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Marocco: “the o elettricità”? La (contro)parabola del progresso

Marocco: “the o elettricità”? La (contro)parabola del progresso

Tre anni di riprese, un documentario (qui in versione integrale); il regista belga Jerome Le Maire racconta l'arrivo dell'energia elettrica in un villaggio sperduto dell'Atlante e i cambiamenti innescati nei suoi abitanti dal contatto con la modernità.



Le thé ou l'électricité (2012) è un paradigma, uno specchio su cui riflettersi e fermarsi a riflettere, spiega subito il regista Le Maire, che da alcuni anni vive in Marocco nei dintorni di Ouarzazate.


"Una sera, perso in una delle mie lunghe passeggiate, ero stato accolto in una casa di montagna, di quelle costruite in terra e legno. Scrutando i volti di quella famiglia, ipnotizzati davanti alla televisione posta al centro dell'unica stanza, ho avuto l'impressione di rivivere una scena di Hibernatus, dove Louis de Funès si risveglia sbigottito nel XX secolo.


Vi era uno sfasamento enorme tra quelle persone e l'epoca nella quale vivevano, quasi un viaggio nel tempo. Da allora un'immagine mi assilla: una parabola installata su un tetto di paglia e fango.


E' la sovrapposizione di due simboli che fanno riferimento a due universi opposti: da una parte il passato - che è il presente di questa gente - ossia l'oscurità, il lavoro manuale, la lentezza, l'isolamento, i valori collettivi.. e dall'altra il nostro presente, la luce, la meccanizzazione, la velocità, la globalizzazione, l'individualismo, il materialismo..


Quello che ho voluto filmare, seguendo l'elettrificazione di una piccola borgata imprigionata a chilometri e decenni di distanza dalla contemporaneità, è l'incontro - o meglio la collisione? - di questi due universi".


Le immagini del documentario si aprono sui costoni innevati; terre aspre, pendii impossibili e un piccolo villaggio berbero di pietra e malta, intagliato sul fianco ripido della montagna. Si tratta di Ifri. Trentacinque case e 300 abitanti circa, in equilibrio sui terrazzamenti e immersi in un'altra epoca, ad oltre 2 mila metri d'altitudine sulla catena dell'Alto Atlante.


Non ci sono strade né piste che conducono al paese, niente scuola, niente ospedale né acqua corrente. Qui si vive di magra autarchia (the, pane, raccolta e pastorizia). In inverno la neve ricopre ogni cosa, la gente tossisce e seppellisce i morti: "almeno 3 o 4 bambini muoiono ogni anno", precisano davanti alla telecamera.


Per arrivare a Ifri, gli operai dell'Ufficio nazionale dell'elettricità (ONE) scoprono che devono camminare per oltre 20 km, su un sentiero sassoso invisibile all'occhio inesperto, dall'ultimo punto percorribile in 4x4. Portano con loro una buona notizia: il piano di elettrificazione rurale, lanciato dal governo negli anni ottanta, arriverà finalmente nelle loro case.


Ma gli abitanti sono scettici. Quello che chiedono da tempo è la costruzione di una strada, che faciliti i loro spostamenti e i loro scambi con la vallata. "La strada è come un'arteria che porta il sangue al cuore" spiega Ahmed, un anziano del villaggio.


A Ifri il dibattito è aperto. Alcuni inizialmente si oppongono, consapevoli di non avere le risorse per poter beneficiare della corrente. La maggioranza viene convinta dal caid (autorità locale e, guarda caso, direttore regionale dell'ONE) che l'elettricità attiverà un circolo virtuoso nella loro esistenza.


E la strada? Non ci sono i soldi per farla, ma certo faciliterebbe anche il compito degli impiegati e degli operai.


Così è sempre il caid a suggerire agli abitanti di costruirla loro, in attesa degli stanziamenti, offrendogli un trattore, un compressore e qualche carica di esplosivo.


I lavori vanno avanti per mesi, tre anni in totale, spezzati dal ritmo delle stagioni e dal ritorno brutale dell'inverno. Jerome Le Maire filma con costanza - 14 sessioni di riprese in solitaria - i contorni della tela che va tessendosi attorno al villaggio.


Gli abitanti lavorano gratuitamente, ogni giorno anche durante il ramadan, e offrono aiuto e riparo ai tecnici che si avvicinano lentamente alle case. Spuntano i piloni, vengono innalzati i tralicci e poi i cavi messi in tensione.


Intanto, ad Ifri, l'atteggiamento sta cambiando. Tra miraggi e fatalismo l'elettricità diventa un assunto insindacabile. I bambini osservano incuriositi la novità in arrivo - "la tv potrà insegnargli tante cose", ripetono gli agenti dell'ONE - le donne sperano che la corrente, e di conseguenza qualche elettrodomestico, possa ridurre le loro fatiche quotidiane.


Risultato, ancor prima dell'allaccio alla rete gli abitanti sono già tutti indebitati: cavi, tracciati, centraline, burocrazia, abbonamenti…e ovviamente la televisione. Nessuno, a questo punto, vuole essere da meno del vicino.


La strada invece non è stata terminata. Appena si accendono le prime lampadine, il caid riprende trattore e compressore lasciando il villaggio nel suo isolamento. La sola via di fuga, la realtà virtuale del piccolo schermo tramite cui Ifri entra in contatto, passivo, con il mondo.


"La sensazione che cerco di trasmettere con le immagini è che si è trattato prima di tutto di un'operazione commerciale. L'idea era cercare nuovi abbonati, punto", commenta il regista. "Non c'è alle spalle un movimento umano, sociale, ma solo la necessità di legare i villaggi marginalizzati alla sfera economica comune. Non c'è una reale volontà di farli uscire dall'isolamento. L'esempio della strada è emblematico: costa e non apporta niente nell'immediato. Con l'elettricità invece le autorità possono riempirsi le tasche".


Le thé ou l'électricité - dicevamo - è anche la storia di un'implacabile modernità che avanza. Ifri cambia, i suoi abitanti sono diventati consumatori a cui vengono serviti nuovi bisogni. Compaiono i cellulari, le antenne paraboliche, mentre le viuzze del paese si svuotano, mutano le forme di socialità.


In tutto questo, chi continuerà a preoccuparsi di preparare il the?


Clicca qui per vedere il documentario.
Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

La tragedia di Ceuta, il 6 febbraio scorso, ha acceso i riflettori sulle violazioni commesse dai due Stati frontalieri a danno dei cittadini sub-sahariani che cercano di raggiungere la Fortezza Europa. "Politiche di esternalizzazione, espulsioni sommarie, rastrellamenti e pestaggi", l'oscuro bilancio stilato dalle ong per i diritti umani.
(Foto Sara Creta)



"Risulta difficile archiviare con tranquillità la memoria del 6 febbraio scorso. Siamo già abituati all'ingiustizia, alla precarietà, alla rabbia e alla menzogna. Sono la nostra routine, il veleno quotidiano. Però la morte dei migranti nella spiaggia di Ceuta grida dentro la nostra esistenza, come il vento in un abisso, e ci colloca sul bordo del precipizio.


E' insopportabile la scena di una polizia di confine che se ne frega della morte delle persone. Invece di salvare la vita di chi sta affogando, i tutori dell'ordine si preoccupano che i nuotatori in agonia non arrivino a toccare la sponda. Cosa stanno facendo di noi? Che cosa siamo diventati?".


Le parole del poeta granadino Luis Garcia Montero ci riportano a due settimane fa, il giorno della tragedia. L'ennesima vissuta dal Mediterraneo. E dai migranti che cercano di attraversarlo. La peggiore, forse, da molto tempo a questa parte, nonostante la frontiera tra Spagna e Marocco sia spesso teatro di abusi e violazioni dei diritti elementari.


Alcune decine di sub-sahariani, installati nei boschi che si affacciano sull'enclave iberica, provano a scavalcare il triplo reticolato che segna il confine terrestre tra l'Africa e la Fortezza Europa. Senza successo. La maggior parte non sa nuotare, alcuni di loro decidono di gettarsi in acqua e provare l'ingresso via mare.


In 15 perdono la vita, affogati (l'ultimo corpo è affiorato qualche giorno dopo), sotto gli occhi e la repressione della Guardia Civil, che li accoglie con proiettili di gomma e gas per respingerli lontano dalla riva.


L'episodio scuote l'opinione pubblica, in Spagna e - seppur in maniera minore - nel resto d'Europa. Scatena le denunce delle associazioni e delle ong impegnate nella difesa dei diritti dei migranti, che da anni documentano la "strage silenziosa" in questo lembo d'Europa in terra africana.


Il governo di Madrid è costretto a reagire. Si difende, dapprima affermando che è stata la polizia marocchina a sparare e poi negando la responsabilità dell'azione dissuasiva sulla morte dei giovani sub-sahariani. Ma a crederci sono in pochi, le immagini e le testimonianze che arrivano da Ceuta lo smentiscono. Senza appello.


"Non entro nella crudele aggravante dei proiettili di gomma, delle cariche a salve e del gas lacrimogeno che hanno contribuito alla disgrazia- prosegue Montero, rendendo superfluo ogni commento -. Anche se le forze di sicurezza fossero rimaste ferme, senza infierire sugli indifesi, l'abisso etico risulterebbe lo stesso troppo profondo. Come si fa a non lanciarsi in acqua per salvare il suicida, il migrante, l'essere umano in procinto di morire davanti ai nostri occhi?


La domanda va ben al di là dell'ideologia dei politici che impongono un simile comportamento, del poliziotto che si rifugia nell'obbedienza. La domanda riguarda me, noi, in prima persona. Cosa stanno facendo di noi? In che paese viviamo? Qual è la morale che distingue la notte e il giorno della nostra esistenza?


Prima di qualsiasi dibattito, è desolante constatare la situazione in cui ci ritroviamo. Chi ci rappresenta, chi è stato scelto per difenderci, non si degna di rispondere al grido "uomo in mare!". Considera normale che la preoccupazione prioritaria del suo lavoro sia impedire ad un naufrago, all'altro, di raggiungere la riva".



Respingimenti sommari


Nei giorni seguiti alla tragedia, un'altra polemica sulla gestione delle frontiere ha preso corpo tra giornali e social network, coinvolgendo nuovamente le forze di sicurezza, il governo spagnolo e i suoi rappresentanti negli avamposti africani.


L'associazione Prodein, basata a Melilla (altra enclave iberica sulla costa settentrionale marocchina, circa 200 km ad est di Ceuta), ha diffuso una serie di filmati per denunciare la prassi dei respingimenti sommari al di là del confine nazionale.


I video - l'ultimo, pubblicato lo scorso 14 febbraio, è consultabile in fondo al testo - mostrano alcuni migranti intercettati da un motoscafo della Guardia Civil, a pochi metri dalla spiaggia di Melilla, e direttamente ricondotti nelle acque territoriali marocchine senza nemmeno essere caricati a bordo. Si tratta di "deportazioni illegali" che violano le convenzioni internazionali ratificate da Madrid (ad esempio quella sul diritto dei rifugiati) e l'accordo bilaterale sul controllo delle frontiere concluso tra Spagna e Marocco.


I migranti, spiega infatti la querela presentata da Prodein contro il delegato del governo di Melilla e i vertici della polizia locale, "vengono respinti senza essere identificati, senza garanzie o accertamenti della presenza di minori, senza assistenza giuridica o l'aiuto di un interprete che possa interagire nel loro idioma". Di interventi di questo genere - sottolineano gli attivisti - nei registri o nei verbali, nel migliore dei casi, non c'è alcuna traccia.


Anche in questa occasione la Guardia Civil ha reagito cercando di smentire le immagini e minacciando a sua volta azioni legali, con il supporto dell'esecutivo che ha ribadito "a Melilla non ci sono espulsioni irregolari". Ma le testimonianze ad inchiodare l'operato delle forze di sicurezza, ancora una volta, non mancano (e tra esse alcune ammissioni degli stessi agenti).


Oltre ai filmati di Prodein, il giornalista melillense Jesus Blasco de Avellaneda aveva pubblicato un'inchiesta già nel marzo 2013 in cui mostrava i respingimenti collettivi, attuati addirittura a danno di minori. L'omissione di soccorso verso le pateras in difficoltà e le riconduzioni forzate nelle mani della marina marocchina è poi una delle questioni affrontate nel documentario Les Messagers dalle registe francesi Tura e Crouzillat.


La ricercatrice Helena Maleno, di Caminando Fronteras, ha documentato invece quanto accaduto a Ceuta, nella spiaggia di Tarajal, subito dopo la tragedia del 6 febbraio. Tra i naufraghi sopravvissuti, alcuni erano riusciti a raggiungere il litorale spagnolo ma "un gruppo di agenti armati li ha prelevati, ancora assiderati dal freddo dell'acqua e quasi impossibilitati a camminare, e li ha ricondotti in territorio marocchino senza formalizzare l'espulsione o accertare la possibilità di una richiesta d'asilo". La sua versione è stata confermata e ripresa da Amnesty International.



Rapporti e comunicati: le ong accusano Madrid e Rabat


A fugare ulteriori dubbi ci ha pensato Human Rights Watch (HRW), che il 10 febbraio scorso ha diffuso un rapporto allarmante sulle violazioni a danno dei migranti compiute lungo la frontiera ispano-marocchina e nel territorio del regno maghrebino.


Il testo, intitolato Abused and Expelled: Ill-Treatment of Sub-Saharan African Migrants in Morocco (in basso il pdf scaricabile), è un duro atto d'accusa contro le forze di sicurezza e i governi dei due paesi frontalieri, che sottopongono i cittadini sub-sahariani in transito a maltrattamenti e soprusi. "Durante i tentativi di scavalcamento, la polizia marocchina è solita accogliere coloro che non sono riusciti a passare la recinzione con bastoni e manganelli; durante i pestaggi i migranti vengono frequentemente privati dei loro beni", si legge nel rapporto. Stando al documento, anche la Guardia Civil fa "un uso spropositato della forza al momento delle espulsioni sommarie".


In tema di respingimenti infatti, l'ong è categorica. "Si tratta di una pratica sistematica, non di casi isolati", afferma Judith Sunderland, una delle responsabili. "Oltre a impedire ogni possibile richiesta di asilo o protezione umanitaria, le espulsioni avvengono verso un paese - il Marocco - che viola deliberatamente i diritti di queste persone. La Spagna è al corrente della situazione, già documentata da altre organizzazioni come Médecins sans Frontières, e deve interrompere subito questa prassi.


Rabat e Madrid devono capire che anche i migranti, regolari o meno, hanno dei diritti inalienabili. […] Certo, gli Stati hanno la facoltà di decidere chi far entrare nelle loro frontiere, ma devono anche rispettare gli impegni presi in ambito internazionale, garantendo il diritto ad un trattamento umano e dignitoso a tutte le persone".


I migranti, spiega il rapporto redatto al termine di uno studio sul campo durato più di un anno (dal novembre del 2012 al gennaio 2014), provengono in maggioranza dai paesi dell'Africa centro-occidentale e hanno lasciato le loro terre a causa dei problemi economici, degli sconvolgimenti politici o dello scoppio di vere e proprie guerre civili e del conseguente rischio di persecuzione.


Il loro obiettivo è raggiungere l'Europa per poter chiedere asilo, trovare un luogo sicuro da cui ricominciare. Intanto sopravvivono in Marocco, riparati in accampamenti di fortuna o nascosti nei boschi vicini alle zone di confine (Oujda, Nador, Tetuan), in condizioni estreme. Con il rischio di incappare nei violenti raid delle forces auxiliaireso di venire deportati alla frontiera algerina, in mezzo al deserto.


Come successo lo scorso dicembre, quando un rastrellamento nei sobborghi di Tangeri aveva provocato la morte di un giovane camerunense, Cédric, defenestrato dagli agenti. O come insegna la storia di Clément, anche lui camerunense, deceduto in seguito al pestaggio delle forze di sicurezza.


Stando sempre al documento di HRW, le autorità avrebbero interrotto gli allontanamenti verso l'Algeria dall'ottobre 2013, da quando cioè il governo marocchino ha lanciato una nuova politica migratoria e si è detto pronto a farsi paese di accoglienza.


Le riforme prevedono la creazione di un Ufficio per i rifugiati e gli apolidi, che dovrebbe offrire assistenza ai casi segnalati dalla delegazione in loco dell'UNHCR, e l'avvio di una procedura di "regolarizzazione" per i sans papiers presenti nel regno (concessione del titolo di soggiorno per un anno, rinnovabile). Tuttavia, i criteri per ottenere il riconoscimento appaiono estremamente selettivi, tanto che la stessa ong ha messo in dubbio la reale incidenza dell'operazione.


I maltrattamenti e le retate a danno dei migranti, invece, continuano. A denunciarlo è anche un'altra organizzazione - il Réseau euro-méditerranéen des droits de l'homme (REMDH) - che in un comunicato uscito in data 11 febbraio condanna l'atteggiamento dell'UE e le politiche perseguite in materia di lotta all'immigrazione.


Secondo il REMDH, sollecitato ad intervenire nel dibattito dopo la tragedia di Ceuta, il partenariato concluso tra Marocco e Unione Europea anziché favorire il rispetto dei diritti umani nel territorio maghrebino ne agevola la violazione: "la concessione di aiuti economici e le facilitazioni nel rilascio di visti per i cittadini marocchini sono una moneta di scambio, fanno da contrappeso all'esternalizzazione del controllo frontaliero". In altre parole, Rabat riceve soldi dall'UE e diventa il suo "gendarme", a cui è affidato il lavoro sporco del contenimento, come era già il caso di Tripoli sotto Gheddafi e della Tunisia di Ben Alì.



Sul terreno


Sebbene gli allontanamenti verso la "terra di nessuno" siano interrotti da qualche mese, i migranti respinti da Ceuta e Melilla - o quelli che non sono riusciti a passare - vengono ugualmente caricati sugli autobus della polizia e trasferiti forzatamente in altre città del regno.


Rabat è una delle principali destinazioni, tanto che i membri del collettivo Protection migrant affermano di trovarsi di fronte ad una vera "emergenza umanitaria". In media 60-70 arrivi al giorno. I sub-sahariani vengono abbandonati alla stazione, senza cibo né risorse.


Yanik, un camerunense sui trent'anni, per tre volte è riuscito ad entrare nell'enclave spagnola e per tre volte è stato cacciato. L'ultima qualche settimana fa. Ha fatto in tempo a salvare un paio di ciabatte e uno zaino logoro prima che la polizia marocchina distruggesse il suo rifugio sul monte Gurugù, di fronte a Melilla. "Ora bisognerà ricominciare da capo, inventarsi qualcosa per tornare vicino al confine. Ma non abbiamo soldi neanche per mangiare, ce li hanno presi tutti".


Le mani di Lamine, ivoriano, portano ancora i segni del filo spinato posizionato in cima al reticolato di frontiera. Lui non ce l'ha fatta a scavalcare. E' caduto indietro per il dolore delle ferite ed è stato picchiato dalle forces auxiliaires prima di venir imbarcato verso la capitale. "Siamo costretti a mendicare, qualcuno ci porta del pane raffermo. Neanche fossimo in guerra..".


Le associazioni stanno cercando di tamponare l'emergenza, senza ricevere alcuna forma di aiuto dalle istituzioni. Trasferiscono a loro volta i migranti, a piccoli gruppi, nelle zone periferiche di Rabat, a Takkadoum e a Yakoub El Mansour. Quartieri ghetto, dove vivono la maggior parte dei sub-sahariani "regolari", in possesso di un permesso di lavoro o di un visto di studio.


La solidarietà tra connazionali, tra emigrati in una terra che resta sostanzialmente ostile, è l'unico sostegno che rimane a queste persone. Lontano dalle rappresaglie della Guardia Civil o della polizia marocchina, semi-nascosti negli appartamenti sovraffollati dei compagni, i loro sguardi non riescono a cancellare la paura.


La paura di quello che hanno visto e che hanno vissuto, conferma Pierre, uno degli scampati al dramma di Tarajal in quel "maledetto 6 febbraio". "Io non mi ero buttato in acqua, osservavo la scena dalla spiaggia. Sono morti uno dopo l'altro, in pochi minuti, sotto i colpi degli agenti. Alcuni avevano delle camere d'aria, altri giubbotti di salvataggio..non sono affogati perché non sapevano nuotare!", assicura il giovane camerunense.


La prospettiva adesso - per Pierre, Yanik e gli altri - è restare a Rabat per un po'. Il tempo sufficiente a mettere da parte qualche risparmio, lavorando in nero sui cantieri per 3 euro al giorno, per poi tentare di nuovo il "salto".


Intanto, dalla frontiera, arrivano segnali contrastanti. Pochi giorni fa un gruppo di circa duecento migranti è riuscito ad entrare a Melilla, senza che nessuno venisse respinto. Il clamore e i riflettori accesi sembrano aver prodotto i primi risultati. Ma quanto durerà?


Il tempo di smaltire le critiche e lo choc. Il tempo di dimenticare l'ennesima tragedia. Qualcosa si sta già muovendo. Il governo spagnolo sta preparando una legge per facilitare le procedure di espulsione nelle zone di confine, mentre alcune delle principali testate iberiche, tra cui El Pais, stanno facendo di tutto per alimentare una sindrome da invasione e giustificare le derive repressive nelle enclave nordafricane.


"Se la polizia non può difendere il territorio usando la forza e le dotazioni antisommossa contro chi cerca di entrare illegalmente, tanto vale sostituire gli agenti con delle hostess e comitati di benvenuto", commentava senza alcuna forma di imbarazzo il Presidente della comunità mellillense. Il messaggio è chiaro. Per la memoria e l'etica - a cui faceva appello il poeta Montero - o per il basilare rispetto dei diritti nella morsa mediterranea non sembra esserci spazio..



(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
Tunisia, rifugiati: dopo Choucha l’esilio?

Tunisia, rifugiati: dopo Choucha l’esilio?

Una settimana di protesta di fronte alla sede della delegazione UE a Tunisi, per chiedere il riconoscimento. Poi l'arresto, con la prospettiva dell'espulsione.

(Foto Jacopo Granci)



Il 9 febbraio scorso la polizia tunisina è intervenuta duramente contro un sit in di protesta organizzato da cittadini originari del Niger, Ciad e Sudan di fronte alla delegazione dell’Unione europea a Tunisi. Le forze dell’ordine hanno sgomberato l’accampamento che era stato allestito da una settimana, e portato via 20 persone, che ancora oggi risultano rinchiuse nel centro di detenzione di Wardia, riservato ai cittadini stranieri in situazione irregolare. Ora rischiano l’espulsione.


Si tratta dei déboutés, i "diniegati" di Choucha, migranti in maggioranza sub-sahariana che avevano fuggito la Libia durante l'insurrezione contro Gheddafi ed erano stati accolti sul suolo tunisino, nel campo frontaliero di Choucha, appunto.


In tre anni, sono centinaia le persone ad essere state trasferite in paesi terzi. Altre, stanche di aspettare, hanno preferito prendere la rotta del mare. Diversa invece è la situazione per chi è rimasto in Tunisia, vedendosi rifiutare lo status di rifugiato dagli uffici dell'UNHCR.


Circa 200 individui, intere famiglie, sopravvivono senza aiuti nelle tende di quel che resta del campo, ufficialmente chiuso dal giugno scorso.


"Le condizioni di Choucha non fanno che peggiorare", racconta Emad, tra i dimostranti a Tunisi. "Nel deserto fa freddo e al campo non c’è né acqua, né elettricità né assistenza medica. Le persone stanno soffrendo molto. E’ un’emergenza umanitaria".


E' per ottenere una soluzione a questa emergenza che una rappresentanza di diniegati aveva deciso di installarsi di fronte agli uffici di Laura Baeza, capo della delegazione UE in loco. Ma la polizia ha deciso in altro modo, smantellando il sit in.


Insieme a loro, di fronte alla sede dell'UNHCR poco distante, c'erano anche altri manifestanti. Decine di sub-sahariani, a cui la commissione ONU ha riconosciuto il diritto d’asilo senza però concedere il trasferimento in paesi considerati più sicuri, come era accaduto in precedenza per altre centinaia di rifugiati transitati nel paese.


"La Tunisia vuole forse abbassarsi al rango dei paesi europei che maltrattano, arrestano e espellono i tunisini e altri migranti dal loro territorio?", tuona in un comunicato il Forum tunisien des droits économiques et sociaux (FTDES). L'avvenire si prospetta ancora più critico - fa sapere l'organizzazione - per quelle persone che, sprovviste di documenti di viaggio attestanti la nazionalità di provenienza, non possono essere espulse e potrebbero rimanere recluse a tempo indeterminato.


Nel documento reso pubblico qualche giorno fa il FTDES reclama "la liberazione immediata dei 20 rifugiati finiti in arresto e la concessione, nel più breve tempo possibile, dei permessi di soggiorno per tutti i migranti transitati da Choucha, come previsto da una disposizione governativa del luglio 2013 e come stabilisce la nuova Costituzione".


Già, perché lo scorso 10 febbraio in Tunisia è entrata in vigore la nuova Carta e con essa l’articolo 26, che sancisce il diritto d’asilo e la protezione dei rifugiati.


Secondo rifugiati e diniegati, tuttavia, il testo di per sé non offre alcuna garanzia. "Ci vorranno tre anni prima che venga approvata una legge che metta in pratica questi principi", commenta Emad.



* Ascolta la testimonianza da Tunisi raccolta dall'agenzia AMISnet


Tunisia. La danza è militanza

Tunisia. La danza è militanza

Breakdance, performance di strada. E' la strategia scelta da alcuni giovani tunisini per lottare contro lo smarrimento e l'influenza dei gruppi religiosi più conservatori, nei contesti dove la marginalità sociale non è stata scalfita dalla rivoluzione.
(Foto Art Solution)



Organizzano corsi ed esibizioni in pubblico, affiancate da piccoli eventi artistici, in una cittadina dell'entroterra tunisino. L'obiettivo è estendere il fenomeno anche al resto del paese, dove  - per la verità - iniziative simili avevano già visto la luce nei mesi scorsi grazie al collettivo Art Solution e al progetto Je danserai malgré tout.


E' a Sidi Ali Ben Aoun, una cinquantina di km a sud della più nota Sidi Bouzid, che è nato il gruppo di "B-boys". I breakdancers si riuniscono ogni settimana, nei pressi del piccolo centro sportivo, per ascoltare musica e interpretarla con il linguaggio del corpo, provando così ad evadere l'impasse economica e mentale in cui si sentono relegati.


Una situazione che giova alle reti dell'estremismo religioso, radicatosi facilmente in una regione che attende ancora i frutti di una rivoluzione di cui è stata protagonista ma di cui a Tunisi sembra si sia già persa memoria.


Sidi Ali Ben Aoun è una borgata di 7 mila anime, con uno dei tassi di disoccupazione più elevati del paese, che trova nell'agricoltura la sua unica fonte di sostentamento. La città era salita agli onori della cronaca l'ottobre scorso, quando fu teatro di violenti scontri tra le forze di polizia e alcuni esponenti salafiti.


Per arginare il dispiegamento della dottrina conservatrice e la fitta attività di reclutamento operata da questi gruppi sul territorio, Nidal Bouallagui - danzatore hip hop  di 26 anni - ha creato un'associazione culturale che cerca di motivare e coinvolgere i giovani concittadini.


In un'intervista rilasciata al New York Times, Nidal spiega che durante le rivolte di tre anni fa - oltre ai prigionieri politici - anche i criminali o i detenuti di diritto comune sono stati liberati dalle prigioni. Molti ragazzi del suo quartiere, con prospettive di facili guadagni, si sono lasciati attrarre "come calamite" dalle organizzazioni di trafficanti o dai nuovi predicatori che hanno rapidamente ripopolato le moschee.


Pur ammettendo di "non avere nulla, a priori, contro la religione e la forma in cui le persone decidono di vivere la loro fede", Bouallagui riconosce la notevole influenza esercitata dai gruppi salafiti sui giovani in difficoltà, costretti a volte ad abbandonare la musica o le attività sportive.


Per cercare di allontanare questi ragazzi dall'estremismo, Nidal e gli altri B-boys stanno provando a fornire un'alternativa. La loro associazione non si limita a promuovere la "danza urbana", ma anche corsi di street-art, graffiti, fotografia e teatro.


"L'importante è lavorare con la gente, stare a contatto con le persone e condividere momenti di socialità. Quello che ci interessa è agire sulla mentalità, erodere il sentimento di alienazione che da queste parti risucchia l'esistenza".


Secondo il riscontro dell'attivista-danzatore, i giovani mossi da un interesse o da aspirazioni proprie diventano meno influenzabili e propensi a seguire l'appello dei predicatori e dei trafficanti. Ma la marginalità e il degrado vissuto a Sidi Ali Ben Aoun non si limitano certo all'attività dei nuovi gruppi salafiti, che sono piuttosto una diretta conseguenza al mancato soddisfacimento delle aspirazioni rivoluzionarie.


Ecco allora che la breakdance, il rap e le altre iniziative promosse dall'associazione di Nidal diventano sì una "forma di resistenza contro i dogmatismi sociali e religiosi", ma soprattutto un messaggio liberato in mare. Quel mare chiamato governo che continua a promettere sviluppo e lotta al terrorismo senza riuscire ad incidere - almeno fino a questo momento - sulla difficile quotidianità dei suoi cittadini.



(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

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Tunisia : uno Stato impoverito dal Fondo Monetario Internazionale.

Tunisia : uno Stato impoverito dal Fondo Monetario Internazionale.

 Il blog giornalistico '' Essawt '' torna, dopo quasi un anno di innatività, a riportare notizie riguardanti la situazione politico-economico sociale della Tunisia post primavera araba. 

Mehdi Joma'a, primo ministro tunisino
In seguito alle dimissioni del premier islamista Ali Laryaedh, il presidente della repubblica tunisina Moncef Marzouki incarica l'ex ministro dell'industria Mehdi Joma'a di formare un governo tecnico non eletto dal popolo. E mentre le emittenti tunisine festeggiano la nuova costituzione tunisina e il nuovo governo tecnico, il governatore della banca centrale della Tunisia, Chadli Ayari, annuncia che il Fondo monetario internazionale ha appena sbloccato 506 milioni di dollari di prestiti al paese magrebino attraversato da una grave crisi politico-finanziaria. Ma vediamo qual'è stato il ruolo del Fondo Monetario Internazionale nella politica economica del piccolo paese nordafricano. Vi riportiamo un articolo dell'economista canadese Michel Chossudovsky. 






Michel Chossudovsky
Il generale Zine el Abidine Ben Ali, l'ex presidente deposto della Tunisia è definito dai media occidentali, in coro, come un dittatore. 
Il movimento di protesta tunisino è descritto distrattamente come l'effetto di un regime antidemocratico e autoritario, che sfida le norme della "comunità internazionale".

Ma Ben Ali non era un "dittatore".  I dittatori decidono e comandano. Ben Ali era un servo degli interessi economici occidentali, un fedele burattino politico che obbediva agli ordini, con il sostegno attivo della comunità internazionale.
L'ingerenza straniera negli affari interni della Tunisia non è menzionata nei report dei media. Gli aumenti dei prezzi alimentari non erano "imposti" dal governo di Ben Ali. Erano imposti da Wall Street e dal FMI. 

Il ruolo del governo di Ben Ali è stato di far rispettare la micidiale ricetta economica del FMI, che in un periodo di oltre 20 anni ha portato al risultato di destabilizzare l’economia nazionale e impoverire la popolazione tunisina.  
Ben Ali come capo di stato non ha deciso nulla di sostanziale. La sovranità nazionale era già perduta. Nel 1987, al culmine della crisi del debito, il governo di sinistra di Habib Bourguiba è stato sostituito da un nuovo regime, fortemente impegnato sulle riforme del "libero mercato".La gestione macroeconomica sotto la guida del FMI era oramai nelle mani dei creditori esteri della Tunisia. Nel corso degli ultimi 23 anni, la politica economica e sociale della Tunisia è stata dettata dal "Washington Consensus".
Ben Ali rimase al potere, perché il suo governo obbediva ed attuava in maniera efficace il diktat del FMI, al servizio sia degli USA che della Unione europea.
Questo modello è stato seguito in numerosi paesi.
La continuità delle micidiali riforme del FMI richiede una "sostituzione" del regime. L'instaurazione di un burattino politico assicura l'attuazione del programma neoliberista, creando le condizioni per l'eventuale destituzione di un governo corrotto e impopolare che venga rappresentato come causa dell'impoverimento di un'intera popolazione.


Il movimento di protesta.

Non sono Wall Street e le istituzioni finanziarie internazionali con sede a Washington, ad essere il bersaglio diretto del movimento di protesta. L'esplosione sociale si è rivolta contro il governo piuttosto che contro l'ingerenza delle potenze straniere nella conduzione della politica di governo.
Dall'inizio, le proteste non sono partite da un movimento politico organizzato contro l'imposizione delle riforme neoliberiste.
Inoltre, vi sono indicazioni che il movimento di protesta sia stato manipolato al fine di creare il caos sociale, e insieme garantire la continuità politica. Ci sono rapporti non confermati di atti di repressione e di intimidazione da parte di milizie armate nelle principali aree urbane.
La questione importante è come si evolverà la crisi? Come sarà affrontato dal popolo tunisino il più grave problema dell'ingerenza straniera?
Dal punto di vista di Washington e Bruxelles, il regime autoritario impopolare è aspramente criticato allo scopo di sostituirlo con un nuovo governo fantoccio. Le elezioni sono previste sotto la supervisione della cosiddetta comunità internazionale, con i candidati pre-selezionati.

Se questo processo di cambiamento di regime viene effettuato per conto degli interessi stranieri, il nuovo governo dovrà senza dubbio garantire la continuità della politica neoliberista, che è servita a impoverire la popolazione tunisina.
Il governo ad interim guidato dal presidente incaricato Fouad Mebazza è attualmente in una situazione di stallo, con una feroce opposizione proveniente dal movimento sindacale (UGTT). Mebazza ha promesso di "rompere con il passato", senza peraltro precisare se ciò significhi l'abrogazione delle riforme economiche neoliberiste.


Cenni storici.

I media in coro hanno presentato la crisi in Tunisia come una questione di politica interna, senza una visione storica. La presunzione è che con la rimozione del "dittatore"e la instaurazione di un governo regolarmente eletto, la crisi sociale finirà per essere risolta.
La prima "rivolta del pane" in Tunisia risale al 1984. Il movimento di protesta del gennaio 1984 è stato motivato da un aumento del 100 per cento del prezzo del pane. Questo rincaro era stato chiesto dal FMI nel quadro del programma di aggiustamento strutturale (SAP) della Tunisia. L'eliminazione dei sussidi alimentari era di fatto una condizione del contratto di prestito con il FMI.

Il Presidente Habib Bourguiba, che aveva svolto un ruolo storico nella liberazione del suo paese dal colonialismo francese, dichiarò lo stato di emergenza in risposta ai disordini:
«Mentre risuonavano gli spari, le truppe della polizia e dell'esercito in jeep e blindati occupavano la città per sedare la "rivolta del pane". La dimostrazione di forza infine produsse una calma inquieta, ma solo dopo che più di 50 manifestanti e passanti erano stati uccisi. Poi, in una drammatica trasmissione radiotelevisiva di cinque minuti, Bourguiba annunciò che avrebbe riportato indietro l'aumento dei prezzi». (Tunisia: Bourguiba Lets Them Eat Bread - TIME, gennaio 1984)

In seguito alla ritrattazione del presidente Bourguiba, l'impennata del prezzo del pane fu invertita. Bourguiba licenziò il suo ministro degli Interni e rifiutò di rispettare le richieste del Washington Consensus.
L'agenda neoliberista comunque aveva sortito i suoi effetti, portando all'inflazione galoppante e alla disoccupazione di massa. Tre anni dopo, Bourguiba e il suo governo furono rimossi in un colpo di stato incruento "per motivi di incompetenza", portando all'insediamento del presidente generale Zine el Abidine Ben Ali nel novembre 1987. Questo colpo di Stato non era diretto contro Bourguiba, era destinato a smantellare in modo permanente la struttura politica nazionalista inizialmente istituita a metà degli anni '50, per poter così privatizzare i beni dello Stato.
Il colpo di stato militare, non solo segnò la fine del nazionalismo post-coloniale che era stato guidato da Bourguiba, ma contribuì anche a indebolire il ruolo della Francia. Il governo di Ben Ali era allineato a Washington piuttosto che a Parigi.
Pochi mesi dopo l'insediamento di Ben Ali' a presidente del paese, venne firmato un accordo importante con il FMI. Fu raggiunto anche un accordo con Bruxelles sull'istituzione di un regime di libero scambio con l'UE. Un ampio programma di privatizzazioni fu messo sotto il controllo della Banca Mondiale e del FMI. Con paghe orarie dell'ordine di 0.75 euro all'ora, la Tunisia diventò inoltre una sacca di manodopera a buon mercato per l'Unione Europea.


Chi è il dittatore?

Una revisione dei documenti del FMI suggerisce che dall'instaurazione di Ben Ali nel 1987 ad oggi, il suo governo si era attenuto fedelmente alle condizioni del FMI- Banca mondiale, compreso il licenziamento dei lavoratori del settore pubblico, l'eliminazione dei controlli sui prezzi dei beni di consumo essenziali e l'attuazione di un ampio programma di privatizzazioni. La sospensione delle barriere commerciali ordinata dalla banca mondiale portò ad un'ondata di fallimenti.
A seguito di queste dislocazioni dell'economia nazionale, le rimesse degli operai tunisini dall'Unione Europea divennero una fonte sempre più importante di valuta estera. Ci sono circa 650.000 tunisini che vivono oltremare. Le rimesse totali degli emigranti nel 2010 sono state dell'ordine di 1,96 miliardi di dollari, in aumento del 57 per cento rispetto al 2003. Una grande parte di queste rimesse in valuta sono usate per servire il debito estero del paese.


L'aumento speculativo nei prezzi mondiali degli alimenti

Nel settembre 2010, è stata raggiunta un'intesa fra Tunisi ed il FMI, che raccomandava la rimozione delle ultime sovvenzioni come mezzo per realizzare l'equilibrio fiscale:
«Il rigore fiscale rimane una priorità assoluta per le autorità [tunisine], che sentono l'esigenza nel 2010 di continuare con una politica fiscale rigorosa nel contesto internazionale corrente. Gli sforzi sostenuti nell'ultima decade per abbassare il livello del debito pubblico non dovrebbero essere compromessi da una politica fiscale troppo lassista. Le autorità sono impegnate a controllare saldamente le spese correnti, comprese le sovvenzioni…»
http://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2010/cr10282.pdf

Vale la pena notare che l'insistenza del FMI sull'austerità fiscale e la rimozione delle sovvenzioni hanno coinciso cronologicamente con un nuovo aumento nei prezzi degli alimenti sui mercati di Londra, di New York e di Chicago. Questi aumenti dei prezzi sono in gran parte il risultato di operazioni speculative da parte di importanti interessi finanziari e corporativi del settore dell'agribusiness. Sono il risultato di un'autentica manipolazione (non di penuria), e hanno impoverito la gente a livello globale. La corsa nei prezzi degli alimenti costituisce una nuova fase del processo dell'impoverimento globale.

«I media hanno fuorviato l'opinione pubblica sulle cause di questi aumenti dei prezzi, fissando l'attenzione quasi esclusivamente sugli aumenti dei costi di produzione, il clima ed altri fattori che riducono l'offerta e che potrebbero contribuire ad accrescere il prezzo degli alimenti.
Anche se questi fattori possono entrare in gioco, sono di importanza limitata nella spiegazione dell'aumento impressionante e drammatico nei prezzi dei beni. Essi sono in gran parte il risultato di manipolazioni del mercato. Sono in gran parte attribuibili alle operazioni speculative sui mercati delle merci. I prezzi del grano sono stati amplificati artificialmente da speculazioni su grande scala nei mercati a termine di Chicago e di New York. …

La speculazione sul grano, il riso o il mais, si può fare senza nessuno scambio reale di merci. Le istituzioni che speculano nel mercato del grano non sono necessariamente coinvolte nella vendita o nella reale consegna del grano.
Le transazioni possono usare i fondi indicizzati sulle materie prime che sono scommesse sul movimento rialzista o ribassista dei prezzi dei beni. Una "put option" è una scommessa sul ribasso del prezzo, una "call option" è una scommessa sul rialzo. Con manipolazioni concordate, gli investitori istituzionali e le istituzioni finanziarie possono far salire il prezzo e quindi scommettere su un movimento rialzista di una materia prima in particolare.
La speculazione genera la volatilità del mercato. A sua volta, l'instabilità che ne risulta incoraggia l' ulteriore attività speculativa.
I profitti sono realizzati quando il prezzo sale. Per contro, se lo speculatore gioca al ribasso, vendendo sull mercato, guadagnerà quando il prezzo sprofonda.
Questo recente rialzo speculativo nei prezzi degli alimenti è stato causa di una carestia su scala mondiale senza precedenti». (Michel Chossudovsky)
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=8877)

Dal 2006 al 2008, c'è stato un drammatico rialzo nei prezzi di tutte le importanti materie prime alimentari, compreso riso, grano e mais. Il prezzo del riso è triplicato nell'arco di cinque anni, da circa 600 $ la tonnellata nel 2003 a più di 1800 $ la tonnellata nel maggio 2008. (Michel Chossudovsky,http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=9191 , per ulteriori particolari, si veda Michel Chossudovsky, ( http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=20425 )

Il recente rialzo nel prezzo del grano rientra in un aumento del 32 per cento dell' indice composito dei prezzi degli alimenti della FAO registrato nella seconda metà del 2010.

«I prezzi in ascesa dello zucchero, del grano e dei semi oleosi hanno portato a un record nei prezzi mondiali degli alimenti a dicembre, superando i livelli del 2008 quando il costo del cibo ha fatto scoppiare tumulti nel mondo e lanciare avvertimenti sui prezzi entrati in "zona pericolosa".
Un indice mensile delle Nazioni Unite a dicembre superava il picco mensile precedente - del giugno 2008 - per raggiungere il livello più elevato dal 1990. Pubblicato dall'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura con sede a Roma (la FAO), l'indice riporta i prezzi di un paniere di cereali, semi oleosi, latticini, carne e zucchero, aumentato per sei mesi consecutivi». (The Guardian, 5 gennaio 2011)

Amara ironia: in un contesto di aumento dei prezzi degli alimenti, il FMI suggerisce la rimozione delle sovvenzioni allo scopo di raggiungere l'obiettivo dell' austerità fiscale.


Manipolazione dei dati su povertà e disoccupazione

Un'atmosfera di disperazione sociale prevale, le vite della gente sono distrutte. Mentre il movimento di protesta in Tunisia è visibilmente il risultato diretto di un impoverimento totale, la banca mondiale sostiene che i livelli di povertà sono stati ridotti dalle riforme di liberalizzazione del mercato adottate dal governo del Ben Ali.
Secondo il rapporto sul paese della Banca Mondiale, il governo tunisino (con il supporto delle istituzioni di Bretton Woods) è stato fondamentale nel ridurre i livelli di povertà al 7 per cento (inferiore sostanzialmente a quello registrato negli Stati Uniti e nell'UE):

«La Tunisia ha realizzato notevoli progressi nell'equità dello sviluppo, nel combattere la povertà e nel raggiungimento di buoni indicatori sociali. Ha riportato un tasso di crescita medio del 5 per cento in questi ultimi 20 anni, con un aumento constante nel reddito pro capite e un aumento corrispondente nel benessere della popolazione che registra un livello di povertà del 7%, fra i più bassi nella regione.
L'aumento constante nel reddito pro capite è stato il motore principale per la riduzione della povertà. … Le strade nelle aree rurali sono state particolarmente importanti nell'aiutare i poveri di queste aree a collegarsi ai mercati ed ai servizi urbani. I programmi sulle abitazioni hanno migliorato il livello di vita dei poveri ed inoltre hanno reso disponibile il reddito risparmiato per la spesa in alimenti e articoli non-alimentari, con impatti positivi di attenuazione della povertà. I sussidi alimentari, destinati ai poveri, anche se non in maniera ottimale, hanno tuttavia aiutato i poveri urbani». (Banca mondiale - Tunisia - Country Brief)

Queste stime sulla povertà, senza accennare ad alcuna "analisi" economica e sociale, sono autentiche montature. Presentano il libero mercato come il motore di un'attenuazione della povertà. L'impalcatura analitica della Banca Mondiale è usata per giustificare un processo di "repressione" economica che è stato applicato universalmente in più di 150 paesi in via di sviluppo.
Con il 7 per cento della popolazione che vive nella povertà (come suggerito dalla "stima" della banca mondiale) e il 93 per cento della popolazione coi bisogni fondamentali soddisfatti in termini di alimenti, abitazione, salute e formazione, non ci sarebbe stata crisi sociale in Tunisia.

La Banca Mondiale è attivamente impegnata nella manipolazione dei dati e nella distorsione della difficile situazione sociale della popolazione tunisina.
Il tasso di disoccupazione ufficiale è al 14 per cento, ma il livello reale di disoccupazione è molto più alto. La disoccupazione giovanile registrata è dell'ordine del 30 per cento. I Servizi Sociali, compreso la sanità e la formazione sono sprofondate nell'urto delle misure di austerità economica della Banca Mondiale e del FMI .

Più in generale, «la dura realtà economica e sociale che sta alla base dell'intervento del FMI consiste nei prezzi degli alimenti in ascesa, carestie a livello locale, licenziamenti massicci degli operai urbani e degli impiegati pubblici, e distruzione dei programmi sociali. Il potere di acquisto interno è sprofondato, ospedali e scuole sono stati chiusi, a centinaia di milioni di bambini è stato negato il diritto all'istruzione primaria»

 Di Michel Chossudovsky
Marocco. La filosofia scende in piazza

Marocco. La filosofia scende in piazza

Giovani, studenti, ma non solo. Sono i protagonisti di un'iniziativa inedita nel regno, "L-filsafa f-zanqa", che fa appello al "risveglio della coscienza e al consolidamento del pensiero libero".




Ogni settimana, dall'agosto scorso, ragazzi e ragazze della capitale si danno appuntamento in centro per discutere e confrontarsi su autori, opere e concetti di natura filosofica. O più semplicemente per leggere e scambiare impressioni.


Ecco allora che Dostoevskij e Nietzsche sono il punto di partenza con cui affrontare la "moralità dell'uomo", per poi passare ad altre tematiche quali la natura dello Stato, il sistema politico, la religione, la laicità, il libero arbitrio..è L-filsafa f-zanqa, "la filosofia in strada", un'iniziativa nata da alcuni studenti di Rabat che hanno sentito la necessità di aprire uno "spazio di espressione libera dove la parola è accessibile a tutti".


Seduti in cerchio nei prati della ville nouvelle, spesso circondati da passanti incuriositi, ascoltano le parole del moderatore che introduce la seduta e poi dichiara aperta l'agora.


L'idea, ammettono gli organizzatori, riprende il modello già sperimentato in Francia dell'università popolare di filosofia, lanciato dall'umanista Michel Onfray per far uscire una materia ritenuta elitaria dalla rigidità del contesto accademico.


In Marocco l'iniziativa è mossa da un'esigenza ancora più forte, dal momento che l'insegnamento umanistico era praticamente scomparso dalle facoltà - su decisione del vecchio re Hassan II - e solo negli ultimi anni sembra aver fatto un timido ritorno.


E' per sopperire alle lacune dell'apparato scolastico che l'Uecse - l'Union des étudiants pour le changement du système éducatif, movimento universitario nato dalle ceneri del "20 febbraio" e della "primavera marocchina" - ha deciso di prendere in mano la situazione e di aggirare l'ostacolo, portando la filosofia (più in generale l'arte e la cultura) direttamente in piazza, alla portata di tutti. Con risultati sorprendenti.


In pochi mesi, infatti, L-filsafa f-zanqa è uscita dal circolo ristretto della capitale ed è diventata un appuntamento nazionale. Raduni e incontri pubblici si moltiplicano in tutto il territorio, da Casablanca a Marrakech, da Ouarzazate a Tangeri, fino alle lontane Tiznit e Al Hoceima.


A rompere il ghiaccio sono quasi sempre studenti universitari, membri dell'Uecse, ma le adesioni ai gruppi di discussione si fanno via via più diversificate. Alunni delle superiori, professori, impiegati e perfino disoccupati sono sempre più interessati all'iniziativa. Una conferma che "la filosofia riguarda tutte le fasce sociali, è alla base del vivere comune e della formazione di una coscienza critica, cosa di cui c'è estremo bisogno nel paese", afferma Nabil Belkabir, uno degli iniziatori.


Se la risposta "popolare" comincia a farsi sentire, non si è fatta attendere quella delle autorità, che non sembrano molto apprezzare la libertà di parola e di pensiero - o almeno la loro esibizione pubblica, su temi spesso considerati tabù - praticata dai giovani filosofi.


Intimidazioni e sgomberi hanno accompagnato gli studenti fin dai primi appuntamenti. "In un'occasione, a Ouarzazate, un funzionario di governo si è avvicinato ad una ragazza dicendole: « piuttosto che a leggere, pensa a sposarti! »", racconta Hamza Mahfoud. "A volte gli agenti ci costringono a partire, sotto la minaccia dell'arresto, perché non abbiamo l'autorizzazione della Prefettura. E questo nonostante la costituzione garantisca il diritto di riunione..".


Non c'è paura nei loro sguardi o nelle loro parole. Nessuna intenzione di cedere. Anzi, il movimento universitario - che si dichiara indipendente da influenze partitiche o ideologiche - ha deciso di rilanciare, promuovendo nuove azioni di "disobbedienza culturale". Sulla stessa linea di L-filsafa f-zanqa le iniziative "un'ora di lettura" e "la lettura per tutti": decine di ragazzi, un libro in mano, occupano silenziosamente alcuni degli spazi urbani più frequentati (come place des Nations Unies a Casablanca), oppure improvvisano flashmob di fronte alle sedi istituzionali e nei vagoni del tram. Apertura mentale e conoscenza le parole d'ordine.


La vitalità del movimento studentesco fa da contrappeso ad un sistema di istruzione globalmente in agonia. Il rapporto mondiale sull'educazione, pubblicato dall'Unesco pochi giorni fa, è un duro atto d'accusa in questo senso.


Il documento posiziona il Marocco agli ultimi posti della classifica (143° su 164 paesi) e traccia un quadro preoccupante della situazione: il tasso di scolarizzazione è fermo al 58%, quello di pre-scolarizzazione e di alfabetizzazione adulta sotto i livelli minimi. Non meno critica la valutazione sulla qualità dell'insegnamento offerto, già sottolineato da un precedente rapporto della Banca Mondiale, che punta il dito sulle carenze registrate in ambito linguistico e scientifico dagli alunni del regno.


Tra le raccomandazioni dell'Unesco a Rabat, quella di destinare un maggiore investimento pubblico all'istruzione (5,4% del Pil, contro il 10,9 della media europea), un invito che sarà probabilmente disatteso a causa dei tagli nel settore annunciati dall'esecutivo, alle prese con una sensibile aumento del debito.


"Impossibile, e forse irrealistico, pensare ad un confronto aperto con il governo o con il ministero. Fino a pochi giorni fa l'Uecse non aveva nemmeno un riconoscimento formale", è il commento di Nabil Belkabir. "Fondamentale, dal nostro punto di vista, è che gli studenti acquisiscano consapevolezza del sistema in cui si trovano inseriti. Delle sue mancanze e degli strumenti a loro disposizione per tentare di porvi rimedio. L'filsafa f-zanqa o le altre iniziative parascolastiche sono un primo passo per cercare di smuovere le coscienze e cambiare la mentalità".



Qualche domanda a..


Ghassan Wali, giornalista, tra i fondatori del gruppo universitario Conscience estudiantine.



Ghassan, oltre ad avere un notevole esperienza quanto ad attivismo studentesco, hai partecipato ad alcune delle ultime agora del collettivo L-filsafa f-zanqa. Raccontaci un po' come si svolgono gli incontri..


Prima dell'evento, il movimento Uecse avvia una campagna informativa via web e all'interno dei licei e delle facoltà. Di solito la seduta inizia con un moderatore che presenta il tema del giorno e poi lo spazio è lasciato ai singoli interventi dei partecipanti, che apportano la loro visione, i loro dubbi, le loro perplessità.


A volte capita che non ci sia molta conoscenza pregressa e solo una parte dei presenti riesce ad arricchire il dibattito con riferimenti bibliografici. Ma forse il bello è anche questo. Da un lato dimostra le enormi lacune del nostro sistema di istruzione, dall'altro permette a tutti di poter intervenire e prendere parte agli incontri senza "timori reverenziali".


In fondo si tratta di uno spazio aperto di riflessione. Una sorta di educazione civica autorganizzata, non un confronto sui massimi sistemi.



Da dove nasce il bisogno di portare in piazza la filosofia?


Dall'esigenza di riappropriarsi degli spazi pubblici e di costruire un proprio bagaglio culturale. Gli studenti hanno capito che è arrivato il momento di prendersi da soli quello che la scuola e l'università non possono - o non vogliono - offrire. C'è la necessità di definire concetti, ad esempio la laicità, comunemente ed erroneamente assimilata all'ateismo nella nostra società.


Io ho studiato alla facoltà di Economia e non ho mai avuto un corso di filosofia. Eppure sappiamo tutti le interconnessioni che vi sono tra la sfera del pensiero economico e quello filosofico.



La filosofia in particolare ha una storia travagliata nelle università marocchine..


Ad inizio anni ottanta il Ministero dell'Istruzione, quindi il regime di Hassan II, ha eliminato i dipartimenti di filosofia, sociologia e psicologia dalle università. Le Scienze Umane sono scomparse e al loro posto hanno trovato spazio i corsi di Studi Islamici. Si è trattato di una manovra politica, che ha minato la formazione dei cittadini per decenni.


All'epoca, i movimenti di sinistra e sindacali erano forti e ben radicati nell'università. Eliminare la filosofia per far posto al pensiero islamico significava erodere terreno alla contestazione, agli oppositori. Allo stesso tempo il movimento islamico si è rafforzato e ha preso lentamente il posto dei marxisti e dei trozkisti, soprattutto nelle facoltà di Lettere e nei campus annessi, storicamente bastioni della sinistra. E' stato come imporre il culto dell'obbedienza al posto del libero pensiero, della riflessione critica.


Gli insegnamenti umanistici sono poi riapparsi una decina di anni fa con la riforma dell'insegnamento superiore. Ma sono superficiali, al massimo offrono nozioni, e ormai hanno perso attrazione perché non garantiscono sbocchi lavorativi.



Che cosa rappresenta l'Uecse nel panorama della contestazione sociale e politica del paese?


E' una risposta alla mancanza di una vera rappresentanza studentesca, legittima e riconosciuta, in seno alle università e nella società. Lo storico sindacato degli studenti, l'Unem (Union nationale des étudiants marocains, nda), è formalmente vietato dagli anni settanta, più o meno per la stessa ragione per cui furono vietati gli insegnamenti umanistici. Del resto erano gli "anni di piombo"..


Nei campus si è lottato per anni per affermare una supremazia ideologica tra islamisti e studenti di sinistra, a tutto vantaggio del regime che è riuscito ad annientare una potenziale categoria contestataria. L'esperienza del 2011, il "20 febbraio", ha reso evidente il bisogno di ricucire, o almeno di aggirare, le divisioni interne che hanno frenato a lungo il peso e la voce degli studenti.


L'eredità del "20 febbraio" è evidente nel sistema di democrazia interna e di rappresentatività orizzontale con cui è organizzato il movimento. Perfino nella scelta strategica della disobbedienza civile pacifica e dell'utilizzo della cultura come contro-potere o come alternativa al blocco imposto dalle autorità.



Come hanno sottolineato i recenti rapporti dell'Unesco e della Banca Mondiale, non è solo la disciplina delle scienze umane ma tutto il sistema di insegnamento ad essere messo in discussione. Quali sono, secondo te, i problemi più gravi?


La riforma dell'insegnamento avviata a fine anni '90 è stata fatta, almeno sulla carta, per adeguare l'offerta formativa al mercato del lavoro. Questo l'alibi con cui sono proliferate scuole, istituti, corsi professionalizzanti di breve durata, sovvenzionati dallo Stato anche nel caso dei privati, prevalentemente incentrati su marketing e commercio.


Non è istruzione, questa, ma una fabbrica di automi che sognano di creare aziende - perché questo gli viene detto a lezione - e si ritrovano, nel migliore dei casi, a fare part time nei call center. Non a caso il tasso di disoccupazione, quello ufficiale, è rimasto invariato nell'ultimo decennio.


Ma il problema, oltre alla ristrettezza di una simile offerta, sta a monte. Non c'è la volontà di adeguare l'istruzione alla crescita e ai bisogni dell'individuo. La qualità dell'insegnamento è bassa, mancano mezzi, laboratori, risorse.


Il costo degli studi superiori è eccessivo, soprattutto visto il blocco dell'ascensore sociale: gli studi non garantiscono più un posto di lavoro e un livello di vita adeguato ai sacrifici fatti, e molti finiscono per abbandonare o rinunciare. Chi può permetterselo, invece, va all'estero o studia nelle scuole francesi ancora presenti nel paese. E il fossato che si scava tra le classi si fa sempre più ampio.



Tra gli aspetti evidenziati dai rapporti degli organismi internazionali c'è l'assenza di attività parascolari, fondamentali per incentivare interesse e curiosità soprattutto durante la scuola dell'obbligo. Parlaci un po' della tua esperienza..


Ho constatato un fatto. Anche nelle migliori filiere formative, ad esempio quella di ingegneria, le persone escono dal loro percorso e non conoscono altro che il loro mestiere. Si ritrovano disconnessi dalla realtà. Personalmente credo che oltre al saper fare, un individuo debba essere fornito del "saper essere", il sapersi collocare nella società, nel mondo.


Il rapporto dell'Unesco non sbaglia. Attività come musica, teatro, disegno sono praticamente assenti. Ricordo che alle elementari avevamo un piccolo corso di educazione artistica. Quello che ci hanno imparato è saper disegnare un musulmano in maniera differente da un miscredente, oppure saper riprodurre delle miniature di citazioni coraniche. Questa non è educazione artistica, ma lobotomia.


Qualcosa sta cambiando, lo vedo con le mie sorelle più piccole. Ma in generale l'incentivo alla conoscenza, all'arricchimento culturale non vengono prese in considerazione, a meno che non si abbia la fortuna di imbattersi in qualche maestro o insegnante appassionato e considerato dagli altri "poco ortodosso".



(articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)