Giorno: 25 marzo 2016

Il fascismo genera fascismo

Non saprò mai cosa provava un ebreo nell’Italia fascista. Di certo le sue paure non saranno diverse dalle mie quando nascondo la mia appartenenza etnica agli occhi di un europeo,o peggio ancora,di un italiano. Tutto comincia quando mi viene fatta la fatidica domanda : Dove sono nati i tuoi genitori ? E se un tempo andavo fiero delle mie radici magrebine,adesso che sono circondato da menti e coscienze disinformate,cerco di nascondere qualsiasi traccia di questa eredità culturale dei miei antenati. Ma i miei occhi,i miei tratti somatici,e sopratutto questa mia predisposizione alla spiritualità ereditata molto probabilmente da qualche antenato nordafricano,gettano continuamente sospetti su di me. A poche giorni dall’arresto del terrorista Salah a Malenbeck e dagli attentati dei fratelli Bakraoui all’aeroporto di Bruxelles (ultimamente i carnefici sono sempre fratelli ; i fratelli Camaev a Boston e i fratelli Kouachi a Parigi ) i riflettori si riaccendono su questi figli senza identità. Su queste facce arabe e africane munite di passaporto europeo. Personalmente non mi ha mai sorpreso la radicalizzazione di questa gioventù ” ne carne e ne pesce ”, perché in questa Europa intimorita,disinformata,incattivita e fascistizzata,non c’è mai stato spazio per chi condivide il patrimonio genetico dei nemici dell’Europa bianca e cristiana (o laica).
Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

Il fascismo genera fascismo

Non saprò mai cosa provava un ebreo nell’Italia fascista. Di certo le sue paure non saranno diverse dalle mie quando nascondo la mia appartenenza etnica agli occhi di un europeo,o peggio ancora,di un italiano. Tutto comincia quando mi viene fatta la fatidica domanda : Dove sono nati i tuoi genitori ? E se un tempo andavo fiero delle mie radici magrebine,adesso che sono circondato da menti e coscienze disinformate,cerco di nascondere qualsiasi traccia di questa eredità culturale dei miei antenati. Ma i miei occhi,i miei tratti somatici,e sopratutto questa mia predisposizione alla spiritualità ereditata molto probabilmente da qualche antenato nordafricano,gettano continuamente sospetti su di me. A poche giorni dall’arresto del terrorista Salah a Malenbeck e dagli attentati dei fratelli Bakraoui all’aeroporto di Bruxelles (ultimamente i carnefici sono sempre fratelli ; i fratelli Camaev a Boston e i fratelli Kouachi a Parigi ) i riflettori si riaccendono su questi figli senza identità. Su queste facce arabe e africane munite di passaporto europeo. Personalmente non mi ha mai sorpreso la radicalizzazione di questa gioventù ” ne carne e ne pesce ”, perché in questa Europa intimorita,disinformata,incattivita e fascistizzata,non c’è mai stato spazio per chi condivide il patrimonio genetico dei nemici dell’Europa bianca e cristiana (o laica).
Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

Il fascismo genera fascismo

Non saprò mai cosa provava un ebreo nell’Italia fascista. Di certo le sue paure non saranno diverse dalle mie quando nascondo la mia appartenenza etnica agli occhi di un europeo,o peggio ancora,di un italiano. Tutto comincia quando mi viene fatta la fatidica domanda : Dove sono nati i tuoi genitori ? E se un tempo andavo fiero delle mie radici magrebine,adesso che sono circondato da menti e coscienze disinformate,cerco di nascondere qualsiasi traccia di questa eredità culturale dei miei antenati. Ma i miei occhi,i miei tratti somatici,e sopratutto questa mia predisposizione alla spiritualità ereditata molto probabilmente da qualche antenato nordafricano,gettano continuamente sospetti su di me. A poche giorni dall’arresto del terrorista Salah a Malenbeck e dagli attentati dei fratelli Bakraoui all’aeroporto di Bruxelles (ultimamente i carnefici sono sempre fratelli ; i fratelli Camaev a Boston e i fratelli Kouachi a Parigi ) i riflettori si riaccendono su questi figli senza identità. Su queste facce arabe e africane munite di passaporto europeo. Personalmente non mi ha mai sorpreso la radicalizzazione di questa gioventù ” ne carne e ne pesce ”, perché in questa Europa intimorita,disinformata,incattivita e fascistizzata,non c’è mai stato spazio per chi condivide il patrimonio genetico dei nemici dell’Europa bianca e cristiana (o laica).
Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

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Non saprò mai cosa provava un ebreo nell’Italia fascista. Di certo le sue paure non saranno diverse dalle mie quando nascondo la mia appartenenza etnica agli occhi di un europeo,o peggio ancora,di un italiano. Tutto comincia quando mi viene fatta la fatidica domanda : Dove sono nati i tuoi genitori ? E se un tempo andavo fiero delle mie radici magrebine,adesso che sono circondato da menti e coscienze disinformate,cerco di nascondere qualsiasi traccia di questa eredità culturale dei miei antenati. Ma i miei occhi,i miei tratti somatici,e sopratutto questa mia predisposizione alla spiritualità ereditata molto probabilmente da qualche antenato nordafricano,gettano continuamente sospetti su di me. A poche giorni dall’arresto del terrorista Salah a Malenbeck e dagli attentati dei fratelli Bakraoui all’aeroporto di Bruxelles (ultimamente i carnefici sono sempre fratelli ; i fratelli Camaev a Boston e i fratelli Kouachi a Parigi ) i riflettori si riaccendono su questi figli senza identità. Su queste facce arabe e africane munite di passaporto europeo. Personalmente non mi ha mai sorpreso la radicalizzazione di questa gioventù ” ne carne e ne pesce ”, perché in questa Europa intimorita,disinformata,incattivita e fascistizzata,non c’è mai stato spazio per chi condivide il patrimonio genetico dei nemici dell’Europa bianca e cristiana (o laica).
Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

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Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

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Noi Euro – africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l’indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.

La fine del Tibet nel 1959 (wikiradio)

Bandiera tibetana utilizzata dall’esilio

Nel marzo del 2008 è tutto pronto. A Lhasa, capitale del Tibet, nei piccoli
villaggi sparsi sul Tetto del Mondo, in Nepal dove vivono migliaia di esuli tibetani e a Dharamsala, la città dell’India settentrionale dove, dal 1959, vive il Dalai Lama e ha sede il governo tibetano in esilio. Nel marzo del 2008, tutto è pronto proprio per ricordare quel 1959 che ha segnato la fine dell’indipendenza tibetana. Tutto è pronto per ricordare il dramma di chi si è opposto all’occupazione militare della Cina che ha occupato la regione nel 1950 e che, nel giro di due settimane, chiuderà definitivamente il caso Tibet, sciogliendone il governo e assumendo il totale controllo di quella che ormai si appresta a diventare Cina a tutti gli effetti. Il suo territorio viene frazionato dai cinesi tra le province del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan mentre ciò che resta diventa nel 1964 la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a statuto speciale. Nel 2008 però c’è ancora chi non vuole dimenticare: chi è pronto persino a una marcia su Lhasa. E’ un gruppo di monaci che parte da Dharamsala e che conta di arrivare nella capitale tibetana nel momento in cui a Pechino cominceranno le Olimpiadi. L’occasione è ghiotta. Gli occhi del mondo sono puntati su Pechino. E’ il momento di ricordare cosa è successo nel marzo del 1959, in quelle due settimane maledette tra il 17 e il 28, quando la Cina si è mangiata il Tibet e il Dalai Lama è dovuto fuggire in India.

E’ una storia che finisce male. Che sembra ripercorrere, nel sangue e nel dolore, quel marzo del 1959.

Quella dell’indipendenza del Tibet e dei desideri che si affacciano su questa preziosa torta geopolitica ricoperta di neve viene da lontano. E’ anche la storia di una teocrazia conservatrice e socialmente arretrata ma dove i fermenti della modernità hanno fatto, anche li, la loro piccola strada. Una strada che spesso viene limitata dagli appetiti di chi ha messo gli occhi addosso alla regione: russi, cinesi e britannici. I primi due sono i colossi dell’Asia: il terzo lo è diventato costruendo il suo impero nel subcontinente indiano. Dawa Norbu, un tibetano specialista di Storia asiatica che vive a Parigi, la racconta così, sostenendo che proprio questa lotta per garantirsi un controllo o evitare che altri ne avessero, finì a favorire un isolamento che, anziché essere splendido, condannava il Tibet a restare ai confini del mondo e del suo sviluppo

Nel 1950 – scrive Dawa Norbu – il Tibet era una teocrazia isolata, forse unica nel suo genere nel mondo moderno. Era però condannata, dagli interessi in conflitto di Russia, Gran Bretagna e Cina a un isolamento ancora più forte che rinforzava quello naturale di un Paese di montagne. Sia il trattato anglo tibetano del 1904 sia quello anglo russo del 1907 erano infatti tesi a creare un’ area libera delle influenze reciproche. Cosa che in questo modo negava al Tibet qualsiasi possibilità di cambiamento sociale. E se però in qualche modo i britannici favorivano la sua indipendenza e autonomia, i cinesi erano invece feroci oppositori di ogni influenza esterna. Temevano che, occupati com’erano con la rivoluzione, Londra avrebbe finito per fare del Tibet una colonia. Sebbene gli inglesi non avessero intenzione di sfruttare economicamente il Tibet non si opponevano alla sua modernizzazione, ovviamente finché si fosse svolta sotto l’occhio vigile di Londra. Il 13mo Dalai Lama, dopo una serie di viaggi in Mongolia e in India, prestava attenzione a queste aperture guardate invece con sospetto dalla comunità conservatrice monastica, cosa che – dice sempre Dawa Norbu – fu favorita dai cinesi che erano considerati i tradizionali custodi del buddismo tibetano nei confronti di possibili ingerenze esterne come quelle dei cristiani.

Dunque in quella società, per certi versi conservatrice e feudale, si muovono forze progressiste che ne sottolineano la vitalità. E dunque per i cinesi il controllo del Tibet resta un punto chiave, si tratti anche di appoggiare i segmenti sociali più conservatori del Paese. Per i cinesi il controllo del Tetto del mondo è di vitale importanza ma la vera occasione arriva solo negli anni Cinquanta, quando l’epoca classica del colonialismo sta ormai arrivando alla sua nemesi storica. Per i cinesi, fin dalla nascita della Repubblica popolare nel ’49 e ancor prima di quell’evento, la riunificazione col Tibet è un elemento primario. Bisogna riaccorpare i territori “separati dalla madre patria”. Il 7 ottobre 1950, quarantamila soldati dell’Esercito popolare di liberazione attraversano il corso superiore dello Yangtze e dilagano nel Tibet orientale. Avanzano incontrando poca resistenza. Una settimana dopo, l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso che allora è solo poco più che quindicenne, viene dichiarato maggiorenne e diventa sovrano del Tibet a tutti gli effetti. Ma ormai è un sovrano senza Stato.

I cinesi però vogliono le cose a posto nonostante l’invasione non abbia sollevato grandi problemi nella comunità internazionale. Pensano a un accordo, l’Accordo fra il governo centrale del popolo e il governo locale del Tibet sulle misure per la liberazione pacifica del Tibet, chiamato in forma breve anche l’Accordo dei Diciassette punti. E’ un documento che viene firmato dai delegati del 14 ° Dalai Lama nel 1951. I cinesi lo considerano un contratto legale, reciprocamente accolto da entrambi i governi, ma i tibetani lo rifiutano come un atto illegale perché firmato sotto costrizione. Il Dalai Lama lo ha rinnegato in più occasioni. Ma come è andata? La Cina ha in sostanza chiesto al Tibet di inviare rappresentanti a Pechino per negoziare un accordo. Il Dalai Lama accetta ma ai delegati non è concesso suggerire modifiche. Inoltre non gli è permesso comunicare con il governo di Lhasa. La delegazione tibetana, pur non essendo stata autorizzata a firmare, alla fine – sotto la forte pressione dei cinesi – sigla l’accordo. E’ il via libera legale all’assimilazione del Tibet. Le cose però non vanno lisce anche se devono passano otto anni.

La rivolta scatta il 10 marzo del 1959 in seguito a un evento apparentemente ordinario. I cinesi

hanno invitato Tenzin Gyatso a uno spettacolo teatrale nel quartiere generale dell’esercito che si trova alle porte della capitale. Il Dalai Lama accetta ma le autorità militari lo invitano a venire rinunciando alla scorta che di solito lo accompagna. In città si diffonde l’idea, largamente condivisa dalla leadership tibetana, che in realtà l’invito nasconda l’opportunità di un sequestro e la reazione non si fa attendere. La gente della capitale scende in strada come a voler sigillare il percorso che porta dal palazzo del Dalai Lama alla caserma. E’ però una miccia che innesca l’esplosione di una rivolta latente.

Tom Grunfeld, uno storico americano, sostiene che la rivolta di Lhasa non fu semplicemente una ribellione anti cinese. Fu anche, scrive in The Making of Modern Tibet, una rivolta contro il comunismo e il feudalesimo: una doppia rivoluzione, diretta anche contro i privilegi della tirannia religiosa locale cosi come contro la tirannia imperialistica del comunismo cinese. Una rivolta che combinava assieme la rivoluzione ungherese con quella francese. Quel che è certo è che in quelle tragiche settimane che vanno dal 10 al 28 marzo, si consuma il dramma tibetano. Quel giorno, il 28, tre tramonti dopo la riconquista di Lhasa il 25 marzo, un atto formale del Consiglio di Stato firmato da Zhou Enlai abolisce di fatto il sistema teocratico e feudale del Tibet. E dissolve – cancella – il governo tibetano.

Il 12 marzo la città è piena di barricate e di manifestanti che chiedono l’indipendenza. Si mescolano sentimenti diversi che forse possono essere riassunti nelle preoccupazioni che alcuni profughi tibetani confidano anni dopo a Grunfeld:
c’è il timore di non poter più praticare il buddismo; poi i racconti sulle atrocità commesse dagli Han, l’etnia principe dei cinesi; i rumor sul fatto che i matrimoni fra tibetani sono vietati ed è obbligatorio sposare un Han; c’è la fuga del Dalai Lama e l’insicurezza di un futuro incerto
E’ il 1975 quando Grunfeld fa la sua ricerca. Sono passati più di 15 anni dalla rivolta ma nella testa dei tibetani nulla è cambiato

Torniamo a Lasa attanagliata nella morsa della protesta e della repressione. I cinesi hanno dislocato l’artiglieria e il 17 marzo il primo proiettile arriva vicino al palazzo del Dalai Lama. E’ il segnale definitivo che Tenzin Gyatso deve prendere la strada dell’esilio. Ha appena 21 anni e regna da nemmeno due lustri. Il suo tempo è finito e, presto, anche quello della rivolta di Lhasa.

La rivolta si conclude con una strage. Il numero dei morti è incerto e non provato da documenti storici anche se i tibetani stimano il bilancio a 87mila morti. I cinesi invece hanno lasciato sul campo 2mila soldati. L’asimmetria è evidente: da una parte le armi sono piccole e poche in una rivolta semi spontanea. Dall’altra, la Cina ha i cannoni, l’aviazione, un esercito disciplinato e organizzato. I danni ai monasteri e le testimonianze raccontano il resto: raccontano di una battaglia furiosa e di esecuzioni sommarie. Di una repressione che non lascia quartiere. Tenzin Gyatso intanto è fuggito, di notte, accompagnato dalla sua scorta. Obiettivo: raggiungere l’India. Passa diverse notti in un ricovero per monaci mentre esercito e aviazione setacciano i villaggi alla sua ricerca: mentre si conclude nel sangue la rivolta di Lhasa, i generali cinesi infuriati cercano di mettere il cappio attorno al leader politico e spirituale dei tibetani. Non ci riescono

Il Dalai Lama raggiunge Towang, oltre la frontiera. Il suo viaggio verso l’esilio è durato due settimane. La sua fuga, scrive Jennifer Latson per Time magazine, è stata protetta da una coltre di nubi basse evocate dalle preghiere dei monaci che hanno impedito agli aerei di vedere i movimenti del drappello di fuggiaschi. E’ il 30 marzo 1959. Il palazzo di Norbulingka è lontano e il suo governo è stato spazzato via con la rivolta. Tenzin Gyatso sa che anche il governo tibetano, ristabilito formalmente a Lhudup Dzong in quei giorni, un governo che rigetta l’accordo dei 17 punti, non ha futuro. Il 25 marzo, le truppe di Pechino hanno ormai riconquistato la capitale. La rivolta è finita. Ora Zhou Enlai può firmare il decreto. Tre giorni dopo la riconquista della capitale il Tibet autonomo sparisce dalla storia. Al suo posto c’è una festa nazionale che ha il nome di una beffa: celebra il giorno dell’emancipazione.

Del Tibet ci si occupa ormai solo in rari casi. Spesso quando è utile citare il Dalai Lama per fare un dispetto alla Cina o quando la cronaca ci obbliga a riparlarne. E’ successo nel 2008. Succede quando un monaco o una monaca si danno fuoco, una pratica che il Dalai Lama ha fortemente condannato ma che è il segno inequivocabile di un malessere irrisolto. Il Dalai Lama ha rinunciato dal 1987 a rivendicare l’indipendenza del Tibet ma lo statuto di “regione autonoma” non è in realtà che un nome

improprio come una foglia di fico su un territorio dove bisogna essere cinesi prima che tibetani. La comunità internazionale se ne occupa poco e dunque salvaguardare la cultura e le tradizioni di questo paese – in una parola la sua identità – è difficile quando non impossibile. Eppure nel 1992 il Tribunale permanente per i diritti dei popoli con sede a Strasburgo, un’istituzione creata dal politico italiano Lelio Basso negli anni Settanta, studiò il caso Tibet e arrivò a queste conclusioni: il tribunale giudicò che sottomettere negli anni Cinquanta il Tibet al regime del diritto internazionale, considerando che il suo passato lo aveva visto ripetutamente avere un rapporto di vassallaggio con la Cina, ne snaturava l’identità statuale, quella di uno Stato a parte, fuori allora dalle regole di quel diritto internazionale sancito dalle Nazioni unite cui Lhasa non aveva aderito. Un Paese però, che se non rientrava nei canoni del diritto internazionale dell’epoca, aveva dimostrato più volte la sua volontà di partecipare, come soggetto attivo – dice il tribunale – a una vita internazionale effettiva. I magistrati dunque gli riconoscevano un’esistenza di entità statuale propria, con gli attributi dunque di una sovranità interna. Un punto di partenza che oggi, anche nell’ottica di un’appartenenza del Tibet alla Cina, potrebbe costituire la base di un negoziato serio attraverso il quale ricostruire una reale autonomia. Una scelta politica, sia da parte cinese, sia da parte tibetana. Che sembra però ancora lontana.

Ai microfoni di Radio3 il 25 marzo alle 14 per Wikiradio (Radio3) il ricordo quelle due settimane e la fine dell’indipendenza tibetana 

La fine del Tibet nel 1959 (wikiradio)

Bandiera tibetana utilizzata dall’esilio

Nel marzo del 2008 è tutto pronto. A Lhasa, capitale del Tibet, nei piccoli
villaggi sparsi sul Tetto del Mondo, in Nepal dove vivono migliaia di esuli tibetani e a Dharamsala, la città dell’India settentrionale dove, dal 1959, vive il Dalai Lama e ha sede il governo tibetano in esilio. Nel marzo del 2008, tutto è pronto proprio per ricordare quel 1959 che ha segnato la fine dell’indipendenza tibetana. Tutto è pronto per ricordare il dramma di chi si è opposto all’occupazione militare della Cina che ha occupato la regione nel 1950 e che, nel giro di due settimane, chiuderà definitivamente il caso Tibet, sciogliendone il governo e assumendo il totale controllo di quella che ormai si appresta a diventare Cina a tutti gli effetti. Il suo territorio viene frazionato dai cinesi tra le province del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan mentre ciò che resta diventa nel 1964 la Regione Autonoma del Tibet, una provincia della Cina a statuto speciale. Nel 2008 però c’è ancora chi non vuole dimenticare: chi è pronto persino a una marcia su Lhasa. E’ un gruppo di monaci che parte da Dharamsala e che conta di arrivare nella capitale tibetana nel momento in cui a Pechino cominceranno le Olimpiadi. L’occasione è ghiotta. Gli occhi del mondo sono puntati su Pechino. E’ il momento di ricordare cosa è successo nel marzo del 1959, in quelle due settimane maledette tra il 17 e il 28, quando la Cina si è mangiata il Tibet e il Dalai Lama è dovuto fuggire in India.

E’ una storia che finisce male. Che sembra ripercorrere, nel sangue e nel dolore, quel marzo del 1959.

Quella dell’indipendenza del Tibet e dei desideri che si affacciano su questa preziosa torta geopolitica ricoperta di neve viene da lontano. E’ anche la storia di una teocrazia conservatrice e socialmente arretrata ma dove i fermenti della modernità hanno fatto, anche li, la loro piccola strada. Una strada che spesso viene limitata dagli appetiti di chi ha messo gli occhi addosso alla regione: russi, cinesi e britannici. I primi due sono i colossi dell’Asia: il terzo lo è diventato costruendo il suo impero nel subcontinente indiano. Dawa Norbu, un tibetano specialista di Storia asiatica che vive a Parigi, la racconta così, sostenendo che proprio questa lotta per garantirsi un controllo o evitare che altri ne avessero, finì a favorire un isolamento che, anziché essere splendido, condannava il Tibet a restare ai confini del mondo e del suo sviluppo

Nel 1950 – scrive Dawa Norbu – il Tibet era una teocrazia isolata, forse unica nel suo genere nel mondo moderno. Era però condannata, dagli interessi in conflitto di Russia, Gran Bretagna e Cina a un isolamento ancora più forte che rinforzava quello naturale di un Paese di montagne. Sia il trattato anglo tibetano del 1904 sia quello anglo russo del 1907 erano infatti tesi a creare un’ area libera delle influenze reciproche. Cosa che in questo modo negava al Tibet qualsiasi possibilità di cambiamento sociale. E se però in qualche modo i britannici favorivano la sua indipendenza e autonomia, i cinesi erano invece feroci oppositori di ogni influenza esterna. Temevano che, occupati com’erano con la rivoluzione, Londra avrebbe finito per fare del Tibet una colonia. Sebbene gli inglesi non avessero intenzione di sfruttare economicamente il Tibet non si opponevano alla sua modernizzazione, ovviamente finché si fosse svolta sotto l’occhio vigile di Londra. Il 13mo Dalai Lama, dopo una serie di viaggi in Mongolia e in India, prestava attenzione a queste aperture guardate invece con sospetto dalla comunità conservatrice monastica, cosa che – dice sempre Dawa Norbu – fu favorita dai cinesi che erano considerati i tradizionali custodi del buddismo tibetano nei confronti di possibili ingerenze esterne come quelle dei cristiani.

Dunque in quella società, per certi versi conservatrice e feudale, si muovono forze progressiste che ne sottolineano la vitalità. E dunque per i cinesi il controllo del Tibet resta un punto chiave, si tratti anche di appoggiare i segmenti sociali più conservatori del Paese. Per i cinesi il controllo del Tetto del mondo è di vitale importanza ma la vera occasione arriva solo negli anni Cinquanta, quando l’epoca classica del colonialismo sta ormai arrivando alla sua nemesi storica. Per i cinesi, fin dalla nascita della Repubblica popolare nel ’49 e ancor prima di quell’evento, la riunificazione col Tibet è un elemento primario. Bisogna riaccorpare i territori “separati dalla madre patria”. Il 7 ottobre 1950, quarantamila soldati dell’Esercito popolare di liberazione attraversano il corso superiore dello Yangtze e dilagano nel Tibet orientale. Avanzano incontrando poca resistenza. Una settimana dopo, l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso che allora è solo poco più che quindicenne, viene dichiarato maggiorenne e diventa sovrano del Tibet a tutti gli effetti. Ma ormai è un sovrano senza Stato.

I cinesi però vogliono le cose a posto nonostante l’invasione non abbia sollevato grandi problemi nella comunità internazionale. Pensano a un accordo, l’Accordo fra il governo centrale del popolo e il governo locale del Tibet sulle misure per la liberazione pacifica del Tibet, chiamato in forma breve anche l’Accordo dei Diciassette punti. E’ un documento che viene firmato dai delegati del 14 ° Dalai Lama nel 1951. I cinesi lo considerano un contratto legale, reciprocamente accolto da entrambi i governi, ma i tibetani lo rifiutano come un atto illegale perché firmato sotto costrizione. Il Dalai Lama lo ha rinnegato in più occasioni. Ma come è andata? La Cina ha in sostanza chiesto al Tibet di inviare rappresentanti a Pechino per negoziare un accordo. Il Dalai Lama accetta ma ai delegati non è concesso suggerire modifiche. Inoltre non gli è permesso comunicare con il governo di Lhasa. La delegazione tibetana, pur non essendo stata autorizzata a firmare, alla fine – sotto la forte pressione dei cinesi – sigla l’accordo. E’ il via libera legale all’assimilazione del Tibet. Le cose però non vanno lisce anche se devono passano otto anni.

La rivolta scatta il 10 marzo del 1959 in seguito a un evento apparentemente ordinario. I cinesi

hanno invitato Tenzin Gyatso a uno spettacolo teatrale nel quartiere generale dell’esercito che si trova alle porte della capitale. Il Dalai Lama accetta ma le autorità militari lo invitano a venire rinunciando alla scorta che di solito lo accompagna. In città si diffonde l’idea, largamente condivisa dalla leadership tibetana, che in realtà l’invito nasconda l’opportunità di un sequestro e la reazione non si fa attendere. La gente della capitale scende in strada come a voler sigillare il percorso che porta dal palazzo del Dalai Lama alla caserma. E’ però una miccia che innesca l’esplosione di una rivolta latente.

Tom Grunfeld, uno storico americano, sostiene che la rivolta di Lhasa non fu semplicemente una ribellione anti cinese. Fu anche, scrive in The Making of Modern Tibet, una rivolta contro il comunismo e il feudalesimo: una doppia rivoluzione, diretta anche contro i privilegi della tirannia religiosa locale cosi come contro la tirannia imperialistica del comunismo cinese. Una rivolta che combinava assieme la rivoluzione ungherese con quella francese. Quel che è certo è che in quelle tragiche settimane che vanno dal 10 al 28 marzo, si consuma il dramma tibetano. Quel giorno, il 28, tre tramonti dopo la riconquista di Lhasa il 25 marzo, un atto formale del Consiglio di Stato firmato da Zhou Enlai abolisce di fatto il sistema teocratico e feudale del Tibet. E dissolve – cancella – il governo tibetano.

Il 12 marzo la città è piena di barricate e di manifestanti che chiedono l’indipendenza. Si mescolano sentimenti diversi che forse possono essere riassunti nelle preoccupazioni che alcuni profughi tibetani confidano anni dopo a Grunfeld:
c’è il timore di non poter più praticare il buddismo; poi i racconti sulle atrocità commesse dagli Han, l’etnia principe dei cinesi; i rumor sul fatto che i matrimoni fra tibetani sono vietati ed è obbligatorio sposare un Han; c’è la fuga del Dalai Lama e l’insicurezza di un futuro incerto
E’ il 1975 quando Grunfeld fa la sua ricerca. Sono passati più di 15 anni dalla rivolta ma nella testa dei tibetani nulla è cambiato

Torniamo a Lasa attanagliata nella morsa della protesta e della repressione. I cinesi hanno dislocato l’artiglieria e il 17 marzo il primo proiettile arriva vicino al palazzo del Dalai Lama. E’ il segnale definitivo che Tenzin Gyatso deve prendere la strada dell’esilio. Ha appena 21 anni e regna da nemmeno due lustri. Il suo tempo è finito e, presto, anche quello della rivolta di Lhasa.

La rivolta si conclude con una strage. Il numero dei morti è incerto e non provato da documenti storici anche se i tibetani stimano il bilancio a 87mila morti. I cinesi invece hanno lasciato sul campo 2mila soldati. L’asimmetria è evidente: da una parte le armi sono piccole e poche in una rivolta semi spontanea. Dall’altra, la Cina ha i cannoni, l’aviazione, un esercito disciplinato e organizzato. I danni ai monasteri e le testimonianze raccontano il resto: raccontano di una battaglia furiosa e di esecuzioni sommarie. Di una repressione che non lascia quartiere. Tenzin Gyatso intanto è fuggito, di notte, accompagnato dalla sua scorta. Obiettivo: raggiungere l’India. Passa diverse notti in un ricovero per monaci mentre esercito e aviazione setacciano i villaggi alla sua ricerca: mentre si conclude nel sangue la rivolta di Lhasa, i generali cinesi infuriati cercano di mettere il cappio attorno al leader politico e spirituale dei tibetani. Non ci riescono

Il Dalai Lama raggiunge Towang, oltre la frontiera. Il suo viaggio verso l’esilio è durato due settimane. La sua fuga, scrive Jennifer Latson per Time magazine, è stata protetta da una coltre di nubi basse evocate dalle preghiere dei monaci che hanno impedito agli aerei di vedere i movimenti del drappello di fuggiaschi. E’ il 30 marzo 1959. Il palazzo di Norbulingka è lontano e il suo governo è stato spazzato via con la rivolta. Tenzin Gyatso sa che anche il governo tibetano, ristabilito formalmente a Lhudup Dzong in quei giorni, un governo che rigetta l’accordo dei 17 punti, non ha futuro. Il 25 marzo, le truppe di Pechino hanno ormai riconquistato la capitale. La rivolta è finita. Ora Zhou Enlai può firmare il decreto. Tre giorni dopo la riconquista della capitale il Tibet autonomo sparisce dalla storia. Al suo posto c’è una festa nazionale che ha il nome di una beffa: celebra il giorno dell’emancipazione.

Del Tibet ci si occupa ormai solo in rari casi. Spesso quando è utile citare il Dalai Lama per fare un dispetto alla Cina o quando la cronaca ci obbliga a riparlarne. E’ successo nel 2008. Succede quando un monaco o una monaca si danno fuoco, una pratica che il Dalai Lama ha fortemente condannato ma che è il segno inequivocabile di un malessere irrisolto. Il Dalai Lama ha rinunciato dal 1987 a rivendicare l’indipendenza del Tibet ma lo statuto di “regione autonoma” non è in realtà che un nome

improprio come una foglia di fico su un territorio dove bisogna essere cinesi prima che tibetani. La comunità internazionale se ne occupa poco e dunque salvaguardare la cultura e le tradizioni di questo paese – in una parola la sua identità – è difficile quando non impossibile. Eppure nel 1992 il Tribunale permanente per i diritti dei popoli con sede a Strasburgo, un’istituzione creata dal politico italiano Lelio Basso negli anni Settanta, studiò il caso Tibet e arrivò a queste conclusioni: il tribunale giudicò che sottomettere negli anni Cinquanta il Tibet al regime del diritto internazionale, considerando che il suo passato lo aveva visto ripetutamente avere un rapporto di vassallaggio con la Cina, ne snaturava l’identità statuale, quella di uno Stato a parte, fuori allora dalle regole di quel diritto internazionale sancito dalle Nazioni unite cui Lhasa non aveva aderito. Un Paese però, che se non rientrava nei canoni del diritto internazionale dell’epoca, aveva dimostrato più volte la sua volontà di partecipare, come soggetto attivo – dice il tribunale – a una vita internazionale effettiva. I magistrati dunque gli riconoscevano un’esistenza di entità statuale propria, con gli attributi dunque di una sovranità interna. Un punto di partenza che oggi, anche nell’ottica di un’appartenenza del Tibet alla Cina, potrebbe costituire la base di un negoziato serio attraverso il quale ricostruire una reale autonomia. Una scelta politica, sia da parte cinese, sia da parte tibetana. Che sembra però ancora lontana.

Ai microfoni di Radio3 il 25 marzo alle 14 per Wikiradio (Radio3) il ricordo quelle due settimane e la fine dell’indipendenza tibetana 

Migranti: un piano Ue per fermare gli afgani

E’ un’Europa poco unita, molto spaventata e molto preoccupata quella che, agli inizi di marzo – due settimane prima del famigerato accordo sui migranti illegali firmato con Ankara – si trova attorno a un tavolo a Bruxelles per cercare di porre rimedio a un’invasione dall’Afghanistan, il primo Paese al mondo produttore di profughi, con oltre cinque milioni di persone fuori dai suoi confini e un milione di soli sfollati interni. E’ un’invasione che nel 2015 ha messo a bilancio numeri senza precedenti dal Paese dell’Hindukush. Che ha visto cercare la via dell’Europa a oltre 213mila clandestini afgani e ha contato 176.900 richieste di asilo politico. Numeri ritenuti troppo alti. Tanto che per 80mila fra loro la Ue paventa il ritorno a casa. Che lo vogliano o no.

E’ questo il quadro che emerge da un documento confidenziale discusso a Bruxelles il 3 marzo scorso e reso pubblico da Statewatch, organizzazione di monitoraggio delle libertà civili in Europa. Il Paese della guerra infinita, che conta 2,5 milioni di rifugiati in Iran e 2,9 in Pakistan e che in casa deve gestire un milione di senza casa, ora presenta il conto anche a noi.

Il documento delinea quello che la Ue avrebbe in mente per fermare chi bussa alle sue frontiere. E gli afgani sono una fetta rilevante: secondi solo ai siriani ma più numerosi degli iracheni. Il documento, che paventa «l’alto rischio di una nuova ondata migratoria» tenta di chiarire attraverso quale strada sia possibile impedire che il flusso di afgani in Medio oriente continui la sua marcia oltre la Turchia (dove già se ne trovano 100 mila, 80mila dei quali “documentati”) per poi raggiungere la Grecia e da lì l’Europa: attraverso la via balcanica di terra o, come avvenuto per anni, sulle navi che attraccano in Italia. Ma come fermare il flusso degli afgani da un Paese che 15 anni di guerra ai talebani non sono riusciti a pacificare? Soldi. Tanti soldi. E accordi col governo afgano, in parte già negoziati in ordine sparso da alcuni stati membri anche con la mediazione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (con cui ora però, dopo l’accordo con Ankara, i ferri si son fatti corti).

Il documento confidenziale indica negli incentivi economici la strada maestra di un accordo negoziato per trovare la «strada giusta» (Joint Way Forward) per far restare gli afgani a casa loro. Il governo è sensibile e il dialogo è già iniziato: il 40% del prodotto nazionale lordo afgano – dice il documento – dipende dall’aiuto internazionale (c’è chi sostiene sia molto di più ndr) anche perché i 2/3 della spesa del budget nazionale vanno nel capitolo “sicurezza”, nella guerra in una parola. E interrompere o ridurre il flusso di aiuti, avverte Bruxelles, significherebbe far crollare la faticosa costruzione istituzionale messa in piedi a partire del 2001 dopo la rotta dell’emirato talebano. Gli afgani per altro, col governo amico di Ashraf Ghani, hanno già predisposto un piano per contenere un’emorragia di persone in continuo aumento (un sondaggio Gallup di ieri sosteneva che solo il 4% degli afgani ritiene che le cose stiano migliorando). E’ un piano che prevede investimenti nel settore dell’edilizia popolare, nella creazione di posti di lavoro e nella possibilità di negoziare flussi di lavoratori coi Paesi del Golfo (noti recettori di manodopera a basso costo e priva delle minime garanzie). Si tratta di sostenere lo sforzo.

Dal punto di vista finanziario la Ue ha già messo sul piatto 1,4 miliardi di euro per il periodo 2014-
2020 – l’impegno più alto in assoluto di un singolo donatore in Afghanistan – ma conta di aggiungere subito altri 300 milioni e di accelerare le erogazioni del piano quinquennale. L’enfasi però, che inizialmente era su quattro settori chiave (agricoltura, salute, giustizia, governance), tende a spostarsi anche sul “restare a casa” o a favorire il quadro per ritornarci il prima possibile. Con pacchetti incentivo ad hoc sia per i rientri volontari, sia per quelli forzati ma stando attenti a «che ciò non attragga invece nuovi migranti». Un accento che si dovrebbe riflettere sulla Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan che la Ue sta preparando per il prossimo ottobre e dove bisognerà convincere gli Stati membri a non mollare l’impegno. C’è fretta dunque e le cose andranno ben preparate entro l’inizio dell’estate. Puntando soprattutto più sull’aspetto degli incentivi «in positivo» – uniti al controllo dei migranti, alla sensibilizzazione sui rischi della corsa all’oro in Europa, all’istituzione di centri di documentazione e monitoraggio – che non sulla leva brutale del rimpatrio forzato. Che pure, avverte il documento, rischia di vedere 80mila afgani fare a breve ritorno a casa contro la loro volontà. La strada di un concordato tra Stati resta infatti in salita. E in salita è anche la strada che porta a Kabul.

Il documento avverte che se il presidente Ashraf Ghani è sensibile al tema, molti altri componenti del suo governo fanno orecchie da mercante, evidenziando la dicotomia di un esecutivo a due teste (Ghani presidente e Abdullah a capo dell’esecutivo) che in questi mesi ha elargito all’opinione pubblica continue battaglie interne, dalla scelta dei governatori all’atteggiamento verso il processo di pace (vedi articolo a fianco). In questi giorni una mano arriva anche dal Giappone che ha reso noto di aver aumentato la quota di aiuto al Paese per 80 milioni di dollari. Con la differenza che nessuno bussa (o riesce a bussare) ai cancelli del Sol Levante.

L’appuntamento dunque è per ora fissato a Bruxelles per il 4 e 5 ottobre, appuntamento che dovrebbe seguire un’interministeriale sempre in Belgio in estate. L’idea è arrivare alla Conferenza (seguito ideale a Bonn 2011, Tokyo 2012 e Londra 2014) in un clima di reciproca fiducia tra gli Stati membri della Ue e un’Afghanistan nel ruolo del partner affidabile. Preparando il terreno per tempo per fare in modo che gli effetti della guerra infinita non arrivino sempre più numerosi fino alle nostre frontiere.

Migranti: un piano Ue per fermare gli afgani

E’ un’Europa poco unita, molto spaventata e molto preoccupata quella che, agli inizi di marzo – due settimane prima del famigerato accordo sui migranti illegali firmato con Ankara – si trova attorno a un tavolo a Bruxelles per cercare di porre rimedio a un’invasione dall’Afghanistan, il primo Paese al mondo produttore di profughi, con oltre cinque milioni di persone fuori dai suoi confini e un milione di soli sfollati interni. E’ un’invasione che nel 2015 ha messo a bilancio numeri senza precedenti dal Paese dell’Hindukush. Che ha visto cercare la via dell’Europa a oltre 213mila clandestini afgani e ha contato 176.900 richieste di asilo politico. Numeri ritenuti troppo alti. Tanto che per 80mila fra loro la Ue paventa il ritorno a casa. Che lo vogliano o no.

E’ questo il quadro che emerge da un documento confidenziale discusso a Bruxelles il 3 marzo scorso e reso pubblico da Statewatch, organizzazione di monitoraggio delle libertà civili in Europa. Il Paese della guerra infinita, che conta 2,5 milioni di rifugiati in Iran e 2,9 in Pakistan e che in casa deve gestire un milione di senza casa, ora presenta il conto anche a noi.

Il documento delinea quello che la Ue avrebbe in mente per fermare chi bussa alle sue frontiere. E gli afgani sono una fetta rilevante: secondi solo ai siriani ma più numerosi degli iracheni. Il documento, che paventa «l’alto rischio di una nuova ondata migratoria» tenta di chiarire attraverso quale strada sia possibile impedire che il flusso di afgani in Medio oriente continui la sua marcia oltre la Turchia (dove già se ne trovano 100 mila, 80mila dei quali “documentati”) per poi raggiungere la Grecia e da lì l’Europa: attraverso la via balcanica di terra o, come avvenuto per anni, sulle navi che attraccano in Italia. Ma come fermare il flusso degli afgani da un Paese che 15 anni di guerra ai talebani non sono riusciti a pacificare? Soldi. Tanti soldi. E accordi col governo afgano, in parte già negoziati in ordine sparso da alcuni stati membri anche con la mediazione dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (con cui ora però, dopo l’accordo con Ankara, i ferri si son fatti corti).

Il documento confidenziale indica negli incentivi economici la strada maestra di un accordo negoziato per trovare la «strada giusta» (Joint Way Forward) per far restare gli afgani a casa loro. Il governo è sensibile e il dialogo è già iniziato: il 40% del prodotto nazionale lordo afgano – dice il documento – dipende dall’aiuto internazionale (c’è chi sostiene sia molto di più ndr) anche perché i 2/3 della spesa del budget nazionale vanno nel capitolo “sicurezza”, nella guerra in una parola. E interrompere o ridurre il flusso di aiuti, avverte Bruxelles, significherebbe far crollare la faticosa costruzione istituzionale messa in piedi a partire del 2001 dopo la rotta dell’emirato talebano. Gli afgani per altro, col governo amico di Ashraf Ghani, hanno già predisposto un piano per contenere un’emorragia di persone in continuo aumento (un sondaggio Gallup di ieri sosteneva che solo il 4% degli afgani ritiene che le cose stiano migliorando). E’ un piano che prevede investimenti nel settore dell’edilizia popolare, nella creazione di posti di lavoro e nella possibilità di negoziare flussi di lavoratori coi Paesi del Golfo (noti recettori di manodopera a basso costo e priva delle minime garanzie). Si tratta di sostenere lo sforzo.

Dal punto di vista finanziario la Ue ha già messo sul piatto 1,4 miliardi di euro per il periodo 2014-
2020 – l’impegno più alto in assoluto di un singolo donatore in Afghanistan – ma conta di aggiungere subito altri 300 milioni e di accelerare le erogazioni del piano quinquennale. L’enfasi però, che inizialmente era su quattro settori chiave (agricoltura, salute, giustizia, governance), tende a spostarsi anche sul “restare a casa” o a favorire il quadro per ritornarci il prima possibile. Con pacchetti incentivo ad hoc sia per i rientri volontari, sia per quelli forzati ma stando attenti a «che ciò non attragga invece nuovi migranti». Un accento che si dovrebbe riflettere sulla Conferenza di Bruxelles sull’Afghanistan che la Ue sta preparando per il prossimo ottobre e dove bisognerà convincere gli Stati membri a non mollare l’impegno. C’è fretta dunque e le cose andranno ben preparate entro l’inizio dell’estate. Puntando soprattutto più sull’aspetto degli incentivi «in positivo» – uniti al controllo dei migranti, alla sensibilizzazione sui rischi della corsa all’oro in Europa, all’istituzione di centri di documentazione e monitoraggio – che non sulla leva brutale del rimpatrio forzato. Che pure, avverte il documento, rischia di vedere 80mila afgani fare a breve ritorno a casa contro la loro volontà. La strada di un concordato tra Stati resta infatti in salita. E in salita è anche la strada che porta a Kabul.

Il documento avverte che se il presidente Ashraf Ghani è sensibile al tema, molti altri componenti del suo governo fanno orecchie da mercante, evidenziando la dicotomia di un esecutivo a due teste (Ghani presidente e Abdullah a capo dell’esecutivo) che in questi mesi ha elargito all’opinione pubblica continue battaglie interne, dalla scelta dei governatori all’atteggiamento verso il processo di pace (vedi articolo a fianco). In questi giorni una mano arriva anche dal Giappone che ha reso noto di aver aumentato la quota di aiuto al Paese per 80 milioni di dollari. Con la differenza che nessuno bussa (o riesce a bussare) ai cancelli del Sol Levante.

L’appuntamento dunque è per ora fissato a Bruxelles per il 4 e 5 ottobre, appuntamento che dovrebbe seguire un’interministeriale sempre in Belgio in estate. L’idea è arrivare alla Conferenza (seguito ideale a Bonn 2011, Tokyo 2012 e Londra 2014) in un clima di reciproca fiducia tra gli Stati membri della Ue e un’Afghanistan nel ruolo del partner affidabile. Preparando il terreno per tempo per fare in modo che gli effetti della guerra infinita non arrivino sempre più numerosi fino alle nostre frontiere.