Giorno: 19 marzo 2016

Tutto sul “Nowruz”, il capodanno persiano

Di Thomas Seymat. Euronews.com (17/03/2016). Traduzione e sintesi di Giusy Regina Cos’è il Nowruz?  Il Nowruz è il giorno che segna il nuovo anno in Iran ma anche in varie parti del Medio Oriente, dei Balcani, del Caucaso e dell’Asia. Si può trovare scritto in vari modi,  Novruz, Nowrouz, Nooruz, Navruz, Nauroz o Nevruz, a seconda della […]

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Roma attraverso occhi orientali: uno specchio della creatività

Di Mohammad Hussein Bazzi. As-Safir (14/03/2016). Traduzione e sintesi di Laura Giacobbo. A Roma, porta con te solo uno specchio. Tutto ti accoglie con un sorriso, anche gli alberi pressati nelle strade storiche, o quelli allineati come mulini a vento. Roma è una città profondamente radicata nel Paese, nella saggezza, nella filosofia, nella poesia e […]

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Cucina iraniana: sabzi polow ba mahi, riso alle erbe con pesce fritto

In occasione dell’avvicinarsi del Nawruz – il capodanno iraniano, curdo e afghano che coincide ogni anno con l’inizio della primavera, a simboleggiare la rinascita – vi proponiamo uno dei piatti immancabili durante i festeggiamenti: il sabzi polow ba mahi, riso alle erbe con pesce fritto! Ingredienti: Per il riso: 300g di riso basmati 25g di prezzemolo fresco […]

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No alla normalizzazione dei rapporti con Israele

Di Saif el-Din Abdel Fattah. Al-Araby al-Jadeed (18/03/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi. Il ministro della difesa israeliano, Moshe Ya’alon, nel suo discorso di fronte la conferenza annuale della lobby sionista Aipac, ha confessato che Israele aveva progettato di rovesciare il presidente islamista Morsi in collaborazione con l’esercito, i servizi segreti egiziani e del […]

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Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?

Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest’ultimo lunedi prossimo depositerà un’interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell’aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.

L’America non è l’Egitto e ovviamente Obama non è Al Sisi. Anzi, quella dichiarazione rese testimonianza di un desiderio di trasparenza che sta a cuore all’uomo che ha sempre voluto chiudere Guantanamo anche se resta il principale assertore della politica dei droni. Ma la storia della morte di Giovanni era e resta lacunosa. E le promesse di quell’aprile lettera morta. I legali della famiglia, gli avvocati Andrea Saccucci e Giorgio Perroni, ricordano che Obama si assunse la piena responsabilità dell’accaduto e promise la declassificazione dell’operativo che “erroneamente” portò alla morte di Giovanni e di Warren Weinstein quando l’obiettivo erano due qaedisti americani, Ahmed Farouq e Adam Gadahn. Gli avvocati, per conto della famiglia, hanno inoltrato una richiesta formale al governo americano per quel che riguarda il risarcimento e al contempo hanno depositato, nel procedimento aperto dalla magistratura italiana nel 2012, una denuncia querela nella quale domandano ai giudici italiani di richiedere, per rogatoria, le regole delle operazioni coi droni e la documentazione su quella che riguardò Giovanni. Infine le risultanze delle indagini condotte dall’intelligence americana prima e dopo il raid, ossia gli esiti degli accertamenti tecnici. Va ricordato che Obama fece il suo annuncio tre mesi dopo l’operativo e che Renzi (si ricorderà la polemica sul fatto che non fosse stato informato) spiegò che gli accertamenti avevano richiesto appunto tre mesi per capire come erano andate le cose. La famiglia infine, solleciterà anche le Nazioni Unite perché appoggino le loro richieste (esiste un Rapporteur che indaga queste pratiche ritenute violazioni del diritto internazionale quando i droni operano fuori da un contesto bellico dichiarato).

Oggi come allora: una mappa dela Durand Line
il confine artificioso creato dai britannici.In che zona
fu ucciso Giovanni Lo Porto? Ancora non sappiano

Manconi, nella sua interrogazione, chiede luce su un particolare: «Il comunicato ufficiale della Casa Bianca – dice – fa esplicito riferimento al lavoro di una commissione indipendente di indagine. Di questo lavoro, a 11 mesi dall’impegno, vorremmo sapere, poiché ciò fornirebbe la conoscenza non solo del prima e del dopo ma anche cosa o chi determinò l’errore».

Recentemente il Pentagono ha fatto sapere, forse sull’onda dell’effetto trasparenza, che annualmente saranno rese note tutte le operazioni segrete compiute dai droni e relativi effetti. Ma quanto sarà trasparente il rapporto resta da vedere visto che gli esiti dell’indagine sul caso Lo Porto (o quella sul raid di Kunduz nell’ospedale di Msf) ancora non si vedono. Per ora ci sono solo dichiarazioni d’intenti. Una recente inchiesta di Al Jazeera in Afghanistan – con Pakistan e Yemen uno dei Paesi più bombardati del mondo con i droni – ha rivelato che proprio la classificazione delle operazioni con velivoli senza pilota impedisce la ricostruzione degli effetti su vittime innocenti. Impedisce cioè una ricostruzione chiara delle responsabilità che finisce così a inficiare persino il rapporto sulle vittime civili afgane che ogni anno Unama, la missione Onu a Kabul, rende pubblico.

Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?

Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest’ultimo lunedi prossimo depositerà un’interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell’aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.

L’America non è l’Egitto e ovviamente Obama non è Al Sisi. Anzi, quella dichiarazione rese testimonianza di un desiderio di trasparenza che sta a cuore all’uomo che ha sempre voluto chiudere Guantanamo anche se resta il principale assertore della politica dei droni. Ma la storia della morte di Giovanni era e resta lacunosa. E le promesse di quell’aprile lettera morta. I legali della famiglia, gli avvocati Andrea Saccucci e Giorgio Perroni, ricordano che Obama si assunse la piena responsabilità dell’accaduto e promise la declassificazione dell’operativo che “erroneamente” portò alla morte di Giovanni e di Warren Weinstein quando l’obiettivo erano due qaedisti americani, Ahmed Farouq e Adam Gadahn. Gli avvocati, per conto della famiglia, hanno inoltrato una richiesta formale al governo americano per quel che riguarda il risarcimento e al contempo hanno depositato, nel procedimento aperto dalla magistratura italiana nel 2012, una denuncia querela nella quale domandano ai giudici italiani di richiedere, per rogatoria, le regole delle operazioni coi droni e la documentazione su quella che riguardò Giovanni. Infine le risultanze delle indagini condotte dall’intelligence americana prima e dopo il raid, ossia gli esiti degli accertamenti tecnici. Va ricordato che Obama fece il suo annuncio tre mesi dopo l’operativo e che Renzi (si ricorderà la polemica sul fatto che non fosse stato informato) spiegò che gli accertamenti avevano richiesto appunto tre mesi per capire come erano andate le cose. La famiglia infine, solleciterà anche le Nazioni Unite perché appoggino le loro richieste (esiste un Rapporteur che indaga queste pratiche ritenute violazioni del diritto internazionale quando i droni operano fuori da un contesto bellico dichiarato).

Oggi come allora: una mappa dela Durand Line
il confine artificioso creato dai britannici.In che zona
fu ucciso Giovanni Lo Porto? Ancora non sappiano

Manconi, nella sua interrogazione, chiede luce su un particolare: «Il comunicato ufficiale della Casa Bianca – dice – fa esplicito riferimento al lavoro di una commissione indipendente di indagine. Di questo lavoro, a 11 mesi dall’impegno, vorremmo sapere, poiché ciò fornirebbe la conoscenza non solo del prima e del dopo ma anche cosa o chi determinò l’errore».

Recentemente il Pentagono ha fatto sapere, forse sull’onda dell’effetto trasparenza, che annualmente saranno rese note tutte le operazioni segrete compiute dai droni e relativi effetti. Ma quanto sarà trasparente il rapporto resta da vedere visto che gli esiti dell’indagine sul caso Lo Porto (o quella sul raid di Kunduz nell’ospedale di Msf) ancora non si vedono. Per ora ci sono solo dichiarazioni d’intenti. Una recente inchiesta di Al Jazeera in Afghanistan – con Pakistan e Yemen uno dei Paesi più bombardati del mondo con i droni – ha rivelato che proprio la classificazione delle operazioni con velivoli senza pilota impedisce la ricostruzione degli effetti su vittime innocenti. Impedisce cioè una ricostruzione chiara delle responsabilità che finisce così a inficiare persino il rapporto sulle vittime civili afgane che ogni anno Unama, la missione Onu a Kabul, rende pubblico.