Categoria: Migrazioni

I’m migrant di Luca Negrini

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Interpreting the matter of constant transition for the different actors inhabiting Lampedusa (Italy) and gathering their common needs together with what the island is lacking.

“Sleep, dear Chevalley, the Sicilians
want Sleep and they always hate
the one who wants to wake them,
even if he would bring them
the most beautiful presents; the
Sicilians never want to improve for
the simple reason that they think
themselves perfect; their vanity is
stronger than their misery; every
invasion by outsiders, whether
so by origin or, if Sicilian, by
independence of spirit, upsets their
illusion of achieved perfection, risks
disturbing their satisfied waiting for
nothing”
da “Il Gattopardo” , Tomasi di Lampedusa

The island of Lampedusa has for many years seen a constant flow of newcomers and tourists, staying only for a short period of time and then leaving. This has brought significant changes to the Lampedusian society that is slowly abandoning local traditions and methods in order to prioritize tourism. Through the creation of a meeting space, the project aims to exploit the big flow of people in a positive way to create different opportunities among the people inhabiting the island.

The project aims to fill up what the Island and its people are lacking and, at the same time, have a symbolic value as landmark and memory of what Lampedusa has been going through in the last years.

My reaction to the reality of this small Mediterranean Island, full of contradictions and potential, is a “bridge building” which wants to connect the main town street to the sea and be a clear response to the actual stillness of the government and local authorities in front of the current situation.

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Papers: I’m migrant di Luca Negrini

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Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Si ringrazia l’​Avv. Carlo Tramonte​ per la segnalazione ed il commento.

Il Giudice, evidenziando che nella regione pakistana del Punjab “… si registra una situazione di gravissima insicurezza in conseguenza dell’attività terrotistica posta in essere da parte di alcuni gruppi armati dell’estremismo islamico …”, ha riconosciuto al ricorrente, proveniente da tale regione, la protezione sussidiaria, ritenendo sussistenti i presupposti di cui all’art. 14, lett. c), D.lgs 251/07.

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Ordinanza Tribunale di Palermo del 30 gennaio 2017

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Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Il Ricorrente aveva dichiarato durante l’audizione in commissione territoriale di aver lasciato il proprio paese per cercare un lavoro in europa, in quanto in Senegal viveva in stato di povertà.

ll giudice, esaminato il ricorso, ha concesso al ricorrente la protezione umanitaria fondando la propria decisione unicamente sulla valutazione positiva dell’impegno profuso dal ricorrente durante il periodo dell’accoglienza: “ Si deve evidenziare che il ricorrente si sia positivamente impegnato nell’apprendimento della lingua italiana e che lo stesso si è impegnato in attivi.

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Ordinanza Tribunale di L’Aquila del 01 dicembre 2016

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Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Il Tribunale di Lecce con queste due ordinanze fornisce una ulteriore conferma dell’orientamento della giurisprudenza italiana nel ritenere i richiedenti asilo provenienti dal Mali aventi diritto perlomeno ad una protezione umanitaria.
Entrambe le sentenze ribaltano il parere della Commissione territoriale ed attraverso un’analisi geopolitica approfondita considerano il Paese, ed in particolare la regione di Kayes nel sud, in una situazione non ancora del tutto stabilizzata e caratterizzata da episodi di violenza localizzata. Una situazione “comunque grave che si è deteriorata nell’ultimo anno”, a tal punto da ritenere che “sussistano gravi motivi umanitari che impediscono il ritorno del richiedente”.
Alla luce di queste considerazioni ci domandiamo come l’Ue e soprattutto l’Italia possano stringere “patti su misura” con il Mali e, citando l’Alto rappresentante UE per gli Affari esteri Federica Mogherini, “impegnarsi in modo così specifico con un paese africano sul rientro dei richiedenti asilo respinti”, quando invece non solo le condizioni oggettive non lo permettono, ma avrebbero tutto il diritto a vedersi riconosciuta una tutela umanitaria. (ndr)

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Tribunale di Lecce, ordinanza del 18 gennaio 2017

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Tribunale di Lecce, ordinanza dell’8 febbraio 2017

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Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Una pronuncia molto interessante del Tribunale di Roma, che ha ritenuto illegittimo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di attesa asilo politico (invece del permesso di soggiorno per motivi umanitari) da parte della Questura di Roma per un richiedente asilo a cui la commissione aveva accordato la protezione umanitaria e che di conseguenza aveva impugnato il provvedimento per ottenere il riconoscimento di una protezione internazionale.
Il Tribunale civile di Roma ribadisce che la Questura non ha alcun potere decisionale in questa fase in ordine alla tipologia di permesso da rilasciare e ricorda che l’art. 19 del Dlgs 150/2011, in caso di impugnazione ex art. 35, nel sancire l’effetto sospensivo si riferisce “all’efficacia esecutiva del provvedimento negativo dell’Autorità Amministrativa, vale a dire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione”, e non anche al provvedimento che riconosce una protezione umanitaria.

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Tribunale di Roma, ordinanza del 6 febbraio 2017

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A Rosarno tra parole e lotta

La Calabria è così, passi una volta, ti fermi e poi sei costretto a tornarci.
Rosarno non si può definire una località di villeggiatura, “spostata” dalla tratta di un’autostrada infinita, adagiata, come nel volere degli antichi greci, in una collina che guarda il mare.
La terra della Piana (di Gioia Tauro) oggi, e Rosarno in particolare, è stata stuprata da un abusivismo selvaggio, un inquinamento visibile ad occhio nudo, un continuo di opere mia finite. La stessa terra in cui, per più di cinquant’anni, si sono combattute le ‘ndrine e lo sfruttamento lavorativo (vedi articolo di Terrelibere.org).

Tra connivenze istituzionali, vecchie e nuove lotte politiche e povertà dilagante

Siamo tornati a Rosarno, e lo facciamo oramai da più di un anno, per continuare a dar voce, in ogni senso, a coloro che, ultimi tra gli ultimi, dimenticati e sfruttati, raccolgono la nostra frutta per pochi euro al giorno nella terra dove la disoccupazione ha fatto scappare i giovani e intristito i vecchi.
Siamo tornati a Rosarno perché oggi più di ieri siamo convinti che la parola, in questo caso la parola italiana, sia fondamentale per l’acquisizione di diritti e dignità dei tanti braccianti africani che, come fantasmi, in una sorta di “prostituzione lavorativa”, vagano tra le campagne della Piana alla ricerca di un “lavoro”, eufemismo contemporaneo per definire la nuova, capillare, schiavitù.

Siamo tornati a Rosarno e per più di una settimana abbiamo portato avanti dei corsi di prima alfabetizzazione all’interno e all’esterno del ghetto, tra capre squartate, roghi di plastica bruciata, cumuli di spazzatura puzzolente, baracche in costruzione e prostitute scosciate a bordo strada.
San Ferdinando è proprio questo! Una grande zona industriale, per lo più abbandonata, a sinistra una tendopoli istituita nel 2010, subito dopo la famosa Rivolta, con annesso ghetto in espansione, a destra una grande fabbrica occupata. Tra ghetto e fabbrica vivono oggi più di 2500 braccianti in condizioni disumane e in attesa di spostarsi verso altre località del Sud per l’avvio di altre raccolte agricole. E questo è solo un piccolo lembo di un territorio, quello della Piana, che “ospita” migliaia di braccianti, per lo più rumeni, bulgari e africani, che spuntano la mattina in concomitanza di qualche incrocio per farsi accompagnare al campo dal caporale di turno. Caporale che è l’anello debole della catena o meglio “l’ultima ruota del carro”.

Pensare di debellare lo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’arresto di qualche caporale o qualche mafioso è pura follia.

Un po’ come scrive Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica in un editoriale uscito proprio ieri dal titolo “Uomini e caporali nella Puglia che brucia” dimenticandosi (sic!) di menzionare la Grande Distribuzione organizzata che, imponendo prezzi dei prodotti e bocciando politiche legate ad esempio all’etichetta narrante, diventa la burattinaia di un Sistema voluto e ben rodato!

Dopo lo sgombero del ghetto di Boreano la scorsa estate e di quello di Rignano qualche giorno fa, quello di Rosarno resta il ghetto per antonomasia e, probabilmente, sarà così per molto altro tempo ancora. Un po’ perché simbolo di una Rivolta mai del tutto metabolizzata, un po’ perché frutto di strategie politiche che, in terra di ‘ndrangheta, profumano molto di connivenza.
L’ultima trovata delle istituzioni locali sarebbe quella di costruire, sempre all’interno della zona industriale, una nuova tendopoli, recintata e sorvegliata, dove inserire circa 500 braccianti, scelti non si sa in base a quali elementi, in un contesto che potrebbe tranquillamente riprodurre un regime simile a quello detentivo. Costo della trovata tra 600 e 700 mila euro.

Noi abbiamo risposto, e risponderemo, continuando i corsi di italiano all’interno del ghetto e del campo containers e con la costruzione di una struttura polifunzionale, Rosarno Hospital(ity) school, che, per la prossima stagione agrumicola, diventerà uno spazio condiviso all’interno di un ghetto marginalizzato.
Siamo tornati a Rosarno convinti che la parola sia l’unica arma per difendere i propri diritti ed affermare i propri bisogni.

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Links utili:

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Collettivo Mamadou su FB — [email protected]

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Echoes un film di Gabriele Cipolla

La prima proiezione del film il 7 marzo al Respect Belfast Human Rights Film Festival.

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Sinossi

Con l’acuirsi della crisi migratoria causata dalla guerra in Siria, Ungheria, Serbia e Macedonia chiudono i loro confini a migliaia di persone in fuga, interrompendo un’antichissima via migratoria: la rotta balcanica. In Grecia, lungo il filo spinato del confine macedone, uomini, donne e bambini si riuniscono nei campi profughi, immense tendopoli autogestite, dove NGO, volontari e attivisti sfidano il gioco delle mafie dei trafficanti di esseri umani.

Echoes ritrae un limbo nel quale alla disperazione di un futuro sospeso si contrappone una resistenza vitale e ostinata, concentrando il suo sguardo sul giorno precedente allo sgombero di Eko Station, l’ultimo campo informale rimasto nel nord della Grecia.
Attraverso le frequenze di una radio pirata parole e canti ribelli riecheggiano nel silenzio imposto dalla fortezza Europa.

ECHOES trailer (eng) from ECHOES FILM on Vimeo.

“Sono arrivato ad Eko camp a maggio del 2016”, scrive Gabriele, “insieme ad un gruppo di attivisti con cui collaboravo ormai da qualche mese. Stavamo portando nei campi autogestiti ed informali ai confini dell’Europa una radio pirata, Radio Noborder, uno strumento di aggregazione, ma anche una possibilità di racconto, un modo per le persone di darsi voce.
Fin dal primo ingresso nel campo mi sono reso conto che la presenza di macchine fotografiche, camere e cellulari era davvero diffusa: il campo aveva una copertura mediatica intensissima ogni giorno.

L’atto di filmare per me nasce quasi come una necessità, ma in quel momento mi chiesi se aggiungere l’ennesimo punto di vista, l’ennesimo sguardo, fosse davvero la cosa giusta da fare.
Così rimasi qualche giorno alla radio, senza utilizzare la camera se non per brevi filmati, partecipando alle trasmissioni e osservando come in realtà il nostro appuntamento quotidiano stesse diventando un punto di riferimento nel campo.
Ogni pomeriggio, centinaia di persone si ritrovavano intorno al gazebo che avevamo montato e condividevano storie, musiche e racconti al nostro microfono.
Fu così che conobbi prima Hussein, un giovanissimo rapper siriano rifugiato con il quale girai il videoclip di una sua canzone e poi iniziai a frequentare quotidianamente Mohammed e la sua famiglia allargata.

Ogni film comincia principalmente da un incontro, il processo di avvicinamento con i personaggi, che può durare anche mesi, è per me il momento fondamentale. Il tempo necessario alla conoscenza reciproca, mi fa capire quale sia la giusta distanza tra me, il soggetto e la camera, e inizia a creare l’orizzonte visivo entro il quale le nostre esperienze si incontreranno e diventeranno una narrazione anche per gli altri.
Quando ho intuito che era il momento di girare, io e Mohammed eravamo diventati amici. Seguirlo nei suoi spostamenti all’interno del campo ci sembrava naturale. Decisi così di concentrarmi sul racconto della sua quotidianità, evitando di spettacolizzare le loro vite o di approfondire esplicitamente il contesto socio politico di larga scala.

Vivendo per settimane insieme agli abitanti di Eko camp, ho sentito la necessità di riportare le persone al centro del discorso, facendole diventare i soggetti attivi delle loro narrazioni, per abbracciare la complessità di ciò che ci fa continuamente sperare, nonostante tutto e nei modi più impensati, ad un domani diverso”.

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Un film di
Gabriele Cipolla

con
Davide Agnolazza
e Mohammed JJO

produzione:
Radio Noborder
Radio Noborder è una radio web e pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.

#overthefortress
#Overthefortress è una campagna lanciata dal progetto Melting Pot Europa che mira al monitoraggio ed alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti.

Macao
Macao è un centro indipendente per l’arte, la cultura e la ricerca.
Ha sede in una palazzina liberty, nel mezzo di una enorme area abbandonata vicina al centro di Milano. Propone un programma multi settoriale che ospita progetti, eventi e residenze nei più svariati campi dell’arte e della ricerca: arti visive e performative, cinema, fotografia, letteratura, musica, design, hacking, new media. È coordinato da una assemblea aperta di artisti e attivisti.

Durata: 76 min.
Lingua: Arabo, Curdo Siriano, Inglese
Sottotitoli: Inglese, Italiano
Formato di ripresa: digital 4k
Formati disponibili per la riproduzione: 4k DCP, HD file

Fotografia/montaggio/postproduzione:
Gabriele Cipolla

Mix audio:
Marc Brunelli

Musiche:
Eko camp
MZKY

Traduzione:
Kovan Direj

Sottotitoli:
Davide Agnolazza

Bio del regista:
Gabriele Cipolla, classe 1984, vive e lavora a Milano. Dopo aver frequentato la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, perfeziona il suo percorso come film maker studiando ripresa e direzione della fotografia presso la scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’. Il suo campo di ricerca spazia tra la cinematografia e le arti visive, lavorando parallelamente nel settore commerciale e nella sperimentazione, con progetti audiovisivi indipendenti. Dal 2012, Gabriele Cipolla è docente di post produzione cinematografica e di tecniche di regia presso la Scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’ e l’università NABA.

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[Confini]
Grecia, lungo il confine della fortezza Europa.
L’ingente flusso di profughi causato dal prolungarsi del conflitto siriano ha portato alcuni paesi europei a prendere decisioni drastiche in materia di immigrazione. Paesi come l’Ungheria, la Serbia e la Macedonia, spinti da interessi politici xenofobi e populisti, ed in assenza di una presa di posizione chiara da parte dell’Europa, chiudono i loro confini ai migranti, portando di conseguenza all’interruzione di una delle vie migratorie storiche, la cosiddetta ‘rotta Balcanica’. Nel giro di pochissimo tempo migliaia di persone in transito ed in fuga si sono trovate bloccate lungo il confine settentrionale greco, separate dai familiari che li hanno preceduti, anche solo di qualche giorno. Si tratta soprattutto di persone provenienti dalla Siria, ma non solo: Afgani, Pachistani, uomini e donne provenienti dall’Africa centrale e settentrionale. In tutto, 60.000 tra rifugiati e migranti, politici o economici, ammassati lungo una linea ufficialmente invalicabile, dove si muove il più sordido dei poteri, quello delle mafie che trafficano essere umani.

Lungo gli snodi del territorio greco si formano spontaneamente numerosi campi profughi, tra i quali il più grande è quello di Idomeni, proprio a ridosso del confine Macedone, dove 13.000 persone, in un’immensa tendopoli, premono per oltrepassare la linea immaginaria che li divide dalla prossima tappa del loro viaggio. Il confine, tracciato perpendicolarmente ai binari arrugginiti di uno scalo merci, è difeso dalla polizia greca e macedone in assetto anti sommossa; scoppiano quasi quotidianamente dei disordini. All’interno del campo, la situazione igienico sanitaria è precaria, solo alcune NGO e soprattutto centinaia di attivisti da tutta Europa cercano di portare conforto e sostegno ai migranti in difficoltà. I campi autogestiti con le loro manifestazioni di protesta attirano su di sé molta attenzione mediatica e il governo greco, nel maggio 2016, è costretto a fare la sua mossa. In aree industriali dismesse e precarie, vengono costruiti dal nulla decine di campi governativi, gestiti esclusivamente dall’esercito greco. Le strutture risultano subito inefficienti e impreparate all’accoglienza, ma le operazioni di sgombero dei campi informali partono immediatamente. L’imperativo imposto dai militari è l’assoluto controllo delle presenze nei campi: alle organizzazioni di supporto è permesso entrare, gli attivisti e le piccole associazioni vengono bandite.

Le operazioni di sgombero di Idomeni e degli altri campi informali fanno parte di un processo inarrestabile, ma, per quanto sia ingente il dispiegamento di forze in campo, che necessita di tempo. Migliaia di migranti continuano ad accamparsi lungo il confine, anche per l’iniqua politica che divide i richiedenti asilo dai migranti definiti ‘economici’. Mentre da una parte, per far abbassare la tensione e facilitare le operazioni, viene paventata una rapida soluzione per i Siriano-Iracheni, in fuga dalla guerra, attraverso il Programma di Ricollocamento Europeo, dall’altra, grazie all’accordo tra Europa e Turchia, si aprono scenari di espulsione e rimpatrio obbligatorio per tutti gli altri. Nei campi di Hotel Hara e BP, tra gli ultimi informali rimasti a pochi chilometri da Idomeni, ogni notte centinaia di persone disperate tentano un’ultima carta affidando la vita e gli ultimi risparmi ai trafficanti.
Nel frattempo, dai campi governativi trapelano i racconti delle persone deportate al loro interno. Racconti di una situazione di totale abbandono, ancora più precaria che nei campi ribelli, dove ancora possono lavorare volontari ed attivisti.

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[Eko Camp]
Alla campagna di sgomberi nei confronti dei campi informali sopravvive solo Eko Station, ultima realtà non governativa dove i migranti continuano a vivere o transitare.
Il campo sorge all’interno di un’area di rifornimento, lungo l’autostrada che collega il confine macedone a Salonicco. Si tratta di un campo popolato in maggioranza da curdi siriani, sorto quasi in contemporanea ad Idomeni, e che nel periodo di massima portata arriva ad ospitare circa 4.000 persone, delle quali oltre la metà bambini. Il campo è autogestito dai migranti, un avamposto di Medici Senza Frontiere fornisce supporto medico e generi di sussistenza, mentre associazioni, volontari ed attivisti si occupano della distribuzione alimentare e dell’allestimento di strutture educative e ricreative. Tra le tende, che si ammassano anche tra le pompe di benzina in disuso, quotidianamente svolgono le loro attività una scuola, uno spazio donne, un centro mobile di assistenza legale e una radio, Radio NoBorder.

Nonostante le minacce di uno sgombero forzato e le lusinghe della millantata e imminente partenza del Programma di Ricollocamento Europeo, Eko camp rimane fino alla fine popolato della sua gente. La resistenza verso le deportazioni nei campi governativi trae la sua convinzione dai racconti che in gran quantità arrivano al campo, attraverso le voci e le testimonianze delle persone che quotidianamente ne fuggono e grazie ai report degli attivisti, che sfidano capillarmente le imposizioni dell’esercito, violando le recinzioni e i divieti.

Eko camp respira e resiste, fino all’intervento della polizia in una triste mattina di giugno 2016, all’interno di una contraddizione che inspira l’intera esperienza del campo: da una parte le condizioni estreme alle quali i migranti sono costretti, l’umiliazione continua di una situazione precaria e inumana, dall’altra l’ultimo spazio di libertà rimasto, il solo punto di incontro con una Europa diversa, quella dei volontari e degli attivisti, che non impone un controllo ed un assistenzialismo fine a sé stesso, ma un processo di condivisione esperienziale e di costruzione.
Fino all’ultima lunga notte, da Eko camp, attraverso Radio NoBorder, risuonano insistentemente le voci e i canti di uomini e donne — prima che migranti o rifugiati, persone libere.

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[Radio NoBorder]
Radio NoBorder trasmette ogni giorno da Eko camp in FM, attraverso un ripetitore e una lunga canna da pesca usata come antenna, e in streaming internet, attraverso una parabola satellitare. La programmazione della radio si crea ogni giorno a partire dalle esigenze del campo: racconti di esodo e di denuncia si susseguono intervallati dalla musica suonata live dai musicisti o proveniente dai telefoni dei migranti. La piccola redazione della radio, situata in quella che potrebbe essere definita la piazza principale di Eko, diventa da subito un punto di riferimento per tutti gli abitanti della tendopoli, scandisce le attività quotidiane educative e di distribuzione, trasmette la preghiera che segna la fine del digiuno del Ramadan, offre la possibilità di raccontare le vicende individuali, che si trasformano in questo modo in storie di tutti.

Non è la prima volta che Radio Noborder si trova in un campo: è una radio pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.
L’idea nasce nella primavera del 2016 da un gruppo di attivisti indipendenti durante la loro permanenza all’interno del campo informale di Idomeni, sul confine greco-macedone. NoBorder, una stazione radio FM, viene installata all’interno del campo e gestita per alcune settimane da una redazione composta sia da attivisti che da migranti.

Lo sgombero forzato del campo di Idomeni, avvenuto nelle prime settimane di maggio 2016, non segna la fine del progetto: si decide di trasferire la radio all’interno dell’altro grande campo informale della zona, EKO camp, ancora immune dall’ondata di sgomberi, e dove molti abitanti di Idomeni si erano rifugiati per sfuggire alle deportazioni.

La prima trasmissione da EKO è datata 31 Maggio 2016, sulla frequenza FM 95.00, e viene realizzata utilizzando un vecchio trasmettitore di Radio Popolare Milano e un’antenna autocostruita. Si inizia anche a trasmettere in streaming attraverso un’antenna satellitare risparmiata dalla furia delle ruspe ad Idomeni, installata in precedenza da #overthefortress per il progetto noborderWiFi.

La radio diventa subito il più importante luogo di aggregazione all’interno del campo e intorno ad essa si costruisce una comunità di persone che si alterneranno ai microfoni e alle conduzioni per circa un mese.

Rimane nel campo fino al giorno dello sgombero, la mattina del 13 giugno, quando la polizia fa irruzione all’interno dell’area obbligando i rifugiati a salire sui bus per essere deportati nei campi governativi e arrestando gli attivisti, compresi i conduttori della radio che stavano monitorando e documentando la situazione.

Dopo l’esperienza in Grecia, tutto il materiale tecnico viene portato in Italia in attesa di essere riutilizzato. L’occasione per riaccendere le trasmissioni non tarda: nel luglio del 2016, a Como, sul confine italo-svizzero, centinaia di migranti africani rimangono bloccati nel parco della stazione dei treni, a seguito di un importante giro di vite da parte della Svizzera in merito al passaggio dei migranti attraverso il proprio territorio. La radio seguirà per tutta l’estate le vicende di Como, portando le testimonianze dei migranti e dei tanti attivisti e volontari presenti.

In Italia le cose non vanno diversamente che in Grecia. Il campo di Como viene sgomberato e Radio Noborder, dopo qualche mese di pausa, si riorganizza per aggregarsi, nei primi gorni di novembre, alla carovana in viaggio per il sud Italia di #overthefortress, un’azione di inchiesta e comunicazione indipendente al fianco dei migranti e delle realtà che li sostengono. La Radio trasmette, per tutta la carovana, ogni settimana da un luogo diverso, coinvolgendo attivisti e migranti conosciuti durante il percorso.

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[Mohammad]

Intrecciando l’esperienza degli attivisti della Radio con le vite delle persone incontrate nel campo di EKO, nasce Echoes, un film che racconta la vita all’interno del campo attraverso le trasmissioni di Radio Noborder effettuate in Grecia.
Il film racconta l’ultimo giorno di vita del campo, prima dello sgombero, seguendo col suo sguardo Mohammad, uno dei più attivi conduttori e frequentatori della Radio.

La storia di Mohammad, incontrato tra uno streaming e una registrazione e diventato amico degli attivisti di Radio NoBorder, è in tutto e per tutto simile a quella delle migliaia di persone strappate alla loro casa dal conflitto siriano: una epopea durata anni, un viaggio intrapreso con la moglie Slava — attraversando montagne, fiumi e il mare assassino in condizioni estreme e dietro il ricatto dei trafficanti.
Il ricordo dei pericoli affrontati per arrivare in Europa e l’attesa infinita e sterile, è vivido nel cuore di Mohammed quando invia ai suoi amici europei della Radio un lungo messaggio vocale, dopo alcuni mesi dal loro rientro in Italia. Il messaggio arriva ad inizio settembre, e la scelta non è casuale: il messaggio che accompagna la sua voce è fin troppo chiaro.
Tra poche ore partirò, io e Slava non possiamo più stare qui, abbiamo perso il figlio che aspettavamo, è ora di tornare a casa, in Iraq”.

È l’ultima notizia che abbiamo di lui.

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Citazioni

“We thought we could start to think about a better life, but they closed the border in front of us.
We have just crossed over the deadly sea, we witnessed the death, but for the people the situation got worse. Beeing dead or alive, at this point, doesn’t make a difference for us,it became the same”.

(Mohammad, opening message)

“Pensavamo potessimo iniziare a pensare ad una nuova vita, ma ci hanno chiuso il confine in faccia.
Abbiamo attraversato il mare assassino, abbiamo sfiorato la morte, ma per noi la situazione peggiora.
Essere vivi o morti, a questo punto, non fa differenza, è diventata la stessa cosa
”.
(Mohammad, messaggio d’apertura)

“My name is Israa, I’m seventeen years old and I’m Syrian, from Aleppo. My destination was Germany, where my father is. I wanted to accomplish my studies there as a pediatrician, but we lost everything”.
(Israa, syrian refugee, seventeen years old, interview at Noborder Radio)

“Il mio nome è Israa, ho diciassette anni e sono siriana, di Aleppo. La mia destinazione era la Germania, dove vive mio padre. Volevo finire li miei studi come pediatra, ma abbiamo perso tutto”.
(Israa, rifugiata siriana di diciassette anni, intervista a Radio Noborder)

“- Do you have any message to give to people from their same age living in Europe?
 — I would like them to demonstrate for us, to do something for us, to make us live like them and study. Living in this tent destroyed our life”.
(Tolin Xelil, syrian refugee from Rojava, eighteen years old, interview at Noborder Radio)

“- Hai qualche messaggio per la gente della tua stessa età che vive in Europa?
 — Vorrei che manifestassero per noi, per fare qualcosa per noi, per farci vivere come loro e per farci studiare. La vita in queste tende ci sta distruggendo”.
(Tolin Xelil, rifugiata Siriana del Rojava, diciotto anni, intervista a Radio Noborder)

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L’immigrato italiano

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Questa fotografia ritrae mio nonno. Saranno stati gli anni 70 e non so bene dove sia stata scattata. Sicuramente stava facendo una gita. Ha scarpe da ginnastica usate, un binocolo, porta una giacca troppo elegante ed indossa una polo. Lo vedete l’altro uomo? Quello che cammina ben vestito con la mano in tasca? Quello è sicuramente un cittadino svizzero, dove i miei nonni sono emigrati, e sta guardando mio nonno. Sta guardano quello spaccone che si mette in posa per farsi una foto, con indosso dei cenci e pure accoppiati male. Parliamo degli anni dell’iniziativa Schwarzenbach culminata con il referendum del 7 giugno 1970 contro l’inforestierimento, soprattutto degli italiani.

Mio nonno è stato un grandissimo lavoratore; ha contribuito a costruire la via ferrata, ha lavorato in ristoranti, in ospedali come tutto fare, e faceva quanto più non posso. E’ partito da una terra e da una guerra che non poteva offrirgli più nulla, nonostante lavorasse da quando aveva 7 anni, giorno e notte.

In Svizzera non è andata meglio. Il costante razzismo nei confronti degli italiani era dilaniante e rendeva quasi impossibile integrarsi; dai loro racconti, infatti, le loro compagnie non erano composte da persone Svizzere. Mia mamma poi, è nata in Svizzera. Ha vissuto per 34 anni in Svizzera e ha partorito sua figlia in Svizzera. Ma non è mai stata cittadina Svizzera. Siamo sempre stati italiani.

E’ arrivata in Italia a 34 anni senza quasi sapere una parola nella nostra lingua e per me è stato lo stesso. Ricorda con terrore e con molto dolore le iniziative Schwarzenbach che l’hanno accompagnata durante la sua infanzia, adolescenza ed il resto della sua vita in quel paese.

Riguardare questa foto mi ha fatto sorridere. Oggi puntano tutti il dito contro i richiedenti protezione internazionale perché posseggono un cellulare, vestiti nuovi e non sono deperiti.
Vero, la differenza sta nell’assistenzialismo, i nostri nonni non lo hanno ricevuto: ma a quale prezzo? Quante sofferenze e vicissitudini hanno dovuto affrontare? Vogliamo essere quel mondo? Quel tipo di mondo?

Non si possono fare dei veri e propri paragoni, tuttavia il meccanismo rimane perlopiù invariato. Chissà cosa pensavano i vicini della mia famiglia? Chissà quante brutte parole sono state rivolte loro per mera ignoranza e xenofobia?

Riguardo quel binocolo e sorrido. Nonno, che ci dovevi fare con quel pesantissimo binocolo, custodito così tanto gelosamente? Quel binocolo che sopravvive ancora oggi.
Quel binocolo è uno status. E’ una voce che grida: “Ce l’ho fatta anche io! Sono qui in mezzo a voi e vivo!”.

Eppure quel binocolo, quel telefonino, quei cappelli curati, quelle scarpe nuove danno fastidio; fanno credere che le persone che ci stanno chiedendo aiuto non ne abbiano davvero bisogno, che sia tutta una messinscena.

Spesso, quando le persone si rivolgono a noi operatori dell’accoglienza, ci rimproverano queste cose e spesso non sappiamo cosa rispondere loro. La dignità, questa sperduta.

E’ difficile rispondere al mondo che un orologio non significa nulla, è solo un modo per appartenere ad un nuovo mondo. E’ difficile far comprendere che quando non hai nulla, perché nel tuo paese ormai globalizzato non hai soldi per vestire e mangiare, l’unica cosa che vorresti fare, seppure in un primo momento, è omologarti a tutti gli altri senza sentirti necessariamente diverso, escluso. Allora sì che potremmo comprendere che la prima cosa che fanno alcuni beneficiari, con il loro primo pocket, è comprare un cappello, delle scarpe, una qualsiasi cosa che non lo faccia sentire maggiormente diverso e discriminato. Non possiamo fingere di non sapere che essere povero, non possedere nulla, non sia pregiudicante. Essere un richiedente protezione internazionale lo è, essere povero anche. Se sei entrambe le cose sei doppiamente discriminato. Le persone, gli esseri umani, spesso non vogliono essere compatiti, vogliono che siano loro riconosciute abilità e dignità e molto spesso, questo, non lo facciamo.

E’ per questo che nei percorsi di accoglienza, quelli buoni, quelli dignitosi, sono di vitale importanza i percorsi individuali. Puoi fare percorsi individuali quando hai tre operatori e accogli 100 persone? No. Molto semplice.

Quanto ancora dovrà durare questa enorme differenza tra CAS e SPRAR? Per quanto ancora dovremo vedere migliaia di persone finire nelle grinfie di “lavoratori” (perché non posso chiamarli operatori) incompetenti o, comunque, messi in condizione di non poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro, permettendo ai propri capi di arricchirsi a dismisura?
Quanto ancora?

Nel frattempo guardo il binocolo di mio nonno e penso a quanto sia stato fiero di poterlo sfoggiare. A quanto avrà riflettuto prima di comprarlo (contadino che non spendeva soldi “inutilmente; gli sfizi e le vacanze non si sono mai visti nella loro umile vita) e a quanto ci teneva per non permettere a nessuno di toccarlo.
Penso a quel binocolo e a mio nonno l’immigrato.

Sabrina Yousfi, cooperaia Alternata SI.Lo.S

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Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Report Assemblea Nazionale
CSA TNT — Jesi, 3 marzo 2017

Sabato 3 marzo si è tenuta la seconda Assemblea Nazionale della Campagna #Overthefortress. Alle presenze fisiche presso lo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi vanno aggiunte le partecipazioni in remoto on line. La discussione ha quindi avuto contributi di decine di realtà dislocate su tutto il territorio nazionale.

La campagna, iniziata nell’estate 2015 con viaggi di osservazione e narrazione attorno alle frontiere d’Europa, giunge ora ad uno snodo importante del proprio percorso. L’analisi politica che ci ha suggerito il nome resta valida, ed anzi oggi si rafforza: incontriamo frontiere militarizzate e muri non solo laddove corrono i confini tra Stati, ma nuovi dispositivi di separazione ed esclusione compaiono dislocati nei territori. L’operato del governo Gentiloni, che dà attuazione al Migration Compact proposto da Renzi ed adottato dall’UE, traccia il quadro dentro cui si situano l’istituzione dei nuovi centri per il rimpatrio (CPR), gli accordi bilaterali con Paesi retti da dittature, l’esternalizzazione e il controllo delle frontiere esterne finanziati attraverso un uso distorto della cooperazione internazionale. L’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha aperto una fase nuova nelle relazioni internazionali che condiziona il dibattito attorno alla revisione dell’Accordo di Dublino, il cosiddetto “Dublino IV”.
Fermando l’attenzione a quanto accade in Italia, il fatto storico costituito dall’ingresso forzatamente illegale (frutto di un’assenza di politiche di ingresso regolare e di canali umanitari) di centinaia di migliaia di persone non solo non incontra soluzioni politiche, anzi: a suon di disposizioni amministrative vengono tracciate nuove linee di separazione tra soggetti inclusi ed esclusi dalla sfera dei diritti. Le frontiere da indagare e narrare e lungo cui sviluppare interventi solidali sono dunque riterritorializzate e diffuse in ogni territorio.

La discussione si è sviluppata lungo tre assi: una migliore strutturazione dei viaggi di inchiesta e supporto, l’analisi della situazione migratoria nel quadro mutato dal decreto Minniti-Orlando e una proposta di agenda di mobilitazioni.

Viaggi di inchiesta e di supporto solidale

La cifra qualificante di #OverTheFortress è il continuo viaggiare, che consente di conoscere direttamente le condizioni materiali tanto dei dispositivi di frontiera quanto delle situazioni di vita dei migranti, e di confrontarsi con realtà sociali resistenti e solidali. Gli interventi lungo la rotta balcanica, nelle isole greche e la prolungata presenza nel campo di Idomeni, da ultimo il viaggio attraverso il Sud Italia e il muoversi, nuovamente, sulla Balkan Route hanno consentito di sviluppare elementi di analisi privilegiati. Se da una parte grazie alla semplice osservazione diretta dell’esistente possiamo già intravedere quali forme concrete assumeranno i dispositivi di respingimento o di rastrellamento, reclusione e rimpatrio che gli apparati repressivi stanno organizzando, riteniamo necessario un salto di qualità tanto nell’identificazione delle potenziali destinazioni quanto nel contributo progettuale da apportare, identificando come confine ogni luogo dove avvengono atti discriminatori su base etnica o razziale ed ovviamente di repressione della libertà di movimento. Il livello minimo di intervento è lo spazio europeo nella sua interezza, che va letto ed agito anche come ambito di costruzione di relazioni e di organizzazione. La discussione fa emergere la necessità e volontà di organizzare interventi progettuali qualificati e che si sviluppino attraverso la concreta cooperazione con le soggettività migranti. Particolare attenzione è stata posta sui cosiddetti “ghetti”, luoghi di esclusione e contigui all’iper-sfruttamento agricolo, ma al tempo stesso espressione di autorganizzazione dei migranti, di cooperazione sociale dal basso e di rivendicazione di diritti di cittadinanza.

La situazione migratoria ed i nuovi provvedimenti governativi: una campagna politica contro i CPR e per il diritto di soggiorno.

L’azione legislativa italiana si sta sviluppando in piena continuità con l’agenda europea sulle migrazioni del 2015 e il Migration Compact, ribadendo come l’Italia sia ora laboratorio europeo “all’avanguardia” nell’innovazione normativa.
La circolare Gabrielli del 30 dicembre 2016 ed i rastrellamenti dei cittadini nigeriani del mese scorso sono state le premesse al pacchetto securitario del decreto Minniti-Orlando, che di fatto smonta completamente le procedure di inclusione dei richiedenti protezione internazionale e dei migranti nella sfera del diritto. Se da una parte il decreto legge del 17 febbraio, che deve essere convertito in legge nazionale, introduce i CPR sottraendo risorse all’inclusione, indebolisce il diritto di difesa dei richiedenti asilo ed abolisce il ricorso in Corte d’Appello contro i dinieghi delle Commissioni territoriali, dall’altra i dispositivi di disciplinamento dei richiedenti asilo nel fallimentare sistema di accoglienza emergenziale sono volti a smorzare sul nascere qualsiasi forma di protesta. Uno sguardo più largo a livello continentale restituisce il montare delle pratiche di criminalizzazione e repressione verso i migranti, confinati dalle nuove cortine di ferro ed azzannati dai cani delle guardie di frontiera, bollati come clandestini e quindi costretti ad una esistenza da invisibili. L’Ue ha in serbo di attuare nel prossimo periodo 1 milione di deportazioni di migranti.

L’analisi delle modalità di applicazione delle leggi rende evidente come il diritto sia applicato in forma differenziale, creando sistemi di perimetrazione ed esclusione non solo delle soggettività migranti ma più in generale di ogni categoria sociale non compatibile con un sistema socio-economico informato dai principi del neoliberismo.

Migliaia di migranti che risiedono oramai da anni in Italia vengono costretti alla clandestinità e alienati da ogni diritto a causa dei dinieghi deliberati dalle Commissioni, della perdita del reddito o della casa e degli altri dispositivi di legge pensati per produrre la decadenza del titolo di soggiorno. Opporsi a questa situazione significa rivendicare il diritto all’emersione dal “soggiorno in nero” e la promozione di una campagna finalizzata al riconoscimento della condizione di soggiornante come fonte del diritto di restare e di regolarizzare la propria posizione con il conseguimento del permesso di soggiorno. La lotta per il riconoscimento del diritto di restare deve costituire il fulcro della nostra risposta alle logiche di deportazione e di confino perseguite dal governo Gentiloni e rilanciate dalla UE.

Agenda e mobilitazioni

Dall’assemblea è emersa la necessità di sviluppare azioni, progetti e connessioni organizzative che siano in grado di contrapporre alla “cooperazione internazionale” del Migration Compact, che legittima e finanzia governi corrotti e Paesi non sicuri in cambio di un controllo da parte di essi dei loro confini e dell’accettazione degli espulsi, la reale cooperazione sociale che cresce nella solidarietà, nelle lotte e nelle mobilitazioni.

Per quanto riguarda le mobilitazioni un primo passaggio è stato individuato nei percorsi territoriali che si stanno organizzando a partire dall’appello del City Plaza Hotel di Atene. Nei giorni del 18 e 19 marzo molte realtà rappresenteranno i loro percorsi di cooperazione locale e di rifiuto della guerra ai migranti in corso; oltre all’appuntamento di Venezia con la marcia regionale, altre iniziative a Milano, Torino, Firenze, Brescia, Ancona chiederanno diritti e dignità per i/le migranti. Dall’assemblea si invita alla partecipazione alle iniziative già in costruzione e all’organizzazione di ulteriori piazze.

L’opposizione all’operato politico dell’Unione Europea saccheggiatrice di risorse, promotrice di guerre e sconvolgimenti climatici che forzano a migrare intere popolazioni, e che poi produce dispositivi di chiusura, blocco della mobilità ed espulsioni di massa, deve trovare nella giornata del 25 marzo un momento di forte e significativa espressione. Nel giorno in cui i rappresentanti delle leadership europee si troveranno a Roma per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati UE, è necessario portare nelle mobilitazioni dei movimenti che attraverseranno quella giornata la tematica delle migrazioni, dei diritti negati, delle deportazioni, della necessità di rovesciare dal basso le politiche europee delle frontiere, che non sono solo quelle dei confini geografici, ma anche quelle in cui vengono confinati i diritti, le povertà, il bisogno sempre più diffuso di protezione dalle conseguenze devastanti e multiformi prodotte dagli attuali assetti economici, politici e finanziari.

Per le stesse ragioni e per dare continuità ad una nuova stagione di protagonismo sociale sulle tematiche trattate l’assemblea ha individuato nelle mobilitazioni previste in occasione del G7 che si terrà a Taormina il 26–27 maggio un altro percorso all’interno del quale è necessario essere presenti e partecipare attivamente.

Info: [email protected]

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Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Si ringrazia l’Avv. Laura Mistichelli per la segnalazione ed il commento.

Con ordinanza pubblicata il 10.01.17 il Tribunale di L’Aquila, in persona del Giudice Dott.ssa Donatella Salari, ha riconosciuto la protezione umanitaria ad un cittadino proveniente dal Ghana, fuggito dal suo paese nel timore di essere arrestato per l’incendio divampato il 17 luglio di quell’anno presso il mercato di Kumasi ove egli svolgeva il lavoro di guardiano notturno.
Il ricorrente produceva una serie di documenti che radicavano la sua buona fede soggettiva secondo l’insegnamento di Cass. 16201/2015 nel senso della credibilità del racconto e dei riscontri concreti (articoli giornali sia sull’incendio alla data riferita, sia le notizia di stampa circa il concreto pericolo di un incendio al mercato in questione, sia la ricerca diramata dalla polizia nei suoi confronti e della fuga come narrata dalla moglie).
Il giudice ha ritenuto che la situazione di fragilità e la situazione d’insicurezza del ricorrente — “esposto ad un’accusa poco verosimile quale quella di avere incendiato il più grande mercato dell’Africa Occidentale con una candela- mentre sembra possibile che l’incendio si sia sviluppato per effetto di un corto circuito, tant’è che il ricorrente narra dell’avvenuto black out (frequente) che lo ha spinto ad accendere una candela per segnalare la propria presenza all’interno del mercato” meritassero considerazione nella forma della protezione umanitaria.

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Tribunale di L’ Aquila, ordinanza del 10 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Ghana

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Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali”

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Decine di migliaia di bambini sfollati dalle loro case a causa delle violenze politiche in atto in…

Decine di migliaia di bambini sfollati dalle loro case a causa delle violenze politiche in atto in Gambia stanno per riversarsi in ospedali, scuole e altri servizi pubblici nelle aree di confine tra il Paese e il Senegal. Questa la denuncia di Save the Children, l’Organizzazione internazionale dedicata dal 1919 a salvare i bambini in pericolo e a promuoverne i diritti, che lancia l’allarme sul rischio di un’emergenza umanitaria su entrambi i lati del confine tra i due paesi.

Le tensioni in Gambia sono cresciute all’inizio dell’anno, nonostante il Segretario Generale entrante delle Nazioni Unite abbia chiesto ai cittadini, ai governi e ai leader politici un sforzo per superare le differenze e mettere la pace sopra ogni altro obiettivo. Secondo le stime delle Nazioni Unite circa 50.000 persone, nella grande maggioranza donne e bambini, hanno già lasciato i principali centri urbani del Gambia per raggiungere il confine del paese verso il Senegal. “Si tratta di bambini in fuga che si stanno spostando verso un’area dove i servizi pubblici e le strutture sanitarie sono già messe a dura prova”, spiega Bonzi Mathurin, Direttore di Save the Children in Senegal.

Alcune scuole che in Gambia avrebbero dovuto riaprire il 9 gennaio, sono invece rimaste chiuse e molti genitori hanno troppa paura di far frequentare quelle rimaste aperte ai loro figli. Un numero significativo di scuole hanno consigliato ai genitori di tenere a casa i propri figli fino a nuovo avviso. Molti bambini del Gambia si sono iscritti a scuola in Senegal, dove però viene insegnato il francese e non l’inglese come avviene in Gambia.

Gli ultimi dati forniti dal governo indicano che circa 26.000 persone hanno già attraversato il confine tra il Senegal e il Gambia dopo le elezioni, aumentando la pressione sulle comunità locali di questa area. “La migrazione tra il Gambia e il Senegal è stata sempre relativamente fluida, poiché molte persone che vivono in quest’area hanno membri della loro famiglia su entrambi i lati del confine. Tuttavia questo movimento improvviso e massiccio di persone potrebbe sopraffare i servizi pubblici, che stanno già combattendo per affrontare un’emergenza umanitaria”, spiega ancora Mathurin. “Durante gli spostamenti di massa delle persone, i bambini sono quelli più vulnerabili, perché perdono l’ambiente protetto della scuola, della famiglia e della comunità. In questi casi aumenta il rischio di violenze di genere, di mutilazioni genitali femminili e di matrimoni precoci. I più piccoli sono inoltre quelli più esposti a malattie mortali come la diarrea e la malaria, quando le strutture sanitarie non funzionano come dovrebbero. Per questo motivo è fondamentale fare in modo che questi bambini possano avere accesso ai servizi di base in questo periodo difficile”.

Le strutture sanitarie in Gambia sono ancora in funzione, ma la maggior parte dei medici stranieri hanno lasciato il paese, aumentando la pressione sulle strutture sanitarie pubbliche. Secondo l’Associazione dei Medici e Dentisti del Gambia, il sistema sanitario del paese non sarebbe in grado di far fronte a qualsiasi focolaio di violenza.

Save the Children ha messo in atto un piano di emergenza ed è pronta ad assistere la popolazione attraverso al distribuzione di aiuti in Senegal. L’Organizzazione è inoltre impegnata con i propri partner in Gambia e in Senegal per stabilire le aree che hanno maggiore necessità di intervento per raggiungere quelle dove è più urgente dare assistenza.

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Rifugiati eritrei e titolo di viaggio: la questura non può negare il rilascio

Una sentenza del TAR Lecce che ha accolto il ricorso avverso il diniego di titolo di viaggio della questura di Taranto, a favore di una donna eritrea titolare di permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, che correva seri rischi rivolgendosi alla Ambasciata dell’Eritrea (così come avrebbe voluto la questura). La donna che in passato faceva parte dell’esercito eritreo, risultava di fatto una disertrice, essendo fuggita dal paese e dall’esercito.
Il TAR afferma che trattasi di assoluta novità oggetto del giudizio.
Ora la donna può andare a trovare i suoi familiari che vivono stabilmente in varie parti d’Europa.

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Sentenza T.A.R. per la Puglia n. 2023 del 30 dicembre 2016

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Rawda non è stata dimenticata e domani tornerà in Etiopia. Mai più morti sulla rotta del Brennero

La donna morta a Borghetto travolta da un treno ha un nome: si chiama Rawda, aveva 29 anni ed era di origine etiope. Risalire alla sua identità è stato possibile grazie al lavoro di Antenne Migranti, il gruppo di monitoraggio attivo lungo la rotta del Brennero. Domattina l’ultimo saluto al cimitero e poi la salma di Rawda torna dai suoi cari in Etiopia, la raccolta fondi promossa da Avio Solidale ha permesso di sostenere le spese del rimpatrio. La solidarietà espressa dalla comunità aviense permetterà inoltre alla giovane figlia di Rawda di proseguire gli studi.
Per Antenne Migranti, che si presenterà domani sera al Centro Trevi a Bolzano, “una solidarietà che fa onore al Trentino, ma che non può servire come alibi alle mancanze che questa storia evidenzia”.

Rawda non è stata dimenticata

Rawda aveva 29 anni e ha perso la vita a pochi chilometri dalle nostre case.
Era partita tempo fa dalla sua terra, l’Etiopia, dove vivono i suoi cari. E’ arrivata in Italia lo scorso novembre. Nel freddo della stagione e del sistema d’accoglienza, Rawda si è trovata smarrita. Ha concluso il suo viaggio il 16 novembre 2016, camminando lungo i binari nei pressi di Borghetto: nel buio, un treno l’ha investita.

Rawda non è stata dimenticata. Grazie all’impegno di tante persone della comunità della Vallagarina e al nostro gruppo Antenne Migranti è stato possibile mettersi in contatto con la famiglia, che ha chiesto sostegno per poter rivedere, seppur da deceduta, la propria cara, non potendosi permettere la cifra necessaria al rimpatrio della salma. In poche settimane la mobilitazione di tante persone della comunità locale ha fatto sì che venisse raccolto quanto serve per coprire le spese . Ora Rawda può tornare a casa. Un’incredibile solidarietà popolare, che permetterà, oltre al rimpatrio, di studiare anche una forma di sostegno alla figlia di Rawda, rimasta orfana.

Una solidarietà che fa onore al Trentino, ma che non può servire come alibi alle mancanze che questa storia evidenzia.

Primo, la vicinanza di molti trentini ha coperto quella che crediamo essere un’assenza delle istituzioni: se, arrivando da lontano, si muore così tragicamente su un territorio, non sarebbe lecito aspettarsi che siano le istituzioni pubbliche di quel territorio a rendere omaggio alla defunta? Senza un’attivazione volontaristica, invece, Rawda sarebbe rimasta sepolta in Trentino, e chissà quando la sua famiglia avrebbe avuto notizia della sua morte.

Secondo, è necessario abituarsi alle morti sulle rotaie? Dopo Rawda, altre quattro persone hanno perso la vita sulla rotta ferroviaria Verona-Austria. Dobbiamo aspettarci di dover cercare altre famiglie orfane e rimpatriare altre salme?

Preoccupati per la condizione delle persone migranti che transitano lungo i nostri binari, abbiamo costituito il gruppo indipendente Antenne Migranti. Con il sostegno della Fondazione Alexander Langer di Bolzano, il nostro obiettivo è svolgere attività di monitoraggio nelle stazioni e città lungo la rotta del Brennero per cercare di fornire supporto, in termini di orientamento informativo, ai migranti in transito e di stimolare le istituzioni rispetto alle problematiche esistenti.
Il progetto sarà presentato domani, venerdì 20 gennaio, alle ore 18.00 presso il Centro Culturale Trevi di Bolzano.

Antenne Migranti
Monitoraggio lungo la rotta del Brennero

mail: [email protected]

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Bolzano — Presentazione di Antenne Migranti monitoraggio lungo la rotta del Brennero

Antenne Migranti e Fondazione Alexander Langer Stiftung presenteranno il progetto “Monitoraggio lungo la rotta del Brennero” venerdì 20 gennaio dalle ore 18.00 alle 20.00 presso il Centro culturale Trevi in via Cappuccini 28 a Bolzano.

Per l’occasione Giuseppe De Mola, di Medici senza Frontiere, presenterà il report sull’accoglienza informale in Italia: “Fuori campo. Mappa dell’accoglienza che esclude”.
Nel corso della serata sarà illustrata anche la situazione dei migranti in transito nella stazione di Bolzano e alcune situazioni riguardo l’accoglienza di richiedenti protezione internazionale.

Le recenti crisi umanitarie, hanno determinato un crescente flusso di uomini e donne richiedenti asilo e rifugiati verso il nostro Paese e in generale verso l’Europa. La risposta arrivata dagli Stati e dalle istituzioni dell’Unione Europea si è concretizzata nell’erezione di muri fisici e legali al fine di ostacolare il libero movimento dei migranti verso e all’interno dell’Europa.
Il nostro territorio, che da sempre rappresenta un luogo di transito, è particolarmente colpito da queste politiche. Scongiurato (almeno per ora) il muro con l’Austria, il libero movimento dei migranti viene prevenuto per mezzo di controlli nelle varie stazioni che precedono il Brennero. Così molti migranti, dopo aver tentato invano di raggiungere l’Austria, si trovano bloccati nelle nostre città sempre meno ospitali. Inoltre l’inasprimento dei controlli ha portato i migranti ad assumersi rischi sempre maggiori pur di attraversare il confine, come testimoniano i recenti fatti di cronaca.
Antenne Migranti, gruppo di attivisti volontari, e la Fondazione Alexander Langer Stiftung hanno deciso di dare seguito all’esperienza iniziata negli anni scorsi, promuovendo un monitoraggio della situazione dei migranti nelle stazioni e nelle città, sulla linea Verona-Brennero.
L’attività di monitoraggio sarà finalizzata ad osservare, e ove possibile prevenire, eventuali violazioni dei diritti dei migranti; fornire supporto in termini di orientamento e accesso alle informazioni al fine di una scelta consapevole; raccogliere i bisogni dei migranti in modo da poter sensibilizzare e stimolare le istituzioni rispetto alle problematiche esistenti. Inoltre, scopo del monitoraggio è quello di aprire un dialogo sui temi dell’accoglienza e della libertà di movimento con tutti gli attori coinvolti, per contribuire alla diffusione di modalità maggiormente rispettose dei diritti umani. Attualmente gruppi di volontari si stanno muovendo nelle città di Verona, Trento e Bolzano.
Al fine di poter essere svolte al meglio, queste attività necessitano la presenza di un nutrito numero di volontari. Per questo invitiamo gli interessati a mettersi in contatto per mail o telefono per avere maggiori informazioni e conoscere il gruppo territoriale più prossimo:

mail: [email protected]

Coordinamento
Federica Dalla Pria
[email protected]
3738687839

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La Marcia dei 1.000 piedi sul Montello

Conosco un altro Montello, OLTRE la violenza delle parole: Ritmi e danze dal mondo — crocevia di incontri e di culture invita alla MARCIA DEI 1000 PIEDI

Da 22 anni lavoriamo, attraverso il festival “Ritmi e danze dal mondo — crocevia di incontri e di culture” che si tiene a Giavera del Montello, per far crescere il dialogo, il confronto e l’incontro con il territorio e tutti coloro che lo abitano, compreso chi viene da culture diverse. Abbiamo chiara consapevolezza di vivere in un mondo complesso, dove le semplificazioni e le contrapposizioni non aiutano ad affrontare efficacemente le questioni che riguardano tutti. Non intendiamo quindi proporre qualcosa “contro” qualcun altro: nessuna “contromanifestazione”, come qualcuno ha scritto. Non è il nostro stile. Tuttavia non possiamo ignorare quanto va accadendo a partire dalla manifestazione di Volpago, proprio perché il nostro festival si tiene anch’esso ai piedi del Montello.

La nostra è piuttosto proposta di un evento positivo: i 500 volontari del festival vogliono metterci la faccia e i piedi, “mille piedi” che simbolicamente camminano insieme, con tutti coloro che vorranno partecipare, per dire che è necessario proporre un modo diverso di affrontare i cambiamenti sociali e la questione dei migranti, partendo dal nostro essere cittadini capaci di promuovere una partecipazione civile consapevole e informata nel territorio in cui viviamo. Stiamo invitando i sindaci del comprensorio del Montello, a ribadire che vogliamo superare ogni rischio di contrapposizione, con l’unica attenzione che parole violente non accendano ulteriormente animi già esasperati. Stiamo lavorando con altre realtà del territorio, che parteciperanno con noi all’evento.

Invitiamo singoli e famiglie a ritrovarsi domenica 22 gennaio alle 14.30 presso villa Wasserman, in via della Vittoria a Giavera del Montello (TV), luogo del festival “Ritmi e danze dal mondo”.

Percorreremo a piedi un simbolico tratto di strada lungo il Montello (5 km al massimo), per arrivare ancora a villa Wasserman entro le 16. La marcia verrà preceduta da una staffetta che attraverserà tutto il Montello. Di lì ci porteremo in auto al Palamazzalovo, in via Malipiero 125 — Montebelluna, dove concluderemo la manifestazione con interventi culturali, musica e danze, con spazio libri e angolo
per i bimbi. Vuole essere l’inizio di un percorso lungo il quale, confrontandoci con chi vorrà partecipare, offriremo nei prossimi mesi altri incontri di informazione e riflessione sulle tematiche della migrazione e le problematiche attuali ad esse collegate.

La manifestazione non ha colore politico né ideologico, avrà piuttosto il colore dei volti di tutti. Per questa volta lasciamo a casa altre bandiere e striscioni. Daremo comunicazione durante la manifestazione, in rete e mediante stampa, di tutte le realtà del territorio che avranno voluto aderire.

In caso di pioggia, l’evento si terrà al Palamazzalovo di Montebelluna con inizio alle ore 15.00.

Unisciti a noi con un IO CI SONO, partecipando alla marcia dei 1000 piedi + i miei!

Per info:

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Evento Facebook

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Ritmi e danze dal mondo – Home page

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La Marcia dei 1.000 piedi sul Montello

Conosco un altro Montello, OLTRE la violenza delle parole: Ritmi e danze dal mondo — crocevia di incontri e di culture invita alla MARCIA DEI 1000 PIEDI

Da 22 anni lavoriamo, attraverso il festival “Ritmi e danze dal mondo — crocevia di incontri e di culture” che si tiene a Giavera del Montello, per far crescere il dialogo, il confronto e l’incontro con il territorio e tutti coloro che lo abitano, compreso chi viene da culture diverse. Abbiamo chiara consapevolezza di vivere in un mondo complesso, dove le semplificazioni e le contrapposizioni non aiutano ad affrontare efficacemente le questioni che riguardano tutti. Non intendiamo quindi proporre qualcosa “contro” qualcun altro: nessuna “contromanifestazione”, come qualcuno ha scritto. Non è il nostro stile. Tuttavia non possiamo ignorare quanto va accadendo a partire dalla manifestazione di Volpago, proprio perché il nostro festival si tiene anch’esso ai piedi del Montello.

La nostra è piuttosto proposta di un evento positivo: i 500 volontari del festival vogliono metterci la faccia e i piedi, “mille piedi” che simbolicamente camminano insieme, con tutti coloro che vorranno partecipare, per dire che è necessario proporre un modo diverso di affrontare i cambiamenti sociali e la questione dei migranti, partendo dal nostro essere cittadini capaci di promuovere una partecipazione civile consapevole e informata nel territorio in cui viviamo. Stiamo invitando i sindaci del comprensorio del Montello, a ribadire che vogliamo superare ogni rischio di contrapposizione, con l’unica attenzione che parole violente non accendano ulteriormente animi già esasperati. Stiamo lavorando con altre realtà del territorio, che parteciperanno con noi all’evento.

Invitiamo singoli e famiglie a ritrovarsi domenica 22 gennaio alle 14.30 presso villa Wasserman, in via della Vittoria a Giavera del Montello (TV), luogo del festival “Ritmi e danze dal mondo”.

Percorreremo a piedi un simbolico tratto di strada lungo il Montello (5 km al massimo), per arrivare ancora a villa Wasserman entro le 16. La marcia verrà preceduta da una staffetta che attraverserà tutto il Montello. Di lì ci porteremo in auto al Palamazzalovo, in via Malipiero 125 — Montebelluna, dove concluderemo la manifestazione con interventi culturali, musica e danze, con spazio libri e angolo
per i bimbi. Vuole essere l’inizio di un percorso lungo il quale, confrontandoci con chi vorrà partecipare, offriremo nei prossimi mesi altri incontri di informazione e riflessione sulle tematiche della migrazione e le problematiche attuali ad esse collegate.

La manifestazione non ha colore politico né ideologico, avrà piuttosto il colore dei volti di tutti. Per questa volta lasciamo a casa altre bandiere e striscioni. Daremo comunicazione durante la manifestazione, in rete e mediante stampa, di tutte le realtà del territorio che avranno voluto aderire.

In caso di pioggia, l’evento si terrà al Palamazzalovo di Montebelluna con inizio alle ore 15.00.

Unisciti a noi con un IO CI SONO, partecipando alla marcia dei 1000 piedi + i miei!

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Sulla Marcia di un altro Montello

Domenica 22 gennaio il festival “Ritmi e danze dal mondo”, che si svolge da 22 anni a Giavera del Montello, promuove “La Marcia dei 1.000 piedi sul Montello”.
L’iniziativa è stata discussa in un incontro che ha messo a tema termini e motivazioni della marcia.
Pubblichiamo la nota di adesione del Centro sociale Django di Treviso.

L’incontro si è svolto all’interno dell’oratorio di Giavera, paese di 5.000 abitanti circa poco distante da quella Volpago del Montello, diventata tristemente nota per il corteo anti-immigrazione entrato agli onori delle cronache locali e nazionali per lo striscione razzista “Benvenuti sul Montello, sarà il vostro inferno”.

L’incontro, oltre ad innumerevoli associazioni e gruppi informali presenti nei tanti piccoli comuni alle pendici del Montello, ha visto la presenza dei rappresentanti dell’Associazione promotrice della marcia.

Premettiamo di essere ben felici dell’iniziativa e soprattutto che questa sia nata da chi vive all’interno di un territorio non facile, in gran parte amministrato dalla Lega Nord e dove riconosciamo il grande ruolo svolto dal festival, “Ritmi e danze dal mondo”, che da ormai 20 anni per quattro giorni diventa un punto di riferimento per quella galassia di realtà, associazioni e gruppi di volontariato che operano nel mondo dell’accoglienza per la promozione di un dialogo tra culture.

Crediamo però doveroso, oltre a sottoscrivere l’iniziativa, esprimere il nostro punto di vista e la nostra modalità di affrontare la questione accoglienza nei nostri territori.

La manifestazione, come dichiarato a più riprese nel corso dell’assemblea non vuole avere un carattere politico, né ideologico quanto piuttosto proporre un modo diverso di affrontare i cambiamenti sociali e la questione migranti, un’occasione di confronto e apertura rivolto a tutti.

E’ stato più volte ripetuto che non è intenzione dell’Associazione porsi contro qualcun altro, anche la paura degli abitanti del Montello avversi ad accogliere 100 richiedenti asilo è comprensibile, in quanto sentimento umano la paura è necessaria a non cadere in quell’atteggiamento di accettazione senza riserve tipico dei buonisti.

Ci si dimentica però che la “paura” dei partecipanti alla marcia di Volpago, a cui peraltro hanno preso parte anche il governatore del Veneto Luca Zaia e molti amministratori e politici locali della Lega Nord non è quella di un genitore che evoca ai suoi bambini quando attraversano la strada o toccano le prese della corrente ma una paura che viene fatta circolare all’interno di una fiorente economia di potenti gruppi di interesse, la cui esistenza dipende proprio dal fatto che noi continuiamo ad avere paura. Questi professionisti della paura dove annovero teologi, politici, medici, psicologi e mass media in primis dipendono proprio dal nostro terrore e la rimozione, l’eliminazione di questo sentimento non è mai davvero auspicata in quanto il loro obiettivo è sempre stato quello di sostituire e rinnovare i discorsi che suscitano le paure più profonde dell’essere umano.

E’ fondamentale ribadire che emozioni come la paura, la xenofobia e il razzismo non appartengono soltanto agli individui o a ristretti gruppi sociali, esse sono strumenti di mediazione tra individuo e società e riguardano le relazioni di potere, la Lega in questi anni ha costruito proprio su questi istinti il suo consenso e il suo elettorato facendo leva su fattori come la razzializzazione del crimine — tendenza a imputare il crimine ai migranti — rafforzando il binomio straniero uguale criminale o peggio sulla guerra di civiltà e il pericolo dell’invasione, del non essere “più padroni a casa nostra”.

Il razzismo si è così profondamente radicato nei nostri territori che crediamo invece sia necessario isolarlo, e per farlo pensiamo si debba cominciare a chiamare certe pulsioni con il loro nome, non siamo più disposti a cercare alcun tipo di mediazione con i razzisti e i fascisti di ogni genere.

Con l’associazione “Ritmi e Danze del Mondo”, abbiamo condiviso la necessità di superare un modello di accoglienza, quello costituito dalle grandi strutture di accoglienza individuate dalle prefetture, dove i numeri non permettono di fornire quei servizi minimi per una corretta integrazione e di rilanciare l’idea di un modello d’accoglienza diffuso nei territori.

Su questo tema, l’esperienza del centro sociale Django a Treviso, con il lavoro di inchiesta che stiamo conducendo all’interno delle cooperative e che trova peraltro conferma oggi nelle regole del nuovo pacchetto emigrazione del Viminale ci ha portato a credere che anche in questo caso, non si tratta soltanto di una questione relativa alla qualità dei servizi che siamo in grado di offrire ai rifugiati e all’impatto nei territori ma ci sia in ballo qualcosa di molto più inquietante.

Per l’impresa privata, la presenza dei richiedenti asilo è una pentola piena d’oro. Grandi numeri significa grandi guadagni e adesso che nelle nuove misure anticipate dal Ministro Minniti viene imposto ai richiedenti asilo di lavorare anche l’occasione per una manodopera gratuita, niente più scioperi ne sindacati, niente indennità di malattia, sussidi di disoccupazione e compensi da pagare.

Quello a cui stiamo assistendo è la nascita di un sistema non dissimile da quanto accadeva nei paesi coloniali o peggio durante lo schiavismo che di fatto riduce i migranti alla dipendenza da altri per la fornitura di servizi umani basilari, come il cibo e l’alloggio, isolandoli dalla popolazione comune, confinandoli in un habitat ben definito.

Alla nostra richiesta di partecipare alla marcia assieme ai nostri fratelli rifugiati richiedenti asilo ci è stato suggerito che sarebbe auspicabile ci fosse il permesso della cooperativa di accoglienza o del Prefetto e questo conferma i nostri timori più profondi, si sta insinuando un’idea e una convinzione volta a giustificare la riduzione di individui di origine africana allo stato giuridico di proprietà di qualcuno e questo non possiamo permettere che avvenga.

Al corteo del 22 sul Montello noi ci saremo, abbiamo sempre creduto necessario relazionarci con tutti i soggetti presenti sul territorio per costruire assieme, in modo orizzontale e partecipato, un terreno di confronto che porti ad un cambiamento culturale nelle nostre coscienze e nei nostri territori. Raccogliamo quindi l’appello lanciato dall’Associazione Ritmi e Danze dal Mondo.

Domenica 22 ci saremo anche noi, con il nostro punto di vista, la nostra storia, le nostre esperienze concrete e, come sempre, ci metteremo la faccia e questa volta anche i piedi per camminare assieme attraverso il Montello.
Un muro abbattuto può diventare un ponte.

Centro sociale Django

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Belgrado nel cuore di ghiaccio dell’Europa

Fotoservizio di Dante Prato e Laura Danzi

«Poche settimane fa ho provato ad attraversare il confine con l’Ungheria per arrivare in Germania, ma la polizia ci ha scoperti è ha cominciato a picchiarci. Con me c’erano anche bambini di dieci anni e la polizia ha picchiato anche loro». Nonostante ci sia un timido sole a illuminare il volto di Farid la temperatura di Belgrado, alle 14, è ben al di sotto dello zero. Questo ragazzo afghano di venti anni, stretto nel suo cappotto arancione, ci racconta una storia che non è più nuova. Non lo è alle nostre orecchie, non lo è a quelle di milioni di europei, ma che ancora una volta tutti quanti continuiamo ad ignorare.

Dietro la stazione ferroviaria della capitale serba, a meno di un chilometro dal centro storico, più di mille migranti hanno dato vita ad un nuovo insediamento informale. Un piazzale circondato da capannoni ed ex depositi, da diversi mesi, è diventato la nuova casa per migliaia di persone provenienti principalmente da Afghanistan, Pakistan, Siria e Kurdistan. Sono soprattutto giovani uomini, molti adolescenti, qualche bambino; tutti bloccati a Belgrado nel loro viaggio lungo la rotta balcanica. Proprio quella che l’Europa dice che non esiste più. Proprio quella che, a seguito degli accordi tra l’Unione europea e la Turchia, da marzo dovrebbe essere stata definitivamente sbarrata. In realtà, seppur i numeri siano leggermente diminuiti, la balkan route è tutt’altro che chiusa. Si sono aperte nuove strade, che nella maggior parte dei casi sono ancora più insicure e rischiose.

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«In Serbia — ci racconta Andrea Contenta, Humanitarian affairs officer di Medici senza frontiere — ci sono circa 8000 migranti. 6000 vivono in campi governativi che, a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche, non rappresentano certo un esempio di accoglienza dignitosa, mentre 1700 persone vivono a Belgrado».

C’è un cancello proprio dietro l’angolo della piazza della stazione, sembra un normale parcheggio con tanto di custode, ma dentro ci sono centinaia di persone già in fila ad attendere che Hot Food Idomeni, un’organizzazione autorganizzata che avevamo già incontrato alconfine tra la Grecia e la Macedonia (leggi qui il reportage), arrivi a fornirgli un pasto caldo. Una zuppa e un pezzo di pane, quanto basta per non morire di fame, per cercare di riscaldare il corpo già provato dal freddo polare.

L’unico riparo sono i capannoni abbandonati che circondano il piazzale, un materasso lurido e una coperta. L’unica soluzione è accendere un fuoco, bruciare qualsiasi cosa possibile alla ricerca di un po’ di calore.

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«L’aria all’interno dei magazzini è irrespirabile — ci racconta Alì, un adolescente pakistano — , dormire tutte le notti così diventa davvero pericoloso per la salute. Ma la scelta tra il morire di freddo e rischiare un’intossicazione è facile».

Il numero di migranti assiderati nell’ultimo periodo è aumentato considerevolmente, qualsiasi fonte di calore è vitale. Negli ultimi giorni Medici senza frontiere, oltre che del lavoro sanitario si sta occupando anche di distribuire coperte. Il termometro di notte tocca meno venti. In queste condizioni anche lavarsi diventa proibitivo. L’unico modo è scaldare l’acqua sul fuoco e approfittare di ogni singola goccia, mentre quella che finisce a terra sull’asfalto gelato, alza nuvole di vapore spettacolari. «Sono circa quattro mesi che parliamo con il municipio, con il Ministero della salute e il governo per cercare di installare dei bagni e delle docce — aggiunge preoccupato Andrea –, ma ci hanno risposto che non era proprio il caso, mentre le persone continuano a vivere qui senza un bagno e senza acqua corrente». E continueranno a viverci, perché il confine con l’Ungheria è bloccato, mentre i migranti in Serbia continuano ad arrivare o a ritornare. «La Serbia rischia di diventare una nuova Calais all’interno dei Balcani — conclude il responsabile di Msf –, molte delle persone che sono qui erano già arrivate in Austria o in Germania, sono state poi trasferite in Bulgaria, a causa delle leggi di Dublino, e si ritrovano di nuovo qui. La Serbia rischia di diventare un grosso campo aperto, circondata dai confini dell’Europa, non gode dei benefici dell’Unione ma ne paga comunque le conseguenze».

Un cane che si morde la coda, mentre le persone continuano a morire. Mentre continuiamo a pagare la Turchia perché blocchi i migranti lungo il confine siriano, mentre stringiamo dispendiosi accordi commerciali con paesi come la Libia perché arginino i flussi, le persone continuano ad arrivare in maniera ancora più difficoltosa e sopponendosi a condizioni sempre peggiori. La linea politica europea in tema di gestione dei flussi migratori fatta di muri, fili spinati e esternalizzazione dei confini, non solo non sta funzionando, ma mostra tutta la sua disumanità.

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Bolzano — Protesta dei richiedenti asilo “Vogliamo i documenti!”

Si sono presentati in quaranta, lunedì mattina, nonostante il freddo e il vento gelido, davanti la questura di Bolzano per protestare, per l’ennesima volta, contro i tempi di attesa biblici per essere auditi dalla Commissione territoriale di Verona che valuta le domande di protezione internazionale.
Una quarantina di richiedenti asilo afghani e pachistani, da mesi oramai rinchiusi all’interno di un centro di accoglienza, hanno deciso di manifestare il loro dissenso in maniera dura, seppur pacifica, mettendoci, come sempre più spesso accade, la faccia e il corpo. La risposta della questura, manco a dirlo, è stata quella di blindare il gruppo ai limiti di un parco con un ingente spiegamento di forze dell’ordine in assetto antisommossa.
Daya, pachistano, era tra coloro che hanno portati avanti la protesta. “Sono 18 mesi che cerco di sopravvivere all’interno dei centri di accoglienza” ci racconta “sono stato in questura a Bolzano a metà del 2015 per consegnare i documenti che poi sono stati spediti a Verona. Ad oggi nessuna risposta. Nel frattempo vivo in un limbo, non posso lavorare, ho pochissimi contatti con italiani, non ho la minima libertà di movimento”.
La condizione di Daya è quella di migliaia di richiedenti asilo in Italia, intrappolati in un circuito infernale di leggi mal scritte e mal fatte, sintomo di una costante situazione emergenziale inventata ad hoc e connotata da ritardi tipici della burocrazia italiana. Un circolo vizioso che porta a ricevere una risposta, mediamente, dopo due o tre anni. In molti di loro lamentano il fatto, inoltre, della severità della Commissione territoriale e delle modalità del colloquio. Ci confidano che i loro amici sono stati sottoposti ad un interrogatorio, con domande calzanti che puntavano a metterli in contraddizione. Alcuni di loro hanno ricevuto il diniego nonostante arrivino da zone non sicure colpite da attentati terroristici. “Temiamo di non ricevere nessuna protezione e di essere rimpatriati, ma nel nostro Paese non ci è rimasto nulla, solo morte e dolore”.
A Bolzano la situazione sembra precipitata nell’ultimo periodo, nonostante un sostanziale rallentamento del passaggio di migranti nella tratta Verona/Monaco. Oltre ad una chiara difficoltà nell’accoglienza di questi ultimi, una ventina di richiedenti asilo vive per strada da una settimana circa con temperature che hanno sfiorato i dieci gradi sotto lo zero.
Nell’assurdità della situazione, degradante e disumanizzante per chi vive ostaggio di una risposta, spesso negativa, andrebbero però indagate le responsabilità della questura di Bolzano che, spesso, non si è dimostrata particolarmente solerte nel formalizzare le richieste di asilo attraverso il modello C3 e poi inviare i documenti.
Sullo sfondo a completare il cerchio delle responsabilità, le istituzioni, Comune e Provincia in primis, che non solo restano sorde alle richieste dei migranti e volontari che chiedono un’accoglienza dignitosa, ma che non hanno mai negato il fastidio di dover accogliere, a tal punto da non aver ancora ritirato la circolare Critelli.
La morte di Abeil, a inizio dicembre, sembra già essere stata dimenticata!

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Il percorso di orientamento rappresenta uno strumento volto ad analizzare le precedenti esperienze di lavoro per poter ricostruire il proprio passato e delineare un progetto futuro di vita. Un percorso di vita che riparta dalla consapevolezza delle proprie capacità, innescando un processo volto a stimolare la proprie capacità di resilienza. L’utenza di questo percorso è costituita da richiedenti asilo i quali affrontano un percorso di transizione totale, affrontare in maniera trasversale un percorso di orientamento è essenziale per creare le fondamento per l’inserimento nella vita sociale ed economica del nostro paese.

Outplacement, percorsi di inserimento sociale e lavorativo:

L’Outplacement si rivolge a coloro che non hanno un obiettivo professionale definito, o il cui obiettivo professionale sembra essere irraggiungibile.
Anche le persone senza esperienze professionali possono aver bisogno di definire meglio le proprie capacità e aspirazioni professionali, e di progettare e mettere in atto percorsi professionali. In questo caso i beneficiare del corso sono immigrati, quindi persone che hanno deciso di abbandonare il proprio luogo di origine alla ricerca di un futuro migliore. I percorsi di Outplacement sono mirati a sostenere, individualizzare e potenziare le capacità e le competenze dei singoli beneficiari.

Lo scopo è di mettere in grado le persone di progettare il proprio futuro personale, in questa ottica diventa fondamentale riconoscere e metabolizzare il proprio percorso migratorio, identificare gli obiettivi da raggiungere e il sistema per realizzarlo.

I traguardi personali non possono essere imposti dall’operatore, ma devono nascere autonomamente dal vissuto dei beneficiari, i quali sono gli unici a poter rispondere nel modo più adeguato ai propri bisogni formativi, lavorativi e alla definizione del proprio percorso migratorio. Consegue che l’operatore offre un punto di vista esterno con cui confrontarsi e una guida al percorso che comunque ciascuno dei beneficiari deve compiere per:

1* identificare competenze e potenzialità da investire nell’elaborazione/realizzazione di un progetto di inserimento sociale professionale e migratorio
2* acquisire autonome capacità di autovalutazione e scelta e autodeterminazione
3* sviluppare, rispetto a sé, quadri di riferimento socio-culturali e registri emotivi appropriati per affrontare positivamente situazioni di transizione/cambiamento, per investire sulla propria progettualità;
4* la ristrutturazione cognitiva, per favorire il passaggio da un atteggiamento rinunciatario a un’attivazione diretta nella ricerca di lavoro o di informazioni.
5* costruire un progetto di sviluppo umano
6* la ristrutturazione cognitiva, per favorire il passaggio da un atteggiamento rinunciatario a un’attivazione diretta nella ricerca di lavoro o di informazioni.

Metodologia:
Il Target di persone che partecipato al corso risulta essere diverso da quelli che possono essere considerati utenti “classici”. La letteratura di settore è carente se non priva nell’offrire materiale specifico da utilizzare in questi casi, quindi risulta indispensabile avere un approccio etno-antopologico . Come metodologia di lavoro si è preferito usare le tecniche di educazione non formale e momenti di peer education, permettendo ai beneficiari di essere i creatori dei contenuti e non soggetti passivi di lezioni frontali.

Strumenti:
Gli strumenti utilizzati sono costituiti da:
Attività di presentazione e analisi dei bisogni, attraverso giochi di gruppo e attività semi strutturate

Cos’è il lavoro? Attività di confronto collettivo sulla concezione del lavoro, e sulle emozioni che suscitano. Attraverso l’utilizzo di cartelloni e post it i beneficiari riescono a concretizzare i propri vissuti

Il filo rosso del Lavoro; con l’utilizzo di fogli e colori i beneficiari sono stati chiamati a organizzare in maniera temporale la propria storia lavorativa, utilizzando colori diversi a seconda del sentimento legato all’esperienza di lavoro. Discussione finale e confronto di gruppo

Le mie competenze; per ogni esperienza si è chiesto di elencare le azioni pratiche svolte e le responsabilità legate al proprio ruolo.

Cos’è il mio lavoro; partendo dalle caratteristiche identificate in ogni lavoro svolto in precedenza, attività pratiche, intellettuali, lavoro autonomo, dipendente, in gruppo o svolto singolarmente, i beneficiari hanno dovuto analizzare queste esperienze per capire se quella professione è stata un’esperienza soddisfacente oppure no, quali erano le mansioni nelle quali si riusciva meglio e quelle nelle quali non si era particolarmente idonee. Cercare di capire i lavoro svolti per necessità e quelli fatti realmente per interesse personale.

Le mie caratteristiche personali; in questo caso ai beneficiari è stato chiesto di elencare le proprie caratteristiche personali, individuando in maniera particolare tutte quegli atteggiamenti che vengono fuori o si accentuano nei luoghi di lavoro.

Il mio lavoro ideale; E’ stato chiesto ai beneficiari di pensare a 3 lavori ideali che possono o hanno l’intenzione di fare in futuro. Per ogni professione inoltre è stato chiesto di elencare una serie di attività proprie di quel lavoro e le caratteristiche personali predominati per quel tipo di lavoro, quali ad esempio lavoro in gruppo, alta responsabilità, gestione del lavoro ecc.. Per ogni caratteristica personale o lavorativa bisogna capire se questa è da acquisire oppure già presente nel proprio bagaglio di esperienza personale.

Decidere di utilizzare del materiale mutuato da altri settori è stato di sicuro una scelta efficace che permette a tutti di esprimere il proprio vissuto, i proprio punti di orgoglio personale e le proprie ansie.

Per far capire il coinvolgimento dei beneficiari mi piace ricordare due episodi, un signore Pakistano sui 45 anni che ci mostra il biglietto da visita del suo negozio di abbigliamento e un altro signore che mi mostra la foto della sua sartoria. Non si può negare che sia stato un percorso difficile, chiedere di riflettere sulla propria storia personale a persone che hanno lasciato la propria Nazione, i propri affetti e la propria vita alla ricerca di un futuro.

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Migranti e necropolitica

Non ha nome, è lì tra i vecchi binari, i vecchi magazzini. In un altro mondo, un mondo accanto al mondo, rifugiati si riscaldano bruciando vecchie traversine dei binari, nell’ex stazione ferroviaria di Belgrado. A ridosso del scintillante Waterfront, un mostro immobiliare di lusso che tra poco cancellerà la jungle già nascosta da immensi cartelloni immobiliari di famiglie sorridenti con vista sul Danubio. Flash delle contraddizioni del capitale. Dietro, 2.000 esseri profughi organizzano turni per riscaldare un po’ di acqua calda e rimanere puliti dignitosi. Di notte temperature a meno 20 gradi. E mi chiedo che tipo di vitalità ci vuole per sopravvivere a meno 20… La forza del movimento libero forse?

Un odore acre che permea tutto e si attacca nel fondo dei polmoni. Tutti tossiscono, polmoniti forse pneumonie, ipotermie in corso. Nel grigio del fumo, come un archivio vivente, assalgono le immagini dell’archivio storico, quello storico, quello dell’apertura dei campi, il disastro della Seconda guerra mondiale. Germania anno zero, Europa anno zero, Europa 2017.

Un’umanità ridotta ai bracieri.

Coperte grigie sulle spalle, dalle coperte tutte uguali si riconoscono. Tremanti. Uomini rigettati nell’oscurità, fuori dal corpo sociale.

“Ebbene, storia, la contro-storia che nasce con il racconto della lotta delle razze, parlerà proprio della parte dell’ombra, a partire da quest’ombra. Sarà il discorso di quelli che non possiedono la gloria, o di quelli che l’hanno perduta, e si trovano ora — per un certo tempo forse, ma sicuramente a lungo — nell’oscurità e nel silenzio. Tutto questo farà sì che [… ] il nuovo discorso sarà una presa di parola che irrompe, un appello: “ (…). Noi usciamo dall’ombra. Non avevamo diritti e non avevamo gloria, ma proprio per questo prendiamo la parola e cominciamo a raccontare la nostra storia”. Questa presa di parola accomuna il tipo di discorso emergente [… ] a una sorta di rottura profetica.”

Michel Foucault, “Bisogna difendere la società” (1976)

Attraverso il fumo denso opaco, scorgo occhi verdi di speranza, quelli degli altipiani dell’Hindu Kush. Accanto alle pozzanghere gelate, contrastano come foto-shock mute, le infradito, le crocks, i piedi nudi gelati nelle scarpe da tennis sfondate e senza più suola, piedi nudi, alcuni persino in ciabatte d’albergo. Tutti hanno camminato mesi, per ritrovarsi nel limbo della jungle di Belgrado, tra le frontiere dell’Europa chiusa. Rotta balcanica (ufficialmente) chiusa, anche se continuano ad arrivare. L’altro giorno uno di loro è stato portato in ospedale per un mezzo congelamento di un piede. Uno a nord sul confine con l’Ungheria è morto di ipotermia.

Ad accendere i fuochi, scorgo bambini, alcuni non hanno più di dieci anni. I bimbi in questa storia, rappresentano la metà dei circa 8.500 rifugiati in Serbia, afghani pachistani, iracheni e siriani — tutti provenienti da zone di guerra. Quelli che sono fuori dei campi, a Belgrado, trovano rifugio nel più grande grande squat dell’Europa centrale, un’altra jungle, come Calais e Ventimiglia. Appena entrata, uno sviene a terra, scosso da forti tremori, si teme un’ipotermia in corso. Loro rifiutano di farsi registrare dalle autorità, per paura di venir rinchiusi nei 15 campi in Serbia o deportati, pushed-back, come accade ogni giorno, verso i confini macedoni o bulgari. E poi parte la catena del refoulement (respingimento, NdR) Serbia, Macedonia, ecc… Condizioni igieniche mostruose, gravide di una catastrofe umanitaria, come avverte da mesi Msf, che con una clinica mobile nel parco avverte e cura un’epidemia di malattie della pelle per ora contenuta. Un unico piatto caldo al giorno, distribuito da volontari, senza nomi, quelli che sono già intervenuti dal 2015 in Grecia, a Idomeni e sulla rotta balcanica (Hotfood Idomeni per le donazioni).

Perché il governo serbo, per paura del cosiddetto presunto “appello d’aria”, ha pubblicato una lettera pubblica per vietare alle Ong internazionali di distribuire cibo e vestiti a Belgrado ai migranti non registrati nei campi e che dormono all’adiaccio. L’inverno più duro alle porte, temperature notturne a meno 20. Deterrenza contemporanea. Si smaschera allora…. il progetto è di farli soffrire nella carne e nello spirito? Impazzire… E qual è il limite? Quando decine cadranno di polmonite, ipotermia, assideramento? Quando si molteplicheranno i casi di morti di gelo, le amputazioni (già tre casi l’inverno scorso), quando gli arti saranno rotti come le menti, di quest’umanità ridotta alla diversità? Nascondersi sempre, vivere negli anfratti, nelle fratture del capitalismo denunciandone con la propria esistenza, il volto mostruoso. Alzarsi ancora. Rifugiati a ridosso del Waterfront come una beffa, una denuncia di corpi viventi, sotto la neve.

Sadismo o piuttosto necropolitica migratoria? A che punto allora si muoverà la comunità internazionale? Quando la soglia diventa “soglia critica”? Le domande sorgono, qui nel cuore dell’Europa, nel vecchio impero Ottomano, ora attraversato e violento, e riecheggiano le parole di Achille Mbembe in Necropolitica:

«La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è».

«Creare dei mondi di morte, forme nuove e uniche di esistenza sociale, nelle quali popolazioni intere sono assoggettate a condizioni di vita che equivalgono a collocarle in condizione di “morti in vita”».

Achille Mbembe, Necropolitica, ombre corte 2016 (Necropolitics, 2003).

«Morti in vita», riflessione.

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Photo credit: Mario Badagliacca

Deportazioni

Questi rifugiati respinti, che nessuno vuole, a parte i siriani di prima classe e nemmeno più loro dopo l’Accordo con la Turchia che permette di respingere interi nuclei familiari sopravvissuti alle bombe, indietro, persino verso la Siria. Quei respinti, che vivono tra i rifiuti, chi li rappresenta? Respinti tra Stati, come in un ping pong, dalle violentissime e xenofobe polizie ungherese e croata a colpi di pestaggi, pepper spray negli occhi, deportazioni e cani sguinzagliati. Addosso. Persino spari da arma da fuoco, in Croazia, secondo alcune testimonianze. Riportati in Serbia, finiscono per ritornare allo squat di Belgrado e riprovarci. Perché la Serbia, punto nodale tra gli Stati europei balcanici, è diventata una trappola dopo la chiusura della rotta balcanica, una specie di “discarica” per i non wanted refugees, pachistani, afghani per la maggioranza. In tutto circa 10.000 in tutto il paese, da statistiche non ufficiali (l’Unhcr li stima a 7.000) e nonostante la chiusura, continuano ad arrivare, 50 a giorno, tanti minori non accompagnati. La metà dei profughi in Serbia sono bimbi. Tutti hanno provato il border crossing almeno 3 volte, alcuni persino ventina di volte. Venti volte respinti.

La pelle archivio

Sulla pelle, i segni: ferite da manganelli, dissuasori elettrici, morsi da cane, maltrattamenti, umiliazioni, alcuni fatti saltare dai vagoni, le porte dei container rinchiuse sulle sulle caviglie strappate, piedi rotti, uomini con stampelle, a Kelebija, Subotica, Shid, Preševo. Come in un archivio vivente, la violenza della frontiera sui corpi. La sovranità, barbarie-Europa stampata a vita, sulla pelle.

«Le tracce di queste chirurgie demiurgiche persistono a lungo nella forma di figure umane che di certo sono vive, ma la cui integrità fisica è stata sostituita da pezzi, frammenti, pieghe e ferite immense che difficilmente si rinchiuderanno. La funzione di questi pezzi è mantenere davanti agli occhi della vittima, e chi sta intorno a lui o a lei, lo spettacolo morboso dell’amputare.» Achille Mbembe

Non voler vedere che è in corso un’eliminazione. Europa-negazione.

Nella tende del Community center gestiti da volontari internazionali, a Kelebija, entry point in Ungheria, una cinquantina di algerini fa a gara per mostrarmi le ferite di questa violenza di frontiera. Mentre ricaricano le batterie, cellulare bussola. Questa ferita è dovuta ai pestaggi della polizia ungherese, dall’altra parte della recinzione, questa sulla caviglia, a Shid, qua un cane mi ha attaccato, qua ho il segno del morso, a Preševo, qua in Ungheria, dall’altra parte del confine, ci hanno arrestati, e chiesto di camminare verso la Serbia, in piena notte. La prassi è anche di confiscare i cellulari, impunità che si diffonde come una macchia. Polizia di guanti neri. A Subotica una pattuglia ci ha fatto scendere di forza dai treni, il mio piede si è rotto nella porta del container. Qualcuno cammina con le stampelle, qualcuno è esaurito, un altro sta impazzendo. Mesi nei boschi, in capanne di foglie ad aspettare un varco o un smuggler. Con il rumore di un’improbabile apertura dei confini, la speranza non cessa mai, anche nei posti disperati, sorrisi immensi totali. Intanto all’altezza del duty free, uomini obbligati a rintannarsi nei boschi, mentre i tir di merci passanno, liberi. Uomini rintanati nei boschi.

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Photo credit: Mario Badagliacca

Un’umanità ridotta ai boschi. Europa 2017.

E poi c’è la lunga scia invisibile di deportazioni illegali, persino di richiedenti asilo registrati ai confini, i numeri sono registrati nei rapporti dell’Unhcr. 51, 150, 109. Unchr denuncia pure il netto incremento delle deportazioni illegali di migranti che cercano di raggiungere l’Europa passati per la Rotta Balcanica. «Circa 1.000 persone dal Medioriente, Asia e Africa sono stati espulsi nel solo mese di Novembre sulla rotta balcanica… di più dei mesi precedenti», dichiara la portavoce dell’Unhcr in Serbia, Mirjana Milenkovska. Fino al caso emblematico del 17 dicembre, dove un’intera famiglia curdo-siriana, registrata a Belgrado dalle autorità e in corso di trasferimento al campo di Boseligradj, centro-sud, viene fatta scendere dal bus, portata in un furgone delle forze speciali e abandonnata, due donne e un bimbo di due anni, in pieno nulla, nei boschi sul confine bulgaro, e consigliata di camminare verso la Bulgaria a meno 11 gradi. Grazie agli attivisti di Info-Park, sono scampati all’ipotermia. E quanti casi di deportazioni e scomparse nei freddi boschi dei confini balcanici? Non lo sapremo probabilmente mai. Barbarie-Europa avanza. Eliminabili.

E mi chiedo allora se basterà quel reportage, quelle prove, quella denuncia, l’ennesima. Mi chiedo se basteranno i loro occhi, le loro parole, le loro ferite, non vittime ma eroi, è la rivoluzione che avanza e la sua punta avanzata, è qua. E mi chiedo il senso di questo pezzo, se la narrazione non dovrebbe semplicemente riassumersi in un unica parola, il disumano.

A qualche centinaia da noi, sulle frontiere, sono in corso

Rastrellamenti, ratonnade, deportazioni in mezzo alle notti, pestaggi infiniti. Cadono dai treni, muoiono di gelo, congelati, assiderati nei boschi sui confini, costretti a camminare di notte in nuove marce forzate, uno è stato gettato in un lago ghiacciato, sui petti, vedo i morsi dei cani. Non ricorda nulla a nessuno… Se non è una lenta politica di eliminazione, questa, uomini-rifiuti, respinti, eliminabili. Necropolitica migratoria.

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Photo credit: Mario Badagliacca

Migranti morti di gelo

Dal mio ritorno, e mentre chiudo quest’articolo a casa al caldo, giungono le notizie di morti annunciate sul confine bulgaro-turco, nei pressi del monte Strandzha, perché è l’unico carico a non aver recinti, passaggio del confine nella neve (30cm): nella sola prima settimana di gennaio 2017 sono morti di assideramento, 4 persone, migranti e solo nelle ultime 24 ore ci sono stati sette casi di congelamento a Belgrado.

Due giovani uomini iracheni, di 28 e 35 anni, ritrovati nei pressi del paese di Izvor, regione di Burgas, Sud-Est Bulgaria, 6 gennaio 2017.

Nella stessa zona, una donna somala è stata rirovata il 2 gennaio 2017 nei pressi di Ravadinovo. I compagni di viaggio, raccontano che sono stati costretti ad abbandonarla, perché non aveva più la forza di camminare.

Un altro afghano è morto di ipotermia, dopo aver traversato a nuoto il fiume Evros, a Nord della Grecia, ritrovato nei pressi di Didymoteicho, il 3 gennaio 2017.

E già il 26 dicembre un irachene richiedente asilo era stato costretto dai trafficanti ad abbandonare la propria sorella sul confine bulgaro, perché troppa stremata per camminare.

Mi sorprendo a scrivere queste cose come se fossero normali. “Lasciata indietro tra i boschi perché stremata, nel gelo, morta di gelo”. A 2000 km da casa nostra. Un orrore, un Novecento di ritorno.

Eliminazione. Racconti da Seconda guerra mondiale, di marce forzate, di morte per stenti, di esaurimento e di gelo. Non Siberia 1917, non Germania anno zero, Europa 2017. Barbarie-Europa.

Belgrade-Kelebija-Roma, 11 gennaio 2017

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Il post originale in francese è su https://goo.gl/zbiAUR.

Il post originale in francese è su https://goo.gl/zbiAUR. Traduzione di Manuela Antonucci, tratta da WOTS Magazine che ringraziamo.

Vivo nella valle della Roya, all’estremo sud est francese, una valle che rispecchia l’immagine di un’Europa popolare, umana. La Bassa Roya è italiana e l’Alta è francese. Noi, gli abitanti della Roya, passiamo da un Paese all’altro senza prestare attenzione alla frontiera. Non sono né francese, né italiano, sono della valle della Roya.
Lo Stato d’urgenza ha avuto un impatto senza precedenti per la nostra valle. Una razza, dei popoli, una religione sono stati stigmatizzati da una politica populista, una politica che manipola la massa, usando la paura nei confronti dell’altro, la paura della differenza.
Cercando di ricongiungersi, mariti, zii, sorelle, cugine, amiche … donne, bambini, famiglie cacciate dal loro Paese d’origine a causa della dittatura, la guerra, intrappolati, torturati, schiavi in Libia, tutti si incontrano alla frontiera francese.
In maggioranza d’origine africana, pensano di trovarsi nel Paese dei “saggi”, il Paese dei Diritti dell’Uomo, lì dove ci si prende cura dei bambini perduti. Ebbene, no!
Giunti alla frontiera, esausti, spesso feriti dagli ostacoli incontrati lungo il cammino, si fanno cacciare come dei cani dall’esercito, la polizia. Secondo la legge francese, i bambini non accompagnati devono essere sostenuti dallo Stato francese ma non si rispetta nulla di tutto questo.
I “neri” sono privati di ogni diritto! La polizia francese riporta i bambini in Italia, o in treno senza titolo di viaggio, occultati alla polizia italiana, oppure all’interno di veicoli non identificati guidati da poliziotti in borghese, diretti verso la frontiera italiana.
Circa trecento testimoni di questi fatti hanno sporto denuncia contro il Prefetto delle Alpi Marittime, il Presidente del Consiglio della Prefettura e il Presidente della Regione. Ma nessun provvedimento è stato preso dalla procura di Nizza, dal signor Pretre, Procuratore della Repubblica, che si rifiuta di ammettere l’ingiustizia e a causa della sua inerzia si rende complice della messa in pericolo di questi bambini.
La nostra associazione “Roya Citoyenne” si sente disarmata dinanzi a questi uomini che detengono tutto il potere. Per questi alti funzionari, rappresentanti della più alta autorità, i migranti non sono che cifre, un flusso, delle quote. Invece, noi, gli abitanti della Roya, li incrociamo e dobbiamo fare i conti con i loro sguardi.
Loro sono lì, nella nostra valle, senza avere l’opportunità di nascondersi, se non con il nostro aiuto.
Non c’è bisogno di una stella gialla, non c’è bisogno di nessuna etichetta per riconoscerli. Loro sono neri, il loro colore indelebile fa di loro un bersaglio, Il Bersaglio!
Sono la “valvola di sfogo” per tutti, li si accusa di essere dei potenziali terroristi, di rubare il lavoro ai francesi e di essere lì solo per approfittare del sistema sociale. La frontiera è stata ristabilita contro il terrorismo, ciò nonostante è sufficiente pagare 250 euro a un gruppo di trafficanti per oltrepassarla.
I nostri politici mantengono uno stato di terrore, diffondendo l’idea che l’Europa sarebbe il bersaglio del terrorismo mentre la grande maggioranza degli attentati e delle morti avvengono in Paesi a predominanza religiosa musulmana, essendo i musulmani le prime vittime di questo abominio.
Il terrorismo si costruisce attraverso il terrore, la stigmatizzazione. Ed è contro questo che mi batto! Contro l’odio e la stigmatizzazione di una razza, di una religione, di un colore della pelle.
Rischio otto mesi di prigione per aiutare delle persone che sono diventate mie amiche.
Voglio precisare la mia provenienza: sono nato a Nizza, in un quartiere dove i miei compagni di classe erano neri, grigi, gialli, bianchi. Sono stato educato nell’indifferenza razziale ed è questo che mi si rimprovera oggi, di non fare la differenza, di non chiedere i documenti a un ragazzino prima di tendergli la mano.
Continuerò, fino al momento in cui non finirò in prigione, ad aiutare chi mi sembra una persona buona con o senza documenti perché amo la vita e la rispetto.
Non soccomberò alla minaccia, alla pressione, non sarò complice né del silenzio, né dell’inerzia.

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Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione ed il commento.

Una sentenza con cui il TAR del Lazio conferma la precedente giurisprudenza del TAR Campania e riconosce il diritto del cittadino straniero a ricevere la notifica del provvedimento conclusivo della richiesta di rilascio del permesso di soggiorno (diniego) tramite il proprio avvocato.
Il TAR Lazio conferma l’illegittimità della prassi, adottata dalle questure in tutta Italia, secondo cui il rigetto della richiesta di rinnovo o rilascio del permesso di soggiorno debba essere effettuato personalmente all’interessato (e non al suo avvocato), così da consentire l’immediato fermo, quindi il trattenimento nel CIE e l’accompagnamento forzato.
Questa prassi di fatto scoraggia moltissimi cittadini stranieri a recarsi in questura per ricevere la notifica del diniego, precludendosi nella pratica la possibilità concreta di esercitare il proprio diritto di difesa.

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Sentenza T.A.R. del Lazio n. 12620 del 19 dicembre 2016

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