Giorno: 30 marzo 2016

La complicità degli stupidi

Il buon Gasparri e il saggio Salvini,e cosi tutta la cricca fascista che intasa lo stivale dal 1948 ad oggi,e che al grido ” ripuliamo le nostre città ” arringano le folle contro quelli che ” prendono i nostri passaporti, lavorano nelle nostre città , come Salah e i suoi familiari a Bruxelles, e in cambio ci sterminano”, hanno di nuovo riattivato la macchina dell’odio. 

Qualche altro idiota,che stranamente si ritrova ad intasare abusivamente la mia home facebook,chiede la cacciata di tutti i musulmani dall’Europa,compresi i ” moderati ”. Ecco,questa gente, nella loro ingenua stupidità,fanno il gioco dell’Isis. Seminano odio,arringano le folle contro l’ultimo arrivato,regalando cosi sempre più adepti alla macchina bellica dello Stato Islamico. Quindi non sorprendetevi se un giorno,ciò che è successo a Parigi e Bruxelles,si ripeterà in qualche piazza italiana.

La complicità degli stupidi

Il buon Gasparri e il saggio Salvini,e cosi tutta la cricca fascista che intasa lo stivale dal 1948 ad oggi,e che al grido ” ripuliamo le nostre città ” arringano le folle contro quelli che ” prendono i nostri passaporti, lavorano nelle nostre città , come Salah e i suoi familiari a Bruxelles, e in cambio ci sterminano”, hanno di nuovo riattivato la macchina dell’odio. 

Qualche altro idiota,che stranamente si ritrova ad intasare abusivamente la mia home facebook,chiede la cacciata di tutti i musulmani dall’Europa,compresi i ” moderati ”. Ecco,questa gente, nella loro ingenua stupidità,fanno il gioco dell’Isis. Seminano odio,arringano le folle contro l’ultimo arrivato,regalando cosi sempre più adepti alla macchina bellica dello Stato Islamico. Quindi non sorprendetevi se un giorno,ciò che è successo a Parigi e Bruxelles,si ripeterà in qualche piazza italiana.

La complicità degli stupidi

Il buon Gasparri e il saggio Salvini,e cosi tutta la cricca fascista che intasa lo stivale dal 1948 ad oggi,e che al grido ” ripuliamo le nostre città ” arringano le folle contro quelli che ” prendono i nostri passaporti, lavorano nelle nostre città , come Salah e i suoi familiari a Bruxelles, e in cambio ci sterminano”, hanno di nuovo riattivato la macchina dell’odio. 

Qualche altro idiota,che stranamente si ritrova ad intasare abusivamente la mia home facebook,chiede la cacciata di tutti i musulmani dall’Europa,compresi i ” moderati ”. Ecco,questa gente, nella loro ingenua stupidità,fanno il gioco dell’Isis. Seminano odio,arringano le folle contro l’ultimo arrivato,regalando cosi sempre più adepti alla macchina bellica dello Stato Islamico. Quindi non sorprendetevi se un giorno,ciò che è successo a Parigi e Bruxelles,si ripeterà in qualche piazza italiana.

La complicità degli stupidi

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La complicità degli stupidi

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La complicità degli stupidi

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La complicità degli stupidi

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Qualche altro idiota,che stranamente si ritrova ad intasare abusivamente la mia home facebook,chiede la cacciata di tutti i musulmani dall’Europa,compresi i ” moderati ”. Ecco,questa gente, nella loro ingenua stupidità,fanno il gioco dell’Isis. Seminano odio,arringano le folle contro l’ultimo arrivato,regalando cosi sempre più adepti alla macchina bellica dello Stato Islamico. Quindi non sorprendetevi se un giorno,ciò che è successo a Parigi e Bruxelles,si ripeterà in qualche piazza italiana.

Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

Last week I entered the Acquario Romano, a historic gorgeous building in the surroundings of the main train station in Rome, eager to breath some fresh air in the lately very depressing hallways of politics. Yannis Varoufakis was there to launch his newborn movement, DiEM25: an ambitious name that stands for “Democracy in Europe Movement” […]

Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

Last week I entered the Acquario Romano, a historic gorgeous building in the surroundings of the main train station in Rome, eager to breath some fresh air in the lately very depressing hallways of politics. Yannis Varoufakis was there to launch his newborn movement, DiEM25: an ambitious name that stands for “Democracy in Europe Movement” […]

Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

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Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

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“Shah-in-Shah” di Ryszard Kapuscinski

Note, appunti, fotografie, audiocassette, costituiscono l’enorme mole di materiale utilizzato dal giornalista Ryszard Kapuscinski per il suo reportage sugli ultimi anni della dittatura dei Pahlavi in Iran e la transizione verso la Repubblica Islamica di Khomeini. Il famoso reporter polacco ci restituisce il quadro di un paese dominato dalla famiglia dello scià, dove solo in […]

L’articolo “Shah-in-Shah” di Ryszard Kapuscinski sembra essere il primo su Arabpress.

Combattere l’estremismo prima del terrorismo

Di Abdulrahman al-Rashed. Asharq Al-Awsat (29/03/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. È ingenuo accusare giornalisti e commentatori di diffondere storie locali sull’estremismo islamista oltre i confini e di aizzare contro la propria religione, la propria gente o il proprio Paese. La verità è chiara per tutti: i terroristi compiono ciò che gli estremisti pensano. Alla […]

L’articolo Combattere l’estremismo prima del terrorismo sembra essere il primo su Arabpress.

Amin Maalouf e Nathalie Handal al Festival Incroci di civiltà di Venezia

Il famoso scrittore franco-libanese Amin Maalouf inaugurerà il Festival veneziano di letteratura internazionale Incroci di civiltà questo pomeriggio, alle 17.30, al Teatro Goldoni. L’autore di Le crociate viste dagli arabi, che è spesso ospite del nostro Paese (vd. il mio post sul suo ultimo incontro romano), converserà con: Marie Christine Jamet, Università Ca’ Foscari Venezia … Continua a leggere Amin Maalouf e Nathalie Handal al Festival Incroci di civiltà di Venezia

Amin Maalouf e Nathalie Handal al Festival Incroci di civiltà di Venezia

Il famoso scrittore franco-libanese Amin Maalouf inaugurerà il Festival veneziano di letteratura internazionale Incroci di civiltà questo pomeriggio, alle 17.30, al Teatro Goldoni. L’autore di Le crociate viste dagli arabi, che è spesso ospite del nostro Paese (vd. il mio post sul suo ultimo incontro romano), converserà con: Marie Christine Jamet, Università Ca’ Foscari Venezia … Continua a leggere Amin Maalouf e Nathalie Handal al Festival Incroci di civiltà di Venezia

Il Gandhi della frontiera

Musulmano, pashtun, non violento e pacifista. Profilo del leader delle 100mila “camice rosse” disarmate che volevano l’indipendenza del Raj britannico e la redistribuzione delle terre. Senza sparare un colpo e senza dividere l’India. Un simbolo allora nel mirino della polizia coloniale e adesso dei talebani
Negli anni Quaranta non a tutti era piaciuta la decisione dell’Indian National Congressdi accettare il piano di Londra che divideva in due il Raj britannico. Un colosso che, nel 1947, si sarebbe risvegliato da un parto gemellare che faceva della Perla d’oriente della corona i due stati liberi di India e Pakistan. A Ovest del Raj, un signore alto e risoluto che era stato come Gandhi e forse più di Gandhi, contrario alla Partition, la commentò così rivolgendosi all’Inc che non lo aveva nemmeno consultato: «Ci avete gettato in pasto ai lupi». Chi erano i lupi? Tanti e di diversa forma. Ieri come oggi.
Abdul Ghaffar Khan era un leader politico della Provincia più occidentale dell’Impero, al confine con l’Afghanistan. Era un musulmano convinto e convinto che l’islam fosse una religione di pace. Ed era un pukthun, membro di una comunità di milioni di uomini, dediti all’agricoltura e alla pastorizia, che il righello coloniale di Sir Mortimer Durand, delegato dal viceré del Raj, aveva diviso in due nel 1893: i pathanin quello che sarebbe poi diventato nel 1947 il Pakistan e i pashtun, come vengono chiamati in Afghanistan.
Pukhtun, pathan, pashtun
La storia delle due comunità, legate da vincoli di parentela o da antichi codici etici e di convivenza, era stata dunque definitivamente separata alla fine dell’Ottocento anche se ha conservato un’unità di fondo che dura ancora oggi. E che spiega in parte perché la “guerra afgana” si combatta in realtà soprattutto a cavallo della Durand Line e nelle zone limitrofe. C’è molto dunque che lega il passato al presente. E c’è un episodio recente che richiama quella storia lontana e Abdul Ghaffar Khan, uno dei suoi principali protagonisti.
Il 20 gennaio di quest’anno, un gruppo di guerriglieri talebani (talebani pachistani da non confondere coi gemelli oltre frontiera) fa irruzione nell’università Bacha Khan di Charsadda nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Fa strage di studenti e insegnanti mentre corpo docente e allievi stanno proprio commemorando la morte di Bacha Khan che altri non è se non Abdul Ghaffar, nato nel 1890 e deceduto il 20 gennaio del 1988 in piena guerra afgana (quella contro l’Urss). Il suo profilo è tale che – dicono le cronache – quel giorno le armi tacciono. Sia nelle file mujahedin, sia tra i soldati dell’Armata rossa. Ma il giorno della strage di Charsadda sono pochi a mettere in relazione l’assalto con la cerimonia. Eppure la scelta appare evidente. Perché? Chi era Bacha Khan o Badshah Khan, detto anche il Gandhi della Frontiera?
Non violento e pacifista
Bacha Khan con Gandhi. Si alleò col Congresso
ma fu contrarissimo allla divisione del Raj
. Sopra a sn la “Durand Line” disegnata dai britannici
La scrittrice Pakistan Kamila Shamsie ha ricordato sul Guardianche «…la sua filosofia della non-violenza ha una forte radice nel pashtunwali– il codice etico dei pashtun – e nell’Islam» e che il successo della diffusione della sua filosofia contraddice la vulgata per cui pashtun e musulmani sono violenti e amano le armi. Kamila stabilisce un nesso evidente tra l’attacco di musulmani violenti a una scuola intitolata a uno dei primi assertori della non violenza come arma politica. Una missione e un messaggio che, dagli anni Trenta, contagerà l’intera provincia patana e metterà in seria difficoltà gli inglesi. Spiega Thomas Michel, islamologo gesuita che lo ha ricordato sulla rivista Mosaico di pace: «Nel 1929 fondò un movimento nonviolento denominato Khudai Khidmatgar, “i servi di Dio”. Il movimento, che raggiunse i 100mila adepti (tra loro anche donne ndr), era dedito alla riforma sociale e a porre fine al regime britannico con mezzi nonviolenti…fu per molti anni un fedele compagno di lotta di Gandhi… e ancora oggi viene ricordato come il “Gandhi della frontiera”. Le sue esortazioni alla trasformazione sociale, a una distribuzione equa delle terre e all’armonia religiosa erano considerate una minaccia dal Raj britannico oltre che da alcuni politici, leader religiosi e proprietari terrieri locali, e Abdul Ghaffar riuscì a sopravvivere a due tentativi di omicidio e a più di 30 anni di prigionia». Per lo storico Marshall Hodgson «…l’espressione pratica più piena del gandhismo in tutta l’India ebbe luogo tra le tribù afghane lungo la frontiera nord-occidentale… gli appartenenti a queste tribù, noti per le loro faide e le loro razzie, furono conquistati alla causa di un programma attivo e quasi universale di autoriforma sociale. Le faide familiari furono eliminate, e fu imposta la disciplina in nome del Servizio di Dio». Aggiunge Amitabh Pal del magazine Progressive: «I britannici trattarono Ghaffar Khan e il suo movimento con una barbarie che non infliggevano ad altri aderenti della nonviolenza in India».
La nascita del movimento avviene in un momento particolare della storia del Raj. Gli indiani, hindu e musulmani, vogliono togliersi di dosso un giogo coloniale che dura da secoli. La corona fa alcune concessioni ma i pathan erano stati esclusi, dal responsabile regionale britannico Roos-Keppel. A suo dire, riporta sir Olaf Caroe in “The Pathans”, questa gente «…non era pronta per quel che a livello popolare era chiamato governo responsabile»e che avrebbe dovuto dare (in parte) l’India agli indiani con la riforma Montagu–Chelmsford del 1918 che, l’anno dopo, doveva trasformarsi nel Government of India Act, la legge sull’autogoverno. Di fatto i pathan si trovavano rappresentati a Delhi da due delegati non eletti ma “nominati”. E di fatto la provincia della Frontiera del NordOvest, come è stata chiamata sino a tempi recenti, doveva servire da bastione di difesa dei confini del Raj e dunque le riforme potevano aspettare. Non di meno le cose andavano avanti anche in quell’area remota così che si formò un’organizzazione politica in cui emersero due personaggi noti come i “fratelli Khan”: Khan Sahib, un medico che aveva sposato un’inglese e lavorava per l’Indian Medical Service e suo fratello minore, Abdul Ghaffar Khan. Se il primo era un modernista che non disdegnava di lavorare per il governo coloniale, il secondo capiva l’inglese ma non lo parlava così come preferiva gli abiti tradizionali a quelli d’importazione. Un vero pathan dall’eloquio affascinante che finì per conquistare – si direbbe oggi – il cuore e le menti di quelle genti.
Una terra per tutti: il Pashtunistan
Le terre patane   o pashtun tra Afghanistan
e Pakistan. Un fantasma ancora presente
Bacha Khan, che in gioventù aveva aderito al movimento “Khilafat” (in difesa del califfo turco), diventa rapidamente uno dei consiglieri di Gandhi e, come lui, un fiero oppositore della divisione dell’India su basi confessionali (dopo la nascita del Pakistan si avvicinerà anche al Partito socialista e ai partiti non confessionali Azad e Awami). Ma quando diventa chiaro che la Partitionè inevitabile, Bacha Khan lavora all’idea che le terre dei pashtun-pathan siano riunite in un Pashtunistan o Pathanistan indipendente. Le sue amicizie nazionaliste e in seguito l’idea del Pashtunistan, ma soprattutto la lotta anti britannica e le idee sulla riforma agraria, lo rendono inviso ai funzionari britannici e ai possidenti terrieri. E quando crea i Khudai Khidmatgar– detti anche surkh poshano camice rosse – è la goccia che fa traboccare il vaso. Meno noto del Mahatma, il Gandhi della Frontiera non è da meno e i britannici lo sanno e lo temono: entra ed esce di prigione, viene mandato in esilio, il suo movimento viene preso di mira dalla polizia coloniale e dagli stessi musulmani indiani favorevoli alla nascita del Pakistan (che dopo il ’47 metterà fuori legge le camice rosse). La repressione è violenta: nel 1930, dopo che Bacha Khan viene arrestato, un’enorme folla di sostenitori si raduna al Kissa Kwhani Bazar. La polizia coloniale fa fuoco e i morti sono centinaia. La mattanza si arresta solo dopo che alcuni fucilieri indiani si rifiutano di sparare.
Dentro e fuori dal suo Paese (è a Jalalabd in Afghanistan che si svolgeranno i suoi funerali cui partecipano 200mila persone e lo stesso capo di Stato afgano Najibullah), perseguitato e offeso spesso dai suoi correligionari, Bacha Khan è esattamente la negazione dello stereotipo violento appiccicato ai pashtun (da cui provengono i talebani), ai musulmani e al Corano stesso. Bacha Khan lo citavaper corroborare le sue tesi e, sure alla mano, lo interpretava in modo diverso da come oggi fanno altri: «Musulmano e’ colui che non ferisce mai nessuno né con parole né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità delle creature di Dio. La fede in Dio è amore del proprio compagno». Anche gli attentatori di Charsadda non lo hanno dimenticato.

Per saperne di più:
Leggere: Eknath Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano, trad. Lorenzo Armando, Sonda, Torino 1990 pp. 250
Vedere: Teri C. McLuhan, Frontier Gandhi Badshah Khan a torch for peace (Canada) 2009
Questo articolo è uscito sul quotidiano  il manifesto

Il Gandhi della frontiera

Musulmano, pashtun, non violento e pacifista. Profilo del leader delle 100mila “camice rosse” disarmate che volevano l’indipendenza del Raj britannico e la redistribuzione delle terre. Senza sparare un colpo e senza dividere l’India. Un simbolo allora nel mirino della polizia coloniale e adesso dei talebani
Negli anni Quaranta non a tutti era piaciuta la decisione dell’Indian National Congressdi accettare il piano di Londra che divideva in due il Raj britannico. Un colosso che, nel 1947, si sarebbe risvegliato da un parto gemellare che faceva della Perla d’oriente della corona i due stati liberi di India e Pakistan. A Ovest del Raj, un signore alto e risoluto che era stato come Gandhi e forse più di Gandhi, contrario alla Partition, la commentò così rivolgendosi all’Inc che non lo aveva nemmeno consultato: «Ci avete gettato in pasto ai lupi». Chi erano i lupi? Tanti e di diversa forma. Ieri come oggi.
Abdul Ghaffar Khan era un leader politico della Provincia più occidentale dell’Impero, al confine con l’Afghanistan. Era un musulmano convinto e convinto che l’islam fosse una religione di pace. Ed era un pukthun, membro di una comunità di milioni di uomini, dediti all’agricoltura e alla pastorizia, che il righello coloniale di Sir Mortimer Durand, delegato dal viceré del Raj, aveva diviso in due nel 1893: i pathanin quello che sarebbe poi diventato nel 1947 il Pakistan e i pashtun, come vengono chiamati in Afghanistan.
Pukhtun, pathan, pashtun
La storia delle due comunità, legate da vincoli di parentela o da antichi codici etici e di convivenza, era stata dunque definitivamente separata alla fine dell’Ottocento anche se ha conservato un’unità di fondo che dura ancora oggi. E che spiega in parte perché la “guerra afgana” si combatta in realtà soprattutto a cavallo della Durand Line e nelle zone limitrofe. C’è molto dunque che lega il passato al presente. E c’è un episodio recente che richiama quella storia lontana e Abdul Ghaffar Khan, uno dei suoi principali protagonisti.
Il 20 gennaio di quest’anno, un gruppo di guerriglieri talebani (talebani pachistani da non confondere coi gemelli oltre frontiera) fa irruzione nell’università Bacha Khan di Charsadda nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Fa strage di studenti e insegnanti mentre corpo docente e allievi stanno proprio commemorando la morte di Bacha Khan che altri non è se non Abdul Ghaffar, nato nel 1890 e deceduto il 20 gennaio del 1988 in piena guerra afgana (quella contro l’Urss). Il suo profilo è tale che – dicono le cronache – quel giorno le armi tacciono. Sia nelle file mujahedin, sia tra i soldati dell’Armata rossa. Ma il giorno della strage di Charsadda sono pochi a mettere in relazione l’assalto con la cerimonia. Eppure la scelta appare evidente. Perché? Chi era Bacha Khan o Badshah Khan, detto anche il Gandhi della Frontiera?
Non violento e pacifista
Bacha Khan con Gandhi. Si alleò col Congresso
ma fu contrarissimo allla divisione del Raj
. Sopra a sn la “Durand Line” disegnata dai britannici
La scrittrice Pakistan Kamila Shamsie ha ricordato sul Guardianche «…la sua filosofia della non-violenza ha una forte radice nel pashtunwali– il codice etico dei pashtun – e nell’Islam» e che il successo della diffusione della sua filosofia contraddice la vulgata per cui pashtun e musulmani sono violenti e amano le armi. Kamila stabilisce un nesso evidente tra l’attacco di musulmani violenti a una scuola intitolata a uno dei primi assertori della non violenza come arma politica. Una missione e un messaggio che, dagli anni Trenta, contagerà l’intera provincia patana e metterà in seria difficoltà gli inglesi. Spiega Thomas Michel, islamologo gesuita che lo ha ricordato sulla rivista Mosaico di pace: «Nel 1929 fondò un movimento nonviolento denominato Khudai Khidmatgar, “i servi di Dio”. Il movimento, che raggiunse i 100mila adepti (tra loro anche donne ndr), era dedito alla riforma sociale e a porre fine al regime britannico con mezzi nonviolenti…fu per molti anni un fedele compagno di lotta di Gandhi… e ancora oggi viene ricordato come il “Gandhi della frontiera”. Le sue esortazioni alla trasformazione sociale, a una distribuzione equa delle terre e all’armonia religiosa erano considerate una minaccia dal Raj britannico oltre che da alcuni politici, leader religiosi e proprietari terrieri locali, e Abdul Ghaffar riuscì a sopravvivere a due tentativi di omicidio e a più di 30 anni di prigionia». Per lo storico Marshall Hodgson «…l’espressione pratica più piena del gandhismo in tutta l’India ebbe luogo tra le tribù afghane lungo la frontiera nord-occidentale… gli appartenenti a queste tribù, noti per le loro faide e le loro razzie, furono conquistati alla causa di un programma attivo e quasi universale di autoriforma sociale. Le faide familiari furono eliminate, e fu imposta la disciplina in nome del Servizio di Dio». Aggiunge Amitabh Pal del magazine Progressive: «I britannici trattarono Ghaffar Khan e il suo movimento con una barbarie che non infliggevano ad altri aderenti della nonviolenza in India».
La nascita del movimento avviene in un momento particolare della storia del Raj. Gli indiani, hindu e musulmani, vogliono togliersi di dosso un giogo coloniale che dura da secoli. La corona fa alcune concessioni ma i pathan erano stati esclusi, dal responsabile regionale britannico Roos-Keppel. A suo dire, riporta sir Olaf Caroe in “The Pathans”, questa gente «…non era pronta per quel che a livello popolare era chiamato governo responsabile»e che avrebbe dovuto dare (in parte) l’India agli indiani con la riforma Montagu–Chelmsford del 1918 che, l’anno dopo, doveva trasformarsi nel Government of India Act, la legge sull’autogoverno. Di fatto i pathan si trovavano rappresentati a Delhi da due delegati non eletti ma “nominati”. E di fatto la provincia della Frontiera del NordOvest, come è stata chiamata sino a tempi recenti, doveva servire da bastione di difesa dei confini del Raj e dunque le riforme potevano aspettare. Non di meno le cose andavano avanti anche in quell’area remota così che si formò un’organizzazione politica in cui emersero due personaggi noti come i “fratelli Khan”: Khan Sahib, un medico che aveva sposato un’inglese e lavorava per l’Indian Medical Service e suo fratello minore, Abdul Ghaffar Khan. Se il primo era un modernista che non disdegnava di lavorare per il governo coloniale, il secondo capiva l’inglese ma non lo parlava così come preferiva gli abiti tradizionali a quelli d’importazione. Un vero pathan dall’eloquio affascinante che finì per conquistare – si direbbe oggi – il cuore e le menti di quelle genti.
Una terra per tutti: il Pashtunistan
Le terre patane   o pashtun tra Afghanistan
e Pakistan. Un fantasma ancora presente
Bacha Khan, che in gioventù aveva aderito al movimento “Khilafat” (in difesa del califfo turco), diventa rapidamente uno dei consiglieri di Gandhi e, come lui, un fiero oppositore della divisione dell’India su basi confessionali (dopo la nascita del Pakistan si avvicinerà anche al Partito socialista e ai partiti non confessionali Azad e Awami). Ma quando diventa chiaro che la Partitionè inevitabile, Bacha Khan lavora all’idea che le terre dei pashtun-pathan siano riunite in un Pashtunistan o Pathanistan indipendente. Le sue amicizie nazionaliste e in seguito l’idea del Pashtunistan, ma soprattutto la lotta anti britannica e le idee sulla riforma agraria, lo rendono inviso ai funzionari britannici e ai possidenti terrieri. E quando crea i Khudai Khidmatgar– detti anche surkh poshano camice rosse – è la goccia che fa traboccare il vaso. Meno noto del Mahatma, il Gandhi della Frontiera non è da meno e i britannici lo sanno e lo temono: entra ed esce di prigione, viene mandato in esilio, il suo movimento viene preso di mira dalla polizia coloniale e dagli stessi musulmani indiani favorevoli alla nascita del Pakistan (che dopo il ’47 metterà fuori legge le camice rosse). La repressione è violenta: nel 1930, dopo che Bacha Khan viene arrestato, un’enorme folla di sostenitori si raduna al Kissa Kwhani Bazar. La polizia coloniale fa fuoco e i morti sono centinaia. La mattanza si arresta solo dopo che alcuni fucilieri indiani si rifiutano di sparare.
Dentro e fuori dal suo Paese (è a Jalalabd in Afghanistan che si svolgeranno i suoi funerali cui partecipano 200mila persone e lo stesso capo di Stato afgano Najibullah), perseguitato e offeso spesso dai suoi correligionari, Bacha Khan è esattamente la negazione dello stereotipo violento appiccicato ai pashtun (da cui provengono i talebani), ai musulmani e al Corano stesso. Bacha Khan lo citavaper corroborare le sue tesi e, sure alla mano, lo interpretava in modo diverso da come oggi fanno altri: «Musulmano e’ colui che non ferisce mai nessuno né con parole né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità delle creature di Dio. La fede in Dio è amore del proprio compagno». Anche gli attentatori di Charsadda non lo hanno dimenticato.

Per saperne di più:
Leggere: Eknath Easwaran, Badshah Khan, il Gandhi musulmano, trad. Lorenzo Armando, Sonda, Torino 1990 pp. 250
Vedere: Teri C. McLuhan, Frontier Gandhi Badshah Khan a torch for peace (Canada) 2009
Questo articolo è uscito sul quotidiano  il manifesto