Giorno: 11 marzo 2016

Il carcere in “Le altre facce della medaglia”

Evento teatrale con il coinvolgimento di un gruppo di detenuti e di operatori della Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino,studenti di Giurisprudenza, esperti e studiosi in materia. Un dialogo sulla situazione carceraria a partire dalla legge di …

Tunisia: l’offensiva preventiva di Daesh

Rawabet Center for Research and Strategic Studies (09/03/2016). Traduzione e sintesi di Rachida Razzouk. All’alba di lunedì 7 marzo 2016, la città di Ben Guerdane, nel governatorato tunisino di Médenine, a pochi chilometri dal confine con la Libia, ha vissuto pesanti combattimenti e scontri a fuoco mai prima d’ora riscontrati, costringendo all’assedio le forze militari […]

L’articolo Tunisia: l’offensiva preventiva di Daesh sembra essere il primo su Arabpress.

Prima che il mondo cambi noi. Una reazione a caldo (aggiornato con una nota di F. Pesoli)

Matteo Guarnaccia – personaggio
 guida del documentario – assieme
a Finardi (dalla pag fb di Matteo)

Con una certa emozione che non nascondo, sono andato a vedere ieri sera a Milano – muovendo dalle lande padane dove attualmente staziono in un eccitante incipit primaverile – il bel documentario di Felice Pesoli. Si intitola “Prima che la vita cambi noi” ed è dedicato al movimento beat, beatnik, hippy degli anni Sessanta e Settanta. Il documentario si interrompe quando l’oscura tragedia degli anni di piombo (e dell’operazione Blue Moon) si abbatte sul movimento e su quel segmento del  movimento più che anarchico e più che libertario: artistico, pacifista, curioso, viaggiante e capace di mettere a rischio ogni certezza. Il docufilm (pare si dica così) mi è piaciuto e molto. Fila giù come un bicchier d’acqua nonostante gli 80 minuti. Non c’è ombra di nostalgie o di un “com’eravamo” che sottintenda “belli e bravi” come nessuno più sarà. Ad un certo punto del filmato, Eugenio Finardi, il musicista che con Rossana Casale ha firmato una delle più belle melodie della musica italiana (che posto sotto), dice che gli è piaciuto trasmettere ai suoi ragazzi le idee che aveva e ha ancora in testa ma che loro, ora, stanno cercando nuove strade in quella direzione. E’ il messaggio migliore per dire che non eravamo né i migliori né qualcos’altro. Eravamo nel flusso della vita che andava in una certa direzione e pronti al salto nel buio, tra le pareti di casa o a Kathmandu. Qualcun’altro sta già esplorando nuove frontiere. Per oltrepassarle come noi cercammo in qualche modo di fare

Il re è nudo

Dico qui cosa credo manchi al documentario: due cose forse. La prima è che è quasi totalmente assente il “proletariato giovanile” come allora veniva chiamato da quel tentativo nobile (di Re Nudo, degli Indiani metropolitani e forse anche di una parte di Lotta Continua*) di dar voce a un popolo minore che tutt’al più serviva alle cronache del Corriere per raccontare i “capelloni”. Ma di quella gente – giovani operai, disoccupati, ragazzi col diploma elementare – nel film non c’è che sporadica traccia. C’è molto salotto buono ed è pur vero che quei giovani figli della borghesia illuminata (ed ero tra quelli) erano le punte di lancia del movimento che però aveva una sua

Felice Pesoli 

dimensione di massa un po’ diversa e che nel documentario appare solo a tratti. Pochi.

Infine c’è tantissima Milano – che fu in effetti una gran fucina – ma assai poco del resto d’Italia. Penso anche solo a Roma, dove pure ci furono esperimenti fondamentali: Stampa alternativa nell’editoria e il Filmstudio sul fronte musiche e immagini che venivano dall’estero. Qui forse il materiale si sarebbe trovato. E forse anche di Napoli o della Sicilia (la famosa comune vicino a Cinisi). Ma certo,”…se 80 minuti vi sembran pochi…” provateci voi a metterci tutto senza far sbadigliare! **

Il mio contributo beat:
I disegni per il
manuale  di Luca Gerosa

Detto questo – e spero che Felice non me ne voglia –  il lavoro di Pesoli è straordinario. Il primo lavoro  ben fatto e con la giusta distanza; con empatia ma anche con la freddezza necessaria ad analizzarne il bene e il male. E senza dimenticare la tenerezza, traghettata dalle belle parole di Claudio Rocchi (di cui si coglie la statura intellettuale e a cui il docufilm è dedicato) o di certi baci rubati dalla macchina da presa in un lavoro di ricostruzione difficilissimo perché le immagini dell’epoca sono poche (a Roma però c’è il tesoretto di Grifi).

E’ un documentario che consiglierei a chiunque per farsi un’idea di cosa fu quello strano e straordinario movimento che diede un impulso fondamentale al cambiamento della società bigotta e dagli orizzonti ristretti che eravamo. Per farsi un’idea di cosa fu quel difficile incontro tra politica e istanze libertarie, tra organizzazioni militanti e violente e persone che volevano mettere i fiori nei cannoni. Per capire cosa furono le droghe e il viaggio in Oriente, il mitico Viaggio all’Eden. Tanto insomma, e bene. Che mille sale fioriscano e che possiate avere l’occasione di gustarvi quest’ora e venti minuti. Ne uscirete rinfrancati e con una curiosità del divenire che, grazie a Dio, non si spegne mai. Questo, mi sembra, il messaggio che resta e che il film posta con sé.

* Ricordate Rostagno? “Una fumata bianca al vertice di Lotta Continua”

** Posto di seguito una breve nota di Pesoli a questa breve recensione:
Caro Emanuele, ti ringrazio molto per quello che hai scritto, naturalmente comprese le critiche. Forse non è molto elegante commentare una recensione, ma un paio di cose le voglio dire. La prima è che non ho mai ben capito cosa volesse dire “proletariato giovanile”, fin dai tempi mi è sembrata una definizione politichese, un modo per dire che tutti i giovani incazzati stanno con noi, mentre secondo me c’era una discriminante culturale, una concezione del mondo che andava conquistata al di là delle origini di classe. Lo dice uno che non ha mai appartenuto alla borghesia illuminata (anzi forse adesso sì). Detto brutalmente penso che il tentativo di includere in quel movimento troppa gente sia stato un errore, io credo nel valore dell’esempio, non nell’ “andare verso le masse”.
Per quanto riguarda la dimensione non milanese del movimento ci ho rinunciato perchè avrei dovuto mettere in evidenza le differenze e questo contrastava con la modalità “a volo d’uccello” con cui ho costruito il doc. E poi è già abbastanza lungo così, altro non ci stava e non volevo togliere nulla. Quella che racconto è la specificità del movimento milanese, a Roma le cose erano molto diverse. Direi che c’è spazio per altre documentari.


Prima che il mondo cambi noi. Una reazione a caldo (aggiornato con una nota di F. Pesoli)

Matteo Guarnaccia – personaggio
 guida del documentario – assieme
a Finardi (dalla pag fb di Matteo)

Con una certa emozione che non nascondo, sono andato a vedere ieri sera a Milano – muovendo dalle lande padane dove attualmente staziono in un eccitante incipit primaverile – il bel documentario di Felice Pesoli. Si intitola “Prima che la vita cambi noi” ed è dedicato al movimento beat, beatnik, hippy degli anni Sessanta e Settanta. Il documentario si interrompe quando l’oscura tragedia degli anni di piombo (e dell’operazione Blue Moon) si abbatte sul movimento e su quel segmento del  movimento più che anarchico e più che libertario: artistico, pacifista, curioso, viaggiante e capace di mettere a rischio ogni certezza. Il docufilm (pare si dica così) mi è piaciuto e molto. Fila giù come un bicchier d’acqua nonostante gli 80 minuti. Non c’è ombra di nostalgie o di un “com’eravamo” che sottintenda “belli e bravi” come nessuno più sarà. Ad un certo punto del filmato, Eugenio Finardi, il musicista che con Rossana Casale ha firmato una delle più belle melodie della musica italiana (che posto sotto), dice che gli è piaciuto trasmettere ai suoi ragazzi le idee che aveva e ha ancora in testa ma che loro, ora, stanno cercando nuove strade in quella direzione. E’ il messaggio migliore per dire che non eravamo né i migliori né qualcos’altro. Eravamo nel flusso della vita che andava in una certa direzione e pronti al salto nel buio, tra le pareti di casa o a Kathmandu. Qualcun’altro sta già esplorando nuove frontiere. Per oltrepassarle come noi cercammo in qualche modo di fare

Il re è nudo

Dico qui cosa credo manchi al documentario: due cose forse. La prima è che è quasi totalmente assente il “proletariato giovanile” come allora veniva chiamato da quel tentativo nobile (di Re Nudo, degli Indiani metropolitani e forse anche di una parte di Lotta Continua*) di dar voce a un popolo minore che tutt’al più serviva alle cronache del Corriere per raccontare i “capelloni”. Ma di quella gente – giovani operai, disoccupati, ragazzi col diploma elementare – nel film non c’è che sporadica traccia. C’è molto salotto buono ed è pur vero che quei giovani figli della borghesia illuminata (ed ero tra quelli) erano le punte di lancia del movimento che però aveva una sua

Felice Pesoli 

dimensione di massa un po’ diversa e che nel documentario appare solo a tratti. Pochi.

Infine c’è tantissima Milano – che fu in effetti una gran fucina – ma assai poco del resto d’Italia. Penso anche solo a Roma, dove pure ci furono esperimenti fondamentali: Stampa alternativa nell’editoria e il Filmstudio sul fronte musiche e immagini che venivano dall’estero. Qui forse il materiale si sarebbe trovato. E forse anche di Napoli o della Sicilia (la famosa comune vicino a Cinisi). Ma certo,”…se 80 minuti vi sembran pochi…” provateci voi a metterci tutto senza far sbadigliare! **

Il mio contributo beat:
I disegni per il
manuale  di Luca Gerosa

Detto questo – e spero che Felice non me ne voglia –  il lavoro di Pesoli è straordinario. Il primo lavoro  ben fatto e con la giusta distanza; con empatia ma anche con la freddezza necessaria ad analizzarne il bene e il male. E senza dimenticare la tenerezza, traghettata dalle belle parole di Claudio Rocchi (di cui si coglie la statura intellettuale e a cui il docufilm è dedicato) o di certi baci rubati dalla macchina da presa in un lavoro di ricostruzione difficilissimo perché le immagini dell’epoca sono poche (a Roma però c’è il tesoretto di Grifi).

E’ un documentario che consiglierei a chiunque per farsi un’idea di cosa fu quello strano e straordinario movimento che diede un impulso fondamentale al cambiamento della società bigotta e dagli orizzonti ristretti che eravamo. Per farsi un’idea di cosa fu quel difficile incontro tra politica e istanze libertarie, tra organizzazioni militanti e violente e persone che volevano mettere i fiori nei cannoni. Per capire cosa furono le droghe e il viaggio in Oriente, il mitico Viaggio all’Eden. Tanto insomma, e bene. Che mille sale fioriscano e che possiate avere l’occasione di gustarvi quest’ora e venti minuti. Ne uscirete rinfrancati e con una curiosità del divenire che, grazie a Dio, non si spegne mai. Questo, mi sembra, il messaggio che resta e che il film posta con sé.

* Ricordate Rostagno? “Una fumata bianca al vertice di Lotta Continua”

** Posto di seguito una breve nota di Pesoli a questa breve recensione:
Caro Emanuele, ti ringrazio molto per quello che hai scritto, naturalmente comprese le critiche. Forse non è molto elegante commentare una recensione, ma un paio di cose le voglio dire. La prima è che non ho mai ben capito cosa volesse dire “proletariato giovanile”, fin dai tempi mi è sembrata una definizione politichese, un modo per dire che tutti i giovani incazzati stanno con noi, mentre secondo me c’era una discriminante culturale, una concezione del mondo che andava conquistata al di là delle origini di classe. Lo dice uno che non ha mai appartenuto alla borghesia illuminata (anzi forse adesso sì). Detto brutalmente penso che il tentativo di includere in quel movimento troppa gente sia stato un errore, io credo nel valore dell’esempio, non nell’ “andare verso le masse”.
Per quanto riguarda la dimensione non milanese del movimento ci ho rinunciato perchè avrei dovuto mettere in evidenza le differenze e questo contrastava con la modalità “a volo d’uccello” con cui ho costruito il doc. E poi è già abbastanza lungo così, altro non ci stava e non volevo togliere nulla. Quella che racconto è la specificità del movimento milanese, a Roma le cose erano molto diverse. Direi che c’è spazio per altre documentari.


L’Iran invierà le sue forze in Yemen?

Di Abdulrahman Al-Rashed. Asharq Al-Awsat (10/03/2016). Traduzione e sintesi di Giusy Regina Quando al vice capo di stato maggiore delle Forze Armate iraniane è stato chiesto se il suo Paese avrebbe inviato consiglieri militari in Yemen così come è stato per la Siria, la sua risposta è stata tutt’altro che negativa. Egli ha detto infatti che Teheran riconosce la propria […]

L’articolo L’Iran invierà le sue forze in Yemen? sembra essere il primo su Arabpress.