Mese: dicembre 2013

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Visita guidata in arabo!

L’Associazione Culturale “L’Asino d’Oro” ha organizzato per il mese di Gennaio due visite guidate in lingua araba per andare alla scoperta della città di Roma. Le visite in programma sono: Domenica 5 Gennaio 2014 alle ore 10.00 a Piazza del Popolo e domenica 19 Gennaio 2014 alle ore 10.00 all’Aventino. La visita guidata prevede una quota di partecipazione […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 24

Non ci sono ricordi più dolci di quelli nati nella casa in cui sei cresciuto assieme ai tuoi fratelli e alle tue sorelle, protetto dall’amore dei tuoi genitori. Così, stanco per la fame e tremante per il freddo, ho sentito il bisogno di fare visiti alla casa della mia famiglia. Ho camminato da solo fino […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

Sciopero della fame sotto assedio – giorno 23

Giorno 23, persino gli alberi sono loro nemici – Gli alberi ci aiutano. Gli uliveti e gli alberi di limoni di Moadamiya sono molto più di un semplice mezzo di sostentamento. Sono amici e alleati. Di più – sono l’eredità vivente dei miei concittadini. Amiamo ogni albero. Li conosciamo sin dall’infanzia, ogni nodo. Ci abbracciano. […]

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso…

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso giro d’affari, e allora continui a chiederti, ma perché l’Italia non è in questi business, ma che razza di politiche abbiamo fatto per ritrovarci fuori da tutto?”

C’erano già un bel po’ di commenti, ma tutti impostati sul “noi Italiani siamo fessi, ci fregano tutti…” In somma la solita cantilena. Per mettere un po’ di piccante nella riflessione butto un sasso nello stagno: “L’Italia magna magna se stessa non ha tempo per partecipare al magna magna dell’Africa. L’Africa la continuano a magnia’ le potenze coloniali che da tempo l’hanno cucinata per se stessi.”

Subito dietro una valanga di commenti che nella maggior parte possono essere riassunti in questo: “Karim per essere onesti i vari magna magna..sono anche dovuti….ai tanti politici(quando non tiranni)Africani..” Oppure ancora questo: “Gridare sempre al cattivo colonizzatore non basterà come alibi per l’Africa. Nè imporre la logica delle nostre ideologie laggiù rende un buon servizio.” A quel punto non ho più resistito. e sono partito con una delle mie solite “Divagazioni”. Una riflessione sul come ieri sono venuti a prendere l’Africa e sono stati tutti zitti. Oggi stanno bussando ad altre porte.


L'Africa è già qui!

Ghandi (e non solo) diceva che è vittima solo chi accetta di essere vittima. L’Africa è ancora colonizzata, perché gli Africani sono ancora colonizzabili. Su questo non ci piove. Ogni volta che c’è una esperienza forte e seria c’è qualche altro gruppo africano per distruggerla.

Io, se e quando parlo con gli Africani, dico questo. Perché il primo responsabile della propria sorte è l’oppresso, non l’oppressore. Ma questo non annulla le responsabilità dell’oppressore. E’ come se tuo figlio si facesse picchiare a scuola regolarmente dai compagni. Come genitore devi lavorare con tuo figlio, sul fatto che si deve difendere, che deve imporre il rispetto agli altri. Non deve lasciarsi maltrattare. Ma questo non toglie la responsabilità degli altri bambini. E avere un figlio che picchia gli altri non è una cosa bella. Avere una concezione del mondo dove il forte ha diritto di mangiare il debole non è una situazione accettabile. E quindi se parlo con europei dico questo. Non è normale essere alla testa di un sistema simile.

Si parla sempre di aiutare l’Africa… aiutiamoli, non li aiutiamo abbastanza, aiutiamoli a casa loro, Basta li abbiamo aiutati fin troppo… Ma chi conosce veramente la questione dice: No! Non aiutate più l’Africa. Cominciate già col non saccheggiarla ogni giorno.

I flussi di ricchezze che dall’Africa viaggiano verso il resto del mondo sono infinitamente superiori ai flussi dei cosiddetti aiuti economici e della cooperazione, che molto spesso servono a far vivere tutta una giungla di società, cooperanti, associazioni, affaristi nei paesi di provenienza degli “aiuti”. E che servono proprio a perennizzare la dipendenza.

Se sono in Africa o se parlo con i miei, parlo di cambiare le cose dall’interno. Parlo di cambiare mentalità e di liberarci. Ma se sono in Europa. Specialmente a Bruxelles. Dico Bruxelles pensando alla responsabilità di questa nel vero e proprio disastro che è diventato quello che potrebbe essere il paese più ricco del mondo: il Congo. Se sono qui parlo del colonialismo mai finito. Parlo di far finire lo sfruttamento selvaggio dell’Africa non solo perché fa male all’Africa ma perché prima o poi farà male a tutti. E sta già facendo male a tutti.

Mi ricordo alla fine degli anni 80 quando il signor Michel Camdessus direttore del FMI girava l’Africa per convincere tutti che l’unico modo di salvarsi dalla morsa del debito (quel debito che non è mai stato speso per lo sviluppo ma è rimasto sui conti personali dei tiranni -spesso scelti dagli ex paesi colonizzatori- nelle banche svizzere e lussemburghesi…) bisognava tagliare sulla spesa sanitaria, sulle scuole, sul sociale, sulla cultura… Privatizzare, privatizzare, entrare nel processo di liberalizzazione, aprire le frontiere, far circolare le merci… Ebbene le centinaia di migliaia di giovani che oggi attraversano il deserto a piedi per morire nel mediterraneo sono il prodotto di quella politica.
Oggi l’Africa è una terra abbandonata in preda agli avventurieri di ogni tipo. Non conta più nulla. Se la sono sbranata i leoni e le iene ne stanno ripulendo le ossa. Ora i predatori guardano altrove.

La Signora Christine Lagarde (Attuale direttrice del FMI) oggi è seduta al capezzale del malato europeo e da degna erede della stessa filosofia, ha consigliato esattamente la stessa cosa ai paesi più strozzati: Italia, Grecia, Portogallo… tagliare, tagliare, tagliare… Sanità, sociale, scuola, università… Esercito? No, quello va bene. Sprechi della politica? no. Quelli vanno bene. Una classe politica ben ingrassata è sempre utile nei tempi di magra.
Quest’anno 600.000 italiani sono andati all’estero. La bilancia emigrati/immigrati è tornata a pendere dalla parte dei primi. L’Africa è già arrivata a Napoli, se il mondo continua così, ci vorranno pochi anni prima che arrivi anche a Trento.

.

L’Africa è già qui!

Avevo appena aperto Facebook, per postare alcuni articoli, quando ho visto questa riflessione di una persona: “Che poi, uno mica viaggia per niente. Gira gira, scopri che Bruxelles è ormai uno dei punti di partenza privilegiati per l’Africa, con un grosso giro d’affari, e allora continui a chiederti, ma perché l’Italia non è in questi business, ma che razza di politiche abbiamo fatto per ritrovarci fuori da tutto?”

C’erano già un bel po’ di commenti, ma tutti impostati sul “noi Italiani siamo fessi, ci fregano tutti…” In somma la solita cantilena. Per mettere un po’ di piccante nella riflessione butto un sasso nello stagno: “L’Italia magna magna se stessa non ha tempo per partecipare al magna magna dell’Africa. L’Africa la continuano a magnia’ le potenze coloniali che da tempo l’hanno cucinata per se stessi.”

Subito dietro una valanga di commenti che nella maggior parte possono essere riassunti in questo: “Karim per essere onesti i vari magna magna..sono anche dovuti….ai tanti politici(quando non tiranni)Africani..” Oppure ancora questo: “Gridare sempre al cattivo colonizzatore non basterà come alibi per l’Africa. Nè imporre la logica delle nostre ideologie laggiù rende un buon servizio.” A quel punto non ho più resistito. e sono partito con una delle mie solite “Divagazioni”. Una riflessione sul come ieri sono venuti a prendere l’Africa e sono stati tutti zitti. Oggi stanno bussando ad altre porte.


L'Africa è già qui!

Ghandi (e non solo) diceva che è vittima solo chi accetta di essere vittima. L’Africa è ancora colonizzata, perchè gli Africani sono ancora colonizzabili. Su questo non ci piove. Ogni volta che c’è una esperienza forte e seria c’è qualche altro gruppo africano per distruggerla.

Io, se e quando parlo con gli Africani, dico questo. Perché il primo responsabile della propria sorte è l’oppresso, non l’oppressore. Ma questo non annulla le responsabilità dell’oppressore. E’ come se tuo figlio si facesse picchiare a scuola regolarmente dai compagni. Come genitore devi lavorare con tuo figlio, sul fatto che si deve difendere, che deve imporre il rispetto agli altri. Non deve lasciarsi maltrattare. Ma questo non toglie la responsabilità degli altri bambini. E avere un figlio che picchia gli altri non è una cosa bella. Avere una concessione del mondo dove il forte ha diritto di mangiare il debole non è una situazione accettabile. E quindi se parlo con europei dico questo. Non è normale essere alla testa di un sistema simile.

Si parla sempre di aiutare l’Africa… aiutiamoli, non li aiutiamo abbastanza, aiutiamoli a casa loro, Basta li abbiamo aiutati fin troppo… Ma chi conosce veramente la questione dice: No! Non aiutate più l’Africa. Cominciate già col non saccheggiarla ogni giorno.

I flussi di ricchezze che dall’Africa viaggiano verso il resto del mondo sono infinitamente superiori ai flussi dei cosiddetti aiuti economici e della cooperazione, che molto spesso servono a far vivere tutta una giungla di società, cooperanti, associazioni, affaristi nei paesi di provenienza degli “aiuti”. E che servono proprio a perennizzare la dipendenza.

Se sono in Africa o se parlo con i miei parlo di cambiare le cose dall’interno. Parlo di cambiare mentalità e di liberarci. Ma se sono in Europa. Specialmente a Bruxelles. Dico Bruxelles pensando alla responsabilità di questa nel vero e proprio disastro che è diventato quello che potrebbe essere il paese più ricco del mondo: il Congo. Se sono qui parlo del colonialismo mai finito. Parlo di far finire lo sfruttamento selvaggio dell’Africa non solo perchè fa male all’Africa ma perchè prima o poi farà male a tutti. E sta già facendo male a tutti.

Mi ricordo alla fine degli anni 80 quando il signor Michel Camdessus direttore del FMI girava l’Africa per convincere tutti che l’unico modo di salvarsi dalla morsa del debito (quel debito che non è mai stato speso per lo sviluppo ma è rimasto conti personali dei tiranni -spesso scelti dagli ex paesi colonizzatori- nelle banche svizzere e lussemburghesi…) bisognava tagliare sulla spesa sanitaria, sulle scuole, sul sociale, sulla cultura… Privatizzare, privatizzare, entrare nel processo di liberalizzazione, aprire le frontiere, far circolare le merci… Ebbene le centinaia di migliaia di giovani che oggi attraversano il deserto a piedi per morire nel mediterraneo sono il prodotto di quella politica.
Oggi l’Africa è una terra abbandonata in preda agli avventurieri di ogni tipo. Non conta più nulla. Se la sono sbranata i leoni e le iene ne stanno ripulendo le ossa. Ora i predatori guardano altrove.

La Signora Christine Lagarde (Attuale direttrice del FMI) oggi è seduta al capezzale del malato europeo e da degna erede della stessa filosofia, ha consigliato esattamente la stessa cosa ai paesi più strozzati: Italia, Grecia, Portogallo… tagliare, tagliare, tagliare… Sanità, sociale, scuola, università… Esercito? No, quello va bene. Sprechi della politica? no. Quelli vanno bene. Una classe politica ben ingrassata è sempre utile nei tempi di magra.
Quest’anno 600.000 italiani sono andati all’estero. La bilancia emigrati/immigrati è tornata a pendere dalla parte dei primi. L’Africa è già arrivata a Napoli, se il mondo continua così, ci vorranno pochi anni prima che arrivi anche a Trento.

.

Il nuovo governo tunisino tra l’annuncio e la svolta

Si riuscirà questa volta a formare il nuovo governo tunisino? La patata bollente passa nelle mani del nuovo leader di transizione, Mehdi Jomaa, al quale toccherà far uscire il paese dalla stagnazione politica. Una condizione che si protrae da oramai tre anni: dopo l’impasse ideologica che si è creata con il governo islamista di Ennahda, […]

Il nuovo governo tunisino tra l’annuncio e la svolta

Si riuscirà questa volta a formare il nuovo governo tunisino? La patata bollente passa nelle mani del nuovo leader di transizione, Mehdi Jomaa, al quale toccherà far uscire il paese dalla stagnazione politica. Una condizione che si protrae da oramai tre anni: dopo l’impasse ideologica che si è creata con il governo islamista di Ennahda, […]

L’Arabia Saudita abbatte i suoi tabù

16/09/2013 | In un paese in cui la vita della donna sembra essere regolata esclusivamente da divieti o limitazioni (1), apprendere che lo scorso 26 agosto è stata approvata una legge (la prima) contro la violenza domestica e sul luogo di lavoro fa sgranare gli occhi, in senso positivo ovviamente. Ai più attenti questa notizia […]

L’Arabia Saudita abbatte i suoi tabù

16/09/2013 | In un paese in cui la vita della donna sembra essere regolata esclusivamente da divieti o limitazioni (1), apprendere che lo scorso 26 agosto è stata approvata una legge (la prima) contro la violenza domestica e sul luogo di lavoro fa sgranare gli occhi, in senso positivo ovviamente. Ai più attenti questa notizia […]

L’Arabia Saudita abbatte i suoi tabù

16/09/2013 | In un paese in cui la vita della donna sembra essere regolata esclusivamente da divieti o limitazioni (1), apprendere che lo scorso 26 agosto è stata approvata una legge (la prima) contro la violenza domestica e sul luogo di lavoro fa sgranare gli occhi, in senso positivo ovviamente. Ai più attenti questa notizia […]

L’Arabia Saudita abbatte i suoi tabù

16/09/2013 | In un paese in cui la vita della donna sembra essere regolata esclusivamente da divieti o limitazioni (1), apprendere che lo scorso 26 agosto è stata approvata una legge (la prima) contro la violenza domestica e sul luogo di lavoro fa sgranare gli occhi, in senso positivo ovviamente. Ai più attenti questa notizia […]

L’Arabia Saudita abbatte i suoi tabù

16/09/2013 | In un paese in cui la vita della donna sembra essere regolata esclusivamente da divieti o limitazioni (1), apprendere che lo scorso 26 agosto è stata approvata una legge (la prima) contro la violenza domestica e sul luogo di lavoro fa sgranare gli occhi, in senso positivo ovviamente. Ai più attenti questa notizia […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 18

Giorno 18 – Non sono riuscito a scrivere ieri perchè ero davvero arrabbiato col mondo intero. Il mio corpo stava gelando, il mio cuore bruciava. Ho camminato per Moadamiya mentre scendeva la neve e ho visto il mio paese coperto di morte bianca. La neve spessa ha ucciso le semplici verdure che alcune famiglie hanno […]

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università

È l’ultimo campo di protesta in Egitto dopo la deposizione da parte dei militari del presidente Mohammed Morsi lo scorso luglio. Sono le università dove le manifestazioni degli studenti vicini al movimento islamista dei Fratelli Musulmani hanno acquistato nelle ultime settimane dimensioni sempre più drammatiche a causa della violenta repressione da parte della polizia. Lo […]

L’articolo Egitto: tra arresti, morti e feriti, la repressione entra nelle università proviene da Il Fatto Quotidiano.

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Mediorente, neve, gelo e profughi

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve. Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 16

Giorno 15 – Non riesco a sentire le dita dei piedi. Sono congelate. Maledizione all’inferno. Si, il fuoco dell’inferno sarebbe molto utile adesso per i bambini siriani che stanno congelando a morte sotto assedio o nei campi profughi. Il calore dell’inferno potrebbe affievolire il dolore che sto provando adesso in entrambe le mie gambe congelate, così […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

Luca Tincalla per me era @workingclasshero, poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”, fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte. Ho immediatamente pubblicato i suoi testi, me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un […]

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Libia. Viaggio nel cuore di Derna

Città considerata sotto controllo delle milizie islamiste, Derna si è sollevata lo scorso novembre – come altri centri del paese – per manifestare tutta la sua frustrazione contro i gruppi armati che seminano insicurezza e paura.

(traduzione dell’articolo di Maryline Dumas e Mathieu Galtier per Orient XXI)

Lungo i cento chilometri e più percorsi dall’aeroporto di Labraq, non un solo check-point né un pick-up dotato di mitragliatrice, nemmeno un casottino dove di solito uomini armati passano il tempo sorseggiando the. Non si vedono neanche le strisce chiodate distese in mezzo alla strada per far rallentare i veicoli. Niente. Un’assenza improbabile nella Libia post-rivoluzionaria, soprattutto se si tratta di entrare a Derna, la misteriosa.

“Un emirato islamico a Derna?” (Le Figaro, 23 febbraio 2011), “A Derna, nel cuore del jihad” (The National, 27 settembre 2012), “Derna sotto la minaccia dei fedeli di al-Qaida” (Magharebia, 16 agosto 2013): titoli che lasciano presagire una città chiusa, bloccata, inaccessibile.

Sono gli stessi libici a mettere in guardia stranieri e giornalisti contro la situazione vissuta nella città costiera della Cirenaica, a circa 300 chilometri dal confine con l’Egitto. “Non bisogna andarci”, “E’ pericoloso laggiù, sono tutti estremisti”, avvisa uno studente di Tripoli. Per sottolineare le sue affermazioni, il ragazzo racconta che dal giugno 2013 a Derna sono stati assassinati un colonnello in pensione, un giudice e un altro colonnello dell’aviazione.

Guardiani dei buoni costumi?

In maniera più pragmatica, quelli che hanno già avuto modo di attraversare la città consigliano di velarsi alla meno peggio (alle donne), di non guardare le donne negli occhi e di non salire le scale dietro di loro (agli uomini). In generale, non salire su taxi senza conoscere il conducente e non uscire di notte. Sullo sfondo si disegna il profilo di una città poco allettante.

La realtà, però, è ben più sfumata e complessa. Certo, la bandiera nera con su scritta la shahada, normalmente utilizzata da al-Qaida (e da alcuni gruppi salafiti), sembra una macchia in uno skyline degno del Club Med: mare di un blu profondo, montagne e palmeti in secondo piano. La bandiera sventola vicino ad una caserma militare, poco distante dalla piazza centrale.

Ma i presunti “fedeli di al-Qaida” non stanno appostati agli angoli delle strade per fare da guardiani dei buoni costumi e dell’osservanza. Le ragazze girano da sole al mercato e nelle vie dei negozi anche dopo la preghiera del tramonto, in jeans attillati e con la testa appena coperta da un velo semplice.

I muri della città sono ornati di scritte e messaggi di tolleranza: “Sì al pluralismo”, “42 anni di gheddafismo non sono abbastanza?” e ancora “No ad al-Qaida”. La libertà ha però dei limiti. Nell’ultima frase riportata il “no a” è stato coperto di vernice. “Non posso incontrarla, mio padre mi ha detto che è pericoloso”, si giustifica una studentessa, dopo aver annullato un appuntamento all’ultimo minuto.

La sicurezza garantita dalle milizie

A Derna coabitano una decina di khatiba, gruppi armati creati durante o dopo la sollevazione del 2011 e – più o meno – inquadrati dallo Stato. In assenza di un vero esercito e della polizia, sono loro ad occuparsi della protezione della città. A modo loro. La brigata Abu Salim, tra le più forti, porta il nome della prigione di Tripoli dove nel 1996 furono massacrati 1270 prigionieri politici oppositori di Gheddafi.

Questa khatiba ad inclinazione islamista ha ottenuto un contratto per la garanzia della sicurezza da due compagnie internazionali basate a Derna: la coreana Won (edilizia) e la turco-austriaca Ozaltin (infrastrutture). Un’attività lucrativa, secondo un membro del consiglio locale.

All’università la situazione è differente: “l’anno scorso (anno scolastico 2012-2013) gli uomini della Abou Salim sono venuti, su nostra richiesta, a proteggere il campus. Ma sono rimasti solo 15 giorni”, spiega un responsabile dell’istituto. Situato a 15 chilometri dal centro della città, questo campus è diventato un luogo d’elezione per le attività criminali. Traffici e regolamenti di conti hanno causato in più occasioni la sua chiusura. Al punto che il rientro scolastico del 2013 è stato ritardato di qualche settimana.

Lo stesso genere di problemi si registra all’ospedale: “abbiamo chiesto alla brigata Abu Salim di proteggere lo stabilimento ma per il momento ci hanno risposto che non hanno abbastanza uomini. Siamo costretti a pagare qualche guardia che, in caso di necessità, provveda ad avvertire quelli della Abu Salim” spiega il dottor Abdalbaset Binfayed, capo del distretto sanitario. Le esigenze, in tema di soccorso, sono svariate. “Spesso si verificano incidenti e tumulti. A causa di pazienti instabili o di famiglie in collera”, continua Binfayed, passeggiando all’interno del solo ospedale cittadino. Una frase carica di significato se si pensa che in Libia quasi tutti ormai dispongono di un’arma.

In tale contesto Youssef Bin Tahir, 28 anni, ha deciso di imporsi. Il 31 ottobre scorso ha annunciato la creazione dell’Esercito dello Stato islamico libico. Il suo obiettivo: assicurare gratuitamente la protezione di tutti gli stabilimenti, pubblici e privati.

“E’ il nostro dovere di musulmani proteggere le persone”, riferisce Bin Tahir. Su una prospettiva di lungo periodo, questo businessman originario di Derna ma cresciuto a Bengasi spera di riuscire “a mettere in sicurezza anche Bengasi, Sirte e tutta la Libia. Per prima cosa però voglio fermare gli omicidi a Derna”. Il suo gruppo armato, di cui non vuole chiarire l’effettiva portata e che finanzia lui stesso, non ha alcun legame con il governo del paese.

“Il governo non ha fatto niente”

Altro gruppo importante, nonostante si sia fatto più discreto, è Ansar al-Shari’a. Nel settembre 2012 le milizie islamiste, che erano allora una khatiba – cioè inquadrate sotto l’autorità pubblica -, sono state identificate come responsabili dell’attacco al Consolato americano di Bengasi che ha fatto quattro morti, tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Dopo aver perduto il benestare delle autorità, in seguito all’episodio, sono diventate una milizia detestata dalla popolazione, che l’ha allontanata dalla capitale della Cirenaica.

Ripiegati in un primo momento a Derna e sulle montagne vicine (dove si nasconderebbero i campi di addestramento), gli uomini di Ansar al-Shari’a sono tornati a Bengasi nel febbraio 2013. Ma i metodi sembrano essere diversi. Il gruppo rifiuta di parlare con la stampa: “ci avete tradito modificando le nostre affermazioni, infangandoci”.

A Derna i suoi miliziani sono implicati in azioni di utilità sociale, cosa che non impedisce agli abitanti di abbassare il tono di voce quando devono evocarli. Ne abbiamo incontrati alcuni mentre stavano riparando le strade. Perché questa città, come molte altre realtà della Libia, soffre prima di tutto dell’assenza dello Stato.

“Dopo la rivoluzione il governo non ha fatto niente per noi, non ha neanche piantato un fiore a Derna”, commenta infastidito A. Busheha, insegnante di lingua francese. Mohamed Seita, membro del consiglio locale, rilancia: “il governo non fa nulla, proprio come Gheddafi prima di lui. Qui c’è da ricostruire tutto”.

Tra gli abitanti, la delusione nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti è grande. A tal punto che si dicono per nulla interessati alle prossime elezioni, quelle del “Comitato dei sessanta” che dovrà poi redigere la nuova costituzione, previste per la fine dell’anno. “Rimpiangiamo la scelta del 7 luglio 2012 [elezioni del Congresso generale libico] e non ci aspettiamo più niente dalle prossime consultazioni. Siamo tutti molto scettici, temiamo di eleggere di nuovo le persone sbagliate”, spiega Adel Anaiba, professore all’università.

Quando si entra in questo tipo di discorsi, i libici dell’est (Cirenaica) evocano generalmente il federalismocome possibile soluzione. Ma non a Derna. “Qui, tribù e origini sono troppo mescolate per poter augurare una divisione netta – confessa Busheha – alcuni provengono da Misurata, altri da Tajoura, da Zlittten, Beida..c’è una sorta di unità nazionale acquisita”.

Un’unità di fondo che pertanto non è riuscita a far ripartire l’economia. Mentre le imprese straniere Won e Ozaltin si danno da fare per riattivare i contratti bloccati durante la rivoluzione, il porto resta desolatamente vuoto. Nell’ultima settimana, solo un carico di automobili e uno di cemento sono attraccati alla banchina. “Ogni tanto l’attività aumenta – confida una fonte che vuole rimanere anonima – di solito il periodo coincide con le forniture di armi per Ansar al-Shari’a…”.

 

(traduzione pubblicata in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Tunisia. 4 mesi di carcere per il rapper Weld El 15

“Provo a trovare un senso, ma non c’è. Un ragazzo paga ancora le conseguenze di una polizia ancièn regime e di una giustizia incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato corrotto”.

 

Il suo vero nome è Alaa Yaacoubi, le sue canzoni non risparmiano critiche alle autorità tunisine, soprattutto alle forze dell’ordine. Già condannato a due anni lo scorso giugno – poi ridotti a sei mesi con la condizionale – per la canzone El Buliciya Kleb (“i poliziotti sono cani”), Weld El 15 sta per tornare in carcere, dopo il verdetto emesso ieri (5 dicembre, ndr) dal tribunale di Hammamet.

Quattro mesi di reclusione per “offesa ai buoni costumi”, “diffamazione” e “oltraggio a funzionario”. Il procedimento giudiziario era cominciato in agosto, quando il rapper e il cantante Klay BBJ si erano visti condannare in totale a 21 mesi, al temine di un processo speditivo a cui non erano nemmeno stati convocati.

Da allora Klay BBJ – alias Ahmed Ben Ahmed – è stato rigiudicato due volte, fino ad arrivare al proscioglimento pronunciato il 17 ottobre scorso. Il fascicolo Weld El 15, invece, è rimasto in sospeso fino alla sentenza di ieri. Bizzarro, i fatti contestati sono gli stessi. La polizia e la procura di Hammamet avevano denunciato i due ragazzi per aver cantato dei testi ingiuriosi nei confronti delle autorità e per aver rivolto dei gesti osceni agli agenti, durante un festival tenuto in estate nella città balneare.

Accuse rigettate in blocco dai due imputati, le cui dichiarazioni sono state confermate da alcuni testimoni. “Il pubblico chiedeva a gran voce che cantassimo alcuni testi problematici. Noi abbiamo rifiutato, in segno di pacificazione con i tanti poliziotti presenti. Gli agenti però sono montati sul palco e ci hanno aggredito”, hanno affermato più volte i cantanti. Il dossier è “vuoto”, ha confermato il loro avvocato. Ma non è bastato, almeno per Weld El 15.

In un paese in cui la “transizione” è minata dagli interessi politici, i principi della rivoluzione – nel campo della libertà di espressione come in quello della giustizia sociale – sembrano sempre più lontani dal vedersi concretizzare. E la battaglia tra rapper, registi “scomodi” e autorità continua.

Proponiamo un commento a caldo sull’ennesima condanna che ha colpito il panorama artistico tunisino, con i contributi di due blogger.

“Chi sono i rapper?”, si domanda la giovane studentessa Nawel Bizid su Nawaat. “Sono ragazzi semplici e entusiasti, che non per forza rientrano nei canoni della musica impegnata ma che spesso si dimostrano ben più impegnati di tanti cantanti che hanno monopolizzato questa forma di espressione artistica”.

“Hanno saputo prendere le distanze [dal resto del panorama musicale] – continua la blogger -. Sono riusciti a smarcarsi con i loro microfoni e i loro versi affilati, con le loro canzoni zeppe di imprecazioni e parolacce. Del resto non c’è scelta, ‘Scusate la mia volgarità, ma trovatemi una situazione più volgare di quella in cui siamo’, dice giustamente il poeta Moudhaffar Al Nawab”.

“L’aver partecipato alla sollevazione o l’avervi contribuito facendo musica impegnata ha ormai assunto un valore di mercato. Per questo il rap ha preso il sopravvento, diventando la nuova avanguardia della libertà di espressione e attirando – in cambio – il grosso della repressione in questo campo. Klay BBJ è stato strattonato e linciato dai poliziotti sul palco di Hammamet, stessa cosa Weld El 15, mentre il pubblico invocava la famosa El Bouliciya Kleb […]”.

“Ancor peggio, si è arrivati perfino ad arrestare per strada la gente che ascolta questa canzone, come accaduto al giovane Anwar Hafedh, rientrato dalla Svizzera per passare le vacanze dietro le sbarre, invece che godersele assieme alla famiglia. I rapper intanto sono diventati a pieno titolo degli ‘ambasciatori’ della sofferenza patita nei quartieri popolari, come testimonia il successo del brano Houmani.

Ecco allora che la nuova condanna inflitta a Weld El 15, per Nawel Bizid, è “l’ennesimo campanello d’allarme”. Come se ce ne fosse bisogno per constatare che, a tre anni di distanza dall’immolazione di Mohamed Bouazizi, “la battaglia per la libertà di espressione in Tunisia sembra essere ancora agli inizi”.

Sulla stessa linea la reazione della blogger Lilia Weslaty, che dalle pagine del suo Tunisiares scrive:

“Incarcerare un essere umano per una parola pronunciata è il massimo della stupidità. La libertà di espressione dovrebbe essere sacra nella Tunisia post-rivoluzione. Per chi ancora ne dubita, magari brandendo argomentazioni religiose a suo sostegno, è sufficiente leggere il Corano, dove perfino Satana ha il diritto di esprimersi, e di veder addirittura riportati i suoi propositi dal Profeta”.

“Invece di cogliere questa nota di saggezza – continua Lilia – per trovare altre soluzioni o altri generi di “punizione” più benefici per la società, si preferisce rinchiudere un ragazzo tra quattro mura assieme a criminali di diritto comune. Con quale obiettivo? Punirlo? Che senso ha?”.

“Certo, ha insultato i poliziotti […] ma perché un ragazzo arriva a pronunciare queste parole? Perché ha maturato questo odio verso la polizia (e non è il solo ad averlo fatto)? I giudici sanno quello che ha passato, quello che ha subito, per arrivare a tanto?”, domanda la blogger, prima di concludere senza mezze misure:

“Queste riflessioni non hanno influito sul verdetto. Carcere per Weld El 15, come un delinquente, ecco la cura prevista dalla nostra cosiddetta giustizia. Provo a trovare un senso a tutto questo, ma non c’è. Si tratta dell’ennesima aberrazione: un ragazzo paga le conseguenze di una polizia ancora inquadrata negli schemi del vecchio regime e di un’istituzione giudiziaria incancrenita da personaggi mediocri, che serpeggiano verso l’esecutivo in cerca di un’assoluzione per il loro passato da corrotti”.

Sono parole dure, che richiamano alla memoria quelle usate da Selima Karoui – dopo la prima condanna al rapper – nel suo “Requiem per Una libertà di espressione”: “la sentenza contro Weld El 15 non è che una conferma di quello che è stato già denunciato attraverso le parole del suo rap. Ilconcretizzarsi di una profonda ingiustizia”. Era il giugno 2013. Da allora il tempo si è fermato e la storia sembra tristemente ripetersi.

 

(articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
 

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

Sciopero della fame sotto assedio – Giorno 15

Giorno 15 – Freddo. Freddo fino alle ossa. Tre paia di calzini e strati di vestiti dopo – ancora infreddolito nella mia cantina buia. Il dolore alla schiena si è spostata alla gamba, ma mi sono incamminato verso la casa di un amico che ha il caminetto – bisogna riscaldarsi. Un camino è un tesoro a […]

L’imprenditoria femminile in Italia

L'imprenditoria femminile in Italia

.med ha incontrato Tiziana Pompei, vice segretario generale di Unioncamere, responsabile per l’imprenditorialità femminile.

 

Può fornirci dettagli su percentuali di donne straniere che hanno avviato un’attività di recente, paese di origine, distribuzione geografica e settore economico.
 

L’Osservatorio dellimprenditoria femminile di Unioncamere – Infocamere, strumento unico in Europa per le statistiche di genere, all’ultimo
aggiornamento disponibile del 30 settembre ci fornisce i seguenti dati, in estrema sintesi. Le donne titolari di ditta individuale totali sono
853.905. Di queste quelle di provenienza comunitaria, cioè nate in un paese dell’UE a 27, sono 24.157 (quasi il 3%) di cui  7.258 cioè il 30% nel  commercio e 2.932, poco più del 12%, in  attività dei servizi di alloggio e ristorazione. Scelte che confermano, anche per le donne straniere, una vocazione al commercio e al terziario. Le donne, invece, titolari di ditta individuale extra UE, al 30 settembre sono diventate quasi 68.000 (circa l’8% del totale) . Le comunità più numerose sono la cinese (oltre 20.000 titolari), la marocchina (6623) e l’ucraina (2025). Anche qui si concentrano nel commercio e,a  seguire, nel manifatturiero.

Altra questione riguarda le difficoltà che possono incontrare le donne anche e soprattutto rispetto agli uomini nell’avviare un’attività in modo autonomo. L’auto-imprenditorialità è una questione di genere?

 

Sempre più donne scelgono la strada dell’imprenditorialità per scelta e non per necessità come alternativa alla mancanza di opportunità del lavoro dipendente. Ce ne accorgiamo continuamente nelle nostre iniziative a livello nazionale e sui territori, in collaborazione con la rete dei comitati per la promozione dellimprenditorialità femminile presenti presso le Camere di commercio. Abbiamo avuto anche recentemente occasione di ascoltare diverse testimonianze durante lultima edizione de Il Giro d Italia delle donne che fanno impresa, una manifestazione itinerante, partita a Napoli il 6 novembre e conclusasi il 30 novembre a Latina. E se la capacità di resistenza e la tenacia, ma anche l innovazione, la qualità e l’approccio al cambiamento, sono tratti connotanti il fare impresa al femminile, è altresì vero che il rapporto con l’accesso alla finanza e al mondo creditizio è una difficoltà  oggettiva per fare impresa in generale forse ancor di più se femminile. Anche il secondo rapporto Impresa in genere realizzato da Unioncamere e promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Dipartimento delle Pari Opportunità, già alcuni anni fa, aveva studiato in questa direzione traendo alcune prime riflessioni. L’avvio di un’impresa attraverso forme di finanziamento esterno è, senza dubbio, più difficoltoso, – si sosteneva – tanto  per le maggiori restrizioni al credito per le donne quanto per l’effetto scoraggiamento che fa sì che le donne si avvicinino con minore frequenza a un istituto di credito. A questo si aggiungono problematiche di altra natura ma ugualmente importanti quali strumenti per la  conciliazione vita-lavoro e la mancanza di servizi all’infanzia che invece in altri paesi Europei stimolano lo spirito imprenditoriale e rassicurano la donna a rimanere fuori di casa più a lungo.

Quali sono gli incentivi e le opportunità per l’auto-imprenditorialità femminile in Italia?

 

Viviamo in una fase di forte ridimensionamento delle opportunità finanziarie. Anche per questo motivo ci aspettiamo molto dall’avvio della Sezione Speciale Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari opportunità, del Fondo di garanzia. La costituzione della Sezione Speciale rafforza l’intervento del Fondo in favore delle Imprese femminili, con effetti rilevanti sul volume dei finanziamenti che potranno essere garantiti, quasi 300 milioni di euro, ma anche sulle modalità di accesso alle garanzie. Infatti, il Comitato di Gestione del Fondo ha definito, nel rispetto delle disposizioni operative in vigore, modalità semplificate di accesso alle garanzie, prevedendo in particolare la possibilità per le imprese femminili di accedere direttamente tramite lo strumento della richiesta di prenotazione della garanzia. E i comitati potranno costituire dei punti informativi molto importanti per erogare sul territorio i servizi informativi e di primo orientamento a chi decida di mettersi in proprio.

  • Italia
  • Economia
  • Imprenditoria femminile

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Marocco. La battaglia delle soulaliyate

    Sono le “donne delle terre collettive”, quelle che il diritto consuetudinario tribale esclude dall’eredità. In gran parte analfabete, provenienti dalla campagna, si sono unite per reclamare diritti e uguaglianza. Con qualche risultato.

     

     

    Fatima è seduta accanto alla baracca di legno e lamiere dove vive da alcuni anni assieme alle due figlie, Ilham e Samira. Da quando, rimasta vedova, ha dovuto lasciare il villaggio poco lontano per rifugiarsi nei sobborghi di Kenitra, in località douar Bled Dendou.

    All’interno del piccolo capanno i tappeti cercano di sopperire all’assenza di pavimento, separando i materassi dalla terra battuta. Dalla soglia, si vede in lontananza la striscia d’asfalto dell’autostrada fendere i campi circostanti, per lo più lasciati a maggese, e più dietro il cemento dei palazzi del centro abitato.

    La donna, sulla cinquantina, tira avanti con qualche lavoretto – pulizie negli appartamenti in città – sufficiente a pagare le bombole del gas, i pasti, e ad assicurare un’istruzione alle ragazze. Lei è analfabeta, come gran parte della popolazione femminile cresciuta in ambito rurale, ed ha scoperto tardi il significato delle parole diritto e uguaglianza. Per Ilham e Samira vuole qualcosa di diverso.

    Fatima fa parte del movimento Soulaliyate, composto da migliaia di donne in tutto il Marocco, che reclamano il diritto di beneficiare, allo stesso titolo degli uomini, dei proventi delle terre collettive tribali.

    Leggi e consuetudini

    Queste donne, appartenenti ad una delle oltre 4 mila tribù (berberofone e arabofone) tuttora recensite nel paese, sono state escluse dalla riforma del codice di famiglia (moudawwana) del 2004, che ha gettato le basi – almeno a livello legale – per un miglioramento della condizione femminile in contesto urbano (e ha fissato la quota di eredità per le donne a metà di quella prevista per gli uomini).

    Le soulaliyate infatti restano sottoposte al diritto consuetudinario, orfo azerf in lingua amazigh, che le priva della possibilità di possedere o sfruttare terre appartenenti alla tribù, trasmesse di padre in figlio. Le divisioni in parcelle e le assegnazioni sono affidate al consiglio dei delegati, i nouab, posto sotto la “tutela” dello Stato: è il Ministero dell’Interno, in base al dahir (decreto reale) del 1919, che ne detiene il controllo.

    Considerate per legge “inalienabili”, il diritto di usufrutto di queste terre viene abitualmente trasferito agli eredi, rigorosamente maschi, una volta compiuto il sedicesimo anno di età. Ma dagli anni ’90 si è resa possibile una nuova, ghiotta, opportunità: la vendita. Le terre vengono cedute al comune di riferimento, che nove volte su dieci le dichiara edificabili e le affida alle società di costruzione (una lobby molto influente e vicina agli ambienti monarchici).

    In questi casi gli uomini della tribù possono ricevere in cambio un appartamento nei nuovi palazzi o un indennizzo in denaro. Le donne – se divorziate, vedove o sposate con un “estraneo” (esterno al lignaggio) – rimangono escluse dai proventi o peggio ancora, nell’ipotesi in cui vivano sui terreni passati di mano, vengono espropriate e costrette a riparare alla meno peggio in un’altra zona. Spesso in baraccopoli cresciute ai margini dei centri abitati.

    Fatima è una di queste.

    L’area di Kenitra-Mahdia, tra l’altro, è uno degli esempi più eclatanti dell’esplosione del fenomeno. Battezzata Port Lyautey ai tempi della colonizzazione francese, oggi la città è il quarto polo industriale del paese, in continua espansione urbanistica. Le terre circostanti vengono inghiottite a ritmo serrato e dall’oggi al domani sorgono nuovi quartieri-dormitorio, nelle aree periferiche, e complessi residenziali lungo la costa.

    La vicinanza a Rabat (40 km circa) e i facili collegamenti (treno, autostrada) la rendono una soluzione appetibile per molti funzionari e appartenenti alla classe media, che non sono disposti a pagare l’alto canone di affitto solitamente imposto nella capitale.

    Fatima ha sentito parlare per la prima volta delle soulaliyatenel 2011, quando le “donne delle terre collettive” si sono unite alle manifestazioni – quasi quotidiane – del Movimento 20 febbraio, dando maggior impulso all’attività di sensibilizzazione, estesa ormai a quasi tutto il territorio nazionale. Da allora, partecipa agli incontri e alle iniziative del gruppo e cerca lei stessa di informare amiche e conoscenti sulla lotta condotta dal movimento femminile e sui primi risultati ottenuti.

    Rompere il muro del silenzio

    “All’inizio le altre donne della tribù mi prendevano per pazza e gli uomini non esitavano a minacciarmi” racconta Rkia B., ex impiegata al Ministero delle Finanze oggi in pensione, tra le fondatrici del movimento nel 2007. Appartenente al lignaggio degli Haddada ma sposata con un “estraneo”, Rkia si è vista rifiutare la sua parte di eredità alla morte del padre. “Ho otto fratelli maschi e sono la sola a non aver ricevuto niente. Poi la discriminazione è proseguita quando una parte delle terre è stata venduta e la famiglia ha ricevuto i risarcimenti del caso”.

    L’amarezza che le compare sul volto, cinto da un foulard colorato in stoffa leggera, accompagna il ricordo dell’umiliazione subita nel momento in cui l’anziana militante aveva cercato di far valere i propri diritti. “I delegati della tribù mi hanno liquidata dicendo: sei solo una donna, per caso ci vedi vestiti con la takchita? [abito tradizionale femminile, variante del caftano. Nda]. Quando mi sono rivolta al ministero, invece, mi sono sentita dire: signora, lei non ha i requisiti richiesti. La stessa risposta, insomma, solo in forma più diplomatica”.

    E’ a questo punto che Rkia ha deciso di appoggiarsi sull’Association démocratique des femmes du Maroc (ADFM) per costituire i primi nuclei di quello che è poi divenuto il movimento Soulaliyate. La sede dell’organizzazione è stata messa a disposizione per gli incontri, la formazione giuridica e in molti casi l’alfabetizzazione di base, mentre le attiviste più rodate hanno fatto capire alle donne, che si presentavano man mano, l’importanza di creare una rete e di federarsi.

    Così, sei anni fa, è stato possibile organizzare il primo grande sit-in di fronte al Parlamento, dove circa mille soulaliyate– arrivate da tutto il paese – hanno manifestato chiedendo la modifica della legislazione in vigore e l’accesso ai benefici delle terre tribali. Le donne rurali, emarginate economicamente e socialmente, hanno iniziato a prendere coscienza e rompere il muro di silenzio che le circonda.

    “Diritti a dosi omeopatiche”

    Da allora le soulaliyate, forti del sostegno dell’ADFM e di altre organizzazioni, hanno moltiplicato le iniziative e la risonanza, riuscendo a smuovere qualcosa nella farraginosa amministrazione del regno. Nel 2009 e nel 2010 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che autorizza le “donne delle terre collettive” a ricevere una parte di indennizzo in caso di vendita delle parcelle. Inoltre la nuova costituzione, voluta dal sovrano per arginare la “primavera” locale nel 2011, ha sancito il principio di uguaglianza tra i sessi (art. 19), fornendo un’arma in più – a livello legale – alla battaglia femminista.

    “Il mio è l’esempio vivente che la nostra lotta non è vana” afferma Leila R., originaria della tribù Chebbaka, qualche decina di chilometri verso l’interno rispetto a Kenitra. Nei mesi scorsi, lei e le altre donne della comunità hanno beneficiato di un primo risarcimento di 5 mila dirham (circa 500 euro). Una vittoria, ricorda tuttavia la stessa Leila, più simbolica che materiale: da un lato è la prova che l’usufrutto delle terre tribali non è più appannaggio esclusivo degli uomini, dall’altro i soldi ricevuti sono briciole, se paragonati ai lunghi decenni durante i quali le donne sono state escluse dagli introiti.

    Più in generale, fa sapere l’ADFM, negli ultimi due anni sono circa 50 mila le soulaliyate che hanno ricevuto questo tipo di indennizzo. Ma si tratta soltanto di “un primo passo”, precisano le attiviste. Le somme concesse sono “insignificanti” e soprattutto sono ancora molti, troppi, i villaggi del “Marocco profondo” in cui le autorità locali e il consiglio dei nouab riescono a bloccare l’applicazione delle circolari o in cui le donne sono tenute all’oscuro delle transazioni effettuate sul patrimonio collettivo.

    A precludere ulteriori progressi c’è la mancanza di trasparenza dell’intero processo di assegnazione, con i silenzi e le connivenze tra delegati tribali e quelli statali. D’altra parte la contraddittorietà della legislazione in sé – con decreti reali, circolari ministeriali, orf e moudawwana che sembrano annullarsi a vicenda – fornisce un comodo alibi ai responsabili che dovrebbero metterla in atto. Risultato: il principio di uguaglianza sancito dalla costituzione resta per il momento un lontano miraggio.

    Piuttosto che cedere e accontentarsi, il movimento ha deciso di rilanciare. La linea da seguire è stata definita durante un incontro nazionale tenutosi – nell’aprile scorso – nei locali dell’ADFM a Rabat. “Per prima cosa ricorreremo in tribunale ad ogni ulteriore torto subito, a ripetizione se serve” dichiara Maryam D., quarant’anni, di fatto una delle portavoce delle soulaliyate e tra le poche ad aver terminato gli studi superiori.

    “Continueremo anche le mobilitazioni, i sit-in, di fronte ai municipi e al Parlamento, per chiedere la revisione di un dahirormai centenario e palesemente incostituzionale – prosegue in tono agguerrito la militante -. Serve una nuova legge-quadro che faccia chiarezza, è finito il tempo delle circolari cavillose e della somministrazione dei diritti a dosi omeopatiche”.

    Come ultima risorsa, Maryam ha intenzione di presentare la sua candidatura al consiglio dei nouab. “Vogliamo essere associate al processo decisionale. Anche se il nostro parere non verrà ascoltato, saremo almeno informate sulle transazioni e non potremo più essere raggirate al momento della ripartizione dei proventi”.

    Le soulaliyate, insomma, sono decise a rivendicare il pieno status di cittadine. Le militanti della campagna marocchina non sono più disposte a rimanere relegate ai margini, ad essere ancora dimenticate – tra arcaismo e discriminazione – in un paese che si vanta degli avanzamenti democratici, ma che troppo spesso “fatica” a passare dalla teoria alla pratica.

     

    (articolo pubblicato in Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
     

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Negoziati, bombe e ricordi

     Leggi la prima parte  SCIOPERO DELLA FAME SOTTO ASSEDIO – IL VOSTRO SOSTEGNO È LA MIA UNICA ARMA   Giorno 7 – La mia ernia del disco mi ha causato un dolore insopportabile oggi. Volevo urlare, sbattere la testa contro il muro, fare qualsiasi cosa per diminuire il dolore. Il dolore si è spostato nella […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Il vostro sostegno è la mia unica arma

    Giorno 1 -Sono un ventottenne siriano-palestinese che opera nel Consiglio Locale di Moadamiya, Siria, proteggendo la mia famiglia usando lo pseudonimo di Qusai Zakarya. Moadamiya, dove sono cresciuto e vivo, è sotto assedio da più di 365 giorni. Ci sono ancora 8000 civili qui, e le nostre provviste di cibo sono finite. Come citizen journalist, sto documentando i miei concittadini morire […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Il vostro sostegno è la mia unica arma

    Giorno 1 -Sono un ventottenne siriano-palestinese che opera nel Consiglio Locale di Moadamiya, Siria, proteggendo la mia famiglia usando lo pseudonimo di Qusai Zakarya. Moadamiya, dove sono cresciuto e vivo, è sotto assedio da più di 365 giorni. Ci sono ancora 8000 civili qui, e le nostre provviste di cibo sono finite. Come citizen journalist, sto documentando i miei concittadini morire […]

    Sciopero della fame sotto assedio – Il vostro sostegno è la mia unica arma

    Giorno 1 -Sono un ventottenne siriano-palestinese che opera nel Consiglio Locale di Moadamiya, Siria, proteggendo la mia famiglia usando lo pseudonimo di Qusai Zakarya. Moadamiya, dove sono cresciuto e vivo, è sotto assedio da più di 365 giorni. Ci sono ancora 8000 civili qui, e le nostre provviste di cibo sono finite. Come citizen journalist, sto documentando i miei concittadini morire […]

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Ghalib, Canzoniere urdu

    Venerdì 13 dicembre 2013, alle ore 17, presso L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO avrà luogo la presentazione del volume: “Ghalib, Canzoniere urdu” a cura di Daniela Bredi. Traduzione di Daniela Bredi e Gianroberto Scarcia. Il volume sarà presentato da Biancamaria Amoretti Scarcia.

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    Certificazione Halal business

    Seminario: “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici” Roma, 10 dicembre 2013 – ore 14,00 Camera di Commercio di Roma Via de Burrò, 147 Si svolgerà il prossimo 10 dicembre ore 14,00 presso la Camera di Commercio di Roma il seminario “Certificazione Halal: nuove opportunità di business con i paesi islamici”, appuntamento […]

    UE/Marocco: firma di 4 programmi di finanziamento

    UE/Marocco: firma di 4 programmi di  finanziamento

    M. Mohammed Boussaid, Ministro dell’Economia e delle finanze, ha presieduto il 5 dicembre 2013 presso la sede del Ministero dell’Economia e delle Finanze la cerimonia per la firma delle convenzioni di finanziamento del Programma “Modernizzazione dell’azione Pubblica – Hakama”

    e dei programmi di sostegno a “Impiego-PMI in Marocco”, “Alfabetizzazione”, “Sostegno al Consiglio agricolo”, in presenza di Rupert Joy, Ambasciatore e Capo della Delegazione dell’Unione Europea a Rabat.

     

    Fonte: ENPI-info http://tinyurl.com/nd8ymls

     

    • UE
    • Marocco
    • Cooperazione

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito

      Inflitti a migliaia di manifestanti, rappresentano uno dei punti più controversi della nuova Costituzione egiziana che andrà a referendum entro la seconda metà di gennaio. Sono i processi militari per i civili, introdotti nell’articolo 204 del documento in caso di “attacco diretto a personale militare o edifici dell’esercito”. “Dal punto di vista tecnico il nuovo […]

      L’articolo Egitto, verso processi militari per i civili. Sempre più potere in mano all’esercito proviene da Il Fatto Quotidiano.

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Donne d’Oriente

      Donne d’Oriente 1a Giornata di studi sulla donna nel mondo vicino-orientale e mediterraneo antico Venerdi 6 dicembre 2013 Odeion, Museo dell’Arte Classica Programma 9.30 Saluti delle autorità accademiche M. Ferrari Occhionero (Sapienza, delegato del Rettore per le Pari Opportunità e le politiche di genere) E. Strickland, (Tor Vergata, Gender Interuniversity Observatory) 10‑11.45 Presiede E. Strickland […]

      Marrakech, 3-5 dicembre 2013: Conferenza sul Dialogo Fiscale Internazionale

      Marrakech, 3-5 dicembre 2013: Conferenza sul Dialogo Fiscale Internazionale

      La città di Marrakech ospita la quinta edizione della Conferenza sul Dialogo Fiscale Internazionale (ITD), un’iniziativa per un dibattito di alto livello sulle questioni di fiscalità, i meccanismi del finanziamento sullo sviluppo e le buone pratiche.

      L’ITD è un accordo di collaborazione della Commissione Europea (CE), La Banca Interamericana per lo Sviluppo (BID), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), l?Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCDE), la Banca Mondiale e il Centra Interamericano delle amministrazioni fiscali (CIAT). Lo scopo di questa iniziativa è di promuovere il dialogo sulle questioni fiscali e lo scambio di buone pratiche.

      maroc.ma

      • Marocco
      • Fisco
      • UE

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Islam, il reato, la pena

        L’ISTITUTO PER L’ORIENTE C. A. NALLINO ha il piacere d’invitare la S.V. nei locali dell’Istituto venerdì 6 dicembre 2013, alle ore 17, alla presentazione del volume di Deborah Scolart L’Islam, il reato, la pena Dal fiqh alla codificazione del diritto penale. Il libro sarà presentato da Massimo Papa (Università di Roma “Tor Vergata”). Istituto per l’Oriente […]

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi sono rimaste circoscrizioni con cui sarebbe possibile ricostruire una coalizione?
        SN: Dall’esterno, superficialmente, sembrerebbe ci sia solo un mare di sostenitori di el-Sisi. Ed è così. Ma uno sguardo approfondito coglierà le diverse opinioni, consapevolezze e motivazioni, per non parlare delle aspettative, molto contraddittorie del popolo egiziano. Certamente tali aspettative sono disattese. Quattro mesi dopo il golpe il settore turistico ancora non accenna a riprendersi. La rete ferroviaria è stata chiusa per la prima volta in 150 anni, cioè da quando fu costruita dagli inglesi. Quest’anno, per la prima volta, la gente non ha potuto prendere il treno per tornare a casa durante le feste religiose e questo ha causato grande sofferenza e caos. I pendolari che da Banha, Tanta o altre città satelliti, si recano al Cairo per lavoro ogni mattina sono oltre tre milioni, come in qualsiasi altra grande città. Queste persone adesso devono pagare il triplo, forse anche il quadruplo della normale tariffa di viaggio, impiegandoci il doppio del tempo, per viaggiare su minibus e altri mezzi di trasporto privati per andare a lavorare. In un clima del genere, è facile immaginare che l’elevato livello di appoggio dato finora ai nuovi “salvatori” si abbasserà presto.

        RB: Forse la cosa interessante in tutto questo è proprio che, se tutto questo fosse accaduto durante la presidenza di Morsi, i Fratelli musulmani sarebbero stati travolti dalla protesta generale. Ma siccome è accaduto invece sotto el-Sisi, la gente non ha reagito proprio allo stesso modo. È così? 
        SN: Esatto, ha preferito concedere ai militari il beneficio del dubbio, perché, tornando sui militari e sui loro media, questi hanno avviato una massiccia campagna mediatica, paragonando el-Sisi a Nasser, enfatizzando incessantemente il ruolo nazionalista e progressista dell’esercito e la sua centralità.

        RB: Questo vale per tutti i canali mediatici? Sia pubblici che privati?
        SN: Sì, tutti. Quelli musulmani sono stati chiusi e non abbiamo stampa indipendente.

        RB: Questo è un altro aspetto inusuale: la manovra politica militare ha fatto in modo che tutti quanti cantassero la stessa canzone, dallo stesso spartito.
        SN: Sì, è inusuale, è vero. Ma non credo sia sostenibile. 

        RB: Prima di parlare del futuro, possiamo fare un passo indietro, e un po’ lungo, per capire come l’esercito egiziano sia riuscito a tornare al potere con un enorme livello di controllo e un massiccio supporto? Si sono liberati della Fratellanza, vecchio alleato secondo alcuni, servito allo scopo solo per un certo periodo di tempo, ma ora non più utile. Da questa prospettiva, non ci troveremmo di fronte a un esercito secolare che rappresenti la rivoluzione nasserista in corso, il cui nemico sarebbe l’Islam politico, ma il potere militare starebbe semplicemente rimuovendo gli ostacoli che si trova davanti. È forse troppo schematica come tesi?
        SN: É schematica, leggermente cospirativa e troppo nitida. Uno dei problemi per esempio, non è sorto tra i Fratelli musulmani e l’esercito, ma tra l’esercito e le forze di polizia e di intelligence. Sin dai tempi di Nasser, il problema dell’esercito è stato che, una volta eletto presidente Nasser, questi non ne ha più avuto il controllo diretto. Abdel Hakim Amer, capo dell’esercito e feldmaresciallo, aveva all’epoca un potere enorme, tanto che il presidente dovette creare un apparato di stato parallelo per controbilanciare il potere dell’esercito. Quindi, negli anni Sessanta, Nasser creò le forze di sicurezza centrale e di stato (“Amn Markazy” e “Amn el-Dawla”) composte da forze speciali di polizia antisommossa, paramilitari che facevano prima parte dell’esercito ma che ora passavano sotto il diretto controllo della Presidenza e del Ministero degli Interni, e un servizio parallelo di sicurezza interna, anche questo separato dall’esercito e collegato direttamente alla polizia.
        Ora, durante il governo Mubarak, quest’aspetto della macchina statale è diventato estremamente potente nella lotta contro i movimenti islamici, specialmente contro gruppi islamisti armati. Con l’aumento continuo del potere, l’esercito ha cominciato a fondersi col panorama politico. E di fatto è qui che adesso si combatte la battaglia: da un lato tra l’esercito, che cerca di far risorgere il potere di un tempo, e le forze politiche, e dall’altro tra  il Ministero degli Interni e i servizi di sicurezza. Queste forze di sicurezza, in termini di uomini armati, sono grandi quanto l’esercito stesso; si parla di almeno mezzo milione di forze di polizia armate e mezzo milione di militari armati.

        RB: Sotto la guida dei Fratelli musulmani, quando la gente si è sbarazzata di Mubarak, la polizia è stata costretta ad una ritirata significativa, almeno rispetto alla sua visibile presenza. È così? 
        SN: Sì. E l’esercito ne gioiva. Quando i giovani rivoluzionari sono entrati negli uffici della sicurezza di stato, appropriandosi di cartelle e documenti, fuori c’erano i carri armati. Avrebbero potuto fermarli facilmente. Invece hanno lasciato fare, hanno permesso che la gente irrompesse negli edifici evacuati e prendesse il materiale. Sono intervenuti soltanto in un secondo momento. Con l’esercito che, con grande calcolo, rimaneva a guardare, la polizia ha incassato un duro colpo.

        RB: E adesso la polizia ha di nuovo pieni poteri?
        SN: Sì e la complessità della situazione sta proprio qui. L’esercito ha bisogno della polizia, da solo non può continuare a fronteggiare le manifestazioni, mettendo continuamente a rischio la propria posizione. È quindi costretto a ricostruire la polizia, che intanto riacquista potere, con tutte le contraddizioni annesse e connesse nei confronti dell’esercito. Da qui il fiume di affermazioni contraddittorie da parte di figure statali e mediatiche, per esempio sulla questione di el-Sisi presidente. Ecco la situazione in cui ci troviamo al momento.

        RB: Ci spieghi meglio.
        SN: Beh, il problema per loro è questo: se el-Sisi diventasse presidente, non farebbe più parte dell’esercito, proprio come Nasser. Un altro generale andrebbe al comando e questo sarebbe molto pericoloso in un paese che ha già subito un colpo di stato militare. Si correrebbe il rischio di un secondo golpe. Non c’è ragione di credere che, una volta eletto presidente, l’esercito o il capo dell’esercito, non si darebbe subito da fare per eliminarlo se qualcosa non gli andasse bene. Se el-Sisi rimanesse invece nell’esercito e venisse eletto un altro presidente, come si potrebbe fare per controllarlo? Cosa si potrebbe fare per garantire che questo nuovo presidente non rimuova el-Sisi dalla sua carica e lo chiuda in galera? Se el-Sisi vuole rimanere nell’esercito, ha quindi bisogno di un presidente abbastanza debole. Da queste due alternative scaturiscono le lotte in corso al momento per la costituzione e per il sistema governativo da scegliere, presidenziale o parlamentare. La questione non è quindi quanto sia democratico o antidemocratico il sistema presidenziale o quello parlamentare, tutta la questione è: che fine farà el-Sisi?
        Sisi vuole sì mantenere il potere, ma vuole anche che sia costituzionale, permanente e soprattutto non vuole sfide. Si è appena macchiato dei peggiori massacri perpetrati nella storia egiziana moderna e vuole essere sicuro di non doverne pagare le conseguenze né adesso né mai.

        RB: A questo proposito, quante informazioni sono trapelate riguardo ai massacri avvenuti durante i sit-in? Si sa adesso?
        SN: Sì, adesso è risaputo. Ma per un certo periodo, la polizia e l’esercito hanno sostenuto che fossero stati i Fratelli musulmani ad aver dato fuoco alla loro gente, che fossero armati fino ai denti. Poi si è scoperto che nulla di tutto questo era vero, chiaramente erano menzogne. Anche secondo il Ministero della Salute il 14 agosto sono rimaste uccise oltre mille persone. Secondo i Fratelli musulmani i morti sono oltre seimila. La verità probabilmente è una via di mezzo.

        RB: Le organizzazioni per i diritti umani sono intervenute?
        SN: Sì, costantemente. Sono state coinvolte soprattutto nel compilare elenchi di nomi ed età dei morti. Secondo le principali organizzazioni umanitarie, da quel giorno mancano ancora 400 persone all’appello. Non si sa dove siano, i corpi bruciati, non identificabili, sono tanti. Ma anche le organizzazioni indipendenti per i diritti umani, che non hanno nulla a che vedere con i Fratelli musulmani, affermano che il numero dei morti sia molto più elevato rispetto a quello ufficiale fornito dal Ministero della Salute.
        Certamente l’episodio è stato minimizzato in termini mediatici, il rilascio di informazioni è stato fortemente controllato. La televisione egiziana, sia reti private che pubbliche, ha trasmesso immagini del ritrovamento a Rabaa el-Adawiya di enormi scatole contenenti armi. Qui, la domanda chiave è: perché quelle armi non sono state usate? Voglio dire, se è vero che avevano armi, allora avrebbero potuto difendersi, eppure si sono lasciati massacrare… Ma questa domanda non viene posta.

        RB: Cioè: perché non si sarebbero difesi?
        SN: Sì. Perché sono state trovate armi in una scatola? I numeri confermano questa stessa tesi: una quarantina di ufficiali di polizia sono rimasti uccisi in entrambi gli attacchi principali, ma dall’altro lato ci sono stati più di mille morti. Non può essere essere stato uno scontro tra due eserciti o gruppi armati.

        RB: Quindi qual è il ruolo del governo attuale, ad interim, in questa lotta per il potere? I membri dell’assemblea costituzionale, per esempio, che ruolo hanno? 
        SN: Prima di tutto, sono stati scelti uno per uno da el-Sisi. È stato lui ad avvicinare attori, attrici, gente che non ha un passato politico, per formare quest’assemblea di 50 membri. Ma adesso anche in questo gruppo di persone accuratamente selezionate sorgono tensioni. Chiaramente, c’è chi rappresenta el-Sisi direttamente. Vi sono state, per esempio, animate discussioni sulla formula costituzionale che l’Egitto sia uno stato laico; la maggioranza favoriva questa affermazione. Ma el-Sisi ha respinto la formula: lui non vuole avere niente a che fare col secolarismo. Combatte contro gli islamisti per l’appoggio intellettuale e morale, ma ci tiene a dimostrare di essere egli stesso un buon musulmano, alla stregua dei Fratelli musulmani.

        RB: Ritorniamo quindi alla domanda iniziale: per la sinistra, i liberali, i pluralisti di qualsiasi tipo, che significato ha il sostegno al golpe? Questi gruppi non chiedono semplicemente un ritorno ad una nozione nasserista o kemalista di “nazione”, una nozione monoculturale, un “Noi Nazionale”? E ciò non suggerisce che la maggioranza, inclusi gli intellettuali, possa guardare finalmente al di là della tradizione?
        SN: Questa è una visione orientalistica degli eventi recenti. Non esiste infatti una presa di posizione contro il pluralismo. Esiste però una crescente islamofobia tra gli intellettuali laici, non solo in Egitto, ma anche in Occidente. Questi sarebbero pronti ad allearsi con il diavolo pur di contrastare uno stato vagamente simile a uno stato islamico o con un sistema islamico. In Turchia accade la stessa cosa: un segmento dell’opposizione secolare, inclusa la cosiddetta sinistra, si schiera sempre dalla parte dell’esercitoe contro le forze islamiche. Per loro non ha alcuna importanza che gli islamisti siano saliti al potere democraticamente. 

        RB: Ed è lo stesso anche in Tunisia?
        SN: Lo stesso in Tunisia. La differenza è che al tempo di Atatürk e di Nasser, il programma di riforme da attuare era vasto e comprendeva importanti concessioni economiche e sociali, oltre a concessioni alle donne e così via. Queste riforme sono state la ragione per cui la gente ha accettato di buon grado un tipo di struttura “monoculturale” o “monopolitica”. Erano altri tempi. Adesso non c’è affatto spazio per riforme come quelle di  Atatürk o Nasser. El-Sisi non ha nulla da offrire; né grosse riforme territoriali, nè nazionalizzazioni o programmi di resistenza alle forze colonialiste in agguato, nulla che possa garantirgli sufficiente sostegno popolare. Il fatto è che, in un paese come l’Egitto, non abbiamo neppure dei partiti politici che possano rappresentare questo tipo di progetto.

        RB: Come hanno reagito gli intellettuali laici al rifiuto della formula costituzionale sul secolarismo da parte di el-Sisi?
        SN: Sono divisi sulla questione. Dicono sia sbagliato, alcuni arrivano ad affermare che el-Sisi non dovrebbe essere presidente. Altri invece credono debba essere lui il prossimo presidente. Queste divisioni col tempo si fanno più nette e più visibili. Il che contribuisce a creare nuove speranze, apre finalmente nuovi spazi di manovra. Nelle prime due settimane dopo il massacro, chiunque aprisse bocca per criticare el-Sisi o domandare cosa stesse succedendo, veniva considerato un traditore da eliminare… Se ne parlavi seduto a un caffè, venivano a picchiarti pesantemente. Ora non più, ma non è la prima volta che accade in questo processo rivoluzionario. La gente prima prende posizione, poi ci ripensa. Adesso nei bar e nelle strade si assiste a discussioni tra sostenitori di el-Sisi e altri che dicono: “Questo è troppo, per quanto ancora subiremo il coprifuoco e lo stato di emergenza? Non possiamo tornare a lavorare. Loro non hanno fatto nulla, il governo è debole, non ci sta dando nulla”. Ricomincia tutto da capo: dubitano delle proprie scelte, incluso l’appoggio immediato e prematuro ad el-Sisi.

        RB: L’ultima volta che ci siamo incontrati, l’aveva anticipato; aveva detto che, in ultima analisi, le richieste rivoluzionarie non sono state in alcun modo soddisfatte. È sempre di questo parere?
        SN: Sì. Molti hanno sostenuto Sisi non perché fossero fascisti o ultra laici, ma semplicemente perché pensavano: “I Fratelli musulmani non hanno mantenuto le promesse fatte. Forse i militari manterranno le loro”. Certamente ci sono sezioni della classe media che appoggiano el-Sisi soltanto perché odiano la rivoluzione e l’idea che tutti improvvisamente pretendano una vita decente; detestano l’idea che ogni volta che i poveri abbiano una qualche richiesta, si affrettino a scendere in strada e protestare. Avrebbero certo voluto forse che qualcosa cambiasse nei piani alti, ma senza tutta questa… rivoluzione. Quindi abbiamo da una parte questo tipo di supporto per el-Sisi, dato soprattutto dalle classi medie e alte che adesso, per folle che possa sembrare, lo criticano perché non si è dimostrato abbastanza duro nel contrastare le manifestazioni. Oltre quindicimila arrestati, decine di migliaia (nessuno sa il numero preciso) feriti, almeno due o tremila morti e loro insistono che la repressione non sia abbastanza dura! Vogliono ripulire tutto e tornare alla normalità ad ogni costo.

        Le nuove alleanze attorno a el-Sisi

        RB: Torniamo al Generale el-Sisi e alla sua decisione di respingere la formula sulla secolarizzazione. Che tipo di popolarità spera di ottenere con la sua azione?
        SN: Un ruolo importante in questo nuovo tipo di alleanze attorno a el-Sisi lo ha ora il partito salafita estremista Al-Nour, favorito dall’Arabia Saudita. Bisogna tenere a mente che il golpe è stato appoggiato e finanziato direttamente dai sauditi, che non sono particolarmente famosi per essere laici! Il loro ruolo è centrale affinché l’altra parte possa difendersi dalle accuse di voler completamente gli islamisti dalla scena politica. Gli islamisti di Al Nour sono abbastanza opportunisti da stare al gioco. Sempre sotto pressione saudita.
        RB: E questo è bene accetto dai partiti secolaristi?
        SN: Le loro richieste non sono ben accette. Ma in generale sono tutti contenti che il comitato sia composto anche da islamisti.

        RB: Ci sono divisioni all’interno di Al Nour?
        SN: Sì. Dopo i massacri, si sono allontanati dal comitato e dai negoziati per un po’. Ci sono certamente delle pressioni: è un movimento salafita, testimone della distruzione, davanti ai propri occhi, della più importante unità islamica. Deve essere difficile in tale situazione portare avanti il proprio ideale. Ma l’intero episodio non riguarda tanto la dicotomia tra stato secolare e stato islamico, quanto il potere. Neppure i massacri subiti dai Fratelli musulmani erano semplicemente intesi ad annientare la Fratellanza. L’intenzione era quella di inviare un messaggio chiaro ai rivoluzionari, al popolo egiziano tutto, e quel messaggio era: “E’ finita. Se avete intenzione di continuare, questo sarà il prezzo che pagherete”. Messaggio recepito forte e chiaro, infatti subito dopo, il livello di proteste della sinistra è rapidamente calato. Gli scioperi dei lavoratori si sono ridotti da 900 a meno di 100 al mese. E questo è quello che vuole el-Sisi, questo è il suo programma.
        Si paragonino le sue azioni a quelle di Pinochet: neanche in Cile era necessario uccidere 3000 persone. Non c’era motivo per cui non si sarebbe potuto semplicemente metterle tutte in galera. Ma le uccisero per dare un messaggio forte ai cileni: “È finita, pensate di poter continuare a indire scioperi quando volete? Pensate di poter chiedere e ottenere tutto quello che volete? No!” e in Cile era finita da tanto. La situazione egiziana adesso è più complicate. Non credo che el-Sisi sia Pinochet, non ha lo stesso livello di supporto, sarà forse assetato di sangue allo stesso modo, non mi fraintenda, ma non ha la stessa capacità di annientare un movimento di massa. Soltanto una decina di giorni fa, c’è stato un altro sciopero a Mahalla el-Kobra, sempre lo stesso centro in cui l’intero processo è iniziato, nel 2006. La piazza principale è stata occupata nonostante il coprifuoco, per due giorni interi, e i lavoratori hanno ottenuto tutto quello che chiedevano. L’esercito non si è avvicinato. Se avessero sparato ai lavoratori di Mahalla, il risultato sarebbero stati altri scioperi e a quel punto sarebbe stato difficile controllarli. Sono abbastanza assennati da capire questi pericoli ed evitarli.

        RB: Quale ruolo ha avuto Abu Eita? 
        SN: Ha negoziato l’accordo. Ci sono ancora scioperi ma non si ha più la tensione che veniva aumentando prima del colpo di stato. Potenzialmente, potrebbe accadere di nuovo, credo, ed è proprio el-Mahalla di solito a dare il segnale per prima.

        RB: Cosa mi dice invece delle minoranze e del loro trattamento attuale? I nostri articoli frequenti sul blog “Egypt in the balance” sono abbastanza chiari su questo punto: si assiste all’aumento spaventoso di razzismo e xenofobia. Un crescendo di anti-copti, anti-stranieri, anti-palestinesi ed estrema rigidità nel trattamento dei rifugiati siriani. Da dove nasce quest’odio?
        SN: Dalla campagna del terrore orchestrata dai media, secondo cui siriani e palestinesi farebbero parte di un complotto internazionale per destabilizzare l’Egitto, ammazzare gli egiziani ecc.. É successo anche in Europa in passato:, si crea sufficiente paranoia nella popolazione così che cominci a temere che i siriani, o chiunque abbia un colore della pelle più chiaro o che sembri siriano, possa piazzare bombe da qualche parte. La teoria del complotto è molto potente e viene diffusa; vi sono coinvolti americani, europei, israeliani, siriani, palestinesi, qatariani… Ci sarebbe un’enorme complotto internazionale per smembrare l’Egitto e portarlo ad una situazione simile a quella siriana, smantellare e fare a pezzi lo stato.

        RB: Viene menzionata anche la situazione irachena?
        SN: Sì. Per l’esercito, il messaggio centrale è il fatto di essere l’unico esercito ancora unito, ancora in piedi. L’esercito siriano è disintegrato, quello iracheno pure… In Libia è un disastro. E questo messaggio è ancora una volta rivolto alla gente, prima di tutto: “Volete davvero essere come l’Iraq o la Siria? Se vi mettete contro lo stato egiziano, contro l’esercito, l’apparato di sicurezza, allora porterete il Paese nella stessa direzione”. Il che istiga immediatamente una sorta di contraccolpo nelle classi medie, contro chiunque aderisca a una protesta o a uno sciopero…. Si viene tacciati di stare dalla parte dei terroristi, di quelli che vogliono rovinare questo Paese. In questo senso la xenofobia serve a qualcosa.

        RB: C’è poi “l’Operazione Sinai”, che ha un ruolo simile, forse nei termini del complotto terroristico scoppiato nella regione montuosa che confina con la Tunisia. Potrebbe aggravare la situazione?
        SN: Certamente. Una guerra è il modo migliore per zittire la gente. Col passare degli anni, si è sviluppato un forte odio tra la gente del Sinai e lo stato egiziano e ora la base della resistenza popolare si è estesa. Lo stato egiziano ha sempre trascurato i diritti delle popolazioni del Sinai e adesso l’odio è stato appagato tremendamente inviando carri armati nelle zone e uccidendo tanti civili che non avevano nulla a che fare con i gruppi armati. Intanto sempre più gente si unisce ai gruppi armati che da soli combattono la battaglia vera e propria. La cosa interessante è che dopo quattro mesi di lotta, l’esercito non è più in grado di controllare la situazione nel Sinai. Non stanno semplicemente dando risalto alla guerra, la stanno perdendo. I portatruppe APC sono sotto attacco. Israele ha concesso all’esercito l’accesso al Sinai, e l’esercito ha ricambiato il favore con un gran bel regalo: ha distrutto il 90% dei tunnel verso Gaza, soffocando quasi completamente Gaza e la sua economia.

        RB: E tutto questo in Egitto è stato accolto con equanimità? 
        SN: Con estremo fervore anti-palestinese e con i conseguenti risvolti della campagna sui rifugiati palestinesi. Famiglie intere di siriani vengono arrestate o uccise, inclusi donne e bambini. Non c’è dubbio: per i tanti interessati, una controrivoluzione è riprovevole. E siamo di fronte proprio a una controrivoluzione.

        RB: Sembra incredibile che i copti appoggino ancora el-Sisi…
        SN: Bisogna capire che il movimento islamico in generale, Fratelli musulmani e salafiti, diventano settari di fronte ad altre religioni. La loro è un’agenda islamista in cui parte del programma è fare dei copti dei cittadini di seconda classe. Anche la sezione più moderata dei Fratelli musulmani direbbe che un copto non può diventare presidente, per esempio. E questi sono i più moderati! L’altro lato dello spettro è occupato dai tanti che vogliono chiudere tutte le chiese e cacciare tutti i copti. Quindi, il mito di un esercito nazionalista e di uno stato secolare, che proteggano l’unità di musulmani e cristiani a un tempo diventa un mito molto utile. E questo è il tipo di aiuto che gli islamisti hanno fornito direttamente ai militari, semplicemente esercitando un miope settarismo.
        Il fatto è che più i Fratelli musulmani vengono attaccati e più fanno uso di motti islamisti per convincere i salafiti a passare dalla loro. Questo però vuol dire spingere i copti in direzione opposta. Qualsiasi alleanza con i salafiti estremi, e mi riferisco a Gama’a, avrebbe voluto dire attacchi alle chiese, ai copti per strada e i Fratelli musulmani sapevano benissimo che questo sarebbe accaduto. Ancora una volta la mossa dell’esercito è stata molto intelligente: non proteggendo le chiese, hanno lasciato che le violenze si perpretassero, facendo in modo che fossero gli stessi copti a chiedere aiuto. E così è stato. Le loro paure sono comprensibili, specialmente al sud dove chiese, negozi e case vengono dati alle fiamme.

        Il futuro di piazza Tahrir

        RN: Non sarebbe meglio per noi egiziani avere il generale el-Sisi come presidente e sperare di ricevere lo stesso tipo di esposizione che abbiamo ottenuto con Morsi? Cosa avremmo da perdere dato che neppure Sisi sarà in grado di soddisfare le richieste rivoluzionarie di “pane, libertà e giustizia sociale”?
        SN: Idealmente, dovrebbe esserci almeno qualche candidato al comando che non si sia venduto ai militari e che non sia islamista. Non vogliamo che si ripeta di nuovo la stessa storia. Anche se il candidato prendesse una bassissima percentuale di voti, dovrebbe essere questa la strada per mantenere il movimento d’opposizione “in auge”, in un certo senso. Ecco perché lavoriamo con il Fronte “Way of the Revolution” che in pratica ha una posizione minoritaria e cerca di far passare in questa situazione una terza voce, una voce indipendente. Ahdaf El Soueif e altre figure importanti appoggiano questo fronte, che comprende organizzazioni quali Movimento 6 Aprile, i Socialisti Rivoluzionari, parte di “Strong Egypt” (Masr el Qaweya), che è composto parzialmente giovani di sinistra ex islamisti e giovani attivisti dei movimenti sindacali, anarchici e altre categorie di individui. C’è anche qualche intellettuale, i pochi che non si sono venduti ai militari. 
        Il Fronte si basa su individui invece che su organizzazioni e stiamo tentando di garantire che i gruppi organizzati non diventino predominanti tramite blocchi. Vogliamo che rimanga il più aperto possibile, vogliamo che la gente aderisca e sia attiva e tanti si stanno unendo. Contestano i candidati militari e i processi militari di civili e le leggi draconiane che vogliono applicare alle manifestazioni di protesta (che renderebbero quasi impossibile organizzare una manifestazione e darebbero alla polizia il diritto di sparare ai manifestanti). Ahdaf Soueif sta coraggiosamente e tenacemente opponendosi a tali abusi e sta subendo pesanti attacchi. Il Fronte viene attaccato perché in favore della Fratellanza musulmana, perché cerca di smantellare lo stato e i militari, perché è composto anche da Socialisti Rivoluzionari che non sono altro che un mucchio di pazzi che tenta di mettere il Paese a ferro e fuoco. E questa campagna mediatica è organizzata sia dai media pubblici che da quelli privati.
        Credo sia troppo presto per capire cosa accadrà durante le elezioni. Ancora non sappiamo che tipo di sistema si inventeranno per la costituzione. Abbiamo cominciato a contestare la legittimità di questa costituzione e la farsa che stanno inscenando. Certamente dovremo contestare questa gente su ogni singola proposta, ad ogni singola mossa. Dobbiamo essere chiari: la rivoluzione egiziana ha appena ricevuto il colpo peggiore da quando è nata. La Fratellanza si è rivelata essere un disastro. Molti hanno votato Morsi perché non volevano che vincesse Shafik, ma c’erano anche quattro milioni di persone, quasi cinque, che hanno votato per Hamdeen Sabahi, l’alternativa che, agli occhi di tanti, sembrava più laica e di sinistra ma che poi si è rivelato essere fascista e pro-esercito. Tutto questo è demoralizzante per questi milioni di persone che adesso non sanno chi appoggiare. La sinistra cosiddetta secolare che qualcuno crede nasserita, supporta invece el-Sisi. La situazione è davvero difficile. Ma il movimento democratico iniziato nel 2005, in origine, contava solo una minoranza di persone che protestava davanti al sindacato di giornalisti e avvocati e che, infine, ha ottenuto un sostegno considerevole. Dobbiamo semplicemente ricominciare da capo.

        RN: Al momento l’opposizione è completamente divisa, una mancanza che il  Fronte “Way of the Revolution” sta cercando di colmare. Ma qual è il ruolo dei Fratelli musulmani? Continuano ad organizzare le loro proteste, mentre la maggior parte dei loro capi è dietro le sbarre. Evitano ovviamente di manifestare nelle piazze principali, per sicurezza, ma qual è il loro programma? Quali le lezioni apprese? È chiaro che non vogliano negoziare e allo stesso tempo l’opposizione non può appoggiarli, perché come dice lei, è troppo pericoloso. Quindi cosa faranno? 
        SN: Innanzitutto non è soltanto una questione di pericolo. C’è anche il fatto di avere un programma settario, di destra. Non è possibile manifestare gridando i loro slogan. Loro chiedono il ritorno di Morsi. Noi eravamo alle manifestazioni contro Morsi e non vogliamo che torni. Per noi, questo è un golpe contro la rivoluzione e le sue richieste rivoluzionarie. Per loro invece è semplicemente un colpo di stato contro il presidente Morsi, legittimamente eletto. C’è una differenza. C’è stato un cospicuo movimento di massa contro Morsi. Non solo manifestazioni, ma anche scioperi. Allo stesso tempo, i generali cospiravano per approfittare del momento, liberarsi di Morsi e ritornare alla situazione tal qual era prima della rivoluzione.
        Per quanto riguarda i sostenitori di Morsi che hanno visto calpestati i propri diritti, la gravità della repressione che hanno subito ha certamente avvicinato la gente. I leader sono in prigione e migliaia sono stati uccisi. Le contestazioni interne sono pressoché inesistenti. Certamente c’è chi avanza domande, i Socialisti Rivoluzionari affermano coerentemente che, a meno che non si smantelli lo stato, la rivoluzione ne uscirà sconfitta, cui è stato risposto che questo atteggiamento è un tradimento verso lo stato e che i militari devono essere uniti. “Smantellare lo stato? Non vogliamo mica smantellare lo stato?”. Sono stati molto critici nei nostri confronti e hanno anche tentato di farci causa per aver parlato. Ma adesso tante voci interne alla Fratellanza sono d’accordo con noi, dicono che lo stato li ha annientati e che loro hanno lasciato correre, invece avrebbero potuto fermarlo. Fino a che punto questo sia rappresentativo di un consenso più vasto non saprei. Si arriverà a domandare perché la Fratellanza abbia commesso un tale errore, alleandosi con i militari e con la polizia? Certamente. È logico, è una domanda che dovrà essere posta. Hanno continuato a tessere le lodi di el-Sisi, dei generali e della polizia che invece li ha subito annientati. Qualcosa nel piano non ha funzionato, ma nessuno romperà le righe, non in queste circostanze.

        RN: I Fratelli musulmani avranno un ruolo nelle prossime elezioni? E se sì, quale?
        SN: Quello che stanno cercando di fare adesso è ottenere concessioni dai militari per tirare fuori di prigione i loro capi e riprendersi una certa libertà di movimento. Il processo a Morsi dovrebbe cominciare il 4 novembre.(1) Ma basterebbe una telefonata e potrebbe essere posposto ancora per mesi. Anche questo fa parte della farsa, tutto dipende infatti dai negoziati. I Fratelli musulmani sanno che il Paese non può andare avanti senza reti ferroviarie, che la situazione è insostenibile e invitano i loro membri a portare pazienza, a cercare di mantenere alta la tensione, sapendo che così non può continuare e che prima o poi qualcosa cederà. Questo tipo di pressione crea differenze tra i generali che cominciano a chiedersi se sia arrivato il momento di trattare con i Fratelli, di far uscire di galera qualcuno dei loro. 
        Se riuscissero a mantenere alta la tensione ogni giorno che Dio manda in terra, alla fine i generali dovranno cedere, prima o poi, saranno costretti a fare delle concessioni. Per i militari le strategie sono due: negoziare e arrivare a una specie di accordo e vedere che succede. Due leader della Fratellanza che non sono in prigione parlano con i media apertamente e continuano la lotta. Li hanno lasciati in libertà per lasciare aperta una porta sui negoziati. Tutti i precedenti tentativi finora sono falliti, ma credo che alla fine si arriverà ad un accordo.
        Per quanto riguarda invece il bando della Fratellanza come entità politica, certamente è già successo in passato. Ma l’organizzazione fa ormai parte della società egiziana, conta oltre un milione di iscritti, cosa potrebbero fare? Metterli tutti in galera? E i 10 milioni di sostenitori? Esistono da oltre ottanta anni e sicuramente non spariranno da un giorno all’altro, così come non sparirà da un giorno all’altro l’idea di un Islam politico, che, dopo tanti tentativi, non ha funzionato da nessuna parte, neppure in Turchia. Il grande progetto di Atatürk rimane nonostante tutto. Un secolo dopo e gli islamisti e l’idea dell’Islam sono ancora forti e non spariranno.
        Guarda ai tifosi per esempio, gli ultrà che non solo hanno partecipato alle sommosse ma sono anche stati in prima linea nella rivoluzione e lo sono ancora. Il movimento è di nuovo annientato. Ma così come gli ultrà non se ne andranno, e non dovrebbero, così neppure I Fratelli musulmani spariranno. Se i militanti di sinistra, laici o gli ultrà o qualsiasi altro gruppo cercasse di riappropriarsi di piazza Tahrir, secondo te i giovani militanti dei Fratelli non si affretterebbero anche loro a scendere in piazza? Come è accaduto nella rivoluzione del 2011, le leadership non hanno partecipato sin dall’inizio. Ma i giovani sì. Tali manifestazioni sono vigorose e sostenute da migliaia di uomini e donne, gente cui il dibattito sul futuro dell’Egitto appartiene pienamente. 

        RN: Adesso prepareranno la bozza della nuova costituzione e poi ci sarà un referendum, si suppone, e poi seguiranno le elezioni. Parteciperanno tutti? Oppure si ripeterà quello che è già successo: tanta gente sceglierà di non partecipare credendo che le elezioni siano una farsa e non si fiderà dei militari al comando se non consentiranno alcun tipo di supervisione internazionale?
        SN: Credo sia troppo presto per parlare di elezioni o di se sia giusto o no boicottare. Tuttavia non credo. In tale particolare situazione, l’opposizione dovrà partecipare per forza per non rischiare di deludere anche loro i propri sostenitori. Se non votiamo, ci rimprovereranno che non può finire così, non per colpa nostra. Quindi, in un certo senso, l’opposizione sarà costretta a partecipare. Ma tutto dipende sempre da quello che succederà, da come si arriverà alle elezioni. Se ci saranno carri armati e  poliziotti schierati di fronte ad ogni seggio elettorale, potremmo ripensarci. Dipende da quanto sarà brutta pesante l’aria che si respirerà.

        RB: Volete che tutto il mondo osservi quello che accade durante questa nuova fase?
        SN: Beh, si tratta sempre di una lama a doppio taglio. Da un lato, sì, certo. Vogliamo solidarietà internazionale da parte dei sostenitori delle rivoluzioni egiziane, quanta più possibile. Dall’altro lato, la solidarietà straniera è stata usata per confermare affrettatamente le tesi di cospirazioni e complotti internazionali di cui abbiamo parlato. Bisogna sempre ricordare che se ci demoralizziamo, li aiutiamo a vincere. La nostra sfida più grande è cacciare via la sensazione che la rivoluzione sia finita. E ricordarci che non hanno ancora vinto. Il simbolismo di tutta la nostra lotta non è mai stato così chiaro. Piazza Tahrir è diventata un cimitero, un parcheggio per i carri armati, praticamente. Tutti, in tutto il mondo, hanno visto piazza Tahrir come il centro della rivoluzione, del cambiamento, della democrazia. Una tale speranza trasformatasi in un enorme parcheggio per carri armati, veicoli militari, una tale distesa di mura e filo spinato, completamente svuotata di gente, è, come minimo, demoralizzante.
        Ma questo vuol dire soltanto che dobbiamo riprenderci Tahrir. Ci troviamo davanti a un bivio, il punto in cui non c’è altro da fare se non riprenderci piazza Tahrir. L’unico modo di rivitalizzare la rivoluzione è riprenderci la piazza. La battaglia che seguirà avrà come scopo proprio questo ed ecco perché i Fratelli musulmani ci hanno provato lo scorso 6 ottobre. È per questo che l’esercito ha sparato sulla gente con l’intenzione di uccidere quel giorno e che 50 persone sono rimaste uccise, soltanto perché marciavano, pacificamente, verso piazza Tahrir. L’esercito sa che sarà nei guai se non riuscirà a tenere quella piazza. Ma anche tutti i membri della fratellanza e tutti quelli di sinistra sanno che, senza quella piazza, siamo finiti.
        La battaglia quindi riguarda spazi e tempi. In termini di spazi, sicuramente piazza Tahrir per quel che rappresenta, come pure il simbolismo di Rabaa el-Adaweya diventato essenziale per gli islamisti  assieme all’idea del numero 4 e del colore giallo. Rabaa el-Adawiya ha assunto un importante valore simbolico. E poi c’è la battaglia del tempo, quindi giorni e date: il 19 novembre(2), che ricorda il massacro di Mohamed Mahmoudm, sarà una battaglia importante davanti al Ministero dell’Interno. Il 25 gennaio del prossimo anno invece come sarà? Militari e polizia festeggeranno con tanto di tuoni di jet? Come sarà lo spazio di piazza Tahrir quel giorno?

        RB: Ci sono ancora i graffiti sui muri?
        SN: Sì, e anche per questi si lotta. Una battaglia combattuta soprattuto tra i Fratelli musulmani e le forze pro-militari che ogni giorno li ricoprono. Ogni giorno. I graffitari dipingono e loro coprono. Lunghissime battaglie combattute ogni notte e ogni mattina. Appaiono varie scritte: “Sisi è un assassino”, “Sisi è un killer”, “Sisi via” eccetera che poi vengono completamente coperte, nel giro di qualche ora. Ma poi il graffito riappare.
        In un certo senso quindi, la rivoluzione continua. Sta assumendo una forma nuova, quella di una lotta simbolica tra islamisti ed esercito. Ma questo vuol dire anche che l’energia rivoluzionaria resiste, c’è ancora, e viene fuori anche quando si tratta di battaglie semplici, come quelle dei graffiti… a chi appartengono questi muri?

        Sugli autori
        Rana Nessim è redattore associato e cura la sezione “Primavera Araba” di openDemocracy. Nel 2012 ha lasciato l’Egitto per studiare presso il King’s College di Londra e ha intenzione di tornare nel suo Paese una volta ottenuto il Master. La sua ricerca verte sulle molestie sessuali avvenute durante le manifestazioni.
        Rosemary Bechler è redattore di openDemocracy. 
        Sameh Naguib è uno dei membri principali del partito Socialista Rivoluzionario egiziano.
        Traduzione a cura di Elvira De Rosa.

        Link originale: www.opendemocracy.net/arab-awakening/sameh-naguib-rosemary-bechler-rana-nessim/sisi%E2%80%99s-egypt

        (1) Il processo è stato poi rinviato all’8 gennaio.
        (2) La manifestazione ricorda il 19 novembre di 2 anni fa il Consiglio Supremo delle Forze Armate massacrò decine di persone scese in piazza. Quest’anno sono scese in piazza migliaia di persone al Cairo gridando slogan contro la Fratellanza e contro l’esercito. Lo stesso giorno l’esercito ha tentato di organizzare una parata militare per boicottare la manifestazione, ma senza risultati. La manifestazione ha anche sfidato la nuova “legge antiprotesta” che di fatto rimette in mano all’esercito ed alla polizia il diritto a manifestare.

        L’Egitto di el-Sisi


        http://www.communianet.org/news/l%E2%80%99egitto-di-el-sisi

        Di SAMEH NAGUIB, ROSEMARY BECHLER, RANA NESSIM

        Seguito dell’intervista con Sameh Naguib, membro principale dei Socialisti Rivoluzionari egiziani. Si parla dell’Egitto di el-Sisi, delle nuove alleanze attorno al Generale, delle sfide che affrontano i partiti e i movimenti di opposizione e del futuro di piazza Tahrir
        L’intervista, che ha avuto luogo il 24 ottobre è ancora attualissima alla luce delle manifestazioni dei giorni scorsi che stanno nuovamente scaldando il clima politico egiziano.

        RB: Sameh, sono successe tante cose dall’ultima volta che ci siamo visti. Come sta? Com’è la vita dei Socialisti Rivoluzionari in Egitto?
        SN: Più difficile di quanto si possa ricordare e uno degli aspetti più difficili è che la maggior parte della sinistra e degli intellettuali liberali sostiene pienamente, al 100%, il regime militare.

        RB: Sembrerebbe una definizione molto strana per un liberale di sinistra, no?
        SN: Sì, è una definizione strana. Chi dice di essere di sinistra, e non parlo soltanto di gruppi organizzati, come il Partito Comunista, ma anche di scrittori come Sonallah Ibrahim, intellettuali, poeti… Figure ben note insomma, con un lungo passato di lotta democratica e attenzione ai diritti del popolo, che adesso sembrano tutti cantare la stessa canzone inneggiante al Generale.

        RB: Un cambiamento di posizione che è avvenuto praticamente da un giorno all’altro, non è vero?
        SN: Praticamente sì.

        RB: Parliamo del ruolo che ha avuto la campagna mediatica nel cambiamento del clima politico. Non è stata appoggiata soltanto da intellettuali, giusto? Questa campagna ha ottenuto il sostegno di vaste sezioni di egiziani, è così?
        SN: Hanno persuaso tantissime persone, ma le cose sono più complicate di quanto sembrano. Non è che tutti siano d’accordo, ma se oggi cercassimo di organizzare una manifestazione di protesta, saremmo subito attaccati da delinquenti organizzati che, indipendentemente dal luogo in cui decidessimo di tenere la protesta, arriverebbero nel giro di 10 minuti.

        RB: Anche la gente comune è contro le proteste?
        SN: La gente comune reagisce in vari modi. Ha paura. Alcuni dicono: “Non vogliamo più queste proteste, sono troppo rischiose”, altri dicono: “Basta. Lasciamo che se ne occupino i militari. Ne abbiamo avuto abbastanza.” Il supporto dei passanti, è riluttante. Ma oggi in realtà, oltre ai ranghi dei Fratelli musulmani, sono gli attivisti esperti che si avventurano fuori a protestare.

        RB: E per quanto riguarda i vostri rapporti con i sostenitori della Fratellanza?
        SN: Ripeto, la situazione è molto complicata. Noi non andiamo alle loro manifestazioni, non possiamo. Non solo per via della repressione estrema, ma anche per via della natura settaria di tanti slogan e del fatto che continuano a chiedere il ritorno di Morsi, cui noi ci opponiamo.

        RB: Il regime sta pian piano estirpando i primi e i secondi ranghi dei Fratelli musulmani, è così?
        SN: Sopravviveranno a questi attacchi. Il movimento è abbastanza vasto e profondo da sopportarli. Ma il nostro no. Se attaccassero le frange che sopravvivono della sinistra organizzata nella stessa maniera, saremmo spazzati via per anni a venire. Le nostre posizioni sono popolari tra i giovani dei Fratelli musulmani, ne sono conferma i commenti che lasciano su Facebook. Ma come si potrà immaginare, ci chiedono sempre: “Perché non scendete in strada con noi?” e, dall’altro lato, quelli che appoggiano il governo militare ci accusano di essere parte della “cospirazione dei Fratelli musulmani”. La nostra esperienza è quindi molto isolata, molto solitaria. Ci attaccano da tutti i lati. I giovani militanti della Fratellanza ci vogliono nelle strade con loro, mentre altri ci accusano di essere sostenitori della Confraternita. Ed è estremamente difficile mantenere una linea indipendente e allo stesso tempo convincere le persone a continuare a lottare.

        RB: Questo vale anche per il movimento sindacale indipendente? Anche loro sono divisi allo stesso modo, in due fazioni?
        SN: Certamente. Il leader adesso è un ministro e uno dei più devoti sostenitori del regime militare. Questo è un duro colpo per qualsiasi organizzazione sindacale.

        RB: Di nuovo, mi sembra molto strana come riflessione su un’organizzazione sindacale indipendente.
        SN: Infatti, è questa la gravità! Prima era un movimento sindacale indipendente serio, nato da scioperi di massa organizzati dai comitati, di cui Abu Eita era uno dei principali leader. Ed è questa la misura del tradimento avvenuto in Egitto.

        RB: Ma quindi son