Giorno: 16 marzo 2016

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche leRead more

Mediterraneo in Traduzione

MiT 110Mediterraneo in Traduzione è una scuola estiva di traduzione dalle lingue del Mediterraneo, che si tiene in uno dei luoghi più belli e carichi di storia della costa siciliana: capo Peloro, presso Messina, affacciato sul mare che gli antichi credevano abitato da Scilla e Cariddi.

Denaro e armi dell’ISIS attraverso la Turchia

TK dollari 110Report dell’Organizzazione della Ricerca sull’Armamento nei Conflitti (CAR) e del quotidiano Wall Street Journal su ricerche effettuate tra luglio 2014 e febbraio 2016 secondo cui l’ISIS si rifornisce per la costruzione di armi da 51 aziende in 20 Paesi diversi. Tredici di queste si trovano in Turchia.

Siria e Russia: da alleato a padrone

di Lina Khatib. Middle East Eye (15/03/2016). Traduzione e sintesi di Silvia Di Cesare. L’annuncio di Vladimir Putin del ritiro delle truppe russe dalla Siria è stata una sorpresa per molti, ma non è che l’ultimo episodio di affermazione di Mosca del suo potere nei confronti del regime di Bashar al-Assad. L’annuncio coincide con l’ultimo […]

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La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

Lordi fanno 48.815 shekel al mese. Cioè poco più di 11.285 euro. Che però tolte le tasse, tolte le spese sanitarie, tolta l’assicurazione e, soprattutto, il mantenimento del veicolo dotato di tutti i protocolli di sicurezza imposti dallo Shin Bet, ecco, tolto tutto questo, quella cifra cala a 17.645 shekel. Quindi a 4.079,47 euro. Netti. […]

La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

Lordi fanno 48.815 shekel al mese. Cioè poco più di 11.285 euro. Che però tolte le tasse, tolte le spese sanitarie, tolta l’assicurazione e, soprattutto, il mantenimento del veicolo dotato di tutti i protocolli di sicurezza imposti dallo Shin Bet, ecco, tolto tutto questo, quella cifra cala a 17.645 shekel. Quindi a 4.079,47 euro. Netti. […]

La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

Lordi fanno 48.815 shekel al mese. Cioè poco più di 11.285 euro. Che però tolte le tasse, tolte le spese sanitarie, tolta l’assicurazione e, soprattutto, il mantenimento del veicolo dotato di tutti i protocolli di sicurezza imposti dallo Shin Bet, ecco, tolto tutto questo, quella cifra cala a 17.645 shekel. Quindi a 4.079,47 euro. Netti. […]

La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

Lordi fanno 48.815 shekel al mese. Cioè poco più di 11.285 euro. Che però tolte le tasse, tolte le spese sanitarie, tolta l’assicurazione e, soprattutto, il mantenimento del veicolo dotato di tutti i protocolli di sicurezza imposti dallo Shin Bet, ecco, tolto tutto questo, quella cifra cala a 17.645 shekel. Quindi a 4.079,47 euro. Netti. […]

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La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

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Marocco: la chiesa abbandonata inondata di street art

(Design Boom). Dopo aver trasformato una vecchia chiesa spagnola in uno skatepark, lo street artist Okuda San Miguel ha bombardato un’altra chiesa abbandonata con i suoi colori accesi e le sue forme geometriche, ma stavolta in Marocco. Il progetto dell’artista madrileno, intitolato “11 Miraggi alla Libertà”, è stato realizzato nella cittadina di Youssoufia nell’ambito del progetto […]

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“Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano” di Eric-Emmanuel Schmitt

Mosè, detto Momo, è un ragazzino ebreo dall’indole ribelle che non vuole sottostare alle rigide regole di vita che gli detta suo padre, del quale peraltro non riconosce l’autorità. Monsieur Ibrahim è l’”arabo” del quartiere, un droghiere vedovo che vive nel ricordo dell’amata moglie, dividendo la sua vita fra le merci della sua piccola bottega […]

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Egitto: il licenziamento di El-Zind e la lotta tra El Sisi e la magistratura

L’opinione di Al-Quds. Al-Quds al-Arabi (14/03/2016). Traduzione e sintesi di Mariacarmela Minniti. Chi ha realmente deposto il ministro della Giustizia egiziano Ahmad El-Zind? È stato necessario per rispondere al suo “lapsus” contro il Profeta durante delle dichiarazioni televisive, specie dopo che Al-Azhar ha pubblicamente espresso la propria rabbia insieme a numerosi attivisti e politici? El-Zind […]

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Un "presidente civile" per Myanmar

Il primo giorno del prossimo mese di aprile il Myanmar avrà, dopo più di cinquant’anni di regime militare, un presidente in abiti civili. Si chiama Htin Kyaw, ha settant’anni, gode della stima di molti birmani e – quel che fa la differenza – della piena fiducia di Aung San Suu Kyi, la vera vincitrice di questa vicenda che si trascina da anni attraverso arresti domiciliari per lei e una persecuzione mirata degli uomini e delle donne del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). La gestazione di questa elezione è stata lunga e, si può ben dire, sofferta. Comincia nel novembre scorso (ben prima in realtà) quando la Lega fa il pieno alle elezioni parlamentari. Un successo a valanga, senza brogli e intimidazioni. Con qualche ombra ma, in sostanza, col marchio della trasparenza e della legalità sul voto popolare. La maggioranza in parlamento può dunque permettersi di non temere più la presenza dei militari che hanno comunque il 25% dei seggi garantiti e un indiretto potere di veto sul cambiamento della Costituzione, che si può modificare solo col 75% del voto parlamentare.


Dopo la vittoria comincia una lunga trattativa che Aung San Suu Kyi conduce con il partito dei militari e le minoranze per capire come potrà governare. Sa che per ora non può essere presidente perché l’articolo 59 della Costituzione “militare” del 2008 lo vieta a chi ha sposato un forestiero o ha figli con passaporto straniero. La Nobel per la pace spiana così la strada al suo braccio destro: a un uomo, in sostanza, che le consentirà di governare dietro al paravento. Per meglio dire, Suu Kyi sta pavimentando la strada che può portarla a fare la premier, carica che finora non esiste: per governare allo scoperto, poter andare all’estero a incontrare i suoi pari, decidere, avere in mano le leve dell’esecutivo che finora sono prerogativa del presidente. Comunque difficile, perché, al momento, i ministeri chiave son nelle mani dei militari che possono contare sul vicepresidente.

Htin Kyaw infatti non è solo. Ha vinto più della metà dei voti necessari nei due rami del parlamento (360 su 652). Ma accanto a lui – come “primo vicepresidente” – c’è l’uomo che i militari hanno proposto: Myint Swe, 213 voti totali. Non pochi. E’ un buon amico del presidente uscente Than Shwe, e dunque un uomo fedele alla tradizione in divisa. Si dice anche che sia un falco. A sua volta c’è però un “secondo vice” che è un altro uomo della Lega: Henry Van Thio, 79 voti, e un’appartenenza etnica alla minoranza Chin. Non son state rose e fiori. Le nomine a presidente devono passare l’analisi di un comitato cui vengono presentate le candidature. Il comitato è composto da sette membri, sei dei quali in rappresentanza di Camera Alta e Bassa, più un militare. Quest’ultimo, il generale Than Soe, ha avuto da ridire sia su Htin Kyaw sia su Van Thio. Il primo non è un deputato e il secondo ha passato molto tempo all’estero. Ma un problema ce l’aveva anche Mynt Shwe il cui figlio, con passaporto australiano, ha dovuto rinunciare a quella nazionalità per garantire al padre di poter accedere allo scranno di vice presidente. Il particolare, raccontato da Irrawaddy (da sempre una testata dell’opposizione), rivela dunque che la trattativa applicata alle vicende dei tre candidati potrebbe domani riaprirsi sulla presidenza per Aung San Suu Kyi, che di figli ne ha due con passaporto britannico.

La legge ad hoc che le ha finora impedito di correre per la presidenza potrà forse essere superata – cambiando la Costituzione – o aggirata con qualche escamotage classico delle alchimie istituzionali. O più semplicemente, l’istituzione del premierato semplificherà le cose impedendo un’inutile guerra tra militari e civili. La battaglia sembra dunque spostarsi su un altro fronte: quello della conservazione di poteri e privilegi, una stagione abbastanza classica nei Paesi in transizione. E le prime battaglie si vedranno al momento di formare l’esecutivo, la prima mossa reale del presidente Htin Kyaw. I militari controllano Difesa e economia, hanno le mani in pasta nel commercio e nelle miniere. Sono i signori della guerra alle minoranze. La strada è meno in salita ma non è ancora in discesa.

Un "presidente civile" per Myanmar

Il primo giorno del prossimo mese di aprile il Myanmar avrà, dopo più di cinquant’anni di regime militare, un presidente in abiti civili. Si chiama Htin Kyaw, ha settant’anni, gode della stima di molti birmani e – quel che fa la differenza – della piena fiducia di Aung San Suu Kyi, la vera vincitrice di questa vicenda che si trascina da anni attraverso arresti domiciliari per lei e una persecuzione mirata degli uomini e delle donne del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd). La gestazione di questa elezione è stata lunga e, si può ben dire, sofferta. Comincia nel novembre scorso (ben prima in realtà) quando la Lega fa il pieno alle elezioni parlamentari. Un successo a valanga, senza brogli e intimidazioni. Con qualche ombra ma, in sostanza, col marchio della trasparenza e della legalità sul voto popolare. La maggioranza in parlamento può dunque permettersi di non temere più la presenza dei militari che hanno comunque il 25% dei seggi garantiti e un indiretto potere di veto sul cambiamento della Costituzione, che si può modificare solo col 75% del voto parlamentare.


Dopo la vittoria comincia una lunga trattativa che Aung San Suu Kyi conduce con il partito dei militari e le minoranze per capire come potrà governare. Sa che per ora non può essere presidente perché l’articolo 59 della Costituzione “militare” del 2008 lo vieta a chi ha sposato un forestiero o ha figli con passaporto straniero. La Nobel per la pace spiana così la strada al suo braccio destro: a un uomo, in sostanza, che le consentirà di governare dietro al paravento. Per meglio dire, Suu Kyi sta pavimentando la strada che può portarla a fare la premier, carica che finora non esiste: per governare allo scoperto, poter andare all’estero a incontrare i suoi pari, decidere, avere in mano le leve dell’esecutivo che finora sono prerogativa del presidente. Comunque difficile, perché, al momento, i ministeri chiave son nelle mani dei militari che possono contare sul vicepresidente.

Htin Kyaw infatti non è solo. Ha vinto più della metà dei voti necessari nei due rami del parlamento (360 su 652). Ma accanto a lui – come “primo vicepresidente” – c’è l’uomo che i militari hanno proposto: Myint Swe, 213 voti totali. Non pochi. E’ un buon amico del presidente uscente Than Shwe, e dunque un uomo fedele alla tradizione in divisa. Si dice anche che sia un falco. A sua volta c’è però un “secondo vice” che è un altro uomo della Lega: Henry Van Thio, 79 voti, e un’appartenenza etnica alla minoranza Chin. Non son state rose e fiori. Le nomine a presidente devono passare l’analisi di un comitato cui vengono presentate le candidature. Il comitato è composto da sette membri, sei dei quali in rappresentanza di Camera Alta e Bassa, più un militare. Quest’ultimo, il generale Than Soe, ha avuto da ridire sia su Htin Kyaw sia su Van Thio. Il primo non è un deputato e il secondo ha passato molto tempo all’estero. Ma un problema ce l’aveva anche Mynt Shwe il cui figlio, con passaporto australiano, ha dovuto rinunciare a quella nazionalità per garantire al padre di poter accedere allo scranno di vice presidente. Il particolare, raccontato da Irrawaddy (da sempre una testata dell’opposizione), rivela dunque che la trattativa applicata alle vicende dei tre candidati potrebbe domani riaprirsi sulla presidenza per Aung San Suu Kyi, che di figli ne ha due con passaporto britannico.

La legge ad hoc che le ha finora impedito di correre per la presidenza potrà forse essere superata – cambiando la Costituzione – o aggirata con qualche escamotage classico delle alchimie istituzionali. O più semplicemente, l’istituzione del premierato semplificherà le cose impedendo un’inutile guerra tra militari e civili. La battaglia sembra dunque spostarsi su un altro fronte: quello della conservazione di poteri e privilegi, una stagione abbastanza classica nei Paesi in transizione. E le prime battaglie si vedranno al momento di formare l’esecutivo, la prima mossa reale del presidente Htin Kyaw. I militari controllano Difesa e economia, hanno le mani in pasta nel commercio e nelle miniere. Sono i signori della guerra alle minoranze. La strada è meno in salita ma non è ancora in discesa.