuto, e diventato un leader dei Comitati di Resistenza Popolare. In queste righe, spiega che significato abbia oggi la Nakba per lui. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Mahmoud Zwahre*
Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

La famiglia di Mahmoud Zwahre è stata cacciata dal villaggio nel quale aveva vissuto per generazioni nel 1948. I suoi nonni trovarono rifugio nel villaggio di Al-Ma’sara, nei Territori Palestinesi Occupati, dove Mahmoud è nato, cresciuto, e diventato un leader dei Comitati di Resistenza Popolare. In queste righe, spiega che significato abbia oggi la Nakba per lui. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Mahmoud Zwahre*
Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

La famiglia di Mahmoud Zwahre è stata cacciata dal villaggio nel quale aveva vissuto per generazioni nel 1948. I suoi nonni trovarono rifugio nel villaggio di Al-Ma’sara, nei Territori Palestinesi Occupati, dove Mahmoud è nato, cresciuto, e diventato un leader dei Comitati di Resistenza Popolare. In queste righe, spiega che significato abbia oggi la Nakba per lui. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Mahmoud Zwahre*
Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

La famiglia di Mahmoud Zwahre è stata cacciata dal villaggio nel quale aveva vissuto per generazioni nel 1948. I suoi nonni trovarono rifugio nel villaggio di Al-Ma’sara, nei Territori Palestinesi Occupati, dove Mahmoud è nato, cresciuto, e diventato un leader dei Comitati di Resistenza Popolare. In queste righe, spiega che significato abbia oggi la Nakba per lui. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Mahmoud Zwahre*
Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

Palestina. “Dalle ceneri della Nakba risorgeremo per resistere”

La famiglia di Mahmoud Zwahre è stata cacciata dal villaggio nel quale aveva vissuto per generazioni nel 1948. I suoi nonni trovarono rifugio nel villaggio di Al-Ma’sara, nei Territori Palestinesi Occupati, dove Mahmoud è nato, cresciuto, e diventato un leader dei Comitati di Resistenza Popolare. In queste righe, spiega che significato abbia oggi la Nakba per lui. 

 

 

15 Maggio 2016
di: 
Mahmoud Zwahre*
Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

A fronte di dibattiti pubblici sempre più islamofobici ed etnocentrici, spesso focalizzati sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “pericoloso” in quanto irrimediabilmente “diverso”, Enrico Bartolomei ed Estella Carpiche affrontano la questione del paradigma religioso-confessionale con cui spesso vengono interpretati il Medio Oriente e il mondo arabo, a approndiscono la critica avviata dal gruppo di studiosi de "

15 Maggio 2016
di: 
Enrico Bartolomei e Estella Carpi
Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

A fronte di dibattiti pubblici sempre più islamofobici ed etnocentrici, spesso focalizzati sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “pericoloso” in quanto irrimediabilmente “diverso”, Enrico Bartolomei ed Estella Carpiche affrontano la questione del paradigma religioso-confessionale con cui spesso vengono interpretati il Medio Oriente e il mondo arabo, a approndiscono la critica avviata dal gruppo di studiosi de "

15 Maggio 2016
di: 
Enrico Bartolomei e Estella Carpi
Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

A fronte di dibattiti pubblici sempre più islamofobici ed etnocentrici, spesso focalizzati sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “pericoloso” in quanto irrimediabilmente “diverso”, Enrico Bartolomei ed Estella Carpiche affrontano la questione del paradigma religioso-confessionale con cui spesso vengono interpretati il Medio Oriente e il mondo arabo, a approndiscono la critica avviata dal gruppo di studiosi de "

15 Maggio 2016
di: 
Enrico Bartolomei e Estella Carpi
Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

A fronte di dibattiti pubblici sempre più islamofobici ed etnocentrici, spesso focalizzati sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “pericoloso” in quanto irrimediabilmente “diverso”, Enrico Bartolomei ed Estella Carpiche affrontano la questione del paradigma religioso-confessionale con cui spesso vengono interpretati il Medio Oriente e il mondo arabo, a approndiscono la critica avviata dal gruppo di studiosi de "

15 Maggio 2016
di: 
Enrico Bartolomei e Estella Carpi
Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

Iraq, Siria, Palestina: perché la religione non c’entra

A fronte di dibattiti pubblici sempre più islamofobici ed etnocentrici, spesso focalizzati sulla costruzione dell’arabo-musulmano come “pericoloso” in quanto irrimediabilmente “diverso”, Enrico Bartolomei ed Estella Carpiche affrontano la questione del paradigma religioso-confessionale con cui spesso vengono interpretati il Medio Oriente e il mondo arabo, a approndiscono la critica avviata dal gruppo di studiosi de "

15 Maggio 2016
di: 
Enrico Bartolomei e Estella Carpi
Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Il neo premier Serraj e il suo esecutivo all'arrivo a Tripoli

Dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk come l’unico rappresentante del popolo libico nell’agosto 2014, l’Occidente vuole adesso applicare l’accordo di Skhirat del 17 dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale a Tripoli, suscettibile di fare appello alla comunità internazionale per condurre la guerra contro il terrorismo e l’organizzazione dello Stato Islamico a Sirte.

15 Maggio 2016
di: 
Patrick Haimzadeh per Orient XXI*
Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Il neo premier Serraj e il suo esecutivo all'arrivo a Tripoli

Dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk come l’unico rappresentante del popolo libico nell’agosto 2014, l’Occidente vuole adesso applicare l’accordo di Skhirat del 17 dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale a Tripoli, suscettibile di fare appello alla comunità internazionale per condurre la guerra contro il terrorismo e l’organizzazione dello Stato Islamico a Sirte.

15 Maggio 2016
di: 
Patrick Haimzadeh per Orient XXI*
Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Il neo premier Serraj e il suo esecutivo all'arrivo a Tripoli

Dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk come l’unico rappresentante del popolo libico nell’agosto 2014, l’Occidente vuole adesso applicare l’accordo di Skhirat del 17 dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale a Tripoli, suscettibile di fare appello alla comunità internazionale per condurre la guerra contro il terrorismo e l’organizzazione dello Stato Islamico a Sirte.

15 Maggio 2016
di: 
Patrick Haimzadeh per Orient XXI*
Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Il neo premier Serraj e il suo esecutivo all'arrivo a Tripoli

Dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk come l’unico rappresentante del popolo libico nell’agosto 2014, l’Occidente vuole adesso applicare l’accordo di Skhirat del 17 dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale a Tripoli, suscettibile di fare appello alla comunità internazionale per condurre la guerra contro il terrorismo e l’organizzazione dello Stato Islamico a Sirte.

15 Maggio 2016
di: 
Patrick Haimzadeh per Orient XXI*
Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Libia. La “guerra al terrorismo” che impedisce la riconciliazione nazionale

Il neo premier Serraj e il suo esecutivo all'arrivo a Tripoli

Dopo aver riconosciuto il Parlamento di Tobruk come l’unico rappresentante del popolo libico nell’agosto 2014, l’Occidente vuole adesso applicare l’accordo di Skhirat del 17 dicembre 2015 che prevede un governo di unità nazionale a Tripoli, suscettibile di fare appello alla comunità internazionale per condurre la guerra contro il terrorismo e l’organizzazione dello Stato Islamico a Sirte.

15 Maggio 2016
di: 
Patrick Haimzadeh per Orient XXI*

Palestina: dalla Nakba alla rivoluzione

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (13/05/2016). Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia. Oggi i palestinesi ricordano l’anniversario della Nakba, quella catastrofe avvenuta in concomitanza con la giornata della fondazione dello Stato di Israele, un evento che ha sconvolto la storia del popolo arabo. La questione ebraica era un affare europeo per esprimere il fenomeno antisemita che aveva […]

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Londra sconfigge l’islamofobia

Di Noureddine Miladi. Middle East Monitor (13/05/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Il 6 maggio, Sadiq Khan è stato eletto Primo Cittadino di Londra, il “primo sindaco musulmano di una grande città europea”. Khan è nato a Londra, da un’umile famiglia pakistana. Dopo aver studiato sodo, si è laureato in Giurisprudenza alla University of North London. Dopo la […]

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Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

Call for Papers for the panel—“Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) Region” to take place at the sixth Istanbul Human Security Conference, The Human Security Implications of the Refugee Crisis: Evaluating Current Policies and Discussing Potential Solutions, 19-20-21 October 2016. This panel will be under the “Responses […]
Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

Call for Papers for the panel—“Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) Region” to take place at the sixth Istanbul Human Security Conference, The Human Security Implications of the Refugee Crisis: Evaluating Current Policies and Discussing Potential Solutions, 19-20-21 October 2016. This panel will be under the “Responses […]
Call for Papers for Sixth Istanbul Human Security Conference 2016 (19-20-21 October)

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Call for Papers for the panel—“Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) Region” to take place at the sixth Istanbul Human Security Conference, The Human Security Implications of the Refugee Crisis: Evaluating Current Policies and Discussing Potential Solutions, 19-20-21 October 2016. This panel will be under the “Responses […]
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Call for Papers for the panel—“Protecting People or Protecting Orders? Displacement in the Middle East and North Africa (MENA) Region” to take place at the sixth Istanbul Human Security Conference, The Human Security Implications of the Refugee Crisis: Evaluating Current Policies and Discussing Potential Solutions, 19-20-21 October 2016. This panel will be under the “Responses […]
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Le sfide degli intellettuali nella Siria di oggi

Di Akram al-Beni. Al-Hayat (6/05/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk I venti del cambiamento hanno messo gli intellettuali siriani davanti a nuovi orizzonti, spinti dalla speranza di rafforzare il loro ruolo per la promozione di una società libera e sana. L’eccessiva violenza ha messo alla prova la profondità delle loro scelte umane e la […]

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Le conseguenze della guerra in Yemen sulle gravidanze

Di Nasser al-Sakkaf. Middle East Eye (10/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia La maggior parte degli ospedali di Ta’izz sono chiusi a causa della guerra. Da aprile 2015 Ta’izz è stata teatro di combattimenti feroci tra i ribelli Houti e i combattenti fedeli al Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, sostenuti dai Sauditi. Secondo Fahd […]

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Le conseguenze della guerra in Yemen sulle gravidanze

Di Nasser al-Sakkaf. Middle East Eye (10/05/2016). Traduzione e sintesi di Chiara Cartia La maggior parte degli ospedali di Ta’izz sono chiusi a causa della guerra. Da aprile 2015 Ta’izz è stata teatro di combattimenti feroci tra i ribelli Houti e i combattenti fedeli al Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, sostenuti dai Sauditi. Secondo Fahd […]

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Romanzo arabo e “Orientalismo”

Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

Romanzo arabo e “Orientalismo”
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Romanzo arabo e “Orientalismo”

Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

Romanzo arabo e “Orientalismo”
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Romanzo arabo e “Orientalismo”

Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

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letturearabe di Jolanda Guardi
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Romanzo arabo e “Orientalismo”

Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

Romanzo arabo e “Orientalismo”
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Romanzo arabo e “Orientalismo”

Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

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Leggo oggi un post di editoriaraba intitolato “Se la letteratura è orientalismo”, che confuta alcune affermazioni pubblicate sulla carta stampata in occasione del Salone del Libro di Torino e che mi hanno dato da pensare. Preciso che quel che segue nulla ha … Continua a leggere

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letturearabe di Jolanda Guardi
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Le elezioni municipali danno speranza al futuro del Libano

Di Lina Khatib e Bassem Deaibess. Middle East Eye (09/05/2016). Traduzione di Roberta Papaleo. La scorsa domenica, con il primo turno di municipali, dopo quattro anni in Libano si sono svolte delle elezioni. Per anni, la politica libanese è rimasta congelata: ciò ha quindi conferito una rinnovata importanza alle votazioni municipali, come unica chance per il […]

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Le elezioni municipali danno speranza al futuro del Libano

Di Lina Khatib e Bassem Deaibess. Middle East Eye (09/05/2016). Traduzione di Roberta Papaleo. La scorsa domenica, con il primo turno di municipali, dopo quattro anni in Libano si sono svolte delle elezioni. Per anni, la politica libanese è rimasta congelata: ciò ha quindi conferito una rinnovata importanza alle votazioni municipali, come unica chance per il […]

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Le elezioni municipali danno speranza al futuro del Libano

Di Lina Khatib e Bassem Deaibess. Middle East Eye (09/05/2016). Traduzione di Roberta Papaleo. La scorsa domenica, con il primo turno di municipali, dopo quattro anni in Libano si sono svolte delle elezioni. Per anni, la politica libanese è rimasta congelata: ciò ha quindi conferito una rinnovata importanza alle votazioni municipali, come unica chance per il […]

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“Il protagonismo delle donne in terra d’Islam” di Leila Karami e Biancamaria Scarcia Amoretti

Uno dei temi che maggiormente affascina studiosi ed opinione pubblica nell’ambito del mondo islamico è senza dubbio rappresentato dalla condizione della donna, dalle mille sfaccettature che la condizione ed il ruolo femminile riveste in tutti i paesi in cui la religione islamica permea in maniera più o meno determinante la vita pubblica e privata dei […]

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“Il protagonismo delle donne in terra d’Islam” di Leila Karami e Biancamaria Scarcia Amoretti

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“Il protagonismo delle donne in terra d’Islam” di Leila Karami e Biancamaria Scarcia Amoretti

Uno dei temi che maggiormente affascina studiosi ed opinione pubblica nell’ambito del mondo islamico è senza dubbio rappresentato dalla condizione della donna, dalle mille sfaccettature che la condizione ed il ruolo femminile riveste in tutti i paesi in cui la religione islamica permea in maniera più o meno determinante la vita pubblica e privata dei […]

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Confine Egitto-Sudan: il nuovo ostacolo nelle trattative sulla Renaissance Dam?

Di Walaa Hussein. Al-Monitor (08/05/2016). Traduzione e sintesi di Angela Ilaria Antoniello. Si teme che la disputa su Halayeb e Shalateen, una piccola regione di confine rivendicata sia dal Cairo che da Khartum, getterà un’ombra sul coordinamento egiziano-sudanese dei negoziati sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam tra i due paesi e l’Etiopia. Il 18 aprile scorso, […]

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La Turchia e la dittatura di Erdoğan

Di Jihad El-Khazen. Al-Hayat (09/05/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. La causa principale e forse la più importante alla base delle dimissioni di Ahmet Davotuğlu dalla carica di Primo Ministro della Turchia è da ricercare nelle tendenze dittatoriali del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha tentato di accaparrarsi quei poteri esecutivi che da più […]

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La Turchia e la dittatura di Erdoğan

Di Jihad El-Khazen. Al-Hayat (09/05/2016). Traduzione e sintesi di Marianna Barberio. La causa principale e forse la più importante alla base delle dimissioni di Ahmet Davotuğlu dalla carica di Primo Ministro della Turchia è da ricercare nelle tendenze dittatoriali del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che ha tentato di accaparrarsi quei poteri esecutivi che da più […]

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Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Alla mezzanotte di ieri lo spoglio di due terzi delle schede elettorali per la scelta del nuovo presidente filippino non lasciava dubbi. La poltrona più alta già sembrava pronta per Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”, già sindaco di Davao e uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale all'insegna dello slogan “macelliamo i criminali”. Se non bastasse,  Rody Duterte può contare sulle accuse di Human Right Watch per mille esecuzioni di criminali o supposti tali in 22 anni di servizio mentre le cronache ricordano il suo commento a caldo (poi ritrattato) dopo lo stupro di una missionaria australiana: tanto bella – aveva detto – che valeva la pena essere il primo. Ex magistrato, Duterte ha giocato la carta dell'uomo che viene da una famiglia non blasonata e che – in tre o sei mesi come ha promesso – imporrà legge e ordine spazzando via criminali piccoli e grossi. Se le leggi glielo impedissero? Ha minacciato di chiudere il parlamento. L'uomo che parla alla pancia della gente, un Trump con gli occhi a mandorla o un Salvini in salsa orientale, piace. Semplice e populista quanto basta, pugno duro quando ci vuole e, tanto per cambiare, la promessa di far fuori la corruzione ma soprattutto i criminali, come se la criminalità non fosse uno dei tanti prodotti sociali di un'ineguaglianza lineare tanto quanto il potere finora indiscusso di un pugno di famiglie, come quella degli Aquino da cui proviene il presidente uscente.


Ma in queste elezioni – che sceglievano anche senatori e 18mila funzionari locali – c'è anche un'altra famiglia nota che torna: i Marcos da cui esce candidato alla vicepresidenza Bongbong, figlio dell'ex dittatore Ferdinando spodestato decenni fa dalle piazze e sostituito proprio da una Aquino (Corazon). Suo figlio Benigno, presidente uscente, ha provato così – tra un Marcos e un Dutarte – ad agitare il ritorno della dittatura. A spaventarlo era soprattutto Dutarte, tanto che il presidente ha lanciato un appello a unire le forze per batterlo. Nelle Filippine (55 milioni di aventi diritto con quest'anno un'affluenza alle urne senza precedenti) non si va al ballottaggio: vince il più forte e il vicepresidente lo sceglie il popolo non il capo dello Stato. Benigno si è in sostanza rivolto a Grace Poe, ex educatrice e business woman di provata fede cattolica, l'unica nei sondaggi ad avere, con Manuel Roxas (già nel gabinetto Aquino) qualche chance - ma non da sola - rispetto agli altri candidati (cinque in tutto) in lizza.

Poe e Roxas, il pupillo del presidente, non si sono però accordati e così anche lo spauracchio della dittatura ha finito per contare poco, pur se la Poe faceva paura: per squalificarla dal torneo elettorale, alcuni mesi fa venne prodotto un certificato falso sul suo padre naturale (Grace è figlia adottiva di due famosi attori)... che sarebbe addirittura stato Bongbong Marcos! Per metterla in difficoltà è stato tirato fuori anche il fatto che il marito ha la cittadinanza americana, in un Paese da sempre filoamericano ma dove il risentimento per il padrino padrone è sempre forte.

Il palazzo presidenziale a Manila
Cosa c'è sul piatto del nuovo presidente? Mali atavici, riforme e tensioni col colosso cinese per quel pugno di atolli sparsi su riserve di gas naturale che da anni fanno venire il mal di pancia ai Paesi affacciati sul Mar cinese meridionale, un nome che a Pechino sembra il riconoscimento evidente che Paracels e Spratlys son roba sua. Le Filippine sono tra i Paesi col contenzioso maggiore, sia sulle Spratlys sia su Scarborough Shoal (Huangyan per i cinesi), un'area a 160 chilometri dalle coste filippine e a 500 miglia marittime dalla Cina. Nonostante uno sviluppo in crescita, l'economia resta sempre un problema per un Paese che ha cento milioni di abitanti ma anche dieci milioni di emigrati che ingrassano le casse con le loro rimesse ma che fanno del Paese uno dei più grandi fornitori di manodopera all'estero. E restano i mali atavici che han fatto coniare proprio per l'economia filippina sin dai tempi di Marcos la locuzione “crony capitalism”, capitalismo di parentela, un refrain che torna a legarsi alla tradizione delle grandi famiglie che si succedono al potere e si scambiano favori. Dutarte promette pulizia e piace forse anche perché non viene dal giro della “Imperial Manila” ma è anzi un uomo della provincia, di quell'isola di Mindanao dove è attiva la guerriglia secessionista e il processo di pace, sempre sul filo del rasoio, al momento è in fase di stallo. Un altro grattacapo per chi siederà al palazzo presidenziale di Malacañang.

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Alla mezzanotte di ieri lo spoglio di due terzi delle schede elettorali per la scelta del nuovo presidente filippino non lasciava dubbi. La poltrona più alta già sembrava pronta per Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”, già sindaco di Davao e uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale all'insegna dello slogan “macelliamo i criminali”. Se non bastasse,  Rody Duterte può contare sulle accuse di Human Right Watch per mille esecuzioni di criminali o supposti tali in 22 anni di servizio mentre le cronache ricordano il suo commento a caldo (poi ritrattato) dopo lo stupro di una missionaria australiana: tanto bella – aveva detto – che valeva la pena essere il primo. Ex magistrato, Duterte ha giocato la carta dell'uomo che viene da una famiglia non blasonata e che – in tre o sei mesi come ha promesso – imporrà legge e ordine spazzando via criminali piccoli e grossi. Se le leggi glielo impedissero? Ha minacciato di chiudere il parlamento. L'uomo che parla alla pancia della gente, un Trump con gli occhi a mandorla o un Salvini in salsa orientale, piace. Semplice e populista quanto basta, pugno duro quando ci vuole e, tanto per cambiare, la promessa di far fuori la corruzione ma soprattutto i criminali, come se la criminalità non fosse uno dei tanti prodotti sociali di un'ineguaglianza lineare tanto quanto il potere finora indiscusso di un pugno di famiglie, come quella degli Aquino da cui proviene il presidente uscente.


Ma in queste elezioni – che sceglievano anche senatori e 18mila funzionari locali – c'è anche un'altra famiglia nota che torna: i Marcos da cui esce candidato alla vicepresidenza Bongbong, figlio dell'ex dittatore Ferdinando spodestato decenni fa dalle piazze e sostituito proprio da una Aquino (Corazon). Suo figlio Benigno, presidente uscente, ha provato così – tra un Marcos e un Dutarte – ad agitare il ritorno della dittatura. A spaventarlo era soprattutto Dutarte, tanto che il presidente ha lanciato un appello a unire le forze per batterlo. Nelle Filippine (55 milioni di aventi diritto con quest'anno un'affluenza alle urne senza precedenti) non si va al ballottaggio: vince il più forte e il vicepresidente lo sceglie il popolo non il capo dello Stato. Benigno si è in sostanza rivolto a Grace Poe, ex educatrice e business woman di provata fede cattolica, l'unica nei sondaggi ad avere, con Manuel Roxas (già nel gabinetto Aquino) qualche chance - ma non da sola - rispetto agli altri candidati (cinque in tutto) in lizza.

Poe e Roxas, il pupillo del presidente, non si sono però accordati e così anche lo spauracchio della dittatura ha finito per contare poco, pur se la Poe faceva paura: per squalificarla dal torneo elettorale, alcuni mesi fa venne prodotto un certificato falso sul suo padre naturale (Grace è figlia adottiva di due famosi attori)... che sarebbe addirittura stato Bongbong Marcos! Per metterla in difficoltà è stato tirato fuori anche il fatto che il marito ha la cittadinanza americana, in un Paese da sempre filoamericano ma dove il risentimento per il padrino padrone è sempre forte.

Il palazzo presidenziale a Manila
Cosa c'è sul piatto del nuovo presidente? Mali atavici, riforme e tensioni col colosso cinese per quel pugno di atolli sparsi su riserve di gas naturale che da anni fanno venire il mal di pancia ai Paesi affacciati sul Mar cinese meridionale, un nome che a Pechino sembra il riconoscimento evidente che Paracels e Spratlys son roba sua. Le Filippine sono tra i Paesi col contenzioso maggiore, sia sulle Spratlys sia su Scarborough Shoal (Huangyan per i cinesi), un'area a 160 chilometri dalle coste filippine e a 500 miglia marittime dalla Cina. Nonostante uno sviluppo in crescita, l'economia resta sempre un problema per un Paese che ha cento milioni di abitanti ma anche dieci milioni di emigrati che ingrassano le casse con le loro rimesse ma che fanno del Paese uno dei più grandi fornitori di manodopera all'estero. E restano i mali atavici che han fatto coniare proprio per l'economia filippina sin dai tempi di Marcos la locuzione “crony capitalism”, capitalismo di parentela, un refrain che torna a legarsi alla tradizione delle grandi famiglie che si succedono al potere e si scambiano favori. Dutarte promette pulizia e piace forse anche perché non viene dal giro della “Imperial Manila” ma è anzi un uomo della provincia, di quell'isola di Mindanao dove è attiva la guerriglia secessionista e il processo di pace, sempre sul filo del rasoio, al momento è in fase di stallo. Un altro grattacapo per chi siederà al palazzo presidenziale di Malacañang.

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Filippine. Settemila isole per un giustizialista

Alla mezzanotte di ieri lo spoglio di due terzi delle schede elettorali per la scelta del nuovo presidente filippino non lasciava dubbi. La poltrona più alta già sembrava pronta per Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”, già sindaco di Davao e uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale all'insegna dello slogan “macelliamo i criminali”. Se non bastasse,  Rody Duterte può contare sulle accuse di Human Right Watch per mille esecuzioni di criminali o supposti tali in 22 anni di servizio mentre le cronache ricordano il suo commento a caldo (poi ritrattato) dopo lo stupro di una missionaria australiana: tanto bella – aveva detto – che valeva la pena essere il primo. Ex magistrato, Duterte ha giocato la carta dell'uomo che viene da una famiglia non blasonata e che – in tre o sei mesi come ha promesso – imporrà legge e ordine spazzando via criminali piccoli e grossi. Se le leggi glielo impedissero? Ha minacciato di chiudere il parlamento. L'uomo che parla alla pancia della gente, un Trump con gli occhi a mandorla o un Salvini in salsa orientale, piace. Semplice e populista quanto basta, pugno duro quando ci vuole e, tanto per cambiare, la promessa di far fuori la corruzione ma soprattutto i criminali, come se la criminalità non fosse uno dei tanti prodotti sociali di un'ineguaglianza lineare tanto quanto il potere finora indiscusso di un pugno di famiglie, come quella degli Aquino da cui proviene il presidente uscente.


Ma in queste elezioni – che sceglievano anche senatori e 18mila funzionari locali – c'è anche un'altra famiglia nota che torna: i Marcos da cui esce candidato alla vicepresidenza Bongbong, figlio dell'ex dittatore Ferdinando spodestato decenni fa dalle piazze e sostituito proprio da una Aquino (Corazon). Suo figlio Benigno, presidente uscente, ha provato così – tra un Marcos e un Dutarte – ad agitare il ritorno della dittatura. A spaventarlo era soprattutto Dutarte, tanto che il presidente ha lanciato un appello a unire le forze per batterlo. Nelle Filippine (55 milioni di aventi diritto con quest'anno un'affluenza alle urne senza precedenti) non si va al ballottaggio: vince il più forte e il vicepresidente lo sceglie il popolo non il capo dello Stato. Benigno si è in sostanza rivolto a Grace Poe, ex educatrice e business woman di provata fede cattolica, l'unica nei sondaggi ad avere, con Manuel Roxas (già nel gabinetto Aquino) qualche chance - ma non da sola - rispetto agli altri candidati (cinque in tutto) in lizza.

Poe e Roxas, il pupillo del presidente, non si sono però accordati e così anche lo spauracchio della dittatura ha finito per contare poco, pur se la Poe faceva paura: per squalificarla dal torneo elettorale, alcuni mesi fa venne prodotto un certificato falso sul suo padre naturale (Grace è figlia adottiva di due famosi attori)... che sarebbe addirittura stato Bongbong Marcos! Per metterla in difficoltà è stato tirato fuori anche il fatto che il marito ha la cittadinanza americana, in un Paese da sempre filoamericano ma dove il risentimento per il padrino padrone è sempre forte.

Il palazzo presidenziale a Manila
Cosa c'è sul piatto del nuovo presidente? Mali atavici, riforme e tensioni col colosso cinese per quel pugno di atolli sparsi su riserve di gas naturale che da anni fanno venire il mal di pancia ai Paesi affacciati sul Mar cinese meridionale, un nome che a Pechino sembra il riconoscimento evidente che Paracels e Spratlys son roba sua. Le Filippine sono tra i Paesi col contenzioso maggiore, sia sulle Spratlys sia su Scarborough Shoal (Huangyan per i cinesi), un'area a 160 chilometri dalle coste filippine e a 500 miglia marittime dalla Cina. Nonostante uno sviluppo in crescita, l'economia resta sempre un problema per un Paese che ha cento milioni di abitanti ma anche dieci milioni di emigrati che ingrassano le casse con le loro rimesse ma che fanno del Paese uno dei più grandi fornitori di manodopera all'estero. E restano i mali atavici che han fatto coniare proprio per l'economia filippina sin dai tempi di Marcos la locuzione “crony capitalism”, capitalismo di parentela, un refrain che torna a legarsi alla tradizione delle grandi famiglie che si succedono al potere e si scambiano favori. Dutarte promette pulizia e piace forse anche perché non viene dal giro della “Imperial Manila” ma è anzi un uomo della provincia, di quell'isola di Mindanao dove è attiva la guerriglia secessionista e il processo di pace, sempre sul filo del rasoio, al momento è in fase di stallo. Un altro grattacapo per chi siederà al palazzo presidenziale di Malacañang.

La leggerezza si trasforma in dramma

Di Samir Atallah. Asharq al-Awsat (06/06/2016). Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia. Abbiamo due opzioni: osservare la campagna elettorale di Donald Trump nel suo pieno contesto, americano e globale, o prenderla alla leggera, considerando il candidato americano solamente un buffone che si sposta da un’arena all’altra. Ho detto campagna e non movimento dato che la […]

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La leggerezza si trasforma in dramma

Di Samir Atallah. Asharq al-Awsat (06/06/2016). Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia. Abbiamo due opzioni: osservare la campagna elettorale di Donald Trump nel suo pieno contesto, americano e globale, o prenderla alla leggera, considerando il candidato americano solamente un buffone che si sposta da un’arena all’altra. Ho detto campagna e non movimento dato che la […]

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La leggerezza si trasforma in dramma

Samir Atallah, Asharq Al-Awsat (6/06/2016), Traduzione e sintesi di Giuliana Puccia. Abbiamo due opzioni: osservare la campagna elettorale di Donald Trump nel suo pieno contesto, americano e globale, o prenderla alla leggera, considerando il candidato americano solamente un buffone che si sposta da un’arena all’altra. Ho detto campagna e non movimento dato che la battaglia […]

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