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I’m migrant di Luca Negrini

I’m migrant di Luca Negrini

I materiali vengono pubblicati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione — Non commerciale CC BY-NC

Interpreting the matter of constant transition for the different actors inhabiting Lampedusa (Italy) and gathering their common needs together with what the island is lacking.

“Sleep, dear Chevalley, the Sicilians
want Sleep and they always hate
the one who wants to wake them,
even if he would bring them
the most beautiful presents; the
Sicilians never want to improve for
the simple reason that they think
themselves perfect; their vanity is
stronger than their misery; every
invasion by outsiders, whether
so by origin or, if Sicilian, by
independence of spirit, upsets their
illusion of achieved perfection, risks
disturbing their satisfied waiting for
nothing”
da “Il Gattopardo” , Tomasi di Lampedusa

The island of Lampedusa has for many years seen a constant flow of newcomers and tourists, staying only for a short period of time and then leaving. This has brought significant changes to the Lampedusian society that is slowly abandoning local traditions and methods in order to prioritize tourism. Through the creation of a meeting space, the project aims to exploit the big flow of people in a positive way to create different opportunities among the people inhabiting the island.

The project aims to fill up what the Island and its people are lacking and, at the same time, have a symbolic value as landmark and memory of what Lampedusa has been going through in the last years.

My reaction to the reality of this small Mediterranean Island, full of contradictions and potential, is a “bridge building” which wants to connect the main town street to the sea and be a clear response to the actual stillness of the government and local authorities in front of the current situation.

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Papers: I’m migrant di Luca Negrini

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Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Si ringrazia l’​Avv. Carlo Tramonte​ per la segnalazione ed il commento.

Il Giudice, evidenziando che nella regione pakistana del Punjab “… si registra una situazione di gravissima insicurezza in conseguenza dell’attività terrotistica posta in essere da parte di alcuni gruppi armati dell’estremismo islamico …”, ha riconosciuto al ricorrente, proveniente da tale regione, la protezione sussidiaria, ritenendo sussistenti i presupposti di cui all’art. 14, lett. c), D.lgs 251/07.

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Ordinanza Tribunale di Palermo del 30 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Pakistan

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Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Il Ricorrente aveva dichiarato durante l’audizione in commissione territoriale di aver lasciato il proprio paese per cercare un lavoro in europa, in quanto in Senegal viveva in stato di povertà.

ll giudice, esaminato il ricorso, ha concesso al ricorrente la protezione umanitaria fondando la propria decisione unicamente sulla valutazione positiva dell’impegno profuso dal ricorrente durante il periodo dell’accoglienza: “ Si deve evidenziare che il ricorrente si sia positivamente impegnato nell’apprendimento della lingua italiana e che lo stesso si è impegnato in attivi.

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Ordinanza Tribunale di L’Aquila del 01 dicembre 2016

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Senegal

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Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Il Tribunale di Lecce con queste due ordinanze fornisce una ulteriore conferma dell’orientamento della giurisprudenza italiana nel ritenere i richiedenti asilo provenienti dal Mali aventi diritto perlomeno ad una protezione umanitaria.
Entrambe le sentenze ribaltano il parere della Commissione territoriale ed attraverso un’analisi geopolitica approfondita considerano il Paese, ed in particolare la regione di Kayes nel sud, in una situazione non ancora del tutto stabilizzata e caratterizzata da episodi di violenza localizzata. Una situazione “comunque grave che si è deteriorata nell’ultimo anno”, a tal punto da ritenere che “sussistano gravi motivi umanitari che impediscono il ritorno del richiedente”.
Alla luce di queste considerazioni ci domandiamo come l’Ue e soprattutto l’Italia possano stringere “patti su misura” con il Mali e, citando l’Alto rappresentante UE per gli Affari esteri Federica Mogherini, “impegnarsi in modo così specifico con un paese africano sul rientro dei richiedenti asilo respinti”, quando invece non solo le condizioni oggettive non lo permettono, ma avrebbero tutto il diritto a vedersi riconosciuta una tutela umanitaria. (ndr)

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Tribunale di Lecce, ordinanza del 18 gennaio 2017

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Tribunale di Lecce, ordinanza dell’8 febbraio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini della Mali

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Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Una pronuncia molto interessante del Tribunale di Roma, che ha ritenuto illegittimo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di attesa asilo politico (invece del permesso di soggiorno per motivi umanitari) da parte della Questura di Roma per un richiedente asilo a cui la commissione aveva accordato la protezione umanitaria e che di conseguenza aveva impugnato il provvedimento per ottenere il riconoscimento di una protezione internazionale.
Il Tribunale civile di Roma ribadisce che la Questura non ha alcun potere decisionale in questa fase in ordine alla tipologia di permesso da rilasciare e ricorda che l’art. 19 del Dlgs 150/2011, in caso di impugnazione ex art. 35, nel sancire l’effetto sospensivo si riferisce “all’efficacia esecutiva del provvedimento negativo dell’Autorità Amministrativa, vale a dire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione”, e non anche al provvedimento che riconosce una protezione umanitaria.

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Tribunale di Roma, ordinanza del 6 febbraio 2017

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A Rosarno tra parole e lotta

A Rosarno tra parole e lotta

La Calabria è così, passi una volta, ti fermi e poi sei costretto a tornarci.
Rosarno non si può definire una località di villeggiatura, “spostata” dalla tratta di un’autostrada infinita, adagiata, come nel volere degli antichi greci, in una collina che guarda il mare.
La terra della Piana (di Gioia Tauro) oggi, e Rosarno in particolare, è stata stuprata da un abusivismo selvaggio, un inquinamento visibile ad occhio nudo, un continuo di opere mia finite. La stessa terra in cui, per più di cinquant’anni, si sono combattute le ‘ndrine e lo sfruttamento lavorativo (vedi articolo di Terrelibere.org).

Tra connivenze istituzionali, vecchie e nuove lotte politiche e povertà dilagante

Siamo tornati a Rosarno, e lo facciamo oramai da più di un anno, per continuare a dar voce, in ogni senso, a coloro che, ultimi tra gli ultimi, dimenticati e sfruttati, raccolgono la nostra frutta per pochi euro al giorno nella terra dove la disoccupazione ha fatto scappare i giovani e intristito i vecchi.
Siamo tornati a Rosarno perché oggi più di ieri siamo convinti che la parola, in questo caso la parola italiana, sia fondamentale per l’acquisizione di diritti e dignità dei tanti braccianti africani che, come fantasmi, in una sorta di “prostituzione lavorativa”, vagano tra le campagne della Piana alla ricerca di un “lavoro”, eufemismo contemporaneo per definire la nuova, capillare, schiavitù.

Siamo tornati a Rosarno e per più di una settimana abbiamo portato avanti dei corsi di prima alfabetizzazione all’interno e all’esterno del ghetto, tra capre squartate, roghi di plastica bruciata, cumuli di spazzatura puzzolente, baracche in costruzione e prostitute scosciate a bordo strada.
San Ferdinando è proprio questo! Una grande zona industriale, per lo più abbandonata, a sinistra una tendopoli istituita nel 2010, subito dopo la famosa Rivolta, con annesso ghetto in espansione, a destra una grande fabbrica occupata. Tra ghetto e fabbrica vivono oggi più di 2500 braccianti in condizioni disumane e in attesa di spostarsi verso altre località del Sud per l’avvio di altre raccolte agricole. E questo è solo un piccolo lembo di un territorio, quello della Piana, che “ospita” migliaia di braccianti, per lo più rumeni, bulgari e africani, che spuntano la mattina in concomitanza di qualche incrocio per farsi accompagnare al campo dal caporale di turno. Caporale che è l’anello debole della catena o meglio “l’ultima ruota del carro”.

Pensare di debellare lo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’arresto di qualche caporale o qualche mafioso è pura follia.

Un po’ come scrive Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica in un editoriale uscito proprio ieri dal titolo “Uomini e caporali nella Puglia che brucia” dimenticandosi (sic!) di menzionare la Grande Distribuzione organizzata che, imponendo prezzi dei prodotti e bocciando politiche legate ad esempio all’etichetta narrante, diventa la burattinaia di un Sistema voluto e ben rodato!

Dopo lo sgombero del ghetto di Boreano la scorsa estate e di quello di Rignano qualche giorno fa, quello di Rosarno resta il ghetto per antonomasia e, probabilmente, sarà così per molto altro tempo ancora. Un po’ perché simbolo di una Rivolta mai del tutto metabolizzata, un po’ perché frutto di strategie politiche che, in terra di ‘ndrangheta, profumano molto di connivenza.
L’ultima trovata delle istituzioni locali sarebbe quella di costruire, sempre all’interno della zona industriale, una nuova tendopoli, recintata e sorvegliata, dove inserire circa 500 braccianti, scelti non si sa in base a quali elementi, in un contesto che potrebbe tranquillamente riprodurre un regime simile a quello detentivo. Costo della trovata tra 600 e 700 mila euro.

Noi abbiamo risposto, e risponderemo, continuando i corsi di italiano all’interno del ghetto e del campo containers e con la costruzione di una struttura polifunzionale, Rosarno Hospital(ity) school, che, per la prossima stagione agrumicola, diventerà uno spazio condiviso all’interno di un ghetto marginalizzato.
Siamo tornati a Rosarno convinti che la parola sia l’unica arma per difendere i propri diritti ed affermare i propri bisogni.

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Links utili:

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Collettivo Mamadou su FB — [email protected]

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Echoes un film di Gabriele Cipolla

Echoes un film di Gabriele Cipolla

La prima proiezione del film il 7 marzo al Respect Belfast Human Rights Film Festival.

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Sinossi

Con l’acuirsi della crisi migratoria causata dalla guerra in Siria, Ungheria, Serbia e Macedonia chiudono i loro confini a migliaia di persone in fuga, interrompendo un’antichissima via migratoria: la rotta balcanica. In Grecia, lungo il filo spinato del confine macedone, uomini, donne e bambini si riuniscono nei campi profughi, immense tendopoli autogestite, dove NGO, volontari e attivisti sfidano il gioco delle mafie dei trafficanti di esseri umani.

Echoes ritrae un limbo nel quale alla disperazione di un futuro sospeso si contrappone una resistenza vitale e ostinata, concentrando il suo sguardo sul giorno precedente allo sgombero di Eko Station, l’ultimo campo informale rimasto nel nord della Grecia.
Attraverso le frequenze di una radio pirata parole e canti ribelli riecheggiano nel silenzio imposto dalla fortezza Europa.

ECHOES trailer (eng) from ECHOES FILM on Vimeo.

“Sono arrivato ad Eko camp a maggio del 2016”, scrive Gabriele, “insieme ad un gruppo di attivisti con cui collaboravo ormai da qualche mese. Stavamo portando nei campi autogestiti ed informali ai confini dell’Europa una radio pirata, Radio Noborder, uno strumento di aggregazione, ma anche una possibilità di racconto, un modo per le persone di darsi voce.
Fin dal primo ingresso nel campo mi sono reso conto che la presenza di macchine fotografiche, camere e cellulari era davvero diffusa: il campo aveva una copertura mediatica intensissima ogni giorno.

L’atto di filmare per me nasce quasi come una necessità, ma in quel momento mi chiesi se aggiungere l’ennesimo punto di vista, l’ennesimo sguardo, fosse davvero la cosa giusta da fare.
Così rimasi qualche giorno alla radio, senza utilizzare la camera se non per brevi filmati, partecipando alle trasmissioni e osservando come in realtà il nostro appuntamento quotidiano stesse diventando un punto di riferimento nel campo.
Ogni pomeriggio, centinaia di persone si ritrovavano intorno al gazebo che avevamo montato e condividevano storie, musiche e racconti al nostro microfono.
Fu così che conobbi prima Hussein, un giovanissimo rapper siriano rifugiato con il quale girai il videoclip di una sua canzone e poi iniziai a frequentare quotidianamente Mohammed e la sua famiglia allargata.

Ogni film comincia principalmente da un incontro, il processo di avvicinamento con i personaggi, che può durare anche mesi, è per me il momento fondamentale. Il tempo necessario alla conoscenza reciproca, mi fa capire quale sia la giusta distanza tra me, il soggetto e la camera, e inizia a creare l’orizzonte visivo entro il quale le nostre esperienze si incontreranno e diventeranno una narrazione anche per gli altri.
Quando ho intuito che era il momento di girare, io e Mohammed eravamo diventati amici. Seguirlo nei suoi spostamenti all’interno del campo ci sembrava naturale. Decisi così di concentrarmi sul racconto della sua quotidianità, evitando di spettacolizzare le loro vite o di approfondire esplicitamente il contesto socio politico di larga scala.

Vivendo per settimane insieme agli abitanti di Eko camp, ho sentito la necessità di riportare le persone al centro del discorso, facendole diventare i soggetti attivi delle loro narrazioni, per abbracciare la complessità di ciò che ci fa continuamente sperare, nonostante tutto e nei modi più impensati, ad un domani diverso”.

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Un film di
Gabriele Cipolla

con
Davide Agnolazza
e Mohammed JJO

produzione:
Radio Noborder
Radio Noborder è una radio web e pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.

#overthefortress
#Overthefortress è una campagna lanciata dal progetto Melting Pot Europa che mira al monitoraggio ed alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti.

Macao
Macao è un centro indipendente per l’arte, la cultura e la ricerca.
Ha sede in una palazzina liberty, nel mezzo di una enorme area abbandonata vicina al centro di Milano. Propone un programma multi settoriale che ospita progetti, eventi e residenze nei più svariati campi dell’arte e della ricerca: arti visive e performative, cinema, fotografia, letteratura, musica, design, hacking, new media. È coordinato da una assemblea aperta di artisti e attivisti.

Durata: 76 min.
Lingua: Arabo, Curdo Siriano, Inglese
Sottotitoli: Inglese, Italiano
Formato di ripresa: digital 4k
Formati disponibili per la riproduzione: 4k DCP, HD file

Fotografia/montaggio/postproduzione:
Gabriele Cipolla

Mix audio:
Marc Brunelli

Musiche:
Eko camp
MZKY

Traduzione:
Kovan Direj

Sottotitoli:
Davide Agnolazza

Bio del regista:
Gabriele Cipolla, classe 1984, vive e lavora a Milano. Dopo aver frequentato la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, perfeziona il suo percorso come film maker studiando ripresa e direzione della fotografia presso la scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’. Il suo campo di ricerca spazia tra la cinematografia e le arti visive, lavorando parallelamente nel settore commerciale e nella sperimentazione, con progetti audiovisivi indipendenti. Dal 2012, Gabriele Cipolla è docente di post produzione cinematografica e di tecniche di regia presso la Scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’ e l’università NABA.

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[Confini]
Grecia, lungo il confine della fortezza Europa.
L’ingente flusso di profughi causato dal prolungarsi del conflitto siriano ha portato alcuni paesi europei a prendere decisioni drastiche in materia di immigrazione. Paesi come l’Ungheria, la Serbia e la Macedonia, spinti da interessi politici xenofobi e populisti, ed in assenza di una presa di posizione chiara da parte dell’Europa, chiudono i loro confini ai migranti, portando di conseguenza all’interruzione di una delle vie migratorie storiche, la cosiddetta ‘rotta Balcanica’. Nel giro di pochissimo tempo migliaia di persone in transito ed in fuga si sono trovate bloccate lungo il confine settentrionale greco, separate dai familiari che li hanno preceduti, anche solo di qualche giorno. Si tratta soprattutto di persone provenienti dalla Siria, ma non solo: Afgani, Pachistani, uomini e donne provenienti dall’Africa centrale e settentrionale. In tutto, 60.000 tra rifugiati e migranti, politici o economici, ammassati lungo una linea ufficialmente invalicabile, dove si muove il più sordido dei poteri, quello delle mafie che trafficano essere umani.

Lungo gli snodi del territorio greco si formano spontaneamente numerosi campi profughi, tra i quali il più grande è quello di Idomeni, proprio a ridosso del confine Macedone, dove 13.000 persone, in un’immensa tendopoli, premono per oltrepassare la linea immaginaria che li divide dalla prossima tappa del loro viaggio. Il confine, tracciato perpendicolarmente ai binari arrugginiti di uno scalo merci, è difeso dalla polizia greca e macedone in assetto anti sommossa; scoppiano quasi quotidianamente dei disordini. All’interno del campo, la situazione igienico sanitaria è precaria, solo alcune NGO e soprattutto centinaia di attivisti da tutta Europa cercano di portare conforto e sostegno ai migranti in difficoltà. I campi autogestiti con le loro manifestazioni di protesta attirano su di sé molta attenzione mediatica e il governo greco, nel maggio 2016, è costretto a fare la sua mossa. In aree industriali dismesse e precarie, vengono costruiti dal nulla decine di campi governativi, gestiti esclusivamente dall’esercito greco. Le strutture risultano subito inefficienti e impreparate all’accoglienza, ma le operazioni di sgombero dei campi informali partono immediatamente. L’imperativo imposto dai militari è l’assoluto controllo delle presenze nei campi: alle organizzazioni di supporto è permesso entrare, gli attivisti e le piccole associazioni vengono bandite.

Le operazioni di sgombero di Idomeni e degli altri campi informali fanno parte di un processo inarrestabile, ma, per quanto sia ingente il dispiegamento di forze in campo, che necessita di tempo. Migliaia di migranti continuano ad accamparsi lungo il confine, anche per l’iniqua politica che divide i richiedenti asilo dai migranti definiti ‘economici’. Mentre da una parte, per far abbassare la tensione e facilitare le operazioni, viene paventata una rapida soluzione per i Siriano-Iracheni, in fuga dalla guerra, attraverso il Programma di Ricollocamento Europeo, dall’altra, grazie all’accordo tra Europa e Turchia, si aprono scenari di espulsione e rimpatrio obbligatorio per tutti gli altri. Nei campi di Hotel Hara e BP, tra gli ultimi informali rimasti a pochi chilometri da Idomeni, ogni notte centinaia di persone disperate tentano un’ultima carta affidando la vita e gli ultimi risparmi ai trafficanti.
Nel frattempo, dai campi governativi trapelano i racconti delle persone deportate al loro interno. Racconti di una situazione di totale abbandono, ancora più precaria che nei campi ribelli, dove ancora possono lavorare volontari ed attivisti.

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[Eko Camp]
Alla campagna di sgomberi nei confronti dei campi informali sopravvive solo Eko Station, ultima realtà non governativa dove i migranti continuano a vivere o transitare.
Il campo sorge all’interno di un’area di rifornimento, lungo l’autostrada che collega il confine macedone a Salonicco. Si tratta di un campo popolato in maggioranza da curdi siriani, sorto quasi in contemporanea ad Idomeni, e che nel periodo di massima portata arriva ad ospitare circa 4.000 persone, delle quali oltre la metà bambini. Il campo è autogestito dai migranti, un avamposto di Medici Senza Frontiere fornisce supporto medico e generi di sussistenza, mentre associazioni, volontari ed attivisti si occupano della distribuzione alimentare e dell’allestimento di strutture educative e ricreative. Tra le tende, che si ammassano anche tra le pompe di benzina in disuso, quotidianamente svolgono le loro attività una scuola, uno spazio donne, un centro mobile di assistenza legale e una radio, Radio NoBorder.

Nonostante le minacce di uno sgombero forzato e le lusinghe della millantata e imminente partenza del Programma di Ricollocamento Europeo, Eko camp rimane fino alla fine popolato della sua gente. La resistenza verso le deportazioni nei campi governativi trae la sua convinzione dai racconti che in gran quantità arrivano al campo, attraverso le voci e le testimonianze delle persone che quotidianamente ne fuggono e grazie ai report degli attivisti, che sfidano capillarmente le imposizioni dell’esercito, violando le recinzioni e i divieti.

Eko camp respira e resiste, fino all’intervento della polizia in una triste mattina di giugno 2016, all’interno di una contraddizione che inspira l’intera esperienza del campo: da una parte le condizioni estreme alle quali i migranti sono costretti, l’umiliazione continua di una situazione precaria e inumana, dall’altra l’ultimo spazio di libertà rimasto, il solo punto di incontro con una Europa diversa, quella dei volontari e degli attivisti, che non impone un controllo ed un assistenzialismo fine a sé stesso, ma un processo di condivisione esperienziale e di costruzione.
Fino all’ultima lunga notte, da Eko camp, attraverso Radio NoBorder, risuonano insistentemente le voci e i canti di uomini e donne — prima che migranti o rifugiati, persone libere.

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[Radio NoBorder]
Radio NoBorder trasmette ogni giorno da Eko camp in FM, attraverso un ripetitore e una lunga canna da pesca usata come antenna, e in streaming internet, attraverso una parabola satellitare. La programmazione della radio si crea ogni giorno a partire dalle esigenze del campo: racconti di esodo e di denuncia si susseguono intervallati dalla musica suonata live dai musicisti o proveniente dai telefoni dei migranti. La piccola redazione della radio, situata in quella che potrebbe essere definita la piazza principale di Eko, diventa da subito un punto di riferimento per tutti gli abitanti della tendopoli, scandisce le attività quotidiane educative e di distribuzione, trasmette la preghiera che segna la fine del digiuno del Ramadan, offre la possibilità di raccontare le vicende individuali, che si trasformano in questo modo in storie di tutti.

Non è la prima volta che Radio Noborder si trova in un campo: è una radio pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.
L’idea nasce nella primavera del 2016 da un gruppo di attivisti indipendenti durante la loro permanenza all’interno del campo informale di Idomeni, sul confine greco-macedone. NoBorder, una stazione radio FM, viene installata all’interno del campo e gestita per alcune settimane da una redazione composta sia da attivisti che da migranti.

Lo sgombero forzato del campo di Idomeni, avvenuto nelle prime settimane di maggio 2016, non segna la fine del progetto: si decide di trasferire la radio all’interno dell’altro grande campo informale della zona, EKO camp, ancora immune dall’ondata di sgomberi, e dove molti abitanti di Idomeni si erano rifugiati per sfuggire alle deportazioni.

La prima trasmissione da EKO è datata 31 Maggio 2016, sulla frequenza FM 95.00, e viene realizzata utilizzando un vecchio trasmettitore di Radio Popolare Milano e un’antenna autocostruita. Si inizia anche a trasmettere in streaming attraverso un’antenna satellitare risparmiata dalla furia delle ruspe ad Idomeni, installata in precedenza da #overthefortress per il progetto noborderWiFi.

La radio diventa subito il più importante luogo di aggregazione all’interno del campo e intorno ad essa si costruisce una comunità di persone che si alterneranno ai microfoni e alle conduzioni per circa un mese.

Rimane nel campo fino al giorno dello sgombero, la mattina del 13 giugno, quando la polizia fa irruzione all’interno dell’area obbligando i rifugiati a salire sui bus per essere deportati nei campi governativi e arrestando gli attivisti, compresi i conduttori della radio che stavano monitorando e documentando la situazione.

Dopo l’esperienza in Grecia, tutto il materiale tecnico viene portato in Italia in attesa di essere riutilizzato. L’occasione per riaccendere le trasmissioni non tarda: nel luglio del 2016, a Como, sul confine italo-svizzero, centinaia di migranti africani rimangono bloccati nel parco della stazione dei treni, a seguito di un importante giro di vite da parte della Svizzera in merito al passaggio dei migranti attraverso il proprio territorio. La radio seguirà per tutta l’estate le vicende di Como, portando le testimonianze dei migranti e dei tanti attivisti e volontari presenti.

In Italia le cose non vanno diversamente che in Grecia. Il campo di Como viene sgomberato e Radio Noborder, dopo qualche mese di pausa, si riorganizza per aggregarsi, nei primi gorni di novembre, alla carovana in viaggio per il sud Italia di #overthefortress, un’azione di inchiesta e comunicazione indipendente al fianco dei migranti e delle realtà che li sostengono. La Radio trasmette, per tutta la carovana, ogni settimana da un luogo diverso, coinvolgendo attivisti e migranti conosciuti durante il percorso.

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[Mohammad]

Intrecciando l’esperienza degli attivisti della Radio con le vite delle persone incontrate nel campo di EKO, nasce Echoes, un film che racconta la vita all’interno del campo attraverso le trasmissioni di Radio Noborder effettuate in Grecia.
Il film racconta l’ultimo giorno di vita del campo, prima dello sgombero, seguendo col suo sguardo Mohammad, uno dei più attivi conduttori e frequentatori della Radio.

La storia di Mohammad, incontrato tra uno streaming e una registrazione e diventato amico degli attivisti di Radio NoBorder, è in tutto e per tutto simile a quella delle migliaia di persone strappate alla loro casa dal conflitto siriano: una epopea durata anni, un viaggio intrapreso con la moglie Slava — attraversando montagne, fiumi e il mare assassino in condizioni estreme e dietro il ricatto dei trafficanti.
Il ricordo dei pericoli affrontati per arrivare in Europa e l’attesa infinita e sterile, è vivido nel cuore di Mohammed quando invia ai suoi amici europei della Radio un lungo messaggio vocale, dopo alcuni mesi dal loro rientro in Italia. Il messaggio arriva ad inizio settembre, e la scelta non è casuale: il messaggio che accompagna la sua voce è fin troppo chiaro.
Tra poche ore partirò, io e Slava non possiamo più stare qui, abbiamo perso il figlio che aspettavamo, è ora di tornare a casa, in Iraq”.

È l’ultima notizia che abbiamo di lui.

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Citazioni

“We thought we could start to think about a better life, but they closed the border in front of us.
We have just crossed over the deadly sea, we witnessed the death, but for the people the situation got worse. Beeing dead or alive, at this point, doesn’t make a difference for us,it became the same”.

(Mohammad, opening message)

“Pensavamo potessimo iniziare a pensare ad una nuova vita, ma ci hanno chiuso il confine in faccia.
Abbiamo attraversato il mare assassino, abbiamo sfiorato la morte, ma per noi la situazione peggiora.
Essere vivi o morti, a questo punto, non fa differenza, è diventata la stessa cosa
”.
(Mohammad, messaggio d’apertura)

“My name is Israa, I’m seventeen years old and I’m Syrian, from Aleppo. My destination was Germany, where my father is. I wanted to accomplish my studies there as a pediatrician, but we lost everything”.
(Israa, syrian refugee, seventeen years old, interview at Noborder Radio)

“Il mio nome è Israa, ho diciassette anni e sono siriana, di Aleppo. La mia destinazione era la Germania, dove vive mio padre. Volevo finire li miei studi come pediatra, ma abbiamo perso tutto”.
(Israa, rifugiata siriana di diciassette anni, intervista a Radio Noborder)

“- Do you have any message to give to people from their same age living in Europe?
 — I would like them to demonstrate for us, to do something for us, to make us live like them and study. Living in this tent destroyed our life”.
(Tolin Xelil, syrian refugee from Rojava, eighteen years old, interview at Noborder Radio)

“- Hai qualche messaggio per la gente della tua stessa età che vive in Europa?
 — Vorrei che manifestassero per noi, per fare qualcosa per noi, per farci vivere come loro e per farci studiare. La vita in queste tende ci sta distruggendo”.
(Tolin Xelil, rifugiata Siriana del Rojava, diciotto anni, intervista a Radio Noborder)

via Migrano http://ift.tt/2lY0shP

L’immigrato italiano

L’immigrato italiano

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Questa fotografia ritrae mio nonno. Saranno stati gli anni 70 e non so bene dove sia stata scattata. Sicuramente stava facendo una gita. Ha scarpe da ginnastica usate, un binocolo, porta una giacca troppo elegante ed indossa una polo. Lo vedete l’altro uomo? Quello che cammina ben vestito con la mano in tasca? Quello è sicuramente un cittadino svizzero, dove i miei nonni sono emigrati, e sta guardando mio nonno. Sta guardano quello spaccone che si mette in posa per farsi una foto, con indosso dei cenci e pure accoppiati male. Parliamo degli anni dell’iniziativa Schwarzenbach culminata con il referendum del 7 giugno 1970 contro l’inforestierimento, soprattutto degli italiani.

Mio nonno è stato un grandissimo lavoratore; ha contribuito a costruire la via ferrata, ha lavorato in ristoranti, in ospedali come tutto fare, e faceva quanto più non posso. E’ partito da una terra e da una guerra che non poteva offrirgli più nulla, nonostante lavorasse da quando aveva 7 anni, giorno e notte.

In Svizzera non è andata meglio. Il costante razzismo nei confronti degli italiani era dilaniante e rendeva quasi impossibile integrarsi; dai loro racconti, infatti, le loro compagnie non erano composte da persone Svizzere. Mia mamma poi, è nata in Svizzera. Ha vissuto per 34 anni in Svizzera e ha partorito sua figlia in Svizzera. Ma non è mai stata cittadina Svizzera. Siamo sempre stati italiani.

E’ arrivata in Italia a 34 anni senza quasi sapere una parola nella nostra lingua e per me è stato lo stesso. Ricorda con terrore e con molto dolore le iniziative Schwarzenbach che l’hanno accompagnata durante la sua infanzia, adolescenza ed il resto della sua vita in quel paese.

Riguardare questa foto mi ha fatto sorridere. Oggi puntano tutti il dito contro i richiedenti protezione internazionale perché posseggono un cellulare, vestiti nuovi e non sono deperiti.
Vero, la differenza sta nell’assistenzialismo, i nostri nonni non lo hanno ricevuto: ma a quale prezzo? Quante sofferenze e vicissitudini hanno dovuto affrontare? Vogliamo essere quel mondo? Quel tipo di mondo?

Non si possono fare dei veri e propri paragoni, tuttavia il meccanismo rimane perlopiù invariato. Chissà cosa pensavano i vicini della mia famiglia? Chissà quante brutte parole sono state rivolte loro per mera ignoranza e xenofobia?

Riguardo quel binocolo e sorrido. Nonno, che ci dovevi fare con quel pesantissimo binocolo, custodito così tanto gelosamente? Quel binocolo che sopravvive ancora oggi.
Quel binocolo è uno status. E’ una voce che grida: “Ce l’ho fatta anche io! Sono qui in mezzo a voi e vivo!”.

Eppure quel binocolo, quel telefonino, quei cappelli curati, quelle scarpe nuove danno fastidio; fanno credere che le persone che ci stanno chiedendo aiuto non ne abbiano davvero bisogno, che sia tutta una messinscena.

Spesso, quando le persone si rivolgono a noi operatori dell’accoglienza, ci rimproverano queste cose e spesso non sappiamo cosa rispondere loro. La dignità, questa sperduta.

E’ difficile rispondere al mondo che un orologio non significa nulla, è solo un modo per appartenere ad un nuovo mondo. E’ difficile far comprendere che quando non hai nulla, perché nel tuo paese ormai globalizzato non hai soldi per vestire e mangiare, l’unica cosa che vorresti fare, seppure in un primo momento, è omologarti a tutti gli altri senza sentirti necessariamente diverso, escluso. Allora sì che potremmo comprendere che la prima cosa che fanno alcuni beneficiari, con il loro primo pocket, è comprare un cappello, delle scarpe, una qualsiasi cosa che non lo faccia sentire maggiormente diverso e discriminato. Non possiamo fingere di non sapere che essere povero, non possedere nulla, non sia pregiudicante. Essere un richiedente protezione internazionale lo è, essere povero anche. Se sei entrambe le cose sei doppiamente discriminato. Le persone, gli esseri umani, spesso non vogliono essere compatiti, vogliono che siano loro riconosciute abilità e dignità e molto spesso, questo, non lo facciamo.

E’ per questo che nei percorsi di accoglienza, quelli buoni, quelli dignitosi, sono di vitale importanza i percorsi individuali. Puoi fare percorsi individuali quando hai tre operatori e accogli 100 persone? No. Molto semplice.

Quanto ancora dovrà durare questa enorme differenza tra CAS e SPRAR? Per quanto ancora dovremo vedere migliaia di persone finire nelle grinfie di “lavoratori” (perché non posso chiamarli operatori) incompetenti o, comunque, messi in condizione di non poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro, permettendo ai propri capi di arricchirsi a dismisura?
Quanto ancora?

Nel frattempo guardo il binocolo di mio nonno e penso a quanto sia stato fiero di poterlo sfoggiare. A quanto avrà riflettuto prima di comprarlo (contadino che non spendeva soldi “inutilmente; gli sfizi e le vacanze non si sono mai visti nella loro umile vita) e a quanto ci teneva per non permettere a nessuno di toccarlo.
Penso a quel binocolo e a mio nonno l’immigrato.

Sabrina Yousfi, cooperaia Alternata SI.Lo.S

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Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Report Assemblea Nazionale
CSA TNT — Jesi, 3 marzo 2017

Sabato 3 marzo si è tenuta la seconda Assemblea Nazionale della Campagna #Overthefortress. Alle presenze fisiche presso lo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi vanno aggiunte le partecipazioni in remoto on line. La discussione ha quindi avuto contributi di decine di realtà dislocate su tutto il territorio nazionale.

La campagna, iniziata nell’estate 2015 con viaggi di osservazione e narrazione attorno alle frontiere d’Europa, giunge ora ad uno snodo importante del proprio percorso. L’analisi politica che ci ha suggerito il nome resta valida, ed anzi oggi si rafforza: incontriamo frontiere militarizzate e muri non solo laddove corrono i confini tra Stati, ma nuovi dispositivi di separazione ed esclusione compaiono dislocati nei territori. L’operato del governo Gentiloni, che dà attuazione al Migration Compact proposto da Renzi ed adottato dall’UE, traccia il quadro dentro cui si situano l’istituzione dei nuovi centri per il rimpatrio (CPR), gli accordi bilaterali con Paesi retti da dittature, l’esternalizzazione e il controllo delle frontiere esterne finanziati attraverso un uso distorto della cooperazione internazionale. L’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha aperto una fase nuova nelle relazioni internazionali che condiziona il dibattito attorno alla revisione dell’Accordo di Dublino, il cosiddetto “Dublino IV”.
Fermando l’attenzione a quanto accade in Italia, il fatto storico costituito dall’ingresso forzatamente illegale (frutto di un’assenza di politiche di ingresso regolare e di canali umanitari) di centinaia di migliaia di persone non solo non incontra soluzioni politiche, anzi: a suon di disposizioni amministrative vengono tracciate nuove linee di separazione tra soggetti inclusi ed esclusi dalla sfera dei diritti. Le frontiere da indagare e narrare e lungo cui sviluppare interventi solidali sono dunque riterritorializzate e diffuse in ogni territorio.

La discussione si è sviluppata lungo tre assi: una migliore strutturazione dei viaggi di inchiesta e supporto, l’analisi della situazione migratoria nel quadro mutato dal decreto Minniti-Orlando e una proposta di agenda di mobilitazioni.

Viaggi di inchiesta e di supporto solidale

La cifra qualificante di #OverTheFortress è il continuo viaggiare, che consente di conoscere direttamente le condizioni materiali tanto dei dispositivi di frontiera quanto delle situazioni di vita dei migranti, e di confrontarsi con realtà sociali resistenti e solidali. Gli interventi lungo la rotta balcanica, nelle isole greche e la prolungata presenza nel campo di Idomeni, da ultimo il viaggio attraverso il Sud Italia e il muoversi, nuovamente, sulla Balkan Route hanno consentito di sviluppare elementi di analisi privilegiati. Se da una parte grazie alla semplice osservazione diretta dell’esistente possiamo già intravedere quali forme concrete assumeranno i dispositivi di respingimento o di rastrellamento, reclusione e rimpatrio che gli apparati repressivi stanno organizzando, riteniamo necessario un salto di qualità tanto nell’identificazione delle potenziali destinazioni quanto nel contributo progettuale da apportare, identificando come confine ogni luogo dove avvengono atti discriminatori su base etnica o razziale ed ovviamente di repressione della libertà di movimento. Il livello minimo di intervento è lo spazio europeo nella sua interezza, che va letto ed agito anche come ambito di costruzione di relazioni e di organizzazione. La discussione fa emergere la necessità e volontà di organizzare interventi progettuali qualificati e che si sviluppino attraverso la concreta cooperazione con le soggettività migranti. Particolare attenzione è stata posta sui cosiddetti “ghetti”, luoghi di esclusione e contigui all’iper-sfruttamento agricolo, ma al tempo stesso espressione di autorganizzazione dei migranti, di cooperazione sociale dal basso e di rivendicazione di diritti di cittadinanza.

La situazione migratoria ed i nuovi provvedimenti governativi: una campagna politica contro i CPR e per il diritto di soggiorno.

L’azione legislativa italiana si sta sviluppando in piena continuità con l’agenda europea sulle migrazioni del 2015 e il Migration Compact, ribadendo come l’Italia sia ora laboratorio europeo “all’avanguardia” nell’innovazione normativa.
La circolare Gabrielli del 30 dicembre 2016 ed i rastrellamenti dei cittadini nigeriani del mese scorso sono state le premesse al pacchetto securitario del decreto Minniti-Orlando, che di fatto smonta completamente le procedure di inclusione dei richiedenti protezione internazionale e dei migranti nella sfera del diritto. Se da una parte il decreto legge del 17 febbraio, che deve essere convertito in legge nazionale, introduce i CPR sottraendo risorse all’inclusione, indebolisce il diritto di difesa dei richiedenti asilo ed abolisce il ricorso in Corte d’Appello contro i dinieghi delle Commissioni territoriali, dall’altra i dispositivi di disciplinamento dei richiedenti asilo nel fallimentare sistema di accoglienza emergenziale sono volti a smorzare sul nascere qualsiasi forma di protesta. Uno sguardo più largo a livello continentale restituisce il montare delle pratiche di criminalizzazione e repressione verso i migranti, confinati dalle nuove cortine di ferro ed azzannati dai cani delle guardie di frontiera, bollati come clandestini e quindi costretti ad una esistenza da invisibili. L’Ue ha in serbo di attuare nel prossimo periodo 1 milione di deportazioni di migranti.

L’analisi delle modalità di applicazione delle leggi rende evidente come il diritto sia applicato in forma differenziale, creando sistemi di perimetrazione ed esclusione non solo delle soggettività migranti ma più in generale di ogni categoria sociale non compatibile con un sistema socio-economico informato dai principi del neoliberismo.

Migliaia di migranti che risiedono oramai da anni in Italia vengono costretti alla clandestinità e alienati da ogni diritto a causa dei dinieghi deliberati dalle Commissioni, della perdita del reddito o della casa e degli altri dispositivi di legge pensati per produrre la decadenza del titolo di soggiorno. Opporsi a questa situazione significa rivendicare il diritto all’emersione dal “soggiorno in nero” e la promozione di una campagna finalizzata al riconoscimento della condizione di soggiornante come fonte del diritto di restare e di regolarizzare la propria posizione con il conseguimento del permesso di soggiorno. La lotta per il riconoscimento del diritto di restare deve costituire il fulcro della nostra risposta alle logiche di deportazione e di confino perseguite dal governo Gentiloni e rilanciate dalla UE.

Agenda e mobilitazioni

Dall’assemblea è emersa la necessità di sviluppare azioni, progetti e connessioni organizzative che siano in grado di contrapporre alla “cooperazione internazionale” del Migration Compact, che legittima e finanzia governi corrotti e Paesi non sicuri in cambio di un controllo da parte di essi dei loro confini e dell’accettazione degli espulsi, la reale cooperazione sociale che cresce nella solidarietà, nelle lotte e nelle mobilitazioni.

Per quanto riguarda le mobilitazioni un primo passaggio è stato individuato nei percorsi territoriali che si stanno organizzando a partire dall’appello del City Plaza Hotel di Atene. Nei giorni del 18 e 19 marzo molte realtà rappresenteranno i loro percorsi di cooperazione locale e di rifiuto della guerra ai migranti in corso; oltre all’appuntamento di Venezia con la marcia regionale, altre iniziative a Milano, Torino, Firenze, Brescia, Ancona chiederanno diritti e dignità per i/le migranti. Dall’assemblea si invita alla partecipazione alle iniziative già in costruzione e all’organizzazione di ulteriori piazze.

L’opposizione all’operato politico dell’Unione Europea saccheggiatrice di risorse, promotrice di guerre e sconvolgimenti climatici che forzano a migrare intere popolazioni, e che poi produce dispositivi di chiusura, blocco della mobilità ed espulsioni di massa, deve trovare nella giornata del 25 marzo un momento di forte e significativa espressione. Nel giorno in cui i rappresentanti delle leadership europee si troveranno a Roma per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati UE, è necessario portare nelle mobilitazioni dei movimenti che attraverseranno quella giornata la tematica delle migrazioni, dei diritti negati, delle deportazioni, della necessità di rovesciare dal basso le politiche europee delle frontiere, che non sono solo quelle dei confini geografici, ma anche quelle in cui vengono confinati i diritti, le povertà, il bisogno sempre più diffuso di protezione dalle conseguenze devastanti e multiformi prodotte dagli attuali assetti economici, politici e finanziari.

Per le stesse ragioni e per dare continuità ad una nuova stagione di protagonismo sociale sulle tematiche trattate l’assemblea ha individuato nelle mobilitazioni previste in occasione del G7 che si terrà a Taormina il 26–27 maggio un altro percorso all’interno del quale è necessario essere presenti e partecipare attivamente.

Info: [email protected]

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Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Si ringrazia l’Avv. Laura Mistichelli per la segnalazione ed il commento.

Con ordinanza pubblicata il 10.01.17 il Tribunale di L’Aquila, in persona del Giudice Dott.ssa Donatella Salari, ha riconosciuto la protezione umanitaria ad un cittadino proveniente dal Ghana, fuggito dal suo paese nel timore di essere arrestato per l’incendio divampato il 17 luglio di quell’anno presso il mercato di Kumasi ove egli svolgeva il lavoro di guardiano notturno.
Il ricorrente produceva una serie di documenti che radicavano la sua buona fede soggettiva secondo l’insegnamento di Cass. 16201/2015 nel senso della credibilità del racconto e dei riscontri concreti (articoli giornali sia sull’incendio alla data riferita, sia le notizia di stampa circa il concreto pericolo di un incendio al mercato in questione, sia la ricerca diramata dalla polizia nei suoi confronti e della fuga come narrata dalla moglie).
Il giudice ha ritenuto che la situazione di fragilità e la situazione d’insicurezza del ricorrente — “esposto ad un’accusa poco verosimile quale quella di avere incendiato il più grande mercato dell’Africa Occidentale con una candela- mentre sembra possibile che l’incendio si sia sviluppato per effetto di un corto circuito, tant’è che il ricorrente narra dell’avvenuto black out (frequente) che lo ha spinto ad accendere una candela per segnalare la propria presenza all’interno del mercato” meritassero considerazione nella forma della protezione umanitaria.

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Scarica l’ordinanza:

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Tribunale di L’ Aquila, ordinanza del 10 gennaio 2017

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