Mese: novembre 2013

Egitto: perché uno dei simboli dei movimenti è di nuovo in carcere?

La repressione dei movimenti giovanili in Egitto è stata sempre scandita da arresti eccellenti. E attivisti come Alaa Abdel Fatteh e il cofondatore del movimento 6 aprile, Ahmed Maher, ne hanno spesso pagato le conseguenze. A riportare il controllo di polizia delle contestazioni è la legge che limita le proteste, appena approvata dal governo ad […]

Egitto: perché uno dei simboli dei movimenti è di nuovo in carcere?

La repressione dei movimenti giovanili in Egitto è stata sempre scandita da arresti eccellenti. E attivisti come Alaa Abdel Fatteh e il cofondatore del movimento 6 aprile, Ahmed Maher, ne hanno spesso pagato le conseguenze. A riportare il controllo di polizia delle contestazioni è la legge che limita le proteste, appena approvata dal governo ad […]

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La Siria paese del “Male”? Una risposta francese a Quirico

«Ho incontrato il paese del male», ha scritto Domenico Quirico circa i suoi cinque mesi d’inferno in Siria. Il terrore e la compassione, che ci ispira la sua terribile esperienza, non rendono meno inquietante la sua espressione, così come la sua conclusione: «La nostra storia è quella di due cristiani nel mondo di Maometto e

La Siria paese del “Male”? Una risposta francese a Quirico

«Ho incontrato il paese del male», ha scritto Domenico Quirico circa i suoi cinque mesi d’inferno in Siria. Il terrore e la compassione, che ci ispira la sua terribile esperienza, non rendono meno inquietante la sua espressione, così come la sua conclusione: «La nostra storia è quella di due cristiani nel mondo di Maometto e

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«Ho incontrato il paese del male», ha scritto Domenico Quirico circa i suoi cinque mesi d’inferno in Siria. Il terrore e la compassione, che ci ispira la sua terribile esperienza, non rendono meno inquietante la sua espressione, così come la sua conclusione: «La nostra storia è quella di due cristiani nel mondo di Maometto e

Egitto: il ritorno dei giovani rivoluzionari

Giuseppe Acconcia I Fratelli musulmani egiziani hanno annunciato la formazione di un governo in esilio a Parigi. La notizia è stata confermata dal portavoce di Libertà e giustizia, braccio politico del movimento islamista, Ahmed Aqeel. Il politico ha anche assicurato che nei prossimi giorni verranno aperti uffici della confraternita, la cui organizzazione non governativa è […]

Egitto: il ritorno dei giovani rivoluzionari

Giuseppe Acconcia I Fratelli musulmani egiziani hanno annunciato la formazione di un governo in esilio a Parigi. La notizia è stata confermata dal portavoce di Libertà e giustizia, braccio politico del movimento islamista, Ahmed Aqeel. Il politico ha anche assicurato che nei prossimi giorni verranno aperti uffici della confraternita, la cui organizzazione non governativa è […]

Egitto: il ritorno dei giovani rivoluzionari

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Egitto, giro di vite sulle manifestazioni di piazza: “Passo verso restaurazione”

La nuova legge che regola le proteste sembra segnare l’ennesimo passo indietro nella transizione democratica dell’Egitto con i militari che impongono un’altra spinta alla restaurazione del precedente regime. Tra gli articoli più discussi del documento c’è l’imposizione di 3 giorni di preavviso per indire cortei e sit in e la possibilità di poter cancellare o […]

L’articolo Egitto, giro di vite sulle manifestazioni di piazza: “Passo verso restaurazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Linguaggi settoriali nel mondo arabo: la microlingua giuridica

Mercoledì 27 novembre 2013, ore 10:00 – Venezia, Palazzo Malcanton Marcorà (Sala Giovanni Morelli Dorsoduro 3484/D) Convegno a cura di: Università Ca’Foscari – Venezia Scuola in Studi Asiatici e Gestione Aziendale Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea Linguaggi settoriali nel mondo arabo: LA MICROLINGUA GIURIDICA Programma 9:45 – 10:15 Accoglienza dei partecipanti 10:15 Apertura dei […]

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Mercoledì 27 novembre 2013, ore 10:00 – Venezia, Palazzo Malcanton Marcorà (Sala Giovanni Morelli Dorsoduro 3484/D) Convegno a cura di: Università Ca’Foscari – Venezia Scuola in Studi Asiatici e Gestione Aziendale Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea Linguaggi settoriali nel mondo arabo: LA MICROLINGUA GIURIDICA Programma 9:45 – 10:15 Accoglienza dei partecipanti 10:15 Apertura dei […]

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Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

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Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

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Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

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Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Serata culturale palestinese

Venerdì 22 Novembre 2013, al CSOA Ex Snia di Roma, si terrà la serata culturale palestinese dal titolo “Radici: Prawer non passerà”. I giovani Palestinesi in Italia presentano il gruppo di danze Dabka e teatro Palestinesi (JAFRA). A partire dalle ore 19:00: -Spettacolo teatrale (JAFRA) – Collegamento con Siwar Asli rappresentante dell’Unione Internazionale Contro il […]

Sheikh Ali Khaled Al Sabah: un miliardo di dollari per lo sviluppo dei paesi arabo-africani coinvolgerà anche i paesi del Nord Mediterraneo come l’Italia

“Partner nello sviluppo e nell’investimento”. E’ con questo slogan che si apre, nel cuore del Kuwait, la terza edizione del summit arabo-africano 2013. Per questo – ci spiega da Roma Sheikh Ali Khaled Al Sabah, ambasciatore del Kuwait in Italia – i temi principali da discutere sono la politica, gli investimenti, l’agricoltura, le infrastrutture, la sicurezza e l’inclusione socio-politica delle donne, spesso emarginate. In concreto, il Kuwait metterà a disposizione un miliardo di dollari con prestiti a basso interesse per i paesi arabo- africani,

Sheikh Ali Khaled Al Sabah: un miliardo di dollari per lo sviluppo dei paesi arabo-africani coinvolgerà anche i paesi del Nord Mediterraneo come l’Italia

“Partner nello sviluppo e nell’investimento”. E’ con questo slogan che si apre, nel cuore del Kuwait, la terza edizione del summit arabo-africano 2013. Per questo – ci spiega da Roma Sheikh Ali Khaled Al Sabah, ambasciatore del Kuwait in Italia – i temi principali da discutere sono la politica, gli investimenti, l’agricoltura, le infrastrutture, la sicurezza e l’inclusione socio-politica delle donne, spesso emarginate. In concreto, il Kuwait metterà a disposizione un miliardo di dollari con prestiti a basso interesse per i paesi arabo- africani,

Au revoir a’ la Tunisie

Come molti lettori avranno notato Italiani di Cartagine hanno spesso di postare da qualche tempo. Il nostro recente trasloco dalla Tunisia verso nuove mete, non ci permette piu’ di essere osservatori privilegiati di una realta’ ormai altamente med…

Au revoir a’ la Tunisie

Come molti lettori avranno notato Italiani di Cartagine hanno spesso di postare da qualche tempo. Il nostro recente trasloco dalla Tunisia verso nuove mete, non ci permette piu’ di essere osservatori privilegiati di una realta’ ormai altamente med…

Au revoir a’ la Tunisie

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Au revoir a’ la Tunisie

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Au revoir a’ la Tunisie

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La Siria non è il paese del Male

Con sempre maggior insistenza si sta diffondendo uno slogan, per alcuni molto fortunato: la Siria è “il Paese del Male”. Senza avere una conoscenza profonda delle ricchezze e delle complessità siriane, si costruisce una narrativa, magari penitenziaria, finalizzata a giustificare…

Pictures from Gihan

  Pictures from Gihan è uno spettacolo, che parte dalle rivolte in Egitto, dei Muta Imago. #street politics ne ha curato la drammaturgia, insieme a Riccardo Fazi e Claudia Sorace. Al Roma Europa Festival dal 13 al 17 Novembre 2013, non mancate.

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Iran: la fine di 10 anni di contenzioso nucleare?

  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

Iran: la fine di 10 anni di contenzioso nucleare?

  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

Iran: la fine di 10 anni di contenzioso nucleare?

  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

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  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

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  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

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  Era il 2004 quando l’accordo sul nucleare iraniano sembrava a portata di mano. L’allora capo negoziatore Hassan Rohani aveva assicurato la sospensione provvisoria della conversione e dell’arricchimento dell’uranio, nonché della produzione di componenti per centrifughe. Allora come oggi, l’accordo appariva molto fragile e con poche garanzie. Anzi la sospensione temporanea, in attesa di un’intesa […]

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Iran: la fine di 10 anni di contenzioso nucleare?

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La voce (cupa) di Damasco

Thierry Meyssan sceglie con cura dove abitare. Al tempo della guerra in Libia stava a Tripoli, nei palazzi di Moammar Gheddafi. A guerra finita si è trasferito a Damasco, dove vive da due anni. Ma, secondo quanto scrive su Megachip,…

Egitto, al via processo all’ex presidente Morsi. Ma la seduta è subito rinviata

E’ stata la confusione la protagonista della prima udienza del processo a carico dell’ex presidente egiziano Mohammed Morsi e degli altri 14 imputati, quasi tutti membri dei Fratelli Musulmani. Nell’aula, in cui è stato ammesso un numero ristretto di giornalisti senza telefoni, macchine fotografiche e telecamere, l’ex presidente è apparso per la prima volta dal giorno della sua […]

L’articolo Egitto, al via processo all’ex presidente Morsi. Ma la seduta è subito rinviata proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto, al via processo all’ex presidente Morsi. Ma la seduta è subito rinviata

E’ stata la confusione la protagonista della prima udienza del processo a carico dell’ex presidente egiziano Mohammed Morsi e degli altri 14 imputati, quasi tutti membri dei Fratelli Musulmani. Nell’aula, in cui è stato ammesso un numero ristretto di giornalisti senza telefoni, macchine fotografiche e telecamere, l’ex presidente è apparso per la prima volta dal giorno della sua […]

L’articolo Egitto, al via processo all’ex presidente Morsi. Ma la seduta è subito rinviata proviene da Il Fatto Quotidiano.

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi

Tunisia: “dialogo nazionale” o “riscatto del regime”?

di Fathi Chamkhi

29 ottobre 13
Fonte: http://www.communianet.org/

Pubblichiamo questo articolo di Fathi Chamkhi, esponente del Fronte Popolare Tunisino. Chamkhi analizza lo stato dell’arte della rivoluzione tunisina, evidenziandone i pericoli e le contraddizioni ma anche tracciando una strada che possa ridare forza ed impeto ad un processo tuttora in atto.

Lo scorso 5 ottobre è iniziato il “Congresso nazionale per il dialogo” sulla base di una bozza scritta dal quartetto politico che patrocina questo dialogo. Di fatto si tratta di una riproposizione del dialogo nazionale lanciato dallo stesso quartetto nel maggio scorso, interrotto dall’assassinio del leader del Fronte popolare Mohamed Brahmi.Solo le organizzazioni politiche rappresentate nell’Assemblea Costituente hanno accettato questo dialogo. I suoi compiti sono quelli di concludere la redazione della Costituzione, promulgare una nuova legge elettorale, fissare la data delle elezioni e mettersi d’accordo su un nuovo governo provvisorio con ampi poteri che dovrebbe essere presieduto da una personalità indipendente, tutto questo nell’arco di un mese.Il Fronte Popolare è stato isolato da questo processo, solo 3 dei 14 partiti che ne fanno parte hanno partecipato all’incontro. Alla fine l’obbiettivo sarà quello di tirar fuori Tunisi dalla crisi e di attivare una “transizione democratica”.

Questo “dialogo” rappresenta però l’opposto di quello che centinaia di manifestazioni, sit-in e scioperi, che hanno riunito in tutto il paese migliaia di persone, chiedevano. Il loro obbiettivo infatti era ottenere lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) e di tutti i poteri che da essa scaturiscono, specialmente il governo provvisorio. Questo movimento rivoluzionario accusa gli islamisti e i loro alleati di aver tradito la rivoluzione, di essere responsabili dell’aggravarsi della crisi e del deterioramento della sicurezza nel paese. Questo significa anche la cancellazione definitiva del mandato elettorale da dove deriva la legittimità a governare di Enhadda.

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, l’economia locale è stata strutturata e focalizzata sul mercato estero e i benefici sono stati ampiamente raccolti dalle forze della globalizzazione capitalista neoliberista. Il risultato di questa rapina a mano armata è stata una enorme distesa di insicurezza, esclusione e povertà. Questo sistema aveva bisogno di un potere politico repressivo per essere mantenuto per un periodo di tempo più ampio.
Rompendo l’equilibrio di forze che ha permesso alla ricca minoranza di sfruttare la maggioranza, i poveri, le classi oppresse, grazie alla sollevazione rivoluzionaria, sono riusciti a cacciare il dittatore Ben Alì e a creare le condizioni politiche per rompere tutte le catene che li hanno condannati alla miseria e sottoposti all’oppressione.

Ma il processo rivoluzionario deve ancora affrontare molti ostacoli. Da un lato, i dubbi, le ambiguità, l’opportunismo dei partiti di sinistra e la mancanza di fiducia della classe operaia e della gioventù. Dall’altro l’adesione di un parte del movimento rivoluzionario al blocco controrivoluzionario. Infine, l’ostinato rifiuto della minoranza dominante, che detiene il potere economico e politico, a soddisfare le esigenze più urgenti delle classi lavoratrici, insistendo sulla fuga in avanti del capitalismo neoliberista, continuando con la sua politica di austerità, i suoi inganni e la sua ideologia reazionaria con le sue molteplici sfaccettature.
Se a questo si aggiunge l’enorme pressione esercitata dalle forze imperialiste sulle principali organizzazioni sociali e politiche, si ottiene un’idea delle forze controrivoluzionarie che cercano di tagliare la strada per l’emancipazione e la libertà per le classi lavoratrici e i giovani. Questa crisi rivoluzionaria accelera la trasformazione della crisi sociale in crisi economica, finanziaria, politica ed ambientale. Seguendo il percorso di Ben Ali, accelerando la liberalizzazione capitalista neoliberista dell’economia e il rafforzamento delle misure di austerità sociale, Ennahdha semplicemente sta facendo cadere la maschera religiosa che le dava accesso al potere. Smascherando di fatto la natura borghese, corrotta e reazionaria mostrata in piena luce.

Per intensificare il processo rivoluzionario, è necessario mantenere la pressione delle continue mobilitazioni popolari contro Ennahdha, al fine di isolarli, per ridurre il loro danno ideologico, per limitare la pericolosità politica e sociale ed espellerli dal potere. Tuttavia, la direzione della FP, che è riuscita a stare alla testa del movimento rivoluzionario, è stata travolta nella direzione sbagliata dai partiti borghesi che l’hanno fatta aderire al Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) che preparava il “dialogo nazionale”. Una vera e propria ancora di salvezza per Ennahdha, che cade così in basso che a malapena riesce a mantenere la testa fuori dall’acqua.
Ora, salvare il partito islamico è l’ultima preoccupazione del regime economico dominante. Lo scopo della controrivoluzione è di far deragliare la rivoluzione! Tutti i bellissimi discorsi sul “migliore interesse della Tunisia”, la “transizione democratica”, ” la salvezza nazionale”, il “consenso nazionale”, ecc. sono retorica meschina che cerca di nascondere alle masse questo obiettivo. Nel 1987, Ben Ali, i suoi partner e dei suoi accoliti, nascosero al popolo tunisino i dettagli del colpo di stato sotto un sacco di discorsi e slogan destinati a calmare i tunisini.

Il compito controrivoluzionario del partito islamico non è finito, le classi dominanti ne hanno ancora bisogno per reprimere il movimento rivoluzionario. Ennahdha però sta perdendo credibilità. Non ha dato nessuna risposta ai drammi sociali; Ennahdha ha perso gran parte della fiducia di cui godeva tra le classi lavoratrici prima di arrivare al potere, tradendo le speranze che alcuni hanno avuto in essa. La legittimità che ottenne alle elezioni è svanita. La controrivoluzione ha bisogno di una nuova situazione per porre fine alla resistenza sociale. Gli islamisti sono consapevoli di questo, ma sono paralizzati dal drammatico cambiamento della situazione in Egitto.

L’omicidio di Belaïd a febbraio, Brahmi dopo, a luglio, ha causato un vero elettroshock. Ennahdha, in assenza di una corretta reazione del FP, è riuscita ad assorbire l’impatto del primo omicidio. Ma, al momento, sta soffrendo gli effetti del secondo. La crisi politica, che è la più evidente, continua nonostante il “dialogo nazionale”. La situazione economica e sociale piuttosto catastrofica, il degrado della sicurezza soprattutto considerando la proliferazione di gruppi jihadisti, così come gli errori e strafalcioni degli islamisti al potere, sono stati più che evidenti per una significativa parte della popolazione. In più la forte e adeguata reazione della direzione del FP, in risposta all’ultimo omicidio, chiamando il popolo tunisino alla mobilitazione per cacciare gli islamisti dal potere, ha contribuito a indebolire e isolare Ennahdha.
La chiamata del FP è stata ampiamente supportata. Il movimento è cresciuto ed è arrivato fino a Tunisi da tutto il Paese, concludendosi con le massicce mobilitazioni del 6 e 13 agosto nella Capitale.

Parallelamente all’estensione e alla radicalizzazione del movimento rivoluzionario però le pressioni dei partiti borghesi, dei ministeri degli esteri dei paesi imperialisti, della direzione della confindustria tunisina spingevano il FP verso la via del “dialogo nazionale” .
Fin dall’inizio, Nida Tounes, il principale partito borghese, ha voluto portare il FP nel Fronte di salvezza Nazionale, nato poche ore dopo vaer lanciato il famoso “appello al popolo” del FP. L’obiettivo di Nida Tunes, versione modernista di Ennahdha, è chiara: da un lato fermare il FP, deviare la sua linea rivoluzionaria, e dall’altro, lavorare ai bordi di Ennahdha per costringerlo a normalizzare le relazioni con esso e creare intorno a loro una vasta coalizione politica la cui funzione principale sarà il supporto politico per il nuovo governo e con la missione di attuare l’accordo con il FMI istituito il 7 giugno. Per quanto riguarda le elezioni dipendono dalla capacità del governo e della coalizione politica che lo sostiene di realizzare la politica di austerità e di preparare il terreno per le elezioni che avranno lo scopo di consolidare la vittoria della controrivoluzione. Ma ancora manca molto perché tutto ciò si realizzi.

Possiamo dire che il FP ha sbagliato ad accettare il dialogo con questi banditi quando sono ormai tre anni che le masse hanno un’attitudine anti-imperialista e anti-capitalista piuttosto evidente? Non importano le ragioni di questo spostamento a destra, le conseguenze saranno disastrose per il processo rivoluzionario a meno che non viene corretta la direzione velocemente, mentre c’è ancora tempo per farlo. Il FP ha un bel da fare! C’è un processo rivoluzionario che dovrebbe portare a buon fine. Inoltre, è necessario correggere l’orientamento senza indugio riprendere la battaglia contro la politica di austerità e la liberalizzazione capitalista dettata dagli accordi con l’Unione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale. La mobilitazione deve continuare a spazzare via istituzioni e poteri emersi dalle elezioni del 23 ottobre e combattere in difesa delle libertà fondamentali.
Per migliorare le possibilità di successo in questi compiti, il FP deve continuare la sua costruzione, che ha abbandonato negli ultimi mesi a favore delle esigenze del FSN.

Traduzione di Dario Di Nepi