Giorno: 6 marzo 2016

Crisi dei rifugiati in Europa: il Medio Oriente ne ha bisogno

Di Hafsa Kara-Mustapha. Middle East Eye (01/03/2016). Traduzione e sintesi di Roberta Papaleo. Le immagini delle masse di rifugiati che attraversano i confini dell’Unione Europea continueranno a perseguitare la nostra coscienza collettiva per anni. Col passare del tempo, il vocabolario sulla questione viene cambiato in modo insidioso. Non ci sono più ‘rifugiati’, ma ‘migranti’, anzi ‘migranti economici’. I ‘gruppi’ […]

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La tregua e il ritorno delle manifestazioni in Siria

 di Amar Diop. Al Araby (04/03/2016). Traduzione e sintesi di Maddalena Goi Una volta entrato in vigore il cessate il fuoco in Siria, nella notte del 27 febbraio scorso, hanno fatto ritorno anche le proteste popolari. Quest’ultime hanno coinvolto numerose città siriane, da Dara a Homs fino ad Aleppo. I civili scesi in piazza hanno […]

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Corso scandalo in Arabia Saudita: “La donna è un essere umano?”

Di Charlotte Arce. TerraFemina (03/03/2016). Traduzione e sintesi di Ismahan Hassen. Lunedì 1° marzo, un sito di e-learning in Arabia Saudita ha tenuto un corso dal titolo “La donna è un essere umano?”. Anche in un paese dove le donne sono viste come asservite e in secondo piano rispetto agli uomini, il titolo dato a […]

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Negoziati afgani: mullah Mansur dice no

L‘annunciato avvio del negoziato di pace tra governo afgano e talebani sembra nuovamente lettera morta. Con una nota ufficiale,  pubblicata ieri sul sito del movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e ora capeggiato da mullah Mansur, i talebani respingono al mittente l’offerta del tavolo negoziale che solo due giorni fa era dato per apparecchiato sia da Islamabad sia da Kabul. Persino con una data: una prima riunione da tenersi in Pakistan entro venerdi prossimo.

Come fonti dei talebani avevano comunque già fatto sapere, la nota di ieri reitera che «l’Ufficio Politico dell’Emirato islamico (che si trova a Doha, in Qatar, e che è l’organismo deputato alla trattativa ndr) non è stato tenuto informato in merito ai negoziati», motivo per cui sono prive di fondamento «le voci in circolazione sul fatto che delegati dell’Emirato islamico parteciperanno agli incontri con il permesso dello stimato Ameer ul Momineen, Mullah Akhtar Muhammad Mansoor (che Allah lo salvaguardi). Respingiamo tutte queste voci e inequivocabilmente affermiamo che il leader dell’Emirato islamico non ha autorizzato nessuno a partecipare a questo incontro né lo ha fatto la leadership del Consiglio dell’Emirato». I talebani chiariscono che nessun negoziato è possibile finché non verranno rispettate le precondizioni poste dalla guerriglia a fine gennaio durante una riunione informale promossa dall’Ong internazionale Pugwash: «fine dell’occupazione dell’Afghanistan, eliminazione delle liste nere, liberazione dei prigionieri». La guerriglia accusa infine governo e Stati uniti di utilizzare una doppia condotta: da una parte compiono raid ed espandono l’attività militare, dall’altra fanno propaganda sui risultati positivi del Comitato quadrilaterale, una commissione formata da emissari di Islamabad, Kabul, Washington e Pechino che avrebbe dovuto stendere la “road map” per predisporre l’avvio del negoziato ufficiale. Che per ora sembra nuovamente congelato.

La notizia è effettivamente una doccia fredda anche se in parte c’era da aspettarselo. E può persino darsi che alcuni elementi della guerriglia (mullah Mansur e l’Ufficio di Doha ne rappresentano solo una porzione benché forse la più strutturata) decidano di partecipare a un processo che inizierebbe però a zoppicare ancor prima di cominciare la corsa. Il comunicato dice una serie di cose: la prima è che evidentemente non è la fazione che fa capo a Mansur quella che si pensava fosse stata convinta a partecipare al tavolo da Islamabad (che aveva citato una “lista” in suo possesso di talebani favorevoli al negoziato); la seconda è che, salvo smentite, il comunicato ribadisce unità di intenti tra la direzione talebana di Mansur e l’Ufficio politico di Doha, questione non del tutto scontata. La terza è che, se il negoziato salta, la leadership di Mansur e dei talebani della cosiddetta Shura di Quetta riacquistano forza e riescono a farsi percepire che la vera unica forza con cui bisogna parlare.

Il movimento talebano è molto diviso non da oggi e, dopo la morte di mullah Omar, alcuni esponenti del movimento e comandanti dei vari distretti non hanno gradito la manovra “centralista” con cui Mansur, già braccio destro di Omar, ha creato le condizioni per la sua nomina a nuova guida del movimento. Alcune defezioni sono state recuperate ma altre restano. Infine c’è la variabile Hezb Islami, la fazione – non esattamente talebana – che fa capo al vecchio mujahedin Hekmatyar e che controlla diverse aree nel Nord – Nord-est. Senza contare la minaccia rappresentata da Daesh, un movimento ancora debole in Afghanistan e confinato solo in alcuni distretti, ma che rappresenta un polo di attrazione per i nemici di Mansur. Che dimostra però di aver ben compreso la lezione della propaganda e della comunicazione, e assai meglio di Hekmatyar o dei pur abili (ma non in Afghanistan) comunicatori di Daesh.

Quanto alla controparte, la Quadrilaterale per ora ha partorito un topolino. Tra l’altro, forse, sconta il peccato originale di rappresentare un quadro internazionale molto ristretto anche se altri Paesi – come la Russia ad esempio – han preso posizione appellandosi ai talebani perché partecipino al tavolo negoziale e la Ue vuole invitare Teheran a una conferenza internazionale da tenersi in ottobre a Bruxelles sul futuro dell’Afghanistan.

Negoziati afgani: mullah Mansur dice no

L‘annunciato avvio del negoziato di pace tra governo afgano e talebani sembra nuovamente lettera morta. Con una nota ufficiale,  pubblicata ieri sul sito del movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e ora capeggiato da mullah Mansur, i talebani respingono al mittente l’offerta del tavolo negoziale che solo due giorni fa era dato per apparecchiato sia da Islamabad sia da Kabul. Persino con una data: una prima riunione da tenersi in Pakistan entro venerdi prossimo.

Come fonti dei talebani avevano comunque già fatto sapere, la nota di ieri reitera che «l’Ufficio Politico dell’Emirato islamico (che si trova a Doha, in Qatar, e che è l’organismo deputato alla trattativa ndr) non è stato tenuto informato in merito ai negoziati», motivo per cui sono prive di fondamento «le voci in circolazione sul fatto che delegati dell’Emirato islamico parteciperanno agli incontri con il permesso dello stimato Ameer ul Momineen, Mullah Akhtar Muhammad Mansoor (che Allah lo salvaguardi). Respingiamo tutte queste voci e inequivocabilmente affermiamo che il leader dell’Emirato islamico non ha autorizzato nessuno a partecipare a questo incontro né lo ha fatto la leadership del Consiglio dell’Emirato». I talebani chiariscono che nessun negoziato è possibile finché non verranno rispettate le precondizioni poste dalla guerriglia a fine gennaio durante una riunione informale promossa dall’Ong internazionale Pugwash: «fine dell’occupazione dell’Afghanistan, eliminazione delle liste nere, liberazione dei prigionieri». La guerriglia accusa infine governo e Stati uniti di utilizzare una doppia condotta: da una parte compiono raid ed espandono l’attività militare, dall’altra fanno propaganda sui risultati positivi del Comitato quadrilaterale, una commissione formata da emissari di Islamabad, Kabul, Washington e Pechino che avrebbe dovuto stendere la “road map” per predisporre l’avvio del negoziato ufficiale. Che per ora sembra nuovamente congelato.

La notizia è effettivamente una doccia fredda anche se in parte c’era da aspettarselo. E può persino darsi che alcuni elementi della guerriglia (mullah Mansur e l’Ufficio di Doha ne rappresentano solo una porzione benché forse la più strutturata) decidano di partecipare a un processo che inizierebbe però a zoppicare ancor prima di cominciare la corsa. Il comunicato dice una serie di cose: la prima è che evidentemente non è la fazione che fa capo a Mansur quella che si pensava fosse stata convinta a partecipare al tavolo da Islamabad (che aveva citato una “lista” in suo possesso di talebani favorevoli al negoziato); la seconda è che, salvo smentite, il comunicato ribadisce unità di intenti tra la direzione talebana di Mansur e l’Ufficio politico di Doha, questione non del tutto scontata. La terza è che, se il negoziato salta, la leadership di Mansur e dei talebani della cosiddetta Shura di Quetta riacquistano forza e riescono a farsi percepire che la vera unica forza con cui bisogna parlare.

Il movimento talebano è molto diviso non da oggi e, dopo la morte di mullah Omar, alcuni esponenti del movimento e comandanti dei vari distretti non hanno gradito la manovra “centralista” con cui Mansur, già braccio destro di Omar, ha creato le condizioni per la sua nomina a nuova guida del movimento. Alcune defezioni sono state recuperate ma altre restano. Infine c’è la variabile Hezb Islami, la fazione – non esattamente talebana – che fa capo al vecchio mujahedin Hekmatyar e che controlla diverse aree nel Nord – Nord-est. Senza contare la minaccia rappresentata da Daesh, un movimento ancora debole in Afghanistan e confinato solo in alcuni distretti, ma che rappresenta un polo di attrazione per i nemici di Mansur. Che dimostra però di aver ben compreso la lezione della propaganda e della comunicazione, e assai meglio di Hekmatyar o dei pur abili (ma non in Afghanistan) comunicatori di Daesh.

Quanto alla controparte, la Quadrilaterale per ora ha partorito un topolino. Tra l’altro, forse, sconta il peccato originale di rappresentare un quadro internazionale molto ristretto anche se altri Paesi – come la Russia ad esempio – han preso posizione appellandosi ai talebani perché partecipino al tavolo negoziale e la Ue vuole invitare Teheran a una conferenza internazionale da tenersi in ottobre a Bruxelles sul futuro dell’Afghanistan.

Il mondo arabo ha bisogno di una rivoluzione intellettuale?

Di H. A. Hellyer. The National.ae (03/03/2016). Traduzione e sintesi di Alessandro Mannara. Nel 2016, molte aree del mondo arabo versano in uno stato di caos. L’instabilità che si percepisce è causata da disordini politici esistenti in egual misura negli Stati più forti e in quelli più deboli. Eppure vi è una confusione di fondo che […]

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