Crea sito
Quattro storie rohingya

Quattro storie rohingya

Quattro storie di dolore, sfortuna, buona sorte o semplicemente scomparsa. Lo racconta oggi il Daily Star di Dacca dando conto delle peripezie di una famiglia rohingya. Qui sotto una mappa delle loro storie nella diaspora (o in carcere)La mappa è stata...

Suad Amiry a LetteratureOff a Roma

Questo sabato 26 maggio, la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry sarà ospite a Roma del Festival LetteratureOff, uno “spin off” del Festival Letterature che ogni anno si svolge a Massenzio. LetteratureOff sarà ospitato in tante biblioteche pe...

Ahed, Taghreed e le altre

Non fosse stato per Ahed Tamimi, l’opinione pubblica europea non avrebbe notato – nel panorama palestinese – la presenza delle donne. Non fosse stato per la potenza delle immagini in cui una ragazza di 17 anni viene ripresa dalle telecamere lo scorso d...

Polveriera Medio Oriente, Trump, il gendarme Netanyahu e l’Europa che non c’è. Intervista ad Alberto Negri

Intervista di Katia Cerratti L’uscita di Trump dallo storico accordo sul nucleare stipulato nel 2015 con Iran, UE, Russia e Cina, lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e la mattanza messa in atto da Israele nella striscia di Gaza nei confronti dei palestinesi che partecipavano alla ‘marcia del ritorno’ verso i territori […]

L'articolo Polveriera Medio Oriente, Trump, il gendarme Netanyahu e l’Europa che non c’è. Intervista ad Alberto Negri proviene da Arabpress.

Aldo Bianzino: "Riaprite il caso"

Aldo Bianzino: "Riaprite il caso"

Rudra Bianzino a 14 anni. L'ultimo compleanno con papa Aldo e mamma RobertoRudra Bianzino, il figlio dell’ebanista che morì dieci anni fa in condizioni oscure nel carcere di Capanne a Perugia, chiede alla procura umbra di riaprire le indagini sul ...
Il progetto del Califfo in Asia

Il progetto del Califfo in Asia

Guido Corradi ed Emanuele GiordanaDall'Afghanistan all'Indonesia"A oriente del califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi"Un volume di Rosenberg&Selliergiovedi 17 maggioalle ore 18.30Rass...
Caso Regeni, è il giorno della consegna delle telecamere da parte dell’Egitto: il nuovo ruolo del governo nell’indagine

Caso Regeni, è il giorno della consegna delle telecamere da parte dell’Egitto: il nuovo ruolo del governo nell’indagine

Quasi due anni e mezzo dopo la scomparsa del ricercatore di Fiumicello, Il Cairo concede le immagini della videosorveglianza ai magistrati della Procura di Roma, forse senza data e ora. Una mossa che sembra segnare una svolta nell'atteggiamento degli egiziani riguardo all'omicidio avvenuto nel 2016 dopo la rottura nei rapporti tra la procura e le autorità

L'articolo Caso Regeni, è il giorno della consegna delle telecamere da parte dell’Egitto: il nuovo ruolo del governo nell’indagine proviene da Il Fatto Quotidiano.

Indonesia. Il ritorno del  califfo

Indonesia. Il ritorno del califfo

Dopo che per due giorni Surabaya, la seconda città dell’Indonesia, è stata macchiata da una tragica scia di sangue, montano le pressioni sul parlamento di Giacarta perché voti una legge ad hoc - già sottoposta dall’esecutivo nel febbraio 2016 - che ga...
Prigionieri per debiti

Prigionieri per debiti

L’Agenzia delle Entrate declama il grande successo di mezzo milione di domande per la rottamazione che scade domani. Ma quanta gente può e deve effettivamente pagare? Uno sportello sindacale dice “Basta”Si chiama “Definizione agevolata 2000/17” o, più ...
La morte di Sana tra verità e sciacallaggio

La morte di Sana tra verità e sciacallaggio

Mustafa Ghulam, il padre di Sana Cheema, già in stato di fermo da tre settimane e ora agli arresti in Pakistan con altri due famigliari, ha confessato di aver ucciso la figlia, morta a casa dei genitori il 18 aprile scorso. La confessione del padre del...

Toward an Alternative ‘Time of the Revolution’? Beyond State Contestation in the struggle for a new Syrian Everyday (May, 2018)

The Mabisir team has just published “Toward an Alternative ‘Time of the Revolution’? Beyond State Contestation in the Struggle for a New Syrian Everyday” on Middle East Critique: The convoluted relationship between the state and citizens in conflict-ridden Syria often has been reduced to a binary of dissent and consent. Challenging these simplistic categorizations, this […]
Il mitico libretto

Il mitico libretto

Qualcuno mi ha chiesto se il famoso libretto, alle origini della scrittura di Viaggio all'Eden, non fosse solo una trovata letteraria. Altro che finzione, eccolo qui il mitico libretto. Era un diarietto che si vendeva in India o in Nepal e dove avevo r...

Auguri, Ernesto Ferrero!

Stamattina abbiamo mandato i nostri messaggi di auguri a Ernesto Ferrero per i suoi 80 anni. È nato il 6 maggio. I giovani direbbero: “Come George Clooney”, senza sapere che lui, Ernesto, è un ragazzo di maggio, molto più di altri. Gli auguri per i suo...
Traffico di esseri umani, jihadismo e Europa. Intervista a Loretta Napoleoni

Traffico di esseri umani, jihadismo e Europa. Intervista a Loretta Napoleoni

Intervista di Katia Cerratti “Ragazzoni pronti per i lavori nei campi! 400,700,800…”, 400 dollari, questo il prezzo di un essere umano in Libia, venduto all’asta come merce dai mercanti di schiavi. Un orrore mostrato in un video chock della Cnn risalente all’agosto 2017, la cui autenticità è stata confermata dal reportage di Nima Elbagir che a […]

L'articolo Traffico di esseri umani, jihadismo e Europa. Intervista a Loretta Napoleoni proviene da Arabpress.

Siria nell’Immagine di Assad

Scritto da CJ Werleman per TrtWorld, tradotto da Mary Rizzo  Il coronamento della vittoria del regime di Assad sarà il successo nel tentativo di modificare la composizione demografica siriana, con conseguenze spaventose per molti. “Gli occidentali tend...

La tragedia di Daraya

Daraya è -o per meglio dire era – una nota cittadina nell’hinterland rurale di Damasco. Sobborgo di lavoratori e classe media a due passi dalla capitale, Daraya era anche un polo agricolo, particolarmente noto per la sua uva deliziosa. Negl...

Teaching humanitarianism in Lebanon, Turkey, and Italy (April, 2018)

http://publicanthropologist.cmi.no/2018/04/26/teaching-humanitarianism-in-lebanon-turkey-and-italy/ In an attempt to reflect on some lectures I have delivered on humanitarianism in Lebanese, Turkish, and Italian universities over the last three years, I would like to advance a few reflections on the “public afterlife” of my experience of teaching, the language I used in those classes, and the response I received from […]

Comunicato stampa – WE EXIST

Sono disponibili portavoce che parlano in inglese, tedesco, francese, italiano e arabo (biografie e contatti in allegato o a questo link: https://goo.gl/ZKVCJf) Lunedì 23 aprile – con preghiera di immediata diffusione La coalizione “ We exist! ” chiede...
La terza via (di pace) afgana

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco strag...

La donna e i suoi piccoli segreti nell’arte figurativa di Manal Saif

Di Ahmad al-Aghbari. Al-Quds(18/04/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini La giovane artista yemenita Manal Saif (classe 1986) ha recentemente organizzato la sua prima mostra personale intitolata Small Secret, (Piccolo Segreto), alla Basement Cultural Foundation di Sana’a: oltre 25 dipinti diversi fra loro per tecniche, tematiche e dimensioni. I lavori della mostra sono stati divisi […]

L'articolo La donna e i suoi piccoli segreti nell’arte figurativa di Manal Saif proviene da Arabpress.

I nemici delle donne nel Paese dei puri

I nemici delle donne nel Paese dei puri

Sana Cheema, pachistana di origine ma brescianad'adozione. Il Giornale di Brescia ha dato la notiziadella sua morte: delitto d'onore.L’anno scorso, in occasione dell’8 marzo, il magazine del quotidiano Dawn – un giornale progressista pachistano – pubbl...

Tunisia: una falsa success story?

  Patrizia Mancini Un sentimento di frustrazione e di incompiutezza attraversa costantemente lo spirito di chi si occupa delle vicende tunisine dal 2011. Di chi ha scritto, però, partecipando molto spesso in diretta , agli avvenimenti o cercando d...
Viaggio all’Eden (via Torino)

Viaggio all’Eden (via Torino)

Viaggio all'Edenincontro con l'autoreGiovedì 19 aprile 2018 – ore 21.00 Cascina Roccafranca di via Rubino 45  TorinoL’ANGOLO dell’AVVENTURA di TORINO ospiterà EMANUELE GIORDANA, giornalista e scrittore, per 10 anni voce di Radio3Mondo, a...
LA CAVERNA DELLA SINISTRA

LA CAVERNA DELLA SINISTRA

     Platone, Repubblica, Libro VII (…) immagina degli uomini in un’abitazione sotterranea a forma di caverna la cui entrata, aperta alla luce, si estende per tutta la lunghezza della facciata; son lì da bambini, le gambe e il collo legati da catene in modo che non possano lasciare il posto in cui sono, né […]

Lettere a Samira (9)

Traduzione dall’inglese di Giovanna De Luca, revisione di Filomena Annunziata 3 aprile 2018 Sei cosciente di quello che succede intorno a te, Sammour? Sicuramente senti i bombardamenti, e forse ti sembrerà, da come si comportano i tuoi carcerieri...
Quanto pesa una bomba

Quanto pesa una bomba

In Siria sono stati lanciati un centinaio di missili per colpire gli arsenali chimici di Assad. Intercettate o meno che siano state, il numero delle bombe è importante, tanto da farne parlare tutti i media del globo. Ma sono state poca cosa se paragona...
Khaled Khalifa a Milano presenta Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città

Khaled Khalifa a Milano presenta Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città

                    Chi segue questo blog ricorderà che sono stata critica almeno un paio di volte in occasione di presentazioni alla presenza di autori e autrici arabe/i a motivo del modo in … Continua a leggere

Khaled Khalifa a Milano presenta Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Una nuova collana di traduzioni dall’arabo

Una nuova collana di traduzioni dall’arabo

Sono molto contenta di presentare i primi titoli della nuova collana Barzakh di traduzioni dall’arabo di Jouvence. Partiamo dalla narrativa. I primi due titoli sono Bisturi, di Kamel Rihai, tradotto da Francesco Leggio e Viaggio contro il tempo, di Emily … Continua a leggere

Una nuova collana di traduzioni dall’arabo
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Viaggio all’Eden (via Milano)

Viaggio all’Eden (via Milano)

Presentazione con la preziosa guida di un amico che fece quel viaggio con me: Guido Corradi, geografo, docente e autore di testi di geografia e professore a contratto in Bicocca su geografia del turismo

Questa non è una recensione

“È difficile stabilire il momento in cui si prende commiato da una persona” Nella tradizione popolare musulmana, in Egitto, si dice che per quaranta giorni l’anima della persona che muore se ne stia tra la terra e il cielo. Sono quaranta giorni di sosp...

in silenzio, al di là del muro

Gli amici dell’Arci mi hanno chiesto un commento sulle manifestazioni al confine tra Gaza e Israele. Lo hanno pubblicato su Arcireport del 5 aprile. Nel frattempo, la cronaca parla di un altro venerdì di sangue. Sempre lì, sempre tra i manifestan...

Afghanistan: i raid e la protesta

In Afghanistan, guerra e pace si rincorrono, da Nord a Sud. Ieri, mentre nella provincia settentrionale di Kunduz venivano sotterrati i corpi di circa 60 civili, nell’Helmand, al confine meridionale con il Pakistan, si continuava a invocare l’immediato...

Egitto, Al-Sisi stravince con il 97 per cento. Ma la bassa affluenza indebolisce il suo desiderio di leadership a vita

Il presidente rieletto ha già annunciato che nei prossimi 4 anni proseguirà la realizzazione delle grandi opere, come la nuova capitale amministrativa, e la ristrutturazione del sistema dei sussidi sull'acquisto dei generi di prima necessità. Ma c'è un punto che è già emerso negli ultimi mesi: alcuni parlamentari vicini ad al-Sisi avevano già parlato di modificare il vincolo di mandato presente in Costituzione e diversi analisti confermano che una modifica più ampia potrebbe essere tra i primi punti dell'agenda

L'articolo Egitto, Al-Sisi stravince con il 97 per cento. Ma la bassa affluenza indebolisce il suo desiderio di leadership a vita proviene da Il Fatto Quotidiano.

Scarsa affluenza alle ultime elezioni presidenziali egiziane: la fatica del regime a convincere i cittadini a partecipare

Al-Quds (28/03/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini. I tre giorni dedicati al voto delle elezioni presidenziali egiziane, non sono stati dei migliori in termini di scarsa partecipazione dei cittadini, nonostante gli sforzi da parte del regime per incentivare l’affluenza (l’apertura dei seggi è stata prolungata fino alle 21 di mercoledì). La competizione tra candidati […]

L'articolo Scarsa affluenza alle ultime elezioni presidenziali egiziane: la fatica del regime a convincere i cittadini a partecipare proviene da Arabpress.

Somiglianze repubblicane

Somiglianze repubblicane

La Storia non si ripete ma insegna qualcosa. E ci sono almeno tre elementi in comune tra Donald e Dick: l’ostacolo alla giustizia e il pugno duro per risolvere le crisi, conditi da un fiume di reticenze.Che il genere umano abbia la memoria corta è risa...
Se si fa sentire la società civile

Se si fa sentire la società civile

C’è modo di reagire a una guerra che sembra infinita? E da dove cominciare quando le armi della politica e della diplomazia sembrano spuntate? Uno spiraglio lo indica una vicenda afgana dove, forse per la prima volta in maniera così spontanea e co...

Basta una foto

Una foto non basta. Eppure, per porsi dei dubbi, basta osservarla, questa foto che riprende, dalla parte israeliana del confine, ciò che è successo durante la Grande Marcia del ritorno, una dimostrazione di decine di migliaia di palestinesi di Gaza ten...
Potere e morte a Islamabad

Potere e morte a Islamabad

Figlia del destinoBenazir Bhutto, figliadi Zulfikar: assassinataBhutto: la tragica epopea di una dinastia asiaticaIl potere e la morte. Sembrano questi i due segni distintivi di una famiglia asiatica che ha attraversato i momenti più cruciali della st...

Voci dalla Ghouta

(Al Ghouta, di Miream Salameh) Il 18 febbraio 2018 il regime siriano ha intensificato la sua campagna di bombardamenti sull’area della GhoutaOrientale, già sotto assedio dal 2013. La pagina Ghouta   raccoglie alcune testimonianze degli abitanti della G...

Border towns: humanitarian assistance in peri-urban areas (March, 2018)

Humanitarian response in urban areas, Humanitarian Exchange Magazine No. 71. by Humanitarian Practice Network March 2018 Humanitarian crises are increasingly affecting urban areas either directly, through civil conflict, hazards such as flooding or earthquakes, urban violence or outbreaks of disease, or indirectly, through hosting people fleeing these threats. The humanitarian sector has been slow to […]

Egitto, al vie le presidenziali: un voto proforma che serve ad Al Sisi per placare i malumori della gente e dei militari

REPORTAGE - L’ansia da prestazione del numero uno del regime è visibile in tutta la città. Nel Paese si respira indifferenza, malcontento e silenzio. L'affluenza rischia di essere ai minimi storici, specie dopo l'arresto di tutti gli oppositori del presidente uscente, che è l'unico candidato vero

L'articolo Egitto, al vie le presidenziali: un voto proforma che serve ad Al Sisi per placare i malumori della gente e dei militari proviene da Il Fatto Quotidiano.

Viaggio all’Eden (via Mas)

Viaggio all’Eden (via Mas)

Asia - Viaggio ciclo alMAS - Museo Arte e Scienza di Milano Via Quintino Sella, 4, 20121 Milano MITelefono: 02 7202 2488“Viaggio all’Eden, da Milano a Kathmandu”LaterzaLunedì 26 marzo, ore 18.15Con Guido Corradi ed Emanuele GiordanaIl racconto, tra mem...
Il caffè abile di Hoi An

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central...

Egitto, ambasciata al Cairo cerca esperto in diritti umani: dimenticato Regeni, le relazioni sono più forti di prima

Il documento apparso sul sito dell'Aics non fa neppure menzione dei 60.000 detenuti politici dal 2013 a oggi e delle numerose sparizione forzate, circa tre al giorno. Nella descrizione del Paese si limita a dire che "ha conosciuto significativi cambiamenti politici ed economici dal 2011 ad oggi"

L'articolo Egitto, ambasciata al Cairo cerca esperto in diritti umani: dimenticato Regeni, le relazioni sono più forti di prima proviene da Il Fatto Quotidiano.

Donne radicali

Uno dei regali più belli di questi giorni. Trovarmi nella lista delle “donne radicali” che hanno pubblicato per il catalogo di Seven Stories Press. In compagnia di alcune delle grandi intellettuali dello scorso secolo. Arrossisco.  
Bombe sul nuovo anno

Bombe sul nuovo anno

Il Nawroz è una ricorrenza tradizionale persiana che corrisponde all’equinozio di primavera e che celebra il nuovo anno: dall’Iran all’Albania, dalla Bosnia all’Azerbaigian. Sceglierla per fare strage, com’è avvenuto ieri in Afghanistan, sembra lontan...
Il killer silenzioso del Vietnam

Il killer silenzioso del Vietnam

Ho Chi Minh City - Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il...
Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Martedì 20 marzo, alle 20.45, alla Locomotiva, Centro dei Ferrovieri, in via Rismondo 2Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmanducon Emanuele Giordana, giornalista e scrittore, presidente dell'Associazione Afgana.A cura dell’Associazione Culturale “L’Ango...

5 domande

1. Chi voglio essere? La nostra identità è in continua costruzione. Nell’epoca del culto di sé, chi aspiriamo a essere? Che rapporto c’è oggi tra l’essere se stessi, il conoscere se stessi e il diventare se stessi? 2. Perché mi serve un nemico? I confi...
Musulmani d’Asia. Un incontro a Firenze

Musulmani d’Asia. Un incontro a Firenze

CORSO DI GEOPOLITICA “GIAN PAOLO CALCHI NOVATI”XIX EDIZIONELunedì 19 marzo 2018 – ore 21.00I paesi a maggioranza musulmanaEmanuele Giordana (Lettera22)Indonesia, Malaysia e Singapore costituiscono una delle grandi concentrazioni di popolazione di relig...
Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Martedì 20 marzo, alle 20.45, alla Locomotiva, Centro dei Ferrovieri, in via Rismondo 2Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmanducon Emanuele Giordana, giornalista e scrittore, presidente dell'Associazione Afgana.A cura dell’Associazione Culturale “L’Ango...

Il persistente stallo della Libia

mcc43 Da mesi l’Onu e l’Europa hanno previsto una tornata elettorale, presidenziale e legislativa, per il 2018. E’ un obiettivo possibile? Molti lo ritengono un passo verso l’unità, altri un ulteriore e pericoloso incentivo al c...
Iran, Mehdi Rajabian e il setar “sospeso”. Il bavaglio del regime agli artisti iraniani

Iran, Mehdi Rajabian e il setar “sospeso”. Il bavaglio del regime agli artisti iraniani

Articolo di Katia Cerratti Il setar di Mehdi Rajabian non suona più. Le corde di uno dei più antichi e suggestivi strumenti della cultura persiana non vibrano più. Nel 2015 è infatti sceso il silenzio su quelle magiche note che narravano la storia dell’Iran perché un tribunale iraniano, in soli 15 minuti, ha  deciso che Mehdi e […]

L'articolo Iran, Mehdi Rajabian e il setar “sospeso”. Il bavaglio del regime agli artisti iraniani proviene da Arabpress.

Dietro le violenze a Sri Lanka

Dietro le violenze a Sri Lanka

Il governo dello Sri Lanka ha ordinato nuovamente ieri dalle sei di sera il coprifuoco nell’intero distretto di Kandy, nello Sri Lanka centrale. La misura, già presa dopo un week end di violenze ai danni della comunità musulmana, era stata rinforzata ...

UCCIDERE LA VERITÀ 1a Parte

Come la Russia sta alimentando una campagna di disinformazione per insabbiare i crimini di guerra in Siria SINTESI In questo rapporto sono esposte nuove prove della campagna portata avanti dalla  Russia per ingannare il pubblico e minare le istituzioni...

Elezioni in Egitto: Al-Sisi contro Al-Sisi

mcc43 Il 26 marzo gli Egiziani andranno alle urne per eleggere il Presidente. Improbabili le sorprese:  Abdel Fattah Al Sisi ha provveduto  con svariate e illecite misure a creare le condizioni di una sua eclatante rielezione. Come già in passato per a...

Non è questione di tasse, a Gerusalemme

Il grande portone del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stato riaperto all’alba. La clamorosa protesta delle chiese cristiane presenti nella Città Santa e proprietarie di immobili si è chiusa, per il momento. O meglio, è stata sospesa quando si è ap...

Ocalan e Assad spalla a spalla?

di Subhi Hadidi per al-Quds al-Arabi tradotto da Francesco Petronella  revisione di Sami Haddad   Furat Khalil, comandante in capo delle Unità di protezione del Popolo (Ypg) di Aleppo, ha rilasciato una dichiarazione pubblica in cui spiega il moti...
Il caffè abile di Hoi An

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central...
Il killer silenzioso del Vietnam

Il killer silenzioso del Vietnam

Ho Chi Minh City - Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il...

Orientalismo alla Pasolini

L’ho visto colpevolmente in ritardo, il viaggio che Pier Paolo Pasolini compie in Israele e Palestina nel 1965. Un viaggio di cui abbiamo una traccia incredibilmente interessante nei Sopralluoghi in Palestina, un documentario in cui Pasolini desc...

La memoria del 17mo parallelo

Il treno notturno parte dalla stazione di Ninh Bin quando le luci del giorno sono ormai state inglobate dalle tenebre. Motrice e vagoni provengono da Hanoi, la capitale, per scendere verso Sud attraversando un fitto paesaggio di case e risaie, classica...
Il caffè abile di Hoi An

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central...
Humanitarianism in an Urban Lebanese Setting: Missed Opportunities (by Estella Carpi and Camillo Boano)

Humanitarianism in an Urban Lebanese Setting: Missed Opportunities (by Estella Carpi and Camillo Boano)

The UNDP and UKAID funded public market. Halba, 23 February 2017. Photo credit: Estella Carpi Estella Carpi – Camillo Boano | 2018-02-05   http://legal-agenda.com/en/article.php?id=4211 Prior to the arrival of Syrian refugees and international humanitarian agencies in 2011, the Akkar region in northern Lebanon bordering Syria has rarely made global headlines. However, this region has historically suffered from local […]

i doveri dei giornalisti

Ci sono già le regole. Le regole per i cittadini, nella Costituzione Italiana e nelle leggi. In particolare, la Legge Mancino. Ci sono già le regole, per i giornalisti. Il codice deontologico e la Carta di Roma. Provate a leggerle, le regole che già ci...

quando parleremo delle nostre colpe?

Non mi stancherò mai di ripetere che, ormai da anni, vi è un problema serio all’interno del mondo dell’informazione e tra i giornalisti. C’è da prima della battaglia per la Carta di Roma, non a caso una battaglia condotta da Laura Boldrini e Roberto Na...
Dietro la nuova offensiva talebana

Dietro la nuova offensiva talebana

Laguerra in sordina dell’Afghanistan, un conflitto che ogni anno reclama un sempre maggior numero di vittime, è tornata improvvisamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’esposizione mediatica è dovuta soprattutto a due attentati che, in rapida sequenza, hanno colpito la capitale e che portano la firma dei talebani, il movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e oggi guidato da mullah Akhundzada. Il primo ha colpito il 20 gennaio l’hotel Intercontinental, un vasto edificio razionalista da sempre residenza di corrispondenti esteri e uomini d’affari che si trova su una collina alla periferia della città. L’assedio al commando asserragliato nell’edifico, durato quasi un’intera giornata, si è concluso con un bilancio di almeno 25 vittime, tra cui molti stranieri. Una settimana dopo, i talebani hanno colpito nel mucchio con una strage nel cuore della capitale: un’auto bomba – nascosta dalle insegne di un’ambulanza – è saltata in aria col suo conducente in un’area dove si affacciano gli uffici dell’Unione europea, alcune sezioni del ministero dell’Interno e, poco più in là, il quartier generale della polizia. La zona, sempre molto trafficata e non lontana dal municipio e dal gran bazar di Kabul, è frequentata da funzionari e poliziotti ma soprattutto da cittadini ordinari. Il bilancio ha superato i cento morti, in uno degli attentati più sanguinari della storia della capitale. A rendere ancora più tragica la sequenza di attentati talebani, è stato – qualche giorno dopo – la strage di oltre una decina di soldati sempre a Kabul e – alcuni giorni prima - l’assalto alla sede di una Ong internazionale a Jalalabad, nell’oriente afgano a ridosso del Khyber Pass. I terroristi hanno firmato i due massacri con la sigla dello Stato islamico: prendendo in ostaggio la sede di Save the Children e uccidendo membri del personale locale e dello staff internazionale di un organismo per la protezione dell’infanzia, gli emuli di Al-Bagdadi si sono assicurati la pubblicità che consente loro di dimostrare di essere sopravvissuti alle macerie di Raqqa…

Due scuole di pensiero

Se gli attentati stragisti con vittime civili sono all’ordine del giorno per gli uomini del califfato – che colpiscono senza problemi nelle strade e nelle moschee - i talebani sembrano aver deragliato da una strategia che coltiva quasi esclusivamente obiettivi militari e dove le vittime civili sono “effetti collaterali”, raramente se non mai obiettivo diretto. Le analisi su questo nuovo “surge” talebano, caratterizzato da azioni dove sono inevitabili le vittime civili, hanno riempito giornali e televisioni, afgane e internazionali. Con due interpretazioni dominanti. La più diffusa riguarda il Pakistan, che la recente messa in mora del presidente americano Trump avrebbe innervosito. Trump ha accusato Islamabad non solo di fare il doppio gioco, sostenendo che anziché combattere il terrore in realtà foraggia e ospita i talebani afgani, ma ha tacciato i pachistani di essere solo dei bugiardi che meritano una lezione. Lezione equivalente al taglio dei fondi militari già decisi dal Congresso: un congelamento di circa 1,3 miliardi di dollari per l’anno in corso. Il Pakistan ha reagito male ma non così duramente- almeno ufficialmente - come ci si aspettava. Ecco allora, sostengono diversi analisti, che Islamabad avrebbe risposto indirettamente, spingendo i talebani a colpire più duramente del solito. Un messaggio che significherebbe in sostanza una sola cosa: che senza l’aiuto di Islamabad la pace in Afghanistan è una “missione impossibile” Altri analisti propendono invece per un’altra interpretazione, ben riassunta il 28 gennaio in un articolo sul New York Times di Max Fisher (Why Attack Afghan Civilians? Creating Chaos Rewards Taliban). Anche se il Pakistan gioca sempre un ruolo importante nella guerra afgana, il surge talebano sarebbe piuttosto da mettere in relazione con la necessità del movimento di reagire alla nuova escalation nella guerra afgana che Trump ha promesso l’anno scorso e iniziata con un aumento delle forze americane nel teatro da da 11 a 15mila unità.

Quanto conta il Pakistan?

Aggiungi didascalia
Questa seconda lettura della nuova stagione stragista talebana appare più convincente. La nuova strategia enucleata nel 2017 da Trump prevede infatti più uomini e un maggior impiego della forza aerea, tradottosi in un aumento dei raid aerei (tre volte in più che negli anni precedenti). Il presidente inoltre, ha dato luce verde alla Cia per raid mirati e selettivi anche in Afghanistan mentre, con Obama, l’intelligence poteva farli solo in Pakistan. Secondo gli uomini del presidente (al netto di chi, come l’ex consigliere Steve Bannon erano contrari a questa nuova strategia), i talebani afgani e i leader pachistani, messi alle strette dalle bombe gli uni e dal taglio dei fondi gli altri, si sarebbero visti costretti a far partire negoziati di pace col governo di Kabul. Ma la strategia non sembra aver funzionato. I talebani, più dei pachistani, hanno reagito diversamente tanto che Trump, dopo gli attentati, ha escluso che si possa ancora parlare di negoziati.

Il Pakistan è indubbiamente un attore chiave nella crisi afgana ma non è onnipotente. Controlla il movimento talebano ma solo fino a un certo punto e fino a un certo punto riesce a condizionarlo. Immaginare che i talebani di Akhundzada siano eterodiretti da Islamabad sembra più un desiderio che non una realtà. Benché i paragoni in politica siano sempre effimeri e spesso fuori luogo, Islamabad sta ad Akhundzada come Pechino sta al nordcoreano Kim Jong-un che, come si è visto e nonostante le buone relazioni con la Cina, agisce assai spesso di testa sua. Infine, Islamabad ha un problema interno generato nelle aree tribali pashtun dalla presenza dei talebani pachistani, movimento parente (anche etnicamente) dei cugini afgani ma autonomo e filoqaedista. Per Islamabad il terrorismo è un grosso problema interno e la sua incapacità di risolvere il nodo in casa testimonia di quanto siano in realtà complessi i rapporti tra governo e guerriglie. Se è pur vero che i servizi pachistani hanno giocato e giocano a fare i burattinai con i gruppi islamisti (spesso in chiave anti indiana), è altrettanto vero che il gioco è sfuggito di mano. E stabilizzare l’Afghanistan è probabilmente anche un interesse di Islamabad, pur con tutti i distinguo. Anche perché Kabul chiude un occhio sui talebani pachistani che cercano rifugio in Afghanistan.

Alzare il livello dello scontro

La tesi di una scelta autonoma dei talebani nell’alzare il livello dello scontro ha dunque più di un valido motivo: è non solo un modo di reagire al surge americano appoggiato dal governo di Ashraf Ghani, ma quello di dimostrare che la guerriglia in turbante non è affatto sulla difensiva. Spingere Trump a dichiarare che la pace è saltata è per i talebani una vittoria. Il movimento, che raggruppa anime e tattiche diverse, è abbastanza disomogeneo e le direttive vengono da “shure (consigli) spesso strategicamente distanti, che amministrano la guerra da Quetta a Peshawar ma anche da Mashad, in Iran, o da Doha, dove il movimento ha un ufficio politico. Con gli attentati i talebani danno però un’idea di unità di queste anime tanto diverse: da quella del teologo Akhundzada, a quella di Sirajuddin Haqqani, leader di una fazione stragista e minoritaria ma ormai numero due del movimento.
A tutto ciò vanno aggiunti altri due elementi: il primo è che le stragi mettono in difficoltà un governo fragile e litigioso che gli afgani percepiscono come incapace di garantire la loro sicurezza persino nel centro della capitale. Il consenso al governo è così labile che ogni attentato non fa che spingerlo sempre più in basso. L’altro elemento riguarda lo Stato islamico e il suo progetto del “Grande Khorasan”, regione ideale del progetto califfale che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan. Tra i due gruppi guerriglieri si è inevitabilmente stabilita una sorta di rincorsa competitiva per dimostrare chi sono i veri mujahedin. Lo Stato islamico non ha molti combattenti in Afghanistan e ricorre quindi praticamente solo agli attentati: suoi erano stati finora quelli col maggior numero di vittime. Gli attentati talebani di Kabul sembrano dunque una risposta anche a loro e una rivendicazione di supremazia strategico militare per il primato sulla guerra nel nome di Allah.

Questo articolo è stato pubblicato il 31 gennaio su AspenOnline
Afghanistan, la guerra infinita. Intervista a Emanuele Giordana

Afghanistan, la guerra infinita. Intervista a Emanuele Giordana

Intervista di Katia Cerratti La lunga scia di sangue che ha colpito l’Afghanistan nei giorni scorsi, ha mostrato chiaramente quanto la guerra, in questa terra martoriata, sia ancora molto lontana dalla parola fine.  Quattro attentati sanguinari nel giro di pochi giorni con un bilancio di 163 morti e oltre 300 feriti. Il primo attacco, rivendicato […]

L'articolo Afghanistan, la guerra infinita. Intervista a Emanuele Giordana sembra essere il primo su Arabpress.

Regeni, Al Sisi: “Non finiremo di cercare i colpevoli”. Intanto inaugura il super-giacimento di gas con Eni e ambasciatore

Due anni fa di questi giorni Giulio Regeni era tra le mani dei suoi aguzzini, che lo stavano torturando prima di ucciderlo e gettarlo il 3 febbraio 2016 lungo la superstrada che collega il Cairo e Alessandria. Oggi è il giorno di un’inaugurazione simbolica, ma di acclarata efficacia per la propaganda di governo egiziana. La […]

L'articolo Regeni, Al Sisi: “Non finiremo di cercare i colpevoli”. Intanto inaugura il super-giacimento di gas con Eni e ambasciatore proviene da Il Fatto Quotidiano.

La Siria, la letteratura e la cultura circolare

La settimana scorsa a Lecce, per lo Yalla Film Fest (che è un Festival del cinema arabo contemporaneo organizzato dall’Associazione MENA) abbiamo proiettato il documentario Un assiégé comme moi, diretto dalla regista siriana Hala Alabdalla, che h...

Torturato dal regime di Assad

SCRITTO DA VERONICA BELLINTANI Il mio fidanzato e’ stato torturato dal regime di Assad. Ancora adesso, altre migliaia di persone stanno subendo lo stesso inferno. Tra le varie barbarie che i Siriani hanno dovuto subire negli ultimi sette anni, le prigi...

Diario di ordinaria tristezza, Mahmud Darwish

mcc43   “Qualsiasi livello di antagonismo arabo israeliano si sia raggiunto, nessun arabo ha il diritto di simpatizzare con il nemico del proprio nemico, perché il nazismo è nemico di tutti i popoli. E questa è una cosa. Però Israele eccede ...

Regeni, al Cairo silenzio sull’anniversario della scomparsa. Ambasciatore Cantini alla famiglia: “Io qui per avere la verità”

Davanti all’ambasciata italiana non c’è neanche un mazzo di fiori. Lo scoccare dei 24 mesi senza Giulio Regeni al Cairo passa quasi inosservato, fagocitato da un altro anniversario: quello della rivoluzione che 7 anni fa destituì Hosni Mubarak. Un evento che calamita l’attenzione dei media stranieri e soprattutto paralizza la città perché la morsa del […]

L'articolo Regeni, al Cairo silenzio sull’anniversario della scomparsa. Ambasciatore Cantini alla famiglia: “Io qui per avere la verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Caos afgano

Caos afgano

Non è ancora chiaro quante siano effettivamente le vittime dell’attacco all’hotel Intercontinental di Kabul, iniziato nella serata di sabato 21 gennaio e conclusosi solo dopo 17 ore e con l’intervento delle forze speciali (secondo l’emittente ToloNews...
Rohingya, nubi sull’accordo di rimpatrio

Rohingya, nubi sull’accordo di rimpatrio

Da ieri, teoricamente, il futuro dei rohingya sfuggiti alle violenze dell'esercito birmano e rifugiatisi nel Bangladesh, dovrebbe essere più chiaro e rassicurante. Ma quando a fine novembre 2017, Myanmar e Bangladesh hanno siglato un accordo per il rit...

Reflections on Faith-Based Solidarity and Social Membership: Beyond Religion? The Case of Lebanese Shiite FBOs (January 2018)

I have recently published a study on “Caucasus International”. During the July 2006 postwar period in Beirut’s southern suburbs (Dahiye), which were destroyed by the Israeli air force in its effort to annihilate the Lebanese Shiite party Hezbollah, the Islamic Shi‘a philanthropic sphere has been growing. It has pioneered the postwar reconstruction process and local […]

Freddo e tenda – Belìce 50 anni dopo

Fa freddo. Ma non come mezzo secolo fa. Eppure il freddo tra i ruderi di Montevago è il simulacro di quel freddo lì, quel freddo che tutti i testimoni ricordano. C’era la neve, e dopo la scossa forte della mezzanotte in molti scesero in strada e passar...

Quando il re ha paura del poeta …

mcc43 “Tutto ciò che la realtà araba offre di generoso, aperto e creativo è schiacciato da regimi la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere e interesse egoistico, ciò che è peggio è vedere l’Occidente rimanere insensibile a...

Le proteste in Iran ed il supporto del popolo iracheno

Di Adnan Hussein. Ash-Sharq Al-Awsat (08/01/18). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini Sempre più iracheni credono che la potente classe politica del paese stia marciando completamente verso l’Iran o che sia complice silenziosa di quest’ultimo data la sua crescente influenza politica, militare ed economica in Iraq. Questa tendenza è coerente con l’umore generale iracheno, esacerbato […]

L'articolo Le proteste in Iran ed il supporto del popolo iracheno sembra essere il primo su Arabpress.

Tunisia, protesti e scontri: i giovani chiedono pane e giustizia sociale. Tasse aumentano e occupazione cala

In Tunisia, il paese che dal 2011 è stato eretto a modello della transizione dopo la primavera araba, va in scena un nuovo gennaio di proteste. Ancora una volta le ragioni sono legate alle disastrose condizioni economiche del paese, che dalla caduta del dittatore Ben Ali non sono mai migliorate, anzi. Lasciando disattese le domande […]

L'articolo Tunisia, protesti e scontri: i giovani chiedono pane e giustizia sociale. Tasse aumentano e occupazione cala proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gli arabi e la tratta degli schiavi africani

Gli arabi e la tratta degli schiavi africani

Per ragioni di diversa natura,[1] pur se in letteratura diversi sono gli studi che trattano del ruolo della schiavitù in nel mondo arabo musulmano,[2] la tratta degli schiavi in terra d’islām e il ruolo svolto dagli arabi nel commercio degli … Continua a leggere

Gli arabi e la tratta degli schiavi africani
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Regeni, Maha Abdelrahman e la “ricerca partecipata” sotto la lente dei pm: come si è arrivati all’interrogatorio della prof

A quasi due anni di distanza dalla morte di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello ritrovato senza vita il 3 febbraio 2016 alla periferia del Cairo, la Procura di Roma ha interrogato Maha Abdelrahman, la professoressa di Cambridge che supervisionava la tesi di dottorato del giovane friulano. L’interrogatorio arriva dopo la richiesta del procuratore capo […]

L'articolo Regeni, Maha Abdelrahman e la “ricerca partecipata” sotto la lente dei pm: come si è arrivati all’interrogatorio della prof proviene da Il Fatto Quotidiano.

Aleppo, un anno dopo

Aleppo, un anno dopo

di Flavia Fusco Ad un anno dalla caduta dell’enclave ribelle di Aleppo, la tragedia umanitaria e politica che si è consumata tra le strade di quella che era la città più popolosa della Siria, stenta a perdere attualità. Per l’importanza strategica dell...
Il cibo come chiave di lettura

Il cibo come chiave di lettura

Le grandi civiltà hanno codificato la loro gastronomia una volta giunte al massimo grado del loro sviluppo e in questo senso essa può essere letta come uno specchio dell’evoluzione intellettuale di un popolo, pur tenendo sempre presente di quale gastronomia … Continua a leggere

Il cibo come chiave di lettura
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī

Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī

                Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī, Antum!!! Iğtima‘iyyāt… siyāsiyāt. Malā‘ib ar-rīša. Ar-riyāḍ al-ḫaṣṣ: Rio de Janeiro 1996. Riscopro nella mia biblioteca questo libro dal formato inusuale (40×26 cm) e perciò nascosto sotto altri libri e, sfogliandolo, … Continua a leggere

Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Mara Della Pergola e Moshe Feldenkrais

Mara Della Pergola e Moshe Feldenkrais

mcc43 “Io credo che l’unità di mente e corpo sia una realtà oggettiva. Non si tratta solo di parti collegate in qualche modo tra di loro, ma di un tutto che è indivisibile durante il suo funzionamento. Un cervello senza corpo non potrebbe pensare.” Mos...

La traduzione arabo-italiano del racconto marocchino

Tempo fa, su questo blog, ho pubblicato la traduzione di un racconto di Fatìha Al-Tayb, Saggezza, tradotto da Aldo Nicosia. Il 4 gennaio, sul sito della Fondazione An-nùr per la cultura e i media è stato pubblicato un articolo di … Continua a leggere

La traduzione arabo-italiano del racconto marocchino
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Iran, le proteste e l’urlo del velo al vento. Intervista a Ahmad Rafat

Iran, le proteste e l’urlo del velo al vento. Intervista a Ahmad Rafat

Intervista di Katia Cerratti Una ragazza in piedi su un blocco di pietra, sventola fiera il suo velo al vento come fosse una bandiera. Un gesto forse insignificante in un contesto pacifico, per nulla scontato invece in un paese come l’Iran, durante le proteste contro il carovita esplose il 28 dicembre scorso. Le contestazioni sono […]

L'articolo Iran, le proteste e l’urlo del velo al vento. Intervista a Ahmad Rafat sembra essere il primo su Arabpress.

Parole di fine anno: rohingya

Parole di fine anno: rohingya

Se è terribile il dramma di chi è costretto a spostare la propria vita oltre un confine – a causa di una guerra, di una carestia, della mancanza di prospettive nel suo Paese – è ancor più terribile il dramma di chi viene scacciato. E ancora più devasta...
Quando arriva la Pace…

Quando arriva la Pace…

mcc43 In tutta la loro tragicità emergono le rovine e si omette la domanda: Perché? ♦♦♦ ♦ ♦♦♦ La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri. Hannah Arendt   Google+ Annunci Archiviato in:Interrogativi Tagged: Civiltà, worldwide...
Le molte virtù degli asini

Le molte virtù degli asini

Le immagini sono tratte da thedonkeysanctuary.org.uk«L’insaziabile richiesta in Cina di asini da tutto il mondo – scriveva qualche giorno fa l’Agenzia Italia - sta provocando conseguenze inattese sui lavoratori nigeriani che fanno affidamento su q...
Lo Stato islamcio nel caos permanente afgano

Lo Stato islamcio nel caos permanente afgano

Sfiora i cento morti la prima grande strage da iscrivere allo Stato islamico e al suo progetto del Grande Khorasan. Avviene a Kabul, nel luglio del 2016. Al Baghdadi ha già tentato di insediarsi sulla frontiera orientale e sta cercando adepti in Pakist...
Chi ha paura di Razan Zaitouneh?

Chi ha paura di Razan Zaitouneh?

Questo articolo è stato pubblicato in inglese con il titolo Who’s afraid of Razan Zaitouneh? sul sito aljumhuriyya in occasione del quarto anniversario del rapimento del gruppo Douma4. di Karam Nachar, traduzione di Filomena Annunziata C’è stato un mom...
Talebani a Kabul

Talebani a Kabul

L'immagine è tratta da TolonewsLa guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani - ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence af...
Book Review – Humanitarian Rackets and their Moral Hazards: The Case of the Palestinian Refugee Camps in Lebanon (December 20, 2017)

Book Review – Humanitarian Rackets and their Moral Hazards: The Case of the Palestinian Refugee Camps in Lebanon (December 20, 2017)

http://www.globalpolicyjournal.com/blog/20/12/2017/book-review-humanitarian-rackets-and-their-moral-hazards-case-palestinian-refugee-ca Humanitarian Rackets and their Moral Hazards: The Case of the Palestinian Refugee Camps in Lebanon by Rayyar Marron. Abingdon and New York: Routledge 2016. 188 pp., £110 hardcover 9781472457998, £36.99 paperback 9780815352570, £36.99 e-book 9781315587615 Rayyar Marron’s book provides a critique of how academic and activist accounts of Palestinian refugee camps end up reinforcing the humanitarian […]
Turista o viaggiatore?

Turista o viaggiatore?

Ecco, nella foto a fianco, la mirabile sintesi del dibattito che si è tenuto ieri a Esc/Livre (Roma) dove abbiamo chiacchierato di  Viaggio all'Eden con l'ottimo Giacomo Salerno, che faceva gli onori di casa, e il grande viaggiatore e amico G...
Viaggio all’Eden a Roma nella tana di ESC

Viaggio all’Eden a Roma nella tana di ESC

A Livre Esc AtelierVia dei Volsci 159Romaalle 18.30Presentazione di Viaggio all'Eden. Il mitico percorso dall'Europa a Kathmandu negli anni Settanta e quarant'anni dopoNe discute con l'autore Giuliano Battiston Di seguito la sua recensione per il manif...
Il regime siriano perderà il controllo sul suo sistema economico a favore della Russia e dell’Iran

Il regime siriano perderà il controllo sul suo sistema economico a favore della Russia e dell’Iran

Originally posted on Le Voci della Libertà:
Putin sulla guerra in Siria: “Non riesco ad immaginare un’esercitazione migliore. Possiamo continuare le nostre esercitazioni lì per un tempo molto lungo senza intaccare il nostro budget in modo significativo” http://euromaidanpress.com/2015/12/22/top-5-putin-quotes-from-an-annual-briefing/#arvlbdata Mosca pretende…
Memorie dall’harem imperiale persiano

Memorie dall’harem imperiale persiano

http://www.edizionilavoro.it/collane/l-altra-riva/memorie-dallharem-imperiale-persiano. Taj as-Soltaneh (1884-1936), figlia del sovrano Naser ad-Din Shah Qajar, racconta attraverso le pagine del suo diario trent’anni di storia di un paese, l’Iran, che, a cavallo tra Otto e Novecento, passa dall’ordine tradizionale alle prime importanti riforme di modernizzazione. Il salto culturale e politico che investe la società si riflette anche su di lei, … Continua la lettura di Memorie dall’harem imperiale persiano

The Muslim Metropolis

Network ReOrient/CMS The Muslim Metropolis The Muslim Metropolis The Muslim Metropolis Author: Piro Rexhepi & Ajkuna Tafa Date: 2nd October 2017 Duration: 17 mins 54 secs Descripti...
Città elettrica

Città elettrica

Originally posted on ariannapoletti:
Dichiarare Gerusalemme capitale di Israele equivale a lanciare un fiammifero in una tanica di benzina. I palestinesi scendono in strada : si manifesta a Gerusalemme, nei Territori Occupati, a Gaza. Accorrono le telecamere dal mondo intero.…
Colpirne uno per educarne cento

Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui ...

I paesi del blocco e il vertice islamico: problemi con la Turchia o con Gerusalemme?

Il rispetto per il mondo islamico stesso e dei suoi luoghi di culto, di cui Gerusalemme rappresenta uno dei simboli più grandi, può andare oltre i conflitti e impedire a Israele e al pregiudizio americano di sfruttare questa spaccatura tra i paesi arabi e islamici?

L'articolo I paesi del blocco e il vertice islamico: problemi con la Turchia o con Gerusalemme? sembra essere il primo su Arabpress.

Colpirne uno per educarne cento

Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui ...
Twitter reacts to halal supermarket’s ordered closure

Twitter reacts to halal supermarket’s ordered closure

The Good Price mini-market in Colombes, located in Paris, is required to be a “general food store” according to its license and must meet the needs of all of its inhabitants, meaning it must sell pork and alcohol, but that defeats the purpose of its ha...

Gerusalemme come città, Gerusalemme come questione

Il caso di Gerusalemme sottolinea l’ingiustizia che affligge i palestinesi, la politica irrazionale di Trump, così come l’espansionismo e l’arroganza di Israele. Tuttavia, la composizione culturale delle città nel panorama del Levante e dell’Oriente di cui Gerusalemme fa parte è un aspetto che rimane tuttora in ombra

L'articolo Gerusalemme come città, Gerusalemme come questione sembra essere il primo su Arabpress.

A proposito di Trump e Gerusalemme

A proposito di Trump e Gerusalemme

Non puoi essere “pro-Palestinese” e contro i diritti dei siriani, o dei palestinesi della Siria. Semplicemente, in parole povere, non andrò mai ad una protesta per la Palestina in cui si alza le bandiere dell’Iran e dell’Hezbollah. Lascia che vi ricord...
Sono stato torturato. Ero innocente.

Sono stato torturato. Ero innocente.

mcc43 Convenzione contro la Tortura, Articolo 1 1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, ...

Lettere da Washington a Giordania e Abbas: spostamento dell’ambasciata posticipato, gioco del martello Trump con Netanyahu e discorso su Gerusalemme Ovest

In un paese come la Giordania che dal punto di vista geopolitico è il più vicino alla questione di Gerusalemme, sorge una domanda tecnica: di quale Gerusalemme stanno parlando esattamente gli americani?

L'articolo Lettere da Washington a Giordania e Abbas: spostamento dell’ambasciata posticipato, gioco del martello Trump con Netanyahu e discorso su Gerusalemme Ovest sembra essere il primo su Arabpress.

Il  progetto del Califfato da Kabul a Giacarta

Il progetto del Califfato da Kabul a Giacarta

Martedi a Napoli, su invito di Antonia Soriente, avrò il piacere di raccontare ai suoi studenti dell'Orientale, il nostro "A Oriente del Califfo", un libro che tratta del progetto dello Stato islamico da Kabul a Dacca. Posto sotto la locandina invito ...

Non pubblicare senza permesso!

Trovo veramente sconcertante trovare i miei articoli pubblicati su alcuni siti senza che io sia stata contattata e abbia dato il mio permesso di pubblicazione, traduzione, eccetera. Contestiamo spesso a grandi imprese editoriali di non pagare, o non pa...
Buddismo ecologismo

Buddismo ecologismo

Chetsang Rinpoche: ambientalista monaco e ambasciatore della Fao Chetsang Rinpoche è un monaco tibetano abbastanza singolare. Non è solo il rappresentante di una scuola e uno studioso molto apprezzato per la sua ricerca spirituale: è anche un ...e...

Gerusalemme, città senza piazze

Questa è la seconda e ultima parte delle letture che ho tenuto nel mio tour negli Stati Uniti, Messe insieme, rielaborate, e soprattutto ritradotte. Tra una sezione e l’altra è passata un brandello di storia, e cioè la dichiarazione di Donald Tru...

Quando cambiano le regole del gioco

Donald Trump è stato molto chiaro, nella sua dichiarazione su Gerusalemme capitale di Israele. Per l’ennesima volta, durante la sua presidenza, ha messo da parte la comunità internazionale, le convenzioni firmate anche dagli Stati Uniti, le risoluzioni...

Non è tutta colpa di Trump

Non è tutta colpa di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti poggia la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme su un preciso atto legislativo del Congresso americano, approvato nell’autunno del lontano 1995...
Un’ambasciata USA a Gerusalemme, e poi molto di più

Un’ambasciata USA a Gerusalemme, e poi molto di più

mcc43 “Con la sua decisione, quindi, Donald Trump rompe il fronte ma, soprattutto, riconoscendo di fatto Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato ebraico sdogana e approva la politica degli insediamenti che da decenni Israele conduce a spes...
Un ricordo di Giovanni Bensi

Un ricordo di Giovanni Bensi

L’ISIS: DALLE RADICI AL CROLLOIn ricordo di Giovanni BensiLa Biblioteca Archivio del CSSEO, in collaborazione con il Centro studi sul Caspio e il Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione, organizza mercoledì 6 dicembre alle ore 12, 30, nell’Au...
L’inferno in Marocco si chiama TEMARA

L’inferno in Marocco si chiama TEMARA

mcc43 Sebbene ratificata dal Marocco nel 1993, la Convenzione Onu Contro la Tortura è carta straccia nel regno di Muhamad VI. A testimoniarlo sono decine di rapporti Amnesty International, Human Right Watch e del Working Group on Arbitrary Detention de...
Making Lives: Refugee Self-Reliance and Humanitarian Action in Cities

Making Lives: Refugee Self-Reliance and Humanitarian Action in Cities

Today I am launching Making Lives: Refugee Self-Reliance and Humanitarian Action in Cities, the final publication of a year-long research project into refugee self-reliance and humanitarian action in cities, which I carried out last year with the Humanitarian Affairs Team (Save the Children), the Bartlett Development Planning Unit (University College London), and Jindal School of International Affairs (O. P. Jindal Global University). […]

Dissenso e repressione in Bahrein

Manama sempre meno propensa al dialogo con le opposizioni Al-Manama (Russia Today in arabo). Shaykh Ali Salman, il leader dell’associazione al-Wifaq, il principale partito di opposizione sciita messo al bando in Bahrein, si è rifiutato di comparire in ...

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l'assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E' solo l'ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è conc...
La parola rohingya

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perlomeno non ...
La parola rohingya

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perl...

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l'assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E' solo l'ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è concluso con l'arresa dello Stato, dell'esercito e di tutte le istituzioni (con l'esclusione della magistratura) del Pakistan. Un fatto senza precedenti e di estrema gravità, quanto il fatto che la sua eco sia stata (non parliamone in Italia) del tutto secondaria. Gli islamisti, qualche centinaio, chiedevano la testa di un ministro è molte altre richieste e hanno ottenuto tutto anche se si trattava di tre minuscole organizzazioni radicali e violente. Quando, dopo uno stallo di tre settimane, la polizia è intervenuta, alcune migliaia di dimostranti sono scesi in strada in appoggio al blocco stradale e hanno iniziato una fitta sassaiola. Anziché rispondere, la polizia è arretrata. Alla fine, dal governo all'esercito, tutti hanno ceduto alle richieste di un gruppetto di radicali. Una delle pagine più buie della storia del Paese.

Giulio Regeni, 250 accademici firmano una lettera di supporto alla sua tutor: “L’articolo di Repubblica è fuorviante”

“Giulio voleva fare ricerca sui sindacati indipendenti da anni, cioè da prima del colpo di Stato del 2013, e questo argomento non era assolutamente pericoloso”. Gilbert Achcar è professore alla Soas, la School of Oriental and African Studies, di Londra e ha conosciuto Giulio Regeni diversi anni fa, quando il giovane italiano si recò nel […]

L'articolo Giulio Regeni, 250 accademici firmano una lettera di supporto alla sua tutor: “L’articolo di Repubblica è fuorviante” proviene da Il Fatto Quotidiano.

W.A.R. sbarca ad Algeri

W.A.R. sbarca ad Algeri

War Alger 110C’è la storia di un giovane egiziano che scopre “El Houma, caposaldo della controcultura algerina”, reportage su uno spazio di condivisione e produzione collaborativa dei rapper di Algeri. E decide di partire, con un clic, verso Roma, Tunisi, Beirut, Casablanca… per ammirare i lavori degli street artist, assistere a una performance o visitare uno di questi spazi creativi dove gli artisti connotano di un nuovo segno la cultura urbana.

Accordo sui rohingya

Accordo sui rohingya

deal-bd.jpg
La firma del protocollo in una foto del DailyStar di Dacca
Bangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaio

C’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per il rientro dei rohingya scacciati dal Paese delle mille pagode e dell’infinita compassione. C’è un accordo che per ora è un pezzo di carta e che non ha nemmeno una data certa entro la quale dovrebbe ricomporsi l’esodo più massiccio della Storia recente da un Paese non in conflitto.

map_24.jpg
Il confine col Bangladesh sul fiume Naf
e gli incendi rilevati dal satellite nel Rakhine
L’accordo è stato firmato ieri mattina nell’ufficio della Nobel Aung San Suu Kyi, sotto pressione da mesi: da quando a fine agosto è iniziato l’esodo forzato che ha catapultato in Bangladesh oltre 600mila rohingya, la minoranza musulmana senza diritti che in Myanmar non ha nemmeno quello di chiamarsi così. I “senza nome”, ammassati in campi che sono in condizioni spaventose – come finalmente si comincia a documentare con una certa costanza – dovrebbero cominciare a rientrare -prevede il protocollo siglato dalla Nobel e dal ministro degli Esteri di Dacca Mahmood Ali – entro due mesi. Per il Bangladesh è una vittoria e ieri la premier Sheikh Hasina ha rinnovato il suo invito a Naypyidaw a far si che i rohingya tornino a casa. Ai 625 mila arrivati da agosto ne vanno infatti aggiunti forse un altro mezzo milione che, nei decenni, hanno scelto la via che passa dal fiume Naf e che porta in Bangladesh.

La decisione del governo birmano, di cui Suu Kyi è il personaggio di spicco, si deve alle pur blande pressioni della comunità internazionale. E quando anche gli Stati Uniti – per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson - hanno minacciato sanzioni e utilizzato la parola “pulizia etnica” qualcosa, per altro già nell’aria, dev'essersi mosso (l’ambasciata Usa nel Paese ha anche cancellato i voli ufficiali
nello Stato del Rakhine)

240px-Rex_Tillerson_official_portrait.jp
Tillerson ha preso posizione:
è stata la goccia
che ha fatto traboccare il vaso?
La Nobel aveva annunciato diverso tempo fa la costituzione di una sorta di agenzia ad hoc ed era sempre stata lei a chiamare Kofi Annan mesi prima chiedendogli un rapporto sulla situazione nel Rakhine, l’area dove vivono i rohingya, anche se gli aveva esplicitamente chiesto di non riferirsi a “loro” con quel nome. Ma in tutto ciò l’esodo non ha fatto che ingigantirsi e governo e militari hanno sposato la tesi del terrorismo islamico, accusando l’Arsa - l’organizzazione autonomista islamica responsabile degli attacchi di agosto contro posti di polizia - di essere un gruppo jihadista che vorrebbe fare del Rakhine uno Stato islamico. Poi però le pressioni internazionali, ma soprattutto le reiterate denunce di gruppi della società civile, hanno fatto emergere in tutta la loro violenza la responsabilità sia dei militari sia del governo. Ad appoggiare incondizionatamente Naypyidaw ci sono comunque i potenti vicini – India e Cina – e l’amico lontano, la Russia, che ieri ha criticato le parole di Tillerson. Anche Thailandia e Giappone han lasciato correre mentre Malaysia e Indonesia si sono spesi in diversi modi: la Malaysia ospita 150mila rohingya (anche se non possono aspirare a cariche pubbliche e i loro bambini non hanno accesso che a “scuole speciali”) e ospita una delle sedi di corrispondenza di Rohingya Vision, una tv con sede in Arabia Saudita. La Cina in particolare, assetata di energia e che vuole il Myanmar nella sua nuova Via della seta, è l’amico più fedele: soprattutto dei militari. Propri in questi giorni, è a Pechino in visita ufficiale il generale Min Aung Hlaing, l’uomo forte che controlla da vicino l’operato della Nobel e che invece, da un mese a questa parte, si è visto interdire i suoi viaggi in Europa.

Se l’accordo bangla-birmano funzionerà si saprà dunque a gennaio. Ma la domanda è anche un’altra. Ammesso e non concesso che un rohingya voglia tornare nel suo villaggio magari dato alle fiamme, che situazione troverà ad accoglierlo? Proprio due giorni fa, Amnesty International ha spiegato, dopo un’inchiesta durata due anni, che i rohingya in Myanmar vivono intrappolati «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all'apartheid». I contadini rohingya rischiano dunque di tornare in uno Stato che non solo non li vuole e li considera “immigrati bangladesi”, ma che non gli riconosce cittadinanza, documenti né quindi titoli di proprietà su una terra magari lavorata nella consuetudine di secoli. Forse nel Myanmar c’è chi spera che questo basti a tenerli lontani.
Il viaggio difficile di Francesco Bergoglio

Il viaggio difficile di Francesco Bergoglio

Non è un viaggio facile per papa Francesco Bergoglio quello che inizia lunedi in Myanmar per proseguire poi in Bangladesh. Il papa, che incontrerà il presidente birmano Htin Kyaw e la sua premier “de facto” Aung San Suu Kyi, prevede anche un incontro...

Egitto, nel mirino finiscono i sufi. Dietro l’attentato il fallimento della politica di Al-Sisi nel Sinai

L’attentato contro la moschea di Bir al-Adb, oltre ad essere il più grave degli ultimi anni contro la popolazione civile in Egitto, segna un nuovo colpo contro la politica securitaria del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Nonostante ad ora non ci sia alcuna rivendicazione, gli analisti puntano il dito sullo Stato Islamico, il cui nucleo più […]

L'articolo Egitto, nel mirino finiscono i sufi. Dietro l’attentato il fallimento della politica di Al-Sisi nel Sinai proviene da Il Fatto Quotidiano.

Refugees in Libya Are Being Sold at Slave Auctions

After Italy signed a memorandum with the UN and U.S.-backed government of Libya, known as the Government of National Accord (GNA), in Tripoli to reduce sea migration in February 2017, migrant crossings to Italy from the North African coastline decreased by 87 percent. This seemingly positive result, however, has obscured the fact that refugees intercepted by […]

Israel’s Complicity in Myanmar’s Crimes Against Rohingya Muslims

 Israel is directly assisting the violent persecution of Myanmar’s Rohingya Muslim population, by providing arms and training to the country’s military. The latest military crackdown against the Rohingya – a stateless minority population that remains officially unrecognized by the government of Myanmar – was launched in 2016. Since then, violence against the group has only […]

Arbitrary Charges and Arrests Continue in Egypt, Even Towards Pop Singers

This past week, a number of high-profile charges and arrests took place against long-time human rights activists, as well as a widely admired pop singer in Egypt. In a stunning and puzzling move, beloved Egyptian pop singer Sherine Abdel Wahab was charged, with “insulting the Egyptian state,” and is set to stand trial at the court […]
Bangladesh and Myanmar sign deal to start repatriating Rohingya refugees

Bangladesh and Myanmar sign deal to start repatriating Rohingya refugees

Bangladesh and Myanmar will start repatriating refugees in two months, Dhaka said Thursday, as global pressure mounts over a crisis that has forced more than 600,000 Rohingya to flee across the border. 

The United Nations says 620,000 Rohingya have arrived in Bangladesh since August to form the world's largest refugee camp after a military crackdown in Myanmar that Washington has said clearly constitutes "ethnic cleansing."

Related: Bangladesh says China will help resolve the Rohingya crisis

The statement from Secretary of State Rex Tillerson is the strongest US condemnation yet of the crackdown, accusing Myanmar's security forces of perpetrating "horrendous atrocities" against the group.

Following talks between Myanmar's civilian leader Aung San Suu Kyi and Bangladeshi Foreign Minister A.H. Mahmood Ali, held after weeks of tussling over the terms of repatriation, the two sides inked a deal in Myanmar's capital, Naypyidaw, on Thursday.

A Rohingya refugee man holding children walks towards the shore

A Rohingya refugee man holding children walks towards the shore as they arrive on a makeshift boat after crossing the Bangladesh-Myanmar border, at Shah Porir Dwip near Cox's Bazar, Bangladesh, Nov. 9, 2017.

Credit:

Navesh Chitrakar/Reuters


In a brief statement, Bangladesh said it had agreed to start returning the refugees to mainly Buddhist Myanmar in two months.

It said that a working group would be set up within three weeks to agree to the arrangements for the repatriation.

"This is a primary step. [They] will take back [Rohingya]. Now we have to start working," Ali told reporters in Naypyidaw. 

Related: In Myanmar, fake news spread on Facebook stokes ethnic violence

Impoverished and overcrowded, Bangladesh won international praise for allowing the refugees into the country, but has imposed restrictions on their movements and said it does not want them to stay.

Suu Kyi's office called Thursday's agreement a "win-win situation for both countries," saying the issue should be "resolved amicably through bilateral negotiations." 

However, it remains unclear how many Rohingya will be allowed back and how long the process will take.

Life in Bangladesh

Shelley Thakral, a UN World Food Program spokesperson is based in the port town of Cox's Bazar, Bangladesh, where a mega-camp of hundreds of thousands of Rohingya refugees has sprung up. 

"Five weeks ago, six weeks ago, this was a forest, a forest that's now become peoples’ homes, sheet by sheet of corrugated iron, of bamboo walls," Thakral says.  "Families live side by side, some families are five, but some families are up to eight and more."

Tourists once flocked to Cox's Bazar to relax on what some consider the world's longest beach. But an hour's drive from the coast, the refugees squeeze together in densely packed settlements.  More desperate Rohingya, sometimes dozens, sometimes hundreds, arrive every day.

“Families make this treacherous journey by foot from Myanmar, escaping the persecution there," Thakral says. "Some tell us that they've walked for six days, they've walked for 10 days with just the possessions that they have."

Aid groups say it's a struggle just to provide basic essentials in the mega-camp. One in four children there suffer from malnutrition, according to the WFP.  It offers as many families as possible shelter and hot meals.

"We're trying to make sure whatever trauma that they've encountered that they have something to settle into that's dignified, that that makes them feel welcome and makes them feel that they are being looked after," Thakral says.

Return to Myanmar

Rights groups have raised concerns about the process, including where the refugees will be resettled after hundreds of their villages were razed, and how their safety will be ensured in a country where anti-Muslim sentiment is surging.

“The most important thing that would have to be addressed is that those returning would have to have some ability to move within [Myanmar’s] Rakhine State and they would need to have their basic needs met,” said Carolyn Miles, president and CEO of Save the Children, one of several aid organizations working with Rohingya refugees in Bangladesh

But Miles says she’s skeptical the agreement will address those challenges.

“I don’t know that this agreement is actually gviing them either the rights of movement or that the conditions are going to be much better than what they fled,” Miles said. “I think it’s unlikely you’ll have a lot of people — given what they went through when they were in Myanmar — choosing ... to return.”

'Won't go back'

A Rohingya refugee girl waits to be taken to a refugee camp
A Rohingya refugee girl waits to be taken to a refugee camp after crossing the Naf river at the Bangladesh-Myanmar border in Palang Khali, near Cox’s Bazar, Bangladesh Nov. 2, 2017. 
 
Credit:

Adnan Abidi/Reuters

The stateless Rohingya have been the target of communal violence and vicious anti-Muslim sentiment in mainly Buddhist Myanmar for years. 

They have also been systematically oppressed by the government, which stripped them of their citizenship and severely restricted their movement, as well as their access to basic services. 

Tensions erupted into bouts of bloodshed in 2012 that pushed more than 100,000 Rohingya into grim displacement camps.

Related: Myanmar's critics call Rohingya-only enclaves '21st-century concentration camps'

Despite the squalid conditions in the overcrowded camps in Bangladesh, many of the refugees say they are reluctant to return to Myanmar unless they are granted full citizenship.

"With full rights like any other Myanmar nationals," said Abdur Rahim, 52, who was a teacher at a government-run school in Buthidaung in Rakhine state before fleeing across the border.

Rohingya refugees wait in a queue to collect food at the Palongkhali makeshift refugee camp in Cox's Bazar
 
Rohingya refugees wait in a queue to collect food at the Palongkhali makeshift refugee camp in Cox's Bazar, Bangladesh, Nov. 7, 2017. 
Credit:

Mohammad Ponir Hossain/Reuters


"We won't return to any refugee camps in Rakhine," he told AFP in Bangladesh.

The signing of the deal came ahead of a highly-anticipated visit to both nations from Pope Francis, who has been outspoken about his sympathy for the plight of the Rohingya.

The latest unrest occurred after Rohingya rebels attacked police posts on Aug. 25. 

The army backlash rained violence across northern Rakhine, with refugees recounting nightmarish scenes of soldiers and Buddhist mobs slaughtering villagers and burning down entire communities.

The military denies all allegations but has restricted access to the conflict zone.

Suu Kyi's government has blocked visas for a UN-fact finding mission tasked with probing accusations of military abuse.

Agence France-Presse contributed to this report.

IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa

IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa

IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa

By WAM
JEDDAH, Nov 23 2017 (WAM)

A joint initiative of the Islamic Development Bank (IsDB) and African Development Bank (AfDB) will boost agriculture value chains and enhance drought resilience in Nigeria, Somalia and Uganda.

The initiative is part of a broad coalition to boost collaboration between the two institutions in agriculture, water and sanitation. The combined active portfolio of both institutions in these sectors in Nigeria, Somalia and Uganda is worth US$1 billion, with several projects in the pipelines to expand their support.

"It is good to see this strong partnership between the African Development Bank and the Islamic Development Bank further evolving, in terms of depth, breath, resource commitments, leverage and speed of delivery"

Khaled Sherif, AfDB Vice-President for Regional Development, Integration and Business Delivery
Stronger ties between AfDB and IsDB will help ramp up agricultural production along important crop and livestock value chains while preventing and mitigating climate change induced droughts will help achieve the objectives of “Say No To Famine/Alliance to End Famine in Africa.”

“It is good to see this strong partnership between the African Development Bank and the Islamic Development Bank further evolving, in terms of depth, breath, resource commitments, leverage and speed of delivery” said AfDB Vice-President for Regional Development, Integration and Business Delivery, Khaled Sherif.

Sherif said the presidents of the two institutions had signed a Memorandum of Understanding that clearly outlines the way forward to strengthen the partnership.

IsDB Vice President, Mansur Muhtar, stated: “Indeed, there is much to gain from the collaboration between our organizations. It is here that we can utilize our respective competitive advantages best and maximize the utilization of available resources.”

“This can be achieved in particular by avoiding duplication and concentrating the stipulated initiatives in support of our member countries in the identified sectors and areas that promise to be most impactful for local populations. We will also expand this partnership throughout the operationalization of upcoming initiatives by bringing in additional partners, especially the private sector,” he added.

[Image credit: Islamic Development Bank (IsDB) Twitter: @isdb_group]

 

WAM/Tariq alfaham

The post IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa appeared first on Inter Press Service.

Accordo sui rohingya

Accordo sui rohingya

La firma del protocollo in una foto del DailyStar di DaccaBangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaioC’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per...
Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Si chiama “In gabbia senza un tetto” l’ultimo rapporto di Amnesty International sui Rohingya, la minoranza musulmana cacciata dal Myanmar nell’esodo forzato più recente della Storia da un Paese non in conflitto. E aggiunge una nuova parola a un vocabolario dove si è letto di stupri, eccidi, violenze, incendi, disastri umanitari, genocidio e pulizia etnica: apartheid. Questa volta Amnesty, che lavorava al caso da due anni, documenta infatti la condizione interna dei rohingya in Myanmar, dove fino a qualche mese fa viveva poco più di un milione di questa minoranza ora ridotta drasticamente a meno della metà (oltre centomila vivono in campi profughi nel Paese mentre 600mila sono stati espulsi). Chi vive in Myanmar era ed è intrappolato «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all'apartheid». Il rapporto (in italiano sul sitowww.amnesty.it) disegna il contesto della recente ondata di violenze, quando le forze di sicurezza hanno incendiato interi villaggi e hanno costretto centinaia di migliaia di rohingya a fuggire verso il Bangladesh. Molti, non si sa quanti, sono stati uccisi o sono morti cercando di attraversare la frontiera.

Fa un salto in avanti la condanna che per ora ha visto soprattutto la società civile impegnata in un’operazione di denuncia (Amnesty, Human Rights Watch, il Tribunale permanente dei popoli e diverse Ong come Msf ad esempio) con le Nazioni Unite (molte le prese di posizione e le denunce) ma, per il momento, non si sono viste forti pressioni internazionali anche se, nel suo recente viaggio in Myanmar, l’Alto commissario Federica Mogherini non è stata tenera con Aung San Suu Kyi. Nondimeno per ora, l'Unione europea si è limitata a confermare il divieto alla vendita di armi e ha riattivato il meccanismo (soppresso quando i militari hanno ceduto il potere) che vieta agli alti gradi dell’esercito birmano di venire nel Vecchio Continente. Poco o nulla ha invece fatto il Consiglio di sicurezza, come se la questione riguardasse semplicemente i rapporti tra Myanmar e Bangladesh.

La foto è tratta dal sito di Amnesty Italia


I
l rapporto di Amnesty dice chiaramente che il Myanmar ha confinato i rohingya in un’esistenza ghettizzata dove è difficilissimo avere accesso a istruzione e cure mediche in un quadro di esodo forzato dalle proprie case. Questa situazione – secondo Ai - corrisponde da ogni punto di vista alla definizione giuridica di apartheid, «un crimine contro l’umanità». «Questo sistema appare destinato a rendere la vita dei rohingya umiliante e priva di speranza – dice in una nota Anna Neistat, direttrice di Amnesty per le ricerche – e la brutale campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze di sicurezza del Myanmar negli ultimi tre mesi è l’ennesima, estrema dimostrazione di questo atteggiamento agghiacciante. Le cause di fondo della crisi in corso devono essere affrontate per rendere possibile il ritorno dei rohingya a una situazione in cui i loro diritti e la loro dignità siano rispettati». Difficile, anche perché, dice il rapporto, i rohingya vivono esclusi da qualsiasi contatto col mondo esterno.

Sebbene i rohingya subiscano da decenni una sistematica discriminazione promossa dal governo, la ricerca rivela come la repressione sia aumentata drammaticamente dal 2012, quando la violenza tra la comunità musulmana e quella buddista ha sconvolto lo stato di Rakhine. Queste limitazioni sono contenute in una serie di leggi nazionali, “ordinanze locali” e politiche attuate da funzionari statali che mostrano un’evidente attitudine razzista. Un regolamento in vigore nello stato di Rakhine dice chiaramente che gli “stranieri” e le “razze bengalesi” (un’espressione dispregiativa usata per indicare i rohingya) hanno bisogno di un permesso speciale per spostarsi da un luogo a un altro.
Durante la violenza del 2012, decine di migliaia di rohingya vennero espulsi dalle zone urbane dello stato di Rakhine, in particolare dalla capitale Sittwe. Attualmente 4000 di loro restano - dice ancora Ai - in città, in una sorta di ghetto isolato, circondato dal filo spinato e sorvegliato da posti di blocco, e rischiano costantemente di essere arrestati o aggrediti dalle comunità che li circondano.
“Fuori da Gaza”, fuori da tutto, fuori da qui

“Fuori da Gaza”, fuori da tutto, fuori da qui

C’è che di libri ambientati a Gaza e che parlano di Gaza in italiano ne sono usciti pochissimi. Forse due, negli ultimi cinque anni, ma vado a memoria e potrei sbagliarmi. C’è che il secondo, dei due, è un libro rabbiosissimo e tenero che è stato eletto Guardian Book of The Year nel 2012. L’autrice […]
The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

Roberta Mazzanti*
Pubblico qui il contributo di Roberta Mazzanti, una cara e vecchia amica, al Convegno "Abitare, corpi, spazi, scritture" che si è tenuto a Roma a metà Novembre organizzato dalla Società italiana delle letterate. In cui si  parla anche di Viaggio all'Eden






THE ROOF IS GONE: esplosioni nello spazio-tempo familiare
ed evasioni psichedeliche
 in alcune narrazioni  sugli anni Sessanta e Settanta del Novecento

"Look up!, The roof is gone / And the long hand moves / Right on by the hour": questi versi sono parte di un testo composto e cantato da Grace Slick – straordinaria cantautrice della scena rock a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, solista e vocalist in gruppi famosi come i Jefferson Airplane – che ben rappresentava anche per gli amanti del rock in Italia la trascinante onda musicale psichedelica californiana. Il tetto che vola in aria per un'esplosione di passionalità che la voce e il corpo di Grace Slick esprimono con la massima potenza, lo spazio che si spalanca davanti a una donna in amore, svincolata perfino dalla forza di gravità, sono una perfetta metafora della libertà che la controcultura della West Coast di fine anni Sessanta tentava di offrire nella sua proposta di rivoluzione sociale, erotica e artistica.
Grace Slick 

Anche a noi, seguaci italiani di quelle rivolte libertarie, parevano allora antitetiche due scelte esistenziali: abitare la casa/famiglia nucleare o abitare la strada/comunità, vivendole in forme mobili e destrutturate, pauperistiche rispetto alla società dei consumi di massa che andava solidificandosi e ingabbiando chi ne faceva parte. Ho cercato di ritrovare questa antitesi in alcuni testi letterari e musicali centrati sul tema del "viaggio" che allontana dal nucleo originario – famiglia, luogo di nascita, cultura di provenienza – i giovani nati negli anni Cinquanta. Viaggi reali e mentali, esperienze psichedeliche, letture alternative a quelle canoniche, esperienze mistiche e politiche che portano far away from home, fatte dagli "occidentali" verso mete esotiche, prevalentemente verso Oriente e, in parte minore, verso le terre del Centro e Sud America.

Ho accolto così la proposta del convegno SIL 2017: intrecciando letture e ascolti musicali con riflessioni su personali esperienze legate al "sentirmi a casa" o "allontanarmi da casa", abitare in una collettività o sentirmene distante.
Evasione da spazi di borghese confortevolezza che si rivelavano angusti, soffocanti; sperimentazioni del corpo proiettato in luoghi metaforici o reali dove il tempo si snodava con ritmi differenti da quelli "di casa nostra", o addirittura sembrava essersi fermato...
Ciò significa anche riesaminare la relazione fra individuale e collettivo, nonché scavare nelle "contro-culture" di quegli anni ciò che segnava allora (e tuttora?) le differenze di genere rispetto alle possibilità e alle libertà di abitare, viaggiare, sconfinare e tornare a casa.
La mia lettura oscilla fra distacco e riconoscimento, fra varie rappresentazioni di presenti e passati, con uno sguardo critico sul passato che ho ritrovato in tre opere di scrittura ben diverse: il reportage della scrittrice statunitense Joan Didion "Slouching Towards Bethlehem" (pubblicato in origine nel 1967, poi tradotto da Delfina Vezzoli come Verso Betlemme e pubblicato dal Saggiatore nel 2008), il romanzo dell'inglese Antonia S. Byatt A Whistling Woman (pubblicato nel 2002, poi tradotto per Einaudi nel 2005 da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti con il titoloUna donna che fischia), e il recente scritto autobiografico Viaggio all'Eden di Emanuele Giordana, giornalista e inviato speciale per il Manifesto, Internazionale, Radio3 Mondo, mio compagno di liceo, tuttora amico in un duraturo, ampio gruppo affettivo e di sostegno reciproco.

"Slouching Towards Bethlehem" è lo scritto più drammatico che io abbia letto sulla Summer of Love californiana del 1967. e sulla fuga da casa dei tanti ragazzini americani che fioccavano a San Francisco e sulla West Coast in cerca di pace, amore, musica e sballo. Il punto di vista di Didion, allora trentaduenne, è al tempo stesso acuto e sconcertato, partecipe ma carico del distacco che una colta intellettuale formatasi negli anni Cinquanta avverte rispetto a stili di vita che giudica disperanti, o nei casi migliori troppo ingenuamente protestatari.
Il titolo, letteralmente "arrancando verso Betlemme", è ripreso dalla poesia di W.B. Yeats "Il Secondo Avvento", dove si trovano questi versi: "Le cose cadono a pezzi, il centro non regge più; / sul mondo dilaga mera anarchia / l'onda fosca di sangue dilaga e in ogni luogo / sommerge il rito dell'innocenza; / i migliori difettano d'ogni convinzione i peggiori / sono colmi d'appassionata intensità" e dove ad "arranca(re) verso Betlemme per venire alla luce" è "una rozza bestia ".1
La scrittrice dichiarava nella prefazione che impegnarsi in un resoconto della primavera-estate 1967 trascorsa nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco le era sembrato "imperativo" ma l'aveva in seguito demoralizzata la consapevolezza che "le cose cadono a pezzi": si era convinta che se avesse voluto continuare a scrivere, avrebbe dovuto venire a patti con "il disordine".2
Una dieta non proprio salutare a base di gin e Dexedrina l'aveva sostenuta nel drammatico processo di scrittura del reportage, la cui prima riga riprende quasi letteralmente uno dei versi di Yeats: "Il centro non reggeva più": nell'American Dream si manifestavano crepe via via più vistose ­– sotto i colpi della contestazione alla guerra in Vietnam, dei conflitti razziali e delle rivolte non più pacifiche dei movimenti neri, delle rivolte studentesche, delle teorizzazioni politiche e azioni di massa stimolate dalla New Left e dal Women's Liberation Movement –, mentre sciamavano a San Francisco migliaia di giovanissimi: "Gli adolescenti vagavano da una città straziata all'altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società".3
Dal suo punto di vista, San Francisco non è il luogo già mitico dell'utopia di Pace, Amore e Musica, ma piuttosto quello "dove l'emorragia sociale si stava spandendo a macchia d'olio". Il sentimento dell'autrice di fronte al perenne stato di alterazione da droghe – LSD, hashish e marijuana, anfetamine, mescalina – dei suoi interlocutori oscilla fra curiosità, sconcerto e distacco, un distacco perso in poche, significative occasioni: quando incontra bambini semi-abbandonati o addirittura coinvolti dagli adulti in sballi psichedelici; quando ascolta le giovani hippie parlare del "trip femminile" in cui la felicità può trovarsi nel fare "cose da donna" che dimostrino amore, e lei pensa alla contestazione della Mistica della Femminilità (il famoso saggio di Betty Friedan era uscito nel 19634); quando assiste a manifestazioni di attivisti "il cui approccio alla rivoluzione era fantasiosamente anarchico" e tuttavia le pare di assistere "al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati di creare una comunità in un vuoto sociale", che ricorrono a un vocabolario di frasi fatte: "un esercito di bambini che aspetta di ricevere le parole".5E negli spazi "alternativi" di Haight-Ashbury descritti dall'autrice, il tempo sembra non scorrere, bloccato in un permanente stupore.
All'estremo opposto, Emanuele Giordana prova a raccontare i "trip" della cultura alternativa dalla prospettiva di chi quei viaggi psichedelici e reali sulle rotte d'Oriente li faceva da protagonista, non da osservatore.
Da Milano a Kathmandu, come recita il sottotitolo del suo Viaggio all'Eden, racconta di un itinerario collettivo creato da gruppi di ragazzi milanesi che nelle estati degli anni Settanta percorrevano a tappe un lungo viaggio di formazione autogestito: Creta, Istanbul, Iran, Kabul con la sua Chicken Street colonizzata dai freak, Pakistan e infine India e Nepal, ultima tappa Kathmandu capitale "di un paese tanto bello quanto povero, misero e ignorante"6dove il mitico viaggio all'Eden prendeva la direzione del ritorno a casa.
Già svezzati da esperienze politiche nei primi anni della contestazione, i figli della borghesia ma anche i proletari che per primi in famiglia approdavano a studi superiori, sperimentatori di droghe e lettori suggestionati dai "sacri testi" della controcultura internazionale, erano spinti dalla voglia di evadere dalle coordinate famiglia-scuola-caserma: "La voglia del viaggio, nella seconda metà degli anni Settanta, era diventata un contagio febbrile, irrefrenabile e trasversale".7
E mossi dal desiderio di azzerare, o quantomeno di sospendere il futuro ingresso nel mondo adulto tradizionale e occidentale: abitare un altro tempo, era questa la molla che spingeva al tempo stesso verso le sperimentazioni allucinogene e verso civiltà che parevano vivere secondo altri criteri temporali.
Grazie a Viaggio all'Eden, ho ripensato ai nostri tentativi di abitare il mondo diversamente da quello che nascita, classe e cultura prevedevano, agli strappi e ai nuovi radicamenti, più o meno falliti o riusciti in varie forme erotiche, politiche, psichedeliche, culturali. Alla scelta che tant* hanno fatto di ripercorrerle in forme narrative, autobiografiche e romanzesche, ri-abitandole nella scrittura e guadagnandole a nuove dimensioni temporali.
La chiave interessante del libro di Giordana sta infatti nel suo duplice percorso temporale ed esistenziale verso Oriente: il primo negli anni Settanta, il secondo quando ne ha ripercorso i tracciati come inviato, giornalista e attivista in zone di conflitto, in particolare in Afghanistan; gli anni in cui ha rivisitato la "favola perfetta" raccontando sulla stampa e alla radio un Paese dilaniato dalle guerre che gli appare come "il manifesto di un fallimento" e gli lascia l'amara sensazione "di non aver gridato abbastanza" contro "la sporca guerra".8
Nonostante l'amara consapevolezza, Giordana considera le peregrinazioni giovanili come patrimonio "di quella frangia più anarchica e libertaria" dell'avanguardia che sconvolse il mondo fra anni Sessanta e Settanta, giovani "curiosi, e in parte anche consapevoli. Facemmo quel viaggio (...) con rispetto", e ne rimase un percorso di sprovincializzazione e di apertura ad altre culture, prezioso per ridimensionare ignoranza e arroganza.9

Se Didion tentava un'immersione quasi antropologica nella controcultura durante il suo coagularsi e smagliarsi in una breve stagione californiana, e Giordana ricorre oggi al fertile espediente di un doppio registro soggettivo ­– ricostruire il farsi di un viaggio passato (e mai dimenticato) a partire da un semplice taccuino di viaggio integrato da ricordi e fotografie, e molti anni dopo farne scaturire altri riverberi grazie a una lente più critica, più pensosa –, Byatt dal canto suo si impegna in un grandioso sforzo di narrare un'epoca attraverso frammenti complessi, dove la filatura di vari tracciati individuali crea la tessitura di una rete collettiva, immersa nel lungo flusso di una tetralogia romanzesca in cui Una donna che fischia è l'ultimo volume delle avventure di Frederica Potter.10
Al centro, le peripezie culturali, sentimentali e professionali della protagonista insieme a un poliedrico gruppo, vero co-protagonista. Controcultura pop e psichedelia, anti-psichiatria, contestazione universitaria e sconcerto della cultura liberal inglese, esperimenti di vita comunitaria, scoperte scientifiche e anti-scientismo, maternità e promiscuità sessuali, nulla manca in questo magma profusamente tenuto insieme e articolato in episodi vivissimi dalla maestria della scrittrice.
Frederica, insegnante di Lettere, è già madre single di Leo, vive con un'amica che ha fatto la stessa scelta, coltiva relazioni eterosessuali appassionate ma non esclusive. La sua instabile identità muta improvvisamente quando nel 1968 si trova a condurre una brillante trasmissione televisiva di interviste culturali, intitolata Attraverso lo specchio. Non per caso la donna, che si immagina nei panni di "un'Alice consapevole, astuta e molto adulta" vive lo schermo televisivo come uno specchio dove ricomporre "l'invincibile energia dell'infanzia" con la sua inesauribile curiosità e voracità per la vita: "Oh no, pensò Frederica che stava per essere rifratta nell'intera nazione in migliaia di Frederiche frammentate e scintillanti, non voglio recitare. Voglio pensare. Chiarezza. Curiosità. Curiosare. Curiosare".11
Il tema della messa in scena di sé innerva tutto il romanzo e trascina i personaggi in una gigantesca recita di nuovi ruoli e tentativi di trasformazione individuale e collettiva, esaltanti ma anche costellati di lutti e disastri. Scelgo qui un solo esempio: in una puntata di Attraverso lo specchio dedicata al tema "Donne libere", la conduttrice e le sue ospiti alternano serie riflessioni e provocazioni, domande su ciò che vogliono le donne e citazioni dal passato; Byatt le descrive in dettaglio anche nell'abbigliamento, e poi sintetizza, lapidaria: "Un'equilibrata mistura di travestimento, maschera e parodia – ma di cosa?".12
Uno degli allusivi travestimenti che Frederica adotta in televisione torna nella scena finale, in cui la donna accetta l'inaspettata maternità e la rivela al suo compagno e al figlio Leo. Con il vento del mare ad arruffarle i capelli e l'abito di Laura Ashley teso sul ventre, Frederica ha "un assurdo aspetto da pastora" ma sta vivendo un attimo di perfetta intesa, un momento essenziale: "Frederica disse a Leo: – Non abbiamo la più pallida idea di quello che faremo –. Scoppiarono a ridere. Il mondo era tutto davanti a loro, o così sembrava. Potevano andare dovunque".13
Un'immagine non convenzionale di famiglia, sia per l'ambientazione selvaggia nella brughiera, sia per i legami tra i protagonisti, sia per l'incertezza assoluta sul futuro, un futuro che nello spirito dei tempi era tutto da inventare.
Così, su una strada aperta, si conclude il romanzo. Ma nella parte iniziale, descrivendo la Frederica che molti anni dopo si sarebbe confrontata con il riaffiorare dei ricordi di quella fase dirompente, traboccante di energia, Byatt scriveva:

Più tardi, molto più tardi, Frederica – che si era sentita vecchia a trent'anni e si sorprendeva di non sentirsi tale a sessanta – ripensò a quel periodo di tumulto giovanile, di rivolta e rifiuto, come qualcosa di molto lontano e concluso, mentre i dolci, incerti, timidamente ottimisti anni Cinquanta non lo erano. Innanzi tutto, storicamente, ci vuole qualche decennio perché i "giovani" si rendano conto che altre generazioni più giovani spuntano come funghi, e che i giovani degli anni Sessanta, i quali non potevano ricordare la Guerra, erano stati rapidamente sostituiti da generazioni che non potevano ricordare il Vietnam, a loro volta seguite da generazioni che non potevano ricordare la Falkland. I visi dipinti, i capelli, le bandane, i campanelli alle caviglie e ai polsi finirono per essere nello stesso tempo tribali e vieux jeu, benché la generazione di Leo conservasse una certa nostalgia per una "libertà" così spesso proclamata e cantata che doveva essere esistita, in illo tempore, in qualche altro luogo. O forse, pensò Frederica riflettendo sull'indeterminatezza dei propri ricordi di quel periodo, era la sorte comune a tutti i ricordi vecchi di trent'anni (...). Gli anni Sessanta [invece] erano come una rete da pesca dalle maglie spaventosamente larghe e lasche, con qualche raro oggetto di plastica sgargiante impigliato qua e là, mentre tutto il resto era rifluito nell'oceano indistinto. 14

Testi citati:
A. S. Byatt, A Whistling Woman (2002); Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006.
Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968, pp. 94-132; Verso Betlemme, trad. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008.
Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017.
W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.


Brani musicali sul viaggio, sulla vita on the road:
- Me and Bobbie McGee di Kris Kristofferson, cantata da Janis Joplin (1971)
- Like a Rolling Stone, parole, musica e canto di Bob Dylan (1965)
- The Roof is Goneparole, musica e canto di Grace Slick, dall'album Manhole(1974)


1 W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.
2 Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968: 11-12; Verso Betlemme, trad. it. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008. Le citazioni qui sono prese dal testo italiano ma non rintracciabili in pagina perché ricavate dalla versione digitale; mi riferisco perciò alle pagine del testo originale.
3 Ivi: 94.
4 Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
5 Joan Didion, op. cit.: 95, 118-19, 127.
6Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017: 76.
7 Ivi: 7-8.
8 Ivi: 29, 44-45.
9 Ivi:112.
10 I romanzi precedenti sono La vergine nel giardino (1978, ediz. it. 2002), Natura morta (1985, ediz. it. 2003), La torre di Babele (1996, ediz. it. 1997), tutti tradotti da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti per Einaudi.
11 A. S. Byatt, Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006: 132-36, passim.
12 Ivi: 145.
13 Ivi: 403.

14 Ivi: 53-54.

*Roberta Mazzanti si è occupata di letteratura e storia delle donne e di storia del movimento operaio americano. Dal 1985 al 2009 ha lavorato per l’editore Giunti, creando la collana Astrea dedicata alla narrativa delle donne di varie epoche e paesi. Fra le sue pubblicazioni, “La gente sottile”, in AAVV, Baby Boomers: vite parallele dagli Anni Cinquanta ai cinquant’anni (Giunti 2003); “Sad new powers: parole d’esilio e d’amore nel romanzo In fuga di Anne Michaels”, in AAVV, Le eccentriche. Scrittrici del Novecento, Tre Lune Edizioni, 2003. Ha fatto parte della redazione di “Linea d’Ombra” e nel 2015 ha pubblicato "Sotto la pelle dell’orsa" (Iacobelli)
Chi sta distruggendo la cultura in Libia

Chi sta distruggendo la cultura in Libia

140618-sd.jpg

Sulla scena libica ci sono tanti personaggi venuti fuori dal nulla. Sono diventati eroi nella Libia postbellica, arrivando a occupare cariche pubbliche. E qualcuno di loro ha deciso di mettere la parola fine alla libertà di espressione. Leggi

Se l’islamista sequestra la capitale

Se l’islamista sequestra la capitale

Lo svincolo della discordia: unisce
Islamabad a Pindi
Lo svincolo di Faizabad è la porta principale tra le due città pachistane di Islamabad, la capitale
amministrativa del Pakistan col suo milione di abitanti, e Rawalpindi, uno snodo commerciale importante del Punjab con oltre tre milioni di residenti. Bloccarlo con un sit-in, come ormai avviene da tre settimane, vuol dire creare un caos che divide le due città gemelle su un’importante arteria che collega la capitale all’aeroporto. A sequestrare lo svincolo è un manipolo di qualche centinaio di radicali che chiedono la testa del ministro Zahid Hamid, considerato dagli zeloti di alcune formazioni islamiste alla stregua di un apostata. Il caso, innescato dalla protesta degli islamisti, è un emendamento apportato alla legge che regola le candidature in vista delle prossime elezioni generali che si terranno in Pakistan l’anno prossimo.

L’emendamento, che riguarda l’atteggiamento del candidato verso il messaggio del Profeta Maometto, ha sostituito con la locuzione “I belief” (credo) la precedente “I solemnly swear” (giuro solennemente). La nuova viene considerata assai meno forte e rispettosa dell’originaria e una porta aperta a credenti troppo tiepidi. Nel formulario per candidarsi, secondo gli ulema radicali, chi si dichiara musulmano (se non lo è viene aggiunto in una lista apposita) lo deve fare in una forma solenne e non con una semplice professione di fede. Cavilli da dottori della legge e, secondo alcuni, un modo per preparare la campagna elettorale. Ma sufficienti a scatenare una bufera.

Zeloti: un momento del raduno che va
avanti da un mese pubblicato da Pakistan Today
 A destra sotto un'immagine del posto
La legge è stata rapidamente emendata dall’emendamento ed è tornata alla formula originaria, un cedimento che laici e progressisti non hanno visto di buon occhio. Ma gli ulema non mollano e continuano a chiedere che il ministro si dimetta altrimenti il blocco continuerà. Quel che è peggio è che, in un Paese dove le manifestazioni politiche o di rivendicazione sindacale vengono messe sotto schiaffo dalla polizia per molto meno, nessuno ha osato sgomberare manifestanti noti per le loro dichiarazioni al vetriolo. All’Alta corte di Islamabad però non l’hanno digerita e hanno chiamato il ministro dell’Interno a rendere conto dello stallo. Così, il ministro Ahsan Iqbal, d’accordo con i magistrati, ha reso nota l'ultima data utile per lo sgombero: giovedi 23 novembre, ma senza che si capisca cosa accadrà se gli islamisti delle tre formazioni (Tehreek-i-Khatm-i-Nabuwwat, Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah, Sunni Tehreek Pakistan) insisteranno.


La bufera sull’emendamento religioso si è accompagnata a un’altra polemica su un altro
emendamento che cancellava l’ipotesi che un uomo condannato all’interdizione dai pubblici uffici potesse capeggiare un partito politico: un modo per riaprire la porta a Nawaz Sharif, l’ex premier costretto a lasciare in luglio su ordine della Corte suprema per via dello scandalo che lo vede implicato in transazioni poco ortodosse (Panama Papers). Ma sulle prime pagine campeggiano gli zeloti e ora ci si chiede cosa potrà accadere il 23 novembre se gli islamisti non molleranno.
Lo scrittore iracheno Ali Bader al festival salentino “La città del Libro”

Lo scrittore iracheno Ali Bader al festival salentino “La città del Libro”

Il prossimo 26 novembre, lo scrittore iracheno Ali Bader sarà ospite della manifestazione culturale salentina “La città del Libro”, il festival letterario internazionale di Campi Salentina, che quest’anno è dedicato alla figura di Abramo. Bader dialogherà con Monica Ruocco, docente di Letteratura araba dell’Università L’Orientale di Napoli che ha appena tradotto il suo romanzo Il […]

L’avvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita assegnerà all’Iran un ruolo maggiore nel mondo islamico?

L’inaspettato riallacciarsi delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita potrebbe rafforzare la posizione dell’Iran nell’area, consentendogli di affermarsi come guida di tutto il mondo musulmano contro Israele e la coalizione occidentale.

L'articolo L’avvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita assegnerà all’Iran un ruolo maggiore nel mondo islamico? sembra essere il primo su Arabpress.

Una campagna per avere Abiti Puliti

Una campagna per avere Abiti Puliti

Sostieni la Campagna Abiti Puliti e aiutala a realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo.
Perché?

Perché
In alcune fabbriche che producono per grandi marchi le operaie sono arrivate a dover indossare gli assorbenti per non assentarsi neppure per andare in bagno.
Più di 500 operaie sono svenute in un anno in alcune fabbriche Cambogiane che producono per notissimi marchi della moda e dello sport. Esauste e malnutrite l avoravano con almeno 37 gradi , senza neppure un ventilatore.
Le fabbriche del Bangladesh dove vengono cuciti i tuoi jeans, sono palazzi di molti piani con centinaia di operaie e dove le uscite di sicurezza sono spesso assenti o bloccate.
Un’operaia albanese deve lavorare un’ora intera per poter comprare un litro di latte , mentre a un’operaia inglese bastano 4 minuti di lavoro...

Fai una donazione qui
Il Bangladesh alle porte di casa

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

Più di 1,7 milioni di persone lavorano nell’industria dell’abbigliamento/calzature in Europa centrale, orientale e sud-orientale e spesso la differenza tra i salari reali e il costo della vita è drammatica in una situazione in cui – dice il rapporto L’Europa dello sfruttamento - l’attuazione della legislazione sul lavoro è “fallimentare”, con un impatto negativo sulla vita di chi, più o meno direttamente, cuce i nostri vestiti e le nostre scarpe. Per questi marchi, dice il rapporto, i Paesi dell’Europa Orientale sono paradisi per i bassi salari. E anche se molte firme della moda enfatizzano l’appartenenza al Made in Europe, cioè con condizioni di lavoro eque, molti lavoratori “vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, straordinari forzati, indebitamento”. I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze, dice la Campagna, “sono terribili. I salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e del riscaldamento in Paesi dove ai marchi che investono vengono praticati grossi sconti proprio sulle utenze. Per loro le pagan gli operai.
Le Premier ministre du Liban Saad Hariri et sa famille à Paris

Le Premier ministre du Liban Saad Hariri et sa famille à Paris

haririmacron_0.jpg

Le chef du gouvernement libanais Saad Hariri a atterri ce 18 novembre à Paris, en provenance de Riyad. Il doit rencontrer le président Emmanuel Macron à l'Elysée à la mi-journée. Ce dernier a affirmé qu’il le recevrait bien en sa qualité de Premier ministre du Liban, deux semaines après sa démission surprise en Arabie saoudite. Il sera rejoint par des membres de sa famille à la table du chef de l’Etat français. Au Liban, on oscille entre soulagement et interrogations.

The Second Edition of “The Islamophobia Industry” Is Updated for the Age of Trump

The second edition of the Islamophobia Industry: How the Right Manufactures Hatred of Muslims, first published in 2012, is not simply a re-release of the original, but has been significantly updated by author Nathan Lean to reflect the deep connections between President Donald Trump and the major drivers of Islamophobic propaganda and “research” in the United States, as well as the surge of anti-Muslim hate […]

I contractors italiani accusati di combattere per Haftar in Libia

Benghazi (Shabakat Akhbar al-Maarek – BNN) Il capitano Ahmad al-Aquri, identificato come un disertore dell’esercito libico comandato dal generale Khalifa Haftar nella Cirenaica, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook le foto di un gruppo di presunti contractors italiani arruolati dal figlio del generale, Saddam Khalifa Haftar, nella battaglia in corso a Bengasi contro alcune formazioni jihadiste (il cosiddetto […]
Petition for Maha Abderrahman (November, 2017)

Petition for Maha Abderrahman (November, 2017)

Cambridge, 10th November 2017 We, the undersigned, categorically reject the malicious and totally unfounded allegations made against Dr Maha Abdelrahman in the Italian newspaper La Repubblica on 2 November 2017. Dr Abdelrahman, an internationally highly-regarded scholar at Cambridge University, was the supervisor of Giulio Regeni, an Italian PhD student, who was conducting research on Egyptian […]
Il Califfo a BookCity

Il Califfo a BookCity

Autori Vari (Lettera22)
A cura di E. Giordana

"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"

- Rosenberg & Sellier 2017

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini



Non è un libro solo sullo Stato Islamico.
Il progetto di al-Baghdadi è infatti anche quello di estendere i
confini di un neo-Califfato all’intera comunità sunnita oltre il
mondo arabo e le conflittuali aree asiatiche appaiono un terreno
ideale. Il caso afgano, la guerra sempre sotto traccia tra India e
Pakistan, il revivalismo islamico presente in Caucaso e in Asia
centrale, come nelle province meridionali della Thailandia o nel
Sud filippino segnato dal contrasto tra governo e comunità
musulmane; nell’arcipelago indonesiano, che è la realtà
musulmana più popolosa del pianeta, come nel dramma dei
rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh. Al di là del
progetto del Califfo, ci si chiede perché e con quali strumenti il
messaggio ha potuto funzionare, qual è il contesto e quale
l’entità del contrasto con al-Qaeda per il primato del jihad.
Un libro che si chiede cosa potrà restare del messaggio di al-
Baghdadi, anche dopo la caduta di Raqqa, in paesi così distanti
dalla cultura mediorientale; cosa ha spinto un giovane di
Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo?

Emanuele Giordana cofondatore di Lettera22, collaboratore de “il manifesto” e voce  di “Radio3mondo”. Con altri redattori di Lettera22, ha scritto La scommessa indonesiana,
Diversi ma uguali, A Oriente del Profeta, Il Dio della guerra, Geopolitica dello tsunami e Tibet. Lotta e compassione sul tetto del mondo. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO, insegna alla
Scuola di giornalismo della Fondazione Basso e all’Ispi. È presidente dell’associazione Afgana.

Lettera22 è un’associazione tra freelance specializzata da 25 anni in politica internazionale. Alcuni dei suoi membri fanno anche parte dell’agenzia China Files.
Viaggio all’Eden a BookCity

Viaggio all’Eden a BookCity




Scritti dalla Città Mondo

Il grande viaggio da Milano a Kathmandu ripercorso da un giornalista a distanza di 40 anni

Con Emanuele Giordana e Guido Corradi. A cura di Centro di Cultura Italia-Asia

Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il “grande viaggio” in India fatto da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un sogno che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu.

DATA:
Venerdì, 17. Novembre 2017 - 15:00
SEDE:
MUDEC - Museo delle Culture Spazio delle Culture - via Tortona 56, Milano
RELATORI:
Emanuele Giordana
Guido Corradi

Illustrazione di Maurizio Sacchi

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Emanuele Giordana
"Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmandu" - Laterza

con Guido Corradi

MUDEC Venerdi ore 15









Autori Vari (Lettera22)
"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"
- Rosenberg & Sellier

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini


La lezione saudita

L’Arabia Saudita sente di poter manipolare Hariri e la politica sunnita in Libano; tuttavia, l’influenza dell’Iran si è affermata attraverso la formazione di un governo libanese in cui Hezbollah detiene il potere politico e militare

L'articolo La lezione saudita sembra essere il primo su Arabpress.

Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

DINAMOpress è un progetto editoriale di informazione indipendente nato l'11 novembre 2012 dalla
cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti. "Racconta e approfondisce - spiegano i suoi promotori - le questioni principali che riguardano il presente: politica locale e internazionale, precarietà e sfruttamento, femminismi, emergenze razziste e fasciste, forme di vita giovanili, produzioni culturali cinematografiche e musicali, migrazioni internazionali, problematiche ecologiche, cortei e mobilitazioni, beni comuni..."

Quello che viene presentato in questi giorni è il progetto di finanziamento alla luce del sole di un'iniziativa editoriale che ha lo scopo di allargare l'informazione su ciò che avviene. Può piacervi e anche non piacervi ma credo che vada sostenuta. Date un'occhiata al sito e poi se credete andate alla pagina dov'è spiegato il progetto e dove è possibile fare una donazione. Se posso aggiungere un pensiero, riguarda il fatto che oggi siamo bombardati da informazioni ma molto spesso di bassa qualità. Lasciamo stare le fake news, le bufale evidenti e le coglionate (al mondo c'è posto per tutti) ma quel che è da temere è la disinformazione: ben cucinata, professionalmente perfetta e apparentemente asettica. DinamoPress asettica non è. Professionale si. E' una lampadina (o una dinamo se preferite) accesa nel buio dell'informazione mainstream. Anche 5 euro possono fare la differenza.