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Archives for (r)umori dal Mediterraneo

La “green economy” marocchina

La “green economy” marocchina

[Altreconomia] I vicoli stretti e nodosi della medinasi perdono in una ragnatela di saliscendi indecifrabile all'occhio inesperto. Gli uomini siedono flemmatici nelle terrazze dei café mentre le donne fanno la spola da una bottega all'altra. I ritmi sono lenti e l'ambiente suggestivo, con le pareti delle case che sfumano dall'azzurro all'indaco e i portoni rifiniti a calce.

Chefchaouen, Marocco settentrionale, è un gioiello incassato nel cuore di una natura ostile. Molti la definiscono la "porta del Rif", regione aspra e montuosa - storicamente popolata da bellicose tribù berbere - che si spinge fino alla costa mediterranea. A dispetto dei sobborghi, cresciuti in fretta e in maniera disordinata, la città vecchia sembra conservare intatto il fascino dei tempi passati, quando musulmani ed ebrei in fuga dalla Spagna trovarono rifugio nella sua intimità e protezione dietro le spesse mura in parte ancora visibili.





A rompere l'incantesimo ci pensano i gruppi di turisti sempre più numerosi e una schiera di guide informali, disseminate ad ogni crocevia, che snocciolano senza sosta il loro ritornello. "Serve del kif? Hascisc? Marijuana? Volete vedere le piantagioni della mia famiglia?". Non propongono la solita visita ai monumenti o ai mercati, ma il prodotto di punta della regione, l'unico vanto di un'economia locale altrimenti asfittica. La cannabis e i suoi derivati.

Il Marocco infatti, con circa 800 tonnellate annue, è il maggior produttore e esportatore mondiale di hascisc assieme all'Afghanistan. L'80% del "cioccolato" immesso in Europa, secondo l'ultimo rapporto dell'Ufficio ONU per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, proviene proprio dal regno maghrebino. O meglio da questa zona, il Rif, la sola in cui la coltivazione di canapa continui ad essere "tollerata" nonostante i divieti della legislazione e le pressioni esercitate dall'UE.

Chefchaouen non è che la vetrina di questo vasto mercato clandestino. Una specie di zona franca dove si possono contrattare piccole quantità, programmare escursioni e fumare qualche grammo immersi in una splendida cornice. I controlli della polizia ci sono, più che altro per assicurare che il tutto avvenga in modo tranquillo e discreto. Il paesaggio cambia però quando si lascia alle spalle la città e ci si addentra nel vero regno della cannabis, dove la quotidianità riflette una realtà meno idilliaca.


Un veicolo di riscatto sociale

La statale n. 2 è una sottile lingua d'asfalto, continuamente interrotta da tratti sterrati, che è forse azzardato definire strada. Sale comunque prepotente, con strappi improvvisi, verso i duemila metri di Ketama. E' in questi versanti scoscesi, tra le rocce scure e la boscaglia, che le coltivazioni cominciano a tappezzare di verde l'orizzonte.

"La pianta di canapa, il kif come la chiamiamo noi, convive pacificamente con la società rifegna da tempo immemore, da quando fu introdotta grazie agli scambi commerciali con l'Asia", racconta Jamal Stitu, attivista in difesa dei diritti dei contadini. Tuttavia è solo negli anni sessanta del secolo scorso, dopo ripetuti contatti con viaggiatori stranieri, che la gente del posto scopre la possibilità di un diverso utilizzo dei germogli e acquisisce le competenze per trasformarli in resina. Una sostanza pregiata e molto richiesta nelle piazze internazionali, l'hascisc. Per la popolazione è un'occasione di riscatto sociale, un modo di ovviare alle pesanti lacune dello Stato che l'ha sempre guardata con sospetto.

"La regione è isolata dal resto del paese, in parte per la sua conformazione naturale ma soprattutto per la discriminazione imposta dal makhzen [regime]", continua il nostro interlocutore. "La monarchia non ha mai perdonato l'insubordinazione di Abdelkrim Khettabi, che resistette agli eserciti coloniali dando vita ad una repubblica indipendente tra queste montagne". Le sollevazioni sono proseguite dopo l'indipendenza, come pure le spinte autonomiste a connotazione identitaria. Risultato: incursioni militari, bombardamenti e un severo embargo economico che ha costretto migliaia di abitanti ad emigrare all'estero o nelle periferie delle grandi città.

"Da queste parti non ci sono industrie né ospedali. D'inverno nevica per diverse settimane e si muore ancora di freddo. Mancano le medicine, le scuole e un livello decente di infrastrutture. Quella che stiamo percorrendo è la via di comunicazione principale, immagina come sono le altre..", si lascia andare Jamal. "La verità è che il boom della cannabis ci ha permesso di rialzare la testa in uno dei periodi più bui della nostra storia".


(Credit foto: Jacopo Granci)

L'hascisc è moneta corrente
Quando si apre la porta dello stanzino in terra battuta l'aria è pervasa da esalazioni dolciastre. E' l'odore, prima ancora della luce fioca di una finestrella, a testimoniare la presenza delle cime essiccate. "Un kg di erba non lavorata viene pagato 100 dirham [circa 10 euro], un kg di hascisc anche trenta volte di più, dipende dalla qualità".

Quella trascorsa è stata una buona stagione per Abdeslam, il volto segnato dalla fatica che lo fa apparire molto più vecchio dei suoi quarant'anni. Dai campi ha ricavato quasi 4 mila euro, pagati dagli intermediari che trasportano la merce verso i depositi della costa, guadagnandoci almeno il triplo. Lui lo sa, ma è comunque soddisfatto. I soldi gli basteranno fino al prossimo raccolto, in autunno, per provvedere alla famiglia (5 figli). La sua è una delle 30 mila che sopravvivono grazie ai proventi del kif. Con quel che resta Abdeslam - oltre alle cime, un sacchetto di polvere filtrata e pressata - farà fronte agli imprevisti: "una malattia, un viaggio o il ricambio degli attrezzi. Questo è moneta corrente", afferma indicando il contenuto della busta.


Fellah, contadini…

Un vento tiepido spazza l'altopiano mentre alcuni uomini, al riparo di un capanno, caricano impassibili i bracieri dei loro sebsi. Sebbene lo spinello sia sempre più diffuso, per la maggioranza dei rifegni fumare kif "tradizionale" - una fine mistura di marijuana e tabacco aspirata con pipe lunghe e affusolate - rimane un rituale irrinunciabile. Così la pensano Abdeslam e gli altri abitanti di Bab Berred, una manciata di edifici lungo la rotta verso Ketama. L'atmosfera è da far west. Più che un villaggio, un punto di ritrovo per il mercato settimanale, quando la consueta desolazione si trasforma in un via vai caotico e colorato. Per il resto del tempo la gente vive rintanata in caseggiati sparsi, nascosti tra i dirupi o dalla vegetazione. L'elettrificazione è arrivata di recente ma l'acqua corrente è ancora un lusso. Anche per il kifci si affida alla pioggia, di solito abbondante in primavera, e solo i coltivatori di un certo livello possono permettersi un impianto di irrigazione.

"Qui siamo tutti fellah, contadini. E' la cannabis a darci da mangiare, qualche animale e il nostro sudore. Non certo le premure di uno Stato che ci ignora, salvo poi presentarsi a chiedere il conto" chiarisce Omar, passeggiando fiero tra le piante che gli arrivano al bacino. E gli incentivi alle colture alternative? "Un fallimento, non c'è dietro nessuno studio di fattibilità". Il Rif è un contesto particolare, solo la canapa sembra resistere alle ristrettezze di questi pendii, offrendo in più una buona resa, neanche paragonabile agli olivi o alla vite. "Pensano forse che si possano coltivare cereali nei fazzoletti di terra strappati alla foresta? O gli alberi da frutto? Mentre aspettiamo che crescano, il gelo del primo inverno se li porterebbe via".

D'improvviso un velo di inquietudine negli occhi di Omar tradisce la sicurezza ostentata dalle sue parole. E' in buoni rapporti con polizia e autorità locali, che "unge" a dovere dopo ogni raccolto, ma ha sempre il timore che da Rabat qualcuno possa fare un colpo di mano. Come quello che ha messo in ginocchio il fratello Khalid. "Gli hanno bruciato i terreni con i pesticidi sganciati dagli elicotteri, uccidendo anche le capre. Per rimborsarlo ho contratto un debito con i trafficanti, come farò se la prossima volta toccherà a me?".


(Credit foto: Jacopo Granci)

…e "Baznassa", businessman

Secondo i dati diffusi dal governo, grazie alla sua azione deterrente, la superficie coltivata a canapa sarebbe diminuita da 130 a 50 mila ettari nell'ultimo decennio. La macchina e il contachilometri sono però testimoni che l'estensione delle coltivazioni va ben al di là delle cifre (e della retorica) ufficiali. Nei dintorni di Ketama, capitale del Rif profondo e della sua "green economy", i campi ricoperti di foglie a sette punte saturano la vista senza pudore, irrompendo fino ai bordi delle strade.

"Da noi il kif cresce anche sull'asfalto!" scherza el Pajarito, curioso rappresentante del capitalismo made in Ketama. Fisico asciutto e baffi da narcos colombiano, ha assorbito le terre di famiglia e comprato quelle dei vicini, accumulando una piccola fortuna. La casa a due piani, nuova e ben rifinita, è l'impronta inequivocabile della sua ascesa. La vecchia abitazione invece è adibita a magazzino, dove vivono gli operai stagionali e riposano i 160 kg di resina già impacchettata, pronta a partire per la Spagna. "I contadini perdono gran parte dei profitti perché non hanno canali di vendita con l'estero, in mano ai baroni locali". Della sua "rete collaudata" preferisce non parlare, ma non nasconde l'ambizione. Anche lui vuole ritagliarsi un posto nella cerchia degli eletti, i baznassa (dall'inglese businessman). Intanto, come loro, sta investendo in immobili a Tangeri: "così, se dovessi cadere in disgrazia, almeno una parte del capitale sarebbe al sicuro".

L'economia della cannabis sta rivoluzionando status e rapporti sociali. I valori di condivisione e solidarietà stanno cedendo il passo all'individualismo, mentre la ricchezza vera si concentra nelle mani di pochi. Ketama, dove suv e mercedes lucenti si affiancano ai carretti e agli autobus scassati o dove baracche tremolanti contemplano il lusso di un hotel a 4 stelle, da cui si regolano i traffici illeciti verso il litorale iberico, è un avamposto privilegiato per osservarne le contraddizioni. Allo stesso tempo la febbre del kif sembra favorire il ripopolamento di una zona disertata dagli abitanti da almeno mezzo secolo. La storia di Hamid lo conferma. I genitori erano emigrati a Fes quando un'inattesa eredità l'ha convinto a rientrare. "Una piccola parcella, poca cosa. Sempre meglio che disoccupato in città. Anche fare il bracciante quassù è più remunerativo che altrove, 130 dirham a giornata. Chi si spezza la schiena nelle serre di fragole e pomodori non prende nemmeno la metà".


Una "libertà" vigilata

Rabat ha cercato in più modi di convincere gli agricoltori a tornare ai prodotti legali. Prima stanziando fondi per i piani di riconversione delle colture, poi stringendo la morsa sulla regione. Ma le centinaia di arresti e la devastazione dei campi non hanno prodotto risultati tangibili. "Se non quello di esasperare la popolazione, costretta a spostarsi più in alto pur di non rinunciare all'impresa" spiega Jamal Stitu. Secondo l'attivista, il governo avrebbe fatto promesse all'Europa che non è in grado di mantenere. "Sa bene che non esistono alternative credibili e una politica repressiva su vasta scala porterebbe all'insurrezione. Del resto la domanda cresce e i soldi del narcotraffico alimentano una maglia di corruzione ben più difficile da estirpare delle piantagioni".

Non sembra destinata a maggior fortuna la proposta di legalizzazione avanzata nei mesi scorsi da un altro attivista della zona, Chakib al-Khyari, che ha già scontato due anni di carcere per aver denunciato le connivenze tra mafia e istituzioni. L'idea è reinvestire il sommerso nello sviluppo locale e sottrarre il mercato ai trafficanti, apportando benefici ai contadini. Difficile però che il Marocco, Stato musulmano dove il sovrano si proclama discendente del profeta Maometto, possa autorizzare lo sdoganamento di un prodotto vietato dalla religione. Come è difficile immaginare che i baznassa, protetti dalla politica fin dentro al Parlamento, rinuncino senza battere ciglio al ghiotto monopolio dei commerci.




Quale soluzione allora per i fellah del Rif? Nessuna, esposti al tira e molla delle autorità ma confortati dalla speranza di un futuro migliore. Intanto la nuova annata "sembra partita bene", fa notare Hamid. "Dopo gli acquazzoni del mese scorso sta tornando il sole e le piante crescono a meraviglia". Sempre che qualcuno non arrivi a distruggerle. "In ogni caso sono la nostra unica assicurazione e vale la pena correre il rischio. Da queste parti ci siamo abituati a vivere in libertà vigilata".




(Articolo pubblicato dalla rivista Altreconomia

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

[Galatea] Atterrare a Marrakech e scoprire, qualche chilometro dopo l'aeroporto, la sontuosità del palazzo La Mamounia, i fasti dell'hotel Royal Mansour o dei riad nascosti nella medina, a pochi passi dalla celebre Jamaa al-Fna, è una sensazione che non lascia indifferente nemmeno il viaggiatore più immune al fascino orientalista. Come del resto, passeggiare sul lungomare di Casablanca lasciandosi sorprendere dalla grandiosità della moschea Hassan II e dai cantieri di un rinnovato skyline in vetro e cemento, non può che far pensare ad un paese dinamico e aperto alla modernità. Un paese in pieno sviluppo, che "offre a tutti un'opportunità", come recitano le brochure del ministero dell'economia. Allora perché i giovani continuano a lasciare il paese? Perché si ha la sensazione, cantano gli Hoba Hoba Spirit, "di stare come grilli nell'insetticida"?


Jama'a al-Fna, Marrakech (Credit foto: Jacopo Granci)


Perché dietro alla facciata e ai panorami turistici da cartolina c'è Un altro Marocco, per rubare l'espressione al poeta Abdellatif Laabi, che nella sua ultima opera denuncia una strategia governativa fondata su promesse e apparenza, e si sofferma sulla mancanza di un reale progresso umano, economico e politico. Perché il tasso di crescita al 4%, che nell'ultimo decennio ha dipinto il regno alawita come uno dei paesi più promettenti, non corrisponde ad un effettivo sviluppo, non assicura la redistribuzione della ricchezza e non cancella le profonde disuguaglianze sociali. Perché l'aver attraversato (quasi) indenne un periodo di turbolenze e sconvolgimenti istituzionali, come quello che ha appena interessato altri paesi della regione, non significa l'assenza di lotte sul territorio, di rivendicazioni collettive, di esistenze al limite della sofferenza. Perché esiste un "Marocco profondo" fatto di precaria quotidianità e di silenziosa ricerca della dignità. Un Marocco che difficilmente balza agli onori delle cronache, complice il bavaglio mediatico che lo circonda, ma che merita di essere scoperto e conosciuto.


Le "mule" di Melilla

Ogni giorno migliaia di marocchine attraversano il confine che le separa dalla piccola enclave spagnola, situata nella costa mediterranea del regno. Alcune lo fanno per rifornirsi di merci troppo care dall'altra parte della frontiera. La maggioranza invece contrabbanda alla luce del sole prodotti di ogni genere,dai vestiti alle coperte, dagli utensili per la casa ai pezzi di ricambio per automobili, dai televisori agli alcolici. Ad agevolare questo comercio atipico, gli accordi siglati tra Madrid e Rabat che permettono la circolazione giornaliera senza visto a Melilla (e Ceuta) per gli abitanti dei comuni limitrofi. Le categorie sociali che beneficiano dei traffici sono diversificate: oltre quattrocentomila persone, secondo stime ufficiose, al di qua e al di là del confine. Dalle famiglie più povere, che sopravvivono grazie agli spiccioli delle staffette, agli intermediari marocchini, che ne sfruttano la miseria per arricchirsi. Dai compratori dei grandi centri urbani dove le merci vengono vendute a prezzi vantaggiosi, ai commercianti dello scalo spagnolo, che senza il contrabbando sarebbero costretti a cambiare mestiere, considerati i magri consumi di una città di appena 66 mila abitanti.

A tenere in piedi un ingranaggio ben rodato, che ogni anno muove un quantitativo di beni pari a 700 milioni di euro, è la fatica e il sudore delle "mule". Nabila è una di loro. Si sveglia tutte le mattine alle cinque e costeggia il reticolato alto sette metri che protegge la fortezza Shengen, per raggiungere il Barrio Chino. E' in questo punto che la donna entra in territorio iberico per caricare sulle spalle il fardello quotidiano, fissato al petto e al bacino con scotch e cordami, e riparte nell'altro senso piegata sulle ginocchia, riuscendo a muovere a stento un passo dopo l'altro. "All’inizio pensavo di non reggere - racconta Nabila, sulla quarantina - fare la portatrice è un lavoro massacrante, ma ormai mi sono abituata". Ha appena concluso la prima tratta della giornata, per un compenso di 50 dirham [meno di 5 euro]. I carichi più pesanti, all'incirca un quintale, vengono pagati un po' di più. Con una smorfia di sofferenza sul viso deposita il "pacco" in un pick-up e ritorna ciondolante verso la fila in attesa, pronta a passare di nuovo dall'altra parte. Un secondo viaggio le permetterebbe di raddoppiare il magro guadagno, da riscuotere a fine giornata. Ma il varco rimane aperto poche ore e solo le più resistenti riescono a compiere il tragitto due o tre volte prima della chiusura.



A complicare la situazione il "pudico" sussulto delle autorità che, anziché offrire soluzioni meno degradanti, ha optato per il trasferimento dell'attività transfrontaliera dal vecchio accesso (Beni Enzar), ora riservato al traffico dei veicoli, al Barrio Chino, piccolo attraversamento pedonale nascosto allo sguardo di vacanzieri in crociera o turisti in arrivo da Almeria. "Prima non si formavano queste code immense. A Beni Enzar c'era molto più spazio, qui i tornelli sono troppo stretti - spiega la portatrice - e a volte è davvero difficile passare con le nostre zavorre. Così, oltre alle botte dei poliziotti che reclamano il bakchich [una sorta di pedaggio], rischiamo di ricevere calci e spintoni da quelle che restano bloccate dietro di noi".

Nabila, fino a qualche anno fa operaia in uno stabilimento tessile, è riuscita a tirare avanti dopo la chiusura della fabbrica solo grazie a questa attività. Non può rinunciare alla sua unica fonte di sostentamento, ma non per questo trattiene le sue critiche: "Spagna e Marocco sono ugualmente responsabili della situazione, delle violenze che subiamo. Traggono vantaggio dal lavoro estenuante delle mule senza correre il minimo rischio e senza offrire in cambio strutture adeguate. Alla tv sento parlare di accordi commerciali, di prospettive di sviluppo tra i due paesi, ma della nostra condizione nessuno dice niente".


I dannati del carbone di Jerada

Cambio di scenario, nord-est del paese. Lasciando Oujda in direzione sud e percorrendo una cinquantina di chilometri lungo la statale 19, si arriva ad una piccola e all'apparenza anonima città di minatori adagiata sull'altopiano spoglio dell'Orientale. L'intera area, all'inizio del secolo, era ricoperta da una fitta boscaglia disabitata. Fino a quando una rivelazione inattesa - la presenza di enormi riserve di carbone che ha attratto lavoratori da ogni angolo del regno - ha cambiato in poco tempo il volto dell'intero paesaggio. Oggi, sull'orizzonte urbano esposto al degrado, si staglia nitida una montagna nera, da cui sale verso il cielo un rivolo di fumo biancastro. Ricordo di un passato "glorioso". "Quello è il simbolo di Jerada. Rifiuti e scarti provenienti dalla miniera accumulati lì anno dopo anno", informa l'autista del grand taxi.

Le gallerie scavate nel sottosuolo sono chiuse dal 2002, da quando la società statale incaricata dell'attività estrattiva ha licenziato i 7 mila operai perché il prodotto non era più competitivo sul mercato. La battaglia sindacale che ne è conseguita ha spinto l'azienda ad indennizzare i lavoratori, assicurando almeno per un po' la sopravvivenza della popolazione. Le alternative promesse, invece, non le ha ancora viste nessuno. Così "a parte la centrale elettrica e i piccoli commerci, gli abitanti sono tutti disoccupati", spiega Jamal Allay, sindacalista e attivista per i diritti umani. Di fronte ad una tale situazione, molti ex-minatori hanno deciso di riprendere in mano gli attrezzi per estrarre un po' di antracite e venderla al dettaglio. Bloccato l'accesso ai tunnel, hanno cominciato a scavare loro stessi dei "pozzi" - cendriatta nel gergo dei carbonai - con mezzi artigianali e in condizioni di sicurezza inesistenti. Pur di rimediare qualche sacco di carbone, sono disposti a calarsi fino a 60 metri di profondità, il più delle volte muniti soltanto di martello e scalpello.

Alcuni notabili della regione hanno fiutato le grandi possibilità di guadagno offerte dal nuovo sistema di estrazione e, in accordo con le autorità locali, hanno ottenuto l'esclusiva sui permessi di ricerca e sfruttamento, oltre al monopolio della commercializzazione del prodotto. Quasi tutti gli operai, oggi, lavorano per loro: sono pagati a cottimo, senza potere contrattuale per stabilire le tariffe né ammortizzatori sociali o altra sorta di garanzie. Sulle colline si scava a caso, affidandosi ai ricordi e all'esperienza dei veterani. Nell'ultimo decennio le perforazioni sono andate avanti in maniera ininterrotta e i pozzi continuano a spuntare come funghi attorno alla città. Sono circa duemila gli operai che si immergono quotidianamente nelle cendriatta, con una corda come sostegno e pezzi di legno per puntellare i 40 cm di ossigeno erosi alle pareti, in fondo al cunicolo.



"Un pozzo dà lavoro ad almeno sei persone: due minatori che scavano e quattro aiutanti che si occupano del trasporto in superficie - riferisce Aziz il volto nero coperto di fuliggine, appena riemerso dalle viscere della collina - per un guadagno giornaliero che oscilla tra i 70 e i 100 dirham [7/10 euro]". Poi ci sono gli addetti al triage. Uomini e donne provvedono alla selezione del materiale estratto, che viene scelto, lavorato e separato, a seconda della grandezza e della destinazione. Il loro compenso varia da un minimo di 50 ad un massimo di 80 dirham. Dietro ad ognuno di loro c'è un'intera famiglia, che tira avanti solo grazie ai proventi del carbone.

Ma il prezzo da pagare è alto. Vecchi e giovani lasciano all'alba le loro abitazioni, consapevoli che la sera potrebbero non farvi ritorno. "Si contano a decine le vittime di asfissia, rimaste intrappolate in seguito a cedimenti o sepolte per un crollo improvviso. Indefinito il numero dei feriti, che non possono contare su nessun tipo di assistenza", testimonia Jamal Allay che con la sua organizzazione cerca di monitorare decessi e infortuni occorsi nella zona. "Le ultime due vittime, in estate, erano studenti universitari rientrati a casa per il periodo di vacanze". Per chi sopravvive invece, oltre al pericolo e alla fatica, c'è da fare i conti con le gravi malattie respiratorie contratte: quasi quattro quinti dei minatori sono affetti dalla silicosi e difficilmente riescono a curarsi. "Quando era attiva la miniera, la società e il Ministero della salute garantivano la presenza di personale specializzato. Ora la clinica è praticamente dismessa e nessuno ci copre più le spese mediche", riassume la situazione Aziz.

Quali alternative hanno gli abitanti di Jerada? Nessuna, a parte l'emigrazione, come testimonia il progressivo spopolamento della città. Le autorità locali hanno annunciato recentemente un piano di riconversione economica, basato su turismo e trasformazione dell'area in un parco di archeologia industriale. Il progetto però, già in sé poco credibile visto l'isolamento di cui soffre la regione, non sarà completato prima di dieci anni. Nell'attesa, i minatori rinnovano in silenzio un'esistenza privata di umanità. Continuano le immersioni quotidiane nel loro girone dantesco. Come dannati, il cui destino è alla mercé di una risorsa teoricamente non più redditizia ma ancora sfruttata al minor costo possibile; una risorsa che fa sopravvivere e che uccide allo stesso tempo.


Sviluppo o degrado?

Con un'incidenza sul Pil del 6% e migliaia di posti di lavoro assicurati, l'industria mineraria occupa una posizione di tutto rilievo sullo scacchiere economico del regno. L'altra faccia della medaglia: le ricadute negative sulle popolazioni insediate attorno ai siti di scavo. Nei dintorni di Khouribga ad esempio - capitale dei fosfati distante un centinaio di km da Casablanca - il paesaggio assume una tetra tonalità di grigio e il sole sembra quasi offuscarsi. La pianura, estesa a perdita d'occhio, è spazzata da raffiche di vento che sollevano un alone di sabbia e polvere proveniente dalla centrale di lavaggio del materiale. A causa della dispersione di agenti chimici altamente inquinanti, i terreni coltivabili sono stati in gran parte distrutti da quando gli stabilimenti di produzione, per ridurre i costi, hanno optato per il sistema estrattivo a cielo aperto.

Da allora molti agricoltori della zona hanno fatto le valige per guadagnarsi da vivere sotto altri cieli, come braccianti a giornata o manovali nei cantieri delle grandi città, i più emigrando sull'altra sponda del Mediterraneo. "In origine eravamo contadini, ma il degrado dell'ambiente ha reso impossibile questa attività. Le terre non danno più frutti e gli animali muoiono in poco tempo. Inoltre l'OCP [la società a partecipazione statale che ha il monopolio nel settore] ha espropriato la maggioranza dei terreni con contropartite monetarie ridicole", spiegano gli abitanti, oggi impiegati negli impianti di estrazione e di trattamento del minerale. Ma il degrado, quando si parla di fosfati, è un argomento bloccato dal sigillo della "confidenzialità". Con il 25% delle esportazioni e il prezzo della materia in costante ascesa sui mercati internazionali, i danni collaterali dell'OCP passano sotto silenzio. Chi è rimasto a Khouribga ed è stato assunto non ha troppa voglia di mettere a rischio il posto per sostenere battaglie ecologiste. Anche se i risultati sul territorio sono inquietanti.

"Fino ad ora le autorità hanno privilegiato la rendita all'equilibrio ecologico" afferma il professor Abdelaziz Adidi, direttore dell'Institut national de l'aménagement et de l'urbanisme di Rabat e autore di alcuni studi sull'argomento. "L'assenza di una legislazione che imponga vincoli in materia estrattiva ha agevolato questo tipo di politiche, sebbene «l'accesso all'acqua e ad un ambiente sano» e «lo sviluppo sostenibile» dovrebbero far parte delle garanzie costituzionali [art. 31] previste dall'ultima riforma del testo [2011]". Per attuare tali misure, tuttavia, resta ancora molta strada da percorrere, soprattutto se per farlo ci si scontra con gli "interessi superiori della nazione" o meglio di alcuni suoi noti rappresentanti.


Occupy alle porte del deserto

Quello dei fosfati è un caso emblematico, ma non l'unico. Lo sanno bene gli abitanti di Imider, da due anni e mezzo impegnati in uno scontro frontale con le autorità e la società che sfrutta i giacimenti di argento presenti nel sottosuolo.

Piccolo villaggio berbero posizionato lungo la "strada delle casbah" - rotta turistica per eccellenza che scende tra la cordigliera dell'Alto Atlante Orientale e le prime sabbie del Sahara - Imider è poco più di una manciata di case sparse ai bordi della corsia di asfalto, in apparenza semideserta come la natura rossastra che la circonda. Dal 2011 infatti la popolazione locale ha iniziato il suo "Aventino": si è accampata sulla vetta del monte Alebban, qualche chilometro più ad est, e ha bloccato la principale stazione di pompaggio che fornisce l'acqua alla miniera, proprietà di una holding del sovrano Mohammed VI. Il suo sfruttamento, iniziato quarant'anni fa, non ha determinato nessun miglioramento delle condizioni vita per gli abitanti, che lamentano ancora oggi l'assenza di infrastrutture primarie: a Imider non ci sono scuole, manca l'elettricità nella maggior parte delle abitazioni, internet e perfino i giornali, mentre l'ospedale più vicino si trova a 200 km di distanza e chi ne avesse bisogno deve pagare il carburante per l'ambulanza. Peggio, i lavori di scavo hanno provocato il progressivo impoverimento delle falde, oltre all'inquinamento dei terreni limitrofi a causa dei prodotti tossici degli scarichi.

La tensione tra le ottomila anime della borgata e i rappresentanti dell'azienda era già emersa in passato, ma mai aveva raggiunto i livelli attuali. Ad aggravare la situazione, l'interruzione dell'acqua corrente dovuta ai nuovi foraggi. Per il villaggio è stata l'occasione di denunciare apertamente la marginalizzazione economica e la depredazione delle risorse senza contropartita. "Come è possibile che una società che fattura milioni attingendo alle nostre ricchezze pretenda di non avere i mezzi per assicurarci un lavoro, nemmeno a tempo determinato?" domanda Brahim, tra i leader del movimento di protesta. In effetti, sebbene uno dei giganti africani della produzione di argento si trovi saldamente impiantato sul territorio, gli abitanti di Imider rappresentano soltanto una minima parte della manodopera totale. "Una violazione flagrante degli accordi conclusi tra delegati dell'azienda e della comunità, che fissano al 75% la soglia di impiego riservata ai locali".



All'inizio sono stati gli studenti rientrati dalle università e i disoccupati a guidare la contestazione, ma alle loro fila si sono aggiunti presto tutti gli altri, compresi donne, anziani e bambini. "Marce della sete" settimanali, per bloccare la statale che porta i turisti verso le dune di Merzouga, e sit-in permanente in cima alla montagna, a guardia dello chateau d'eau "che ha rubato l'acqua al villaggio". La reazione delle autorità, di fronte al calo della capacità estrattiva (e dei profitti) di una miniera a mezzo servizio, non si è fatta attendere. Piuttosto che una repressione violenta, negativa in termini di ritorno di immagine per il monarca (la sua holding Managem si sta confrontando con altri focolai di protesta sempre in contesti minerari), è in atto una strategia di soffocamento meno eclatante, sebbene molto in voga nel regno: black-out mediatico sulla vicenda, intimidazioni, condanne per reati di diritto comune nei confronti degli attivisti. Azioni e sabotaggi che non hanno ancora intaccato la determinazione degli abitanti, pronti a rievocare per l'occasione il passato eroico delle loro tribù di fronte alla penetrazione coloniale. Nei dintorni di Imider, spiega Omar, si combatté negli anni '30 l'ultima battaglia per frenare l'occupazione francese. A pochi km da quel luogo di memoria e sacrificio - il monte Saghru - va in scena oggi una nuova resistenza. "La posta in gioco non è più l'indipendenza, ma la nostra dignità".


"Il paradiso si è trasformato in inferno"

Altra regione storicamente ribelle, tanto all'occupazione straniera (spagnola in questo caso) quanto alle imposizioni del governo di Rabat, è il territorio Ait Baamrane, situato nella fascia meridionale del paese, al confine con il Sahara Occidentale (occupato dal Marocco nel 1975). La città di riferimento, Sidi Ifni, è adagiata su un promontorio roccioso che si affaccia sull'Atlantico. Il piccolo porto, ricavato su un'insenatura poco distante dal centro, è riuscito per decenni a tenere in piedi l'economia della borgata. Le sardine di Ifni sono diventate un marchio di garanzia perfino nei mercati internazionali. Poi l'arrivo delle flotte d'altura e delle reti a strascico ha ridotto i pescatori della zona in fallimento. "I grandi pescherecci provenienti dal nord utilizzano tecniche illegali, come le reti piombate e a maglie minuscole, massacrando i fondali e impedendo la riproduzione", spiega Ousmane, proprietario assieme ai due cugini di una barca di modeste dimensioni.

I pescatori di Sidi Ifni, emarginati nel loro stesso porto dai magnati dell'industria ittica, hanno provato ad opporsi e ad alzare la voce. Nel 2008 hanno formato un collettivo, assieme a disoccupati ed attivisti, e occupato i moli per alcuni giorni. La violenza repressiva (decine di arresti, torture) abbattutasi su tutta la cittadinanza viene ancora ricordata come il "sabato nero". A stroncare il collettivo poi, oltre alla brutalità della polizia, ci ha pensato la cooptazione politica di alcuni leader del movimento, che hanno ceduto alle promesse e a qualche contropartita. Ora siedono in consiglio comunale. Intanto la città, un tempo grazioso gioiello di architettura moresca, continua a deperire e i servizi si riducono all'osso. "Dietro la facciata decrepita dell'ospedale non è rimasto più neanche uno specialista e i macchinari sono obsoleti", fa sapere Ousmane. "Per tenerci buoni ci hanno offerto nuove licenze di pesca, ma che ci facciamo se il pesce lo prendono tutto loro? Senza contare che le barche costano e chi non si è indebitato e ha la fortuna di averne ancora una, preferisce utilizzarla per tentare la traversata verso le Canarie".



Lo sfruttamento intensivo delle coste marocchine, incentivato dagli accordi poco trasparenti conclusi con flotte straniere (quello con l'UE è in attesa di rinnovo), sta progressivamente riducendo la ricchezza alieutica del regno. Armatori e grossisti inseguono prede e guadagni a sud, dove lo scenario che si ripropone è sempre lo stesso. Ce lo spiega il regista belga Jawad Rhalib con il documentario Les damnés de la mer, che accende i riflettori sui pescatori di Dakhla. Anche qui la disparità dei mezzi a disposizione e il dispiegamento delle reti clientelari hanno determinano la rovina di molti, i pescatori artigianali, e il successo di pochi, i proprietari delle grandi imbarcazioni.

Il film si apre sulla spiaggia di La Sarga, poco distante dagli aquiloni dei kitesurfers che affollano le rive ondose della cittadina saharawi, dove le barche e le polpare sono desolatamente ammassate a riva. E' il periodo di fermo biologico e i lavoratori del settore sono tutti in "disoccupazione tecnica". Tutti o quasi. Chi possiede il capitale per "oliare gli ingranaggi" può uscire in mare senza temere controlli né provvedimenti giudiziari. "Sopravviviamo a stento nel paradiso del pesce… ci stanno ingannando…il paradiso si è trasformato in inferno", commenta la moglie di un pescatore, mentre sullo sfondo due pescherecci svedesi stanno rientrando a terra con il bottino della giornata. Il capitano spiega in seguito, di fronte alla telecamera, che ha firmato un contratto di fornitura con un'azienda del posto e dispone di una licenza. Si dice soddisfatto della sua permanenza a Dakhla, guadagna bene e lavora tutto l'anno, mentre "in Svezia la politica ha rovinato la pesca" tanto che l'unica soluzione "è spostarsi altrove", dove non ci sono quote o restrizioni. In realtà le quote e le restrizioni ci sarebbero anche qui, ma chi deve assicurarne il rispetto non lo fa. Per Hassan Talbi, presidente dell'associazione di proprietari delle barche artigianali, "l'amministrazione è nel migliore dei casi indifferente e nel peggiore semplicemente corrotta".


"Come mosche attorno a una carogna"

La metafora ittica "i pesci grossi mangiano quelli piccoli" risulta particolarmente calzante per spiegare quanto sta succedendo nei porti marocchini. Ma non solo. Lo stesso adagio descrive bene la situazione vissuta in un altro settore nevralgico dell'economia nazionale, quello agricolo, che impiega circa il 40% della popolazione attiva. Per capire meglio le trasformazioni in atto, basta fare un giro nelle pianure del Souss, zona di coltivazione per eccellenza situata nell'ampia vallata che circonda Agadir. Fino a ieri popolata - come la maggior parte della superficie rurale del paese - da piccoli contadini (fellah) dediti alla produzione di ortaggi e cereali per il circuito locale, la piana ha ormai mutato il suo volto ed è divenuta un esempio del nuovo modello di produzione agricola, moderno e intensivo, veicolato dal governo e dagli accordi internazionali di libero scambio conclusi in materia (USA, UE).

Risultato: la comparsa di oltre 10 mila ettari di serre, riservate alle monocolture da esportazione (agrumi, pomodori, banane) e molto dispendiose in termini di approvvigionamento idrico, il prosciugamento del fiume Souss e la progressiva scomparsa dei piccoli contadini, fagocitati dai nuovi colossi del settore. "Le dighe erette per assicurare l'acqua alle aziende esportatrici hanno abbassato il livello della falda, che in alcune zone raggiunge i 100 m di profondità", spiega Houcine Bouchabi, segretario regionale del sindacato di categoria (FNSA). "I pozzi sono rimasti a secco e così i fellah vendono le loro terre per pochi soldi e iniziano a lavorare come braccianti". Chi sono questi colossi del settore? Una lobby ristretta, formata da gruppi europei stabilmente insediati nella zona o grandi proprietari marocchini, l'attuale sindaco di Agadir e il monarca due esempi su tutti, a conferma del solido legame tra potere e affarismo.

Alcuni agricoltori hanno cercato di rimediare alla scarsa competitività unendosi in cooperative, ma la maggior parte è stata comunque estromessa, andando ad infoltire il tessuto del sottoproletariato rurale, assieme ai flussi di migranti che arrivano da ogni parte del paese per offrire manodopera. Secondo le stime della FNSA sono più di 100 mila i braccianti che lavorano nel Souss, quasi tutti ingaggiati a giornata per una paga media di 6 euro, senza nessuna forma di tutela. Si ritrovano all'alba nei mawqefdei villaggi, nella speranza di essere caricati sui furgoni diretti ai campi. "Quando usciamo di casa non sappiamo se riusciremo ad ottenere il posto..l'alternativa è l'elemosina. A volte ci facciamo concorrenza al ribasso pur di lavorare qualche giornata in più. Viviamo come mosche che ronzano attorno ad una carogna", confessa Fatima, 25 anni già sfioriti.

I tre quarti degli operai ingaggiati nella zona sono donne. "Lavorano di più, sopportano meglio lo sforzo fisico e sono ritenute più docili dai padroni", riferisce Bouchabi. Sono anche le principali vittime di aggressioni sui luoghi di lavoro, come conferma Fatima: "quando lavoriamo per 10 ore nelle serre, dove la temperatura arriva a 45° e l'umidità è elevatissima, siamo costrette a svestirci un po' per evitare di soffocare. I caporali ci guardano con smania, quasi indemoniati..per loro siamo solo oggetti da sfruttare, anche sessualmente". Sono numerose le testimonianze di ragazze che hanno perso il posto per essersi ribellate ai ricatti e ai maltrattamenti. La FNSA cerca di battersi e fornire assistenza sul territorio, ma in generale - la sua - è una constatazione di impotenza. Sono sempre più rari gli operai sindacalizzati nel settore agricolo, come del resto in tutta l'industria privata: la semplice adesione al sindacato o la rivendicazione delle garanzie contrattuali previste dalla legislazione nazionale (salario minimo, contributi pensionistici, assistenza sanitaria) può essere causa di licenziamento.



 

Un Marocco a due velocità

Mentre il paese è scosso da tensioni e contestazioni sociali - l'occupy di Imider è solo uno dei tanti esempi di rivolte locali registrate negli ultimi mesi - e affronta una crisi economica strutturale che impone al governo tagli alla spesa pubblica, la politica dei grandi cantieri-vetrina e dei progetti faraonici prosegue indisturbata. Lungo l'asse atlantico Tangeri-Casablanca continuano i lavori, e gli espropri delle terre, per la costruzione del TGV marocchino, concepito qualche anno fa dal tandem Mohammed VI-Sarkozy.

Per il sovrano alawita, esibire il primo treno ad alta velocità del continente e del mondo arabo, è un vezzo irrinunciabile. L'occasione per rinnovare un'immagine di sé e del suo regno dinamica e moderna. Parigi invece, primo partner economico e solido alleato politico in campo internazionale, può dare respiro ad alcune aziende di punta del catalogo made in France, che beneficiano delle commesse per la realizzazione dell'opera, messe in ginocchio proprio dalla scarsa redditività del modello TGV (costi proibitivi e spese di mantenimento). Anche nel caso marocchino, tuttavia, il peso di un progetto dispendioso e di dubbia utilità rischia di avere, più che l'effetto trainante annunciato dalle autorità, delle gravi ripercussioni su un'economia nazionale compromessa dal deficit di bilancio e dall'indebitamento accumulato. A denunciarlo è il collettivo "Stop TGV!", costituitosi durante le mobilitazioni delle "primavere arabe", rappresentate in loco dal Movimento 20 febbraio. Ne fanno parte, oltre ad attivisti, dissidenti, organizzazioni studentesche e della società civile, anche piccoli e medi imprenditori, stanchi di una gestione del paese opaca e verticistica.

A sollevare le polemiche non è solo la questione del finanziamento (2,5 miliardi di euro), affidato al budget di governo e ai prestiti stranieri, ma anche la maniera in cui l'opera è stata imposta alla popolazione e ai suoi rappresentanti, tenuti all'oscuro fino all'inizio dei lavori. E' l'ennesimo specchio di una "democratizzazione" a lungo promessa, ma che ancora tarda ad arrivare. "Nonostante in Marocco si tengano periodicamente elezioni - spiega Hassan Akrouid, membro del collettivo e di Attac-Maroc - né ministri né parlamentari hanno mai osato opporsi ad una decisione del sovrano, che resta il vertice politico, religioso e militare dello Stato. Così il progetto dell'alta velocità è in sé incontestabile, sebbene non sia stato accompagnato né da gare d'appalto né da studi adeguati sulla sostenibilità".

Sostenibilità che rimane un dettaglio non trascurabile per un paese in cui più di un quarto della popolazione vive in condizioni di povertà e la metà è analfabeta (fonte ONU), la disoccupazione giovanile è al 30% e il salario minimo non oltrepassa la soglia dei 200 euro, quando si ha la fortuna di ottenerlo. "L'opera toglierà risorse ad altri settori prioritari", continua l'attivista, presentando alcuni dati del rapporto alternativo redatto dal collettivo. "Con lo stesso budget del TGV, ossia il doppio di quello destinato alla sanità e due terzi della somma riservata ai nuovi investimenti, si potrebbero costruire interi comparti industriali, centri ospedalieri all'avanguardia, centinaia di scuole nelle zone rurali e di montagna, oppure estendere il tracciato ferroviario esistente, interamente ereditato dal periodo coloniale, ai territori marginalizzati dell'interno, spesso sprovvisti addirittura di strade asfaltate".

La parabola del TGV, insomma, sembra riassumere fedelmente l'immagine del paese svelata nel corso di questo lungo viaggio. Un paese che, nonostante i piani di sviluppo, le cosiddette riforme e la relativa stabilità istituzionale, continua a procedere a due velocità differenti. "In Marocco - conclude Akrouid - c'è una prima classe che detiene la gran parte delle risorse e può permettersi tutto, non conosce crisi né austerità, e c'è una seconda classe invece, ben più numerosa della prima, che manca delle necessità di base e che lotta ancora oggi per veder riconosciuti i propri diritti". Una prima classe che fra qualche anno potrà viaggiare su treni di lusso a 320 km/h, fare colazione a Tangeri e pranzare a Casablanca, e una seconda classe che continuerà ad andare a piedi, a contrabbandare merci per sopravvivere, a svendere la propria forza-lavoro, a percorrere anche 100 km per arrivare a scuola o raggiungere l'ospedale più vicino. Fino a quando?



L’acqua dei berberi, l’argento del re

L’acqua dei berberi, l’argento del re

Aman Iman, “senza acqua non c’è vita”. E’ attorno a questo slogan, scritto in lingua amazigh (o berbera), che è sbocciata una protesta singolare e inedita nella storia del paese. Un intero villaggio - Imider, ottomila anime incastonate tra le vette dell’Atlante e le sabbie del Sahara - è in rivolta contro lo sfruttamento intensivo delle sue risorse naturali e la marginalizzazione economica sofferta malgrado le ricchezze del sottosuolo. Aman Iman, due parole tracciate con vernice bianca su sfondo di pietra rossastra a dare il benvenuto sul monte Alebban, guardiano arido e sassoso che sovrasta la borgata, dove gli abitanti si sono accampati dall’agosto del 2011 per ricordare alle autorità del regno che la loro terra e la loro dignità non sono in vendita.


(Credit foto: Jacopo Granci)


Articolo originariamente pubblicato da Niglizia nel numero di Settembre 2014 



Un “Aventino” alle porte del deserto

La statale n. 10 è una sottile striscia d’asfalto che, superate le oasi di Gulmima e Tinghir, passaggi improntati dagli antichi carovanieri, scivola lenta e nodosa verso la turistica Ouarzazate. Nel gergo del posto viene anche detta la “rotta delle kasbah”, come testimoniano le numerose fortificazioni in pisé, sopravvissute al tempo e all’incuria, che fanno capolino tra i palmeti o si mimetizzano negli anfratti dei pendii. Il paesaggio è a dir poco cinematografico. I colori si rincorrono in un valzer di sfumature - dal giallo della terra sabbiosa alle macchie verdi di una vegetazione inattesa, fino alle venature scure dei rilievi - quando un gruppo di case sparse lungo la carreggiata e un piccolo cartello di segnalazione annunciano l’arrivo a Imider. Il villaggio sembra semideserto come la natura circostante.

Moha, ragazzone dai modi gentili, fa subito il punto della situazione. “Chi possiede ancora una parcella coltivabile o qualche animale è fuori a lavorare. Tutti gli altri, compresi donne e bambini, sono in cima all’Alebban”. Sulla sommità del promontorio affacciato sulla stretta vallata si trova la stazione di pompaggio che fornisce acqua alla miniera d’argento, giacimento tra i più produttivi di tutta l’Africa controllato da una holding di proprietà del sovrano Mohammed VI.

L’estrazione del prezioso metallo, iniziata nel 1969 ed intensificatasi con il passare dei decenni, da promessa di sviluppo locale si è rapidamente trasformata in una maledizione per la popolazione, che tre anni fa ha deciso di scalare la montagna per mettere i lucchetti alle pompe. “L’aumento dei foraggi e dei pozzi di alimentazione voluti dall’azienda hanno provocato l’essiccamento della falda acquifera, riducendo - e in alcuni casi bloccando completamente - l’approvvigionamento idrico alle famiglie”.

Le ricadute negative, continua il giovane attivista, non si fermano qui. Il deflusso dei prodotti tossici (cianuro e mercurio) utilizzati per il trattamento del minerale ha inquinato i terreni attorno alla miniera. “I pastori hanno visto morire i greggi che si erano abbeverati con l’acqua contaminata. La SMI (Société Métallurgique d'Imider, ndr) ha dovuto indennizzarli in fretta e furia per evitare lo scandalo”. La penuria idrica e i veleni provenienti dall’attività estrattiva sembrano aver condannato all’asfissia gran parte delle coltivazioni, compresi i campi di mandorli un tempo fiore all’occhiello del villaggio ed oggi poco più che arbusti rinsecchiti.




La marcia della sete

“Ci rubano l’acqua, uccidono i raccolti e nessuno dice niente. Le autorità difendono gli interessi dell’azienda, ovvio, in fondo si tratta dello stesso padrone”, afferma Omar - studente universitario prestato alla causa - riferendosi al monarca e alla sua elite, che nonostante le aperture e le riforme degli ultimi anni mantiene uno stretto controllo sulla vita politica e sulle principali attività economiche del paese. “C’è una nuova costituzione che alcuni definiscono democratica, ci sono i codici, ma al di fuori delle carte questi signori non vogliono sentir parlare di diritti e tantomeno di rispetto dell’ambiente. Così abbiamo preso l’iniziativa”.

In realtà le tensioni tra gli abitanti di Imider e la società mineraria erano già emerse in passato. Nel 1996 l’esproprio di alcune terre collettive del villaggio - la cui gestione, oggi affidata al Ministero dell’Interno, era storicamente regolata dal diritto consuetudinario berbero - aveva provocato una prima sollevazione, rapidamente soffocata nell'indifferenza generale. Quindici anni più tardi, con l’onda lunga delle “primavere” che provava a farsi strada nel regno, il confronto è rispreso e si è radicalizzato, complici anche l’aggravarsi della siccità e della disoccupazione, fenomeni endemici nel Sud-est marocchino.

Nell’estate del 2011, mentre agli studenti rientrati per le vacanze veniva negata l’assunzione temporanea nella miniera, i pozzi e i rubinetti del villaggio sono rimasti a secco. In poco tempo ha preso forma un vasto movimento di protesta sociale e di disobbedienza civile: una marcia della sete diretta agli scavi ha serrato i ranghi di una popolazione ridotta allo stremo, che si è presentata ai cancelli del giacimento "armata" di taniche e bottiglie vuote. Aman Iman!Di fronte al silenzio della SMI il sit-in è proseguito sulla cima del monte Alebban, trasformandosi in insediamento permanente.




L'occupazione

Da allora infatti i ribelli di Imider non hanno più lasciato l'accampamento. Tre anni di protesta, trascorsi a 1400 m di altitudine, dove le prime tende in tela giallastra hanno lasciato il posto alle piccole case di sassi e terra battuta, costruite a mano dai ragazzi del villaggio. "Da quando abbiamo fermato le pompe, i ritmi di estrazione si sono ridotti e il livello dell'acqua è tornato a salire", spiega Moha, seduto di fronte alla porta in legno mentre versa un tè amaro insaporito dal timo.

Uomini e donne, anziani e bambini, tutti partecipano all'occupazione dello château d'eau. Organizzati in gruppi di lavoro si alternano con disciplina nei vari incarichi, dalla raccolta delle pietre per nuove costruzioni al rifornimento di viveri. Durante i momenti di riposo, invece, ognuno si dedica alle proprie passioni. Said ad esempio - artista autodidatta - affresca le pareti delle stanze con i simboli della cultura locale: le lettere dell'alfabeto tifinagh e la bandiera tricolore amazigh, per riaffermare una lingua e un'identità a lungo negata dal governo centrale.

Fuori dal perimetro del campo, intanto, una manciata di giovani sta scavando un pozzo servendosi di pala e picconi. "Le riserve d'acqua stanno finendo ed è sempre più rischioso scendere al villaggio" riferisce Hamid, folta capigliatura rasta, appena risalito in superficie. "Vogliamo renderci autonomi, ma per incontrare la falda dobbiamo arrivare almeno a 15 metri". Poco lontano, alcune donne avvolte in foulard colorati, le mani solcate dalla fatica e tinte dall'henné, preparano il couscous con mezzi di fortuna. In prima fila ad ogni marcia o durante le assemblee, intonano i caratteristici yuyu ed esibiscono decise le tre dita del saluto militante. Quasi un monito, a ricordare che l'ambiente, l'essere umano e la parola sono valori ancestrali tuttora imprescindibili.

Nessuno di loro è intenzionato a cedere, né di fronte alle asperità atmosferiche - l'arrivo del caldo torrido dopo il gelo invernale - né di fronte alle ondate di arresti sommari. "La zona è militarizzata, la polizia protegge tutti gli accessi alla miniera e al villaggio e controlla il transito sulla statale", conferma Yassine che ha già pagato con un anno di carcere il suo impegno nel movimento.

Alla repressione violenta e su vasta scala, negativa per l'immagine della monarchia, le autorità preferiscono una strategia meno eclatante ma sempre più in voga nel regno: il black-out mediatico e una mirata criminalizzazione del dissenso. Dall'inizio della rivolta sono circa una trentina i ragazzi condannati a seguito di processi farsa. Gli ultimi tre, lo scorso aprile, sono stati prelevati dagli agenti mentre scendevano a valle per accompagnare donne e bambini. "Vogliono fiaccarci con la prigione e le minacce, senza destare clamore. Del resto, a Rabat, nessuno sa cosa succede da queste parti…ma si sbagliano. Che ci uccidano piuttosto, se non sono disposti a concederci i nostri diritti!", tuona Yassine interpretando il pensiero dei compagni.




Aspettando lo sviluppo

I dirigenti della SMI, da parte loro, hanno sempre negato l'esistenza di legami tra le perforazioni e la penuria idrica, che dipenderebbe piuttosto dalla ridotta pluviometria: "negli ultimi anni le precipitazioni sull'altopiano sono state scarse - si legge in un comunicato dell'azienda, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni a Nigrizia- ed è normale che tutta l'area ne soffra". Non è normale invece, ribattono gli attivisti, che le risorse del territorio vengano impiegate per l'arricchimento privato a discapito delle esigenze dei cittadini. "Sfruttano le ricchezze di Imider, è un loro dovere partecipare allo sviluppo, dare lavoro alla nostra gente e reinvestire qui parte dei profitti", lamenta Khadija, sessantenne minuta e uno sguardo profondo di semplicità e fierezza.

In effetti, sebbene la SMI sia uno dei giganti africani della produzione di argento, solo una minima parte della popolazione locale è impiegata all'interno del giacimento. "La società ha violato gli accordi conclusi con i nostri delegati secondo cui il 75% della manodopera deve provenire dai villaggi vicini", puntualizza Hamid, tra gli esclusi dal reclutamento effettuato poco prima dello scoppio della protesta. Oltre alla mancanza di impiego, al furto dell'acqua e all'inquinamento dei terreni - responsabili dell'esodo migratorio che da anni condanna gli abitanti della regione - Imider, ignorato da un turismo che scorre indifferente sulla statale 10 verso mete più attrattive, aspetta ancora l'arrivo dei servizi di base.

"L'ospedale più vicino si trova ad oltre 100 km e il dispensario del paese non ha nemmeno i medicinali generici. Non parliamo poi delle strutture e dei trasporti scolastici…" spiega Moha, mentre indica la sorellina che, finita la lezione pomeridiana, ha appena raggiunto l'accampamento risalendo un sentiero scosceso strappato al fianco dell'Alebban. "Molti bambini devono camminare un'ora, a volte due, per raggiungere aule fatiscenti. Gli alunni delle elementari e delle medie hanno scioperato e manifestato per mesi, fino a quando il ministero si è deciso ad inviare almeno banchi e lavagne".


Una nuova resistenza

Mentre il riverbero del sole sembra adagiarsi sulla linea dell'orizzonte, folate di vento rovente accompagnano il mutare dei colori e le prime ombre della sera. Dal ciglio della montagna alcuni attivisti osservano i fumi di polvere salire dalla miniera, situata sul versante opposto della vallata. Tra poco le luci dello stabilimento rischiareranno i costoni neri del Saghru, massiccio glorioso che quasi un secolo fa ospitò la tenace resistenza delle tribù berbere della zona contro l'avanzata degli eserciti coloniali.

Negli anni '30 la confederazione degli Ait Atta, da cui discendono Moha, Hamid e gli altri, riuscì a bloccare ottantamila soldati francesi asserragliandosi sulle aspre vette della catena. Quelle gesta - dimenticate troppo in fretta dalla storiografia nazionale ma non dalla gente del posto - sembrano riempire d'orgoglio e speranza i ribelli di Imider, consapevoli che oggi, a pochi passi da quel luogo di memoria e sacrificio, sono diventati loro i protagonisti di una nuova resistenza. La posta in gioco non è più l'indipendenza, tradita ai loro occhi da una cerchia al potere vorace e autoritaria, ma la dignità.



Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

E’ nel bacino minerario di Gafsa, nel cuore del paese, che tutto è cominciato. I cittadini, stanchi di essere depredati della ricchezza dei loro fosfati, erano scesi in strada già nel 2008. E lì sono rimasti, nonostante la violenta repressione.



“La Tunisia mormorava ancora quando noi stavamo già gridando, urlando la nostra collera”. Per Alaa, giovane chimico, l'essere originario di Redeyef è una ragione di orgoglio. Per tornare a casa, nel cuore del bacino minerario di Gafsa, bisogna viaggiare per oltre 5 ore da Tunisi.

E’ qui che cinque anni fa è germogliata la rivoluzione tunisina che ha poi rovesciato Ben Alì.

“Era il mese di gennaio del 2008 - ricorda Alaa - La compagnia dei Fosfati di Gafsa (CFG), unica industria della regione e principale fonte d’impiego, rese pubblici i risultati truccati di un concorso di reclutamento. Non era la prima volta. Ma noi abbiamo deciso che sarebbe stata l’ultima!”

  

UN MOVIMENTO SOCIALE PRECURSORE

 “Dignità, lavoro, libertà”: gli slogan intonati a Gafsa diventeranno tre anni più tardi quelli della sollevazione di tutta la Tunisia. Tre anni durante i quali la repressione del regime di Ben Alì ha messo il bacino minerario sotto una cappa di piombo.

Centinaia di poliziotti e militari sono stati dispiegati sul posto, con il compito di soffocare la contestazione.

Gli abitanti, che hanno animato sit-in e manifestazioni, sono stati messi sotto assedio. Molti sono finiti in carcere e sono stati picchiati. In quattro sono morti sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia.

Appoggiata con forza dai comitati di sostegno che stavano nascendo nel resto del paese, oltre che in Francia, la contestazione è proseguita. Giovani blogger fanno le loro prime esperienze, forzando le barriere poste dalla censura.

La rivolta si diffonde oltre le frontiere: “Le condizioni di vita sono talmente difficili che le persone non hanno esitato ad investirsi fino in fondo” analizza Zakia Dhifaoui.

Poetessa e scrittrice, Zakia è una delle 38 persone condannate alla prigione dopo un processo contrassegnato dalle irregolarità.

Ma nei suoi ricordi la rivolta è come una grande festa, “dura, ma bella”, nel corso della quale i tunisini hanno scelto di non rimanere più in silenzio: “Hanno fatto il primo passo e non si sono più fermati”.

A otto anni di distanza, cosa resta di questo movimento sociale 'precursore' e delle sue rivendicazioni, in una Tunisia in piena transizione?

 

UNA REGIONE RICCA MA DISASTRATA

Creata alla fine del 19° secolo, poco dopo la scoperta dei giacimenti di fosfati da parte di un geologo francese, la “Compagnia dei Fosfati di Gafsa ha conosciuto enormi trasformazioni”, racconta l’economista Abdeljelil Bedoui.

Impresa di Stato a partire dall’indipendenza, ha al tempo stesso assicurato la piena occupazione locale e procurato alla popolazione servizi e infrastrutture quali la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità, commercio e borse di studio.

“La compagnia garantisce servizi, sicurezza d’impiego, compensando in parte la durezza e la pericolosità del lavoro”, commenta Abdeljelil Bedoui.

Nel corso degli anni Ottanta, le miniere situate più in profondità sono state chiuse, a favore di quelle a cielo aperto.

Sono arrivate la meccanizzazione e una nuova gestione del personale, sostenuta dalla Banca mondiale: i pensionamenti non sono più stati rimpiazzati e sono diminuiti i posti di lavoro.

“Si è passati dai 14000 operai degli anni Ottanta agli appena 5000 di oggi” spiega l’economista. La produttività cresce, ma il tasso di disoccupazione esplode.

Nel bacino di Gafsa, il 24% della popolazione attiva è senza lavoro (contro il 17%  del livello nazionale). Questo tasso cresce fino al 50% tra i giovani laureati. L’offerta di servizi scompare poco a poco.

“Da noi, non c’è nulla” riassume Rifqa Issaoui, presidente della nuova Associazione delle donne minatrici (AFM). “Non abbiamo né strade né servizi pubblici”. Nessun ufficio della Compagnia Nazionale delle Telecomunicazioni all’orizzonte, né un’amministrazione, né un tribunale di primo grado.

E bisogna viaggiare per 200 km prima di trovare il primo ospedale. “Noi viviamo nella miseria, nonostante la nostra regione sia una fonte di ricchezza per l’intero paese. E’ ingiusto”. I fosfati rappresentano il 13% delle esportazioni tunisine. In breve, una regione ricca di risorse, ma socialmente disastrata.

  

L’INQUINAMENTO MINERARIO IN EREDITÀ

“La sola cosa che ci resta delle miniere, sono le malattie” protesta Khadra. Madre di 3 bambini, deve sbrigarsela con 200 dinari mensili (meno di 100 euro) che guadagna suo marito, netturbino pagato a giornata.

“La regione è molto inquinata – conferma Alaa – La polvere che vola per le strade è piena delle polveri rilasciate dai fosfati, così come l’acqua. C’è una forte diffusione del cancro”.

Per depurare la materia prima dai componenti radioattivi come cadmio o uranio, il minerale viene passato all’interno di enormi centrifughe. Gli scarti che ne escono, sotto forma di fango, sono altamente inquinanti. Non c’è alcun modo di trattarli.

“Questi problemi sanitari aumentano la collera della gente di Gafsa” spiega Bedoui.

Con un guadagno entto di 500 milioni di euro nel 2010 (e 650 milioni nel 2008), la CFG rappresenta il 3% del PIL tunisino. Il 90% dei fosfati estratti dal sito (8 milioni di tonnellate annue) sono trasformate nel paese, soprattutto in concimi. Il 10% dei fosfati grezzi restanti sono esportati in Turchia e in Europa.

“Dal 2007 il prezzo dei fosfati, a livello internazionale, non ha smesso di aumentare” precisa Abdeljelil Bedoui. “Stessa cosa per quello dei concimi derivati dai fosfati. Alla CFG non mancano certo i soldi! E’ in questo contesto di provocante coesistenza tra l’opulenza degli uni e la miseria crescente degli altri che si è sviluppato il movimento di contestazione sociale del 2008”.


NUOVO REGIME, VECCHI PROBLEMI

Ma oggi, sostiene Zakia Dhifaoui come anche altri, nulla è cambiato in Tunisia sotto il punto di vista dei diritti economici e sociali.

“Ci siamo sbarazzati di Ben Ali, ma non del suo sistema”, riassume.

A Gafsa, i cittadini continuano a percorrere sentieri in terra battuta. La mancanza di trasparenza sulle assunzioni al CFG resta una costante. Di conseguenza proseguono i sit-in e le manifestazioni.

Con quali prospettive? “La CFG potrebbe cominciare ad assumere, invece che ricorrere agli straordinari”, sottolinea Abdeljelil Bedoui.

“Nel 2008 l’impresa ha speso 4 milioni di euro per remunerare orari e mansioni eccezionali. Questo corrisponde all’assunzione di 1800 salariati a 400 dinari al mese!”.

Anche la riabilitazione di una regione estremamente inquinata da un secolo di sfruttamento dei fosfati, potrebbe generare molto lavoro.

“Si potrebbe dragare il fondale delle rive, dove si sono accumulati fanghi carichi di cadmio e uranio, mettere a punto sistemi di riciclaggio delle acque usate e inquinate. La costruzione e il funzionamento di tutte le infrastrutture indispensabili, che mancano in tutta la regione, sono un altro metodo per creare impieghi”.


“LA REGIONE POTREBBE ESSERE PROSPERA”

Senza contare che numerose prospezioni hanno evidenziato la presenza di altre ricchezze minerarie come il marmo, l’argilla per la costruzione di mattoni, il gesso utile per le costruzioni o la sabbia siliciosa che serve alla produzione di parti elettroniche.

“Tutto è possibile a Gafsa. La regione potrebbe essere prospera e gli abitanti al riparo dalla miseria”, assicura Bedoui. Ma in Tunisia, non sembra essere il momento per le spese pubbliche. “La scelta liberale dell’attuale governo implica un disimpegno statale. Non esiste una vera politica industriale in Tunisia”.

Miraggio lontano, come quello di disfarsi del sistema clientelare che ha prevalso negli anni di Ben Ali.

I cittadini di Gafsa intanto - militanti, sindacalisti, giovani disoccupati e madri casalinghe - sono decisi a continuare la lotta. Finchè la loro sete di giustizia e dignità non sarà soddisfatta.

“Ci batteremo a non finire, costi quello che costi”, dicono le donne della regione.

Intervenendo in un incontro del Forum Sociale, Khadra alza la testa e lancia uno sguardo vivo e determinato, esclamando con voce forte e chiara: “Questo governo è arrivato dopo un “Degage” e se ne andrà con lo stesso slogan!”. Gafsa la ribelle non ha ancora detto la sua ultima parola.




(Articolo originale pubblicato dal sito di informazione francofono Basta!, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it)


Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

E' nella Tunisia profonda che la storia comincia. Una storia fatta di lotta, di repressione e di dignità. Una storia ancora attuale. Il documentario del regista Sami Tlili ripercorre gli eventi che sconvolsero il bacino minerario di Gafsa nel 2008 e ci racconta una "rivoluzione in marcia" che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

(Credit foto: Garboussi)



Dopo l'anteprima al festival di Abu Dhabi (di cui si è laureato vincitore) e la proiezione "sofferta" alle JCC (Journées Cinématographiques de Carthage), Yaalan bou el phosphate ("Sia maledetto il fosfato") - documentario del giovane regista tunisino Sami Tlili - è finalmente in programma nei cinema della capitale tunisina dal 12 dicembre scorso (guarda il trailer).

Il film, come annunciato dal titolo, evoca la maledizione lanciata dalla presenza della materia prima sul territorio. I fosfati, infatti, sono un vanto per la regione, uno dei maggiori introiti per l'economia nazionale ma il loro sfruttamento non riesce ad assicurare sviluppo e condizioni di vita decenti agli abitanti del posto. Nonostante la ricchezza del sottosuolo, l'indice di disoccupazione resta tra i più elevati del paese e gran parte della popolazione locale cerca di tirare avanti con piccole attività di coltivazione e allevamento, rese ancor più difficili a causa dell'aridità del terreno e l'inquinamento derivato dall'attività estrattiva.

Il contesto socio-economico descritto dal documentario sembra distante anni luce da quello delle zone settentrionali e orientali del paese, lungo il litorale mediterraneo, dove le attività portuali e l'indotto assicurato dalle transazioni commerciali (tra cui gli stessi fosfati) permettono un livello di crescita e sviluppo considerevoli, e sanciscono una sperequazione regionale che è stata tra le cause principali del collasso del "sistema-Ben Ali".

Il regista rievoca la lunga rivolta che nel 2008 ha infiammato la regione e ne tratteggia i contorni attraverso le testimonianze dei protagonisti (disoccupati, sindacalisti, professori, ex detenuti), alternando immagini, poesia, voci di speranza e di disperazione. Tlili ripercorre gli eventi e ci racconta così di una "rivoluzione in marcia", che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

E' il gennaio del 2008 quando viene organizzato un primo sit-in a oltranza di fronte al comune di Redeyef (sud-ovest tunisino) da alcuni disoccupati della regione, per contestare i risultati di un concorso di assunzione indetto dalla Compagnie des phosphates de Gafsa (CPG).

A quel concorso si erano presentati oltre mille candidati per soli ottanta posti a disposizione. Ma i risultati affissi non sembrano tenere conto delle quote riservate ai figli dei vecchi minatori e, per gli esclusi che lanciano la protesta, sono il frutto della corruzione e del clientelismo con cui le autorità locali e i vertici della società gestiscono lo sfruttamento del minerale.

L'episodio segna così l'inizio di un movimento di disobbedienza civile che interesserà i villaggi di Redeyef, Metlaoui, Moularès e Mdhila e che resisterà oltre sei mesi - tra scioperi e manifestazioni - prima di cedere alla repressione violenta del regime di Ben Ali, pronto a schierare l'esercito per mettere fine alla contestazione.

Il movimento - a cui oltre i giovani disoccupati aderiscono sindacalisti, membri di associazioni locali e semplici cittadini - sceglie lo slogan "determinazione e dignità" per portare avanti rivendicazioni politiche (fine della repressione) e soprattutto sociali: l'annullamento del concorso, facilitazioni all'impiego per i diplomés-chomeursdella zona, maggiori investimenti industriali e l'accesso ai servizi di base per tutta la popolazione (acqua corrente, elettricità, strutture sanitarie..).

Quella di Redeyef è la sollevazione popolare più importante mai registrata dalle "rivolte del pane" del 1984 e dall'ascesa al potere di Zine El Abidine Ben Ali (1987) e il suo bilancio, dopo l'intervento del regime, sarà di tre morti, decine di feriti e centinaia di manifestanti finiti in arresto - torturati in carcere e, alcuni, condannati a lunghe pene. Tra le vittime della repressione figurano anche alcuni giornalistiche avevano cercato di dare risalto agli eventi.

Il documentario di Sami Tlili descrive una realtà sociale e geografica cruda, intensa e pone - più o meno velatamente - degli interrogativi allarmanti e di attualità. Ad oltre quattro anni dalla rivolta di Redeyef e a due anni ormai dall'inizio della rivoluzione, cosa è stato fatto per cambiare la situazione?

Apparentemente nulla, o comunque troppo poco. Ne sono una conferma le notizie arrivate negli ultimi tempi dalla zona del bacino minerario, dove la rabbia continua a covare sotto la cenere e dove gli scioperi e le proteste sono riprese con regolarità dal marzo 2011, quando la CPG ha deciso di organizzare un nuovo concorso di assunzione.

In quest'occasione le domande presentate dagli abitanti della zona sono state oltre 20 mila (per 3 mila posti) e le code agli uffici pubblici di Metlaoui e dei villaggi circostanti, per richiedere le dovute certificazioni, sono durate giorni interi. Alla fine i risultati sono stati contestati ancora una volta e un nuovo procedimento di selezione è in corso.

Intanto il malcontento si fa strada. La primavera scorsa gli operai della Société de l'environnement - una filiale della CPG dopo i disordini del 2008 per allentare la tensione sul comparto produttivo - sono entrati in sciopero ed hanno bloccato parte dell'approvvigionamento idrico alla miniera di Kef Eddor, paralizzando l'attività estrattiva. Le ragioni della protesta: ottenere un miglioramento delle condizioni di impiego, l'aumento della retribuzione almeno al livello del salario minimo (circa 120 euro quello attuale) e la copertura sanitaria.

Nelle ultime settimane, invece, è stata la volta dei diplomés-chomeurs (laureati-disoccupati) di Sned (Gafsa), che hanno manifestato per reclamare l'assunzione diretta, bloccando le rotaie per il trasferimento del minerale verso i porti della costa.

Lo scorso 13 novembre (2012, ndr) infine, mentre la principale centrale sindacale del paese (UGTT) rinunciava allo sciopero generale e la CPG annunciava una drastica riduzione della produzione (80%) e degli introiti dell'azienda, i lavoratori di Sned hanno sospeso tutte le attività paralizzando l'intera cittadina.


La condanna dei fosfati, insomma, continua ad incombere sugli abitanti di Gafsa che nonostante le sollevazioni e le promesse del nuovo governo si trovano di fronte alla stessa "maledizione" di sempre…





Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Gabès, "la capitale del mare" è un'antica città fondata dai berberi ancor prima dell'arrivo dei fenici. Per patrimonio architettonico e monumenti, è seconda solo a Qairouan. Ma la gloria del passato scompare di fronte ad un presente fatto di industrie chimiche, inquinamento e diritti negati.


(Credit foto: Laura Benetton)


Gabès si trova nel sud-est del paese, a 406 km dalla capitale, in fondo al lungo golfo omonimo in cui la costa tunisina si protende verso il territorio libico. Passata sotto il controllo dei tedeschi durante la seconda Guerra mondiale, che ne fecero un presidio militare, è stata abbondantemente danneggiata dai bombardamenti alleati. Negli anni Sessanta, poi, le piene hanno finito per radere al suolo la maggior parte della cittadella, delle borgate circostanti e delle moschee.

Completamente distrutta, la città si è accanita contro la sua popolazione.

Così negli anni Settanta, con l’arrivo del gruppo chimico tunisino il cui insediamento era stato sollecitato dagli stessi cittadini, Gabès mette lentamente in atto la propria vendetta. La produzione fa registrare cifre importanti: otto milioni di tonnellate di polvere di fosfato escono annualmente dagli stabilimenti. Allo stesso tempo, però, circa 300 mila persone vengono colpite da cancro, asma e osteoporosi. 

Alcuni ricercatori dell’Istituto nazionale scientifico e tecnico di oceanografia e pesca (Instop) parlano, non a torto, di "genocidio urbano". Si tratta della maledizione dell’industrializzazione o è colpa dei cosiddetti progetti di sviluppo sostenibile promossi da Ben Alì?

Takapes, la bella cartaginese in lutto, oggi sprofonda sotto i colpi della disoccupazione e delle vittime delle malattie "chimiche": nell'ultimo mese sono morti due bambini che abitavano vicino agli stabilimenti industriali. Uno dei due soffriva di epatite. Lo stesso giorno sono scoppiate le proteste contro gli effetti devastanti degli impianti sulla salute della popolazione.

Che si arrivi da nord o da sud, l'approccio allo skyline di Gabès è identico. Una volta superata Qairouan, provenendo da Tunisi, non è difficile rendersi conto dell’inquinamento atmosferico che imprigiona l'abitato. E' questa la causa principale delle malattie cardiache e respiratorie e dei tumori dovuti all’inalazione di gas e polveri pesanti, contenenti additivi chimici e metalli (zinco, cromo, rame).

Man mano che ci si avvicina ai "campi di concentramento" dell’unità di produzione industriale, una coperta di nebbia e fumo tinge di marrone il cielo.

A Gabès è sempre autunno. Le palme agonizzanti sono l’unica testimonianza dell’antica oasi di pace, che col tempo si è trasformata in un luogo di morte. Nonostante siano macchiate di nero, queste palme non smettono di ricordare agli abitanti del villaggio i bei tempi andati. Tuttavia, abbandonate a loro stesse, oggi non possiedono neanche l’ombra del vigore di trent’anni fa. Con il passare degli anni molte si sono piegate, come fa un uomo alla fine dei suoi giorni.

Il terreno, inquinato dai raggi gamma, dal mercurio e dal selenio, è il primo motivo della diminuzione della biodiversità del golfo di Gabès.

Così, i tronchi rattrappiti danno l’impressione di chinare la testa davanti agli effetti del veleno assorbito. Vestigia di un passato remoto, la vegetazione soccombe alle scelte arbitrarie dell’uomo. Secondo l’Associazione per la salvaguardia dell’oasi della spiaggia di Essalam, “durante gli ultimi 40 anni, i due terzi delle palme sono sparite”. Alcuni specialisti confermano la scomparsa progressiva della biodiversità della regione. L’industria sta avendo la meglio sull’agricoltura e sulla fauna del posto. “Nel 1956 si contavano più di 150 specie zoologiche. Trentacinque anni dopo se ne contano appena cinquanta”.

La produzione del gruppo chimico sfrutta il 75% delle risorse idriche; questo ha chiaramente devastato la ricchezza vegetale e costretto gli agricoltori a disfarsi dei loro terreni, trasformati spesso in zone edificabili.

Durante la notte in particolare, gli impianti emanano un fetore inconfondibile che provoca crisi asmatiche agli abitanti. Test medici riportano che il 60% di coloro che si sono sottoposti alle analisi hanno un’alta concentrazione di fluoro nel sangue. Un bilancio pesante che conferma l'ampia diffusione di alcune malattie croniche.

Secondo il medico M. Bechir, membro della Commissione regionale per la salute e la sicurezza professionale, "le autorità evitano di studiare seriamente il fenomeno perché temono le reazioni dell’opinione pubblica, sia a livello nazionale che internazionale".

Nel frattempo la città sembra presa in ostaggio tra la necessità di creare nuovi posti di lavoro e il rischio di mettere a repentaglio la salute delle generazioni future. Durante la rivoluzione, i giovani hanno bloccato in diverse occasioni la produzione nelle fabbriche, per reclamare il diritto all’impiego.

Questi ragazzi, del resto, hanno davvero la possibilità di scegliere? E con essa l’opportunità di tutelare la loro salute e quella dei loro discendenti? È una comunità che corre, suo malgrado, verso la propria fine. Una tragedia in cui la popolazione locale si trova a rivestire il duplice ruolo di vittima e carnefice di se stessa. Intrappolata in una sorta di dannazione.

M. Hedi per esempio, ex-lavoratore del gruppo chimico, si sta dando da fare per trovare un impiego al figlio maggiore, candidato a prendere il suo posto negli impianti. "Sono consapevole che correrà dei rischi, tuttavia ha ormai trent’anni e l’obbligo di provvedere a se stesso. Qui nel sud, miei cari, non abbiamo molta scelta. Le persone preferiscono morire intossicate piuttosto che farsi sopraffare dalla povertà. Può sembrare strano ad alcuni, ma è la regola da queste parti".

L’Unione regionale del lavoro (sezione locale del sindacato nazionale UGTT, ndt) ha avanzato diverse richieste all’amministrazione dello stabilimento: "assicurare l’assistenza medica gratuita a tutti i lavoratori e creare una clinica specializzata".

Il padre dei due ragazzi deceduti ha il morale a terra e, come normale in questi casi, fatica a parlare: "Non riesco ancora realizzare ciò che mi è successo, ho perso i miei bambini..e perché? In nome di che cosa? Le autorità non si sentono minimamente toccate da questa tragedia. A chi dobbiamo rivolgerci quindi? Nessuno vuole ascoltare. Ma io continuerò la battaglia finché sarò in vita. Nessuno è al sicuro da questa peste maledetta. Quando si avrà il coraggio di affrontare seriamente la questione? Oggi sono i miei a morire, ma domani tutti i bambini della regione potrebbero trovarsi di fronte allo stesso problema".

Intanto la NPK, un altro gruppo chimico di Sfax, è stato chiuso e sottoposto ad un’azione di risanamento (progetto Taparura) lanciata nel 2006.

Nonostante la Tunisia abbia ratificato la Convenzione di Londra (1973) e quella di Barcellona (1976) per la lotta contro l’inquinamento, la situazione di Gabès resta però senza soluzioni.

Il suo golfo, decretato "zona speciale" dal programma delle Nazioni Unite per la salvaguardia dell’ambiente, meriterebbe un’attenzione particolare, specie in tema di risanamento e conservazione. Gabès continua così a sognare un futuro all’insegna del rispetto delle norme internazionali e dei diritti umani, che permetterebbe ai giovani di avere un lavoro degno senza per questo dover rischiare la vita.


(Articolo originale pubblicato da Nawaat, traduzione a cura di http://osservatorioiraq.it)


Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla....




Era la primavera del 2010 quando, assieme all'amico e collega Aziz, siamo partiti alla volta di Anfgou. Un piccolo villaggio berbero incastonato sulle pendici del Medio Atlante, dove quasi ogni inverno il freddo e la neve si trascinano dietro un alito funebre, duro e inesorabile come le condizioni in cui vivono la gran parte dei suoi abitanti.



Le storie e i racconti ascoltati sul posto ci hanno poi spinto a proseguire il viaggio, ad inoltrarci ancora di più in quel "Marocco profondo" così lontano dalle metropoli della costa atlantica e quasi impossibile da reperire nelle mappe o nelle guide turistiche.

Abbiamo lasciato alle spalle sia la strada che Imilchil, punto di riferimento nella zona con il suo mercato settimanale e il suo moussem (santuario) plurisecolare, e ci siamo incamminati verso i duemila metri di altitudine che sovrastano le vallate di Oulghazi e Ait Abdi.



E' in questo punto che i rilievi gentili e verdeggianti del Medio Atlante lasciano spazio a versanti più impervi e rocciosi, con venature che mescolano riflessi scuri ai toni aridi e rossicci: l'Alto Atlante. 

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla.



E ancora. Serate trascorse ad ascoltare la voce dell'amdeyaz (aedo) accompagnata dal suono del flauto e del rbab (strumento tradizionale a due corde suonato con un archetto). Un giorno di marcia per arrivare alla prima strada carrozzabile e raggiungere il mercato, un'economia quasi di sussistenza - pastorizia, orti striminziti ritagliati sulle sponde del torrente - e una modernità che nonostante tutto comincia a farsi avanti. Non ci sono cavi né tralicci ad illuminare le notti di Ait Abdi, ma c'è chi ha deciso di installare minuscoli pannelli solari per provvedere ai propri bisogni energetici di base.



Delle persone incontrate durante questo viaggio, di quelle conosciute, non ricordo i nomi né l'età, spesso indefinibile. Mi porto dietro il ricordo della loro semplicità genuina, del grande senso di dignità trasmesso dalle loro azioni e dai loro discorsi. Mi porto dietro anche qualche scatto, strappato più per diletto che per "esigenza professionale". Mi porto dietro i loro volti, solcati dal rigido vento dell'Atlante.

































L’infanzia perduta di Anfgou

L’infanzia perduta di Anfgou

Ad Anfgou, villaggio berbero incastonato nel cuore del Medio Atlante, le giornate si ripetono una identica all’altra. In questo angolo remoto della cordigliera marocchina sembra che nulla possa turbare la quiete dei montanari berberi che da secoli ne popolano il fianco.



Gli abitanti sopravvivono dignitosamente nonostante i pochi mezzi a disposizione, di media qualche capra e un modesto orticello, non curandosi troppo della povertà che li circonda.

Mentre il vento spazza la strada polverosa che separa le case dal ruscello, i bambini aiutano le madri nelle faccende di casa. Provvedono al rifornimento dell'acqua potabile, lavano i panni sporchi vicino alla sorgente e si prendono cura dei lattanti. Le donne avvolte in vestiti e foulard colorati, raccolgono legna da ardere nei dintorni del piccolo borgo.

Tra i terreni coltivati a orzo sulla sponda del fiume, una ragazza raduna quello che resta della mietitura. Dovrebbe avere sedici o diciassette anni, ma ne dimostra una trentina. Scheletrica, il viso già solcato dalle rughe, gli occhi stanchi e spenti. E' seguita da tre ragazzini. I suoi figli. Lavora da mattina a sera e mangia poco. A vent'anni avrà probabilmente cinque o sei bambini. Ad Anfgou non esistono strategie contraccettive, poiché lo Stato, che dovrebbe promuoverle, è semplicemente assente.




E le ong? Le associazioni femministe? No, Anfgou e i villaggi vicini non rappresentano una priorità nemmeno per loro. Non destano interesse. Da queste parti le ragazze si sposano presto e dopo un'infanzia fugace diventano subito donne, madri.

Anche i geli dell'inverno, da queste parti, non fanno sconti a nessuno.

Nel gennaio del 2008 trentatre bambini, quasi tutti sotto i dieci anni, sono morti a causa del freddo e della neve. L'intero Marocco fu toccato dalla tragedia e, per qualche settimana, sul piccolo villaggio si accesero i riflettori dei media.

Perfino il sovrano poco tempo dopo si recò sul posto, per inaugurare la costruzione di nuove infrastrutture (una strada, un ambulatorio mai entrato pienamente in funzione e sprovvisto di medicinali, e una moschea), assicurando il suo impegno per promuovere lo sviluppo della zona. Ma, superato il dramma e la commozione iniziale, tanto le autorità quanto l'opinione pubblica hanno rapidamente voltato pagina. Il villaggio è così ricaduto nel più completo isolamento e gli abitanti hanno ripreso il ritmo aspro della quotidianità, senza che nulla sia realmente cambiato.

In più proprio in questi giorni, stando ad alcune dichiarazioni (non confermate) rilasciate sul giornale on-line Hespress, un nuovo dramma sembra aver scosso ancora la piccola comunità. Due neonati sarebbero morti in seguito all'abbassamento improvviso delle temperature. "Il freddo, questo filtro che attraversa la lunga notte come una daga", ricordano alcuni versi composti dal poeta amazigh Omar Darouich in memoria delle giovani vittime di Anfgou.


Un tesoro rubato

Eppure su questi pendii - dove manca elettricità e acqua corrente in casa - si nasconde un tesoro. Ma le autorità locali - a detta degli stessi abitanti - continuano ad approfittarsi indisturbate della vulnerabilità di una popolazione dimenticata e quasi interamente analfabeta.

I boschi di cedri che circondano il villaggio sono infatti tra i più estesi di tutto il Mediterraneo.

Sono l'oro dell'Atlante marocchino.

Lo sfruttamento del legname fattura all'incirca 10 milioni di euro ogni anno tra il taglio, la vendita legale e il contrabbando. Una ricchezza che sembra rispondere unicamente agli interessi dei responsabili di zona, i soli a trarne profitto dal momento dell'indipendenza ad oggi. E questo nonostante un decreto reale del 1976 stabilisca chiaramente che l'80% del ricavato debba essere reinvestito nello sviluppo locale per togliere dalla miseria quelle persone che lavorano nelle foreste ricevendo poco o nulla in cambio.

Ma ad Anfgou quei soldi non si sono mai visti. Non c'è nemmeno un'ambulanza e la mortalità infantile raggiunge livelli spaventosi. Quasi un bambino su cinque non arriva all'età adulta, per la mancanza di assistenza in loco e la carenza di trasporti verso le strutture ospedaliere (la più vicina si trova a Errachidia, a 180 km di distanza), quando in molti casi basterebbe una semplice iniezione a salvargli la vita.

Intanto attorno ai boschi di cedri si è costruita una rete di corruzione e complicità, che alimenta lo sfruttamento clandestino della risorsa, a cui nessuno è più capace di far fronte. Chi ci ha provato è stato sbattuto in prigione. Atawi, un giovane tecnico forestale, aveva deciso di rompere il silenzio e denunciare i responsabili. Accusato di "attentare ai valori del regno", è stato condannato a due anni di carcere.

"Per ogni metro cubo di legname si possono ricavare fino a 800 euro", spiega Asif, sulla cinquantina, tra i più attivi oppositori delle reti "mafiose" che gestiscono il contrabbando. "I trafficanti effettuano i trasporti di notte, per non dare nell'occhio. Se il taglio continuerà con il ritmo sfrenato raggiunto in questi ultimi anni non avremo più legno nemmeno per costruire le nostre case".

Assif, assieme ad altri abitanti del villaggio, ha cercato di creare una cooperativa "per togliere il controllo dei boschi e delle risorse dalle mani di questa gente" e "per poter garantire un futuro alla foresta e ai nostri figli". Dopo un lungo viaggio verso la capitale, qualche anno fa, ha depositato il dossier al ministero.

Da allora sta ancora aspettando una risposta…



Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Nel Maghreb è la Tunisia ad avere il minor numero di berberofoni, ma il primato nella "folklorizzazione" del loro patrimonio. Dopo la rivoluzione, gli attivisti amazigh stanno cercando di restituire importanza a una cultura ridotta per decenni ad attrattiva turistica.





Tra i paesi del Maghreb, la Tunisia detiene il minor numero di berberòfoni (1) e allo stesso tempo il primato nella "folklorizzazione" del patrimonio amazigh (berbero, ndt): Matmata e le sue case troglodite, i tappeti berberi, il couscous berbero, la tenda berbera…elementi dei quali Mongi Bouras, curatore del museo di Tamerzert (2) mostra tutta la studiata artificiosità.

Il tratto distintivo “berbero” appare come una garanzia di autenticità, il contrassegno del carattere locale, ancestrale ma anche emblema di un passato destinato al consumo del turista.

Il patrimonio amazigh non è un tabù né un fardello, come è stato a lungo per il Marocco, ma appartiene alla storia del paese e rappresenta un aspetto, locale e relativo, del retaggio che contribuisce a formare il “mosaico” della Tunisia mediterranea e tollerante. 

Le ricerche universitarie in materia, però, difficilmente risultano imparziali. Per molti sociologi tunisini rimane almeno una “minoranza berbera” locale, della quale i tratti comuni con il Marocco e l’Algeria non possono essere negati, ma che manca di un ancoraggio concreto rispetto alla società attuale.

Al contrario, gli storici della facoltà La Manouba a Tunisi, riabilitano da qualche anno gli studi sui “patrimoni minoritari” tra i quali appunto quello amazigh.

La dimensione politica amazigh invece non è mai esistita in Tunisia, anche se sono presenti pulsioni nazionaliste arabe che temono una possibile "coesione berbera" con le realtà degli altri paesi della regione.

Rim Saidi, presentatrice tunisina del canale Nessma Tv, aveva timidamente affermato di avere un nonno berbero, dando vita ad un’aspra polemica che ha alimentato la teoria del complotto sionista e anti-musulmano del canale.

Contrariamente all’Algeria e al Marocco, dove risiedono identità più definite e radicate, in Tunisia, “Amazigh” non è considerato (ancora?) il contrario di “Arabo”.

Non entra neanche pienamente in conflitto con l’islamismo del partito Ennahdha o con il nazionalismo arabo del partito CPR (Congrès pour la République, di Marzouki, ndt); attivisti di associazioni locali del sud-est hanno sostenuto i due partiti alle ultime elezioni e continuano a farlo anche oggi. Inoltre, sfatando il mito della “berbericità” laica, essa può declinarsi perfino in un Islam conservatore come nel caso dell’Ibadismo di Djerba (3).

Per i berberòfoni della Tunisia, essere amazigh non ha molto senso al di fuori del fatto di parlare la lingua in famiglia, nel villaggio, o a Tunisi, per non essere capiti dagli altri.

Finora la lingua amazigh, che come in tutti i paesi del Maghreb varia da regione a regione, appare niente di più che un tocco locale, un patrimonio familiare, una caratteristica quasi personale della quale non ci si domanda né l’origine né il futuro. 

Lo sviluppo del turismo maghrebino nelle regioni berberòfone (4) e l’emigrazione in Francia hanno permesso il contatto tra amazigh provenienti da differenti regioni del Maghreb.

Questi contatti, di amicizia o di militanza, hanno aiutato la concettualizzazione di una lingua amazigh non più relativa al locale o al nazionale, ma estesa a tutto il nord Africa. Hanno favorito la riflessione sulla sua importanza storica, culturale e identitaria.

Da alcuni anni, attivisti marocchini e algerini indipendenti o legati al Congès Mondial Amazigh (CMA) mantengono relazioni con tunisini propensi alla militanza in loco, ma più spesso in Francia, soprattutto a Parigi.

Alla caduta del regime autoritario di Ben Ali, prende forma la prima associazione tunisina per la cultura amazigh (ATCA), durante una riunione preparatoria del CMA tenutasi simbolicamente a Tataouine nell'aprile 2011, simbolo di una rinascita berbera imminente in Tunisia come in Libia.

Durante l’assemblea dell’ultimo CMA, che ha avuto luogo per la prima volta dalla sua fondazione in Tunisia (Djerba, settembre 2011), l’elezione del presidente libico, Fathi Benkhalifa, permette di allargare i confini della militanza amazigh alla Libia, fino ad allora esclusa a causa della dura repressione del regime di Gheddafi contro l'attivismo berbero.

L’espressione dell’identità amazigh in Libia interagisce così con la nascente militanza tunisina. Interessi di tipo commerciale e familiare hanno da sempre legato tunisini del sud-est e libici dell’ovest, ma le ripercussioni politiche tra 2011-2012 hanno creato un nuovo spazio di dibattito identitario e politico.

Nel 2011, tra i numerosi rifugiati libici, alcuni berberofoni trovano rifugio nel sud-est tunisino. Parallelamente, l’appena nata associazione amazigh di Djerba (Guellala) organizza alcuni incontri con i libici di Djeb Nefoussa, alla ricerca di un’identità comune di cui la lingua sarebbe una prima prova (le varietà di berbero di Djeb Nefoussa in Libia e di Gellala in Tunisia, separate da un centinaio di chilometri, sono simili).

Attualmente, per le associazioni locali del sud-est tunisino, la militanza “sul campo” privilegia la salvaguardia di un patrimonio linguistico e artistico vivente, onorato da serate musicali o da altre iniziative mirate.

Oggi alcuni giovani provenienti da villaggi berberofoni sperduti e isolati (Taoujout, Zraoua) sperano di accelerare lo sviluppo (strade, acqua ed elettricità correnti, bar, internet point) servendosi della berberità come elemento catalizzatore.

Infine, soprattutto a Tunisi, “la militanza amazigh” diventa il simbolo culturale per una certa opposizione di sinistra nel contesto post-elettorale, quella di una cultura sindacale laica e di un anti-nazionalismo arabo. E così i primi “io non sono arabo” indirizzati al governo, appaiono sui profili Facebook.

Da parte sua lo Stato, tramite il ministro alla cultura Mehdi Mabrouk, presenta la Tunisia come una nazione araba e musulmana aperta alla pluralità (ta’adoudiya) e rifiuta la categorizzazione di “minoranza” (aqaliyyat) per la cultura berbera, che classifica nella “diversità culturale” (tanawa’ thaqafi), adeguando la definizione alla carta dell’UNESCO.

Nella Tunisia post-rivoluzione, lo Stato sembra aver capito l’importanza della questione: “Non si può essere una democrazia senza essere aperti alla diversità culturale” afferma il ministro.

Tuttavia, in seguito alla diffusione di un reportage televisivo sugli amazigh in Tunisia, il settimanale di orientamento islamista El Fajer pubblica un articolo (5) che scatenerà le reazioni negative degli attivisti amazigh. Il giornalista denuncia che “la maggior parte dei militanti amazigh di Tunisi abitano all’estero, soprattutto in Francia” e che questo gruppo “etichettato laico” (tâbi’a al ‘almâni) cerca di “fondare una nuova identità al di fuori dell’ambito dell’identità religiosa”.

Ma l’attacco più insopportabile per gli attivisti è quello che riduce la loro cultura a “resti di spazzatura, dei quali neppure i polli si nutrirebbero”.

E’ proprio questa assimilazione della cultura amazigh a resti, rovine, tracce culturali che vanno perdendosi, a persone semplici e povere, che indignano la comunità militante amazigh.

Le associazioni tunisine ma anche quelle marocchine, hanno pubblicato comunicati increduli riguardo all’articolo di El Farej. Tra questi spicca la risposta di un membro dell’associazione ATCA, firmato ironicamente "Un abitante di Tamezret, villaggio di uomini preistorici".

L'attivista ricorda la sua prigionia e l’esilio forzato di 30 anni sotto i regimi precedenti (per la sua militanza sindacale), colloca la Tunisia nella Tamazgha al koubra ("lo spazio amazigh transnazionale") e informa sul recente insegnamento della grafia tifinagh a Tunisi.

Ripristina così la dimensione della civiltà (scrittura, storia) berbera che il giornalista aveva screditato.

Ma la reazione ufficiale, pubblicata sullo stesso giornale filo-islamista la settimana successiva, proviene dal presidente dell’associazione Azrou pour la culture amazigh, Arafat Almahrouk.

Dal villaggio di Azrou, dove Ennahdha ha ottenuto il 70% dei voti alle ultime elezioni, egli afferma che la questione amazigh non è legata ad un’ideologia politica, che è nazionale e che non offende la religione musulmana.

Ed è proprio questa la realtà delle cose a livello locale: non entrare in opposizione diretta con il partito islamista Ennahdha nelle regioni che hanno, d’altronde, aderito alla sua ideologia.      


[Articolo di Stephanie Pouessel, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it]


(1) Dai principali studi sull’argomento, è stato stabilito che rappresentano circa l’1% della popolazione ; un militante amazigh di Tunisi, l'ottobre scorso, ha affermato che i berberi sarebbero in realtà più del 10%. In ogni caso, questa debole percentuale deriva dalla conquista islamica del Maghreb che ha significato l'arabizzazione quasi completa della regione; in aggiunta, dall’indipendenza, la Tunisia registra il più elevato tasso di alfabetizzazione in arabo tra i paesi del Maghreb

(2) Villaggio situato nel sud-est tunisino, regione di Matmata

(3) Uno Cheikh ibadita berbero di Guellala spiega che la lingua berbera è sopravvissuta sull’isola di Djerba grazie alla presenza millenaria del culto ibadita, testimonianza televisiva nel programma “Fissamim” che dedica un servizio alla cultura amazigh, canale Ettounsiya, 2.11.2012.

(4) Regione di Matmata – Tamerzet, Zraoua, Taoujout ; regione di Djerba – Guellala, Sedouikch, Ajim ; regione di Tataouine – Douiret, Guermessa, Chenini.

(5) Salim Al-Hakimi, “man yourid tahrik khouyout al fitna al amazighiya fi tounis ?” (Chi vuole alimentare le divisioni in Tunisia ?), Al Fajer, 16.11.2012, p.9.



Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Dal novembre 2011 il panorama mediatico marocchino si è arricchito di un canale di espressione coraggioso e innovativo, tanto nella forma che nei contenuti. Si tratta del sito di informazione qandisha.ma, piattaforma partecipativa e dichiaratamente femminista che ha aperto le frontiere del citizen journalism nel regno.





[Arab Media Report] Tra le sue peculiarità, la capacità di restituire il prisma polifonico di una società in cambiamento e  la presenza di una redazione "fluida" dove i collaboratori sono affiancati da decine di contributors occasionali, figure del mondo accademico, dell'arte e in generale "ogni marocchina che voglia presentare un testo in lingua araba, francese o inglese", fa notare la "qandishette" Souad Debbagh. La linea editoriale è sintetizzata in tre punti: emancipazione, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Blog collettivo, tribuna libera che dà voce alle donne di ogni estrazione o categoria, le definizioni per riassumere questa esperienza non mancano, come ricorda l'ideatrice del progetto Fedwa Misk. Dottoressa di formazione e giornalista di professione, animatrice di un caffè letterario a Casablanca, per questa trentenne dai modi eleganti e l'animo combattivo Qandisha è il risultato di una scommessa.

"Pensavo a qualcosa di diverso dalle riviste femminili già esistenti - afferma la Misk - sottomesse al modello della pubblicità, al triangolo cucina-moda-bellezza e disconnesse dalla realtà del paese". Realtà che, nonostante gli avanzamenti introdotti nel 2004 dalla Mudawwana (codice della famiglia) e le quote rosa in Parlamento, continua a relegare la donna in una posizione di inferiorità, complici la mentalità conservatrice e una legislazione ancora largamente discriminatoria.

La scommessa è vinta. Mentre le riviste cartacee - di genere ma non solo - hanno registrato un calo di vendite notevole negli ultimi anni (fonte Ojd), Qandisha è riuscita a fidelizzare un lettorato ben più ampio della cerchia di amici e sostenitori immaginata dalla Misk: 10 mila ingressi unici a pochi giorni dal lancio, centinaia di visite giornaliere, commenti, polemiche, condivisioni. Alcuni articoli sono stati perfino ripubblicati dalle testate straniere Le Courrier International e Rue89.

Il successo del sito è legato all'abilità nell'alternare denunce e toni roventi - campagne per la legalizzazione dell'aborto e la depenalizzazione delle relazioni extraconiugali - a pezzi più "leggeri" ed ironici. Ma anche alla forza delle testimonianze, in grado di tratteggiare i contorni di una geografia femminile fatta di pressioni, privazioni, stereotipi e lotte troppo spesso silenziose. Dalla libertà di disporredel proprio corpo, di esibirlo come di nasconderlo, alla rivendicazione dei diritti delle bracciantinelle serre e delle domestiche-bambine.   

Per Qandisha non ci sono piccole o grandi battaglie, ma una ricerca costante di dignità che vede nel femminismo un valore quotidiano. "Smuovere le coscienze ed incidere sul pensiero comune è un processo lungo, non si cambiano percezioni e atteggiamenti dall'oggi al domani. Ne siamo consapevoli e cerchiamo di contribuire con gli strumenti che ci sono più congeniali", risponde Fedwa Misk a chi la accusa di rifugiarsi dietro ad un computer disertando la vera battaglia, sul terreno.

L'obiettivo della giornalista, semmai, è proprio quello di ridurre la distanza dal virtuale al reale, anche nelle sue sfaccettature più crude. Ad esempio, riportando casi di cronacagiudiziaria dove le donne vengono penalizzate dall'essenza patriarcale che permea i tribunali, oppure rispondendo ai tentennamenti della ministra Bassima Hakkaoui - in tema di violenza sulle donne - con la pubblicazione di alcune testimonianze e osservazioniscritte da ragazze vittime di abusi.

Una simile libertà di parola, del resto, sembra possibile soltanto sul web, dopo che la stampa indipendente ha subito a più riprese la censura del governo. "Per i marocchini internet è ormai uno spazio di espressione vitale, che cerca di ovviare all'assenza di un dibattito pubblico", continua la Misk secondo cui, sebbene il paese non abbia conosciuto rivoluzioni né cambiamenti effettivi, "il passaggio della primavera ha comunque permesso di incrinare tabù e ipocrisie".





L'esistenza di Qandisha lo conferma. "Aprirsi, raccontarsi, prendere posizione è un passo necessario affinché le donne possano uscire dalla dominanza del pensiero maschile e divenire pienamente cittadine". Ma Qandisha non è nemmeno un universo esclusivamente femminile: la rubrica tenuta "da un uomo" (anonima, sebbene gli autori siano molteplici) è tra le più seguite, mentre la metà degli iscritti al gruppo facebooksono maschi. "La prova che un cambio di prospettive è possibile, che c'è interesse nel condividere punti di vista ed esperienze".

Le reazioni suscitate nei commenti o sui social network, tuttavia, oltrepassano a volte la soglia del confronto e del dibattito per degenerare in insulti e minacce. La libertà dei toni e il carattere degli argomenti affrontati espone la piattaforma ad attacchi e ostilità: il sito è stato piratato due volte, l'ultima dopo aver pubblicato l'intervento di un giovane omosessuale.

"Sapevamo fin dall'inizio che la nostra voce avrebbe dato fastidio - chiarisce la Misk -. La scelta del nome, del resto, non è casuale: Qandisha nella mitologia locale è un demone, una donna capace di stregare gli uomini che la circondano. Per il suo lato diabolico, secondo la leggenda, ma io dico per la sua forza, la sua bellezza e la sua intraprendenza. Ci aspettavamo di essere demonizzate così abbiamo preferito rivendicare a viso aperto la nostra 'eresia' piuttosto che nasconderci".

Una critica invece che la fondatrice sposa senza reticenze è l'eccesso di editoriali e articoli d'opinione rispetto alle inchieste e alla sezione notizie. Un limite - spiega - legato alla natura volontaria del progetto e alla ristrettezza dei mezzi finanziari. Anche per questo, nelle ultime settimane, Qandisha sembra essere entrata in una fase di riflessione - a cui va ricondotto il calo degli aggiornamenti - preludio ad un rilancio in grande stile.

Per la redattrice "serve un modello economico che possa sostenere il nostro lavoro senza snaturarne le fondamenta. Sul tavolo abbiamo offerte pubblicitarie e donazioni che ci permetterebbero di professionalizzare almeno parte dei contributi proposti. Stiamo valutando".

Di certo nel futuro prossimo del collettivo si assisterà alla nascita di una radio web accessibile dal sito. Uno strumento fondamentale, in un paese dove si legge poco e quasi metà della popolazione - femminile in primis - è analfabeta, per ridurre distanze geografiche e sociali, diversificando pubblico e canali di comunicazione, e per dare maggior efficacia al messaggio di emancipazione di cui Qandisha si è fatta portatrice.

(Articolo pubblicato sul sito di informazione Arab Media Report)

La Tunisia “tra sale e sabbia”

La Tunisia “tra sale e sabbia”

Lontano dalla retorica e dalle dissertazioni teoriche "Siège entre sel et sable" dà la parola alle comunità locali colpite nel loro quotidiano dagli effetti del cambiamento climatico. Attualmente in fase di montaggio, il film rischia però di non vedere la luce per la mancanza di finanziamenti.





Una nouvelle vague cinematografica sta conquistando il paese. Grazie alla ritrovata libertà di parola e ad una maggior facilità di accesso alla tecnologia, sono sempre di più i giovani ad aver scelto la 7° arte come mezzo di espressione durante gli ultimi tre anni.


Sebbene il tema generale resti legato all'esperienza rivoluzionaria, alcuni esempi si distinguono per l'originalità nella selezione degli argomenti e la tenacia nel far fronte alla doppia sfida dell'autofinanziamento e dell'indipendenza del prodotto.


E' questo il caso di Siège entre sel et sable, primo documentario a carattere scientifico in fase di realizzazione in Tunisia. Con pochi mezzi e tanta volontà, il giovane giornalista Radhouane Addala e il compagno d'avventura Sam McNeil sono riusciti a girare un film incentrato sugli effetti del cambiamento climatico nel paese.


Se infatti gli specialisti e i politici hanno spesso evocato l'importanza della "Strategia nazionale sul cambiamento climatico", elaborata nel 2012, un vero dibattito in materia - sui rischi e sui provvedimenti possibili - non è mai stato aperto. Una delle ragioni che hanno spinto Radhouane a dedicarsi al tema:


"il nostro film serve prima di tutto a lanciare un capannello d'allarme sulle conseguenze e sui pericoli connessi al fenomeno. Gli aspetti su cui ci siamo focalizzati sono tre: la desertificazione al sud, l'innalzamento del livello del mare e le malattie legate al mutamento climatico", afferma il giovane regista.


Il documentario non affronta il tema in maniera teorica o astratta, come è il caso della maggior parte dei film a carattere scientifico.


"A parte i militanti ambientalisti, gli accademici e i responsabili di governo, il film dà la parola alle comunità tunisine colpite nel loro quotidiano dal surriscaldamento. Nel sud, per esempio, è l'intero modello sociale ad essere a rischio a causa della desertificazione e dell'avanzata delle sabbie. Ogni anno gli abitanti perdono ettari di terreno coltivabile.


Migliaia di persone soffrono poi per la comparsa di nuove malattie. A Sidi Bouzid interi villaggi sono affetti da una particolare forma di Leishmaniosi cutanea che provoca cicatrici profonde e durature. I primi casi si sono registrati a metà anni ottanta ed oggi sono più di 60 mila le persone interessate da questa malattia riconducibile al fenomeno del cambiamento climatico", spiega Radhouane.


Vedere e conoscere le vite in pericolo o i corpi sofferenti è senz'altro più efficace dei discorsi e delle dimostrazioni teoriche degli specialisti, per capire il fenomeno. Tuttavia, nemmeno le cifre - allarmanti - in circolazione devono lasciare indifferenti.


Alcuni esempi. La Tunisia tra qualche anno perderà 500 km di spiagge (attualmente ne conta 1300). Il cambiamento del clima provocherà un aumento notevole delle precipitazioni - 2% entro il 2030 - e l'innalzamento del livello del mare, facilitando l'erosione della costa che a sua volta farà indietreggiare le spiagge di circa 15 m. Tale erosione non sarà dovuta esclusivamente al mutamento climatico ma anche all'eccessivo sfruttamento delle risorse marine e allo sviluppo selvaggio delle strutture turistiche.


"Siège entre sel et sable cerca anche di analizzare le difficoltà a cui devono far fronte le isole Djerba e Kerkennah. La telecamera stringe il campo sulla triste e anarchica situazione che ha trasformato le due isole in un quasi deserto. La pesca industriale intensiva, che approfitta delle falle nella regolamentazione ambientale, ha provocato disastri nell'ecosistema insulare. Il saccheggio del mare e l'inquinamento hanno trasformato questi luoghi in una grande discarica", aggiunge Radhouane Addala.


Il regista insiste sull'aspetto - fondamentale - dell'inquinamento e dell'assenza di una strategia di protezione ambientale applicata dallo Stato.


"Il degrado dell'ambiente è dovuto all'inquinamento ma anche alle modalità di sfruttamento delle risorse naturali - spiega -. Sono in molti ad approfittare della debolezza delle autorità. Nel sud alla frontiera con la Libia, per esempio, bracconieri libici e sauditi cacciano specie rare e migratrici. Di fatto vi sono delle zone di non-diritto che le autorità non hanno i mezzi né il coraggio di controllare". 


Anche a Gabès i cittadini manifestano regolarmente contro l'inquinamento. Più di 1300 tonnellate annue di scarichi industriali vengono dispersi senza trattamento nel golfo omonimo. Qualche mese fa due fratelli sono morti in seguito ad un disfunzionamento fulminante del fegato.


"Occhi giallo-rossastri, urina di colore scuro…non si tratta di epatite A ma di un'altra malattia dovuta alla contaminazione dei rifiuti chimici. Per questo i medici preferiscono tenere la bocca chiusa", confida Radhouane che ha documentato il dramma nel suo film.


Attualmente in fase di montaggio, Siège entre sel et sable rischia tuttavia di non vedere la luce a causa della ristrettezza dei finanziamenti a disposizione dei due autori. "Abbiamo lanciato un appello di sostegno attraverso una piattaforma di crowdfunding. Non abbiamo raggiunto l'obiettivo (10 mila dollari) perché il soggetto non sembra interessare molto il pubblico. Ma non ci diamo ancora per vinti".



(Traduzione dell'articolo di Henda Chennaoui per Nawaat)
Il sistema mediatico algerino malato di propaganda e populismo

Il sistema mediatico algerino malato di propaganda e populismo

Ad una settimana dallo scrutinio presidenziale la campagna elettorale tocca il suo apice e tutti i mezzi sembrano buoni per raccogliere voti. Come il video musicale pro-Bouteflika che ha suscitato reazioni indignate nel paese.





In un'Algeria che ha conosciuto negli ultimi tempi un'estensione folgorante della sua capacità di connessione internet, quale peso hanno queste forme di propaganda in atto, non solo nei media tradizionali, ma anche sui social network? Ne parliamo con Belkacem Mostefaoui, sociologo della comunicazione e specialista del panorama mediatico algerino.


(Traduzione dell'articolo di Anaïs Lefébure per JOL Press)




Il videoclip pro-Bouteflika continua a suscitare polemiche. Due conduttori della trasmissione "Système DZ", che hanno preso parte al video, hanno confessato di essere stati pagati. Da allora, la trasmissione è stata sospesa e il Presidente è accusato di censura. Quale riflessione è possibile fare, partendo da questo spunto, sullo stato della libertà di espressione in Algeria?


La società algerina è ormai abituata a tutto in materia di audiovisivo, dal divertimento estemporaneo alla propaganda più becera.. La polemica sul video pro-Bouteflika è un fenomeno che mostra come la regolamentazione del settore audiovisivo - e per esteso dei media che si appoggiano ad internet - è ancora estremamente difficile. Mostra anche le derive possibili dovute a questa mancanza di regolamentazione, accentuate dal fatto che ci troviamo in periodo di campagna elettorale. Siamo di fronte ad un tentativo di gonfiare il sistema di propaganda a favore di un preciso candidato, l'attuale presidente Abdelaziz Bouteflika.


In più, sembra che per confezionare il videoclip sia stato utilizzato denaro pubblico, altro indicatore delle derive populiste in atto. Alcuni artisti, come il comico Smaïn, si sono resi conto che erano stati utilizzati ed hanno reagito proclamando la loro buona fede.


Da un lato la popolazione algerina si sta aprendo a capacità di sviluppo impensabili quanto a comunicazione sociale e politica, dall'altro si trova di fronte a continue resistenze che le impediscono di consolidare questi spazi pubblici, dove si possono esprimere opinioni diverse favorendo l'edificazione di uno Stato di diritto oggi moribondo.



Ad inizio gennaio è stato adottato dal Parlamento il disegno di legge che apre il settore audiovisivo ai privati. E' un buon segnale per il pluralismo mediatico?


Un testo di legge in sé non risolve i problemi del settore audiovisivo algerino, dove la diffusione dei canali satellitari ha lasciato un'impronta indelebile [a testimonianza del panorama asfittico presente in materia, della scarsa credibilità delle reti di Stato e del bisogno di informazione altra da quella preconfezionata dal governo, ndr]. Questa legge arriva in grande ritardo e le sue aperture - limitate - erano già previste nel testo sulla libertà di informazione approvato nel lontano 1990. Ripeto, non credo che avrà una grande incidenza e che porterà chissà quali cambiamenti.



Ci sono ancora temi tabù in Algeria?


Nel grande magma di opinioni e anonimato di cui si compone la società civile e mediatica algerina si dicono un sacco di cose.. Si può prendere in giro tutto, deridere la quasi totalità della scena politica nazionale, qualunque sia il grado gerarchico, civile o militare. Si può prendere in giro il Primo ministro, che si è messo in ferie per ricoprire il ruolo di responsabile della campagna elettorale di Bouteflika..


Però, a forza di poter dire tutto, è come se non venisse detto niente. Niente è in grado di suscitare vero scandalo o indignazione. Non vi è alla base un vero confronto in grado di edificare lo spazio pubblico, assolutamente deficitario in Algeria.



Quale posto occupano i nuovi canali di espressione e le reti sociali nel paesaggio mediatico nazionale?


Negli ultimi anni la capacità di connessione internet è aumentata notevolmente. La risposta è stata molto forte soprattutto dai giovani, che hanno subito cercato di sfruttare le nuove possibilità di comunicazione offerte.


Allo stesso tempo, essendo questa tecnologia arrivata in ritardo rispetto ad altri contesti, è stata recepita in maniera virale. La speranza era che i nuovi mezzi potessero da soli risolvere i problemi e le mancanze di un settore altamente sorvegliato, dopo 50 anni di controllo e monopolio statale. E si torna alla smania, al problema, di poter dire tutto e niente allo stesso tempo..



Che cosa pensa delle campagne di comunicazione dei candidati alle presidenziali algerine?


La nazione algerina, la società, sono cambiate. Ci si aspettava quindi un cambiamento - nel rispetto di principi etici e dell'approccio all'uditorio - anche dalla parte dei pretendenti alla magistratura suprema del paese. Invece assistiamo ad una propaganda anacronistica e straripante, come se i candidati avessero di fronte una massa indifferenziata di algerini pronti a credere a tutto quello che gli viene detto.


C'è un divario immenso e una rottura tra i discorsi ripetuti in questa campagna e le attese reali della popolazione, in particolare riguardo all'etica dei dirigenti politici, al sistema di corruzione che ha minato la vita pubblica del paese negli ultimi quindici anni. Nessuno ha veramente pagato per gli scandali emersi, innumerevoli restano quelli non emersi pubblicamente. Ma tutto procede come se niente fosse, senza alcun rispetto per la morale né particolari attenzioni alle strategie di comunicazione.


L’Algeria al voto tra proteste, scetticismo e violazioni

L’Algeria al voto tra proteste, scetticismo e violazioni

Oggi (17 aprile, ndr) gli algerini sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Il risultato appare scontato, con Abdelaziz Bouteflika che succederà a se stesso. Intanto si è chiusa una campagna sterile, segnata dallo strapotere dello staff presidenziale, dalla retorica populista dei candidati e dall'indifferenza di un elettorato che ha espresso ripetutamente il suo dissenso nei confronti di quello che considera 'un gioco delle parti'. Sul paese restano le ombre pesanti di un sistema politico chiuso e di un futuro economico ancora interamente legato alla rendita petrolifera, destinata ad estinguersi.





E' evidente, gli algerini non credono che lo scrutinio di oggi potrà cambiare gran ché nella gestione del potere politico - opaco, sfuggente - né in quella dei lauti introiti petroliferi che alimentano il gioco della rappresentanza e servono ad acquistare la pace sociale nei momenti in cui la rabbia e la hogra prendono il sopravvento (come nei primi mesi, caldi, del 2011 con lo sbocciare delle "primavere").


Infatti, quella chiusa domenica scorsa, è stata una campagna incolore, monotona e poco partecipata, come ormai succede ad ogni votazione da oltre un decennio a questa parte.


Del resto, l'idea di un cambiamento possibile per vie elettorali era tramontata già negli anni novanta, con il colpo di Stato militare anti-Fis, le violenze/regolamenti di conti che ne sono conseguiti (oltre 200 mila morti) e la salda tenuta delle alte sfere dell'esercito dietro alla ripresa del paravento democratico.



La "campagna dello struzzo"


Nessuno stupore, dunque, di fronte al generale disinteresse mostrato dalla popolazione in queste settimane di comizi, meeting e conferenze. A parte le manifestazioni di protesta contro il quarto mandato Bouteflika e gli inviti al boicottaggio della consultazione ad opera di gruppi dissidenti, tra cui il sempre più attivo movimento Barakat ("Basta!").


La campagna elettorale è semmai servita a ribadire il sentimento di impotenza dei cittadini e la percezione che i giochi siano chiusi in partenza.


Nessuno tra gli sfidanti del Presidente in carica ha osato evocare problematiche scomode, sebbene di primaria importanza per il paese, come la corruzione - che ha segnato i quindici anni di "regno Bouteflika" con picchi considerevoli durante l'ultimo mandato - il ruolo dell'esercito, con i suoi condizionamenti e le sue interferenze nella vita politica e istituzionale, e la necessità di una riconversione economica che faccia uscire le casse dello Stato dalla (quasi) totale dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi.


Una "campagna dello struzzo", insomma, durante la quale "l'Algeria sembra essere tutt'altro paese rispetto alla realtà", afferma il giornalista Amel Berkam. Realtà che vede la disoccupazione giovanile stabilmente sopra al 30%, larghe frange della popolazione toccate dall'emergenza casa e dalla mancanza di infrastrutture primarie.


Per sopperire allo scarso entusiasmo suscitato dai dibattiti pre-elettorali, negli ultimi giorni i candidati hanno alzato i toni del confronto lanciandosi in reciproche accuse e invettive.


Qualche esempio. Ali Benfils, un prodotto dello stesso apparato (Fln, ex partito unico e prima forza in Parlamento) che oggi sostiene incondizionatamente Bouteflika, e suo principale concorrente, ha messo in guardia da possibili irregolarità durante lo scrutinio, minacciando di scendere in strada se i risultati verranno ritoccati. Il presidente - che ha disertato la campagna a causa della malattia, limitandosi a fugaci apparizioni in tv - gli ha risposto senza mezzi termini accusandolo di "terrorismo".


Uno scambio di "cortesie" creato ad arte per dare una parvenza di credibilità alla consultazione. E' questa l'opinione più diffusa tra i cittadini, riporta Le Quotidien d'Oran, che invece sottolineano l'effettiva convergenza tra i vari attori in scena, tutti debitori - a vario titolo (ex premier, capi di partito) - di un sistema sull'orlo dell'implosione.


"Tra i candidati c'è chi ammette che il 17 aprile vi saranno frodi - definite candidamente 'sport nazionale' - e ciò nonostante invita gli elettori a non disertare le urne […]. Si tratta di un messaggio contraddittorio, che rafforza il pensiero in voga secondo cui queste persone avrebbero accettato di presentarsi ad un'elezione pur sapendo che il risultato è già confezionato, poiché deciso dal sistema di cui fanno parte".


Il risultato in questione, ovviamente, è la riconduzione alla presidenza di Abdelaziz Bouteflika - malgrado l'età e le pessime condizioni di salute - come male minore per gestire i conflitti di potere dietro le quinte e per dare un segnale di continuità, elevata a sinonimo di stabilità.



Censura e chkara


A prescindere da quello che potrà accadere nella giornata di oggi, quanto a ritocchi e irregolarità, già il periodo della campagna è stato caratterizzato da abusi e violazioni, segnalate - tra gli altri - da un duro comunicato dell'ong Amnesty International.


"La repressione condotta in questa fase preelettorale rivela le 'enormi lacune' che gravano sul bilancio del rispetto dei diritti umani in Algeria - si legge nel testo -. La libertà di espressione, di associazione e di riunione è costantemente minacciata, il diritto a manifestare è limitato e le ong restano immerse in un limbo giuridico. Inoltre, i gruppi di difesa dei diritti umani e gli inviati delle Nazioni Unite non sono i benvenuti, mentre gli attivisti e i sindacalisti indipendenti subiscono attacchi continui, per stemperare tensioni e malcontento di piazza".


Nelle ultime settimane la televisione privata Al Atlas TV, colpevole di aver criticato le autorità, è stata costretta alla chiusura. Djazair TV ha subito, per lo stesso motivo, una limitazione delle frequenze, mentre i giornali Algérie News e Djazair News, per aver ospitato la conferenza stampa del movimento Barakat, si sono visti privare degli introiti pubblicitari gestiti dall'agenzia statale di settore.


Stando alla legislazione in vigore infatti, solo i media pubblici - schierati apertamente a favore della rielezione di Bouteflika - possiedono una licenza di diffusione senza restrizioni, mentre ai canali privati vengono concesse licenze temporanee che possono essere revocate in ogni momento e la stampa indipendente sopravvive a stento con lo spettro del boicottaggio pubblicitario.


"Le autorità si sono adoperate per controllare la narrazione della campagna elettorale, facendo valere il loro monopolio sui canali di espressione e limitando fortemente la libertà in questo campo. L'assenza di un vero dibattito pubblico e le restrizioni al diritto di critica e di protesta per esprimere rivendicazioni sociali o esigenze politiche adombrano più di un sospetto sulla regolarità di questa elezione", afferma Nicola Duckworth, responsabile Amnesty per il paese.


Come se non bastasse, diversi giornalisti e attivisti internazionali per i diritti umani non sono riusciti ad ottenere il visto di ingresso per coprire la chiusura della campagna e lo svolgimento delle operazioni di voto, mentre più di una voce si è levata a denunciare la prassi della chkara, i fondi neri versati da lobby e uomini d'affari che avrebbero finanziato - con circa un milione di euro - la marcia di reinsediamento alla Mouradia di Bouteflika.



Dissenso, cittadinanza e futuro


Nonostante le minacce, la stretta sorveglianza e gli arresti preventivi che avevano colpito le frange dissidenti nei giorni scorsi, gli oppositori al quarto mandato del Presidente - e, più in generale, all'intero sistema di potere - non hanno rinunciato ad esibire il loro disappunto nei confronti dell'imminente "mascherata elettorale".


Ieri pomeriggio gli attivisti del movimento Barakat hanno indetto un sit-in di fronte alla sede dell'università, nel cuore della capitale. La protesta è stata smorzata sul nascere - come sempre succede ad Algeri, dove persiste da oltre vent'anni il divieto di manifestare - dall'intervento violento degli agenti, che ha coinvolto anche alcuni giornalisti (algerini e stranieri) accorsi in loco per documentare l'evento.


Il giorno prima, le principali città della Cabilia - regione berberofona tradizionalmente ostile al governo - avevano ospitato migliaia di dimostranti scesi in strada per commemorare l'anniversario della "primavera berbera" (1980) e per incitare al boicottaggio della consultazione.


Il tasso di affluenza alle urne, in effetti, potrebbe rappresentare l'unica vera sfida di questa tornata elettorale. Una bassa partecipazione al voto sancirebbe in modo definitivo il distacco tra le elite (militari e politiche) al comando e la popolazione, ma anche in questo senso gli oppositori temono un attento maquillage da parte degli influenti servizi di sicurezza (Drs).


"Non recarsi ai seggi significa tradire la memoria dei martiri della liberazione" è la retorica sciorinata a tamburo battente, non a caso, da tutti i candidati. "Voi l'avete già tradita da tempo!", ribattono a colpi di comunicati i militanti di Barakat. "Votare significa esercitare a pieno il proprio diritto di cittadinanza", insistono Bouteflika e compagni. "Per loro siamo sudditi, si ricordano di governare dei cittadini solo in queste squallide occasioni", contrattaccano i dissidenti, che hanno annunciato l'interruzione delle mobilitazioni per questo 17 aprile, giornata di "lutto nazionale".


Cosa succederà, invece, a partire da domani?


In attesa dei primi risultati, sono in molti a chiederselo. Barakat sembra avere le idee chiare in proposito: "le dimostrazioni pacifiche continueranno, la tornata elettorale è servita ad unire le forze del cambiamento e a condensare malessere e frustrazioni che non spariranno di certo con la chiusura dei seggi", dichiara a Osservatorioiraq.it Amira Bouraoui, portavoce del movimento.


La prospettiva di un rafforzamento della contestazione, piuttosto che di un suo lento estinguersi a scrutinio avvenuto, si sta ritagliando sempre più spazio tra i pensieri e le inquietudini delle autorità - che già promettono ritorsioni contro i "sabotatori" - e di una parte della popolazione.


"La rivolta è presente negli animi e a tutte le latitudini - ricorda il giornalista Fella Bouredji nell'articolo Cinq façons d’étouffer la révolte algérienne - anche se chi la manifesta in strada lo fa in modo sparso e non coordinato, dando l'impressione di un disordine minoritario".


Il potenziale esplosivo è enorme, come si era già percepito durante la sollevazione "dell'olio e dello zucchero" nel gennaio 2011, a seguito di un aumento del prezzo delle merci. Così, se al dissenso politico si sommano le migliaia di proteste sociali, di scioperi registrati nel corso degli ultimi anni, l'ipotesi di una nuova "primavera" in versione locale non è da scartare del tutto, nonostante le ferite ancora aperte lasciate da un passato di violenze troppo recente.



Algeri, “una strana mistura di anarchia, follia e fascino”

Algeri, “una strana mistura di anarchia, follia e fascino”

Le parole del romanziere Waciny Larej e del suo "Don Chisciotte ad Algeri" ci guidano alla scoperta di una città imbevuta di storia, cultura e incroci mediterranei. Una città, tuttavia, che sembra aver smarrito memoria e amor proprio sotto i colpi di una classe politica corrotta e golosa, di una modernizzazione miope e dell'inurbamento selvaggio.
(Foto Jacopo Granci)



Algeri, magnifica città senza senso, uccello libero. Meretrice amata. Peccato che uno scrittore, innamorato della mia città, abbia detto queste parole prima di me. Avrei voluto che fossero mie. […] - così Hsissen, voce narrante del romanzo, comincia il suo lungo racconto.


Tutto ebbe inizio un bel mattino d'estate. Una dolce brezza marina carica dei profumi dei boschi vicini percorreva le alture e le valli del Palazzo della Cultura. Ancora non si era formata quella pesante massa di umidità che, a mezzogiorno, rende difficile la respirazione e insopportabile la plumbea pesantezza della città, infiacchisce i corpi e li fa apparire come spugne di Bab al-Wad, simili a facce rugose e avvizzite di donne molto anziane.


In realtà Algeri non è la città natale di Waciny Larej, cresciuto nella regione di Tlemcen, di marcato retaggio andaluso, che ha lasciato tracce profonde nell'immaginario dello scrittore. Ad Algeri ci è arrivato per lavoro, professore di letteratura all'università, dopo svariate peripezie che lo hanno portato prima a Damasco e poi in Francia.


"In principio non avevo quella che si dice una passione viscerale nei confronti della città. Non la conoscevo bene ma a poco a poco ho iniziato a scoprirla veramente; ho iniziato a frequentare la Casba, cercando di andare al di là del mito che la riveste e che, sinceramente, resta molto lontano dalla quotidianità vissuta in questo angolo povero e remoto", spiega Larej nel corso di una lunga intervista.


"Ho iniziato ad approfondirne la storia, la presenza turca, quella dei giannizzeri, cogliendo ciò che ci fu di buono e di negativo in quel lungo periodo. Mi sono perso dietro alle storie dei grandi uomini che trascorsero lì parte della loro vita, musicisti, artisti, come per esempio Delacroix, o grandi scrittori, come nel caso di Cervantes, e altri ancora, come Guy de Maupassant".


Mi diressi verso la Villa Medici. Volevo che il mio compagno la scoprisse e dimenticasse la precedente delusione. Gli raccontai la storia della casa nascosta nella pineta. Il primo proprietario di cui si ha memoria fu Muhammad Aga […]. Dopo l'occupazione dell'Algeria divenne un ospedale per i soldati francesi. Nel 1846 fu data in affitto al giardino botanico, fino al 1905, quando entrò in possesso del governatore generale francese. Venne restaurata e trasformata in Casa degli artisti. Ci soggiornarono grandi pittori, Delacroix, Fromentin, Roche, Grosse, Dinet e molti altri. Nei loro quadri si trova il riflesso del fascino delle montagne e dell'azzurro del mare e del cielo di questa città. […] Oggi appare in rovina, ma è ancora lì, sullo sfondo del mare azzurro con le sue pietre bianche e tegole verdi.


"La storia di Algeri - continua Larej - è assai bizzarra se la andiamo ad analizzare: da una parte è una città definita da tutti arabo-berbera, ma in realtà fu governata per lungo tempo dai turchi, e poteva capitare che lo stesso rais non fosse né arabo né berbero. Spesso proveniva da contesti lontani, o era addirittura un 'rinnegato', come nel caso del grande Khair Eddine o del suo successore Hassan Agha".


Questi sono i sotterranei dell'enorme piazza del Governo, dove si trova uno degli ingressi a queste gallerie, accanto ai ruderi della fortezza marina munita di 36 cannoni, costruita dopo la spedizione di Lord Exmouth nel 1816. Una parte importante dell'arsenale ottomano era qui. Nel 1837 sono state aggiunte altre gallerie al piano terra e al primo piano. Pilastri di nove tonnellate lunghi venti metri sono stati piazzati per sorreggere la statua del duca d'Orléans. Per costruire la piazza del Governo sono stati distrutti molti monumenti, compresa la storica moschea al-Makaisiyya.


"Studiare Algeri, leggerla, scoprirla, viverla ogni giorno, è servito a riconciliarmi con la città, ad amarla e a scrivere di lei, quasi a volerle restituire un passato e una ricchezza che stava finendo in macerie, come gran parte della nazione", rivela lo scrittore che ha concepito Don Chisiotte ad Algeri - opera intrisa di elementi autobiografici - nei primi anni novanta, poco prima di dover abbandonare il paese sotto la minaccia terrorista.


"Algeri è apparsa a poco a poco ai miei occhi come l’esempio paradigmatico della città meticcia e con questo libro ho tenuto a ribadire che l’Algeria tutta è stata da sempre un luogo di incontro, di passaggio e di compenetrazione di culture, un contesto in cui la diversità ha sempre costituito una forza ed un elemento costruttivo, edificante".


Sono rimasto a lungo appoggiato al muretto della terrazza che circonda tutto il porto vecchio. Ho avuto l'impressione che la città non fosse tanto pericolosa quanto la si descrive normalmente. Non ho notato nulla di insolito o che potesse destare timore. Algeri, al pari di tutte le città mediterranee dà un'impressione di familiarità, era come se ci fossi già stato. Ti invita a scoprire luoghi e odori.


Il Don Chisciotte protagonista del romanzo non è il celebre cavaliere errante, ma un giornalista spagnolo, odierno discendente di Cervantes. Del personaggio letterario creato dal suo avo ha ereditato il nome e la leggendaria ostinazione. È deciso infatti a ricostruire la memoria del grande scrittore, inseguendone le tracce lungo le rotte del Mediterraneo. Questa la ragione che nei primi anni novanta lo guida - in quello che Larej definisce un "viaggio iniziatico" - fino ad Algeri, dove Cervantes trascorse cinque anni di prigionia, catturato dai corsari turchi al servizio del Dey (mentre stava rientrando in Spagna dopo aver preso parte alla Battaglia di Lepanto).


[…] sognavo di andare alla scoperta di una città, ma è stata la città stessa a venire da me, con i suoi gerani, fiori di cassia e profumi, con i suoi costumi, le sue leggende e un miscuglio di cattivi odori simili al fetore delle carogne.


Ad Algeri il Don Chisciotte 'moderno' incontra Hsissen, funzionario ministeriale responsabile delle relazioni ispano-algerine. I due si mettono alla ricerca di un passato che li avvicina, mentre sullo sfondo rimane una città inghiottita dal soffocante binomio sviluppo/modernità: il fondamentalismo dilaga, le bande criminali imperversano e un sistema politico corrotto e geloso dei propri interessi dimostra la sua inefficienza.


Far scoprire Algeri al mio ospite sarebbe stata una riscoperta anche per me. Avevo dimenticato i tratti essenziali della mia città. Il pensiero di Hsissen tradisce ancora una volta le intenzioni dell'autore il quale, prima rintanato per mesi in un anonimo rifugio e poi partito in esilio "volontario" a Parigi, ha bisogno di ripercorrere i luoghi cari e denunciare il degrado urbanistico e morale che sembra risucchiare l'umanità e le bellezze di Algeri.


Don Chisciotte de Almeria non sapeva molto di Algeri né della grotta di Cervantes trasformata in un immondezzaio che come un cancro rosicchiava l'intera collina che porta il nome del grande scrittore. Bisognava spiegargli le difficoltà che avrebbe incontrato il suo progetto, ma facendo in modo da non indurlo a rinunciare.[…]


Raccontai a Don Chisciotte del porto e gli mostrai il punto dove Cervantes sbarcò al suo arrivo ad Algeri. Adesso, il porto vecchio, da quando i terroristi hanno ucciso alcuni marinai sgozzandoli sulle loro brande con la complicità di un sottufficiale, fa parte di una zona militare, chiusa al pubblico e sottoposta a stretta vigilanza. E' rimasto accessibile solo un minuscolo tratto di mare e, più in là, il porticciolo dei pescherecci.


Ce n'erano alcuni attraccati al piccolo molo che scaricavano il pesce appena pescato, prima di tornare di nuovo in mare. « So di certo che questo è il luogo dove Cervantes sbarcò perché è qui che attraccavano le navi del comandante Hasan. Questo è il porto antico, l'unico posto ancora esistente della zona storica. Tutto il resto è stato distrutto per far spazio ad un grande parcheggio […] quando il comune e la provincia hanno dato inizio al programma di ammodernamento […] ». « Questo modo di procedere non fa onore ad Algeri. La città acquisisce la propria fisionomia durante un lungo cammino storico. Demolirla costituisce una perdita irreparabile ».


Pagina dopo pagina, Waciny Larej si batte per difendere la memoria di una città che sente profondamente sua nonostante la lunga lontananza forzata.


Attraversammo il terrazzo che si affaccia sul mare e passammo per l'enorme edificio della sede sindacale. Per raggiungere il popoloso quartiere di Belcourt bisognava percorrere il giardino botanico. Fino a poco tempo addietro il giardino ospitava migliaia di piante e fiori provenienti da ogni parte del mondo. Oggi è spoglio e triste, le piante sono appassite, è invecchiato precocemente.


Lo attraversammo, l'ambiente sembrava desolato, privo di vita, malato, umido, insensato, ma stranamente, nonostante fosse in rovina e venisse continuamente devastato, aveva un suo fascino. […] Don Chisciotte non fece commenti. Lasciammo il giardino in silenzio e cominciammo a risalire le alture che portano alla caverna di Cervantes. Superati i laboratori del centro Pasteur ci trovammo davanti ai ruderi della fontana e del Caffè dei Platani.


Era un'antica abitudine dei musulmani benestanti costruire fontane per i viandanti. Algeri ne era piena. Le fontane, dall'architettura snella, spesso ornate con ceramiche andaluse, avevano delle nicchie ricoperte di marmo, come piccoli bagni, offrivano acqua e ristoro ai viandanti nelle ore più calde.


Lo stato di abbandono in cui si trovavano ci rese più cupi. Sembravano due tombe in un deserto! La piccola targa commemorativa veniva oscurata dal passaggio della teleferica che porta al monumento ai caduti e che proiettava la sua ombra grigia sopra la collina di al-Hama.


Larej si confessa amante appassionato della città, che conosce nei più profondi recessi, nei segreti presenti e in quelli celati tra le rughe. La esplora con lo stesso stupore della prima volta e con lo stesso spasimo soffre per ogni nuova ferita, ogni nuovo oltraggio che le viene inflitto.


In questo, come in altri suoi romanzi, lo scrittore racconta di Algeri l'altra faccia della luna, quella taciuta e quella che intreccia la Storia, e in questo suo narrare si fa cacciatore di silenzi, dà luce e voce all'inespresso, all'invisibile, componendo un racconto plurale e polifonico.


[il Peñon] è un isolotto di fronte ad Algeri chiamato la roccia alta, peñon appunto, che Pedro Navarro aveva occupato. Vi aveva costruito una fortezza; i cannoni minacciavano Algeri e paralizzavano il porto costringendo le navi a restare in mare davanti a Bab al-Wadi oppure ad attraccare in un punto insicuro.


Una spina nel cuore dei musulmani, dicevano i giannizzeri. Khayruddin Barbarossa, deciso a strappare quella spina, intimò al comandante della fortezza Martin Vargas di lasciare l'isolotto e al rifiuto di questi sferrò l'attacco. I cannoni di Vargas colpirono Algeri distruggendo le case sulla collina e la moschea al-Bahriyya. I cannoni del Barbarossa riuscirono invece a demolire gran parte delle mura e due torri del Peñon. Il comandante spagnolo chiese aiuto a Carlo V che in quel momento era più preoccupato della sua incoronazione in Italia che di Vargas. Una flottiglia spagnola mandata in soccorso fu intercettata e distrutta dalla marina ottomana. Dopo venti giorni di assedio Khayruddin sferrò l'attacco finale. La fortezza spagnola fu rasa al suolo e Vargas impalato.


"Quando penso ad Algeri, oltre all'amore e alla nostalgia, non posso far a meno di confrontarmi con altri sentimenti. La rabbia, l'amarezza - ammette tuttavia Waciny Larej -. Quando si ama qualcosa ci si rapporta ad essa in maniera totale, intera, ed in questa interezza non c’è solo quello che ci piace, ma anche quello che non ci piace. Proprio in virtù del nostro sentimento profondo siamo capaci di riconoscerlo e di porci in maniera critica verso gli aspetti negativi, che vorremmo cambiare e in cui non ci riconosciamo".


Ripercorrendo i luoghi dove Cervantes venne tenuto prigioniero, lo scrittore coglie l’occasione per criticare duramente il processo di sviluppo urbano post-indipendenza.


“E' sempre più difficile distinguere l’Algeri di un tempo. La bella città che era, con la sua parte coloniale e la città vecchia, una Casba vitale, piena di energia. Una volta partiti i francesi tutto questo doveva essere conservato, dal momento che tale dualismo era comunque un sistema rodato e permetteva di preservare un habitat consolidato. Ma le decisioni prese dopo l’indipendenza sono state altre… Oggi la cittadella turca - pur essendo riconosciuta patrimonio Unesco dell’umanità - è sull’orlo dell’autodistruzione dovuta all’incuria. Un gran peccato”.


Guardai l'edificio principale dell'università, era sempre bello. Un giorno aveva rischiato di ospitare la sede della Direzione Generale della Sicurezza Nazionale, ma la mobilitazione di studenti e docenti e degli "amici della vecchia Algeri" sventò il pericolo. Gli eventi dell'ottobre 1988 misero comunque fine a quel tentativo. Altrimenti sarebbe stato cancellato un altro tassello della memoria storica della città. La mafia che spadroneggia nel paese è insaziabile, ingurgita tutto. Sono trent'anni ormai che gli immobili di proprietà dell'università subiscono un costante assedio, senza tregua.


La vecchia residenza del rettore è stata fagocitata dall'ingordigia di un uomo di potere che l'ha trasformata nella sua abitazione privata. La stessa sorte è toccata agli edifici dell'università che si affacciano su via Didush Murad. La mensa, la caffetteria, il circolo studentesco Abdurrahman Taleb, la biblioteca…sono stati trasformati in pizzerie e agenzie di viaggio che organizzano pellegrinaggi. L'ultima preda è stato il Lotus, il caffè principale dell'università, diventato oggi un negozio che vende stoffe importate da Taiwan, dalla Siria, dalla Cina e dai magazzini Tati. Un vero accozzame di stracci. […] Gli edifici della città universitaria sono stati rosicchiati in questo modo, in silenzio, con molte complicità, grazie all'incuria e alla dilagante mediocrità culturale.


“Non sono un urbanista, ma un cittadino che ama le cose ben fatte, la bellezza. Quello che si è prodotto negli ultimi quarant’anni, invece, è un autentico disastro - prosegue lo scrittore -. C’è una nuova città che cinge il nucleo urbano originario con enormi quartieri, sobborghi infiniti in cui non ci sono teatri, cinema, caffetterie decorose, ma soltanto mercati alla buona, improvvisati. Sono luoghi desolati dove la gente rientra la sera per dormire. Città-dormitorio”.


Un ammasso incontrollato di costruzioni che non risponde a nessuna delle caratteristiche che rendono l’insieme di case e palazzi un vero centro urbano, secondo Larej.


“La nuova Algeri sta assomigliando sempre più ad una enorme bidonville. Per esempio, percorrendo la strada che conduce a Blida o quella che dall’aeroporto si dirige verso la parte orientale della baia, ci troviamo di fronte a baraccopoli sterminate mascherate di cemento”.


Giungla di cementoè proprio l’espressione usata dallo scrittore nelle pagine del suo Don Chisciotte: selve di palazzi in cui si ha l’impressione di essere perduti, senza punti di riferimento o appigli.


“Manca completamente il fascino della città, mancano i luoghi che la rendono viva. Tutto quello che rimane ad Algeri, in questo senso, è la città coloniale, con i suoi luoghi di incontro dove si possono condividere esperienze, emozioni ed interessi. Invece in queste cité-bidonvilles il solo spazio comune che resta è la moschea. Poi non deve sorprendere il dilagare di un fenomeno come quello dell’islamismo, è quanto di più normale possa succedere in queste condizioni”.


Nel romanzo Larej si sofferma sulle ferite inflitte alla città, sul suo volto oscuro messo in contrapposizione all’anima solare e colorata di cui Algeri non è ancora riuscita a privarsi, nonostante l’inettitudine e la voracità della classe politica, la corruzione e la diffusione dell’integralismo religioso.


“Questa città è emblematica e può rappresentare meglio di ogni altra il fondersi di luoghi e culture. Ci sono troppe cose della sua storia che non sono ancora state dette, o perlomeno affermate con forza, troppe cose ancora da scoprire e da far riemergere dall’oblio”.


[Algeri] Non sarebbe così degradata se lo Stato fosse presente. Qui tutto è meraviglioso, i colori, la gente, la vivacità, i bambini, le rose di sabbia, la storia che c'è dietro, il suo sedimentarsi, un granello alla volta attraverso i secoli, nelle burrasche. Persino il mare è straordinario, rende tutto più vivace, le persone, la verdissima vegetazione e dona agli alberi secolari il profumo delle sue onde, dei suoi colori riflessi.


Ma quanti degli antichi alberi d'Algeri sono ancora in piedi? Dov'è il grande platano che copriva la residenza del day della Casba e che la leggenda popolare vuole che già esistesse al tempo del Barbarossa? E i melograni e il giardino di Lallahum? Non ci sono più né il fico né nel vicolo del Salice, né la palma vicino al sepolcro di sidi Abdulqadir che ombreggiava il pendio frequentato dai mercanti che dal meridione venivano a vendere cammelli. E dove sono finiti gli ulivi di Hama e quelli del quartiere delle Fonti e i salici e i pioppi che adornavano le fonti del capitano Murad (Birmandreis)? E l'enorme palma di sidi Abdurrahman e i cipressi che nella tradizione avevano l'età del santo? Non esiste più il noce dell'antica moschea di sidi Ramadan che faceva ombra alla fontana delle abluzioni dove migliaia di fedeli si purificavano prima di entrare a onorare il santo.


Oggi tutto questo è stato sostituito da alti edifici che hanno cancellato la memoria della città. Una mentalità ottusa ha distrutto un crogiolo in cui sono confluiti tanti colori e tante genti: moriscos, ebrei, rinnegati cristiani ed europei di ogni tendenza, avventurieri, romantici innamorati, scienziati.


E' una società più complessa di quanto sembra, in cui è possibile ciò che altrove sarebbe impossibile e in cui non si può fare ciò che ovunque sarebbe ovvio e banale. Algeri è fatta di luce sfuggente che crediamo di afferrare ma invece ci sfugge dalle dita burlandosi di noi. All'improvviso un giorno ci siamo ritrovati di fronte ad una città chiusa su se stessa, irriconoscibile, che a sua volta non ci riconosceva, anzi odiava noi, la sua essenza e la sua storia.


« Le città non hanno colpa. Sono sempre un crocevia di colori e di bellezze. Sono le persone che distruggono tutto con i loro rancori e la loro grettezza. Sono capaci di trasformare i giardini in cimiteri ». […]


Per l'ultima volta guardai dalla finestra un mare che cambiava colore dal blu al nero. Guardai la città adagiata in riva al mare. Sembrava una donna nuda, piacevolmente arrendevole. Subito dopo si era annerita, sembrava cenere, era diventata un ammasso di carne flaccida, di sporcizia, di inganno e silenzio.




* In corsivo nel testo gli estratti dal libro di Waciny Larej Don Chisciotte ad Algeri, Ed. Mesogea, Messina, 1999, traduzione dall'arabo di Wasim Dahmash.


Marocco. L’oro rosso non fa la felicità

Marocco. L’oro rosso non fa la felicità

Nel sud del paese, incastonati sui fianchi del monte Sirwa, i contadini si dedicano da tempo immemore alla coltivazione dello zafferano. Spezia pregiata, oggi ambita sui mercati europei, difficilmente assicura - però - una vita decorosa a chi continua a tramandare una tradizione ancestrale.

(Foto Jacopo Granci)



La statale n. 10 è un serpente sinuoso che si lascia alle spalle le spiagge affollate di Agadir per addentrarsi nella piana rurale del Souss. Oltrepassate le serre e le distese di agrumeti che circondano Taroudant, un tempo capitale spirituale della regione ed ora opaca cornice ai magnati dell'agrobusiness, la lingua d'asfalto piega verso nord-est, quasi ad appoggiarsi sulle aspre pendici dell'Alto Atlante che restringono progressivamente la vallata.


A dominare il paesaggio ormai brullo, tra posti di blocco della polizia e camion stracarichi che sfrecciano ben oltre la velocità consentita, sono gli arbusti nodosi di argan e i greggi di capre ammassati ai lati della strada. Tronchi bassi, rami spinosi, che con il loro cappello verde assomigliano a creature di una galassia lontana.


L'argan in effetti è un albero "magico" nella mitologia berbera, presente nelle saghe popolari e venerato da alcuni culti preislamici per la sua capacità di resistere alla siccità. La sua presenza continua ad essere preziosa, oggi, grazie all'uso alimentare e cosmetico che viene fatto dei suoi frutti, sempre più richiesto nei mercati europei.


Dopo le dighe di Aoulouz e il guado su quel che resta del fiume Souss, fertile emissario ridotto ad un letto arido e sassoso, lo scenario cambia. Il serpente prende quota, si inerpica e abbandona la lunga pianura. L'argan, affiancato da mandorli, eucalipti e sporadici fichi d'india, accompagna il sentiero fino all'oasi pedemontana di Taliouine.


Poi si ferma.


I resti dell'imponente agadir (silos) in pietra che sovrasta il villaggio sembrano tracciare un confine immaginario e invalicabile. A Taliouine, infatti, si cambia terroir. Qui inizia il regno dello zafferano.


Spezia pregiata, conosciuta fin dall'antichità in tutto il bacino del Mediterraneo e in terra indo-persiana, lo zaʻfrān(termine che nella lingua locale richiama la parola "giallo", come il colore sprigionato dai carpelli del suo fiore) ha scelto questo luogo impervio e di difficile accesso per prosperare e legarsi alle tradizioni di una popolazione che da secoli lo coltiva e ne trae benefici. O almeno così dovrebbe.



Qualcosa che stona


Il Marocco è uno dei maggiori produttori mondiali assieme all'Iran, l'India, la Grecia e la Spagna. Si narra che proprio le truppe arabo-berbere, con la conquista dell'Andalusia, abbiano esportato questa coltura sul suolo iberico. Leggende posticce aggiungono che perfino alcune stanze dell'Alhambra sarebbero state decorate con una tintura ricavata dai pistilli vermiglio originari del sud del Marocco.


Epopee a parte, con le sue 3 tonnellate annue il regno maghrebino rimane lontano dalla performance iraniana - che da sola copre circa l'80% del mercato internazionale - ma può fare affidamento sull'ottima qualità del prodotto, certificata da istanze indipendenti (tra cui Slow Food Italia) che non esitano a compararlo al tanto stimato zafferano del Kashmir.


L'aumento della produzione e una più accurata strategia di marketing, come il rilascio di marchi registrati, sono tra le priorità dichiarate dal governo di Rabat per lo sviluppo del settore, votato essenzialmente all'esportazione (98%). Anche l'allestimento di un Festival in loco dedicato "all'oro rosso" rientra tra gli impulsi statali alla visibilità del terroir.


Siamo ad inizio novembre e a Taliouine è il momento della raccolta degli stimmi. Dopo il periodo estivo di stasi vegetativa, i bulbi hanno ormai ripreso l'attività e per alcune settimane offrono i loro delicati fiori violetti, prima di rientrare nel letargo invernale e poi passare alla fase riproduttiva, in primavera.


E' anche il momento tanto atteso del Festival dello zaʻfrān e il paese è montato a festa tra bandiere nazionali, tendoni espositivi, turisti curiosi e visite delle autorità. Ma nel corredo da parata c'è qualcosa che stona. Dello zafferano, all'interno della fiera, quasi non c'è traccia e ancor meno dei contadini che lo producono.


Perché? Dove sono? "Più su, oltre Taliouine. Le coltivazioni iniziano sopra i mille metri d'altitudine. Sui fianchi del monte Sirwa ci sono i fellah e le piantagioni", riferisce un funzionario comunale. Dietro la vetrina luccicante si profila una realtà meno idilliaca.



Lo zafferano non basta


I primi sprazzi di luce fendono il terreno rossastro mentre una brezza rigida, dal sapore notturno, spazza l'altopiano. Tre ragazze - dorsi chini, corpi piegati a compasso - si muovono con fare esperto tra i solchi, ancora umidi di rugiada, dove spuntano i germogli color malva.


"Bisogna cogliere i boccioli all'alba, prima che si schiudano e che i raggi del sole corrompano le proprietà degli stimmi" spiega Lahcen - il padre - mostrando i fiori già raccolti nella sua sacca di juta. Per ottenere 1 kg di spezia pura, considerando la mondatura e l'essiccamento dei pistilli, ne servono circa 230 mila. La metà del suo raccolto stagionale.


Un ettaro di terreno, in condizioni di buona irrigazione, può arrivare ad offrire quasi 8 kg di zafferano. Ma le dimensioni medie degli appezzamenti sono abbondantemente inferiori. Spesso le terre sono di proprietà collettiva e vengono ripartite tra le famiglie della comunità.


Lahcen si ritiene abbastanza fortunato: ha una parcella di mezzo ettaro, una parte riservata ai bulbi e l'altra coltivata a cereali. "In ogni caso lo zafferano - da solo - non basta per sopravvivere. Qui i prezzi non sono come in Europa.. Tutti cercano di portare avanti altre attività: sempre in ambito agricolo, se la pioggia ci assiste, oppure piccoli allevamenti".


Già, a quale prezzo i contadini marocchini vendono il loro "oro rosso"? "Dipende dai periodi, generalmente tra i 15 e i 18 dirham al grammo [1,4 - 1,7 euro]" risponde il fellah. Un decimo del costo nel mercato italiano.


Sono le 6 e mezza e a Tassousfi, villaggio di qualche centinaia di anime cresciuto attorno ad un antico marabut(santuario), il bagliore del giorno comincia ad accendere i colori del paesaggio. Un acquarello. Sotto l'azzurro del cielo, le vette aguzze e nere dell'Alto Atlante intersecano i rilievi più dolci e giallastri dell'Anti Atlante. Punto di incontro tra le due catene è il massiccio vulcanico del Sirwa, la vera patria dello zafferano e dei suoi custodi, la tribù berbera dei Souktana, di cui Lahcen rivendica con fierezza l'appartenenza.


Le sue figlie, intanto, hanno terminato la prima parte del lavoro e radunano i fiori in attesa di estrarne gli stimmi. È arrivato il momento del the, insaporito - come da tradizione - con la spezia locale. "Il vero zaʻfrān ha un retrogusto amaro - commenta il contadino con aria disillusa - come la vita che si fa da queste parti. In molti hanno deciso di partire. Anche mio figlio. Ora è in Belgio, ha un impiego fisso e di tanto in tanto ci manda dei soldi".



Il governo fa promesse..


Non è un caso che la regione di Taliouine abbia conosciuto nei decenni scorsi un esodo rurale massiccio, tra i più elevati del regno. Se il tasso di crescita nazionale si è attestato attorno al 4%, stando almeno alle cifre diffuse dall'Ocp (l'Istat locale), nel territorio di Souktana difficilmente ha sfiorato l'1%. Un dato che trova conferma nell'indice di povertà, bloccato al 34%, ossia il triplo della media del paese. Anche le infrastrutture di base, ad esempio acqua potabile ed elettricità, sono arrivate solo di recente, spesso grazie a progetti di cooperazione.


In alcuni dei douar più remoti della zona la popolazione è ancora oggi composta quasi esclusivamente da donne, che rivestono il ruolo di capofamiglia e rappresentano la principale forza-lavoro. La raccolta dello zafferano non fa eccezione.


Ad Ait Issa, qualche chilometro dopo Tassousfi, i campi che circondano il caseggiato sono presi a carico da una neo-nata associazione femminile. "Il governo fa promesse ma non ci aiuta. A parte la fornitura gratuita dei bulbi non abbiamo visto niente" assicura Malika, autoproclamatasi portavoce del gruppo.


"Il piano ministeriale per lo sviluppo della filiera prevede la presa a carico dell'approvvigionamento idrico, ma qui hanno mandato dei privati per scavare il pozzo che ora si rifanno sulle utenze" rincalza Hassan, il marito di Malika. "L'acqua la paghiamo 30 dirham l'ora, perché abbiamo la terra vicino alle pompe, altrimenti il prezzo è più alto e le prospettive di guadagno si riducono".


Allineate una a fianco all'altra, con i loro cestini e le mani basse a sfiorare il terreno, le donne avanzano in sincronia intonando canti propiziatori. A circondarle, un manto color ruggine punteggiato di gemme violacee.


Nonostante la fatica e le incertezze della situazione, il tempo del raccolto è vissuto come un periodo lieto, una celebrazione collettiva che ancora riesce ad unire le comunità e i villaggi arroccati sul monte Sirwa. I vestiti delle contadine sono curati, i foulard rifiniti e in armonia con le tonalità dell'ambiente.


"In passato il pigmento di zaʻfrānera sempre presente nel nostro quotidiano. Veniva utilizzato per decorare gli abiti, ornava il volto e il corpo delle spose per proteggerle dai jnoun [gli spiriti malvagi] e ci si coloravano perfino i tappeti intrecciati a mano", racconta Malika. "Ora non possiamo più permettercelo, le quotazioni sul mercato sono alte e la spezia non può essere sprecata, anche se a noi viene pagata una miseria".


Arrivate all'ultimo solco le donne interrompono la sinfonia, radunano i fiori e si spostano vociando verso un appezzamento poco distante. "Andiamo a dare una mano ai vicini" butta lì la contadina mentre si affretta per raggiungere le altre. La solidarietà, almeno quella, non è ancora diventata un valore di mercato.



Gli intermediari


L'ascesa del Sirwa continua e, tornante dopo tornante, le perplessità faticano a trovare una spiegazione. Lo zafferano di Taliouine se ne va quasi tutto all'estero, dove il suo prezzo è almeno dieci se non venti volte maggiore di quello percepito dai fellah. Chi approfitta di questo rincaro?


"Gli intermediari, i grossisti delle grandi città che inviano qui i loro emissari. Si tratta di un'entità grigia di cui si fatica a tracciare i contorni", risponde sicuro Haj Khemiss, ex funzionario riconvertito all'economia solidale. "Il problema più grande è la carenza di canali di vendita ufficiali, che possano assicurare un prezzo equo ai produttori. Alcune organizzazioni di fair trade si stanno interessando alla nostra regione, ma le quantità che trattano sono irrisorie come pure i proventi che arrivano dai circuiti del turismo sostenibile".


E lo Stato in tutto questo? "Si sta muovendo, senza particolare successo. Le certificazioni di qualità sono costose e facilmente raggirabili finché il prodotto continua a passare nelle mani dei mediatori".


Anche le cooperative, a cui sono destinati gli incentivi (bulbi, imballaggi..), hanno poca presa sul mercato e i contadini che ne fanno parte - stando alle testimonianze ricevute - sono comunque costretti ad affidare la gran parte del raccolto all'economia informale, che specula sul loro isolamento. "Per uscire da questo far west ci vorrebbe una politica di sostegno pubblico sul prezzo della materia grezza - commenta Haj Khemiss - Solo pochi dirham al grammo, centesimi di euro, quassù farebbero la differenza".



L'emarginazione aumenta l'impotenza


Il sole ha compiuto la sua volta e va ad infilarsi lentamente dietro al costone di roccia su cui si intravedono terrazzamenti e piccole porte ben sistemate, quasi a proteggere l'accesso all'intimità della montagna. Sono le grotte che danno riparo ai pastori in transumanza.


Immersi nel silenzio, alcuni scoiattoli di Berberia - sopravvissuti al bracconaggio che ne ha falcidiato la popolazione - sembrano rincorrere gli ultimi riflessi di luce e con essi il tepore della giornata che se ne sta andando. Poco distante una costruzione secolare, cesellata sulla pietra della parete, osserva prudente la borgata spenta che sorge ai suoi piedi.


A prima vista si direbbe un castello, il rimando è fiabesco. In realtà si tratta di un ighrem, un deposito fortificato con cui gli abitanti del posto proteggevano i loro beni - bestiame e vettovaglie - in caso di pericolo. Il villaggio sottostante, invece, si chiama Ifri, parola che in berbero significa appunto "roccia". E la sua quotidianità, per quanto autentica e sotto certi aspetti eroica, ha ben poco della favola incantata.


A questa altitudine infatti le porzioni di superficie coltivabile si riducono a minuscoli fazzoletti, intervallati da qualche albero da frutto. I bambini, numerosi, hanno interrotto la scuola e aiutano i genitori nei campi e nelle incombenze domestiche.


Sono loro, ciabatte ai piedi e mani sporche di terra, a fare il quadro della situazione. Ogni famiglia, alla fine della stagione, ricava dallo zafferano al massimo 3 mila dirham (meno di 300 euro), a cui vanno sottratte le spese ordinarie: irrigazione, trasporto e la decima per la moschea e l'imam.


Anche qui le pompe per il pozzo ce le hanno portate i privati, mentre l'acqua potabile non è ancora arrivata. Gli stimmi vengono raccolti tutti assieme e poi venduti al suk settimanale di Taliouine, a 12 dh il grammo. E' il prezzo più basso. Il riscontro, inequivocabile: più cresce il livello di emarginazione, più aumenta l'impotenza nella contrattazione. E la voglia di lasciar perdere, di tentare altre strade.


Eppure gli abitanti di Ifri, come le altre diecimila anime che compongono i resti della tribù Souktana, sono legati dal doppio filo della storia alla coltivazione del tubero e all'utilizzo dei suoi pistilli. Amuleto contro il malocchio, ma anche infuso dalle apprezzabili proprietà curative.


Un'anziana donna racconta che lo zaʻfrān veniva correntemente impiegato per lenire i dolori dell'influenza, del parto e dello sviluppo della dentatura. "Era anche applicato sulle cicatrici dei neo-circoncisi e poteva servire da antidoto a certi veleni animali. Ancora oggi lascio da parte qualche fiore, per ogni evenienza. L'ospedale più vicino è a più di cento chilometri e da queste parti i dispensari dei villaggi non abbondano certo di medicine".


L'oscurità ha ormai avvolto completamente il paesello. Più a valle le luci della sera restano dei puntini sbiaditi, lontani. Non ci sono musiche né danze a disturbare la quiete di Ifri. Il festival, quassù, non è arrivato e la gente non ha nessuna intenzione di scendere a Taliouine.


"Servono i soldi per lo spostamento, se considero tutta la famiglia è quasi una giornata di lavoro", ammette sconsolato Ahmed, che precisa: "se penso poi alle migliaia di dirham spese per organizzare l'evento, che porta al massimo qualche decina di turisti, mi sale la rabbia. Il festival non è per noi, ma per tutti quelli che continuano a sfruttare le nostre risorse". Non ha tutti i torti, Ahmed. Dire che i contadini del Sirwa non traggono i benefici sperati dell'oro rosso che da tempo immemore maneggiano con esperienza è uno stridente eufemismo.

(Foto Jacopo Granci)

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Tamazgha! Se la “primavera” è berbera…

Tamazgha! Se la “primavera” è berbera…

Il 2011 passerà alla storia come l'anno delle "rivoluzioni arabe". Ma, nel caso dei paesi del Nord Africa, l'espressione appare incompleta (oltre che discutibile sul piano dei risultati ottenuti), poiché disconosce l'apporto della componente berbera, negata e repressa nel processo di edificazione degli Stati maghrebini post-coloniali.


(Marocco, Ait Benhaddou. Foto Jacopo Granci)



[Galatea] Negli ultimi tre anni infatti le bandiere giallo-verde-blu, simbolo di una comunità variegata - ma sempre più coesa e solidale - che si estende dalla costa atlantica all'oasi egiziana di Siwa, hanno sventolato a Tripoli, Tunisi, Tizi Ouzou, nelle principali città del Marocco come nelle aree dell'interno. Sintomo che, oltre al contenuto sociale e politico delle sollevazioni, le "primavere" sono servite anche a rilanciare la battaglia per la diversità culturale. A fondere rivendicazioni rimaste fino a quel momento distanti, almeno in apparenza.


E' questo il caso del regno marocchino, dove i militanti amazigh - termine preferito a "berberi", ritenuto esogeno e a connotazione spregiativa - hanno partecipato in massa alle manifestazioni indette dal Movimento 20 febbraio contro l'autoritarismo e la corruzione del makhzen (struttura di potere piramidale con vertice nel sovrano). La portata inedita e destabilizzante delle mobilitazioni, oltre alle minacce di uno scenario regionale in fermento, hanno costretto Rabat a fare concessioni, tra cui la modifica della costituzione che ora attribuisce al tamazight - lingua berbera, parlata da circa il 40% della popolazione e declinata in differenti varianti regionali - lo status di idioma ufficiale al fianco dell'arabo.


"Il riconoscimento costituzionale è un passo in avanti, ma non una vittoria", chiarisce subito Mounir Kejji, militante della prima ora. "La sua attuazione, ossia il bilinguismo nelle amministrazioni e la generalizzazione dell'insegnamento, resta vincolata a provvedimenti legislativi che da tre anni attendono di essere discussi in parlamento. Intanto all'anagrafe i nomi amazigh continuano ad essere proibiti, i tribunali parlano una lingua sconosciuta in cui molti di noi non possono difendersi e l'accoglienza ospedaliera, già carente di suo, è un optional per arabofoni". Più che un traguardo - dunque - si tratta di una sfida, che aspetta ancora riscontri concreti. Per questo, sebbene ignorate dai riflettori internazionali, le proteste nel regno non si sono mai fermate, neanche dopo l'adozione della nuova carta nel luglio 2011.



"Mai più piangerò in silenzio"

"Ci siamo messi in marcia e non smetteremo di camminare", cantano per le strade di Rabat e Casablanca i giovani - per lo più studenti universitari - della tawada, la "marcia" appunto. Un'iniziativa sconosciuta fino a poco tempo fa, con cui gli attivisti berberi stanno cercando di mettere pressione affinché il loro riconoscimento non resti lettera morta.

"Correggete i libri di storia, noi non siamo arabi" un altro degli slogan intonato dai dimostranti. Il riferimento è ai manuali scolastici, che iniziano la narrazione del paese con l'arrivo delle popolazioni arabe dal Golfo, nel VII secolo d. C., e con la conversione degli autoctoni all'islam. Della civiltà nordafricana antecedente all'era musulmana, essenzialmente berbero-giudaica, non vi è quasi nessuna traccia, solo un rapido passaggio catalogato con il termine jahiliyyah, il "tempo dell'ignoranza". Nessuna traccia nemmeno dell'accanita resistenza che le popolazioni berbere dell'Alto Atlante, del Saghru e del Rif opposero all'avanzata coloniale francese e spagnola, dopo che il sultano dell'epoca aveva già accettato il Protettorato. Una pagina su cui le autorità hanno deciso di soprassedere.

"Al liceo studiavamo testi dove i berberi erano descritti come selvaggi analfabeti, usciti dalla preistoria solo grazie alla conquista araba e all'arrivo di Allah. Non ci sono riferimenti ad eroi come Massinissa e Giugurta, che seppero tener testa all'impero romano, o alla regina Kahina, che resistette alle prime invasioni provenienti dalla penisola arabica" racconta Tarek, dottorando in Lettere a Rabat. "Non basta ora un articolo nella costituzione, che purtroppo conta ben poco nel nostro paese, per farci star zitti".

Secondo Tarek il governo a maggioranza islamista, storicamente ostile all'affermazione della berberità, sta facendo di tutto per bloccare il processo di ufficializzazione e rimettere in discussione le conquiste ottenute fino ad ora. Vale a dire il timido ingresso del tamazightnei programmi di istruzione e la scelta dei caratteri tifinagh per la standardizzazione grafica di una lingua trasmessa essenzialmente in modo orale. "Vogliono costringerci a scrivere la nostra lingua con le lettere arabe, ma il tifinagh non è soltanto un alfabeto. I suoi caratteri, a lungo vietati, sono parte integrante della nostra identità", puntualizza il professor Ahmed Assid, responsabile dell'Observatoire amazigh des droits et des libertés, tra le organizzazioni più combattive.

Nel 1994, dopo aver esposto uno striscione in tifinaghdurante una manifestazione, il maestro elementare Ali Iken e altri membri di una piccola associazione di provincia furono condannati al carcere per "attacco ai fondamenti dello Stato". Il caso suscitò indignazione ben al di là dei confini nazionali e le proteste vennero placate solo dopo un provvedimento di amnistia.

Nello stesso periodo il poeta e cantautore Moha Mallal scriveva "Mai più piangerò in silenzio" per affermare che la sua lingua non era né morta né dimenticata, mentre un'altra figura di spicco dell'intellighenzia amazigh - Sdqi Azayku - completava la sua seconda raccolta di poesie "Le cicatrici", restituendo in versi la profonda alienazione nel ritrovarsi "straniero in patria". Lo stesso Azayku, all'inizio degli anni '80, era finito in arresto per aver divulgato un articolo in cui sottolineava le radici berbere e africane di Tamazgha, la terra maghrebina.

Da allora il fermento culturale - che ha accompagnato la nascita e il consolidamento dei gruppi militanti - si è molto intensificato, riuscendo ad erodere lo stereotipo della berberità come vuota tradizione folklorica, adatta soltanto per turismo e musei. La poesia impegnata di Sdqi Azayku ha aperto nuovi orizzonti letterari per gli autori berberofoni e in campo musicale, dopo alcune esperienze d'avanguardia, è nata ormai una nuova generazione di artisti che fa della canzone uno strumento di denuncia e sensibilizzazione.

Anche Ali Iken, oggi sessantenne, scrive romanzi nella sua lingua materna e si dedica alla raccolta e alla trascrizione del patrimonio orale (canti, poemi e miti) perché venga fissato nella memoria collettiva. Ma i fantasmi della prigionia non lo abbandonano. "All'epoca eravamo ancora pochi. Combattere il culto dell'arabità era pericoloso e la repressione sempre in agguato. Ricordo i viaggi in Algeria e le stagioni del contrabbando. Portavamo con noi libri, audiocassette e manifesti per diffondere in Marocco l'esperienza dei cabili, pionieri di cui cercavamo di seguire le orme. Adesso, anche qui, i militanti sono numerosi e ostentano con fierezza la loro appartenenza. Ciò significa che la nostra lotta, sotterranea e quasi clandestina, non è stata vana".




Marocco

La question berbère è apparsa nel dibattito politico marocchino solo negli ultimi vent'anni, mentre prima l'esistenza di una diversità culturale era considerata tabù, bandita tanto dai principali partiti di opposizione (nazionalisti e socialisti, legati al panarabismo di Nasser) che dalla monarchia. Come gli altri paesi dell'area, al momento dell'indipendenza Rabat ha forgiato la propria impronta sull'uniformità arabo-musulmana. La dinamica è affine, che si tratti di Marocco, Algeria o Libia: temendo che l'eterogeneità linguistica e di valori potesse dividere e destabilizzare i nascenti apparati di potere, la leadership politica ha provveduto alla sua emarginazione o ad una strumentale sottomissione (esempio: la creazione del partito filo-monarchico Mouvement Populaire).

Nel caso marocchino sono stati due i fattori determinanti. Da un lato il movimento nazionale, l'élite post-indipendenza, ha associato la questione berbera ad una pura strategia di dominio coloniale, messa in atto dai francesi per facilitare il controllo sul territorio (considerazione valida anche per il contesto algerino). Emblematico - a questo proposito - l'esempio del leader socialista Mehdi Ben Barka, che a fine anni '50 affermava: "Non esistono berberi. Quelli che chiamate berberi sono arabi poveri e analfabeti". Dall'altra parte invece, la presenza di una monarchia di "genealogia divina" (la dinastia alawita ostenta ancora oggi la sua discendenza dal profeta Maometto) ha reso inscindibile la gestione del potere politico dal ricorso alla religione, e di conseguenza alla sua lingua di riferimento, l'arabo, ritenuta sacra poiché strumento di espressione di Allah (caso simile a quello della Libia di Gheddafi).

Disconosciuti, relegati ai margini o strumentalizzati, l'esistenza dei berberi è rimasta pertanto un'evidenza. Se non dal punto di vista etnico e in modo sempre più sfumato sul piano dell'appartenenza territoriale - a seguito delle migrazioni interne - la loro presenza è innegabile sul piano linguistico, culturale e su quello delle pratiche del diritto consuetudinario (spesso in contrasto con quello musulmano). Di conseguenza, anche l'attivismo amazigh possiede radici solide e profonde, sebbene in Marocco sia rimasto ad uno stadio embrionale per tutto il periodo degli "anni di piombo", riuscendo poi ad approfittare delle aperture del regime inserendo la question berbère nel piano di riforme annunciato dal nuovo sovrano Mohammed VI (salito al trono nel 1999).

Già prima della modifica costituzionale del 2011, infatti, la negoziazione tra le autorità e le organizzazioni più rappresentative del movimento aveva portato alla creazione di un Istituto per la cultura amazigh e all'avvio dell'insegnamento della lingua. Dal 2003, tuttavia, solo il 2% delle scuole elementari è stato in grado di offrire corsi agli alunni, un dato che - sommato alle ridotte competenze dell'Istituto - sembrava poter affossare il dinamismo della rivendicazione.

E' in questa fase di stallo che l'arrivo della "primavera" ha saputo offrire nuova linfa ed entusiasmo, mentre la congiunzione con le altre componenti del "20 febbraio" sotto il vessillo del cambiamento democratico ha fornito alla causa identitaria maggior peso politico. Tanto che oggi il movimento amazigh sta vivendo un processo di ringiovanimento ed espansione della sua base sociale: oltre alle storiche associazioni, la presa di coscienza sembra riflettersi persino nelle popolazioni semianalfabete del paese profondo, non più disposte a piegare la testa di fronte alla sopraffazione. Un aspetto che fa dell'attivismo berbero un paesaggio multiforme di resistenza al regime, capace di alternare l'attività di lobbying sulle istituzioni a vere e proprie ondate di rivolta.




Algeria

Differente è la situazione in Algeria, epicentro delle prime rivendicazioni identitarie di massa, ma soltanto sfiorata dalle sollevazioni di tre anni fa. Anche in questo caso, sebbene costituisca un quarto del totale e abbia fornito elementi di primo piano nella guerra di liberazione, la popolazione berbera ha subito una dura politica di esclusione dopo la prima ribellione in Cabilia del 1963. La valenza dello scontro, in quel caso, era più politica che identitaria: la rivalità tra il Fronte di liberazione nazionale - futuro partito unico - e il Fronte delle forze socialiste, poi messo al bando, ben ancorato nella regione. Ma tanto è bastato a formalizzare la scomunica della componente berbera, liquidata come una minaccia separatista all'unità del paese e un tradimento alla memoria dei martiri dell'indipendenza.

Rispetto al contesto marocchino, la diversità linguistica e culturale algerina è più localizzata, forte di un'appartenenza territoriale definita (oltre alla Cabilia, l'Aurès e le oasi mozabite e tuareg) e di un maggior radicamento comunitario. Anche per questo la resistenza all'uniformità araba e alla chiusura del regime è stata precoce. Se i primi volti noti della militanza amazigh - gli scrittori Mouloud Mammeri e Kateb Yacine o i cantanti Idir e Ferhat Mehenni - venivano perseguitati o costretti all'esilio, la "primavera berbera" del 1980 è riuscita ad incrinare il muro eretto dal presidente Houari Boumedienne, dando il via ad una più vasta espressione del dissenso che di lì a poco avrebbe portato alle aperture del biennio '88-'89.

"Le contraddizioni in Algeria sono antiche e violente - afferma Salem Chaker, professore all'Institut national des langues et cultures orientales (INALCO) e tra i principali rappresentanti della diaspora intellettuale amazigh in Francia -. Il paese è ancora traumatizzato dalla brutalità vissuta negli anni '90, mentre in Cabilia la sollevazione del 1980 ha inaugurato un ciclo di rivolte represse nel sangue. La popolazione è stanca, frustrata, ma resta un vulcano non ancora spento". Una chiara percezione si era già avuta nel 2001, durante i mesi del printemps noir: oltre cento morti nella regione ribelle e più di un milione di abitanti in marcia, da Tizi Ouzu ad Algeri, in segno di protesta. Anche qui per calmare le acque e frazionare la contestazione, il governo si era visto costretto a fare alcune concessioni (tamazight lingua nazionale nella costituzione e avvio dei programmi di insegnamento). Ma nei fatti il riconoscimento linguistico è lacunoso e la situazione in Cabilia è ancora lontano dal ritorno alla normalità.

Oltre all'esodo e allo stato di abbandono economico, in atto da decenni, la popolazione locale denuncia l'opprimente dispiegamento delle forze di sicurezza, giustificato - agli occhi delle autorità - dalla sopravvivenza di sacche terroristiche sul territorio. Sebbene il movimento, prima declinato in comitati e assemblee locali permanenti su modello delle vecchie tajmaat di villaggio, sembra ormai essersi dissolto, il distacco dalla gestione del governo resta flagrante: gli appuntamenti elettorali continuano ad essere boicottati e ad ogni commemorazione (1980, 2001, omicidio del cantante Lounès Matoub) le reti di attivisti sfidano il divieto di manifestare, e la conseguente repressione, tingendo Tizi Ouzu del tricolore berbero.


Tunisia e Libia

Nella fase attuale di post-primavera, le maggiori evoluzioni in termini di riconfigurazione identitaria potrebbero invece provenire dai paesi in cui le sollevazioni popolari hanno causato il crollo dei vecchi regimi. In Tunisia, dove la lingua amazigh ha patito di più lo sradicamento rispetto agli altri contesti (appena 150 mila berberofoni su una popolazione totale di 10 milioni), le nuove generazioni stanno cercando di riappropriarsi di questa risorsa in nome della lotta per una società plurale. "Prima della rivoluzione non potevamo esprimerci. La nostra lingua era appena bisbigliata, perfino tra le mura domestiche", racconta l'avvocato Ali al-Walhazi, fondatore della prima associazione amazigh tunisina. Dalla caduta del dittatore Ben Ali, i festival e le organizzazioni culturali attive in ogni angolo del paese si contano a decine, decise a rivalutare una berberità a lungo associata ai concetti di arretratezza e "volgare tradizionalismo". L'obiettivo è "la riscoperta di un patrimonio millenario e il suo riconoscimento ufficiale come una delle fonti dell'identità nazionale".

Ben più incandescente appare la situazione nella Libia del dopo Gheddafi, dove la minoranza amazigh (circa il 10% della popolazione, prevalentemente distribuita tra Tripolitania e Fezzan) si è subito autorganizzata - data anche la debolezza intrinseca delle nuove autorità - inaugurando scuole, stazioni radio e webtv. La caduta di un regime che si vantava di aver estirpato "l'eterodossia berbera" è stata accolta con entusiasmo e speranza dagli abitanti di Zwara, dell'Adrar n Infusen e delle oasi del sud, in fermento ben prima del 17 febbraio 2011 e poi attivi nell'avanzata del fronte occidentale contro il dittatore. Prima della sollevazione, la maggior parte dei non-arabi era oggetto delle politiche discriminatorie del Colonnello: oltre all'apartheid linguistica (la percentuale di berberofoni si è notevolmente ridotta negli ultimi 40 anni), la negazione dei diritti di cittadinanza. "Siamo stati estromessi dagli incarichi statali, privati dei documenti di identità necessari ad ottenere contratti di lavoro, borse di studio, ricoveri in ospedale o prestiti bancari" riferisce Fathi Ben Khalifa, oppositore a lungo in esilio, ora presidente del Congrès mondial amazigh, ong che raggruppa le principali associazioni culturali nordafricane e della diaspora.

Nonostante l'alto prezzo pagato sotto Gheddafi e durante i mesi del confronto armato, le comunità berbere - tuareg in testa - si dichiarano oggi insoddisfatte dell'operato del governo Zeidan, tanto che i loro rappresentanti si sono dimessi dal Parlamento. Sebbene il ministro dell'educazione abbia optato per l'insegnamento obbligatorio del tamazightnelle regioni berberofone, la dichiarazione costituzionale e il sistema di votazione scelto per la futura adozione del testo - a maggioranza semplice - non offrono garanzie affinché la lingua amazigh assuma lo status di idioma ufficiale. Senza contare che una parte della minoranza, non ancora "regolarizzata", non ha potuto partecipare alle elezioni del 2012.

Le relazioni con Tripoli restano tese e le voci berbere, che non vogliono andare in contro ad una nuova esclusione, rischiano di perdersi o di confondersi nel mezzo di un quadro nazionale scosso da pulsioni autonomiste (Cirenaica), focolai fondamentalisti e dalle violenze di milizie fuori controllo. "Gli abitanti di Nalut stanno arrivando allo scontro con le bande al soldo delle istituzioni locali, nel tentativo di recuperare i terreni espropriati durante il passato regime; a Sabha e Murzuq le tribù tuareg sono confinate in quartieri-ghetto e continuano ad essere trattate con sospetto e razzismo", confida Ben Khalifa. "Alcuni, accusandoli di aver fatto parte dell'esercito della Jamahiriyya, sostengono addirittura che dovrebbero essere espulsi dalla Libia. La situazione potrebbe degenerare: i tuareg e le altre comunità della zona, anziché essere una risorsa per stabilizzare una frontiera estremamente permeabile e combattere l'afflusso di armi ed estremisti, potrebbero decidere di sganciarsi come successo in Mali con la Repubblica dell'Azawad. L'esecutivo si sta comportando in modo miope".




La terra e le sue risorse

Le primavere del 2011 - oltre ad aver liberato la parola in sistemi che hanno fatto della paura uno strumento di controllo - hanno messo anche in risalto la carica sociale e politica assunta dall'attivismo berbero, non più confinato alla sola battaglia linguistica e culturale. Lo slogan unitario - "dignità, libertà, giustizia" - con cui si sono riempite le piazze maghrebine ne fornisce una lucida testimonianza.

Di questo aspetto si era già avuto sentore nell'ultimo decennio, ad esempio con la pubblicazione del Manifesto amazighmarocchino e della Piattaforma d'El-Kseurdurante la sollevazione cabila del 2001, in cui gli autori decisero di presentarsi semplicemente come "movimento cittadino". Se le rivendicazioni identitarie permangono, questi documenti esprimono al contempo un'aspirazione universale e democratica attaccandosi a problematiche "trasversali", quali la gestione dispotica del potere, la mancanza di investimenti e di strategie di sviluppo, la cooptazione dei rappresentanti politici e il disinteresse delle elite verso generazioni dimenticate.

"Lottare per la causa amazigh significa cantare nella mia lingua ma anche denunciare la povertà e lo sradicamento della mia gente", afferma il poeta e musicista Moha Mallal, cresciuto in un villaggio del Sud-est, tra le zone più colpite dalla defezione governativa. "E' un'esigenza naturale per chi continua a vivere sulla propria pelle l'assenza dello Stato. Non c'è desiderio di separazione - come alcuni vorrebbero far credere, per calunniarci - semmai la richiesta di un'inclusione che non è mai avvenuta".

Per l'artista la mancanza di sviluppo sofferta dalla regione, che detiene uno dei più alti tassi di disoccupazione nazionale, risponderebbe ad una precisa volontà politica. "E' la punizione inflitta ad una popolazione ribelle, che non ha mai accettato le imposizioni del makhzene che poi ha resistito con fierezza all'occupazione straniera. Ma i francesi, almeno, qualcosa hanno fatto dopo la conquista. Le scuole e le strade che abbiamo risalgono alla loro epoca. Poi più niente". Come Mallal la pensano molti giovani del posto, riuniti in un movimento battezzato ironicamente ait ghighouch, "i datteri marci". Le loro iniziative - sit-in, scioperi, blocco delle vie di comunicazione - raccolgono un sostegno sempre più ampio: la prova, dopo l'appello al boicottaggio delle ultime elezioni, l'affluenza in alcune circoscrizioni della regione ha di poco superato lo 0%.

Se l'associazionismo e l'attivismo nelle facoltà hanno fin qui rappresentato la dimensione urbana e intellettuale del movimento amazigh, la question berbère in Marocco sta facendo breccia nelle periferie rurali e montane del regno, oltrepassando i confini linguistici e le rivalità tribali su cui per anni aveva fatto leva il regime. In questi contesti è la solidarietà e la volontà di riscatto a guidare singoli militanti o piccoli coordinamenti informali, che spesso riuniscono donne, anziani e ragazzi. Le priorità: denunciare la hogra (sentimento di impotenza) e difendere le risorse del territorio. Come a Imider (Galatea n. 4, 2013), dove gli abitanti stanno protestando da due anni contro una holding - di proprietà del sovrano - che estrae argento dalle alture circostanti, prosciugando le falde e inquinando i terreni. Oppure a Bouarfa dove il degrado dei servizi, seguito alla chiusura delle miniere di rame e manganese, ha innescato una dura campagna di disobbedienza civile guidata da berberisti e sindacati, che è riuscita ad ottenere l'esenzione - per gli abitanti - dal pagamento delle bollette di luce e acqua.

Quella che sta andando in scena nelle aree interne del paese è una battaglia silenziosa. La battaglia per l'accesso alla terra, confiscata alle collettività locali durante il Protettorato e trasferita nelle mani delle nuove autorità al momento dell'indipendenza. Che si tratti di zone di estrazione mineraria, sorgenti, terreni fertili o lotti situati nelle vicinanze di centri abitati - poi dichiarati edificabili -, il copione è più o meno lo stesso. Le terre collettive, un tempo a disposizione della comunità e regolate dal diritto consuetudinario, sono ora "tutelate" dalle delegazioni ministeriali, che ne gestiscono la vendita o lo sfruttamento.

Lo schema non risparmia le foreste e i pascoli dell'Atlante, e ancor meno i suoi preziosi boschi di cedro, attorno a cui si è concentrata una fitta rete di ingiustizie. Secondo Aziz Akkaoui, impegnato nella difesa dei diritti umani, "siamo di fronte ad una guerra a bassa intensità, combattuta a colpi di asce, spoliazioni e commercio clandestino. Le vittime sono le conifere, minacciate di sparizione dal taglio selvaggio, e la popolazione, che ancora oggi muore a causa del freddo e della malnutrizione". La situazione nei dintorni di Khenifra è a dir poco esplosiva: gli abitanti dei douar manifestano con sempre più frequenza davanti ai palazzi delle istituzioni, tanto che nei mesi scorsi le autorità hanno deciso di ricorrere all'intervento delle forze militari. Ad Anfgou invece, piccola borgata berbera incastonata nelle pendici del Medio Atlante, gli ultimi inverni si sono portati via decine di bambini, morti assiderati.

"Da anni osserviamo sfilare camion carichi di tronchi e di carbone, diretti non si sa dove. Se invece siamo noi a tagliare il legname, per costruire case decenti o per riscaldarci, rischiamo di farci arrestare o sparare dalla forestale", continua Akkaoui. Lo Stato, per legge, dovrebbe reinvestire il 75% dei ricavi sul territorio. Ma gli abitanti affermano di non averne mai beneficiato. "Basta guardare in giro, non c'è nulla - conferma l'attivista -. Qui si vive nella miseria mentre la foresta e i suoi introiti si dissolvono senza lasciare traccia. Dove vanno a finire i soldi della vendita dei cedri? Dove sono gli organismi di controllo? Perché mancano le infrastrutture di base, a volte perfino l'elettricità, se i nostri comuni sono ricchi?". Domande che restano senza risposta. Affermazioni che spiegano l'ampiezza di un malessere che sta trovando nel fermento identitario una nuova cassa di risonanza.


Democrazia amazigh?

"Quella amazigh non è solo una battaglia culturale ma anche politica - conferma il professor Ahmed Assid -. Le nostre rivendicazioni mettono in discussione le fondamenta stesse dello Stato marocchino, che ha fatto del binomio sacralità della lingua araba - sacralità del potere la sua ragion d'essere". La richiesta di una costituzione laica e di un'effettiva separazione dei poteri è stata una delle basi che ha portato all'avvicinamento tra le organizzazioni berbere e i dissidenti di sinistra durante le proteste del 2011. Seppur con scarsi risultati, dal momento che la modifica costituzionale ha confermato il sovrano come vertice politico e religioso del paese.

"La berberità non si limita all'aspetto linguistico, è un sistema di valori", continua Assid, portavoce autorevole del movimento. "Valori intrinsecamente laici, se consideriamo che le tribù rimaste fuori dal controllo del sultano fino alla conquista francese hanno sempre distinto le questioni celesti dagli affari terrestri. In altre parole, l'imam e qualunque altro rappresentante religioso non partecipavano alle assemblee di villaggio, riservate ai delegati delle famiglie, ma rimanevano nelle moschee. Gli abitanti richiedevano il loro intervento esclusivamente per ragioni spirituali".

La rivisitazione delle norme consuetudinarie - che hanno retto per secoli le amministrazioni locali nelle regioni dell'Atlante, nel Rif o in Cabilia - è diventata ormai un punto di riferimento ideologico per gli attivisti, che associano la loro lotta a quella più generale verso il riconoscimento dei diritti universali. "Libertà di coscienza, uguaglianza di genere, abolizione della pena di morte sono concetti storicamente presenti nella nostra cultura e per noi è naturale difenderli. L'azerfamazigh, tra l'altro, ha sempre escluso punizioni corporali, al contrario della legge coranica che era applicata nei territori del makhzen".

Non sorprende, dunque, vedere oggi le popolazioni amazigh di Libia opporsi tenacemente all'affermazione della shari'aquale fonte della legislazione (secondo quanto previsto dalla dichiarazione costituzionale del 2012). Tanto più che, "come i mozabiti in Algeria, la maggioranza dei berberi libici sono ibaditi, una corrente minoritaria eterodossa, distinta da sunniti e sciiti. Questa specificità spinge le comunità su posizioni dichiaratamente laiche, unica garanzia ai loro occhi per il rispetto del pluralismo religioso", ribadisce Salem Chaker.

E' proprio ad un simile "bagaglio di esperienze ancestrali" - secondo lo studioso cabilo e molte altre voci in seno all'internazionale amazigh - che i paesi del Maghreb dovrebbero far appello per superare i fallimenti e le politiche repressive sperimentati nei decenni passati. "Il modello panarabista, dominante durante la fase post-indipendenza, è condannato da tempo. La parentesi islamista, nonostante le recenti vittorie elettorali, non sembra destinata ad un epilogo migliore, anche in mancanza di una risposta sul piano socio-economico. L'alternativa berbera, invece, potrebbe essere la chiave giusta per aprire la strada ad una 'democrazia maghrebina' fondata sul rispetto dei diritti e della diversità".

Riuscirà quest'alternativa ad approfittare dei mutamenti e dei contrasti in corso nella regione nordafricana per recuperare lo spazio e la visibilità a lungo negata? Di certo quella che è stata una "cultura confinata ai margini dell'illegalità" - la definizione è dello scrittore algerino Mouloud Mammeri - ha ormai acquisito spessore e consapevolezza e sembra aver intrapreso un nuovo cammino.




Bandiera berbera

La storia della bandiera berbera è ben più recente del popolo che rappresenta. Risultato del consolidamento, su scala internazionale, della rivendicazione identitaria nordafricana, è stata ufficialmente adottata dal primo Congrès mondial amazigh riunito nel 1998 nelle isole Canarie. I suoi colori rappresentano i differenti paesaggi in cui vivono le popolazioni berberofone: il blu è il colore del Mediterraneo e dell'oceano Atlantico, il verde quello dei boschi delle montagne e il giallo quello del deserto. La figura posta al centro del vessillo è un "aza", la lettera zeta dell'alfabeto tifinagh, che nell'iconografia militante simboleggia l'amazigh stesso, ossia "l'uomo libero", mentre il colore rosso evoca il legame di appartenenza alla terra che unisce le diverse comunità di Tamazgha.




Algeria: Bouteflika Barakat!

Algeria: Bouteflika Barakat!

Centinaia di persone si sono unite nel movimento Barakat ("basta") per dire no al quarto mandato consecutivo del presidente in carica. Il punto con Mehdi Bsikri, giornalista a El Watan e membro del collettivo di protesta.



(traduzione dell'articolo di Louise Michel D. per JOL Press)


Cosa ha significato per la società algerina la candidatura al quarto mandato di Bouteflika?


Non ho la pretesa di essere un portavoce dell'intera società algerina, ma di certo - almeno secondo i miei viaggi di città in città e le testimonianze raccolte - la popolazione manifesta la sua esasperazione. Non ne vuole sapere di una candidatura che significa la continuità di un sistema liberticida.


La maggioranza dei cittadini vuole uscire dalla sua condizione di sudditanza, vuole prendere la parola per dire "stop" alla cattiva gestione del paese, "no" alla corruzione endemica, "basta" allo sperpero di fondi pubblici. Vuole un rafforzamento legale delle istituzioni e delle amministrazioni, per garantire la sopravvivenza dello Stato. Il regime in atto ha svuotato di senso e poteri le istituzioni per continuare a dirigere il paese indisturbato, a danno del benessere degli algerini.



A che punto sono le mobilitazioni contro la rielezione di Bouteflika?


Sono in aumento e assumono forme differenti. Studenti, professori, medici, disoccupati, funzionari.. ognuno si mobilita a suo modo, pur convergendo verso il rifiuto del quarto mandato.



Quali sono le rivendicazioni del movimento Barakat?


Il nostro movimento non ha un vero e proprio inquadramento, è un collettivo militante di cittadini costituitosi in forma spontanea, indipendente dai partiti politici (non sostengono nessun candidato alle presidenziali, ndr). Si tratta di un movimento pacifico che esprime chiaramente il rifiuto della violenza, pur rivendicando un cambiamento radicale del sistema, non limitato alla facciata. Il nostro slogan è "no al sistema, no alla polizia politica, no al quarto mandato".



Cosa significa esattamente Barakat?


Il significato della parola in arabo algerino è "basta", ma lo slogan ha un significato storico per noi. Il popolo algerino gridava già "7 anni barakat" una volta acquisita l'indipendenza, dopo i tragici fatti dell'estate 1962 quando due clan dell'esercito - quello "dell'interno" e quello che durante la guerra di liberazione stazionava alle frontiere - entrarono in conflitto.



Da chi è composto il movimento e quali azioni propone?


Il movimento Barakat è composto da cittadini di profilo differente e insediati in diverse regioni del paese. Ciò che li lega è l'amore per il paese e la consapevolezza dei rischi per il futuro. Ci sono avvocati, giornalisti, medici, impiegati, architetti, artisti, attori, disoccupati, donne e uomini. Per noi non ci sono distinzioni né di sesso né di professione. Siamo tutti uguali, tutti cittadini.


Barakat si batte per uno Stato repubblicano e democratico, per un'economia sottratta alla dipendenza dagli idrocarburi e destinata all'implosione. Il movimento si scaglia contro le derive del sistema, sia in campo economico che dell'apparato di sicurezza. Per noi è tempo di salvare l'Algeria; se il paese continuerà ad essere governato in questo modo saremo indirizzati inevitabilmente verso il baratro.


Quanto alle azioni proposte, per il momento Barakat ha organizzato alcuni sit-in di fronte all'universale centrale di Algeri, nel cuore della capitale. Ne stiamo preparando altri, assieme ad una sorta di manifesto esplicativo delle ragioni del movimento.



Non si respira una sorta di fatalismo politico nel paese?


Al contrario. Gli algerini sono molto coscienti e politicizzati. Nonostante tutto, conservano la speranza di un cambiamento in profondità, un cambiamento pacifico e sereno. Sanno bene che le parole degli esponenti del regime non sono altro che subdola propaganda.



Quali sono oggi le priorità per l'Algeria?


Tante, forse troppe. Sui settori da riformare d'urgenza, molti analisti concordano: la giustizia, l'amministrazione pubblica, la sanità, l'agricoltura, la politica urbanistica, la distribuzione a tutti i cittadini di gas, acqua corrente ed elettricità.. solo per fare un primo elenco. Esistono delle competenze integre all'interno del paese, è ora di offrire loro una possibilità.


L’Algeria verso il quarto mandato Bouteflika

L’Algeria verso il quarto mandato Bouteflika

Perché tutto rimanga com'è bisogna che "niente" cambi. Non è una svista, ma la riedizione dell'adagio gattopardesco in salsa algerina. Mentre il Presidente in carica si avvia al trionfo elettorale, per le strade cresce il dissenso.




Fine della suspense, o almeno così sembra. All'età di 77 anni, in carica dal 1999, Abdelaziz Bouteflika (già ministro degli Esteri nel primo governo Ben Bella e poi con Boumedienne, 1963-1979) ha presentato la sua ri-candidatura alla Presidenza del paese, in vista delle elezioni che si terranno il prossimo 17 aprile.


Lo ha annunciato il primo ministro Abdelmalek Sellal e lo ha confermato lo stesso Bouteflika il 3 marzo scorso, adempiendo alle formalità burocratiche previste dalla costituzione sotto i riflettori della televisione nazionale. La stessa costituzione che era stata modificata nel 2008 per permettere al Presidente di ovviare al limite di due mandati e di trionfare senza rivali nello scrutinio dell'anno successivo.


Eppure le precarie condizioni di salute - complicate dall'ischemia della primavera scorsa, che lo ha costretto per quasi tre mesi al ricovero in Francia - lasciavano presagire ad un possibile ritiro del Presidente dalla scena pubblica, come del resto la lunga riserva sulla candidatura sciolta soltanto a poche ore dal limite fissato dalla corte costituzionale per il deposito dei dossier.


Quella del 3 marzo, fra l'altro, è stata la prima apparizione in pubblico di Bouteflika da oltre un anno a questa parte, ma le parole pronunciate durante la diretta video - di pochi secondi - sono sembrate a dir poco incomprensibili per i telespettatori.


Pur malato e indebolito, probabilmente non più in grado di adempiere alle sue funzioni - e l'Algeria, ricordiamolo, ha un'organizzazione di governo spiccatamente presidenziale - l'attuale Capo di Stato si presenta pertanto, per la quarta volta consecutiva, come favorito all'imminente appuntamento con le urne. Come è possibile?



La natura del regime


"Il regime algerino può essere concepito come un cartello economico - spiega il professor Thomas Serres (Università di Saint-Etienne), profondo conoscitore del paese - ossia un insieme di attori che controllano un ampio settore (lo Stato) e si accordano per spartirne i benefici, che siano materiali o simbolici". In altre parole, la rendita degli idrocarburi (98% delle esportazioni) o i posti di rappresentanza nelle istituzioni, che fungono da paravento democratico.


Questi attori, continua l'accademico, appartengono ad orizzonti diversi (militari, tecnocrati e personaggi politici) e non hanno bisogno di condividere in toto gli orientamenti del governo, su cui si consumano spesso divergenze, scontri individuali o legati a cerchie di potere (comunemente definite "clan" dalla stessa opinione pubblica algerina).


"La sola che conta, alla fine, è il mantenimento dello statu quo e la continuazione dell'accesso ai benefici che i rispettivi ruoli comportano".


Uno statu quo ristabilito a caro prezzo per la popolazione - dopo la 'deriva democratica' che aveva portato il Fis alla vittoria delle elezioni (1990, 1991) e il colpo di mano militare che ha sprofondato il paese nella spirale di violenze del 'decennio nero' - proprio grazie al consenso raggiunto nelle alte sfere attorno alla figura di Bouteflika.


La conferma della natura opaca di un regime - di cui "è difficile definire i contorni" - arriva dalla ricercatrice franco-algerina Karima Direche (direttrice dell'Institut de recherche sur le Maghreb contemporain - Irmc - di Tunisi).


"E' arduo azzardarsi in un'interpretazione delle dinamiche di potere, ma di certo il capo dello Stato non è il solo a prendere le decisioni. Fa parte di una più vasta oligarchia che comprende i vertici militari, protagonisti indiscussi della politica algerina fin dal colpo di stato del 1965 - spiega l'accademica -. L'esercito costituisce la spina dorsale del regime e mantiene un ruolo centrale nella cooptazione delle elite e dei partiti incaricati dell'amministrazione di governo".


Ed è proprio all'interno degli apparati militari che sembra consumarsi, in questi ultimi mesi, un acceso confronto tra i vertici dello Stato maggiore e la Drs - gli influenti servizi segreti guidati dal generale "Toufik" Mediene - in cui l'entourage presidenziale rivestirebbe una mera funzione di contorno e bilanciamento.


E' in questa ottica che - secondo gli analisti di Algeria Watch - deve essere letto il duro attacco sferrato dal segretario del Fln Amar Saadani (primo partito in Parlamento e formazione di riferimento di Bouteflika, di cui è presidente onorario) contro Toufik, ad inizio febbraio scorso. Saadani ha pubblicamente dichiarato che i servizi "oltrepassano le loro prerogative" interferendo nel lavoro della giustizia, dei media e dei rappresentanti politici. Un affondo che si aggiunge al siluramento di alcuni importanti generali vicino al capo dell'intelligence.


L'obiettivo primario della contesa è il riequilibrio delle influenze sui centri di potere decisionale (e sulla conseguente spartizione della rendita economica), a lungo nettamente proteso a favore della Drs rispetto ad uno Stato maggiore a competenze ridotte.


Una situazione che va avanti dalla metà degli anni novanta, ossia dal momento in cui i servizi sono intervenuti in prima linea per condurre la "guerra sporca contro il terrorismo". La loro egemonia, tuttavia, sembra essersi incrinata dopo lo choc subito con il sequestro-massacro di In Amenas - operazione interamente gestita dalla Drs - nel gennaio 2013.


Il secondo motivo della disputa, legato al primo ma più a corto termine, è la necessità - per i diversi clan che si muovono dietro le quinte - di trovare un nuovo compromesso duraturo, data la consistenza delle prerogative costituzionali attribuite al capo dello Stato, in vista del post-Bouteflika. Le elezioni del prossimo aprile sembravano poter fornire l'occasione adatta, complice anche la malattia del Presidente, per investire una nuova figura in grado di raccogliere il consenso delle varie parti che compongono il "potere reale".



La "tregua"


La ricandidatura presentata in extremis da Abdelaziz Bouteflika è però il segnale, secondo gli osservatori, che l'accordo sul "successore" non è stato raggiunto. Così, in mancanza di un nuovo consenso, si è preferito conservare il vecchio pur di evitare profonde lacerazioni interne, che alla vigilia di un'elezione presidenziale avrebbero portato conseguenze nefaste per la stabilità del sistema.


Il quarto mandato rappresenta dunque una "tregua" - per usare un'espressione del politologo Mohammed Hachemaoui (Iremam) - nel confronto tra Drs e Stato maggiore, una soluzione tampone per difetto di alternative.


Del resto la lunga parentesi Bouteflika (15 anni), fatta eccezione per qualche marcata inimicizia o l'eccessiva golosità di alcuni suoi accoliti (ad esempio i ministri dell'Energia e della Giustizia, coinvolti in uno scandalo di corruzione assieme all'italiana Saipem-Eni), è riuscita a farsi apprezzare come co-gestionaria del potere tanto in patria che all'estero.


Il Presidente è comunemente riconosciuto come l'uomo della pacificazione, che ha traghettato l'Algeria fuori dalla scia di sangue della "guerra civile". Ha aperto i mercati petroliferi agli investimenti stranieri, pur conservando il controllo degli sfruttamenti (legge del 51%), ed ha moltiplicato le interazioni con le cancellerie occidentali, che hanno tutto l'interesse nel preservare un clima di stabilità all'interno del paese.


I giochi, quindi, sembrano chiusi in partenza.


La riconduzione di Bouteflika alla testa del governo, nonostante il logoramento fisico e le sue assenze prolungate e ripetute dalla scena pubblica, è ormai considerata la miglior garanzia per cautelare lo statu quo. Allo stesso tempo, questa scelta dimostra che il sistema algerino può funzionare bene anche senza la presenza di un capo di Stato al pieno delle sue capacità. Come dire che una controfigura rodata - e spalleggiata da personaggi ambiziosi, quali Said Bouteflika, fratello e segretario del Presidente - è più che sufficiente.


Inoltre gli altri candidati all'appuntamento elettorale non appaiono in grado di reggere il confronto con le urne.


I vari Moussa Touati, Louisa Hannoune o Ali Fawzi Rebaine, alla testa di piccoli partiti dell'opposizione parlamentare, sono destinati a rivestire il semplice ruolo di figuranti - già devotamente assunto in passato - per dare legittimità alla competizione. Ali Benfils invece, tra i rivali di certo il più esperto degli ingranaggi del potere (ex primo ministro di Bouteflika ed ex segretario del Fln), è pur sempre visto come un uomo di apparato e non possiede le carte per catalizzare un eventuale voto di protesta. Quanto al volto nuovo Yasmina Khadra, il romanziere si è ritirato dalla corsa non essendo riuscito a presentare le 60 mila firme di appoggio richieste dal codice elettorale.


Tutto questo senza fare i conti con l'intrusione dei servizi nella consultazione.


Se infatti il giornalista Hacen Ouali ricorda che "la natura autoritaria del regime algerino fa sì che le elezioni siano il risultato di un accomodamento deciso in anticipo e avallato da uno scrutinio pilotato", Mohammed Hachemaoui è ancora più preciso nella sua lettura: "il posizionamento a favore del quarto mandato di due potenti apparati notoriamente manovrati dalla Drs - l'Ugta (centrale sindacale) e il Rnd (secondo partito di maggioranza, dal 1997 nell'esecutivo) - significa che la partita è chiusa con il beneplacito dei servizi, a dispetto di chi continua a credere alla guerra di clan tra il generale Toufik e Bouteflika".



La contestazione


Diverso è il clima che si respira per le strade, dove la candidatura del Presidente malato è vissuta come un insulto da larghe frange della popolazione. Pur consapevoli della chiusura del panorama politico - dove le opposizioni democratiche e i movimenti dissidenti sono stati via via neutralizzati, quando non fagocitati dal sistema - gli algerini si sentono oltraggiati dalla sola idea di dover votare qualcuno che non ha i mezzi per dirigere il paese.


Proteste spontanee, sotto lo slogan barakat("basta"), sono andate in scena in numerose città del paese - capitale compresa - sebbene la polizia si sia dimostrata efficace nel placare le manifestazioni, procedendo con fermi e arresti sommari (non solo dei dimostranti, ma anche dei giornalisti che tentano di coprire gli eventi).


Su internet intanto si scatena la frustrazione e l'amaro sarcasmo degli utenti che si oppongono al quarto mandato, mentre alcune formazioni politiche unite a personalità di spicco della società civile hanno formato un "coordinamento nazionale per il boicottaggio" che annuncia nuove mobilitazioni per i giorni a venire.


Di fronte al palesarsi del dissenso c'è già chi richiama lo scenario delle storiche contestazioni del 1988, le quali - nonostante la dura repressione subita - portarono alle prime aperture democratiche e alla fine del partito unico (Fln). I rappresentanti del governo, invece, demonizzano il movimento nascente come un "tentativo di destabilizzazione manipolato dall'esterno".


Proprio la paura del caos, del ritorno all'insicurezza e il pesante trauma ereditato dalla guerra civile avevano consentito alle autorità di arginare le rivolte di inizio 2011, grazie anche ad una tempestiva redistribuzione della rendita petrolifera (aumenti salariali, prestiti a fondo perduto per i giovani, aumento del budget destinato agli enti locali..).


Fino a dove, in questa fase, saranno disposti ad arrivare gli algerini? I timori degli uni e gli interessi degli altri torneranno a prevalere, frenando la spinta verso il cambiamento, o si giungerà al punto di non ritorno?


Difficile prevederlo. Tuttavia, se le mobilitazioni dovessero continuare e crescere in intensità non sarebbe solo il quarto mandato Bouteflika ad essere messo in discussione, ma l'intero apparato di potere, dimostratosi ancora una volta troppo distante dai bisogni e dalle aspirazioni dei cittadini.


Per la popolazione in strada significherebbe oltrepassare l'abituale rivendicazione socio-economica - tollerata poiché comunque fondata sul riconoscimento e la perpetuazione delle strutture esistenti - e alzare il livello dello scontro. Con la consapevolezza di doversi confrontare alla reazione di un regime estremamente vorace e geloso di preservare le sue prerogative. A qualunque costo.


La storia recente - colpo di Stato del 1992, omicidio Boudiaf, fallimento degli accordi di Sant'Egidio, oltre 200 mila morti durante gli anni '90 e quasi 20 mila persone tuttora "scomparse" - è lì a ricordarlo.



(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
Mahragan! L’Egitto dell’electro chaabi

Mahragan! L’Egitto dell’electro chaabi

Nelle caotiche periferie del Cairo i ragazzi ballano al ritmo di una nuova musica che mescola sonorità popolari, beat elettronici e performance hip hop.





E' il mahragan ("festival" in arabo), un genere cresciuto negli slum della capitale all'ombra della "rivoluzione", facendosene portavoce lontano dai riflettori di piazza Tahrir. "Nessuno ci dava la parola, la possibilità di esprimerci, di testimoniare la nostra esistenza. Così ce la siamo presa da soli", confessa Weza, uno dei giovani Mc della nouvelle vague egiziana.


I testi delle canzoni - spaccati di vita quotidiana, povertà, droga, sogni e rivendicazioni - riflettono la situazione politica e sociale e le contraddizioni dell'Egitto contemporaneo, oltre alle aspirazioni di una generazione che vuole disfarsi di divieti e tabù.


Le loro creazioni si inseriscono nel solco della musica popolare, liberata però dai rigidi canoni stilistici e profondamente contaminata da strumenti e sonorità ormai universali come l'elettronica e il rap.


"Quarant'anni dopo la nascita dell'hip hop negli Stati Uniti, i giovani egiziani lo rinnovano e lo arricchiscono" afferma la giornalista Hind Meddeb, autrice del documentario Electro Chaabi (guarda il trailer), altro termine utilizzato per identificare il genere mahragan. "Come i neri dei quartieri-ghetto americani, anche loro forgiano una musica politica e di protesta che insorge contro le discriminazioni e l'ingiustizia sociale".


Nel 2011 Hind Meddeb, già all'attivo i reportage sul panorama musicale tunisino e sulla musica di guerra in Libano, si è recata al Cairo in cerca di una canzone impegnata in grado di testimoniare i cambiamenti e le rivolte in atto. "Tutto quello che ho trovato all'inizio era troppo ricalcato sulla musica rock degli anni '90… - racconta la giornalista - volevo rinunciare quando il regista Ibrahim el Batout mi ha parlato di « un fenomeno bizzarro che stava prendendo piede nelle periferie »".


Electro chaabiporta lo spettatore nella povertà dei sobborghi, tra i palazzi-formicai con i mattoni e il cemento a vista, le strade strette e fangose, le selve di antenne paraboliche e le macchine scassate d'altri tempi che intasano i quartieri popolari di Salam City, Imbaba, Sayda Zainab. O di Mataryia, la capitale indiscussa del mahragan.


Qui sono cresciuti artisti come dj Figo, Mc Sadat, Oka e Ortega, Islam Chipsy e tanti altri protagonisti di questa "rivoluzione sonora" che, partendo dalle rare occasioni di festa condivise nelle realtà marginalizzate, ha finito per conquistare il resto della città e poi il paese.


E' proprio durante le celebrazioni collettive, in particolare i matrimoni, uno dei rari spazi di libertà tollerati dalla società egiziana più tradizionalista, che questa musica ha trovato il suo terreno d'elezione e il modo di farsi conoscere. "Il matrimonio è un rito di passaggio per i giovani del quartiere, un luogo con i suoi codici e uno spazio di libertà in cui gli adepti dell'electro chaabi sono riusciti ad imporsi, non senza fatica - spiega la Meddeb -. Oggi, quando prendono le redini della festa, riescono a far danzare tutti i presenti al ritmo delle loro basi. Del resto nelle baraccopoli non ci sono locali né sale concerto per alleggerire un malessere sociale difficile da estirpare".


Le immagini del documentario mostrano atmosfere psichedeliche e fumose, festose e caotiche, dove fiumi di persone si riversano nelle strade colorate, sotto tendoni illuminati, ripetendo le parole cantate dai vocalist e saltando al tempo dei campionamenti. Niente più 'ud o ney in questi matrimoni "moderni", al loro posto mixer, amplificatore e sintetizzatore.


Ma i quartieri degradati - con le loro problematiche e il sentimento di abbandono che li pervade -continuano ad essere, allo stesso tempo, anche vivai per eccellenza dell'islamismo. Il quale, per competere con cerimonie considerate "empie", ha lanciato un proprio stile di celebrazione, i fatah dini in opposizione ai fatah shaabi. "Due visioni del mondo e di vita si trovano in concorrenza nello stesso spazio - prosegue la giornalista - musicisti e predicatori sono entrambe figure tutelari del quartiere: la parola dei primi è liberatrice mentre quella dei religiosi indica la norma da seguire. Tuttavia, di fronte alla popolarità degli artisti mahragan, i predicatori sembrano ancora impotenti".


Questi artisti sono prima di tutto ragazzi, autodidatti nel loro mestiere, che cercano di affermare la loro esistenza e di esprimere il loro vissuto, dubbi e frustrazioni. Le strofe delle canzoni sono spesso la traduzione in chiave umoristica di disavventure sentimentali, della galera quotidiana fatta di piccoli traffici, espedienti, sfruttamento e corruzione.


"Le parole sono fondamentali nella nostra creazione. Prima della rivoluzione non era possibile descrivere impunemente certe situazioni. Avevamo paura della polizia, delle ritorsioni, ora abbiamo imparato a dire no", confessa Mc Sadat.


Il film apre una finestra sulla loro intimità, le nottate passate al computer - con materiali di seconda mano - a scaricare programmi di composizione o a mettere in rete video e tracce musicali. Pomeriggi trascorsi con un quaderno in tasca dove annotare pensieri e avvenimenti. Momenti di riflessione in camerette scarne o sui tetti dei palazzi in costruzione, rubati al frastuono e al viavai incessante che li circonda.


Si tratta di una generazione aperta e avida di comunicare malgrado gli scarsi mezzi a disposizione, ricorda la regista Meddeb: "l'arrivo di internet ha contribuito a cambiare la mentalità. Questi ragazzi non possono viaggiare per ragioni economiche e di controllo delle frontiere, ma sono ugualmente connessi con il resto del mondo. Cercano in rete le sonorità da reinventare e la visibilità negata da una geografia sociale implacabile e selettiva".


Le canzoni infatti spopolano sui social network, aprendo la strada ad un riconoscimento più ampio.


Quando la Meddeb ha cominciato a filmare, alcuni dei club musicali più in vista del Cairo le hanno riso in faccia sentendola parlare di mahragan. Ma a metà delle riprese la tendenza si è invertita, il genere è letteralmente esploso e i suoi interpreti hanno fatto le prime apparizioni nei canali e nei programmi nazionali.


Il passo è notevole, dai suburbi dimenticati alle ambite sponde del Nilo. Dalle autoradio dei tuk-tuk - microtaxi simili alle vecchie apercar - alle luci scintillanti delle discoteche. Le note dell'electro chaabi risuonano ormai ben al di là dei ghetti dove hanno visto la luce. Per alcuni si è trattato di una consacrazione: Oka e Ortega, ad esempio, hanno ottenuto un contratto con la casa discografica Mazzika. Altri preferiscono rimanere fedeli alla "famiglia" che li ha visti nascere, cercando di approfittare del momento per investire idee ed energia in un ambiente "che continua ad essere ignorato, quando non maltrattato dal governo" (afferma Mc Sadat).


Nonostante la carica innovativa e il successo ottenuto, il mahraganappare però impotente di fronte ad un altro tabù caratteristico - dopo l'invisibilità - dei contesti tradizionali: la segregazione di genere.

"In generale le ragazze sono escluse dalle performance, nemmeno durante i matrimoni maschi e femmine hanno il diritto di fare festa assieme", riferisce la giornalista. "Tuttavia qualcosa si sta muovendo. Nel documentario mi sono limitata a riportare le risposte più frequenti date dagli artisti a questo proposito - « non si fa, non sta bene » - ma in realtà anche le ragazze iniziano a partecipare ai raduni musicali, spostandosi dai loro quartieri, e trascorrono il tempo, di nascosto, assieme ai loro compagni. Il film non le ritrae per espressa richiesta, non vogliono apparire dato il carattere ancora clandestino di queste partecipazioni".


(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
Migranti. Nuove violazioni alla frontiera tra Spagna e Marocco

Migranti. Nuove violazioni alla frontiera tra Spagna e Marocco

Le fotografie di Mikel Oibar e un video dell'ong Prodein documentano l'intervento della polizia marocchina in territorio spagnolo, venerdì scorso a Melilla, per "recuperare" i sub-sahariani rimasti intrappolati nel doppio reticolato che segna il confine tra il continente africano e la Fortezza Europa.


(Melilla, frontiera. Foto Mikel Oibar)



Le immagini mostrano gli agenti penetrare armati lungo il corridoio di frontiera - 12 km di ferro, tramagli alti 6 metri e filo spinato - sotto lo sguardo impassibile della guardia civil. Costringono i migranti a scendere dalle grate e li riportano in Marocco, senza procedura di riconoscimento né gli accertamenti previsti dalla legge (ley de extranjería).


"Nessun controllo di identità né garanzie per i richiedenti asilo. Una violazione in piena regola, oltre che una preoccupante cessione di sovranità" commenta José Palazon, responsabile di Prodein e attivista per i diritti umani all'interno della piccola enclave iberica. "Non è la prima volta che si verifica una simile intrusione, ma è la prima in cui disponiamo di una documentazione ineccepibile che le autorità non possono smentire".


Per Palazon l'episodio si aggiunge alle decine di devoluzioni irregolari attuate negli ultimi mesi dalle delegazioni di Ceuta e Melilla, giustificate tuttavia dal governo con l'accordo bilaterale di riammissione raggiunto tra Rabat e Madrid (in vigore dal 2012) che semplifica l'iter di espulsione nelle zone "calde" affidate al controllo congiunto dei due paesi.


La tensione lungo il confine rimane alta dopo la tragedia che lo scorso febbraio ha portato alla morte di 16 migranti - annegati nelle acque di fronte a Ceuta, complici i proiettili di gomma e il gas sparati nella loro direzione dalla guardia civil - nel tentativo di raggiungere a nuoto la spiaggia.


Anche sul versante marocchino la situazione sembra essere giunta al limite della sostenibilità. Se la "nuova politica migratoria" voluta dal sovrano Mohammed VI ha di fatto interrotto le deportazioni dei sub-sahariani verso il deserto algerino, le misure di accoglienza promesse sono inesistenti mentre le regolarizzazioni dei sans papiers avviate nel 2014 sono ancora numericamente irrisorie.


Intanto continuano i maltrattamenti e i rastrellamenti nelle montagne situate nei dintorni delle enclave spagnole, dove i migranti in attesa del "salto" vivono rifugiati in accampamenti di fortuna. A Fnideq, località di frontiera a pochi kilometri da Ceuta, una caccia all'uomo ha costretto i sub-sahariani ad abbandonare la vicina foresta e riparare nei sobborghi di Tangeri, a Boukhalef, quartiere-ghetto dove la popolazione nera si scontra - oltre alle estreme condizioni di povertà - con la diffidenza e le ritorsioni degli altri abitanti del posto.


I migranti in situazione irregolare che finiscono nelle retate della polizia, invece, vengono privati dei loro beni e allontanati forzatamente dalle zone di confine, il più delle volte trasferiti a Casablanca e a Rabat.


Tanto che nella capitale del regno è in atto una vera e propria "emergenza umanitaria", stando alle dichiarazioni rilasciate dal personale Caritas, che si è visto costretto a chiudere i temporaneamente i locali a causa dell'enorme afflusso. Secondo l'organizzazione, nell'ultimo periodo, sarebbero circa un centinaio al giorno i sub-sahariani depositati e abbandonati nella stazione della città, senza cibo, coperte né altra forma di assistenza.



(Articolo pubblicato su Osservatorioiraq Medioriente e Nordafrica)
Marocco: “the o elettricità”? La (contro)parabola del progresso

Marocco: “the o elettricità”? La (contro)parabola del progresso

Tre anni di riprese, un documentario (qui in versione integrale); il regista belga Jerome Le Maire racconta l'arrivo dell'energia elettrica in un villaggio sperduto dell'Atlante e i cambiamenti innescati nei suoi abitanti dal contatto con la modernità.



Le thé ou l'électricité (2012) è un paradigma, uno specchio su cui riflettersi e fermarsi a riflettere, spiega subito il regista Le Maire, che da alcuni anni vive in Marocco nei dintorni di Ouarzazate.


"Una sera, perso in una delle mie lunghe passeggiate, ero stato accolto in una casa di montagna, di quelle costruite in terra e legno. Scrutando i volti di quella famiglia, ipnotizzati davanti alla televisione posta al centro dell'unica stanza, ho avuto l'impressione di rivivere una scena di Hibernatus, dove Louis de Funès si risveglia sbigottito nel XX secolo.


Vi era uno sfasamento enorme tra quelle persone e l'epoca nella quale vivevano, quasi un viaggio nel tempo. Da allora un'immagine mi assilla: una parabola installata su un tetto di paglia e fango.


E' la sovrapposizione di due simboli che fanno riferimento a due universi opposti: da una parte il passato - che è il presente di questa gente - ossia l'oscurità, il lavoro manuale, la lentezza, l'isolamento, i valori collettivi.. e dall'altra il nostro presente, la luce, la meccanizzazione, la velocità, la globalizzazione, l'individualismo, il materialismo..


Quello che ho voluto filmare, seguendo l'elettrificazione di una piccola borgata imprigionata a chilometri e decenni di distanza dalla contemporaneità, è l'incontro - o meglio la collisione? - di questi due universi".


Le immagini del documentario si aprono sui costoni innevati; terre aspre, pendii impossibili e un piccolo villaggio berbero di pietra e malta, intagliato sul fianco ripido della montagna. Si tratta di Ifri. Trentacinque case e 300 abitanti circa, in equilibrio sui terrazzamenti e immersi in un'altra epoca, ad oltre 2 mila metri d'altitudine sulla catena dell'Alto Atlante.


Non ci sono strade né piste che conducono al paese, niente scuola, niente ospedale né acqua corrente. Qui si vive di magra autarchia (the, pane, raccolta e pastorizia). In inverno la neve ricopre ogni cosa, la gente tossisce e seppellisce i morti: "almeno 3 o 4 bambini muoiono ogni anno", precisano davanti alla telecamera.


Per arrivare a Ifri, gli operai dell'Ufficio nazionale dell'elettricità (ONE) scoprono che devono camminare per oltre 20 km, su un sentiero sassoso invisibile all'occhio inesperto, dall'ultimo punto percorribile in 4x4. Portano con loro una buona notizia: il piano di elettrificazione rurale, lanciato dal governo negli anni ottanta, arriverà finalmente nelle loro case.


Ma gli abitanti sono scettici. Quello che chiedono da tempo è la costruzione di una strada, che faciliti i loro spostamenti e i loro scambi con la vallata. "La strada è come un'arteria che porta il sangue al cuore" spiega Ahmed, un anziano del villaggio.


A Ifri il dibattito è aperto. Alcuni inizialmente si oppongono, consapevoli di non avere le risorse per poter beneficiare della corrente. La maggioranza viene convinta dal caid (autorità locale e, guarda caso, direttore regionale dell'ONE) che l'elettricità attiverà un circolo virtuoso nella loro esistenza.


E la strada? Non ci sono i soldi per farla, ma certo faciliterebbe anche il compito degli impiegati e degli operai.


Così è sempre il caid a suggerire agli abitanti di costruirla loro, in attesa degli stanziamenti, offrendogli un trattore, un compressore e qualche carica di esplosivo.


I lavori vanno avanti per mesi, tre anni in totale, spezzati dal ritmo delle stagioni e dal ritorno brutale dell'inverno. Jerome Le Maire filma con costanza - 14 sessioni di riprese in solitaria - i contorni della tela che va tessendosi attorno al villaggio.


Gli abitanti lavorano gratuitamente, ogni giorno anche durante il ramadan, e offrono aiuto e riparo ai tecnici che si avvicinano lentamente alle case. Spuntano i piloni, vengono innalzati i tralicci e poi i cavi messi in tensione.


Intanto, ad Ifri, l'atteggiamento sta cambiando. Tra miraggi e fatalismo l'elettricità diventa un assunto insindacabile. I bambini osservano incuriositi la novità in arrivo - "la tv potrà insegnargli tante cose", ripetono gli agenti dell'ONE - le donne sperano che la corrente, e di conseguenza qualche elettrodomestico, possa ridurre le loro fatiche quotidiane.


Risultato, ancor prima dell'allaccio alla rete gli abitanti sono già tutti indebitati: cavi, tracciati, centraline, burocrazia, abbonamenti…e ovviamente la televisione. Nessuno, a questo punto, vuole essere da meno del vicino.


La strada invece non è stata terminata. Appena si accendono le prime lampadine, il caid riprende trattore e compressore lasciando il villaggio nel suo isolamento. La sola via di fuga, la realtà virtuale del piccolo schermo tramite cui Ifri entra in contatto, passivo, con il mondo.


"La sensazione che cerco di trasmettere con le immagini è che si è trattato prima di tutto di un'operazione commerciale. L'idea era cercare nuovi abbonati, punto", commenta il regista. "Non c'è alle spalle un movimento umano, sociale, ma solo la necessità di legare i villaggi marginalizzati alla sfera economica comune. Non c'è una reale volontà di farli uscire dall'isolamento. L'esempio della strada è emblematico: costa e non apporta niente nell'immediato. Con l'elettricità invece le autorità possono riempirsi le tasche".


Le thé ou l'électricité - dicevamo - è anche la storia di un'implacabile modernità che avanza. Ifri cambia, i suoi abitanti sono diventati consumatori a cui vengono serviti nuovi bisogni. Compaiono i cellulari, le antenne paraboliche, mentre le viuzze del paese si svuotano, mutano le forme di socialità.


In tutto questo, chi continuerà a preoccuparsi di preparare il the?


Clicca qui per vedere il documentario.
Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

Spagna-Marocco. I migranti nella morsa

La tragedia di Ceuta, il 6 febbraio scorso, ha acceso i riflettori sulle violazioni commesse dai due Stati frontalieri a danno dei cittadini sub-sahariani che cercano di raggiungere la Fortezza Europa. "Politiche di esternalizzazione, espulsioni sommarie, rastrellamenti e pestaggi", l'oscuro bilancio stilato dalle ong per i diritti umani.
(Foto Sara Creta)



"Risulta difficile archiviare con tranquillità la memoria del 6 febbraio scorso. Siamo già abituati all'ingiustizia, alla precarietà, alla rabbia e alla menzogna. Sono la nostra routine, il veleno quotidiano. Però la morte dei migranti nella spiaggia di Ceuta grida dentro la nostra esistenza, come il vento in un abisso, e ci colloca sul bordo del precipizio.


E' insopportabile la scena di una polizia di confine che se ne frega della morte delle persone. Invece di salvare la vita di chi sta affogando, i tutori dell'ordine si preoccupano che i nuotatori in agonia non arrivino a toccare la sponda. Cosa stanno facendo di noi? Che cosa siamo diventati?".


Le parole del poeta granadino Luis Garcia Montero ci riportano a due settimane fa, il giorno della tragedia. L'ennesima vissuta dal Mediterraneo. E dai migranti che cercano di attraversarlo. La peggiore, forse, da molto tempo a questa parte, nonostante la frontiera tra Spagna e Marocco sia spesso teatro di abusi e violazioni dei diritti elementari.


Alcune decine di sub-sahariani, installati nei boschi che si affacciano sull'enclave iberica, provano a scavalcare il triplo reticolato che segna il confine terrestre tra l'Africa e la Fortezza Europa. Senza successo. La maggior parte non sa nuotare, alcuni di loro decidono di gettarsi in acqua e provare l'ingresso via mare.


In 15 perdono la vita, affogati (l'ultimo corpo è affiorato qualche giorno dopo), sotto gli occhi e la repressione della Guardia Civil, che li accoglie con proiettili di gomma e gas per respingerli lontano dalla riva.


L'episodio scuote l'opinione pubblica, in Spagna e - seppur in maniera minore - nel resto d'Europa. Scatena le denunce delle associazioni e delle ong impegnate nella difesa dei diritti dei migranti, che da anni documentano la "strage silenziosa" in questo lembo d'Europa in terra africana.


Il governo di Madrid è costretto a reagire. Si difende, dapprima affermando che è stata la polizia marocchina a sparare e poi negando la responsabilità dell'azione dissuasiva sulla morte dei giovani sub-sahariani. Ma a crederci sono in pochi, le immagini e le testimonianze che arrivano da Ceuta lo smentiscono. Senza appello.


"Non entro nella crudele aggravante dei proiettili di gomma, delle cariche a salve e del gas lacrimogeno che hanno contribuito alla disgrazia- prosegue Montero, rendendo superfluo ogni commento -. Anche se le forze di sicurezza fossero rimaste ferme, senza infierire sugli indifesi, l'abisso etico risulterebbe lo stesso troppo profondo. Come si fa a non lanciarsi in acqua per salvare il suicida, il migrante, l'essere umano in procinto di morire davanti ai nostri occhi?


La domanda va ben al di là dell'ideologia dei politici che impongono un simile comportamento, del poliziotto che si rifugia nell'obbedienza. La domanda riguarda me, noi, in prima persona. Cosa stanno facendo di noi? In che paese viviamo? Qual è la morale che distingue la notte e il giorno della nostra esistenza?


Prima di qualsiasi dibattito, è desolante constatare la situazione in cui ci ritroviamo. Chi ci rappresenta, chi è stato scelto per difenderci, non si degna di rispondere al grido "uomo in mare!". Considera normale che la preoccupazione prioritaria del suo lavoro sia impedire ad un naufrago, all'altro, di raggiungere la riva".



Respingimenti sommari


Nei giorni seguiti alla tragedia, un'altra polemica sulla gestione delle frontiere ha preso corpo tra giornali e social network, coinvolgendo nuovamente le forze di sicurezza, il governo spagnolo e i suoi rappresentanti negli avamposti africani.


L'associazione Prodein, basata a Melilla (altra enclave iberica sulla costa settentrionale marocchina, circa 200 km ad est di Ceuta), ha diffuso una serie di filmati per denunciare la prassi dei respingimenti sommari al di là del confine nazionale.


I video - l'ultimo, pubblicato lo scorso 14 febbraio, è consultabile in fondo al testo - mostrano alcuni migranti intercettati da un motoscafo della Guardia Civil, a pochi metri dalla spiaggia di Melilla, e direttamente ricondotti nelle acque territoriali marocchine senza nemmeno essere caricati a bordo. Si tratta di "deportazioni illegali" che violano le convenzioni internazionali ratificate da Madrid (ad esempio quella sul diritto dei rifugiati) e l'accordo bilaterale sul controllo delle frontiere concluso tra Spagna e Marocco.


I migranti, spiega infatti la querela presentata da Prodein contro il delegato del governo di Melilla e i vertici della polizia locale, "vengono respinti senza essere identificati, senza garanzie o accertamenti della presenza di minori, senza assistenza giuridica o l'aiuto di un interprete che possa interagire nel loro idioma". Di interventi di questo genere - sottolineano gli attivisti - nei registri o nei verbali, nel migliore dei casi, non c'è alcuna traccia.


Anche in questa occasione la Guardia Civil ha reagito cercando di smentire le immagini e minacciando a sua volta azioni legali, con il supporto dell'esecutivo che ha ribadito "a Melilla non ci sono espulsioni irregolari". Ma le testimonianze ad inchiodare l'operato delle forze di sicurezza, ancora una volta, non mancano (e tra esse alcune ammissioni degli stessi agenti).


Oltre ai filmati di Prodein, il giornalista melillense Jesus Blasco de Avellaneda aveva pubblicato un'inchiesta già nel marzo 2013 in cui mostrava i respingimenti collettivi, attuati addirittura a danno di minori. L'omissione di soccorso verso le pateras in difficoltà e le riconduzioni forzate nelle mani della marina marocchina è poi una delle questioni affrontate nel documentario Les Messagers dalle registe francesi Tura e Crouzillat.


La ricercatrice Helena Maleno, di Caminando Fronteras, ha documentato invece quanto accaduto a Ceuta, nella spiaggia di Tarajal, subito dopo la tragedia del 6 febbraio. Tra i naufraghi sopravvissuti, alcuni erano riusciti a raggiungere il litorale spagnolo ma "un gruppo di agenti armati li ha prelevati, ancora assiderati dal freddo dell'acqua e quasi impossibilitati a camminare, e li ha ricondotti in territorio marocchino senza formalizzare l'espulsione o accertare la possibilità di una richiesta d'asilo". La sua versione è stata confermata e ripresa da Amnesty International.



Rapporti e comunicati: le ong accusano Madrid e Rabat


A fugare ulteriori dubbi ci ha pensato Human Rights Watch (HRW), che il 10 febbraio scorso ha diffuso un rapporto allarmante sulle violazioni a danno dei migranti compiute lungo la frontiera ispano-marocchina e nel territorio del regno maghrebino.


Il testo, intitolato Abused and Expelled: Ill-Treatment of Sub-Saharan African Migrants in Morocco (in basso il pdf scaricabile), è un duro atto d'accusa contro le forze di sicurezza e i governi dei due paesi frontalieri, che sottopongono i cittadini sub-sahariani in transito a maltrattamenti e soprusi. "Durante i tentativi di scavalcamento, la polizia marocchina è solita accogliere coloro che non sono riusciti a passare la recinzione con bastoni e manganelli; durante i pestaggi i migranti vengono frequentemente privati dei loro beni", si legge nel rapporto. Stando al documento, anche la Guardia Civil fa "un uso spropositato della forza al momento delle espulsioni sommarie".


In tema di respingimenti infatti, l'ong è categorica. "Si tratta di una pratica sistematica, non di casi isolati", afferma Judith Sunderland, una delle responsabili. "Oltre a impedire ogni possibile richiesta di asilo o protezione umanitaria, le espulsioni avvengono verso un paese - il Marocco - che viola deliberatamente i diritti di queste persone. La Spagna è al corrente della situazione, già documentata da altre organizzazioni come Médecins sans Frontières, e deve interrompere subito questa prassi.


Rabat e Madrid devono capire che anche i migranti, regolari o meno, hanno dei diritti inalienabili. […] Certo, gli Stati hanno la facoltà di decidere chi far entrare nelle loro frontiere, ma devono anche rispettare gli impegni presi in ambito internazionale, garantendo il diritto ad un trattamento umano e dignitoso a tutte le persone".


I migranti, spiega il rapporto redatto al termine di uno studio sul campo durato più di un anno (dal novembre del 2012 al gennaio 2014), provengono in maggioranza dai paesi dell'Africa centro-occidentale e hanno lasciato le loro terre a causa dei problemi economici, degli sconvolgimenti politici o dello scoppio di vere e proprie guerre civili e del conseguente rischio di persecuzione.


Il loro obiettivo è raggiungere l'Europa per poter chiedere asilo, trovare un luogo sicuro da cui ricominciare. Intanto sopravvivono in Marocco, riparati in accampamenti di fortuna o nascosti nei boschi vicini alle zone di confine (Oujda, Nador, Tetuan), in condizioni estreme. Con il rischio di incappare nei violenti raid delle forces auxiliaireso di venire deportati alla frontiera algerina, in mezzo al deserto.


Come successo lo scorso dicembre, quando un rastrellamento nei sobborghi di Tangeri aveva provocato la morte di un giovane camerunense, Cédric, defenestrato dagli agenti. O come insegna la storia di Clément, anche lui camerunense, deceduto in seguito al pestaggio delle forze di sicurezza.


Stando sempre al documento di HRW, le autorità avrebbero interrotto gli allontanamenti verso l'Algeria dall'ottobre 2013, da quando cioè il governo marocchino ha lanciato una nuova politica migratoria e si è detto pronto a farsi paese di accoglienza.


Le riforme prevedono la creazione di un Ufficio per i rifugiati e gli apolidi, che dovrebbe offrire assistenza ai casi segnalati dalla delegazione in loco dell'UNHCR, e l'avvio di una procedura di "regolarizzazione" per i sans papiers presenti nel regno (concessione del titolo di soggiorno per un anno, rinnovabile). Tuttavia, i criteri per ottenere il riconoscimento appaiono estremamente selettivi, tanto che la stessa ong ha messo in dubbio la reale incidenza dell'operazione.


I maltrattamenti e le retate a danno dei migranti, invece, continuano. A denunciarlo è anche un'altra organizzazione - il Réseau euro-méditerranéen des droits de l'homme (REMDH) - che in un comunicato uscito in data 11 febbraio condanna l'atteggiamento dell'UE e le politiche perseguite in materia di lotta all'immigrazione.


Secondo il REMDH, sollecitato ad intervenire nel dibattito dopo la tragedia di Ceuta, il partenariato concluso tra Marocco e Unione Europea anziché favorire il rispetto dei diritti umani nel territorio maghrebino ne agevola la violazione: "la concessione di aiuti economici e le facilitazioni nel rilascio di visti per i cittadini marocchini sono una moneta di scambio, fanno da contrappeso all'esternalizzazione del controllo frontaliero". In altre parole, Rabat riceve soldi dall'UE e diventa il suo "gendarme", a cui è affidato il lavoro sporco del contenimento, come era già il caso di Tripoli sotto Gheddafi e della Tunisia di Ben Alì.



Sul terreno


Sebbene gli allontanamenti verso la "terra di nessuno" siano interrotti da qualche mese, i migranti respinti da Ceuta e Melilla - o quelli che non sono riusciti a passare - vengono ugualmente caricati sugli autobus della polizia e trasferiti forzatamente in altre città del regno.


Rabat è una delle principali destinazioni, tanto che i membri del collettivo Protection migrant affermano di trovarsi di fronte ad una vera "emergenza umanitaria". In media 60-70 arrivi al giorno. I sub-sahariani vengono abbandonati alla stazione, senza cibo né risorse.


Yanik, un camerunense sui trent'anni, per tre volte è riuscito ad entrare nell'enclave spagnola e per tre volte è stato cacciato. L'ultima qualche settimana fa. Ha fatto in tempo a salvare un paio di ciabatte e uno zaino logoro prima che la polizia marocchina distruggesse il suo rifugio sul monte Gurugù, di fronte a Melilla. "Ora bisognerà ricominciare da capo, inventarsi qualcosa per tornare vicino al confine. Ma non abbiamo soldi neanche per mangiare, ce li hanno presi tutti".


Le mani di Lamine, ivoriano, portano ancora i segni del filo spinato posizionato in cima al reticolato di frontiera. Lui non ce l'ha fatta a scavalcare. E' caduto indietro per il dolore delle ferite ed è stato picchiato dalle forces auxiliaires prima di venir imbarcato verso la capitale. "Siamo costretti a mendicare, qualcuno ci porta del pane raffermo. Neanche fossimo in guerra..".


Le associazioni stanno cercando di tamponare l'emergenza, senza ricevere alcuna forma di aiuto dalle istituzioni. Trasferiscono a loro volta i migranti, a piccoli gruppi, nelle zone periferiche di Rabat, a Takkadoum e a Yakoub El Mansour. Quartieri ghetto, dove vivono la maggior parte dei sub-sahariani "regolari", in possesso di un permesso di lavoro o di un visto di studio.


La solidarietà tra connazionali, tra emigrati in una terra che resta sostanzialmente ostile, è l'unico sostegno che rimane a queste persone. Lontano dalle rappresaglie della Guardia Civil o della polizia marocchina, semi-nascosti negli appartamenti sovraffollati dei compagni, i loro sguardi non riescono a cancellare la paura.


La paura di quello che hanno visto e che hanno vissuto, conferma Pierre, uno degli scampati al dramma di Tarajal in quel "maledetto 6 febbraio". "Io non mi ero buttato in acqua, osservavo la scena dalla spiaggia. Sono morti uno dopo l'altro, in pochi minuti, sotto i colpi degli agenti. Alcuni avevano delle camere d'aria, altri giubbotti di salvataggio..non sono affogati perché non sapevano nuotare!", assicura il giovane camerunense.


La prospettiva adesso - per Pierre, Yanik e gli altri - è restare a Rabat per un po'. Il tempo sufficiente a mettere da parte qualche risparmio, lavorando in nero sui cantieri per 3 euro al giorno, per poi tentare di nuovo il "salto".


Intanto, dalla frontiera, arrivano segnali contrastanti. Pochi giorni fa un gruppo di circa duecento migranti è riuscito ad entrare a Melilla, senza che nessuno venisse respinto. Il clamore e i riflettori accesi sembrano aver prodotto i primi risultati. Ma quanto durerà?


Il tempo di smaltire le critiche e lo choc. Il tempo di dimenticare l'ennesima tragedia. Qualcosa si sta già muovendo. Il governo spagnolo sta preparando una legge per facilitare le procedure di espulsione nelle zone di confine, mentre alcune delle principali testate iberiche, tra cui El Pais, stanno facendo di tutto per alimentare una sindrome da invasione e giustificare le derive repressive nelle enclave nordafricane.


"Se la polizia non può difendere il territorio usando la forza e le dotazioni antisommossa contro chi cerca di entrare illegalmente, tanto vale sostituire gli agenti con delle hostess e comitati di benvenuto", commentava senza alcuna forma di imbarazzo il Presidente della comunità mellillense. Il messaggio è chiaro. Per la memoria e l'etica - a cui faceva appello il poeta Montero - o per il basilare rispetto dei diritti nella morsa mediterranea non sembra esserci spazio..



(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
Tunisia, rifugiati: dopo Choucha l’esilio?

Tunisia, rifugiati: dopo Choucha l’esilio?

Una settimana di protesta di fronte alla sede della delegazione UE a Tunisi, per chiedere il riconoscimento. Poi l'arresto, con la prospettiva dell'espulsione.

(Foto Jacopo Granci)



Il 9 febbraio scorso la polizia tunisina è intervenuta duramente contro un sit in di protesta organizzato da cittadini originari del Niger, Ciad e Sudan di fronte alla delegazione dell’Unione europea a Tunisi. Le forze dell’ordine hanno sgomberato l’accampamento che era stato allestito da una settimana, e portato via 20 persone, che ancora oggi risultano rinchiuse nel centro di detenzione di Wardia, riservato ai cittadini stranieri in situazione irregolare. Ora rischiano l’espulsione.


Si tratta dei déboutés, i "diniegati" di Choucha, migranti in maggioranza sub-sahariana che avevano fuggito la Libia durante l'insurrezione contro Gheddafi ed erano stati accolti sul suolo tunisino, nel campo frontaliero di Choucha, appunto.


In tre anni, sono centinaia le persone ad essere state trasferite in paesi terzi. Altre, stanche di aspettare, hanno preferito prendere la rotta del mare. Diversa invece è la situazione per chi è rimasto in Tunisia, vedendosi rifiutare lo status di rifugiato dagli uffici dell'UNHCR.


Circa 200 individui, intere famiglie, sopravvivono senza aiuti nelle tende di quel che resta del campo, ufficialmente chiuso dal giugno scorso.


"Le condizioni di Choucha non fanno che peggiorare", racconta Emad, tra i dimostranti a Tunisi. "Nel deserto fa freddo e al campo non c’è né acqua, né elettricità né assistenza medica. Le persone stanno soffrendo molto. E’ un’emergenza umanitaria".


E' per ottenere una soluzione a questa emergenza che una rappresentanza di diniegati aveva deciso di installarsi di fronte agli uffici di Laura Baeza, capo della delegazione UE in loco. Ma la polizia ha deciso in altro modo, smantellando il sit in.


Insieme a loro, di fronte alla sede dell'UNHCR poco distante, c'erano anche altri manifestanti. Decine di sub-sahariani, a cui la commissione ONU ha riconosciuto il diritto d’asilo senza però concedere il trasferimento in paesi considerati più sicuri, come era accaduto in precedenza per altre centinaia di rifugiati transitati nel paese.


"La Tunisia vuole forse abbassarsi al rango dei paesi europei che maltrattano, arrestano e espellono i tunisini e altri migranti dal loro territorio?", tuona in un comunicato il Forum tunisien des droits économiques et sociaux (FTDES). L'avvenire si prospetta ancora più critico - fa sapere l'organizzazione - per quelle persone che, sprovviste di documenti di viaggio attestanti la nazionalità di provenienza, non possono essere espulse e potrebbero rimanere recluse a tempo indeterminato.


Nel documento reso pubblico qualche giorno fa il FTDES reclama "la liberazione immediata dei 20 rifugiati finiti in arresto e la concessione, nel più breve tempo possibile, dei permessi di soggiorno per tutti i migranti transitati da Choucha, come previsto da una disposizione governativa del luglio 2013 e come stabilisce la nuova Costituzione".


Già, perché lo scorso 10 febbraio in Tunisia è entrata in vigore la nuova Carta e con essa l’articolo 26, che sancisce il diritto d’asilo e la protezione dei rifugiati.


Secondo rifugiati e diniegati, tuttavia, il testo di per sé non offre alcuna garanzia. "Ci vorranno tre anni prima che venga approvata una legge che metta in pratica questi principi", commenta Emad.



* Ascolta la testimonianza da Tunisi raccolta dall'agenzia AMISnet


Tunisia. La danza è militanza

Tunisia. La danza è militanza

Breakdance, performance di strada. E' la strategia scelta da alcuni giovani tunisini per lottare contro lo smarrimento e l'influenza dei gruppi religiosi più conservatori, nei contesti dove la marginalità sociale non è stata scalfita dalla rivoluzione.
(Foto Art Solution)



Organizzano corsi ed esibizioni in pubblico, affiancate da piccoli eventi artistici, in una cittadina dell'entroterra tunisino. L'obiettivo è estendere il fenomeno anche al resto del paese, dove  - per la verità - iniziative simili avevano già visto la luce nei mesi scorsi grazie al collettivo Art Solution e al progetto Je danserai malgré tout.


E' a Sidi Ali Ben Aoun, una cinquantina di km a sud della più nota Sidi Bouzid, che è nato il gruppo di "B-boys". I breakdancers si riuniscono ogni settimana, nei pressi del piccolo centro sportivo, per ascoltare musica e interpretarla con il linguaggio del corpo, provando così ad evadere l'impasse economica e mentale in cui si sentono relegati.


Una situazione che giova alle reti dell'estremismo religioso, radicatosi facilmente in una regione che attende ancora i frutti di una rivoluzione di cui è stata protagonista ma di cui a Tunisi sembra si sia già persa memoria.


Sidi Ali Ben Aoun è una borgata di 7 mila anime, con uno dei tassi di disoccupazione più elevati del paese, che trova nell'agricoltura la sua unica fonte di sostentamento. La città era salita agli onori della cronaca l'ottobre scorso, quando fu teatro di violenti scontri tra le forze di polizia e alcuni esponenti salafiti.


Per arginare il dispiegamento della dottrina conservatrice e la fitta attività di reclutamento operata da questi gruppi sul territorio, Nidal Bouallagui - danzatore hip hop  di 26 anni - ha creato un'associazione culturale che cerca di motivare e coinvolgere i giovani concittadini.


In un'intervista rilasciata al New York Times, Nidal spiega che durante le rivolte di tre anni fa - oltre ai prigionieri politici - anche i criminali o i detenuti di diritto comune sono stati liberati dalle prigioni. Molti ragazzi del suo quartiere, con prospettive di facili guadagni, si sono lasciati attrarre "come calamite" dalle organizzazioni di trafficanti o dai nuovi predicatori che hanno rapidamente ripopolato le moschee.


Pur ammettendo di "non avere nulla, a priori, contro la religione e la forma in cui le persone decidono di vivere la loro fede", Bouallagui riconosce la notevole influenza esercitata dai gruppi salafiti sui giovani in difficoltà, costretti a volte ad abbandonare la musica o le attività sportive.


Per cercare di allontanare questi ragazzi dall'estremismo, Nidal e gli altri B-boys stanno provando a fornire un'alternativa. La loro associazione non si limita a promuovere la "danza urbana", ma anche corsi di street-art, graffiti, fotografia e teatro.


"L'importante è lavorare con la gente, stare a contatto con le persone e condividere momenti di socialità. Quello che ci interessa è agire sulla mentalità, erodere il sentimento di alienazione che da queste parti risucchia l'esistenza".


Secondo il riscontro dell'attivista-danzatore, i giovani mossi da un interesse o da aspirazioni proprie diventano meno influenzabili e propensi a seguire l'appello dei predicatori e dei trafficanti. Ma la marginalità e il degrado vissuto a Sidi Ali Ben Aoun non si limitano certo all'attività dei nuovi gruppi salafiti, che sono piuttosto una diretta conseguenza al mancato soddisfacimento delle aspirazioni rivoluzionarie.


Ecco allora che la breakdance, il rap e le altre iniziative promosse dall'associazione di Nidal diventano sì una "forma di resistenza contro i dogmatismi sociali e religiosi", ma soprattutto un messaggio liberato in mare. Quel mare chiamato governo che continua a promettere sviluppo e lotta al terrorismo senza riuscire ad incidere - almeno fino a questo momento - sulla difficile quotidianità dei suoi cittadini.



(Articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)
Marocco. La filosofia scende in piazza

Marocco. La filosofia scende in piazza

Giovani, studenti, ma non solo. Sono i protagonisti di un'iniziativa inedita nel regno, "L-filsafa f-zanqa", che fa appello al "risveglio della coscienza e al consolidamento del pensiero libero".




Ogni settimana, dall'agosto scorso, ragazzi e ragazze della capitale si danno appuntamento in centro per discutere e confrontarsi su autori, opere e concetti di natura filosofica. O più semplicemente per leggere e scambiare impressioni.


Ecco allora che Dostoevskij e Nietzsche sono il punto di partenza con cui affrontare la "moralità dell'uomo", per poi passare ad altre tematiche quali la natura dello Stato, il sistema politico, la religione, la laicità, il libero arbitrio..è L-filsafa f-zanqa, "la filosofia in strada", un'iniziativa nata da alcuni studenti di Rabat che hanno sentito la necessità di aprire uno "spazio di espressione libera dove la parola è accessibile a tutti".


Seduti in cerchio nei prati della ville nouvelle, spesso circondati da passanti incuriositi, ascoltano le parole del moderatore che introduce la seduta e poi dichiara aperta l'agora.


L'idea, ammettono gli organizzatori, riprende il modello già sperimentato in Francia dell'università popolare di filosofia, lanciato dall'umanista Michel Onfray per far uscire una materia ritenuta elitaria dalla rigidità del contesto accademico.


In Marocco l'iniziativa è mossa da un'esigenza ancora più forte, dal momento che l'insegnamento umanistico era praticamente scomparso dalle facoltà - su decisione del vecchio re Hassan II - e solo negli ultimi anni sembra aver fatto un timido ritorno.


E' per sopperire alle lacune dell'apparato scolastico che l'Uecse - l'Union des étudiants pour le changement du système éducatif, movimento universitario nato dalle ceneri del "20 febbraio" e della "primavera marocchina" - ha deciso di prendere in mano la situazione e di aggirare l'ostacolo, portando la filosofia (più in generale l'arte e la cultura) direttamente in piazza, alla portata di tutti. Con risultati sorprendenti.


In pochi mesi, infatti, L-filsafa f-zanqa è uscita dal circolo ristretto della capitale ed è diventata un appuntamento nazionale. Raduni e incontri pubblici si moltiplicano in tutto il territorio, da Casablanca a Marrakech, da Ouarzazate a Tangeri, fino alle lontane Tiznit e Al Hoceima.


A rompere il ghiaccio sono quasi sempre studenti universitari, membri dell'Uecse, ma le adesioni ai gruppi di discussione si fanno via via più diversificate. Alunni delle superiori, professori, impiegati e perfino disoccupati sono sempre più interessati all'iniziativa. Una conferma che "la filosofia riguarda tutte le fasce sociali, è alla base del vivere comune e della formazione di una coscienza critica, cosa di cui c'è estremo bisogno nel paese", afferma Nabil Belkabir, uno degli iniziatori.


Se la risposta "popolare" comincia a farsi sentire, non si è fatta attendere quella delle autorità, che non sembrano molto apprezzare la libertà di parola e di pensiero - o almeno la loro esibizione pubblica, su temi spesso considerati tabù - praticata dai giovani filosofi.


Intimidazioni e sgomberi hanno accompagnato gli studenti fin dai primi appuntamenti. "In un'occasione, a Ouarzazate, un funzionario di governo si è avvicinato ad una ragazza dicendole: « piuttosto che a leggere, pensa a sposarti! »", racconta Hamza Mahfoud. "A volte gli agenti ci costringono a partire, sotto la minaccia dell'arresto, perché non abbiamo l'autorizzazione della Prefettura. E questo nonostante la costituzione garantisca il diritto di riunione..".


Non c'è paura nei loro sguardi o nelle loro parole. Nessuna intenzione di cedere. Anzi, il movimento universitario - che si dichiara indipendente da influenze partitiche o ideologiche - ha deciso di rilanciare, promuovendo nuove azioni di "disobbedienza culturale". Sulla stessa linea di L-filsafa f-zanqa le iniziative "un'ora di lettura" e "la lettura per tutti": decine di ragazzi, un libro in mano, occupano silenziosamente alcuni degli spazi urbani più frequentati (come place des Nations Unies a Casablanca), oppure improvvisano flashmob di fronte alle sedi istituzionali e nei vagoni del tram. Apertura mentale e conoscenza le parole d'ordine.


La vitalità del movimento studentesco fa da contrappeso ad un sistema di istruzione globalmente in agonia. Il rapporto mondiale sull'educazione, pubblicato dall'Unesco pochi giorni fa, è un duro atto d'accusa in questo senso.


Il documento posiziona il Marocco agli ultimi posti della classifica (143° su 164 paesi) e traccia un quadro preoccupante della situazione: il tasso di scolarizzazione è fermo al 58%, quello di pre-scolarizzazione e di alfabetizzazione adulta sotto i livelli minimi. Non meno critica la valutazione sulla qualità dell'insegnamento offerto, già sottolineato da un precedente rapporto della Banca Mondiale, che punta il dito sulle carenze registrate in ambito linguistico e scientifico dagli alunni del regno.


Tra le raccomandazioni dell'Unesco a Rabat, quella di destinare un maggiore investimento pubblico all'istruzione (5,4% del Pil, contro il 10,9 della media europea), un invito che sarà probabilmente disatteso a causa dei tagli nel settore annunciati dall'esecutivo, alle prese con una sensibile aumento del debito.


"Impossibile, e forse irrealistico, pensare ad un confronto aperto con il governo o con il ministero. Fino a pochi giorni fa l'Uecse non aveva nemmeno un riconoscimento formale", è il commento di Nabil Belkabir. "Fondamentale, dal nostro punto di vista, è che gli studenti acquisiscano consapevolezza del sistema in cui si trovano inseriti. Delle sue mancanze e degli strumenti a loro disposizione per tentare di porvi rimedio. L'filsafa f-zanqa o le altre iniziative parascolastiche sono un primo passo per cercare di smuovere le coscienze e cambiare la mentalità".



Qualche domanda a..


Ghassan Wali, giornalista, tra i fondatori del gruppo universitario Conscience estudiantine.



Ghassan, oltre ad avere un notevole esperienza quanto ad attivismo studentesco, hai partecipato ad alcune delle ultime agora del collettivo L-filsafa f-zanqa. Raccontaci un po' come si svolgono gli incontri..


Prima dell'evento, il movimento Uecse avvia una campagna informativa via web e all'interno dei licei e delle facoltà. Di solito la seduta inizia con un moderatore che presenta il tema del giorno e poi lo spazio è lasciato ai singoli interventi dei partecipanti, che apportano la loro visione, i loro dubbi, le loro perplessità.


A volte capita che non ci sia molta conoscenza pregressa e solo una parte dei presenti riesce ad arricchire il dibattito con riferimenti bibliografici. Ma forse il bello è anche questo. Da un lato dimostra le enormi lacune del nostro sistema di istruzione, dall'altro permette a tutti di poter intervenire e prendere parte agli incontri senza "timori reverenziali".


In fondo si tratta di uno spazio aperto di riflessione. Una sorta di educazione civica autorganizzata, non un confronto sui massimi sistemi.



Da dove nasce il bisogno di portare in piazza la filosofia?


Dall'esigenza di riappropriarsi degli spazi pubblici e di costruire un proprio bagaglio culturale. Gli studenti hanno capito che è arrivato il momento di prendersi da soli quello che la scuola e l'università non possono - o non vogliono - offrire. C'è la necessità di definire concetti, ad esempio la laicità, comunemente ed erroneamente assimilata all'ateismo nella nostra società.


Io ho studiato alla facoltà di Economia e non ho mai avuto un corso di filosofia. Eppure sappiamo tutti le interconnessioni che vi sono tra la sfera del pensiero economico e quello filosofico.



La filosofia in particolare ha una storia travagliata nelle università marocchine..


Ad inizio anni ottanta il Ministero dell'Istruzione, quindi il regime di Hassan II, ha eliminato i dipartimenti di filosofia, sociologia e psicologia dalle università. Le Scienze Umane sono scomparse e al loro posto hanno trovato spazio i corsi di Studi Islamici. Si è trattato di una manovra politica, che ha minato la formazione dei cittadini per decenni.


All'epoca, i movimenti di sinistra e sindacali erano forti e ben radicati nell'università. Eliminare la filosofia per far posto al pensiero islamico significava erodere terreno alla contestazione, agli oppositori. Allo stesso tempo il movimento islamico si è rafforzato e ha preso lentamente il posto dei marxisti e dei trozkisti, soprattutto nelle facoltà di Lettere e nei campus annessi, storicamente bastioni della sinistra. E' stato come imporre il culto dell'obbedienza al posto del libero pensiero, della riflessione critica.


Gli insegnamenti umanistici sono poi riapparsi una decina di anni fa con la riforma dell'insegnamento superiore. Ma sono superficiali, al massimo offrono nozioni, e ormai hanno perso attrazione perché non garantiscono sbocchi lavorativi.



Che cosa rappresenta l'Uecse nel panorama della contestazione sociale e politica del paese?


E' una risposta alla mancanza di una vera rappresentanza studentesca, legittima e riconosciuta, in seno alle università e nella società. Lo storico sindacato degli studenti, l'Unem (Union nationale des étudiants marocains, nda), è formalmente vietato dagli anni settanta, più o meno per la stessa ragione per cui furono vietati gli insegnamenti umanistici. Del resto erano gli "anni di piombo"..


Nei campus si è lottato per anni per affermare una supremazia ideologica tra islamisti e studenti di sinistra, a tutto vantaggio del regime che è riuscito ad annientare una potenziale categoria contestataria. L'esperienza del 2011, il "20 febbraio", ha reso evidente il bisogno di ricucire, o almeno di aggirare, le divisioni interne che hanno frenato a lungo il peso e la voce degli studenti.


L'eredità del "20 febbraio" è evidente nel sistema di democrazia interna e di rappresentatività orizzontale con cui è organizzato il movimento. Perfino nella scelta strategica della disobbedienza civile pacifica e dell'utilizzo della cultura come contro-potere o come alternativa al blocco imposto dalle autorità.



Come hanno sottolineato i recenti rapporti dell'Unesco e della Banca Mondiale, non è solo la disciplina delle scienze umane ma tutto il sistema di insegnamento ad essere messo in discussione. Quali sono, secondo te, i problemi più gravi?


La riforma dell'insegnamento avviata a fine anni '90 è stata fatta, almeno sulla carta, per adeguare l'offerta formativa al mercato del lavoro. Questo l'alibi con cui sono proliferate scuole, istituti, corsi professionalizzanti di breve durata, sovvenzionati dallo Stato anche nel caso dei privati, prevalentemente incentrati su marketing e commercio.


Non è istruzione, questa, ma una fabbrica di automi che sognano di creare aziende - perché questo gli viene detto a lezione - e si ritrovano, nel migliore dei casi, a fare part time nei call center. Non a caso il tasso di disoccupazione, quello ufficiale, è rimasto invariato nell'ultimo decennio.


Ma il problema, oltre alla ristrettezza di una simile offerta, sta a monte. Non c'è la volontà di adeguare l'istruzione alla crescita e ai bisogni dell'individuo. La qualità dell'insegnamento è bassa, mancano mezzi, laboratori, risorse.


Il costo degli studi superiori è eccessivo, soprattutto visto il blocco dell'ascensore sociale: gli studi non garantiscono più un posto di lavoro e un livello di vita adeguato ai sacrifici fatti, e molti finiscono per abbandonare o rinunciare. Chi può permetterselo, invece, va all'estero o studia nelle scuole francesi ancora presenti nel paese. E il fossato che si scava tra le classi si fa sempre più ampio.



Tra gli aspetti evidenziati dai rapporti degli organismi internazionali c'è l'assenza di attività parascolari, fondamentali per incentivare interesse e curiosità soprattutto durante la scuola dell'obbligo. Parlaci un po' della tua esperienza..


Ho constatato un fatto. Anche nelle migliori filiere formative, ad esempio quella di ingegneria, le persone escono dal loro percorso e non conoscono altro che il loro mestiere. Si ritrovano disconnessi dalla realtà. Personalmente credo che oltre al saper fare, un individuo debba essere fornito del "saper essere", il sapersi collocare nella società, nel mondo.


Il rapporto dell'Unesco non sbaglia. Attività come musica, teatro, disegno sono praticamente assenti. Ricordo che alle elementari avevamo un piccolo corso di educazione artistica. Quello che ci hanno imparato è saper disegnare un musulmano in maniera differente da un miscredente, oppure saper riprodurre delle miniature di citazioni coraniche. Questa non è educazione artistica, ma lobotomia.


Qualcosa sta cambiando, lo vedo con le mie sorelle più piccole. Ma in generale l'incentivo alla conoscenza, all'arricchimento culturale non vengono prese in considerazione, a meno che non si abbia la fortuna di imbattersi in qualche maestro o insegnante appassionato e considerato dagli altri "poco ortodosso".



(articolo pubblicato su Osservatorio Iraq Medioriente e Nordafrica)