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Ho sempre amato Wikiradio, una di quelle trasmissioni che restituiscono alla radio il fascino del tempo in cui era uno dei pochi mezzi di diffusione di massa del racconto. Wikiradio, nello specifico, sta peraltro assolvendo a un compito di documentazio...
Bellezza oltre la guerra a Trani. Afghanistan in terra di Puglia

Bellezza oltre la guerra a Trani. Afghanistan in terra di Puglia

Il tema della bellezza è al centro di un Festival cui mi sarebbe sempre piaciuto andare e che si intitola Dialoghi di Trani anche si poi gli appuntamenti corrono qui e la in questa bella terra di Puglia. Con mio grande piacere quest'anno sarò li domenica 24 con Soraya d'Afghanistan e Giorgio Zanchini a parlare della "bellezza oltre la guerra" dell'Afghanistan, Paese bellissimo e purtroppo in gran parte distrutto. Di cosa parlerò? Di cos'è ma anche di com'era. Posto dunque il mio ricordo di quella che un afgano definì l'"età dell'oro" ossia il periodo in cui visitammo l'Afghanistan durante il "Viaggio all'Eden",  libro nel quale ho dedicato a questo splendido Paese gran parte delle pagine... Ne pubblico qualche estratto dal 4 Capitolo: L'epopea di chicken street


...La notte, a quelle latitudini, arriva velocemente. Avevamo appena lasciato il posto di frontiera iraniano di Tayyebad ed eravamo entrati in Afghanistan mentre le luci del giorno si andavano affievolendo. Il passaggio del confine non era stato indolore ma sapevamo che la vera frontiera del Viaggio all'Eden, la mitica strada che portava dall'Europa sino all'India e a Kathmandu, era finalmente qui. Qui dove il grande altipiano del Khorasan persiano si perde nei deserti dell'Afghanistan, un luogo, un nome che con l'andar del viaggio - nelle storie raccolte a Istanbul o Teheran - stava diventando qualcosa in più di una semplice tappa. Alla frontiera iraniana la polizia dello Scià imponeva, a chi andava o veniva, un passaggio obbligato in un corridoio degli orrori: batterie scoperchiate, scatole di conserva squarciate, gomme rivoltate come calzini, cruscotti smontati, tubetti di dentifricio svuotati. Mentre ti avventuravi nella terra di nessuno tra le due frontiere, quel passaggio obbligato nel museo della punizione divina, ti dava un avvertimento chiaro: stavi entrando nel Paese patria, tra l'altro, dell' “afgano nero”, l'hascisc più ricercato del pianeta. Lasciavi la Persia del Trono del pavone con le sue lugubri promesse penitenziarie e agenti azzimati dalle divise luccicanti e arrivavi al posto di frontiera de la “République d'Afghanistan”, che allora il francese era la lingua di una monarchia che, appena un anno prima, nel 1973, era diventata repubblica con un golpe bianco dei suoi parenti, mentre il re Zaher Shah era in vacanza a Capri...

... Dopo qualche chilometro il minibus carico di stranieri zazzeruti e completamente fumati si arrestava in una ciakana, una taverna dove si beve il tè, si può dormire e mangiare sdraiati su tappeti pulciosi ma altrettanto ricchi di fascino, odori e geometrie colorate approntate da abili tessitori.  Completamente stravolti dalla potenza dell'afgano nero, i giovani viaggiatori vedevano entrare uomini scesi da cammelli battriani a una sola gobba e avvolti in tabarri – il patu, coperta di finissima lana dell'Hindukush –, fieri pastori delle montagne, abili commercianti della pianura, chapandaz dal prezioso cavallo arabo che ti proiettavano in una sorta di medioevo islamico, dove regole antiche come massicci dirupi e vigili come guardiani occhiuti di una tradizione millenaria, sembravano - complice l'ambiente e l'hascisc - aver costruito a tua misura la magia di una notte stellata perduta nei grandi spazi dell'Oriente che finalmente si era fatto realtà. Altro che scimmiottamenti di un'altra cultura, altro che divise in stile germanico, altro che modernità più o meno digerita: dopo l'Iran dello Scià – dove l'impronta della modernità sapeva di esportazione forzata di un modello del tutto estraneo - l'Afghanistan era una favola perfetta dove ti era consentito immergerti fino al midollo. Dovevi solo rispettare le sue regole scandite dall'adhan, la chiamata alla preghiera cinque volte al giorno. O dal pashtunwali, le norme rigorose della tradizione. Regole ferree. Una notte, un povero fricchettone di qualche città europea, in nome del leggendario codice d'onore dei pashtun che prevede non si possa negare l'ospitalità a chi la chiede nemmeno se si tratta di un assassino, viene accolto di buon grado in una famiglia cui domanda riparo. Ma il povero giovinastro si sveglia nella notte per la sete e, nel buio, sbaglia stanza entrando in quella delle donne, oggetto di un desiderio irrivelabile e negate alla vista altrui dai dettami della purdah (letteralmente: tenda). Punizione: la morte. Rapida come era stata la grazia con cui era stato accettato e ospitato...

...Oggi a Kabul o a Herat si arriva in aereo. Si può ancora fare quella strada ma l'ossessione della guerra o dei sequestri fanno sì che il viaggiatore sia costretto ad aspettare l'ingresso nel sogno orientale non più a Mashhad ma a Dubai o ad Abu Dhabi, città ad aria condizionata (come Terzani battezzò Singapore nel suo Un indovino mi disse), senza calore umano e in compenso intorpidite da un clima torrido, umido, arrogante e impietoso come la gente del Golfo. L'aeroporto civile della capitale e quello della provincia occidentale – dal 2003 posta sotto controllo italiano – condividono la pista con panciuti aerei militari, grigi come il fumo delle bombe e anonimi come il colore della guerra. C'è poco fascino, se non per gli amanti di elmetti e gagliardetti, nel discendere una scaletta che approda su una terra ostile e polverosa che ospita città militarizzate in piena evoluzione e ormai quasi irriconoscibili. I bulldozer della famiglia Karzai, speculatori di Ankara o Dubai, ostinati ingegneri della sicurezza delle ambasciate, hanno ricoperto la capitale di cemento. I soldi della guerra avevano fatto dell'afghanis una moneta così forte che conveniva convertirla per comprare ovunque - fuorché in Afghanistan - merci che in Iran, Pakistan e Tagikistan costavano la metà. Facevano eccezione le noci di Baghlan o il melone di Kunduz, famoso per la succosa dolcezza, tra i pochi doni agricoli sopravvissuti: per il resto quasi tutto, dai pomodori alle uova, veniva e viene dai vicini. La bolla speculativa dell’economia di guerra – dall’edilizia alle commesse per gli scarponi dell’esercito – è però durata sino a quando i soldati americani e della Nato sono rimasti padroni del campo arrivando a contare 150mila militari e altre migliaia di contractor: con la loro presenza, accanto a una popolazione di diplomatici, umanitari e spioni, son stati una potente macchina per far girare i soldi. Adesso, che i soldati hanno iniziato ad andarsene con la fine nel 2014 della missione Isaf lasciando soltanto qualche migliaio di uomini a guardia del bidone, la bolla si è sgonfiata. E in un mercato del lavoro ormai asfittico dove i soldi facili son finiti e si affacciano ogni anno 400mila nuovi soggetti in cerca di occupazione, forse scenderà anche il prezzo di noci e meloni tanto quanto è scesa la speranza che la guerra, perfida matrigna, un giorno smetta di abbracciare questo Paese...

...Gli afgani sono poeti. Lo erano e lo restano ancora oggi. L'usignolo (bulbul) è un protagonista assoluto nei romanzi, nelle poesie e persino nei serial televisivi. Ne sa qualcosa Parwin Mushthal, attrice afgana di una serie televisiva intitolata appunto Bulbul e a cui gli islamisti hanno ucciso il marito per punirla. Per le donne è dura in questo Paese e lo era ovviamente anche negli anni Settanta. Eppure noi allora, pur essendo accompagnati da fervide femministe che il corpo è mio e lo gestisco io, facevamo poco conto a quella condizione di assoluta esclusione della figura femminile dal consesso sociale. Relativismo culturale? Facevano anche poca attenzione agli usignoli.
Nella casa che per alcuni anni abbiamo affittato a Kabul durante la guerra, sulle pendici di De Afghanan, il quartiere forse più antico della capitale, lo sguardo si perde fuori dalla finestra: si vedono le vette dell'Hindukush che circondano la città e i tetti delle case che in parte ancora sono fatti col sistema tradizionale: un miscuglio di fango e paglia che riveste gli ampi terrazzi e accompagna le balze degli edifici ammantati da un intonaco giallastro che ne segue le curve, come se fosse stato lavorato con le mani, anziché con la cazzuola. Siamo fortunati. Vediamo ancora una Kabul in via di rapida estinzione. Ancora, ma solo in parte, simile a quella città di soli 400mila abitanti (oggi son quattro milioni) che conoscemmo quarant’anni fa. Adesso che è iniziata cilleh-e-qurd, la seconda parte dell'inverno, il sole e il risveglio della natura cominciano a spandersi nei bagh, nei giardini aihmè sempre più rari in una città che ogni giorno costruisce palazzi nuovi e di dubbio gusto. Cilleh-e qalon, la prima parte dell'inverno, inizia invece col nostro solstizio del 21 dicembre e arriva in sostanza fino a fine gennaio. Dura 40 giorni come la fase successiva, cilleh-e-qurd, che segna la transizione di altri 40 giorni e che ci porterà fuori dal freddo secco dell'inverno. Da inguaribile romantico, lo ammetto, continuo a inseguire i segni del passato e dell'impossibile che è anche forse un modo per fingere che la guerra sia lontana e che, anche a Kabul, si possa vivere una vita normale: osservando il volo degli uccelli, spiando le gemme sui rami, indovinando suoni e bisbigli di una natura quotidianamente calpestata.

...Per la verità a Kabul l’usignolo non l’ho mai sentito cantare. C’è anche chi mi dice che non è una specie avicola che predilige l’Afghanistan. Si vedon solo resistentissimi passeri, merli audaci e impavide tortorelle. Si vedon volteggiare nei gul bagh, i giardini di rose di Kabul che una volta si accompagnavamo a grandi vigneti che ne orlavano i contorni quando si schiacciava l'uva per farne vino e qualche amante, perso nel profumo delle rose, avrà forse cercato – ieri come oggi - di imitare quell'incredibile gorgheggio musicale per chiedere al suo amato usignolo di far ritorno da lui. Fosse allora una fanciulla di Kunduz, una nomade nelle montagne del Badakhshan o una donna dagli occhi profondi che vive adesso in una città affacciata sull’Adriatico, in una soleggiata isola delle Cicladi o in una fredda capitale del Nord Europa.


Come ti insegno a uccidere meglio

Come ti insegno a uccidere meglio

Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini. La nuova strategia americana, fumosa e incerta, una sicurezza l’ha data: più bombe, più omicidi mirati, miglior utilizzo dell’arma aerea e un maggior impegno – con l’aiuto dei partner Nato – per costruire una forza aerea nazionale con più aerei e piloti meglio addestrati. Non è una novità perché è la stessa politica di Obama (meno soldati più bombe) ma con almeno tre differenze: la prima è che l’impegno di “stivali sul terreno” aumenterà: per ora siamo a oltre 15mila soldati ma potrebbero crescere; la seconda è che l’Afghanistan può essere un buon teatro dove testare nuove armi (come quella da 11 tonnellate sganciata nell’aprile scorso nella provincia orientale di Nangarhar, nella foto a sinistra); la terza è che sono tornati i B-52, le “fortezze volanti” rese note dalla guerra nel Vietnam. Già utilizzati in passato, non erano stati più usati a partire dal 2005 ma sono riapparsi nel 2012 quando giunsero a sganciare sino a 600 bombe nel mese di agosto di quell’anno. Poi c’è stato un nuovo arresto e ora sono ricomparsi con una media di 150 bombe al mese: ad agosto 2017 hanno superato quota 500. I B-52, gli stessi da cui sarebbero stati sganciati i volantini, portano normalmente bombe da 220 chili (Gbu-38/B) fino a una tonnellata (Gbu-31/B). Ogni aereo ne può portare sino a una trentina per un totale di 31 tonnellate, salvo che non si tratti della Gbu-43 Moab da 11 tonnellate di Tnt – quella utilizzata nel Nangarhar - che per la dimensione deve essere lanciata da un C-130.

Il totale delle bombe sganciate nel 2017 è 2.487, più della metà di quelle lanciate in tutto il 2012 ma solo 271 in meno che in tutto il 2013 e quasi il doppio di quelle del 2016. I B-52 sono coadiuvati nei bombardamenti da caccia F-16 e droni MQ-9. In totale 761 missioni con bombe (su 2.861 uscite) nel 2017. Sul fronte interno – spiega l’Air Power Summary americano del 31 agosto - “ L’Afghan Air Force ha espanso la sua capacità aerea con la prima operazione di sganciamento notturno il 22 agosto con propri C-208”. Train Advise Assist, come vuole l’imperativo della missione Nato “Supporto risoluto”.

Insegnare a bombardare meglio in un paese dove nei primi mesi del 2017, guarda caso, l’Onu ha segnalato un aumento del 43% negli incidenti dovuti ai raid aerei.

Regeni, i legali della famiglia al Cairo: “Polizia ha tentato di chiuderci lo studio”

Avevano chiesto protezione all’Italia la scorsa settimana, ma le loro richieste sono rimaste inascoltate. Nemmeno il ritorno dell’ambasciatore Gianpaolo Cantini al Cairo ha fermato, infatti, gli attacchi del governo egiziano contro l’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione che rappresenta legalmente in Egitto la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello trovato senza vita […]

L'articolo Regeni, i legali della famiglia al Cairo: “Polizia ha tentato di chiuderci lo studio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Fantasmi birmani

Fantasmi birmani

Dopo un’attesa durata settimane la Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, sotto i riflettori della cronaca per l’esodo forzato di oltre 400mila rohingya, ha preso la parola e affrontato la questione. Sotto gli occhi delle telecamere e dei parlamentari e militari del Myanmar nel quale conta più di un nemico. L’attesa non è stata tradita e la leader de facto del governo birmano ha affrontato la questione con un lungo discorso, per certi versi anche coraggioso, ma che in sostanza ha difeso l’operato dell’esercito e messo davanti a tutto la stabilità del suo Paese. Un Paese sempre minacciato dal rischio di un golpe militare che non sarebbe nemmeno tale visto che la Costituzione lo prevede in caso la sicurezza nazionale sia compromessa. Suu Kyi dice che il suo governo non teme il "controllo internazionale" sulla gestione della crisi e ha dichiarato di sentirsi profondamente colpita per la sofferenza di "tutte le persone" imprigionate nel conflitto; che il Myanmar è comunque "impegnato in una soluzione sostenibile ... per tutte le comunità". Ha infine detto che non ci sono state “operazioni di pulizia”, la terribile accusa che è piovuta dall’Onu quando il Myanmar è stato appunto accusato di pulizia etnica.

Poche ore dopo il suo discorso, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra – da cui l’accusa è piovuta - ha chiesto l'accesso completo alla regione in modo da poter indagare la situazione "con i propri occhi". Il suo messaggio al parlamento (con un discorso in inglese) è stato giudicato insufficiente da Amnesty International, che ha lamentato l’assenza di un riferimento diretto ed esplicito al ruolo dell’esercito nelle violenze nel Paese. Human Rights Watch dal canto suo continua invece a testimoniare il contrario di quanto il governo vorrebbe far credere (Suu Kyi ha detto che la maggior parte del Rakhine è in pace) perché, stando all’organizzazione, ci sono ancora “colonne di fumo che si levano dallo Stato del Rakhine”.

Ma l’aspetto forse più inquietante del discorso della Nobel è che non ha mai usato il termine “rohingya”, il nome della comunità che in Myanmar è un tabù perché la minoranza musulmana perseguitata (e ormai ridotta al lumicino dopo l’ennesimo esodo in Bangladesh) viene considerata solo una popolazione di immigrati illegali dal Bengala.



Il video integrale del discorso della Nobel ripreso da Al Jazeera


Vero è che il discorso pubblico richiedeva coraggio in un Paese dove il neo governo civile e democratico è sotto il tiro incrociato dei partiti di opposizione ma soprattutto dei militari. Ci voleva dunque coraggio a citare la missione affidata mesi fa a Kofi Annan che ha chiesto al Myanmar nel suo rapporto di rivedere la legge sulla cittadinanza che vieta ai rohingya di essere “birmani”. Un rapporto che il capo dell’esercito ha rigettato considerandolo “parziale” e per il quale Suu Kyi è stata accusata di avallare chi rema contro la stabilità del Paese. L’equilibrio è difficile: il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, nel ribadire la posizione del suo Paese, lo ha messo in luce: “Non possiamo assistere al ritorno di un regime militare” ed è dunque “vitale che Aung San Suu Kyi e il governo civile dicano chiaramente che questi abusi devono finire”. Una sorta di contraddizione in termini che rivela quanto la faglia sia sottile.

L’anno scorso, all’Assemblea generale delle Nazioni unite, la leader birmana aveva promesso di difendere i diritti delle minoranze e promesso anche impegno contro pregiudizi e intolleranza. Ma quest’anno, anche se il Myanmar non teme il “controllo internazionale”, la Nobel a New York non c’è. Per evitare imbarazzi e, alla fine, tener buoni i militari.


Il Ttp e le minoranze birmane

Il Ttp e le minoranze birmane

«Massacri condotti e patrocinati dallo Stato, esecuzioni extragiudiziali, omicidi, sparizioni,
annegamenti, stupri e violenze sessuali, distruzione di interi villaggi, negazione dei diritti in un cointesto di terrore promosso dallo Stato, diffuso e sistematico…». La lista delle accuse riempie cinque cartelle nel primo giorno in cui il Tribunale permanente dei popoli (Tpp) si riunisce a Kuala Lumpur per giudicare «...lo Stato del Myanmar, i dipartimenti del governo, il complesso militare nel suo insieme, polizia, polizia di frontiera, membri della Lega Nazionale per la Democrazia, il presidente, Htin Kyaw, e la consigliera, Aung San Suu Kyi, accusati di detti crimini in relazione ai gruppi etnici Kachin e Rohingya e alla popolazione islamica...». C’è altro: pur se non rientra nell'ambito di queste accuse, la Procura riconosce «il ruolo significativo dei media, degli ultranazionalisti del Rakhine e delle organizzazioni buddiste anti-musulmane estremiste nella diffusione di propaganda anti-musulmana e anti-Kachin, nell’incitamento all’odio con discorsi e ideologie atte a promuovere e raccogliere il sostegno pubblico per la persecuzione di questi gruppi...».

Benché le sentenze del Tribunale non siano vincolanti e benché si tratti per ora solo di accuse, per la prima volta in questi anni un gruppo autorevole di ricercatori e magistrati della società civile mette sotto accusa senza mezzi termini la politica birmana sulle minoranze e, in particolare, sui Kachin e i Rohingya per i quali Amnesty International chiede la fine della “pulizia etnica” e Human Right Watch chiede al Consiglio di sicurezza sanzioni e embargo sulla vendita di armi al Myanmar. Intanto la vicenda dei profughi verso il Bangladesh – 400mila - si avvicina alla “catastrofe umanitaria” prevista dal segretario generale dell’Onu Guterres. (Em. Gio.)-
Che bestialità vietare il cricket nei parchi italiani!

Che bestialità vietare il cricket nei parchi italiani!

Foto tratta da EastWest
“Il recente ferimento di un bimbo di due anni, colpito alla testa da una pallina vagante mentre era sul balcone di casa, ha indotto il sindaco (di Bolzano) Renzo Caramaschi a vietare lo sport più amato dalla comunità pakistana” rende noto una cronaca del Corsera del 12 settembre. Per ora, scrive Francesco Clementi, il provvedimento di veto sul cricket è limitato a Parco Mignone, ma si valuta l’estensione a tutti gli spazi aperti, dopo una “valutazione con rappresentanti della comunità pakistana”. In effetti una palla di cricket, una sorta di solido agglomerato di pelle di cervo, può arrivare a 150 km/h di velocità anche se questo attrezzo fondamentale del gioco più famoso dell’Impero britannico e delle sue colonie è così costoso che i giovani giocatori gli devono spesso preferire le più volgari palle da tennis. Non sappiamo quanto il bambino sia stato ferito ma sappiamo bene quanto possa far male una pallina da tennis: nella finale junior degli Us Open edizione 1983 per esempio, un giudice di linea fu colpito all’inguine da un “servizio killer” che lo precipitò a terra dove batté la testa e morì. Se invece si avesse la voglia di scorrere google per vedere tutti gli effetti collaterali di un pallone da calcio, si troverebbero circa un paio di milioni di risultati dove la sfera è una truce protagonista, più o meno diretta (“colpito da pallone in spiaggia sviene” “insegue pallone e viene travolto da un’auto” “cerca pallone e cade dal tetto”…). Nessuno però ha mai pensato di vietare il tennis e soprattutto il pallone nei parchi pubblici. Vien da pensare che, come spesso accade con le cose che non conosciamo, l’ignoranza connessa alla diffidenza finisca per produrre scelte sconsiderate.... (continua su EastWest)
Viaggio all’Eden in Trentino

Viaggio all’Eden in Trentino

Presento Viaggio all'Eden  domenica sera a Flavon (ore 20.30, sala civica del Municipio) - organizzato da La Viaggeria e presentato da Raffaele Crocco.Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settant...
Come ti insegno a uccidere meglio

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Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini...(continua nei prossimi giorni su il manifesto in un articolo a due mani con Giuliano Battiston)
Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration

Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration

(Photo by Right to Play-Ethiopia). Appel à communications pour l’atelier: Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration WOCMES 2018 Séville (Espagne) 16-20 Juillet 2018. Suite aux derniers flux migratoires provenant de certains pays du Moyen-Orient, les organisations internationales humanitaires mettent en place des projets de développement ayant comme moyen […]
Lo ius soli visto dai rohingya

Lo ius soli visto dai rohingya

Il villaggio di Yandabo si trova nel Myanmar centrale sulle rive del fiume Ayeyarwady ed è famoso oggi per i suoi manufatti in terracotta. Ma il 24 febbraio del 1826 fu il teatro di un trattato tra birmani e britannici a conclusione della prima guerra anglo-birmana.

In un certo senso il dramma dei rohingya, la minoranza musulmana di lingua bengalese oggetto in queste settimane di una persecuzione che ne ha espulsi circa 380mila dal Myanmar in Bangladesh, è iniziata a Yandabo oltre duecento anni fa. A quell’epoca l’attuale stato di Rakhine – luogo di residenza dell’ormai sempre più ridotta comunità rohingya – era ancora sotto l’influenza birmana, le cui monarchie avevano sottomesso i regni indipendenti di questo territorio affacciato sul Golfo del Bengala. Gli interessi dei birmani e quelli della East India Company, che da Calcutta dirigeva l’espansione dell’impero commerciale con sede a Londra, entrarono in conflitto a spese del Rakhine e di altre regioni sotto dominio birmano. E la guerra privò i birmani, col trattato di Yandabo, del territorio che un tempo, prima delle invasioni da Est, arrivava fino all’odierna Chittagong, la seconda città dell’attuale Bangladesh....

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Il parlamento tunisino approva la legge per l’amnistia dei corrotti

Patrizia Mancini Ieri, 13 settembre 2017, il famigerato progetto per la riconciliazione amministrativa è diventato legge dello Stato con 117 voti a favore, un’astensione, 9 voti contrari e la non partecipazione al voto da parte dell’opposizione. Opposizione che, a più riprese, aveva chiesto che il testo venisse sottoposto all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura (in Tunisia ancora non è ancora […]
Catastrofe sui rohingya

Catastrofe sui rohingya

Si aggiungono sempre nuovi campi profughi
come spiega l'infografica di Al Jazeera. Sianmo a quota 380mila
E' forse stata anche la decisione di Aung San Suu Kyi di non partecipare alla prossima Assemblea dell'Onu a New York a scuotere nuovamente il Palazzo di Vetro sulla questione rohingya. Il segretario generale Antonio Guterres, che già aveva preso posizione nei giorni scorsi ma non si era spinto così avanti, ha usato ieri parole forti: la situazione di questa minoranza si avvia ad essere “catastrofica” e sono “completamente inaccettabili” le azioni dei militari birmani che devono essere sospese. Le parole di Guterres – e nel linguaggio della diplomazia a volte anche un solo termine o un rafforzativo fanno la differenza - segnano un livello sempre più alto nell'asticella che registra gli umori della comunità internazionale e la sensibilità delle agenzie umanitarie – dell'Onu e non – che non riescono a fare il proprio lavoro per dare sollievo alla minoranza rohingya – circa 380mila persone – che nel giro di due settimane sono scappate dal Myanmar. Fuggite per la “spropositata reazione” (sono ancora parole dell'Onu) delle forze dell'ordine birmane all'attacco di un gruppo armato rohingya il 25 agosto scorso a diversi posti di polizia. Il crescendo è iniziato con le dichiarazioni dell'inviato speciale per il Myanmar, la docente coreana Yanghee Lee, che di fatto non ha potuto fare la sua inchiesta. Poi, Zeid Ra'ad Al Hussein – Alto commissario per i diritti umani – ha usato senza girarci troppo intorno la locuzione “pulizia etnica”. Anzi, una pulizia etnica – ha detto – “da manuale”.



La posizione critica dell'Onu ha continuato a inasprirsi riflettendo il contegno del governo e soprattutto della sua leader de facto, la Nobel Aung San Suu Kyi. Che prima ha rotto il suo imbarazzante silenzio per denunciare un “iceberg di disinformazione” in quella che definito “propaganda” sulla questione rohingya. Poi ha deciso di disertare la prossima Assemblea generale dell'Onu, un palco pubblico dove ha già difeso le posizioni del suo governo l'anno scorso (dopo le violenze dell'ottobre 2016) ma che quest'anno rischierebbe di vederla oggetto di pesanti accuse, soprattutto dai Paesi musulmani ma anche da molte organizzazioni della società civile: da Human Rights Watch ad Amnesty, da Msf alle varie organizzazioni rohingya o semplicemente attive nel campo dei diritti.

Guterres comunque, nel rivolgersi al governo e ai militari birmani, stava in realtà mandando anche un segnale al Consiglio di sicurezza dell'Onu, riunito per la seconda volta sulla questione rohingya ma dove soprattutto Cina e Russia frenano prese di posizione troppo dure. Il motivo è chiaro: la situazione nel Myanmar è drammatica per i rohingya ma è estremamente pericolosa anche per il governo di Suu Kyi: un governo debole, nonostante i numeri, e ostaggio del vecchio potere militare. Pechino, soprattutto, non vuole instabilità nei Paesi dove investe. E quanto sia complicata la situazione lo si vede in questi giorni: mentre all'estero il dibattito continua ad allargarsi (sono state Svezia e Gran Bretagna a chiedere al CdS dell'Onu di riunirsi e che però si è limitato a chiedere “passi immediati per por fine alle violenze”) in casa le acque sono agitate. Una coalizione di 29 partiti con a capo l'Union Solidarity and Development Party (erede del vecchio governo militare) ha condannato il governo per aver dato ascolto al consiglio della Rakhine advisory commission, capeggiata su incarico di Suu Kyi dall'ex segretario Onu Kofi Annan, accusato di “parzialità” dal capo dell'esercito birmano, generale Min Aung Hlaing. La commissione chiede che sia rivista la legge del 1982 sulla nazionalità, legge che ne esclude i rohingya. I partiti non solo usano termini minacciosi ma bollano il rapporto di Annan come opera di “traditori e gruppi stranieri che vogliono distruggere la nazione”.

E a dare una mano a chi sulla questione agita lo spettro dell'islamismo radicale ci si mette anche Al Qaeda: in un comunicato reso noto dal sito di intelligence SITE i qaedisti accusano il governo del Myanmar di un “trattamento selvaggio” dei fratelli musulmani che deve essere “punito”. Minacce di altro tipo dunque ma che alimentano la propaganda dei militari secondo cui esiste un piano che si serve di “terroristi” jihadisti per distruggere il Paese. Il gruppo sotto accusa però, l'Arsa, non ha legami – per quanto si sa – né con Al Qaeda né con lo Stato islamico.

Caso Regeni, ritrovato l’avvocato egiziano della famiglia. E’ accusato di danneggiare la sicurezza nazionale

Dopo due giorni di ricerche Ibrahim Metwally, l’avvocato per i diritti umani che collabora con l’organizzazione che rappresenta la famiglia Regeni al Cairo, è stato ritrovato. Al momento è detenuto in un edificio dietro il tribunale del 5th Settlement nella periferia est del Cairo. Martedì pomeriggio Metwally ha affrontato un interrogatorio, le accuse sono di danneggiare la […]

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Report della riunione del 9 settembre del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano e tutti i popoli oppressi! Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!”

Report della riunione del 9 settembre del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano e tutti i popoli oppressi! Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!”

Siamo ad un mese dalla manifestazione e siamo convinti delle ragioni che ci hanno spinto a convocarla. Salutiamo con soddisfazione la notizia che per lo stesso giorno è convocata una manifestazione sugli stessi contenuti del nostro appello a Barcellona, città così gravemente colpita dalla violenza assassina del terrorismo mentre è stata protagonista della più grande […]
In viaggio in Puglia con la poesia di Mahmud Darwish

In viaggio in Puglia con la poesia di Mahmud Darwish

Parte oggi Il viaggio di Darwish, progetto di Iyas Jubeh e Bruno Soriato dell’associazione Kuziba, che per 20 giorni porterà per la Puglia la poesia del poeta palestinese Mahmud Darwish, percorrendo l’antica via Francigena fino ad arrivare idealmente allo sbocco sul mare pugliese, antico punto di imbarco dei pellegrini che si mettevano per mare per […]
L’Onu a chiare lettere: in Myanmar pulizia etnica

L’Onu a chiare lettere: in Myanmar pulizia etnica

L'Alto commissario
Zeid Ra'ad Al Hussein
...According to UNHCR, in less than three weeks over 270,000 people have fled to Bangladesh, three times more than the 87,000 who fled the previous operation. Many more people reportedly remain trapped between Myanmar and Bangladesh. The operation, which is ostensibly in reaction to attacks by militants on 25 August against 30 police posts, is clearly disproportionate and without regard for basic principles of international law. We have received multiple reports and satellite imagery of security forces and local militia burning Rohingya villages, and consistent accounts of extrajudicial killings, including shooting fleeing civilians.
I am further appalled by reports that the Myanmar authorities have now begun to lay landmines along the border with Bangladesh, and to learn of official statements that refugees who have fled the violence will only be allowed back if they can provide “proof of nationality”. Given that successive Myanmar governments have since 1962 progressively stripped the Rohingya population of their political and civil rights, including citizenship rights – as acknowledged by Aung San Suu Kyi's own appointed Rakhine Advisory Commission – this measure resembles a cynical ploy to forcibly transfer large numbers of people without possibility of return.
Last year I warned that the pattern of gross violations of the human rights of the Rohingya suggested a widespread or systematic attack against the community, possibly amounting to crimes against humanity, if so established by a court of law. Because Myanmar has refused access to human rights investigators the current situation cannot yet be fully assessed, but the situation seems a textbook example of ethnic cleansing...
Estratto da
Darker and more dangerous: High Commissioner updates the Human Rights Council on human rights issues in 40 countries

Human Rights Council 36th session / Opening Statement by Zeid Ra'ad Al Hussein, United Nations High Commissioner for Human Rights/ 11 sept 2017


Le due mappe tematiche sono scelte da un servizio dedicato di  Al Jazeera

Regeni, avvocati egiziani della famiglia dopo la sparizione del collega: “L’Italia ci deve proteggere”

“Il governo italiano ci deve proteggere, siamo in pericolo perché le autorità egiziane ci hanno dichiarato guerra”. Ahmed Abdallah, il presidente dell’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione che rappresenta legalmente al Cairo la famiglia di Giulio Regeni, lancia un appello disperato dopo la sparizione di un loro collaboratore Ibrahim Metwally, avvocato per i diritti […]

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Addio a Nancy Dupree

Addio a Nancy Dupree


Nancy Hatch Dupree, cittadina americana nata in Kerala nel 1927 è morta ieri a Kabul all età di 89 anni.
All'Afghanistan ha dedicato sforzi, passione e amore anche nei momenti più difficili. E non ha voluto lasciare il Paese per far ritorno negli Usa a  farsi curare. Addio Nancy e che onore averti conosciuta!  Grazie per il lavoro che hai fatto.
A Mosul si è svolto il primo festival letterario dopo la liberazione dall’Isis

A Mosul si è svolto il primo festival letterario dopo la liberazione dall’Isis

Sono giovani e più anziani, sorridenti, sono uomini, donne e bambini. Sono tantissimi. A centinaia si sono dati appuntamento mercoledì 6 settembre nei giardini della Biblioteca centrale dentro l’Università di Mosul, in Iraq, per partecipare al primo Festival della lettura di Mosul. Sono passati pochi mesi da quando la città, ex roccaforte irachena dell’Isis, è […]

Mosul, sfollati della città martire dell’Isis tra depressione e sete di vendetta: ‘Bimbi pensano di essere stati puniti da Dio’

Gli ottanta chilometri di strada che vanno dalla città di Erbil a Mosul sono sono una piana costellata di campi profughi in cui hanno trovato rifugio parte degli 838.000 sfollati della battaglia che lo scorso luglio ha portato alla caduta della capitale irachena dello Stato Islamico. Agglomerati con migliaia di tende bianche delimitate da una […]

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Ci siamo: luce verde ai soldati Usa in Afghanistan

Ci siamo: luce verde ai soldati Usa in Afghanistan

Un ufficiale delle forze armate americane ha detto ieri ad ABC che il ministro Mattis ha firmato ' ordine di invio in  Afghanistan per 3500 soldati, poco meno dei 4mila previsti. Mattis, il titolare della Difesa, aveva confermato la firma dell'ordine ma senza dare dettagli. Bizzarro! E pensare che qualche giorno fa, per dovere di trasparenza, il Pentagono aveva detto che i militari Usa in Afghanistan sono 11mila e non 8.400 come si era sempre detto. Cento più, cento meno, mille più mille meno, che differenza fa del resto? E la guerra bellezza e i dettagli han poca importanza.
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Un bookclub di letteratura araba a Sesto San Giovanni

Un bookclub di letteratura araba a Sesto San Giovanni

Dal 20 settembre a Sesto San Giovanni parte un club del libro dedicato alla letteratura araba contemporanea: il primo libro del club sarà L’italiano, di Shukri al-Mabkhut (e/o, 2017). Ho fatto qualche domanda a Jolanda Guardi, esperta e traduttrice di letteratura araba, e promotrice dell’iniziativa. Perché un club del libro sulla letteratura araba? Volevo fare […]
Venerdi a Ostuni Viaggio all’Eden

Venerdi a Ostuni Viaggio all’Eden


Festival della Letteratura di Viaggio
direttore artistico: Antonio Politano
X edizione
Ostuni 8-10 settembre 2017


Venerdi 8 settembre
Ore 20.30

Fino a Kathmandu e Brindisi, dalla Macedonia alla Siria
Chiostro di San Francesco, Piazza della Libertà
[«Conoscere i luoghi, vicino o lontani, non vale la pena, non è che teoria; saper dove meglio si spini la birra, è pratica, è vera geografia», Wolfgang Johann Goethe]
Visioni locali e globali, in alcune produzioni dell’editoria nata in Puglia, dall’editore di respiro e prestigio nazionale alle piccole case editrici di qualità. Incontro con Emanuele Giordana, autore di Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmandu (Laterza), Matteo Sabato, per Crocevia, rivista di scritture straniere, migranti e di viaggio (Besa), Pierfrancesco Rescio, autore di Via Appia. Strada di imperatori, soldati e pellegrini e Via Traiana. Una strada lunga duemila anni (Schena Editore). Con accompagnamento musicale e letture.


La diaspora rohingya nel mondo

La diaspora rohingya nel mondo

Fonte: Al Jazeera settembre 2017Oggi 7 settembre: According to the UN office in Cox's Bazaar, over 164,000 refugees have crossed into Bangladesh since August 25 [Mohammad Ponir Hossain/Reuters]
Rohingya? Una montagna di bugie dice Suu Kyi

Rohingya? Una montagna di bugie dice Suu Kyi

Mentre Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e ministro degli Esteri del Myanmar, liquida la questione rohingya come un "enorme iceberg di disinformazione", fonti del governo di Dacca citate dalla stampa locale accusano i soldati birmani di aver disseminato mine antiuomo lungo il confine col Bangladesh per impedire ai profughi di far ritorno nel “loro” Paese. Il governo di Dacca ha consegnato ieri pomeriggio una protesta formale ai diplomatici di Naypyidaw e, anche se nelle note ufficiali non si fa menzione di ordigni, nell'incontro al ministero degli Esteri della capitale bangladese la questione sarebbe stata affrontata. Se la notizia fosse confermata (cioè causando vittime) sarebbe di estrema gravità proprio nel momento in cui le prime reazioni alla persecuzione della minoranza musulmana del Myanamr cominciano sempre di più a travalicare i confini nazionali dei due Stati coinvolti: il Myanmar che caccia e il Bangladesh che accoglie. Il flusso dei profughi si sarebbe attestato a oltre 10mila unità al giorno e, secondo le Nazioni unite, martedi scorso il bilancio sarebbe già stato di 125mila. Non è però chiaro quanti riescano di fatto a passare il fiume Naf che divide come frontiera i due Paesi: molti sarebbero infatti imprigionati nello no man's land tra i due Stati asiatici.



Quanto alla Nobel, accusata di un silenzio imbarazzante e connivente con le scelte dei militari e che è stata fortemente criticata da altri Nobel – come Malala – e dalla stessa Amnesty International (l'organizzazione che per anni ha seguito il suo caso), il suo ufficio ha reso nota una telefonata che Suu Kyi ha avuto con Erdogan, il leader turco che tra i primi ha criticato il Myanmar sulla questione rohingya (pur avendo di che riflettere su quanto Ankara sta facendo con gli oppositori al regime). Suu Kyi sostiene che l'intera vicenda è frutto di disinformazione di cui sarebbero colpevoli “terroristi”, come i militari hanno definito il gruppo armato secessionista responsabile degli attacchi del 25 agosto che hanno dato la stura a una una reazione brutale dell’esercito birmano. Secondo Suu Kyi, il suo Paese sta già difendendo la popolazione dello Stato di Rakhine, dove vive la maggior parte dei rohingya, “nel miglior modo possibile”. Commento assai poco credibile anche perché l'unico in sostanza fatto dalla Nobel sulla vicenda.

Lelio Basso: Qui le dichiarazioni dei giudici del Tpp
al lancio della sessione sul Myanmar
 che si è tenuta a Londra, nel marzo del 2017
Per ora, soprattutto da parte occidentale (con l'esclusione del papa che andrà in Myanmar a fine novembre), le reazioni al dramma della minoranza senza cittadinanza del Myanmar sono state blande e poco più che formali. Solo il Palazzo di Vetro ha preso una posizione chiara e lo stesso stanno facendo soprattutto Paesi a maggioranza musulmana. La Malaysia, la prima nazione ad aver usato per i rohingya il termine “genocidio”, ospiterà tra l’altro dal 18 al 22 settembre una sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (Ttp, fondato da Lelio Basso a prosecuzione del lavoro del Tribunale Russell II) che si occuperà dei crimini commessi dal Myanmar nei confronti delle minoranza e in particolare nei casi dei Rohingya, dei Kachin e dei musulmani (5% della popolazione). E' stata proprio Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia che ha vinto le elezioni del 2015, a non volere candidati musulmani nel suo partito. Allora la questione rohingya aveva già visto le prime violenza – nel 2012 – da parte di gruppi mobilitati da estremisti buddisti anche con l’abito monacale. Ma in seguito, nel 2016, i pogrom si sono ripetuti con l'effetto di cacciare oltre 70mila rohingya. Questa volta il numero dei profughi si è già raddoppiato: si lasciano alle spalle una regione in fiamme e dove questa volta sono già morte 400 persone.

UFFICIALE: PER L’O.N.U., ASSAD E’ IL RESPONSABILE DEL BOMBARDAMENTO CHIMICO SU KHAN SHEIKHOUN E DI ALTRI 25 ATTACCHI CON ARMI CHIMICHE

UFFICIALE: PER L’O.N.U., ASSAD E’ IL RESPONSABILE DEL BOMBARDAMENTO CHIMICO SU KHAN SHEIKHOUN E DI ALTRI 25 ATTACCHI CON ARMI CHIMICHE

6 settembre 2017 O.N.U.: Le forze governative siriane hanno usato armi chimiche più di due dozzine di volte. Ginevra (REUTERS) – Le forze siriane hanno usato armi chimiche più di due dozzine di volte durante la guerra civile nel Paese, incluso l’attacco mortale di aprile a Khan Sheikhoun, hanno affermato mercoledì i ricercatori dell’O.N.U. sui […]

Regeni, l’Egitto oscura il sito dei legali della famiglia: “E’ la vendetta di Al Sisi. Da Roma ok per far dimenticare Giulio”

“Il regime sta iniziando la vendetta contro di noi”. Ahmed Abdallah è il presidente dell’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione egiziana che rappresenta legalmente la famiglia di Giulio Regeni in Egitto. La preoccupazione nella sua voce è tangibile perché questa mattina il sito web dell’ECRF è stato bloccato dalle autorità del Cairo. Sorte già toccata […]

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Un gruppo di scrittori libici è in pericolo

Un gruppo di scrittori libici è in pericolo

Questo post è apparso in inglese sul noto blog di letteratura araba (in inglese) ArabLit, di Marcia L. Qualey. Lo traduco qui in italiano perché credo che possa interessare a tutti sapere cosa succede ai letterati libici che fanno cultura in Libia, oggi (e anche perchè ultimamente si parla spesso di Libia, ma non di […]
Rohingya/Rakhine. Chi ha appiccato il fuoco? (aggiornato)*

Rohingya/Rakhine. Chi ha appiccato il fuoco? (aggiornato)*

La bandiera dei secessionisti. Per il governo
sono loro ad aver distrutto migliaia di case
Mentre il Programma alimentare dell’Onu ha deciso di sospendere gli aiuti nello Stato birmano del Rakhine dove, dal 25 agosto, infuria l’ennesimo pogrom contro la minoranza rohingya, i militari del Myanmar hanno innescato anche una guerra di numeri. Fonti governative hanno tracciato un bilancio di 2.625 case date alle fiamme nei villaggi di Kotankauk, Myinlut e Kyikanpyin e in due distretti. Ma sarebbero case incendiate dall’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army), il gruppo armato definito “terrorista” responsabile degli attacchi di agosto. Un conteggio che non risponde a quanto affermano le testimonianze degli sfollati e le ricerche di Human Rights Watch che accusano i militari della responsabilità degli incendi: «Nuove immagini mostrano la totale distruzione di un villaggio musulmano e fanno crescere seriamente la preoccupazione che tale stato di devastazione nel Nord del Rakhine possa essere ben più vasto di quanto credevamo», ha detto alla Reuters Phil Robertson il vicedirettore Asia dell’organizzazione. In quel villaggio il 99% degli edifici è andato in fumo.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati il bilancio di chi è in fuga verso il Bangladesh ha ormai sfondato quota 58mila sabato e quota 75mila domenica e fa pensare che il pogrom sia di proporzioni ancora più vaste di quello dell’ottobre scorso, quando in migliaia scapparono verso il Paese vicino. Ma oggi le condizioni sono cambiate e il Bangladesh oppone resistenza per evitare un’altra invasione di profughi in un Paese dove povertà e sovrappopolazione sono due costanti. La gente resta dunque intrappolata nella no man’s land tra i due Paesi mentre il flusso alla frontiera non si arresta.



Il lavoro di Hrw attraverso il satellite
contraddice la versione dei militari
Il segretario generale dell’Onu Guterres esprime «seria preoccupazione» ma le sue parole servono a poco. La sua preoccupazione in compenso si è tradotta nello stop all’agenzia con sede a Roma che distribuisce gli aiuti alimentari ai rohingya in Myanmar, la cui popolazione sfollata internamente ha raggiunto quota 250mila, la metà dei quali vive in campi allestiti per dar loro rifugio dal 2012 (quando si scatenò una campagna che vide distruzioni e violenze in diverse aree musulmane del Paese). Nell’ottobre del 2016, a seguito di nuove violenze, i militari vietarono alle agenzie umanitarie di intervenire dando così la stura all’emigrazione di massa. Secondo Al Jazeera, il Pam è stato accusato dal governo di aver fornito razioni alimentari poi finite nelle mani dei ribelli e dello stesso tenore sono state le accuse verso altre agenzie umanitarie. Come il caso italiano ben dimostra, quando i piani di un governo violano le regole elementari del diritto, parte sempre una campagna che demonizza Ong e organizzazioni umanitarie, colpevoli di essere neutrali e di assistere chi ha bisogno senza fare domande.

A volte però succedono anche cose in controtendenza. Se è vero che il governo di Dacca sta cercando di porre un freno all’immigrazione di nuovi sfollati, un corrispondente della Bbc da Cox Bazar, la città al confine dove ha sede il Comitato che si occupa dei rifugiati, sostiene che la polizia bangladese sta in parte ignorando gli ordini che vengono dall’alto e chiude un occhio quando vede la gente in fuga passare la frontiera. Può anche darsi che il Bangladesh tenga due posizioni: una ufficiale, l’altra – nascosta – umanitaria. Un Paese disastrato dalle piogge alluvionali, dove vivono 1145 persone per chilometro quadrato e dove il reddito medio è di 160 dollari al mese, dà una lezione di civiltà, accogliendo non senza difficoltà chi scappa dalla guerra. Nei suoi campi profughi alloggiano decine di migliaia di sfollati e nel Paese i rohingya sono ormai almeno mezzo milione, arrivati a ondate successive. Intanto si aspetta la visita del premier indiano Modi in Myanmar. Si parlerà dei rohingya. L’India ne vuole espellere 40mila. Difficile che Naypyidaw li voglia indietro.

* aggiornato domenica 3 settembre 2017
Una campagna per Santiago Maldonado

Una campagna per Santiago Maldonado

Si è svolta a Buenos Aires una grande manifestazione per la scomparsa di Santiago Maldonado, un attivista scomparso in Patagonia. Una richiesta di verità e giustizia come per Giulio Regeni...



Queste due illustrazioni (altre domani su il manifesto in edicola) fanno parte della campagna per Santiago Maldonado e sono di Daniel Rabanal. L’artista argentino, arrestato poco prima del golpe del 1976, era stato fortunatamente registrato dalla polizia, a differenza dei desaparecidos, il che gli ha salvato la vita anche perché Amnesty era al corrente della sua sorte, e non sarebbe stato facile giustificarne la morte. Ma son stati 8 anni di torture, botte, finte esecuzioni. Anche la prima moglie era stata arrestata ma uccisa dopo molte violenze. Alla fine della dittatura, il governo Alfonsin concede carta e matite ai carcerati sopravvissuti. E quando si decide l’amnistia di militari e detenuti politici nel 1984, viene rilasciato. Si trasferisce allora a Bogotà, in Colombia, dove diviene l’Altan locale, con le sue vignette politiche per la rivista Semana, e con i suoi personaggi di fantasia, che si muovono nella Colombia molto reale di Pablo Escobar. Qui si è sposato e ha lavorato per 20 anni. Nel 2009 è tornato a Baires dove vive e disegna. Ha pubblicato molti libri illustrati e nel 1996 è stato invitato al Salone del fumetto di Lucca. Ha così potuto conoscere la metà delle sue radici. Due nonni di Daniel erano infatti di Sala Consilina in Campania. 
7 OTTOBRE IN PIAZZA

7 OTTOBRE IN PIAZZA

Questa estate non verrà ricordata solo per il caldo soffocante e per la siccità, ma anche e soprattutto per alcuni fatti che hanno reso veramente soffocante il clima politico e sociale del Paese. Fra gli altri, citiamo la vergognosa normalizzazione dei rapporti diplomatici con il regime egiziano, nonostante le sue scoperte responsabilità nel martirio di […]
Rohingya, i generali danno i numeri

Rohingya, i generali danno i numeri

La pagina fb del generale generale Min Aung Hlaing
capo delle forze armate
Tra i corpi dei 15 rohingya che il colonnello Ariful Islam dice all’agenzia Reuters di aver trovato venerdi sulle rive del fiume Naf, che divide il Myanmar dal Bangladesh, ci sono in maggioranza bambini: sono undici a non avercela fatta. Ma non sono da annoverare tra i 399 che, con agghiacciante precisione numerica, i militari birmani hanno fatto sapere di aver ucciso nella settimana di fuoco che ha seguito il “venerdi nero” scorso, quando secessionisti rohingya hanno attaccato alcuni posti di polizia scatenando una ritorsione dal sapore di pulizia etnica. Non si tratta di una dichiarazione “ufficiale” ma di un post sulla pagina FB di uno dei più importanti generali del Paese. La strage dei rohingya ridotta a qualche “like” o a condivisione sul social più diffuso.

Myanmar, India, Cina e Bangladesh
 Il bilancio ufficiale era 108 morti e sembrava già tanto così come i 3mila scappati oltre confine. Ma da ieri le cifre sono ben altre: 400 i morti dunque tra cui, dicono i militari, 29 “terroristi”. E poi ben 38mila profughi – la cifra aumenta di ora in ora - che si aggiungono agli 87mila già arrivati in Bangladesh dopo il pogrom dell’ottobre 2016 (nel precedente, nel 2012, i morti erano stati 200 con oltre 100mila sfollati interni). I dati li fornisce l’Onu che fino a due giorni fa ne aveva contati “solo” 3mila. Ma non è ben chiaro dove questa gente si trovi: secondo fonti locali almeno 20mila sono ancora intrappolati nella terra di nessuno tra i due Paesi e le guardie di frontiera bangladesi tengono il piè fermo. Molti fanno la fine di quelli trovati dal colonnello Ariful se non riescono ad attraversare il fiume – a nuoto o con barche dov’è più largo – mentre altri aspettano il momento buono, quando si può sfuggire alle guardie di frontiera. Quel che è certo è che indietro non si può tornare. I rapporti tra i due vicini sono tesi: Dacca ha protestato per ripetute violazioni dello spazio aereo da parte di elicotteri birmani in quella che sembra, una volta per tutte, una sorta di soluzione finale per chiudere il capitolo rohingya, minoranza musulmana che, prima del 2012, contava circa un milione di persone. Adesso, di questa comunità cui è negata la cittadinanza in Myanmar, non è chiaro in quanti siano rimasti in quello che loro considerano, forse obtorto collo, il proprio Paese mentre per il governo non si tratta che di immigrati bangladesi.



Mappa del Rakhine
Lontano dal Mediterraneo, lungo un fiume che sfocia nel Golfo del Bengala, si consuma lentamente ma con determinazione la persecuzione di un popolo. I militari agitano lo spettro di uno “stato islamico”, incarnato da un gruppo secessionista armato responsabile degli attacchi. E se anche i residenti locali non musulmani (11mila) sono oggetto di “evacuazione” dalle zone sotto tiro, Human Rights Watch ha documentato la distruzione di case e villaggi rohingya con incendi che hanno tutta l’aria di essere dolosi. Reazione troppo brutale, come dice la diplomazia internazionale, o un piano di eliminazione? «Siamo ormai in una nuova fase – dice a Radio Popolare il responsabile Asia di Hrw – e siamo convinti che dietro alle operazioni dell’esercito ci sia il governo, col piano di chiudere definitamente la questione cacciando la popolazione rohingya grazie alla campagna militare contro gli insorti».

Modi: settimana prossima
in visita d'affari
Se la diplomazia resta a guardare, i vicini non sono da meno. La Thailandia si richiama al principio di “non ingerenza”. Delhi ha deciso l’espulsione di 40mila rohingya illegali e settimana prossima il premier Modi sarà in Myanmar, Paese strategico per l’economia del colosso asiatico. La decisione ha però suscitato polemiche, editoriali sui giornali e anche il ricorso di due rohingya alla Corte suprema che, proprio, ieri ha accolto la richiesta: pare che Delhi intenda espellere persino chi già gode dello status di rifugiato con l’Acnur (14mila persone).

 C’è poi un altro colosso – la Cina – che difende le ragioni del governo birmano a cominciare dalle riunioni del Consiglio di sicurezza dove fa sentire il suo peso perché la questione rohingya resti al palo. Pechino è il maggior investitore e ha interessi anche nel Rakhine, lo Stato dove vive questa scomoda minoranza. E’ interessata al porto di Kyaukphyu, strategico per i rifornimenti di petrolio. Non solo i cinesi stanno acquisendo azioni della società portuale ma finanziano l’oleodotto che dal Rakhine arriva a Kunming, nella Cina del Sud. C’è un altro investimento nella cosiddetta Kyaukphyu Special Economic Zone che prevede una linea ferroviaria. Un corridoio ritenuto vitale nel suo progetto One Belt, One Road, meglio noto come “Nuova via della seta”. E per evitare complicazioni Pechino ha ottimi rapporti con un parlamentare locale dell’Arakan National Party, ritenuto uno dei bastioni del nazionalismo identitario locale. E’ il partito che vorrebbe nel Rakhine lo stato di emergenza.


Sorpresa: in Afghanistan le truppe Usa son già aumentate! (aggiornato)

Sorpresa: in Afghanistan le truppe Usa son già aumentate! (aggiornato)

Con adamantina franchezza e a dimostrazione di un'amministrazione più "trasparente" della guerra afgana, il generale Kenneth McKenzie, joint staff director al Pentagono, ha fatto sapere che le truppe Usa sono 11mila e non 8.400 come si è sempre detto. Solo 2600 soldati in più! Washington chiarisce che non si tratta di un aumento di truppe: semplicemente erano già lì. Intanto si comincia a intravedere la nuova linea della guerra: ancora più soldati e più vittime civili. Ci sono già due casi con una dozzina di civili morti per raid aerei avvenuti recentemente a Logar e a Herat. Raid aerei a caccia di talebani con effetti collaterali. Ecco la nuova guerra dello sceriffo Trump che resta comunque una nebulosa. Pericolosa (le vittime civile sono state confermate venerdi da Uanma, la sede Onu a Kabul.

 Ma come la vedono gli alleati nell'area. Cosa ne pensano a Kabul e a Islamabad? C'è chi la approva e chi ne teme gli effetti. Quanto agli americani, sono divisi della nuova strategia presidenziale (vedi foto in basso)?

Lunga gestazione

Il 22 agosto, a oltre un mese dalla data in cui i nuovi obiettivi americani sull’Afghanistan avrebbero dovuto essere resi noti, il presidente Trump li ha definiti con un discorso ripreso in diretta Tv. Ma tutti gli osservatori, americani e non, sono abbastanza concordi nel definire la nuova strategia presidenziale abbastanza oscura e non molto dissimile da quella che aveva caratterizzato il mandato di Obama. Quella che al momento appare una nebulosa senza obiettivi tattici – se non quello strategico finale di “vincere! - e che dovrebbe modularsi senza un’agenda precisa sulle richieste “che vengono dal terreno” ha lasciato perplessa buona parte dei commentatori statunitensi e gli analisti dei Paesi della Nato che, al di là delle dichiarazioni di principio (la fedeltà all'alleato americano), non nascondono le preoccupazioni per un nuovo surge di cui non si capisce né la portata né la quantità e la qualità di nuove possibili truppe, né quali esattamente saranno gli accordi tra Usa, Nato e governo afgano sulla gestione della catena di comando.
Ma la strategia di Trump, costata almeno otto mesi di gestazione e svelata in parte col filtrare ciclico di indiscrezioni di stampa basate su fonti anonime dell’Amministrazione, ha però certamente sollevato due reazioni, diametralmente opposte quanto chiaramente espresse, nei due principali attori regionali: l’Afghanistan, felice e soprattutto sollevato dalle dichiarazioni di Trump, e il Pakistan, additato in modo più violento che in passato come il “cattivo” istituzionale, eterno inaffidabile doppiogiochista, colpevole di ospitare le retrovie talebane.


Contenti a Kabul

La base di Bagram, caposaldo americano
Il governo di Kabul aspettava con un certa ansia che il presidente americano svelasse la sua strategia per diversi motivi: il primo, e più cogente, risiede nel fatto che a Kabul c’è un governo debole, con un sistema economico finanziario in caduta libera e che gode ormai di consensi ridotti al lumicino. Il fatto che gli americani decidano di non abbandonare l’Afghanistan – cosa che si poteva temere dai molti tweet di Trump durante la campagna elettorale - significa per Kabul non solo che il magro flusso di denaro garantito dalla permanenza della missione alleata non si arresterà ma che, presumibilmente, aumenterà. Il presidente ha fatto capire di voler sostenere un miglioramento delle forze aeree locali (argomento ribadito anche dal segretario generale della Nato), che sono l’apparato più costoso della guerra, e di essere favorevole all’utilizzo di nuove armi come ha dimostrato la bomba da 11 tonnellate lanciata in aprile nella zona di confine col Pakistan infestata da militanti dello Stato islamico. Infine, anche se non è chiara la quantità di “stivali sul terreno” che Washington è disposta a impiegare, è evidente che un aumento di uomini ci sarà e che lo stesso avverrà, pur se con riluttanza, anche per i partner Nato. Nuove truppe significano più denaro fresco e più spese che ridaranno fiato all’economia di guerra (che che ai tempi in cui la coalizione contava 130mila soldati, andava a gonfie vele), con nuove commesse, posti di lavoro e un possibile rilancio di settori come la logistica e l’edilizia oltre a un rafforzamento della moneta. La presenza resta garantita, sia sul piano militare, sia sul piano politico. Infine Kabul potrebbe sentirsi rassicurata anche dal fatto che, accanto a Trump, ci sono tre generali: il consigliere per la sicurezza McMaster, il titolare della difesa Mattis e il capo di gabinetto Kelly. Dovrebbero esser loro a garantire la continuità (e la mano più pesante) chiesta da mesi dal generale John Nicholson, al comando delle truppe Usa e Nato nel Paese. L'unico vero ostacolo all’interno dell’Amministrazione è infatti andato a casa: con il siluramento di Bannon, il capo stratega della Casa Bianca – il più cauto e il più contrario a un nuovo surge - le cose andranno come devono andare, garantendo a Kabul di tornare ad essere, da Cenerentola del Pentagono, una nuova reginetta, pur se in forma più contenuta che in passato.

Scontenti a Islamabad

Quanto a Kabul si festeggia, tanto a Islamabad si mastica amaro. Nel discorso di Trump il Pakistan è stato uno degli elementi centrali del “piano” e il responsabile maggiore, nelle parole del presidente, di una guerra che non si riesce a vincere. Tanto rapidi sono stati gli apprezzamenti di Kabul (poche ore dopo il discorso, Trump incassava il plauso dell'ambasciatore afgano a Washington e subito dopo quello di Ghani e del suo governo) tanto veloci sono state le rimostranze pachistane che hanno avuto una buona eco anche nelle dichiarazioni della Cina, il Paese più solidale con Islamabad. Il Pakistan – che versa tra l'altro in un momento complesso della sua vita politica dopo l’uscita di scena del premier Nawaz Sharif per il cosiddetto scandalo Panamaleaks – si è indignato per il tenore delle accuse – per altro non molto diverse da quelle sempre avanzate dall’amministrazione Obama – ma soprattutto perché Trump si è rivolto all’India chiedendole uno sforzo maggiore nel Paese dell’Hindukush: un invito che, alle orecchie pachistane, suona come un via libera a Delhi per rafforzare la testa di ponte già creata in Afghanistan con l’apertura di consolati, l’esborso di aiuti economici e progetti di formazione per l’esercito afgano. Un consolidamento che Islamabad vede come il fumo negli occhi. Infine, Trump ha omesso di ricordare, cosa che la diplomazia americana ha invece sempre fatto, di enumerare almeno gli sforzi del governo contro gli islamisti e il tributo di sangue pagato dai suoi militari nelle aree di confine. Senza contare il fratto che, se i talebani afgani hanno i loro santuari in Pakistan, i talebani pachistani godono in Afghanistan della possibilità di sfuggire alla giustizia del Paese dei puri.
Divisi: nel sondaggio di Politico.com
il 45% degli americani approva
 l'aumento di truppe. Il 41% è contrario

Incognite sul futuro

Se lo si guarda da Kabul e da Islamabad l’oscuro piano afgano di Trump resta dunque una nebulosa con luci e ombre non priva di rischi. I rapporti con Kabul sono ottimi ma sono basati sulla debolezza di un governo senza consensi e disposto a tutto pur di ricevere nuovi finanziamenti esterni. Un alleato debole in un quadro complesso. I rapporti col Pakistan rischiano invece di peggiorare e nessuno meglio di Islamabad può far deragliare qualsiasi processo negoziale. Processo su cui merita spendere una parola. Trump ha invitato i talebani a scendere a patti ma li ha anche minacciati, con uno stile da sceriffo, senza alcuna concessione. Una parafrasi delle sue parole l’ha poi fatta due giorni dopo il suo discorso, il generale Nicholson a Kabul che ha apostrofato la guerriglia in turbante “banda di criminali”, dediti al traffico di droga e ai rapimenti a scopo di estorsione. Invitare il nemico al tavolo negoziale minacciandolo di morte e dandogli dell’assassino, può forse funzionare come mossa tattica ma è l’esatto opposto di una strategia diplomatica che dovrebbe, con cautela, costruire le condizioni per far tacere le armi e tentare un dialogo che vada oltre gli insulti. La sensazione è che, dal punto di vista diplomatico, gli Stati Uniti si stiano infilando in un ginepraio che complicherà le cose più che renderle chiare. E se queste son le premesse politiche anche la guerra rischia di essere l’ennesima nebulosa senza via d’uscita.
Il profitto dell’espulsione

Il profitto dell’espulsione

Sarebbero già 5mila i rohingya in fuga che tentano di raggiungere il Bangladesh. Gente che scappa dall’ennesima stretta militare che ha tutta l’aria di un pogrom verso la minoranza musulmana che fugge da un territorio che è appena stato fotografato dal satellite cui ha fatto seguito una denuncia di Human Roights Watch: incendi a macchia di leopardo nelle tre township (unità amministrativa birmana) di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, lungo un percorso di 100 chilometri in aree prossime alla frontiera bangladese. Di questi 5mila però circa 4mila – secondo il magazine birmano Irrawaddy – si trovano nella terra di nessuno tra i due Paesi e le guardie di Dacca li respingono. Lo hanno già fatto con 550 persone. Ad altre lasciano che passino il confine per avere medicine ma poi devono tornare dall’altra parte, dove c’è il “loro” Paese che però non li vuole. Gli appelli dell’Onu cadono nel vuoto e intanto il governo agita lo spettro di uno “stato islamico” nel cuore del buddista Myanmar, progetto all’origine dell’attacco del 25 agosto a trenta posti di polizia. In una conferenza stampa, il ministro dell’Interno generale Kyaw Swe (i militari gestiscono anche Difesa e Frontiere) ha detto che l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) vuole stabilirlo nelle township di Maungdaw e Buthidaung.



C’è dunque anche una scusa securitario-terroristica dietro alle violenze in cui sarebbero coinvolti, stando ai racconti che alcuni fuggitivi han fatto a Reuters, anche civili: «Siamo qui perché abbiamo paura per le nostre vite, ma non possiamo attraversare il confine e quindi non sappiamo cosa fare» dice Aung Myaing e aggiunge che militari e civili buddisti saccheggiano e incendiano i loro villaggi, utilizzando anche lanciagranate. E quando il reporter chiede loro della guerriglia risponde: «Non li abbiamo visti, non abbiamo alcuna relazione con loro. Ma il Myanmar non distingue tra i terroristi e i civili. Stanno cacciando tutti i rohingya». Granate, saccheggi, incendi e un bilancio che ha già superato i cento morti.


La bandiera di Tatmadaw, l'esercito
birmano. Non solo militari. Sopra,
la mappa degli incendi pubblicata da Hrw
Le immagini diffuse da Hrw sugli incendi fanno pensare a fotogrammi più vecchi: quelli con cui la stessa organizzazione, nell’autunno scorso, riuscì a stimare a 1500 gli edifici incendiati. Adesso, dicono all’organizzazione internazionale, non ci sono evidenze per poter dire chi ha appiccato gli incendi, se siano dolosi o provocati dal conflitto ma è certo che la scia di fuoco si estende su una lunghezza di circa 100 chilometri, lungo tutte le aree delle tre township, la zone dello Stato di Rakhine dove vive la maggioranza dei rohingya.

Sono quelle immagini a rendere più chiaro non solo un processo di espulsione che ha a che vedere col razzismo e la fobia religiosa ma l’ipotesi che, dietro alla cacciata di queste genti senza documenti, ci sia anche un piano economico per sfruttare le loro terre. In un articolo pubblicato sul Guardian all’inizio del 2017, la sociologa Saskia Sassen ricordava che dagli anni Novanta il governo dei generali ha portato avanti nel Paese una politica di requisizione delle terre considerate mal sfruttate per affidarle a compagnie private e metterle a profitto, land grabbing per società con grandi mezzi in nome dello sviluppo. Dal 2012 una legge ha ulteriormente favorito i grandi agglomerati che gestiscono fino a 20mila ettari aprendo anche a investitori stranieri: assalto alla foresta (ogni anno 400mila ettari) o a piccoli appezzamenti confiscati visto che la legge ne aboliva una del 1963 che difendeva i piccoli agricoltori. Nella zona dei rohingya siamo a 1.269mila ettari con un balzo rispetto ai primi 7mila che furono ceduti durante il pogrom del 2012.

La polizia britannica riapre il caso dell’omicidio di Naji al-Ali

La polizia britannica riapre il caso dell’omicidio di Naji al-Ali

In un articolo apparso ieri sulla versione online inglese, al-Jazeera ha reso noto che la polizia britannica ha diramato un appello affinchè chi sia in possesso di informazioni sull’omicidio di Naji al-Ali si faccia avanti. A 30 anni dalla morte. Naji al-Ali, palestinese, vignettista, è noto per essere l’autore di Handala, il bambino rifugiato palestinese […]
Rohingya, fuga senza fine

Rohingya, fuga senza fine

 Sembra che si chiami Francesco Bergoglio l’ultima speranza dei Rohingya, minoranza musulmana in fuga dal suo Paese e ora respinta sia dal Bangladesh che ha chiuso le frontiere sia dall’India che ne minaccia l’espulsione. Ma il pontefice, che dopo aver ricordato all’Angelus la tragedia birmana e fatto sapere a sorpresa ieri mattina che andrà in Myanmar e in Bangladesh, inizierà il suo viaggio solo il 27 novembre: mancano tre mesi, un tempo sufficiente a ridurre al minimo questa minoranza ormai così vessata e strangolata dalla violenza che ormai i suoi numeri in Myanmar sono ridotti al lumicino.



L’inizio dell’ultimo pogrom è di alcune settimane fa quando i militari birmani hanno stretto d’assedio tre township nella zona orientale dello Stato di Rakhine, la regione al confine con Bangladesh e India dove vivevano oltre un milione di rohingya, una minoranza che in Myanmar non ha diritto alla cittadinanza, non può votare, è considerata immigrazione bangladese illegale e vive in gran parte in campi profughi nel suo stesso Paese. Per reagire all’accerchiamento delle aree di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, il gruppo armato  Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) – accusato di terrorismo da Naypyidaw – ha sferrato venerdi scorso un’offensiva contro trenta obiettivi militari, scatenando una vera e propria battaglia con oltre 100 morti e la conseguente repressione – anche a colpi di mortaio - mentre si riprendeva una fuga in realtà mai interrotta dall’ottobre scorso quando si erano verificati incidenti simili. L’uso “sproporzionato” della forza militare - avverte International Crisis Group, un organismo di monitoraggio che da tempo segue la questione - non è solo da condannare in sé ma rischia di favorire la radicalizzazione della minoranza, favorendo la crescita di gruppi armati. Arsa, guidato da Ata Ullah alias Abu Ammar Jununi, rohingya nato in Pakistan che godrebbe di finanziamenti privati pachistani e sauditi, ha lanciato messaggi video di sfida al governo. Ma gli scontri nelle tre città del Nord hanno registrato anche singoli episodi di violenza verso buddisti, indù o altre minoranze.

Il flusso della fuga verso il Bangladesh si ferma quando le acque si calmano ma riprende appena l'esercito stringe la morsa. A metà agosto, la stampa del Bangladesh ha cominciato a dare conto dei nuovi arrivi che già avevano totalizzato un migliaio di profughi, riusciti a passare la frontiera clandestinamente. Ora sono almeno 3mila (in tre giorni), secondo l’Onu. Da quel che si capisce, aumentata la pressione ai posti tradizionali di passaggio dei profughi, i rohingya in fuga hanno trovato nuovi percorsi per sfuggire alle guardie accampandosi in campi informali e senza registrarsi. Ma in tanti sono ora nella no man’s land tra i due Paesi perché Dacca ha detto basta: oltre 80mila sono i rohingya già arrivati in Bangladesh da ottobre e in tutto sono circa mezzo milione, arrivati a ondate successive a partire già dal secolo scorso. Una tragedia senza fine consumata in silenzio ma con un bubbone sempre più purulento che adesso fa rumore anche se, di fatto, non si va oltre le pressioni verbali: il Myanmar non è la Libia e neppure l’Afghanistan o i Balcani. E le parole diritti, pulizia etnica, tortura, stupro, omicidio commuovono ma fino a un certo punto.

I messaggi di Arsa su Youtube. A dx il simbolo
dell'organizzazione 
La situazione è complicata dal fatto che al potere c’è, per la prima volta da decenni, un governo civile guidato, anche se informalmente (la Costituzione glielo vieta), da una Nobel per la pace. Ma la signora Suu Kyi, figlia di un eroe della resistenza anti britannica e icona della battaglia per i diritti e la libertà, è rimasta zitta. O meglio, ha cercato in modo indolore di far digerire l’amara pillola con mezze parole e qualche timido rimedio: l’ultimo consisterebbe nell’applicazione delle raccomandazioni contenute in un dossier scritto da Kofi Annan che chiede al Myanmar la revisione della legge sulla cittadinanza. Ma Suu Kyi deve fare i conti con un potere militare ferocemente contrario alle aperture. Per eccesso di zelo buddista o spinto dal pericolo islamista? La sociologa Saskia Sassen ha spiegato che i generali, casta economica oltreché militare, stanno favorendo l’accaparramento dei terreni del Rakhine, resi sempre più appetibili se chi li possiede fugge e non ha le carte per dimostrarlo. Gli strumenti per opporsi sono scarsi anche se ieri il parlamento ha bloccato la richiesta della minoranza (filo militare) di dichiarare lo stato di emergenza a Maungdaw.

La solidarietà è scarsa a parte quella di Bergoglio, l’unico capo di Stato che ha strigliato Suu Kyi quando alcuni mesi visitò l’Europa. Malaysia e Indonesia fanno accoglienza. Molta l’ha fatto il Bangladesh che ora però chiude. Quanto all’India, fa sapere che vuole rimpatriare i rifugiati sul suolo indiano: 14mila registrati con l’Acnur e, pare, altri 400mila illegali.
Nuove violenze nel Rakhine birmano

Nuove violenze nel Rakhine birmano

Nelle prime ore della giornata di ieri un attacco congiunto su una trentina di obiettivi militari nella Birmania occidentale ha scatenato l’ennesima ondata di violenza nello Stato del Rakhine. La regione è sede anche della minoranza musulmana dei Rohingya nel Paese a maggioranza buddista dove la Lega per la democrazia di Aung San Suu Kyi è al governo ma sotto la spada di Damocle di un ancora forte potere militare. L’attacco coordinato è avvenuto nelle aree di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung dopo un’escalation di violenze seguite, nelle ultime settimane, a un ennesimo invio di soldati nella regione che avrebbe spinto alla fuga verso il Bangladesh migliaia di Rohingya, andati a ingrossare le fila di una massa di profughi che da ottobre scorso conta nel Paese vicino già oltre 80mila nuovi rifugiati. Nello stesso periodo di sarebbero verificate nel Rakihine violenze anche contro monaci buddisti, molti dei quali poi evacuati.

Gli scontri di ieri, rivendicati da una sigla nazionalista rohingya - Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa) che ha dato notizia delle azioni via twitter – si sarebbero conclusi con un bilancio – secondo fonti governative - di oltre 80 morti: dieci poliziotti, un soldato, undici agenti della sicurezza, un ufficiale dell’immigrazione e 59 sospetti militanti dei circa 150 che, dalla una del mattino, avrebbero scatenato l’attacco. Le Nazioni Unite hanno chiesto alle parti di astenersi da nuove violenze, ormai cicliche nello Stato di Rakhine.



L’azione dell’Arsa è stata messa in relazione alla pubblicazione delle raccomandazioni che l’ex segretario Onu Kofi Annan ha consegnato al governo birmano poche ora prima dei raid anche se – sebbene molto probabilmente il rapporto di Annan venga ritenuto dall’Arsa troppo moderato – l’attacco fa pensare a un’azione preordinata e preparata da tempo, forse proprio a partire dalle violenze scatenate col nuovo “surge” dell’esercito nel Rakhine nelle ultime settimane. Così sembrerebbe di capire anche dal tenore delle dichiarazioni di Arsa secondo cui si sarebbe trattato di un’ “azione difensiva”. La signora Suu Kyi ha condannato le azioni della guerriglia e il suo ufficio ha rilasciato una dichiarazione nella quale si citano estremisti “bengalesi”, il termine con cui i Rohingya – senza cittadinanza né diritti in Myanmar e considerati immigrati illegali – vengono normalmente chiamati. Proprio il documento di Annan, morbido probabilmente per evitare a Suu Kyi uno scontro coi militari, chiede comunque che ai Rohingya siano riconosciuti i diritti che sono loro negati dalla legge del 1982 sulla cittadinanza, di cui il rapporto chiede una revisione: si tratta di raccomandazioni che un comitato ministeriale ad hoc ha ora il compito di studiare e mettere in pratica secondo quanto promesso dalla Nobel. A dimostrazione di quanto sia delicata la situazione in cui si trova il governo civile, il capo delle Forze armate Min Aung Hlaing ha messo in questione l'imparzialità del rapporto e lo ha accusato di una ricostruzione inaccurata.
La nebulosa afgana disastro annunciato. Ora di tornare a casa

La nebulosa afgana disastro annunciato. Ora di tornare a casa

Nicholson durante la conferenza stampa.
La foto correda l'articolo sulle esternazioni del generale
Rinfrancato dal fatto che per ora non sarà mandato a casa e bypassando le più elementari categorie della diplomazia negoziale, il generale Jhon Nicholson, al comando delle truppe Usa e Nato in Afghanistan, ha detto la sua dopo le esternazioni del presidente. Il generale, sicuro del fatto che ormai Trump abbia passato la mano ai McMaster (sicurezza) e Mattis (Difesa) di turno (generali come il suo capo gabinetto Jhon Kelly, pensa che ormai tocchi a lui interpretare anche politicamente la confusa idea che Trump vuole applicare in Afghanistan per vincere la guerra. E così ha definito i talebani  una “criminal organization that is more interested in profits from drugs, kidnapping and murder for hire.” Un testo che non mi pare il caso di stare a tradurre...



Forse anche Trump pensa lo stesso ma se le parole del presidente sono state improvvide - come in altri casi - nel suo discorso di due giorni fa sull'Afghanistan, quelle di Nicholson sono una traduzione ancora peggiore. Da un lato invita i talebani - come Trump - a deporre le armi, dall'altro apostrofa la parte che dovrebbe negoziare nel modo che abbiamo riportato. Nemmeno Trump lo sceriffo era giunto a tanto. Sarebbe come se, dovendo negoziare col vostro padrone di casa l'affitto e/o lo sfratto, gli deste del bandito prima ancora di esservi seduti al tavolo. Anche un idiota capisce che se c'è un modo per irritare i talebani questa è la via giusta. Nemmeno più il bastone e la carota. Solo bastoni e, come si evince dalle parole del generale, un bastone sempre più aereo: sempre più raid, bombe dal cielo, droni e omicidi mirati. Nicholson e Trump pensano che i talebani afgani si possano trattare come l'Isis a Raqqa e che anzi siano più o meno la stessa cosa. In un Paese dove l'intelligenza e l'analisi non mancano, quella che si sente è adesso una sola campana che annuncia una stagione pericolosa, dominata dai generali. Che, come la storia insegna, son magari bravi a fare la guerra ma in politica sono un disastro. Purtroppo il governo di Kabul appoggia e la Nato pure. Stiamo andando verso una nuova catastrofe e non si riesce che ad applaudire.

Allora sarebbe bene prendere subito le distanze da questa strategia oscura e muscolare che già si annuncia col fiato corto e danni di lungo periodo. Sarebbe opportuno che i nostri politici pensassero anche all'Afghanistan dove abbiamo quasi mille soldati che stiamo esponendo a un'ennesima guerra peggio guerreggiata delle precedenti e che non risiede certo nei nostri interessi nazionali. Un governo serio si ritirerebbe da una politica avventurista e guerrafondaia e, semmai, impiegherebbe i soldi che ora spende ( circa 500mila euro al giorno) in opere di bene e di pace. Ma, come avvenne per la Libia e prima ancora per l'Iraq, alla fine sappiamo solo dire signorsi e, nel farlo, non facciamo un piacere né ai nostri alleati né - tanto meno - agli afgani. Che iddio protegga quel povero popolo. E che il mio paese abbia un sussulto di orgoglio e intelligenza.
Lo sceriffo, l’Alleanza e le nostre responsabilità

Lo sceriffo, l’Alleanza e le nostre responsabilità

Marshall Trump, stanco dei polticanti di Washington
ha adesso una nuova idea: "Ci penso io". Ma come non si sa
E’ una strana "nuova" strategia quella che Donald Trump, e con lui la Nato, sta mettendo in piedi per rinfocolare la guerra infinita che da 16 anni vede impegnata anche l’Italia. Una nuova guerra senza numeri e con molte reticenze, frasi di rito e un plauso incondizionato a un piano che par confuso allo stesso burattinaio che ne dovrebbe tirare le fila. Un piano che non vuole insegnare nulla agli afgani e li invita a fare la pace coi talebani ma che al contempo mira a far fuori i “nemici” con maggior determinazione. Una strategia che chiede nuove truppe ma quante non si sa. Una guerra da modularsi sulle richieste che vengono dal terreno ma che sembra in realtà una nebulosa senza obiettivi che pare rispondere alla domanda che lo stesso Trump si faceva in campagna elettorale: «Che ci stiamo a fare»? L’impressione è che lo sceriffo di New York, dove Trump è nato nel 1946, ancora non lo sappia anche se i suoi generali devono aver convinto il guerrafondaio riluttante che l’Afghanistan bisogna controllarlo.


Quel che Trump e i suoi generali sanno non è solo che, come ha twittato Trump nel 2012, l’Afghanistan è un Paese dove «abbiamo costruito strade e suole per della gente che ci odia» ma l’avamposto da cui, grazie a una decina di basi aeree, gli Stati Uniti possono controllare l’Iran e soprattutto la Russia. Nessuno disvela o ammette questa evidente verità che costò a Washington un lungo braccio di ferro con Karzai che non voleva cedere ai diktat americani.

Il refrain resta il solito: scompaiono diritti e democrazia ma resta la lotta alle basi del terrore anche se, nel caso dei talebani, non son certo una minaccia né per gli States né per l’Europa. Per gli alleati di Trump nella Nato dovrebbe invece esser chiaro che, oggi più di ieri, restare e mandare nuove truppe come Washington chiede, significa limitarsi a sostenere un disegno soprattutto americano pur se assai più vago che in precedenza. Per ora una quindicina di Paesi avrebbero detto si: Londra manderà circa cento soldati e Varsavia altri 30. Ma di altri Paesi, come la Danimarca, il numero resta incerto mentre i tedeschi hanno chiaramente detto no e anche l’Italia, che un pensierino ce l’aveva fatto, ha poi preferito saggiamente declinare l’invito forse per evitare a Gentiloni l’ennesimo grana. Purtroppo anche se Roma non invierà altri soldati noi ne abbiamo già mille in Afghanistan che sarebbe bene far tornare a casa. Lasciarli lì significa accettare supinamente un piano confuso, incerto e dunque pericoloso. Ed esserne dunque corresponsabili.

Regeni, accademici all’estero: “Il ritorno dell’ambasciatore al Cairo? Realpolitik del governo è codarda e ci mette a rischio”

E’ il pomeriggio del 14 agosto, la vigilia di ferragosto, quando il comunicato della Farnesina annuncia che “il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”. I telefoni cominciano a squillare: la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore […]

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Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”

Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”

Realismo sulla situazione dello Stato di Israele, che solo per abitudine o cecità si continua a pensare come democrazia compiuta, come stato coeso e solido. Disse Gideon Levy che i Palestinesi sono un popolo paziente, ma anche Giobbe, il Paziente per eccellenza, al culmine della sua sofferenza chiese ragione a Dio di tanto inesplicabile patire. […]
Andarsene o restare? La strategia confusa di Trump sull’Afghanistan

Andarsene o restare? La strategia confusa di Trump sull’Afghanistan

A metà luglio la Casa Bianca
aveva promesso di rivelare
il nuovo piano per l'Afghanistan
Donald Trump sta pensando da qualche mese a cosa fare a Kabul, un luogo in cui non ha ancora messo piede anche se si è intrattenuto al telefono più volte con Ashraf Ghani che già aveva conosciuto negli States. Ci sono sul tavolo diverse opzioni che si potrebbero riassumere in due posizioni abbastanza chiare. La prima : aumentare il numero dei soldati, intensificare i raid aerei e rivedere i laccioli imposti agli Usa da un accordo militare che li vincola ad agire solo dopo aver consultato la Difesa afgana. Seconda opzione: utilizzare un esercito di mercenari e far la guerra senza perdere uomini e consensi. Ma adesso pare ce ne sia una terza di opzione: andarsene complemtamente: full withdrawal, come ha spiegato il segretario alla Difesa Mattis in una conferenza stampa mentre diceva che ormai è questione di poco e presto si saprà quanto tutti stanno aspettando di sapere da ormai un mese, data in cui Trump avrebbe dovuto rendere nota la sua scelta.

Sappiamo che la prima opzione è appoggiata dal Pentagono ma anche da potenti repubblicani come John McCain o da generali come il consigliere per la sicurezza McMaster per non parlare dei papaveri del Pentagono e del comandante in loco John Nicholson, per quanto il generale non sia esattamente nelle grazie di Trump. La seconda opzione ha qualche sostenitore, sia nella famiglia Trump, sia nella lobby dei contractor, ma la terza - full withdrawal - è un'assoluta novità. Come si vede non sono tre opzioni parallele ma tre perpendicolari che viaggiano in opposte direzioni. Tre idee assi lontane l'una dall'altra  e così differenti tra loro  da giustificare in effetti un certo tentennamento: poche idee chiare insomma in una strategia confusa. Se non fosse un dramma verrebbe da sorridere.

Caro ambasciatore Cantini…

Lettera aperta di Filippo Landi all’ambasciatore Giampaolo Cantini, in procinto di recarsi al Cairo come nostro rappresentante diplomatico in Egitto. Egregio Ambasciatore Giampaolo Cantini, mi perdonerà se mi rivolgo a lei pubblicamente, ma credo che sia importante che si conoscano alcuni fatti alla vigilia del suo arrivo al Cairo. Alla fine di agosto del 2015,Continua a leggere

4 anni dopo un massacro

14 agosto 2013. Cairo. Massacro di Rabaa el Adawye. 4 anni dopo, nell’anniversario, nello stesso giorno, si comunica al pubblico che il governo italiano ha deciso di far ritornare il nostro ambasciatore al Cairo. Senza porre nessuna attenzione ai simboli, alle date, al modo in cui le notizie vengono percepite. A Rabaa el Adawyie, alContinua a leggere
Per quelli che… rimandiamoli in Libia

Per quelli che… rimandiamoli in Libia

mcc43 Storie per un’Europa più vecchia e gretta quanto più benestante e indifferente. Storie per noi, popolo di santi, poeti e navigatori secondo Benito Mussolini, mentre aggrediva l’Abissinia, e per i Francesi avvolti nella grandeur della Liberté Egalité Fraternitè del continuato saccheggio dell’Africa… Gebreel ha 28-anni, è nato sulle Montagne di Nuba in Sudan, dove il padre fu ucciso in un […]

Oltre il bel tramonto

È una immagine che non parla solo di un bel tramonto. Parla di cambiamenti climatici che cominciano a incidere sulle nostre abitudini. Da sere le spiagge sono piene di famiglie. Non solo di ragazzi, come succede attorno a Ferragosto. Si sta sulla spiaggia a prendere aria, a prendere un poco di aria, vecchi e bambiniContinua a leggere
Serraj e Haftar da Macron: una farsa, non un summit

Serraj e Haftar da Macron: una farsa, non un summit

mcc43  Questo articolo di  Times of Malta intitolato “A summit pantomine” riassume il ristagno della situazione in Libia, a fronte delle impressioni indotte dai media circa una situazione in via di evoluzione costruttiva. I rapporti fra i vari attori politici sono congelati al deprecato accordo del 2015 a Skhirat. Vedere La Libia e i giochi di […]

Mauro Martini, in memoriam

Sono passati 12 anni dalla morte di Mauro Martini.  “Perché ti illudi e resti ancora lì? Non lo sai che la cultura si fa fuori dalle università?” Roma, piazza Cavour. Per essere precisi, proprio sotto il Palazzaccio. O almeno, io quella passeggiata me la ricordo lì, proprio a piazza Cavour. Il tempo, il troppo tempoContinua a leggere

Al Jazeera, la storia continua

E così è ufficiale.  Israele ha fatto partire la procedura per chiudere l’ufficio di Al Jazeera e revocare il permesso stampa della tv del Qatar, la prima tv panaraba nella storia dei media della regione. Lo ha confermato il ministro delle comunicazioni, Ayoub Kara. Chiusura non imminente, ha precisato alla Reuters, perché l’iter avrà bisognoContinua a leggere
Il sorriso di un bambino

Il sorriso di un bambino

Sono passati due anni dal conflitto armato in Yemen, un conflitto che ha devastato il paese.  APPROFONDIRE Ma ciò che turba lo Yemen è il colera. Maggiori conseguenze ricadono sui minori e sugli adolescenti che è la fascia maggiormente colpita... Continue Reading →

Bologna, 2 agosto 1980

Chissà, forse pensavamo di aver superato la fase più dura. La violenza politica che aveva segnato in modo indelebile la nostra adolescenza, e le stragi per mano ‘ignota’. Chissà perché, di quell’estate ricordo la sensazione che fosse in via di remissione una stagione. La memoria fa singolari selezioni, non sempre affidabili, ma la sensazione dellaContinua a leggere
In arrivo in libreria: “Passaggi in Siria” di Samar Yazbek e “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” di Khaled Khalifa

In arrivo in libreria: “Passaggi in Siria” di Samar Yazbek e “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” di Khaled Khalifa

Per una strana coincidenza, tra settembre e ottobre 2017 escono in traduzione italiana due novità di narrativa siriana: Passaggi in Siria, di Samar Yazbek (Sellerio, trad. di Andrea Grechi) e Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città, di Khaled Khalifa (Bompiani, traduttore ancora ignoto). Yazbek e Khalifa sono due scrittori siriani contemporanei: la […]

Bella scelta, Google Camp!

Al Baglio San Vincenzo ci abbiamo trascorso due lunghe estati. Correva l’anno 2008, e l’estate era stata così calma, il mare per famiglie così rilassante, e soprattutto il tappeto di stelle così bello sopra di noi, sopra il Baglio immerso nella campagna tra Menfi e Sciacca, che l’anno dopo ci tornammo. Al Baglio. E allaContinua a leggere
Athens and the Struggle for a Mobile Commons

Athens and the Struggle for a Mobile Commons

Originally posted on Refugee Hosts:
In this piece, Tahir Zaman reflects on how new models of citizenship are up-ending the myopia of state-centric responses to displacement. In Athens, a ‘mobile commons’ is opening up, defined by sharing, solidarity and resistance to a state whose priorities reflect more the interests of international capital than the needs…
Non è stato inutile, lottare per Charlie Gard

Non è stato inutile, lottare per Charlie Gard

Va bene, alla fine Charlie Gard lo hanno soppresso – nel suo «best interest», naturalmente – come volevano fin dall’inizio, avendo impedito al suo babbo e alla sua mamma di fare tutto quello che potevano (e che non era irragionevole) per cercare una sia pur improbabilissima cura. Ma le cose non sono andate come volevano […]

Ancora minacce agli avanzamenti democratici in Tunisia

Monica Marks ricercatrice associata al programma WAFAW (When authoritarianism fails in the Arab World) del Consiglio Europeo per la ricerca, titolare di una borsa Rhodes. Tra il 2012 e il 2016 ha condotto 1200 interviste in Tunisia nel quadro delle sue ricerche. La settimana scorsa è stata molto pericolosa per la fragile democrazia tunisina. Nei prossimi giorni due progetti di […]
I cultori dello scarto, ma designato come compassione

I cultori dello scarto, ma designato come compassione

mcc43 da La cultura dello scarto Non è la prima e purtroppo non sarà neppure l’ultima, ma certamente è una triste vicenda quella del piccolo Charlie Gard. Vicenda complessa in cui si sono sovrapposti aspetti di varia natura, da quello scientifico a quello affettivo, e forse proprio per questo emblematica di un tempo come il nostro […]
Il programma “arabista” del Festivaletteratura di Mantova 2017

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La vostra blogger preferita (come chi? io, no?) si è spulciata per bene il programma del prossimo Festivaletteratura di Mantova (6-10 settembre 2017) alla ricerca degli incontri con gli autori arabi/di origine araba che sono stati invitati quest’anno, e di cui vi avevo parlato qui. Quindi eccolo qui di seguito*, giorno per giorno. Buona lettura! Mercoledì […]
Il Vicolo cieco, Al Aqsa

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mcc43 Questo articolo del blog L’altra Israele espone con grande chiarezza i fatti della crisi di Al Aqsa. Mi preme evidenziare l’incipit del racconto degli eventi: “Un paio di settimane fa un terzetto di arabi israeliani compie un attentato in prossimità della porta dei leoni, uno degli ingressi che porta alla spianata dove sorge la moschea […]
RAQQA: L’ALTRA FACCIA DELLA LIBERAZIONE

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Fino a qualche tempo fa, gli attivisti di Raqqa Is Being Slaghtered Silently (RBSS) erano portati in palma di mano da molti organi mainstream, fino ad essere insigniti dell’International Press Freedom Award nel 2015. Le loro corrispondenze clandestine da Raqqa, in cui, a rischio della vita, denunciavano i crimini e gli orrori commessi dai tagliagole […]
Controversie culinarie. I segreti dei “mezze”

Controversie culinarie. I segreti dei “mezze”

0x-mezzesinPetraJordan-110Hummus, falafel, mezze. Viaggio storico-culturale tra i piatti più caratteristici della cucina mediorientale in compagnia di artisti, blogger, cuochi e rifugiate, un cibo che è spazio di incontro e scambio in tutto il bacino del Mediterraneo nonostante i conflitti che attraversano la regione.

Egitto, con l’attacco di Hurghada un altro affronto al rilancio del turismo: il 2017 non è più l’anno della svolta

“Non voglio gli egiziani, non è voi che cerchiamo”. La frase che, secondo i testimoni oculari, sarebbe stata pronunciata dall’attentatore di Hurghada, suona come uno smacco, un affronto contro i piani del governo egiziano che sembrava aver scelto il 2017 come l’anno definitivo per il rilancio del turismo. Al momento non c’è ancora nessuna rivendicazione […]

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Gaza deve vivere per la vita di tutta la Palestina

Gaza deve vivere per la vita di tutta la Palestina

gaza-110La vita della popolazione di Gaza è seriamente messa in pericolo e noi, cittadini/e del mondo, associazioni, gruppi, non credenti e credenti di fedi diverse, sentiamo la responsabilità di agire laddove le Risoluzioni hanno fallito, e porre allattenzione internazionale questo lento genocidio.

Venice in peril

Venice in peril

Ho visitato la bellissima mostra di tappeti alla Ca’ d’Oro e mi sono fermata nel magnifico chiostro a pianterreno, coi  suoi pavimenti coperti di mosaici strabilianti, la vera da pozzo nel cortiletto in cui si affacciano bifore delicate; lontano dalla quotidianità di Venezia, dove i turisti ti sbattono addosso i loro zaini nei vaporetti, orde di … Continua la lettura di Venice in peril
Gli autori arabi ospiti del Festivaletteratura di Mantova 2017

Gli autori arabi ospiti del Festivaletteratura di Mantova 2017

Al prossimo Festivaletteratura di Mantova (21° edizione, che quest’anno si svolge tra il 6 e il 10 settembre) sono diversi gli autori provenienti dal mondo arabo che saranno ospiti. Ancora non è uscito il programma, che verrà reso noto a fine luglio, ma intanto vi illustro chi sono i “nostri” autori e cosa verranno a […]
Fuoco e cenere, ma il Vesuvio non è il colpevole

Fuoco e cenere, ma il Vesuvio non è il colpevole

mcc43 Il 5 luglio 2017 il Ministero degli Interni, Direzione regionale dei Vigili del Fuoco, ha inviato un fonogramma ai sindacati di categoria:  «Si comunica che la Regione Campania, più volte sollecitata, ha rappresentato la propria indisponibilità alla stipula di una convenzione che preveda il coinvolgimento dei Vigili del Fuoco nelle attività di lotta attiva […]

La dolorosa mutazione di Ennahda in Tunisia

Thierry Brésillon   Nel maggio 2016 Ennahda ratificava una riforma di fondamentale importanza, determinante sia per il proprio futuro che per l’evoluzione dell’islam politico in un nuovo contesto post-autoritario. Essenzialmente si trattava  della trasformazione di un movimento, nato a partire dagli anni ’70 come resistenza culturale alla modernizzazione all’occidentale voluta da Habib Bourghiba e passato all’azione politica negli anni ’80, in […]
Non c’è accanimento ove non c’è terapia: Charlie Gard

Non c’è accanimento ove non c’è terapia: Charlie Gard

mcc43 Chi ha per primo lanciato il “basta con l’accanimento terapeutico” forse non sapeva che perché esista un troppo, deve prima esserci qualcosa. Per la malattia di Charlie Gard: sindrome da deplezione del DNA mitocondriale encefalomiopatica (MDDS) non c’erano e non ci sono terapie che i medici del Great Ormond Street Hospital for Children abbiano […]

Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan, i talebani vogliono negoziare: "inutile escluderli"

(Agenzia DIRE); Camera dei Deputati, ROMA – C. Bertolotti: "L’Afghanistan non e’ in grado di camminare con le proprie gambe, si trova quindi in una fase di grande pericolo per il futuro dei suoi abitanti e delle sue istituzioni. E i Talebani si stanno dimostrando favorevoli a sedersi al tavolo negoziale con Kabul, per avere la loro parte nella gestione del Paese. Lo ha spiegato
La scelta di Sudabeh

La scelta di Sudabeh

E’ la traduzione del romanzo Bamdad-e khomar che in Iran è giunto alla 56^edizione vendendo milioni di copie e suscitando un acceso dibattito non solo tra i lettori iraniani ma pure tra gli studiosi di letteratura persiana. Romanzo popolare ambientato nella Tehran del 1900 esplora i temi delle differenze sociali e della condizione delle donne offrendo … Continua la lettura di La scelta di Sudabeh
REPORT DELLA RIUNIONE DEL COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 7 OTTOBRE. LUNEDI’ 3 LUGLIO MANIFESTAZIONE A ROMA PER LA LIBERTA’ E LA DEMOCRAZIA IN EGITTO.

REPORT DELLA RIUNIONE DEL COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 7 OTTOBRE. LUNEDI’ 3 LUGLIO MANIFESTAZIONE A ROMA PER LA LIBERTA’ E LA DEMOCRAZIA IN EGITTO.

Report della riunione del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano”. Si è svolta a Roma sabato 10 giugno la riunione del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre in solidarietà con il popolo siriano. Abbiamo discusso gli sviluppi della situazione in Siria e nell’area mediorientale: mentre continuano […]
Obrovac, una città fantasma tra i parchi naturali di Croazia

Obrovac, una città fantasma tra i parchi naturali di Croazia

bar Oluja-110La natura selvaggia che la circonda è di una bellezza indescrivibile. La vita qui, una volta, era semplice e felice. Purtroppo, due popoli che da sempre hanno vissuto insieme, serbi e croati, ad un certo punto hanno smesso di farlo, nonostante avessero stesse radici, lo stesso codice genetico, parlassero la stessa lingua, avessero le stesse abitudini e gli stessi riti.

Rime dal Mediterraneo

Rime dal Mediterraneo

“Siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni.” Le... Continue Reading →

Egitto, governo silenzia i media: bloccati 63 giornali online e app di messaggistica. “Stretta in vista delle presidenziali 2018”

Negli ultimi giorni sulle bacheche dei social network di molti attivisti egiziani circola una vignetta: il presidente Abdel Fattah El-Sisi tiene in mano un cavo spezzato con i fili elettrici a penzoloni ed esclama “No internet”. La caricatura è stata pubblicata da Mada Masr, uno dei 63 giornali online bloccati nelle ultime due settimane dal […]

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Ali Safar: inediti in italiano

Ali Safar: inediti in italiano

La rivista di poesia Atelier ha pubblicato, per la prima volta in italiano, alcune poesie del poeta siriano Ali Safar, tradotte dall’arabo da Caterina Pinto. Le ripubblico qui, con il permesso di Atelier e Caterina, che ringrazio.  DIARIO AUTOMATICO Diario al margine dell’incendio siriano 2012-2013 Niente sopraffà di più di ciò che ti trovi a […]
L’arte contemporanea si fa nel parco. Notenere II a Roma

L’arte contemporanea si fa nel parco. Notenere II a Roma

14 Notenere Jerico-4 110Un pomeriggio assolato di maggio, un parco nella periferia di Roma, tre giovani artisti e un progetto originale e totalmente indipendente, ai limiti della legalità, per riscoprire e vivere il verde urbano e avvicinare il pubblico all’arte contemporanea. Con i pennelli e le installazioni di Samuele Gore, Andrea X e Jerico rivive un casale abbandonato, grazie a un collettivo di giovani curatrici, Matri-Pictoska.

Ernesto Pagano: Napolislam

Ernesto Pagano: Napolislam

Giornalista affermato e autore di documentari, Ernesto Pagano propone nel libro “Napolislam” un reportage sulle vite di alcuni napoletani convertitisi all’islam. L’autore ci tiene a precisare di non essere partito con l’idea di narrare storie che dimostrino che l’integrazione a... Continue Reading →
“Muslim Women” and Gender Inequality in Australia’s Assimilationist-Multicultural Policies. Participation in Sport as a Case Study

“Muslim Women” and Gender Inequality in Australia’s Assimilationist-Multicultural Policies. Participation in Sport as a Case Study

Published on “About Gender” 6 (11), 2017: 324-353. Available online at: http://www.aboutgender.unige.it/index.php/generis/article/view/383 Abstract When talking about Islam, the “religionization” of subjects – in particular female subjects – becomes the primary analytical tool to describe power relations within cultural groups and in multicultural societies. Likewise, religionization is widely employed in neoliberal western societies to discuss the […]

La parabola del pastore e il terrorismo

Santiago Alba Rico Un anno e mezzo fa scrivevo a proposito di Mabrouk Soltani, un giovane pastore tunisino del villaggio di Dauar Slatniya, ai piedi del monte Mghilla, tra Kasserine e Sidi Bouzid, la doppia culla della rivoluzione del 2011 che rovesciò Ben Ali. Il 14 novembre del 2015 Mabrouk fu assassinato dal gruppo terrorista Okba Ibn Neefa (affiliato all’AQMI) […]
White Helmets, Not White Collars

White Helmets, Not White Collars

Source: the Independent. White Helmets, Not White Collars http://www.syriauntold.com/en/2017/06/white-helmets-not-white-collars/ By Estella Carpi. Last autumn, Max Blumenthal’s commentary on the White Helmets in Syria went viral in the international media. At the same time, the 2016 White Helmets movie and the “Hollywoodization” of civilian search and rescue operations became objects of discussion and even suspicion in […]

Intervista ad Habib Ayeb, autore del documentario “Couscous”- les graines de la dignité”

Habib Ayeb è geografo, insegnante e ricercatore all’Università Parigi 8 in Francia, attivista e realizzatore dei documentari “Fellahin” e “Gabes Labes” Il suo nuovo lavoro “Couscous – les graines de la dignité” apparirà nei prossimi mesi in Tunisia. Intervista a cura di Patrizia Mancini Tunisia in Red: Cominciamo con la domanda più facile… Perché fare un documentario sul couscous? Habib […]
Il Rif marocchino, cronaca  e genesi di un’escalation.

Il Rif marocchino, cronaca e genesi di un’escalation.

Non è bastata la visita della delegazione ministeriale che si era recata nel Rif, per calmare le acque torbide in cui la regione naviga da sette mesi.  Il tour di Aziz Akhenouch e i suoi colleghi- ripresi dalle telecamere in un atteggiamento dialogante, con  rappresentanti della società civile e dei settori produttivi: artigiani, commercianti, e … Continua a leggere

Egitto, attentato contro i copti: lo Stato islamico reagisce alle perdite in Siria e Iraq

Un nuovo attacco violento e militarmente ben organizzato ha colpito la minoranza cristiana in Egitto nella provincia di Minya il giorno prima dell’inizio del Ramadan, il mese sacro per i musulmani. Un attentato – senza ancora rivendicazione – che arriva poco più di un mese dopo le esplosioni della domenica delle palme e dopo il […]

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Tataouine brucia, Tunisi risponde

Patrizia Mancini Si chiamava Anouar Sokrafi, aveva 21 anni ed è morto a Tataouine, schiacciato da un veicolo della Guardia Nazionale. Un altro manifestante è ricoverato in gravissime condizioni, colpito da lacrimogeni. E’ così che il governo ha lanciato la sua escalation in questa zona dell’estremo sud della Tunisia, in cui la popolazione da settimane è in continua mobilitazione per […]

Il Rif marocchino non ha smesso di “agitarsi

«Non esistono compromessi nella rivendicazione della libertà » AbdelKerim EL khettabi. È passato più di un anno da quando Mohcine Fekri, venditore ambulante di pesce, è morto accidentalmente in un compattatore della spazzatura, cercando di salvare la sua merce confiscata dalla polizia. Da allora, El Hoceima la capitale del Rif marocchino,...

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Trump e l’ambizione di un accordo di pace tra Israele e i paesi arabi. Il piano del presidente tra scetticismo e Russiagate

La visita in Israele di Trump sembrava la parte più semplice del primo viaggio all’estero del quarantacinquesimo presidente americano. Ma dopo le rivelazioni sul caso, ormai conosciuto come Russiagate, i tre giorni a Tel Aviv e Gerusalemme saranno invece quelli più densi e difficili. A dirlo è il New York Times che sottolinea come la […]

L'articolo Trump e l’ambizione di un accordo di pace tra Israele e i paesi arabi. Il piano del presidente tra scetticismo e Russiagate proviene da Il Fatto Quotidiano.

LE INIZIATIVE DI SABATO 20 MAGGIO

LE INIZIATIVE DI SABATO 20 MAGGIO

20 maggio giornata nazionale di mobilitazione “ Pace e libertà per il popolo siriano” verso la manifestazione nazionale del 7 ottobre L’elenco delle iniziative di questo fine settimana che avviano il percorso di dibattito e mobilitazione verso la manifestazione nazionale del prossimo 7 ottobre. Venerdì’ 19 maggio : Firenze : ore 17.00 presidio in piazza […]

Nuovo dizionario italiano arabo , Tresso, Hoepli

Dizionario italiano arabo In questo dizionario: 11.000 lemmi italiani selezionati mediante il criterio della frequenza d’uso, con l’aggiunta di termini relativi all’ambito culturale arabo-islamico e ai settori della scuola, della sanità, dello sport e dell’informatica; 16.600 accezioni e oltre 36.000 … Continue reading

Ibrahim Ferghali e Johnatan Wright

Tempo fa, ho pubblicato un pezzo sulla traduzione dall’arabo (qui) nel quale citavo l’intellettuale egiziano Ibrahim Ferghali (qui) e Giabir al-‘Usfur (qui) e commentavo quanto da loro affermato in ordine alla traduzione dall’arabo nelle lingue europee, affermando che dovremmo tener … Continua a leggere

Ibrahim Ferghali e Johnatan Wright
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Imparare a dire no, grazie

Qualche giorno fa, Chiara Comito ha pubblicato un post sulla sua pagina facebook nel quale, commentando il festival Mediterraneo Downtown di Prato, afferma: Al Festival Mediterraneo Downtown di Prato hanno mischiato geopolitica, attivismo e cultura da Mediterraneo, Caucaso ed Europa. … Continua a leggere

Imparare a dire no, grazie
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata

di Anatole Pierre Fuksas

La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico marcato dalla distinzione tra una destra di matrice borghese e una sinistra di matrice proletaria, variamente evolute in termini sociali, economici e culturali attraverso i grandi sconvolgimenti prodottisi dalla caduta del Muro di Berlino fino ad oggi.…

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

SABATO 20 MAGGIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

SABATO 20 MAGGIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

Verso la Manifestazione Nazionale a Roma del 7 OTTOBRE 2017 PACE E LIBERTÀ PER IL POPOLO SIRIANO E PER I POPOLI DEL MEDIO ORIENTE Muove i primi passi il percorso di mobilitazione verso la manifestazione nazionale del 7 ottobre.  Da oltre sei anni la Siria è teatro di violenze e orrori indicibili. Le pacifiche manifestazioni […]

Tunisia: la riconciliazione economica rinasce dalle sue ceneri

Amna Guellali, direttrice dell’organizzazione Human Rights Watch per Tunisia e Algeria Una nuova legge per consacrare l’impunità, per impedire la rivelazione della verità A sei anni dalla caduta del regime di Ben Alì, rovesciato da una rivoluzione popolare nel 2011, la giustizia di transizione sembra vivere ore difficili. Regna ancora l’impunità per le violazioni dei diritti umani, i più alti […]
Rogo Rom a Roma

Rogo Rom a Roma

Centocelle-110Regolamento di conti o violenza xenofoba? La domanda è aperta. Certo è che l’incendio che ha distrutto il camper in cui dormiva una famiglia Rom, genitori e 11 figli, nel parcheggio del centro commerciale Primavera a Centocelle, popoloso quartiere romano, è stato doloso. Le telecamere di sicurezza hanno inquadrato un uomo che lancia una bottiglia incendiaria contro il veicolo. Così nella notte tra il 9 e il 10 maggio hanno perso la vita una ragazza di 20 anni e due bimbe di 8 e 4 anni, Francesca, Angelica e Elisabeth Halinovic.

UN PERCORSO SOLIDALE E INTERNAZIONALISTA DA COSTRUIRE

UN PERCORSO SOLIDALE E INTERNAZIONALISTA DA COSTRUIRE

Di seguito, il report della riunione dei promotori della manifestazione in solidarietà con la Siria e i popoli del Vicino Oriente e contro il decreto “Minniti – Orlando”. Qualche considerazione preliminare è d’obbligo. Da un lato, sarebbe folle e irresponsabile promuovere una manifestazione in concomitanza con una kermesse colossale come sarà, prevedibilmente, la cosidetta “Marcia […]
La vita di strada

La vita di strada

La vita di strada | babelmed | culture méditerranéenneAll’ombra della Pineta Sacchetti un gruppo di abitanti prova a ricostruire la storia e l’identità di uno scampolo di città stretto tra Primavalle, il Forte Braschi, il parco con i suoi pini. Aneddoti e ricordi condivisi dalle generazioni più anziane entrano in sinergia con le pratiche artistiche delle generazioni più giovani - dalla street art alla danza hip hop - per una rinascita che dai muri e dalle serrande decorate si espande a ricostruire una comunità viva nel progetto Pinacci Nostri. 

SABATO 6 MAGGIO A ROMA RIUNIONE PER LA MANIFESTAZIONE DEL 20 MAGGIO

SABATO 6 MAGGIO A ROMA RIUNIONE PER LA MANIFESTAZIONE DEL 20 MAGGIO

Sabato 6 maggio, a Roma, alle 11.00, in Via di Porta Labicana n. 56/a (Scalo San Lorenzo), si terrà la riunione preparatoria della manifestazione del 20 maggio. Di seguito, il comunicato della manifestazione e le adesioni pervenute sino ad oggi.  PACE E LIBERTA’ PER IL POPOLO SIRIANO Da oltre sei anni la Siria è teatro […]
Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social

Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social

gay-tu-110Nelle ultime settimane sui social tunisini si sono scatenati infiammati dibattiti fra tradizionalisti e modernisti, islamisti e laici. Omosessualità, scienza, libertà di espressione, anche quando ci si riferisce ai precetti religiosi. Un segnale di vitalità dall’esito non scontato, tra radicalizzazione islamica e resistenza in nome della modernità. Chi non si lascia distrarre dalle battaglie per i propri diritti sono e continuano a essere le donne.

Tunisia: le riforme economiche non placano le rivolte sociali

Clara Capelli  Cooperation and Development Network – Pavia Come altre economie della regione, la Tunisia continua a muoversi su due sentieri che solo raramente si incontrano e quasi mai comunicano. Da una parte il governo guidato da Youssef Chahed cerca di consolidare i conti pubblici e stabilizzare i dati macroeconomici, programma sostenuto da diverse organizzazioni internazionali quali l’Unione europea, la Banca […]
Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality

Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality

Photo taken by: Right to Play, Ethiopia. Call for Abstracts, WOCMES 2018 Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality In the wake of the latest migration flows from the Middle Eastern region, mostly the result of economic hardships and protracted political failures, humanitarian and development organisations have increasingly been relying on […]

Pasqua, in Egitto senza festeggiamenti dei copti dopo gli attentati: “Pregare è diventato pericoloso”

Il ritorno in chiesa dei cristiani, a una settimana dagli attacchi delle domenica della Palme, avviene in una Cairo blindata da polizia e esercito con lo stato di emergenza che, come deciso dal presidente Sisi, andrà avanti provvisoriamente per tre mesi. “Sono stati annullati tutti i festeggiamenti, ad eccezione della sola celebrazione della Santa Messa di […]

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Tunisia, il calvario delle donne sotto la dittatura

Thierry Brésillon Dal novembre 2016 e dall’inizio delle audizioni pubbliche organizzate dall’Instance Verité et Dignité, ritrasmesse in diretta alla televisione, la società tunisina esamina i suoi decenni di dittatura. Creata per fare luce sui soprusi di Stato perpetratisi per oltre mezzo secolo, questa Istanza raccoglie le testimonianze di donne e uomini che hanno subito i peggiori abusi. Grazie a questi […]
Siria, il discorso del miliardario

Siria, il discorso del miliardario

solera-sy-110Da un compound superprotetto, circondato da lastroni di cemento incastrati in modo identico a quello del Muro di segregazione israeliano, e serrato da cancelli di ferro e sbarre pesanti quanto un fuoristrada, a Kabul, questa mattina, ascoltavo l’intervento del presidente Trump sull’attacco all’aeroporto militare siriano.

Space of Refuge Symposium Report

Space of Refuge Symposium Report

Originally posted on Refugee Hosts :
On Wednesday 15 March 2017, Samar Maqusi, Prof. Murray Fraser (both of UCL-Bartlett School of Architecture) and Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh (UCL-Geography and Refugee Hosts PI) convened a symposium on Space of Refuge. The symposium drew heavily on Maqusi’s PhD research in Jordan and Lebanon, enabling a conversation around the roles that space and scale play…
Workshop di Calligrafia Araba a Cassino(FR)

Workshop di Calligrafia Araba a Cassino(FR)

أموت ويبقى كل ما قد كتبته فياليت من يقرأ مقالي دعا ليا Morirò……ma rimarrà tutto ciò che ho scritto, spero che tutti coloro che leggeranno i miei scritti pregheranno per me La calligrafia è l’arte della scrittura bella, stilizzata ed … Continue reading

Il Marocco ha un governo

Dopo cinque mesi di travaglio e un parto doloroso – con il siluramento di Benkirane – alla fine è nata la coalizione di governo che guiderà il Marocco per i prossimi cinque anni. Ci è voluto uno psichiatra per mettere tutti d’accordo, e porre fine a quello che stava diventando un...

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L’ossessione del “velo islamico” contagia anche la Corte di Giustizia europea

L’ossessione del “velo islamico” contagia anche la Corte di Giustizia europea

velo-110Chi si occupi sistematicamente e da lungo tempo dei ricorrenti “affaire del velo” (cui di recente si è aggiunto quello del burkini) lo sa bene: nessuna argomentazione, per quanto razionale e raffinata sia, può far cambiare idea a chi assolutizza l’hijâb – null’altro che un foulard – quale minaccia “ai nostri valori” e simbolo di oppressione e oscurantismo, senza neppure preoccuparsi di distinguere tra “veli” imposti e “veli” liberamente scelti.

Sarà El Othmani l’uomo giusto?

Saad Eddine El Othmani è l’uomo giusto per formare il nuovo governo, in panchina da cinque mesi dopo il risultato delle elezioni. Un fallimento da parte del precedente leader del Pjd, Benkirane, nel trovare un compromesso con altri partiti per una maggioranza governativa. Ma se i cinque mesi sono stati...

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Il Marocchino

Il leader populista olandese Geert Wilders aveva lanciato la sua campagna elettorale usando toni forti nei confronti degli immigrati marocchini, definiti “feccia” e promettendo di fare “di nuovo nostra” l’Olanda. Ora, la comunità marocchina ha una percentuale altissima e rappresentano l’islam nel paese. Ma è anche una comunità integrata che...

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Egitto, Hosni Mubarak torna in libertà: l’ultimo colpo di coda della restaurazione

Il ritorno del regime militare del presidente Abdel Fattah El-Sisi aveva già abbondantemente fatto ripiombare l’Egitto negli anni bui della dittatura prerivoluzionaria. Ma l’ultimo colpo di coda della restaurazione è arrivato oggi, l’ultimo tassello che riabilita persino la famiglia Mubarak nello scenario politico del Paese. La Procura generale del Cairo ha disposto infatti il rilascio […]

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I’m migrant di Luca Negrini

I’m migrant di Luca Negrini

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Interpreting the matter of constant transition for the different actors inhabiting Lampedusa (Italy) and gathering their common needs together with what the island is lacking.

“Sleep, dear Chevalley, the Sicilians
want Sleep and they always hate
the one who wants to wake them,
even if he would bring them
the most beautiful presents; the
Sicilians never want to improve for
the simple reason that they think
themselves perfect; their vanity is
stronger than their misery; every
invasion by outsiders, whether
so by origin or, if Sicilian, by
independence of spirit, upsets their
illusion of achieved perfection, risks
disturbing their satisfied waiting for
nothing”
da “Il Gattopardo” , Tomasi di Lampedusa

The island of Lampedusa has for many years seen a constant flow of newcomers and tourists, staying only for a short period of time and then leaving. This has brought significant changes to the Lampedusian society that is slowly abandoning local traditions and methods in order to prioritize tourism. Through the creation of a meeting space, the project aims to exploit the big flow of people in a positive way to create different opportunities among the people inhabiting the island.

The project aims to fill up what the Island and its people are lacking and, at the same time, have a symbolic value as landmark and memory of what Lampedusa has been going through in the last years.

My reaction to the reality of this small Mediterranean Island, full of contradictions and potential, is a “bridge building” which wants to connect the main town street to the sea and be a clear response to the actual stillness of the government and local authorities in front of the current situation.

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Papers: I’m migrant di Luca Negrini

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Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Si ringrazia l’​Avv. Carlo Tramonte​ per la segnalazione ed il commento.

Il Giudice, evidenziando che nella regione pakistana del Punjab “… si registra una situazione di gravissima insicurezza in conseguenza dell’attività terrotistica posta in essere da parte di alcuni gruppi armati dell’estremismo islamico …”, ha riconosciuto al ricorrente, proveniente da tale regione, la protezione sussidiaria, ritenendo sussistenti i presupposti di cui all’art. 14, lett. c), D.lgs 251/07.

Scarica l’ordinanza:

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Ordinanza Tribunale di Palermo del 30 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Pakistan

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Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Il Ricorrente aveva dichiarato durante l’audizione in commissione territoriale di aver lasciato il proprio paese per cercare un lavoro in europa, in quanto in Senegal viveva in stato di povertà.

ll giudice, esaminato il ricorso, ha concesso al ricorrente la protezione umanitaria fondando la propria decisione unicamente sulla valutazione positiva dell’impegno profuso dal ricorrente durante il periodo dell’accoglienza: “ Si deve evidenziare che il ricorrente si sia positivamente impegnato nell’apprendimento della lingua italiana e che lo stesso si è impegnato in attivi.

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Ordinanza Tribunale di L’Aquila del 01 dicembre 2016

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Senegal

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Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Il Tribunale di Lecce con queste due ordinanze fornisce una ulteriore conferma dell’orientamento della giurisprudenza italiana nel ritenere i richiedenti asilo provenienti dal Mali aventi diritto perlomeno ad una protezione umanitaria.
Entrambe le sentenze ribaltano il parere della Commissione territoriale ed attraverso un’analisi geopolitica approfondita considerano il Paese, ed in particolare la regione di Kayes nel sud, in una situazione non ancora del tutto stabilizzata e caratterizzata da episodi di violenza localizzata. Una situazione “comunque grave che si è deteriorata nell’ultimo anno”, a tal punto da ritenere che “sussistano gravi motivi umanitari che impediscono il ritorno del richiedente”.
Alla luce di queste considerazioni ci domandiamo come l’Ue e soprattutto l’Italia possano stringere “patti su misura” con il Mali e, citando l’Alto rappresentante UE per gli Affari esteri Federica Mogherini, “impegnarsi in modo così specifico con un paese africano sul rientro dei richiedenti asilo respinti”, quando invece non solo le condizioni oggettive non lo permettono, ma avrebbero tutto il diritto a vedersi riconosciuta una tutela umanitaria. (ndr)

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Tribunale di Lecce, ordinanza del 18 gennaio 2017

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Tribunale di Lecce, ordinanza dell’8 febbraio 2017

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Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Una pronuncia molto interessante del Tribunale di Roma, che ha ritenuto illegittimo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di attesa asilo politico (invece del permesso di soggiorno per motivi umanitari) da parte della Questura di Roma per un richiedente asilo a cui la commissione aveva accordato la protezione umanitaria e che di conseguenza aveva impugnato il provvedimento per ottenere il riconoscimento di una protezione internazionale.
Il Tribunale civile di Roma ribadisce che la Questura non ha alcun potere decisionale in questa fase in ordine alla tipologia di permesso da rilasciare e ricorda che l’art. 19 del Dlgs 150/2011, in caso di impugnazione ex art. 35, nel sancire l’effetto sospensivo si riferisce “all’efficacia esecutiva del provvedimento negativo dell’Autorità Amministrativa, vale a dire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione”, e non anche al provvedimento che riconosce una protezione umanitaria.

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Tribunale di Roma, ordinanza del 6 febbraio 2017

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Leila Alaoui, “Je te pardonne” alla Galleria Continua

Leila Alaoui, “Je te pardonne” alla Galleria Continua

La Galleria Continua di San Gimignano ospita dal 18 Febbraio al 23 aprile la personale postuma di Leila Alaoui, fotografa e video artist franco- marocchina. La mostra presenta un insieme di scatti fotografici provenienti da varie serie di lavori dell’artista, realizzati in diversi paesi del mondo: “Les marocains” realizzato in...

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A Rosarno tra parole e lotta

A Rosarno tra parole e lotta

La Calabria è così, passi una volta, ti fermi e poi sei costretto a tornarci.
Rosarno non si può definire una località di villeggiatura, “spostata” dalla tratta di un’autostrada infinita, adagiata, come nel volere degli antichi greci, in una collina che guarda il mare.
La terra della Piana (di Gioia Tauro) oggi, e Rosarno in particolare, è stata stuprata da un abusivismo selvaggio, un inquinamento visibile ad occhio nudo, un continuo di opere mia finite. La stessa terra in cui, per più di cinquant’anni, si sono combattute le ‘ndrine e lo sfruttamento lavorativo (vedi articolo di Terrelibere.org).

Tra connivenze istituzionali, vecchie e nuove lotte politiche e povertà dilagante

Siamo tornati a Rosarno, e lo facciamo oramai da più di un anno, per continuare a dar voce, in ogni senso, a coloro che, ultimi tra gli ultimi, dimenticati e sfruttati, raccolgono la nostra frutta per pochi euro al giorno nella terra dove la disoccupazione ha fatto scappare i giovani e intristito i vecchi.
Siamo tornati a Rosarno perché oggi più di ieri siamo convinti che la parola, in questo caso la parola italiana, sia fondamentale per l’acquisizione di diritti e dignità dei tanti braccianti africani che, come fantasmi, in una sorta di “prostituzione lavorativa”, vagano tra le campagne della Piana alla ricerca di un “lavoro”, eufemismo contemporaneo per definire la nuova, capillare, schiavitù.

Siamo tornati a Rosarno e per più di una settimana abbiamo portato avanti dei corsi di prima alfabetizzazione all’interno e all’esterno del ghetto, tra capre squartate, roghi di plastica bruciata, cumuli di spazzatura puzzolente, baracche in costruzione e prostitute scosciate a bordo strada.
San Ferdinando è proprio questo! Una grande zona industriale, per lo più abbandonata, a sinistra una tendopoli istituita nel 2010, subito dopo la famosa Rivolta, con annesso ghetto in espansione, a destra una grande fabbrica occupata. Tra ghetto e fabbrica vivono oggi più di 2500 braccianti in condizioni disumane e in attesa di spostarsi verso altre località del Sud per l’avvio di altre raccolte agricole. E questo è solo un piccolo lembo di un territorio, quello della Piana, che “ospita” migliaia di braccianti, per lo più rumeni, bulgari e africani, che spuntano la mattina in concomitanza di qualche incrocio per farsi accompagnare al campo dal caporale di turno. Caporale che è l’anello debole della catena o meglio “l’ultima ruota del carro”.

Pensare di debellare lo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’arresto di qualche caporale o qualche mafioso è pura follia.

Un po’ come scrive Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica in un editoriale uscito proprio ieri dal titolo “Uomini e caporali nella Puglia che brucia” dimenticandosi (sic!) di menzionare la Grande Distribuzione organizzata che, imponendo prezzi dei prodotti e bocciando politiche legate ad esempio all’etichetta narrante, diventa la burattinaia di un Sistema voluto e ben rodato!

Dopo lo sgombero del ghetto di Boreano la scorsa estate e di quello di Rignano qualche giorno fa, quello di Rosarno resta il ghetto per antonomasia e, probabilmente, sarà così per molto altro tempo ancora. Un po’ perché simbolo di una Rivolta mai del tutto metabolizzata, un po’ perché frutto di strategie politiche che, in terra di ‘ndrangheta, profumano molto di connivenza.
L’ultima trovata delle istituzioni locali sarebbe quella di costruire, sempre all’interno della zona industriale, una nuova tendopoli, recintata e sorvegliata, dove inserire circa 500 braccianti, scelti non si sa in base a quali elementi, in un contesto che potrebbe tranquillamente riprodurre un regime simile a quello detentivo. Costo della trovata tra 600 e 700 mila euro.

Noi abbiamo risposto, e risponderemo, continuando i corsi di italiano all’interno del ghetto e del campo containers e con la costruzione di una struttura polifunzionale, Rosarno Hospital(ity) school, che, per la prossima stagione agrumicola, diventerà uno spazio condiviso all’interno di un ghetto marginalizzato.
Siamo tornati a Rosarno convinti che la parola sia l’unica arma per difendere i propri diritti ed affermare i propri bisogni.

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Echoes un film di Gabriele Cipolla

Echoes un film di Gabriele Cipolla

La prima proiezione del film il 7 marzo al Respect Belfast Human Rights Film Festival.

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Sinossi

Con l’acuirsi della crisi migratoria causata dalla guerra in Siria, Ungheria, Serbia e Macedonia chiudono i loro confini a migliaia di persone in fuga, interrompendo un’antichissima via migratoria: la rotta balcanica. In Grecia, lungo il filo spinato del confine macedone, uomini, donne e bambini si riuniscono nei campi profughi, immense tendopoli autogestite, dove NGO, volontari e attivisti sfidano il gioco delle mafie dei trafficanti di esseri umani.

Echoes ritrae un limbo nel quale alla disperazione di un futuro sospeso si contrappone una resistenza vitale e ostinata, concentrando il suo sguardo sul giorno precedente allo sgombero di Eko Station, l’ultimo campo informale rimasto nel nord della Grecia.
Attraverso le frequenze di una radio pirata parole e canti ribelli riecheggiano nel silenzio imposto dalla fortezza Europa.

ECHOES trailer (eng) from ECHOES FILM on Vimeo.

“Sono arrivato ad Eko camp a maggio del 2016”, scrive Gabriele, “insieme ad un gruppo di attivisti con cui collaboravo ormai da qualche mese. Stavamo portando nei campi autogestiti ed informali ai confini dell’Europa una radio pirata, Radio Noborder, uno strumento di aggregazione, ma anche una possibilità di racconto, un modo per le persone di darsi voce.
Fin dal primo ingresso nel campo mi sono reso conto che la presenza di macchine fotografiche, camere e cellulari era davvero diffusa: il campo aveva una copertura mediatica intensissima ogni giorno.

L’atto di filmare per me nasce quasi come una necessità, ma in quel momento mi chiesi se aggiungere l’ennesimo punto di vista, l’ennesimo sguardo, fosse davvero la cosa giusta da fare.
Così rimasi qualche giorno alla radio, senza utilizzare la camera se non per brevi filmati, partecipando alle trasmissioni e osservando come in realtà il nostro appuntamento quotidiano stesse diventando un punto di riferimento nel campo.
Ogni pomeriggio, centinaia di persone si ritrovavano intorno al gazebo che avevamo montato e condividevano storie, musiche e racconti al nostro microfono.
Fu così che conobbi prima Hussein, un giovanissimo rapper siriano rifugiato con il quale girai il videoclip di una sua canzone e poi iniziai a frequentare quotidianamente Mohammed e la sua famiglia allargata.

Ogni film comincia principalmente da un incontro, il processo di avvicinamento con i personaggi, che può durare anche mesi, è per me il momento fondamentale. Il tempo necessario alla conoscenza reciproca, mi fa capire quale sia la giusta distanza tra me, il soggetto e la camera, e inizia a creare l’orizzonte visivo entro il quale le nostre esperienze si incontreranno e diventeranno una narrazione anche per gli altri.
Quando ho intuito che era il momento di girare, io e Mohammed eravamo diventati amici. Seguirlo nei suoi spostamenti all’interno del campo ci sembrava naturale. Decisi così di concentrarmi sul racconto della sua quotidianità, evitando di spettacolizzare le loro vite o di approfondire esplicitamente il contesto socio politico di larga scala.

Vivendo per settimane insieme agli abitanti di Eko camp, ho sentito la necessità di riportare le persone al centro del discorso, facendole diventare i soggetti attivi delle loro narrazioni, per abbracciare la complessità di ciò che ci fa continuamente sperare, nonostante tutto e nei modi più impensati, ad un domani diverso”.

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Un film di
Gabriele Cipolla

con
Davide Agnolazza
e Mohammed JJO

produzione:
Radio Noborder
Radio Noborder è una radio web e pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.

#overthefortress
#Overthefortress è una campagna lanciata dal progetto Melting Pot Europa che mira al monitoraggio ed alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti.

Macao
Macao è un centro indipendente per l’arte, la cultura e la ricerca.
Ha sede in una palazzina liberty, nel mezzo di una enorme area abbandonata vicina al centro di Milano. Propone un programma multi settoriale che ospita progetti, eventi e residenze nei più svariati campi dell’arte e della ricerca: arti visive e performative, cinema, fotografia, letteratura, musica, design, hacking, new media. È coordinato da una assemblea aperta di artisti e attivisti.

Durata: 76 min.
Lingua: Arabo, Curdo Siriano, Inglese
Sottotitoli: Inglese, Italiano
Formato di ripresa: digital 4k
Formati disponibili per la riproduzione: 4k DCP, HD file

Fotografia/montaggio/postproduzione:
Gabriele Cipolla

Mix audio:
Marc Brunelli

Musiche:
Eko camp
MZKY

Traduzione:
Kovan Direj

Sottotitoli:
Davide Agnolazza

Bio del regista:
Gabriele Cipolla, classe 1984, vive e lavora a Milano. Dopo aver frequentato la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, perfeziona il suo percorso come film maker studiando ripresa e direzione della fotografia presso la scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’. Il suo campo di ricerca spazia tra la cinematografia e le arti visive, lavorando parallelamente nel settore commerciale e nella sperimentazione, con progetti audiovisivi indipendenti. Dal 2012, Gabriele Cipolla è docente di post produzione cinematografica e di tecniche di regia presso la Scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’ e l’università NABA.

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[Confini]
Grecia, lungo il confine della fortezza Europa.
L’ingente flusso di profughi causato dal prolungarsi del conflitto siriano ha portato alcuni paesi europei a prendere decisioni drastiche in materia di immigrazione. Paesi come l’Ungheria, la Serbia e la Macedonia, spinti da interessi politici xenofobi e populisti, ed in assenza di una presa di posizione chiara da parte dell’Europa, chiudono i loro confini ai migranti, portando di conseguenza all’interruzione di una delle vie migratorie storiche, la cosiddetta ‘rotta Balcanica’. Nel giro di pochissimo tempo migliaia di persone in transito ed in fuga si sono trovate bloccate lungo il confine settentrionale greco, separate dai familiari che li hanno preceduti, anche solo di qualche giorno. Si tratta soprattutto di persone provenienti dalla Siria, ma non solo: Afgani, Pachistani, uomini e donne provenienti dall’Africa centrale e settentrionale. In tutto, 60.000 tra rifugiati e migranti, politici o economici, ammassati lungo una linea ufficialmente invalicabile, dove si muove il più sordido dei poteri, quello delle mafie che trafficano essere umani.

Lungo gli snodi del territorio greco si formano spontaneamente numerosi campi profughi, tra i quali il più grande è quello di Idomeni, proprio a ridosso del confine Macedone, dove 13.000 persone, in un’immensa tendopoli, premono per oltrepassare la linea immaginaria che li divide dalla prossima tappa del loro viaggio. Il confine, tracciato perpendicolarmente ai binari arrugginiti di uno scalo merci, è difeso dalla polizia greca e macedone in assetto anti sommossa; scoppiano quasi quotidianamente dei disordini. All’interno del campo, la situazione igienico sanitaria è precaria, solo alcune NGO e soprattutto centinaia di attivisti da tutta Europa cercano di portare conforto e sostegno ai migranti in difficoltà. I campi autogestiti con le loro manifestazioni di protesta attirano su di sé molta attenzione mediatica e il governo greco, nel maggio 2016, è costretto a fare la sua mossa. In aree industriali dismesse e precarie, vengono costruiti dal nulla decine di campi governativi, gestiti esclusivamente dall’esercito greco. Le strutture risultano subito inefficienti e impreparate all’accoglienza, ma le operazioni di sgombero dei campi informali partono immediatamente. L’imperativo imposto dai militari è l’assoluto controllo delle presenze nei campi: alle organizzazioni di supporto è permesso entrare, gli attivisti e le piccole associazioni vengono bandite.

Le operazioni di sgombero di Idomeni e degli altri campi informali fanno parte di un processo inarrestabile, ma, per quanto sia ingente il dispiegamento di forze in campo, che necessita di tempo. Migliaia di migranti continuano ad accamparsi lungo il confine, anche per l’iniqua politica che divide i richiedenti asilo dai migranti definiti ‘economici’. Mentre da una parte, per far abbassare la tensione e facilitare le operazioni, viene paventata una rapida soluzione per i Siriano-Iracheni, in fuga dalla guerra, attraverso il Programma di Ricollocamento Europeo, dall’altra, grazie all’accordo tra Europa e Turchia, si aprono scenari di espulsione e rimpatrio obbligatorio per tutti gli altri. Nei campi di Hotel Hara e BP, tra gli ultimi informali rimasti a pochi chilometri da Idomeni, ogni notte centinaia di persone disperate tentano un’ultima carta affidando la vita e gli ultimi risparmi ai trafficanti.
Nel frattempo, dai campi governativi trapelano i racconti delle persone deportate al loro interno. Racconti di una situazione di totale abbandono, ancora più precaria che nei campi ribelli, dove ancora possono lavorare volontari ed attivisti.

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[Eko Camp]
Alla campagna di sgomberi nei confronti dei campi informali sopravvive solo Eko Station, ultima realtà non governativa dove i migranti continuano a vivere o transitare.
Il campo sorge all’interno di un’area di rifornimento, lungo l’autostrada che collega il confine macedone a Salonicco. Si tratta di un campo popolato in maggioranza da curdi siriani, sorto quasi in contemporanea ad Idomeni, e che nel periodo di massima portata arriva ad ospitare circa 4.000 persone, delle quali oltre la metà bambini. Il campo è autogestito dai migranti, un avamposto di Medici Senza Frontiere fornisce supporto medico e generi di sussistenza, mentre associazioni, volontari ed attivisti si occupano della distribuzione alimentare e dell’allestimento di strutture educative e ricreative. Tra le tende, che si ammassano anche tra le pompe di benzina in disuso, quotidianamente svolgono le loro attività una scuola, uno spazio donne, un centro mobile di assistenza legale e una radio, Radio NoBorder.

Nonostante le minacce di uno sgombero forzato e le lusinghe della millantata e imminente partenza del Programma di Ricollocamento Europeo, Eko camp rimane fino alla fine popolato della sua gente. La resistenza verso le deportazioni nei campi governativi trae la sua convinzione dai racconti che in gran quantità arrivano al campo, attraverso le voci e le testimonianze delle persone che quotidianamente ne fuggono e grazie ai report degli attivisti, che sfidano capillarmente le imposizioni dell’esercito, violando le recinzioni e i divieti.

Eko camp respira e resiste, fino all’intervento della polizia in una triste mattina di giugno 2016, all’interno di una contraddizione che inspira l’intera esperienza del campo: da una parte le condizioni estreme alle quali i migranti sono costretti, l’umiliazione continua di una situazione precaria e inumana, dall’altra l’ultimo spazio di libertà rimasto, il solo punto di incontro con una Europa diversa, quella dei volontari e degli attivisti, che non impone un controllo ed un assistenzialismo fine a sé stesso, ma un processo di condivisione esperienziale e di costruzione.
Fino all’ultima lunga notte, da Eko camp, attraverso Radio NoBorder, risuonano insistentemente le voci e i canti di uomini e donne — prima che migranti o rifugiati, persone libere.

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[Radio NoBorder]
Radio NoBorder trasmette ogni giorno da Eko camp in FM, attraverso un ripetitore e una lunga canna da pesca usata come antenna, e in streaming internet, attraverso una parabola satellitare. La programmazione della radio si crea ogni giorno a partire dalle esigenze del campo: racconti di esodo e di denuncia si susseguono intervallati dalla musica suonata live dai musicisti o proveniente dai telefoni dei migranti. La piccola redazione della radio, situata in quella che potrebbe essere definita la piazza principale di Eko, diventa da subito un punto di riferimento per tutti gli abitanti della tendopoli, scandisce le attività quotidiane educative e di distribuzione, trasmette la preghiera che segna la fine del digiuno del Ramadan, offre la possibilità di raccontare le vicende individuali, che si trasformano in questo modo in storie di tutti.

Non è la prima volta che Radio Noborder si trova in un campo: è una radio pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.
L’idea nasce nella primavera del 2016 da un gruppo di attivisti indipendenti durante la loro permanenza all’interno del campo informale di Idomeni, sul confine greco-macedone. NoBorder, una stazione radio FM, viene installata all’interno del campo e gestita per alcune settimane da una redazione composta sia da attivisti che da migranti.

Lo sgombero forzato del campo di Idomeni, avvenuto nelle prime settimane di maggio 2016, non segna la fine del progetto: si decide di trasferire la radio all’interno dell’altro grande campo informale della zona, EKO camp, ancora immune dall’ondata di sgomberi, e dove molti abitanti di Idomeni si erano rifugiati per sfuggire alle deportazioni.

La prima trasmissione da EKO è datata 31 Maggio 2016, sulla frequenza FM 95.00, e viene realizzata utilizzando un vecchio trasmettitore di Radio Popolare Milano e un’antenna autocostruita. Si inizia anche a trasmettere in streaming attraverso un’antenna satellitare risparmiata dalla furia delle ruspe ad Idomeni, installata in precedenza da #overthefortress per il progetto noborderWiFi.

La radio diventa subito il più importante luogo di aggregazione all’interno del campo e intorno ad essa si costruisce una comunità di persone che si alterneranno ai microfoni e alle conduzioni per circa un mese.

Rimane nel campo fino al giorno dello sgombero, la mattina del 13 giugno, quando la polizia fa irruzione all’interno dell’area obbligando i rifugiati a salire sui bus per essere deportati nei campi governativi e arrestando gli attivisti, compresi i conduttori della radio che stavano monitorando e documentando la situazione.

Dopo l’esperienza in Grecia, tutto il materiale tecnico viene portato in Italia in attesa di essere riutilizzato. L’occasione per riaccendere le trasmissioni non tarda: nel luglio del 2016, a Como, sul confine italo-svizzero, centinaia di migranti africani rimangono bloccati nel parco della stazione dei treni, a seguito di un importante giro di vite da parte della Svizzera in merito al passaggio dei migranti attraverso il proprio territorio. La radio seguirà per tutta l’estate le vicende di Como, portando le testimonianze dei migranti e dei tanti attivisti e volontari presenti.

In Italia le cose non vanno diversamente che in Grecia. Il campo di Como viene sgomberato e Radio Noborder, dopo qualche mese di pausa, si riorganizza per aggregarsi, nei primi gorni di novembre, alla carovana in viaggio per il sud Italia di #overthefortress, un’azione di inchiesta e comunicazione indipendente al fianco dei migranti e delle realtà che li sostengono. La Radio trasmette, per tutta la carovana, ogni settimana da un luogo diverso, coinvolgendo attivisti e migranti conosciuti durante il percorso.

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[Mohammad]

Intrecciando l’esperienza degli attivisti della Radio con le vite delle persone incontrate nel campo di EKO, nasce Echoes, un film che racconta la vita all’interno del campo attraverso le trasmissioni di Radio Noborder effettuate in Grecia.
Il film racconta l’ultimo giorno di vita del campo, prima dello sgombero, seguendo col suo sguardo Mohammad, uno dei più attivi conduttori e frequentatori della Radio.

La storia di Mohammad, incontrato tra uno streaming e una registrazione e diventato amico degli attivisti di Radio NoBorder, è in tutto e per tutto simile a quella delle migliaia di persone strappate alla loro casa dal conflitto siriano: una epopea durata anni, un viaggio intrapreso con la moglie Slava — attraversando montagne, fiumi e il mare assassino in condizioni estreme e dietro il ricatto dei trafficanti.
Il ricordo dei pericoli affrontati per arrivare in Europa e l’attesa infinita e sterile, è vivido nel cuore di Mohammed quando invia ai suoi amici europei della Radio un lungo messaggio vocale, dopo alcuni mesi dal loro rientro in Italia. Il messaggio arriva ad inizio settembre, e la scelta non è casuale: il messaggio che accompagna la sua voce è fin troppo chiaro.
Tra poche ore partirò, io e Slava non possiamo più stare qui, abbiamo perso il figlio che aspettavamo, è ora di tornare a casa, in Iraq”.

È l’ultima notizia che abbiamo di lui.

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Citazioni

“We thought we could start to think about a better life, but they closed the border in front of us.
We have just crossed over the deadly sea, we witnessed the death, but for the people the situation got worse. Beeing dead or alive, at this point, doesn’t make a difference for us,it became the same”.

(Mohammad, opening message)

“Pensavamo potessimo iniziare a pensare ad una nuova vita, ma ci hanno chiuso il confine in faccia.
Abbiamo attraversato il mare assassino, abbiamo sfiorato la morte, ma per noi la situazione peggiora.
Essere vivi o morti, a questo punto, non fa differenza, è diventata la stessa cosa
”.
(Mohammad, messaggio d’apertura)

“My name is Israa, I’m seventeen years old and I’m Syrian, from Aleppo. My destination was Germany, where my father is. I wanted to accomplish my studies there as a pediatrician, but we lost everything”.
(Israa, syrian refugee, seventeen years old, interview at Noborder Radio)

“Il mio nome è Israa, ho diciassette anni e sono siriana, di Aleppo. La mia destinazione era la Germania, dove vive mio padre. Volevo finire li miei studi come pediatra, ma abbiamo perso tutto”.
(Israa, rifugiata siriana di diciassette anni, intervista a Radio Noborder)

“- Do you have any message to give to people from their same age living in Europe?
 — I would like them to demonstrate for us, to do something for us, to make us live like them and study. Living in this tent destroyed our life”.
(Tolin Xelil, syrian refugee from Rojava, eighteen years old, interview at Noborder Radio)

“- Hai qualche messaggio per la gente della tua stessa età che vive in Europa?
 — Vorrei che manifestassero per noi, per fare qualcosa per noi, per farci vivere come loro e per farci studiare. La vita in queste tende ci sta distruggendo”.
(Tolin Xelil, rifugiata Siriana del Rojava, diciotto anni, intervista a Radio Noborder)

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L’immigrato italiano

L’immigrato italiano

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Questa fotografia ritrae mio nonno. Saranno stati gli anni 70 e non so bene dove sia stata scattata. Sicuramente stava facendo una gita. Ha scarpe da ginnastica usate, un binocolo, porta una giacca troppo elegante ed indossa una polo. Lo vedete l’altro uomo? Quello che cammina ben vestito con la mano in tasca? Quello è sicuramente un cittadino svizzero, dove i miei nonni sono emigrati, e sta guardando mio nonno. Sta guardano quello spaccone che si mette in posa per farsi una foto, con indosso dei cenci e pure accoppiati male. Parliamo degli anni dell’iniziativa Schwarzenbach culminata con il referendum del 7 giugno 1970 contro l’inforestierimento, soprattutto degli italiani.

Mio nonno è stato un grandissimo lavoratore; ha contribuito a costruire la via ferrata, ha lavorato in ristoranti, in ospedali come tutto fare, e faceva quanto più non posso. E’ partito da una terra e da una guerra che non poteva offrirgli più nulla, nonostante lavorasse da quando aveva 7 anni, giorno e notte.

In Svizzera non è andata meglio. Il costante razzismo nei confronti degli italiani era dilaniante e rendeva quasi impossibile integrarsi; dai loro racconti, infatti, le loro compagnie non erano composte da persone Svizzere. Mia mamma poi, è nata in Svizzera. Ha vissuto per 34 anni in Svizzera e ha partorito sua figlia in Svizzera. Ma non è mai stata cittadina Svizzera. Siamo sempre stati italiani.

E’ arrivata in Italia a 34 anni senza quasi sapere una parola nella nostra lingua e per me è stato lo stesso. Ricorda con terrore e con molto dolore le iniziative Schwarzenbach che l’hanno accompagnata durante la sua infanzia, adolescenza ed il resto della sua vita in quel paese.

Riguardare questa foto mi ha fatto sorridere. Oggi puntano tutti il dito contro i richiedenti protezione internazionale perché posseggono un cellulare, vestiti nuovi e non sono deperiti.
Vero, la differenza sta nell’assistenzialismo, i nostri nonni non lo hanno ricevuto: ma a quale prezzo? Quante sofferenze e vicissitudini hanno dovuto affrontare? Vogliamo essere quel mondo? Quel tipo di mondo?

Non si possono fare dei veri e propri paragoni, tuttavia il meccanismo rimane perlopiù invariato. Chissà cosa pensavano i vicini della mia famiglia? Chissà quante brutte parole sono state rivolte loro per mera ignoranza e xenofobia?

Riguardo quel binocolo e sorrido. Nonno, che ci dovevi fare con quel pesantissimo binocolo, custodito così tanto gelosamente? Quel binocolo che sopravvive ancora oggi.
Quel binocolo è uno status. E’ una voce che grida: “Ce l’ho fatta anche io! Sono qui in mezzo a voi e vivo!”.

Eppure quel binocolo, quel telefonino, quei cappelli curati, quelle scarpe nuove danno fastidio; fanno credere che le persone che ci stanno chiedendo aiuto non ne abbiano davvero bisogno, che sia tutta una messinscena.

Spesso, quando le persone si rivolgono a noi operatori dell’accoglienza, ci rimproverano queste cose e spesso non sappiamo cosa rispondere loro. La dignità, questa sperduta.

E’ difficile rispondere al mondo che un orologio non significa nulla, è solo un modo per appartenere ad un nuovo mondo. E’ difficile far comprendere che quando non hai nulla, perché nel tuo paese ormai globalizzato non hai soldi per vestire e mangiare, l’unica cosa che vorresti fare, seppure in un primo momento, è omologarti a tutti gli altri senza sentirti necessariamente diverso, escluso. Allora sì che potremmo comprendere che la prima cosa che fanno alcuni beneficiari, con il loro primo pocket, è comprare un cappello, delle scarpe, una qualsiasi cosa che non lo faccia sentire maggiormente diverso e discriminato. Non possiamo fingere di non sapere che essere povero, non possedere nulla, non sia pregiudicante. Essere un richiedente protezione internazionale lo è, essere povero anche. Se sei entrambe le cose sei doppiamente discriminato. Le persone, gli esseri umani, spesso non vogliono essere compatiti, vogliono che siano loro riconosciute abilità e dignità e molto spesso, questo, non lo facciamo.

E’ per questo che nei percorsi di accoglienza, quelli buoni, quelli dignitosi, sono di vitale importanza i percorsi individuali. Puoi fare percorsi individuali quando hai tre operatori e accogli 100 persone? No. Molto semplice.

Quanto ancora dovrà durare questa enorme differenza tra CAS e SPRAR? Per quanto ancora dovremo vedere migliaia di persone finire nelle grinfie di “lavoratori” (perché non posso chiamarli operatori) incompetenti o, comunque, messi in condizione di non poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro, permettendo ai propri capi di arricchirsi a dismisura?
Quanto ancora?

Nel frattempo guardo il binocolo di mio nonno e penso a quanto sia stato fiero di poterlo sfoggiare. A quanto avrà riflettuto prima di comprarlo (contadino che non spendeva soldi “inutilmente; gli sfizi e le vacanze non si sono mai visti nella loro umile vita) e a quanto ci teneva per non permettere a nessuno di toccarlo.
Penso a quel binocolo e a mio nonno l’immigrato.

Sabrina Yousfi, cooperaia Alternata SI.Lo.S

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Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Report Assemblea Nazionale
CSA TNT — Jesi, 3 marzo 2017

Sabato 3 marzo si è tenuta la seconda Assemblea Nazionale della Campagna #Overthefortress. Alle presenze fisiche presso lo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi vanno aggiunte le partecipazioni in remoto on line. La discussione ha quindi avuto contributi di decine di realtà dislocate su tutto il territorio nazionale.

La campagna, iniziata nell’estate 2015 con viaggi di osservazione e narrazione attorno alle frontiere d’Europa, giunge ora ad uno snodo importante del proprio percorso. L’analisi politica che ci ha suggerito il nome resta valida, ed anzi oggi si rafforza: incontriamo frontiere militarizzate e muri non solo laddove corrono i confini tra Stati, ma nuovi dispositivi di separazione ed esclusione compaiono dislocati nei territori. L’operato del governo Gentiloni, che dà attuazione al Migration Compact proposto da Renzi ed adottato dall’UE, traccia il quadro dentro cui si situano l’istituzione dei nuovi centri per il rimpatrio (CPR), gli accordi bilaterali con Paesi retti da dittature, l’esternalizzazione e il controllo delle frontiere esterne finanziati attraverso un uso distorto della cooperazione internazionale. L’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha aperto una fase nuova nelle relazioni internazionali che condiziona il dibattito attorno alla revisione dell’Accordo di Dublino, il cosiddetto “Dublino IV”.
Fermando l’attenzione a quanto accade in Italia, il fatto storico costituito dall’ingresso forzatamente illegale (frutto di un’assenza di politiche di ingresso regolare e di canali umanitari) di centinaia di migliaia di persone non solo non incontra soluzioni politiche, anzi: a suon di disposizioni amministrative vengono tracciate nuove linee di separazione tra soggetti inclusi ed esclusi dalla sfera dei diritti. Le frontiere da indagare e narrare e lungo cui sviluppare interventi solidali sono dunque riterritorializzate e diffuse in ogni territorio.

La discussione si è sviluppata lungo tre assi: una migliore strutturazione dei viaggi di inchiesta e supporto, l’analisi della situazione migratoria nel quadro mutato dal decreto Minniti-Orlando e una proposta di agenda di mobilitazioni.

Viaggi di inchiesta e di supporto solidale

La cifra qualificante di #OverTheFortress è il continuo viaggiare, che consente di conoscere direttamente le condizioni materiali tanto dei dispositivi di frontiera quanto delle situazioni di vita dei migranti, e di confrontarsi con realtà sociali resistenti e solidali. Gli interventi lungo la rotta balcanica, nelle isole greche e la prolungata presenza nel campo di Idomeni, da ultimo il viaggio attraverso il Sud Italia e il muoversi, nuovamente, sulla Balkan Route hanno consentito di sviluppare elementi di analisi privilegiati. Se da una parte grazie alla semplice osservazione diretta dell’esistente possiamo già intravedere quali forme concrete assumeranno i dispositivi di respingimento o di rastrellamento, reclusione e rimpatrio che gli apparati repressivi stanno organizzando, riteniamo necessario un salto di qualità tanto nell’identificazione delle potenziali destinazioni quanto nel contributo progettuale da apportare, identificando come confine ogni luogo dove avvengono atti discriminatori su base etnica o razziale ed ovviamente di repressione della libertà di movimento. Il livello minimo di intervento è lo spazio europeo nella sua interezza, che va letto ed agito anche come ambito di costruzione di relazioni e di organizzazione. La discussione fa emergere la necessità e volontà di organizzare interventi progettuali qualificati e che si sviluppino attraverso la concreta cooperazione con le soggettività migranti. Particolare attenzione è stata posta sui cosiddetti “ghetti”, luoghi di esclusione e contigui all’iper-sfruttamento agricolo, ma al tempo stesso espressione di autorganizzazione dei migranti, di cooperazione sociale dal basso e di rivendicazione di diritti di cittadinanza.

La situazione migratoria ed i nuovi provvedimenti governativi: una campagna politica contro i CPR e per il diritto di soggiorno.

L’azione legislativa italiana si sta sviluppando in piena continuità con l’agenda europea sulle migrazioni del 2015 e il Migration Compact, ribadendo come l’Italia sia ora laboratorio europeo “all’avanguardia” nell’innovazione normativa.
La circolare Gabrielli del 30 dicembre 2016 ed i rastrellamenti dei cittadini nigeriani del mese scorso sono state le premesse al pacchetto securitario del decreto Minniti-Orlando, che di fatto smonta completamente le procedure di inclusione dei richiedenti protezione internazionale e dei migranti nella sfera del diritto. Se da una parte il decreto legge del 17 febbraio, che deve essere convertito in legge nazionale, introduce i CPR sottraendo risorse all’inclusione, indebolisce il diritto di difesa dei richiedenti asilo ed abolisce il ricorso in Corte d’Appello contro i dinieghi delle Commissioni territoriali, dall’altra i dispositivi di disciplinamento dei richiedenti asilo nel fallimentare sistema di accoglienza emergenziale sono volti a smorzare sul nascere qualsiasi forma di protesta. Uno sguardo più largo a livello continentale restituisce il montare delle pratiche di criminalizzazione e repressione verso i migranti, confinati dalle nuove cortine di ferro ed azzannati dai cani delle guardie di frontiera, bollati come clandestini e quindi costretti ad una esistenza da invisibili. L’Ue ha in serbo di attuare nel prossimo periodo 1 milione di deportazioni di migranti.

L’analisi delle modalità di applicazione delle leggi rende evidente come il diritto sia applicato in forma differenziale, creando sistemi di perimetrazione ed esclusione non solo delle soggettività migranti ma più in generale di ogni categoria sociale non compatibile con un sistema socio-economico informato dai principi del neoliberismo.

Migliaia di migranti che risiedono oramai da anni in Italia vengono costretti alla clandestinità e alienati da ogni diritto a causa dei dinieghi deliberati dalle Commissioni, della perdita del reddito o della casa e degli altri dispositivi di legge pensati per produrre la decadenza del titolo di soggiorno. Opporsi a questa situazione significa rivendicare il diritto all’emersione dal “soggiorno in nero” e la promozione di una campagna finalizzata al riconoscimento della condizione di soggiornante come fonte del diritto di restare e di regolarizzare la propria posizione con il conseguimento del permesso di soggiorno. La lotta per il riconoscimento del diritto di restare deve costituire il fulcro della nostra risposta alle logiche di deportazione e di confino perseguite dal governo Gentiloni e rilanciate dalla UE.

Agenda e mobilitazioni

Dall’assemblea è emersa la necessità di sviluppare azioni, progetti e connessioni organizzative che siano in grado di contrapporre alla “cooperazione internazionale” del Migration Compact, che legittima e finanzia governi corrotti e Paesi non sicuri in cambio di un controllo da parte di essi dei loro confini e dell’accettazione degli espulsi, la reale cooperazione sociale che cresce nella solidarietà, nelle lotte e nelle mobilitazioni.

Per quanto riguarda le mobilitazioni un primo passaggio è stato individuato nei percorsi territoriali che si stanno organizzando a partire dall’appello del City Plaza Hotel di Atene. Nei giorni del 18 e 19 marzo molte realtà rappresenteranno i loro percorsi di cooperazione locale e di rifiuto della guerra ai migranti in corso; oltre all’appuntamento di Venezia con la marcia regionale, altre iniziative a Milano, Torino, Firenze, Brescia, Ancona chiederanno diritti e dignità per i/le migranti. Dall’assemblea si invita alla partecipazione alle iniziative già in costruzione e all’organizzazione di ulteriori piazze.

L’opposizione all’operato politico dell’Unione Europea saccheggiatrice di risorse, promotrice di guerre e sconvolgimenti climatici che forzano a migrare intere popolazioni, e che poi produce dispositivi di chiusura, blocco della mobilità ed espulsioni di massa, deve trovare nella giornata del 25 marzo un momento di forte e significativa espressione. Nel giorno in cui i rappresentanti delle leadership europee si troveranno a Roma per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati UE, è necessario portare nelle mobilitazioni dei movimenti che attraverseranno quella giornata la tematica delle migrazioni, dei diritti negati, delle deportazioni, della necessità di rovesciare dal basso le politiche europee delle frontiere, che non sono solo quelle dei confini geografici, ma anche quelle in cui vengono confinati i diritti, le povertà, il bisogno sempre più diffuso di protezione dalle conseguenze devastanti e multiformi prodotte dagli attuali assetti economici, politici e finanziari.

Per le stesse ragioni e per dare continuità ad una nuova stagione di protagonismo sociale sulle tematiche trattate l’assemblea ha individuato nelle mobilitazioni previste in occasione del G7 che si terrà a Taormina il 26–27 maggio un altro percorso all’interno del quale è necessario essere presenti e partecipare attivamente.

Info: [email protected]

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Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Si ringrazia l’Avv. Laura Mistichelli per la segnalazione ed il commento.

Con ordinanza pubblicata il 10.01.17 il Tribunale di L’Aquila, in persona del Giudice Dott.ssa Donatella Salari, ha riconosciuto la protezione umanitaria ad un cittadino proveniente dal Ghana, fuggito dal suo paese nel timore di essere arrestato per l’incendio divampato il 17 luglio di quell’anno presso il mercato di Kumasi ove egli svolgeva il lavoro di guardiano notturno.
Il ricorrente produceva una serie di documenti che radicavano la sua buona fede soggettiva secondo l’insegnamento di Cass. 16201/2015 nel senso della credibilità del racconto e dei riscontri concreti (articoli giornali sia sull’incendio alla data riferita, sia le notizia di stampa circa il concreto pericolo di un incendio al mercato in questione, sia la ricerca diramata dalla polizia nei suoi confronti e della fuga come narrata dalla moglie).
Il giudice ha ritenuto che la situazione di fragilità e la situazione d’insicurezza del ricorrente — “esposto ad un’accusa poco verosimile quale quella di avere incendiato il più grande mercato dell’Africa Occidentale con una candela- mentre sembra possibile che l’incendio si sia sviluppato per effetto di un corto circuito, tant’è che il ricorrente narra dell’avvenuto black out (frequente) che lo ha spinto ad accendere una candela per segnalare la propria presenza all’interno del mercato” meritassero considerazione nella forma della protezione umanitaria.

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Tribunale di L’ Aquila, ordinanza del 10 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Ghana

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Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)

Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)

di Daud al-Ahmar*

Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (…). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che non gli resta altra via d’uscita.

Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

IL DOSSIER AFGHANISTAN. Intervista a Claudio Bertolotti

Il dossier #Afghanistan: intervista di Federica Fanuli dell'Institute for Global Studies per @AfricaMediOriente  "Una possibile via di uscita per il paese è il coinvolgimento dei Talebani nella governance, l’accesso alle risorse del paese e un sostanziale riconoscimento sul piano del diritto di ciò che i Talebani hanno di fatto conquistato". "Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Io e la Fortezza Europa. O meglio : ”Operazione Sophia ”

Io e la Fortezza Europa. O meglio : ”Operazione Sophia ”

L'operazione Sophia, meglio conosciuta con l'acronimo '' Eunavformed '' European Union Naval Force Mediterranean (in italiano: Forza navale mediterranea dell'Unione europea) è un'operazione militare lanciata dall'Unione europea in conseguenza dei naufragi avvenuti nell'aprile 2015 che hanno coinvolto diverse imbarcazioni che trasportavano migranti e richiedenti asilo dalla Libia. Lo scopo dell'operazione era quella di neutralizzare le consolidate rotte della tratta dei migranti nel Mediterraneo. La sede operativa è situata a Roma.

Dal 24 Agosto 2016,in seguito all'accordo siglato nel quartiere generale di Centocelle,a Roma,tra l'ammiraglio italiano Credendino e l'ammiraglio libico Al Touhami per conto del governo di Tripoli di El Sarraj,l'operazione ''Sophia'' si prefissò l'obbiettivo di addestrare la marina e la guardia costiera della Libia occidentale. La missione iniziò ufficialmente il 26 Ottobre,quando 80 militari libici furono prelevati da Misurata dalla Nave militare italiana '' San Giorgio '' e la nave militare Olandese '' ''Rotterdam''. Diviso il gruppo dei libici in due squadre (40 libici su nave '' San Giorgio '' e altri 40 sull'olandese '' Rotterdam'') il 28 Ottobre 2016 iniziava cosi la campagna di addestramento della guardia costiera libica.
Per facilitare il lavoro degli addestratori europei furono assunti 9 interpreti civili provenienti da tutta Italia che avevano il compito di tradurre le lezioni dalla lingua inglese all'arabo. Due interpreti per l'addestramento su nave '' Rotterdam '' (io e un amico ) e i restanti sette su '' San Giorgio ''.
In questa foto,scattata molto probabilmente agli inizi di Novembre,avevo accompagnato gli addestratori britannici della '' Royal Marine '' di sua maestà e addestratori della Marina militare Greca a bordo di un mezzo da sbarco olandese (io sono quello a destra della lavagna, concentrato a decifrare l'inglese dell'addestratore scozzese). Faceva freddo e il mare a largo di Malta era mosso. Durante la lezione pratica a bordo del mezzo da sbarco olandese su nave '' Rotterdam'' era in corso una visita dell'ammiraglio Credendino accompagnato dall'ammiraglio libico Touhami.
La lezione di quel giorno doveva insegnare ai giovani militari libici le varie tecniche di abbordaggio di un mezzo sospetto. L'addestratore britannico con il suo terribile accento scozzese rendeva il mio lavoro di traduzione impossibile. Fortuna che quel giorno erano previste pratiche in mare. Quindi non dovevo starmene per cinque ore chiuso in una classe a tradurre.  Infatti subito dopo la breve lezione orale partì quella pratica che consisteva nell'imbarcare i libici sui dei barchini d'assalto per simulare l'abbordaggio di un imbarcazione sospetta. Incuriosito, chiesi agli addestratori l'autorizzazione e m'imbarcai anche io su uno di quei mezzi, e '' assaltai '' anche io il mezzo sospetto tra le risate degli addestratori e quella dei giovani libici. Infatti,in seguito a questo episodio i libici mi soprannominarono '' El mutarjem el muqtahim '' (l'interprete d'assalto).
Una volta a bordo scattò la seconda fase : la perquisizione dell'equipaggio. L'atmosfera non fu tesa e l'addestramento prese la piega di un gioco di ruoli. Infatti una volta abbordata l'imbarcazione sospetta gli addestratori mi chiesero di recitare la parte del capitano di un peschereccio tunisino che oltre a trasportare '' qualche chilo di cocaina '' nascondeva 5 migranti cui ruoli vennero recitati da altri 5 militari britannici. Una volta scovato il '' carico illegale '' l'atmosfera si scaldò : il più anziano tra i libici cominciò a urlare ordini contro tutti i membri dell'equipaggio. Un libico, un certo Mu'waaya, prese sul serio la parte e mi ordinò in tono minaccioso ,di mettermi in ginocchio con le mani dietro la testa e la faccia rivolta verso la paratia. E fu qui scattò la terza fase,la più importante,almeno per gli autori della fortezza europa : i libici,una volta conquistato il controllo del mezzo sospetto,dovevano condurlo al porto libico per consegnare i '' criminali '' agli ingranaggi della ''giustizia'' libica.
Continua.....
Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese

Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. L’ordine mondiale è scosso dal Ban di Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen. Sulla prima pagina del New York Times tiene banco il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General, in relazione alla legalità del Ban e dell’opportunità che i legali del Dipartimento della Giustizia lo dichiarino ammissibile.…

Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Giulio Regeni, intervista del Fatto.it al sindacalista che lo denunciò ai servizi: ‘Ho fatto tutto da solo. Dio mi ricompenserà’

Da mesi i media lo cercavano. Da giorni gli spettatori – italiani e non – lo sentono parlare in quel video sgranato e sgradevole che fornisce anche l’ultima immagine da vivo di Giulio Regeni. Nel filmato Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani, assilla con richieste di denaro il ricercatore italiano scomparso esattamente un […]

L'articolo Giulio Regeni, intervista del Fatto.it al sindacalista che lo denunciò ai servizi: ‘Ho fatto tutto da solo. Dio mi ricompenserà’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

Regeni, un anno dopo. Attivisti del Cairo: “L’Egitto nasconde la verità. E l’Italia ha troppi interessi per cercarla davvero”

A un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo nulla è cambiato. Il traffico incessante tra i palazzi color caramello della capitale è lo stesso di sempre, quasi una metafora stantia della continua repressione del governo egiziano che rende questo giorno, sesto anniversario della rivoluzione egiziana, uno dei più temuti da quando Abdel Fattah […]

L'articolo Regeni, un anno dopo. Attivisti del Cairo: “L’Egitto nasconde la verità. E l’Italia ha troppi interessi per cercarla davvero” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La lezione americana della post-verità “alternativa”

La lezione americana della post-verità “alternativa”

di Anatole Pierre Fuksas

Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto della verità fattuale.…

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Giulio Regeni, il video dell’incontro con il sindacalista Abdallah che l’ha denunciato ai servizi segreti

“Mia moglie ha il cancro e per me la cosa più importante è trovare dei soldi con ogni mezzo”. Inizia così il video girato di nascosto da Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani che ha ammesso di aver denunciato Giulio Regeni ai servizi segreti del Cairo. Le riprese, acquisite anche dagli inquirenti […]

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Il ratto del serraglio

Il ratto del serraglio

L’altro giorno ho letto questo articolo.  Tratta del nuovo allestimento dell’opera di Mozart Il ratto del serraglio. L’oggetto della quetione è l’allestimento contemporaneo, nel quale il regista austriaco ha sostituito ai Turchi i combattenti di daesh, come da immagine che segue: … Continua a leggere

Il ratto del serraglio
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Dalla guerra d’Algeria a oggi

Nel 2010 esce nelle sale cinematografiche, per la prima volta nella grande distribuzione, il film di Rachid Bouchareb Hors-la-loi, una produzione di Francia, Algeria e Belgio. Il film, distribuito anche nelle sale italiane, è particolare, perché, per la prima volta, … Continua a leggere

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letturearabe di Jolanda Guardi
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Iraq, curdi chiudono ong: “Donne yazide stuprate dall’Isis restano senza tutela”

Le donne yazide vittime della violenza dello Stato Islamico rischiano di restare senza supporto medico e psicologico. La denuncia arriva da Murad Ismael, direttore di Yazda, charity con base nella città curdo irachena di Dohuk. Il centro, che ha anche documentato gli omicidi di massa commessi dall’Isis ed è l’unica tra le strutture di assistenza nella regione […]

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Marocco, vietata produzione e vendita del burqa: “Messo al bando perché criminali l’hanno usato per mascherarsi”

Nonostante non ci sia ancora nessuna conferma da parte delle autorità locali, la notizia è circolata in diversi siti di informazione ed è stata ripresa da diverse agenzie internazionali e il provvedimento con cui il governo marocchino vieta la produzione e la vendita del burqa per ragioni di sicurezza sarebbe effettivo già da questa settimana. […]

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Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti tromboni.…

Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando)

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando)

di Anatole Pierre Fuksas (con l’assenso motivato e partecipato di Lorenzo Declich)

Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre due passioni.…

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Jihadi Fighters From Af-Pak To Syria (CeMiSS OSS 5/2016)

by Claudio Bertolotti @cbertolotti1 download the full volume "Osservatorio Strategico n. 5/2016" ISBN 978-88-99468-24-8 General overview on the Islamic State in AfghanistanArmed opposition groups stating loyalty to the Islamic State (IS) have tried to found a base in five Afghan provinces, but only in Nangarhar have they be successful. There, IS Khorasan Province (IS-Khorasan),
La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti

La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

 

Anatole. Giusto il tempo di far emergere i dettagli circa l’identità dell’attentatore e saltano naturalmente fuori i famosi amici del jihadista, secondo il copione che avevamo tracciato nella puntata precedente. Subito si dimostra che il Califfone è ramificato dappertutto (mi perdonerai l’omaggio al coattissimo cinquantino da motocross della nostra giovinezza) e tutti gli amici degli attentatori sono il brodo di coltura nel quale il radicalismo sguazza, eccetera (ma poi non vale se la stessa cosa accade in North Carolina, chissà perché, chissà percome).…

La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Una conversazione sul Pizzagate ed il pistolero del Comet, il Fantasma del Camion di Berlino e la performance del poliziotto turco 

Anatole. È molto difficile uscire dalla spirale del complottismo, nella quale ci siamo avvitati inevitabilmente da più di un mese, ma sapevamo che sarebbe stato così e proprio per questo abbiamo evitato di tuffarci in questo argomento sublime quanto inquietante finché ci è stato possibile.…

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Egitto, l’attentato in Chiesa e la tensioni fra i cristiani copti e il regime di Al Sisi: “Non protegge la comunità”

L’attacco alla cattedrale copta di San Marco al Cairo è un punto di svolta nelle strategie dei gruppi terroristici dopo il colpo di stato del 2013? L’assenza di una rivendicazione dell’ordigno che ha provocato almeno 25 morti e una cinquantina di feriti non può ancora fare chiarezza sull’accaduto che sta scuotendo ulteriormente la minoranza cristiana. […]

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Appunti nomadici 2

Appunti nomadici 2

di Giuseppe Cossuto

Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell’ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è qui).

Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi di governo rappresentò per gli zingari sopravvissuti alle politiche di sterminio la fine di un tremendo incubo.…

Appunti nomadici 2 è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Arrivederci!

SiriaLibano volta pagina. Ma prima di farlo vuole ringraziare tutti i suoi lettori. E tutti coloro che dal 2010 a oggi hanno contribuito a vari livelli e in vari modi […]
L’Islam attraverso il diritto

L’Islam attraverso il diritto

L'Islam attraverso il diritto. La storia del diritto islamico dalle origini ai giorni nostri, in quattro Lezioni a Uomini e Profeti, Radio 3, novembre 2016.
DOSSIER: QUESTIONI DI GENERE

DOSSIER: QUESTIONI DI GENERE

DOSSIER : QUESTIONS DE GENRE | babelmed | culture méditerranéenneÈ possibile indagare le relazioni di genere tra una riva e l’altra del Mediterraneo, cogliendone qui e là le diverse declinazioni, pur senza alcuna pretesa di esaustività? È quanto cerca di fare questo dossier, i cui contenuti sono stati realizzati da 9 media digitali indipendenti: Arablog, Babelmed, Enab Baladi, Frame, Inkyfada, MadaMasr, Mashallah News, Radio M, Tunisie Bondy Blog. Si parla di lavoro con due inchieste di autogestione in altrettante fabbriche in Turchia e in Tunisia,  di esperienze professionali con il ritratto di due donne che fanno 'mestieri da uomini’: una macellaia in Algeria e una minatrice in Sardegna. Si parla di discriminazioni e violenza contro le donne con i reportage sul femminicidio in Italia, le molestie sessuali nei media in Egitto, il divorzio in Tunisia, le lotte delle donne di Raqqa in Siria. A chiudere questo mosaico, le testimonianze di uomini che vogliono uscire dalla gabbia degli stereotipi di genere. Il dossier è stato realizzato nell’ambito del progetto Ebticar e con la collaborazione della rivista italiana Leggendaria.

Refugee Hospitality and Humanitarian Action in Northern Lebanon: between Social Order and Transborder History

Refugee Hospitality and Humanitarian Action in Northern Lebanon: between Social Order and Transborder History

English Version: http://urd.org/Refugee-Hospitality-and This short essay will discuss the social spaces which, in times of crisis, turn into host environments for refugees and displaced people, and where humanitarian programmes are implemented. It argues that the “hosting spaces” that populate the media and NGO reports which tackle refugee influxes are constructed with direct and indirect purposes. […]

Egitto, liberati 82 detenuti politici: la crisi morde e Al Sisi diventa magnanimo

Giovedì il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha concesso l’amnistia a 82 detenuti, la maggior parte di loro in carcere per reati politici e la cui liberazione sarebbe avvenuta in tempi brevi. Tra di loro ci sono il presentatore Islam al Beheiry, il fotogiornalista Mohammed Ali Salah e l’attivista dei Fratelli Musulmani Yousra Khatib, la […]

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Sette anni dopo

Sette anni dopo

L’aereo si trova sopra il nord del Canada. Mi sta portando in California per un po’ di ferie. Ed è lì, in mezzo alle mail che mi sono inviato con i link agli articoli da leggere, che inizio a pensare a Falafel Cafè. Ai suoi sette anni, il 12 novembre scorso. Agli esordi durante il […]

THE RENOVATION OF THE TALIBAN MOVEMENT (OSS 2/2016)

di Claudio Bertolotti @cbertolotti1 download the full volume "Osservatorio Strategico"  The death of Mullah Mansour e the appointment of the new Taliban leader On the insurrectional front, recent dynamics have changed the internal Taliban organization. The 22nd of May a U.S. drone attack in the Pakistani area of Baluchistan killed the Taliban leader mullah Aktar Mohamad
Rethinking Lebanese Welfare in Ageing Emergencies

Rethinking Lebanese Welfare in Ageing Emergencies

“Lebanon Facing the Arab Uprisings. Constraints and Adaptation” is the newly issued volume on Lebanon edited by Dr Rosita di Peri and Dr Daniel Meier (copyrights: 2017). Here below the abstract of my book chapter “Rethinking Lebanese Welfare in Ageing Emergencies”, pp. 115-133. You can find here all contributions: http://www.palgrave.com/gp/book/9781352000047#aboutBook A cycle of internal displacement and […]
Call for Papers: Refugee Self-Support and Local Markets in ‘Host’ Cities

Call for Papers: Refugee Self-Support and Local Markets in ‘Host’ Cities

(Zaatari Refugee Camp, Northern Jordan) Call for Papers: “Beyond Crisis: Rethinking Refugee Studies” Refugee Studies Centre, Keble College Oxford, 16 and 17 March 2017 Panel abstract for the theme “Autonomy and Assistance”: Refugee Self-Support and Local Markets in ‘Host’ Cities As refugees increasingly become part of the city fabric in receiving countries, not only governments and […]
La “green economy” marocchina

La “green economy” marocchina

[Altreconomia] I vicoli stretti e nodosi della medinasi perdono in una ragnatela di saliscendi indecifrabile all'occhio inesperto. Gli uomini siedono flemmatici nelle terrazze dei café mentre le donne fanno la spola da una bottega all'altra. I ritmi sono lenti e l'ambiente suggestivo, con le pareti delle case che sfumano dall'azzurro all'indaco e i portoni rifiniti a calce.

Chefchaouen, Marocco settentrionale, è un gioiello incassato nel cuore di una natura ostile. Molti la definiscono la "porta del Rif", regione aspra e montuosa - storicamente popolata da bellicose tribù berbere - che si spinge fino alla costa mediterranea. A dispetto dei sobborghi, cresciuti in fretta e in maniera disordinata, la città vecchia sembra conservare intatto il fascino dei tempi passati, quando musulmani ed ebrei in fuga dalla Spagna trovarono rifugio nella sua intimità e protezione dietro le spesse mura in parte ancora visibili.





A rompere l'incantesimo ci pensano i gruppi di turisti sempre più numerosi e una schiera di guide informali, disseminate ad ogni crocevia, che snocciolano senza sosta il loro ritornello. "Serve del kif? Hascisc? Marijuana? Volete vedere le piantagioni della mia famiglia?". Non propongono la solita visita ai monumenti o ai mercati, ma il prodotto di punta della regione, l'unico vanto di un'economia locale altrimenti asfittica. La cannabis e i suoi derivati.

Il Marocco infatti, con circa 800 tonnellate annue, è il maggior produttore e esportatore mondiale di hascisc assieme all'Afghanistan. L'80% del "cioccolato" immesso in Europa, secondo l'ultimo rapporto dell'Ufficio ONU per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, proviene proprio dal regno maghrebino. O meglio da questa zona, il Rif, la sola in cui la coltivazione di canapa continui ad essere "tollerata" nonostante i divieti della legislazione e le pressioni esercitate dall'UE.

Chefchaouen non è che la vetrina di questo vasto mercato clandestino. Una specie di zona franca dove si possono contrattare piccole quantità, programmare escursioni e fumare qualche grammo immersi in una splendida cornice. I controlli della polizia ci sono, più che altro per assicurare che il tutto avvenga in modo tranquillo e discreto. Il paesaggio cambia però quando si lascia alle spalle la città e ci si addentra nel vero regno della cannabis, dove la quotidianità riflette una realtà meno idilliaca.


Un veicolo di riscatto sociale

La statale n. 2 è una sottile lingua d'asfalto, continuamente interrotta da tratti sterrati, che è forse azzardato definire strada. Sale comunque prepotente, con strappi improvvisi, verso i duemila metri di Ketama. E' in questi versanti scoscesi, tra le rocce scure e la boscaglia, che le coltivazioni cominciano a tappezzare di verde l'orizzonte.

"La pianta di canapa, il kif come la chiamiamo noi, convive pacificamente con la società rifegna da tempo immemore, da quando fu introdotta grazie agli scambi commerciali con l'Asia", racconta Jamal Stitu, attivista in difesa dei diritti dei contadini. Tuttavia è solo negli anni sessanta del secolo scorso, dopo ripetuti contatti con viaggiatori stranieri, che la gente del posto scopre la possibilità di un diverso utilizzo dei germogli e acquisisce le competenze per trasformarli in resina. Una sostanza pregiata e molto richiesta nelle piazze internazionali, l'hascisc. Per la popolazione è un'occasione di riscatto sociale, un modo di ovviare alle pesanti lacune dello Stato che l'ha sempre guardata con sospetto.

"La regione è isolata dal resto del paese, in parte per la sua conformazione naturale ma soprattutto per la discriminazione imposta dal makhzen [regime]", continua il nostro interlocutore. "La monarchia non ha mai perdonato l'insubordinazione di Abdelkrim Khettabi, che resistette agli eserciti coloniali dando vita ad una repubblica indipendente tra queste montagne". Le sollevazioni sono proseguite dopo l'indipendenza, come pure le spinte autonomiste a connotazione identitaria. Risultato: incursioni militari, bombardamenti e un severo embargo economico che ha costretto migliaia di abitanti ad emigrare all'estero o nelle periferie delle grandi città.

"Da queste parti non ci sono industrie né ospedali. D'inverno nevica per diverse settimane e si muore ancora di freddo. Mancano le medicine, le scuole e un livello decente di infrastrutture. Quella che stiamo percorrendo è la via di comunicazione principale, immagina come sono le altre..", si lascia andare Jamal. "La verità è che il boom della cannabis ci ha permesso di rialzare la testa in uno dei periodi più bui della nostra storia".


(Credit foto: Jacopo Granci)

L'hascisc è moneta corrente
Quando si apre la porta dello stanzino in terra battuta l'aria è pervasa da esalazioni dolciastre. E' l'odore, prima ancora della luce fioca di una finestrella, a testimoniare la presenza delle cime essiccate. "Un kg di erba non lavorata viene pagato 100 dirham [circa 10 euro], un kg di hascisc anche trenta volte di più, dipende dalla qualità".

Quella trascorsa è stata una buona stagione per Abdeslam, il volto segnato dalla fatica che lo fa apparire molto più vecchio dei suoi quarant'anni. Dai campi ha ricavato quasi 4 mila euro, pagati dagli intermediari che trasportano la merce verso i depositi della costa, guadagnandoci almeno il triplo. Lui lo sa, ma è comunque soddisfatto. I soldi gli basteranno fino al prossimo raccolto, in autunno, per provvedere alla famiglia (5 figli). La sua è una delle 30 mila che sopravvivono grazie ai proventi del kif. Con quel che resta Abdeslam - oltre alle cime, un sacchetto di polvere filtrata e pressata - farà fronte agli imprevisti: "una malattia, un viaggio o il ricambio degli attrezzi. Questo è moneta corrente", afferma indicando il contenuto della busta.


Fellah, contadini…

Un vento tiepido spazza l'altopiano mentre alcuni uomini, al riparo di un capanno, caricano impassibili i bracieri dei loro sebsi. Sebbene lo spinello sia sempre più diffuso, per la maggioranza dei rifegni fumare kif "tradizionale" - una fine mistura di marijuana e tabacco aspirata con pipe lunghe e affusolate - rimane un rituale irrinunciabile. Così la pensano Abdeslam e gli altri abitanti di Bab Berred, una manciata di edifici lungo la rotta verso Ketama. L'atmosfera è da far west. Più che un villaggio, un punto di ritrovo per il mercato settimanale, quando la consueta desolazione si trasforma in un via vai caotico e colorato. Per il resto del tempo la gente vive rintanata in caseggiati sparsi, nascosti tra i dirupi o dalla vegetazione. L'elettrificazione è arrivata di recente ma l'acqua corrente è ancora un lusso. Anche per il kifci si affida alla pioggia, di solito abbondante in primavera, e solo i coltivatori di un certo livello possono permettersi un impianto di irrigazione.

"Qui siamo tutti fellah, contadini. E' la cannabis a darci da mangiare, qualche animale e il nostro sudore. Non certo le premure di uno Stato che ci ignora, salvo poi presentarsi a chiedere il conto" chiarisce Omar, passeggiando fiero tra le piante che gli arrivano al bacino. E gli incentivi alle colture alternative? "Un fallimento, non c'è dietro nessuno studio di fattibilità". Il Rif è un contesto particolare, solo la canapa sembra resistere alle ristrettezze di questi pendii, offrendo in più una buona resa, neanche paragonabile agli olivi o alla vite. "Pensano forse che si possano coltivare cereali nei fazzoletti di terra strappati alla foresta? O gli alberi da frutto? Mentre aspettiamo che crescano, il gelo del primo inverno se li porterebbe via".

D'improvviso un velo di inquietudine negli occhi di Omar tradisce la sicurezza ostentata dalle sue parole. E' in buoni rapporti con polizia e autorità locali, che "unge" a dovere dopo ogni raccolto, ma ha sempre il timore che da Rabat qualcuno possa fare un colpo di mano. Come quello che ha messo in ginocchio il fratello Khalid. "Gli hanno bruciato i terreni con i pesticidi sganciati dagli elicotteri, uccidendo anche le capre. Per rimborsarlo ho contratto un debito con i trafficanti, come farò se la prossima volta toccherà a me?".


(Credit foto: Jacopo Granci)

…e "Baznassa", businessman

Secondo i dati diffusi dal governo, grazie alla sua azione deterrente, la superficie coltivata a canapa sarebbe diminuita da 130 a 50 mila ettari nell'ultimo decennio. La macchina e il contachilometri sono però testimoni che l'estensione delle coltivazioni va ben al di là delle cifre (e della retorica) ufficiali. Nei dintorni di Ketama, capitale del Rif profondo e della sua "green economy", i campi ricoperti di foglie a sette punte saturano la vista senza pudore, irrompendo fino ai bordi delle strade.

"Da noi il kif cresce anche sull'asfalto!" scherza el Pajarito, curioso rappresentante del capitalismo made in Ketama. Fisico asciutto e baffi da narcos colombiano, ha assorbito le terre di famiglia e comprato quelle dei vicini, accumulando una piccola fortuna. La casa a due piani, nuova e ben rifinita, è l'impronta inequivocabile della sua ascesa. La vecchia abitazione invece è adibita a magazzino, dove vivono gli operai stagionali e riposano i 160 kg di resina già impacchettata, pronta a partire per la Spagna. "I contadini perdono gran parte dei profitti perché non hanno canali di vendita con l'estero, in mano ai baroni locali". Della sua "rete collaudata" preferisce non parlare, ma non nasconde l'ambizione. Anche lui vuole ritagliarsi un posto nella cerchia degli eletti, i baznassa (dall'inglese businessman). Intanto, come loro, sta investendo in immobili a Tangeri: "così, se dovessi cadere in disgrazia, almeno una parte del capitale sarebbe al sicuro".

L'economia della cannabis sta rivoluzionando status e rapporti sociali. I valori di condivisione e solidarietà stanno cedendo il passo all'individualismo, mentre la ricchezza vera si concentra nelle mani di pochi. Ketama, dove suv e mercedes lucenti si affiancano ai carretti e agli autobus scassati o dove baracche tremolanti contemplano il lusso di un hotel a 4 stelle, da cui si regolano i traffici illeciti verso il litorale iberico, è un avamposto privilegiato per osservarne le contraddizioni. Allo stesso tempo la febbre del kif sembra favorire il ripopolamento di una zona disertata dagli abitanti da almeno mezzo secolo. La storia di Hamid lo conferma. I genitori erano emigrati a Fes quando un'inattesa eredità l'ha convinto a rientrare. "Una piccola parcella, poca cosa. Sempre meglio che disoccupato in città. Anche fare il bracciante quassù è più remunerativo che altrove, 130 dirham a giornata. Chi si spezza la schiena nelle serre di fragole e pomodori non prende nemmeno la metà".


Una "libertà" vigilata

Rabat ha cercato in più modi di convincere gli agricoltori a tornare ai prodotti legali. Prima stanziando fondi per i piani di riconversione delle colture, poi stringendo la morsa sulla regione. Ma le centinaia di arresti e la devastazione dei campi non hanno prodotto risultati tangibili. "Se non quello di esasperare la popolazione, costretta a spostarsi più in alto pur di non rinunciare all'impresa" spiega Jamal Stitu. Secondo l'attivista, il governo avrebbe fatto promesse all'Europa che non è in grado di mantenere. "Sa bene che non esistono alternative credibili e una politica repressiva su vasta scala porterebbe all'insurrezione. Del resto la domanda cresce e i soldi del narcotraffico alimentano una maglia di corruzione ben più difficile da estirpare delle piantagioni".

Non sembra destinata a maggior fortuna la proposta di legalizzazione avanzata nei mesi scorsi da un altro attivista della zona, Chakib al-Khyari, che ha già scontato due anni di carcere per aver denunciato le connivenze tra mafia e istituzioni. L'idea è reinvestire il sommerso nello sviluppo locale e sottrarre il mercato ai trafficanti, apportando benefici ai contadini. Difficile però che il Marocco, Stato musulmano dove il sovrano si proclama discendente del profeta Maometto, possa autorizzare lo sdoganamento di un prodotto vietato dalla religione. Come è difficile immaginare che i baznassa, protetti dalla politica fin dentro al Parlamento, rinuncino senza battere ciglio al ghiotto monopolio dei commerci.




Quale soluzione allora per i fellah del Rif? Nessuna, esposti al tira e molla delle autorità ma confortati dalla speranza di un futuro migliore. Intanto la nuova annata "sembra partita bene", fa notare Hamid. "Dopo gli acquazzoni del mese scorso sta tornando il sole e le piante crescono a meraviglia". Sempre che qualcuno non arrivi a distruggerle. "In ogni caso sono la nostra unica assicurazione e vale la pena correre il rischio. Da queste parti ci siamo abituati a vivere in libertà vigilata".




(Articolo pubblicato dalla rivista Altreconomia

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

[Galatea] Atterrare a Marrakech e scoprire, qualche chilometro dopo l'aeroporto, la sontuosità del palazzo La Mamounia, i fasti dell'hotel Royal Mansour o dei riad nascosti nella medina, a pochi passi dalla celebre Jamaa al-Fna, è una sensazione che non lascia indifferente nemmeno il viaggiatore più immune al fascino orientalista. Come del resto, passeggiare sul lungomare di Casablanca lasciandosi sorprendere dalla grandiosità della moschea Hassan II e dai cantieri di un rinnovato skyline in vetro e cemento, non può che far pensare ad un paese dinamico e aperto alla modernità. Un paese in pieno sviluppo, che "offre a tutti un'opportunità", come recitano le brochure del ministero dell'economia. Allora perché i giovani continuano a lasciare il paese? Perché si ha la sensazione, cantano gli Hoba Hoba Spirit, "di stare come grilli nell'insetticida"?


Jama'a al-Fna, Marrakech (Credit foto: Jacopo Granci)


Perché dietro alla facciata e ai panorami turistici da cartolina c'è Un altro Marocco, per rubare l'espressione al poeta Abdellatif Laabi, che nella sua ultima opera denuncia una strategia governativa fondata su promesse e apparenza, e si sofferma sulla mancanza di un reale progresso umano, economico e politico. Perché il tasso di crescita al 4%, che nell'ultimo decennio ha dipinto il regno alawita come uno dei paesi più promettenti, non corrisponde ad un effettivo sviluppo, non assicura la redistribuzione della ricchezza e non cancella le profonde disuguaglianze sociali. Perché l'aver attraversato (quasi) indenne un periodo di turbolenze e sconvolgimenti istituzionali, come quello che ha appena interessato altri paesi della regione, non significa l'assenza di lotte sul territorio, di rivendicazioni collettive, di esistenze al limite della sofferenza. Perché esiste un "Marocco profondo" fatto di precaria quotidianità e di silenziosa ricerca della dignità. Un Marocco che difficilmente balza agli onori delle cronache, complice il bavaglio mediatico che lo circonda, ma che merita di essere scoperto e conosciuto.


Le "mule" di Melilla

Ogni giorno migliaia di marocchine attraversano il confine che le separa dalla piccola enclave spagnola, situata nella costa mediterranea del regno. Alcune lo fanno per rifornirsi di merci troppo care dall'altra parte della frontiera. La maggioranza invece contrabbanda alla luce del sole prodotti di ogni genere,dai vestiti alle coperte, dagli utensili per la casa ai pezzi di ricambio per automobili, dai televisori agli alcolici. Ad agevolare questo comercio atipico, gli accordi siglati tra Madrid e Rabat che permettono la circolazione giornaliera senza visto a Melilla (e Ceuta) per gli abitanti dei comuni limitrofi. Le categorie sociali che beneficiano dei traffici sono diversificate: oltre quattrocentomila persone, secondo stime ufficiose, al di qua e al di là del confine. Dalle famiglie più povere, che sopravvivono grazie agli spiccioli delle staffette, agli intermediari marocchini, che ne sfruttano la miseria per arricchirsi. Dai compratori dei grandi centri urbani dove le merci vengono vendute a prezzi vantaggiosi, ai commercianti dello scalo spagnolo, che senza il contrabbando sarebbero costretti a cambiare mestiere, considerati i magri consumi di una città di appena 66 mila abitanti.

A tenere in piedi un ingranaggio ben rodato, che ogni anno muove un quantitativo di beni pari a 700 milioni di euro, è la fatica e il sudore delle "mule". Nabila è una di loro. Si sveglia tutte le mattine alle cinque e costeggia il reticolato alto sette metri che protegge la fortezza Shengen, per raggiungere il Barrio Chino. E' in questo punto che la donna entra in territorio iberico per caricare sulle spalle il fardello quotidiano, fissato al petto e al bacino con scotch e cordami, e riparte nell'altro senso piegata sulle ginocchia, riuscendo a muovere a stento un passo dopo l'altro. "All’inizio pensavo di non reggere - racconta Nabila, sulla quarantina - fare la portatrice è un lavoro massacrante, ma ormai mi sono abituata". Ha appena concluso la prima tratta della giornata, per un compenso di 50 dirham [meno di 5 euro]. I carichi più pesanti, all'incirca un quintale, vengono pagati un po' di più. Con una smorfia di sofferenza sul viso deposita il "pacco" in un pick-up e ritorna ciondolante verso la fila in attesa, pronta a passare di nuovo dall'altra parte. Un secondo viaggio le permetterebbe di raddoppiare il magro guadagno, da riscuotere a fine giornata. Ma il varco rimane aperto poche ore e solo le più resistenti riescono a compiere il tragitto due o tre volte prima della chiusura.



A complicare la situazione il "pudico" sussulto delle autorità che, anziché offrire soluzioni meno degradanti, ha optato per il trasferimento dell'attività transfrontaliera dal vecchio accesso (Beni Enzar), ora riservato al traffico dei veicoli, al Barrio Chino, piccolo attraversamento pedonale nascosto allo sguardo di vacanzieri in crociera o turisti in arrivo da Almeria. "Prima non si formavano queste code immense. A Beni Enzar c'era molto più spazio, qui i tornelli sono troppo stretti - spiega la portatrice - e a volte è davvero difficile passare con le nostre zavorre. Così, oltre alle botte dei poliziotti che reclamano il bakchich [una sorta di pedaggio], rischiamo di ricevere calci e spintoni da quelle che restano bloccate dietro di noi".

Nabila, fino a qualche anno fa operaia in uno stabilimento tessile, è riuscita a tirare avanti dopo la chiusura della fabbrica solo grazie a questa attività. Non può rinunciare alla sua unica fonte di sostentamento, ma non per questo trattiene le sue critiche: "Spagna e Marocco sono ugualmente responsabili della situazione, delle violenze che subiamo. Traggono vantaggio dal lavoro estenuante delle mule senza correre il minimo rischio e senza offrire in cambio strutture adeguate. Alla tv sento parlare di accordi commerciali, di prospettive di sviluppo tra i due paesi, ma della nostra condizione nessuno dice niente".


I dannati del carbone di Jerada

Cambio di scenario, nord-est del paese. Lasciando Oujda in direzione sud e percorrendo una cinquantina di chilometri lungo la statale 19, si arriva ad una piccola e all'apparenza anonima città di minatori adagiata sull'altopiano spoglio dell'Orientale. L'intera area, all'inizio del secolo, era ricoperta da una fitta boscaglia disabitata. Fino a quando una rivelazione inattesa - la presenza di enormi riserve di carbone che ha attratto lavoratori da ogni angolo del regno - ha cambiato in poco tempo il volto dell'intero paesaggio. Oggi, sull'orizzonte urbano esposto al degrado, si staglia nitida una montagna nera, da cui sale verso il cielo un rivolo di fumo biancastro. Ricordo di un passato "glorioso". "Quello è il simbolo di Jerada. Rifiuti e scarti provenienti dalla miniera accumulati lì anno dopo anno", informa l'autista del grand taxi.

Le gallerie scavate nel sottosuolo sono chiuse dal 2002, da quando la società statale incaricata dell'attività estrattiva ha licenziato i 7 mila operai perché il prodotto non era più competitivo sul mercato. La battaglia sindacale che ne è conseguita ha spinto l'azienda ad indennizzare i lavoratori, assicurando almeno per un po' la sopravvivenza della popolazione. Le alternative promesse, invece, non le ha ancora viste nessuno. Così "a parte la centrale elettrica e i piccoli commerci, gli abitanti sono tutti disoccupati", spiega Jamal Allay, sindacalista e attivista per i diritti umani. Di fronte ad una tale situazione, molti ex-minatori hanno deciso di riprendere in mano gli attrezzi per estrarre un po' di antracite e venderla al dettaglio. Bloccato l'accesso ai tunnel, hanno cominciato a scavare loro stessi dei "pozzi" - cendriatta nel gergo dei carbonai - con mezzi artigianali e in condizioni di sicurezza inesistenti. Pur di rimediare qualche sacco di carbone, sono disposti a calarsi fino a 60 metri di profondità, il più delle volte muniti soltanto di martello e scalpello.

Alcuni notabili della regione hanno fiutato le grandi possibilità di guadagno offerte dal nuovo sistema di estrazione e, in accordo con le autorità locali, hanno ottenuto l'esclusiva sui permessi di ricerca e sfruttamento, oltre al monopolio della commercializzazione del prodotto. Quasi tutti gli operai, oggi, lavorano per loro: sono pagati a cottimo, senza potere contrattuale per stabilire le tariffe né ammortizzatori sociali o altra sorta di garanzie. Sulle colline si scava a caso, affidandosi ai ricordi e all'esperienza dei veterani. Nell'ultimo decennio le perforazioni sono andate avanti in maniera ininterrotta e i pozzi continuano a spuntare come funghi attorno alla città. Sono circa duemila gli operai che si immergono quotidianamente nelle cendriatta, con una corda come sostegno e pezzi di legno per puntellare i 40 cm di ossigeno erosi alle pareti, in fondo al cunicolo.



"Un pozzo dà lavoro ad almeno sei persone: due minatori che scavano e quattro aiutanti che si occupano del trasporto in superficie - riferisce Aziz il volto nero coperto di fuliggine, appena riemerso dalle viscere della collina - per un guadagno giornaliero che oscilla tra i 70 e i 100 dirham [7/10 euro]". Poi ci sono gli addetti al triage. Uomini e donne provvedono alla selezione del materiale estratto, che viene scelto, lavorato e separato, a seconda della grandezza e della destinazione. Il loro compenso varia da un minimo di 50 ad un massimo di 80 dirham. Dietro ad ognuno di loro c'è un'intera famiglia, che tira avanti solo grazie ai proventi del carbone.

Ma il prezzo da pagare è alto. Vecchi e giovani lasciano all'alba le loro abitazioni, consapevoli che la sera potrebbero non farvi ritorno. "Si contano a decine le vittime di asfissia, rimaste intrappolate in seguito a cedimenti o sepolte per un crollo improvviso. Indefinito il numero dei feriti, che non possono contare su nessun tipo di assistenza", testimonia Jamal Allay che con la sua organizzazione cerca di monitorare decessi e infortuni occorsi nella zona. "Le ultime due vittime, in estate, erano studenti universitari rientrati a casa per il periodo di vacanze". Per chi sopravvive invece, oltre al pericolo e alla fatica, c'è da fare i conti con le gravi malattie respiratorie contratte: quasi quattro quinti dei minatori sono affetti dalla silicosi e difficilmente riescono a curarsi. "Quando era attiva la miniera, la società e il Ministero della salute garantivano la presenza di personale specializzato. Ora la clinica è praticamente dismessa e nessuno ci copre più le spese mediche", riassume la situazione Aziz.

Quali alternative hanno gli abitanti di Jerada? Nessuna, a parte l'emigrazione, come testimonia il progressivo spopolamento della città. Le autorità locali hanno annunciato recentemente un piano di riconversione economica, basato su turismo e trasformazione dell'area in un parco di archeologia industriale. Il progetto però, già in sé poco credibile visto l'isolamento di cui soffre la regione, non sarà completato prima di dieci anni. Nell'attesa, i minatori rinnovano in silenzio un'esistenza privata di umanità. Continuano le immersioni quotidiane nel loro girone dantesco. Come dannati, il cui destino è alla mercé di una risorsa teoricamente non più redditizia ma ancora sfruttata al minor costo possibile; una risorsa che fa sopravvivere e che uccide allo stesso tempo.


Sviluppo o degrado?

Con un'incidenza sul Pil del 6% e migliaia di posti di lavoro assicurati, l'industria mineraria occupa una posizione di tutto rilievo sullo scacchiere economico del regno. L'altra faccia della medaglia: le ricadute negative sulle popolazioni insediate attorno ai siti di scavo. Nei dintorni di Khouribga ad esempio - capitale dei fosfati distante un centinaio di km da Casablanca - il paesaggio assume una tetra tonalità di grigio e il sole sembra quasi offuscarsi. La pianura, estesa a perdita d'occhio, è spazzata da raffiche di vento che sollevano un alone di sabbia e polvere proveniente dalla centrale di lavaggio del materiale. A causa della dispersione di agenti chimici altamente inquinanti, i terreni coltivabili sono stati in gran parte distrutti da quando gli stabilimenti di produzione, per ridurre i costi, hanno optato per il sistema estrattivo a cielo aperto.

Da allora molti agricoltori della zona hanno fatto le valige per guadagnarsi da vivere sotto altri cieli, come braccianti a giornata o manovali nei cantieri delle grandi città, i più emigrando sull'altra sponda del Mediterraneo. "In origine eravamo contadini, ma il degrado dell'ambiente ha reso impossibile questa attività. Le terre non danno più frutti e gli animali muoiono in poco tempo. Inoltre l'OCP [la società a partecipazione statale che ha il monopolio nel settore] ha espropriato la maggioranza dei terreni con contropartite monetarie ridicole", spiegano gli abitanti, oggi impiegati negli impianti di estrazione e di trattamento del minerale. Ma il degrado, quando si parla di fosfati, è un argomento bloccato dal sigillo della "confidenzialità". Con il 25% delle esportazioni e il prezzo della materia in costante ascesa sui mercati internazionali, i danni collaterali dell'OCP passano sotto silenzio. Chi è rimasto a Khouribga ed è stato assunto non ha troppa voglia di mettere a rischio il posto per sostenere battaglie ecologiste. Anche se i risultati sul territorio sono inquietanti.

"Fino ad ora le autorità hanno privilegiato la rendita all'equilibrio ecologico" afferma il professor Abdelaziz Adidi, direttore dell'Institut national de l'aménagement et de l'urbanisme di Rabat e autore di alcuni studi sull'argomento. "L'assenza di una legislazione che imponga vincoli in materia estrattiva ha agevolato questo tipo di politiche, sebbene «l'accesso all'acqua e ad un ambiente sano» e «lo sviluppo sostenibile» dovrebbero far parte delle garanzie costituzionali [art. 31] previste dall'ultima riforma del testo [2011]". Per attuare tali misure, tuttavia, resta ancora molta strada da percorrere, soprattutto se per farlo ci si scontra con gli "interessi superiori della nazione" o meglio di alcuni suoi noti rappresentanti.


Occupy alle porte del deserto

Quello dei fosfati è un caso emblematico, ma non l'unico. Lo sanno bene gli abitanti di Imider, da due anni e mezzo impegnati in uno scontro frontale con le autorità e la società che sfrutta i giacimenti di argento presenti nel sottosuolo.

Piccolo villaggio berbero posizionato lungo la "strada delle casbah" - rotta turistica per eccellenza che scende tra la cordigliera dell'Alto Atlante Orientale e le prime sabbie del Sahara - Imider è poco più di una manciata di case sparse ai bordi della corsia di asfalto, in apparenza semideserta come la natura rossastra che la circonda. Dal 2011 infatti la popolazione locale ha iniziato il suo "Aventino": si è accampata sulla vetta del monte Alebban, qualche chilometro più ad est, e ha bloccato la principale stazione di pompaggio che fornisce l'acqua alla miniera, proprietà di una holding del sovrano Mohammed VI. Il suo sfruttamento, iniziato quarant'anni fa, non ha determinato nessun miglioramento delle condizioni vita per gli abitanti, che lamentano ancora oggi l'assenza di infrastrutture primarie: a Imider non ci sono scuole, manca l'elettricità nella maggior parte delle abitazioni, internet e perfino i giornali, mentre l'ospedale più vicino si trova a 200 km di distanza e chi ne avesse bisogno deve pagare il carburante per l'ambulanza. Peggio, i lavori di scavo hanno provocato il progressivo impoverimento delle falde, oltre all'inquinamento dei terreni limitrofi a causa dei prodotti tossici degli scarichi.

La tensione tra le ottomila anime della borgata e i rappresentanti dell'azienda era già emersa in passato, ma mai aveva raggiunto i livelli attuali. Ad aggravare la situazione, l'interruzione dell'acqua corrente dovuta ai nuovi foraggi. Per il villaggio è stata l'occasione di denunciare apertamente la marginalizzazione economica e la depredazione delle risorse senza contropartita. "Come è possibile che una società che fattura milioni attingendo alle nostre ricchezze pretenda di non avere i mezzi per assicurarci un lavoro, nemmeno a tempo determinato?" domanda Brahim, tra i leader del movimento di protesta. In effetti, sebbene uno dei giganti africani della produzione di argento si trovi saldamente impiantato sul territorio, gli abitanti di Imider rappresentano soltanto una minima parte della manodopera totale. "Una violazione flagrante degli accordi conclusi tra delegati dell'azienda e della comunità, che fissano al 75% la soglia di impiego riservata ai locali".



All'inizio sono stati gli studenti rientrati dalle università e i disoccupati a guidare la contestazione, ma alle loro fila si sono aggiunti presto tutti gli altri, compresi donne, anziani e bambini. "Marce della sete" settimanali, per bloccare la statale che porta i turisti verso le dune di Merzouga, e sit-in permanente in cima alla montagna, a guardia dello chateau d'eau "che ha rubato l'acqua al villaggio". La reazione delle autorità, di fronte al calo della capacità estrattiva (e dei profitti) di una miniera a mezzo servizio, non si è fatta attendere. Piuttosto che una repressione violenta, negativa in termini di ritorno di immagine per il monarca (la sua holding Managem si sta confrontando con altri focolai di protesta sempre in contesti minerari), è in atto una strategia di soffocamento meno eclatante, sebbene molto in voga nel regno: black-out mediatico sulla vicenda, intimidazioni, condanne per reati di diritto comune nei confronti degli attivisti. Azioni e sabotaggi che non hanno ancora intaccato la determinazione degli abitanti, pronti a rievocare per l'occasione il passato eroico delle loro tribù di fronte alla penetrazione coloniale. Nei dintorni di Imider, spiega Omar, si combatté negli anni '30 l'ultima battaglia per frenare l'occupazione francese. A pochi km da quel luogo di memoria e sacrificio - il monte Saghru - va in scena oggi una nuova resistenza. "La posta in gioco non è più l'indipendenza, ma la nostra dignità".


"Il paradiso si è trasformato in inferno"

Altra regione storicamente ribelle, tanto all'occupazione straniera (spagnola in questo caso) quanto alle imposizioni del governo di Rabat, è il territorio Ait Baamrane, situato nella fascia meridionale del paese, al confine con il Sahara Occidentale (occupato dal Marocco nel 1975). La città di riferimento, Sidi Ifni, è adagiata su un promontorio roccioso che si affaccia sull'Atlantico. Il piccolo porto, ricavato su un'insenatura poco distante dal centro, è riuscito per decenni a tenere in piedi l'economia della borgata. Le sardine di Ifni sono diventate un marchio di garanzia perfino nei mercati internazionali. Poi l'arrivo delle flotte d'altura e delle reti a strascico ha ridotto i pescatori della zona in fallimento. "I grandi pescherecci provenienti dal nord utilizzano tecniche illegali, come le reti piombate e a maglie minuscole, massacrando i fondali e impedendo la riproduzione", spiega Ousmane, proprietario assieme ai due cugini di una barca di modeste dimensioni.

I pescatori di Sidi Ifni, emarginati nel loro stesso porto dai magnati dell'industria ittica, hanno provato ad opporsi e ad alzare la voce. Nel 2008 hanno formato un collettivo, assieme a disoccupati ed attivisti, e occupato i moli per alcuni giorni. La violenza repressiva (decine di arresti, torture) abbattutasi su tutta la cittadinanza viene ancora ricordata come il "sabato nero". A stroncare il collettivo poi, oltre alla brutalità della polizia, ci ha pensato la cooptazione politica di alcuni leader del movimento, che hanno ceduto alle promesse e a qualche contropartita. Ora siedono in consiglio comunale. Intanto la città, un tempo grazioso gioiello di architettura moresca, continua a deperire e i servizi si riducono all'osso. "Dietro la facciata decrepita dell'ospedale non è rimasto più neanche uno specialista e i macchinari sono obsoleti", fa sapere Ousmane. "Per tenerci buoni ci hanno offerto nuove licenze di pesca, ma che ci facciamo se il pesce lo prendono tutto loro? Senza contare che le barche costano e chi non si è indebitato e ha la fortuna di averne ancora una, preferisce utilizzarla per tentare la traversata verso le Canarie".



Lo sfruttamento intensivo delle coste marocchine, incentivato dagli accordi poco trasparenti conclusi con flotte straniere (quello con l'UE è in attesa di rinnovo), sta progressivamente riducendo la ricchezza alieutica del regno. Armatori e grossisti inseguono prede e guadagni a sud, dove lo scenario che si ripropone è sempre lo stesso. Ce lo spiega il regista belga Jawad Rhalib con il documentario Les damnés de la mer, che accende i riflettori sui pescatori di Dakhla. Anche qui la disparità dei mezzi a disposizione e il dispiegamento delle reti clientelari hanno determinano la rovina di molti, i pescatori artigianali, e il successo di pochi, i proprietari delle grandi imbarcazioni.

Il film si apre sulla spiaggia di La Sarga, poco distante dagli aquiloni dei kitesurfers che affollano le rive ondose della cittadina saharawi, dove le barche e le polpare sono desolatamente ammassate a riva. E' il periodo di fermo biologico e i lavoratori del settore sono tutti in "disoccupazione tecnica". Tutti o quasi. Chi possiede il capitale per "oliare gli ingranaggi" può uscire in mare senza temere controlli né provvedimenti giudiziari. "Sopravviviamo a stento nel paradiso del pesce… ci stanno ingannando…il paradiso si è trasformato in inferno", commenta la moglie di un pescatore, mentre sullo sfondo due pescherecci svedesi stanno rientrando a terra con il bottino della giornata. Il capitano spiega in seguito, di fronte alla telecamera, che ha firmato un contratto di fornitura con un'azienda del posto e dispone di una licenza. Si dice soddisfatto della sua permanenza a Dakhla, guadagna bene e lavora tutto l'anno, mentre "in Svezia la politica ha rovinato la pesca" tanto che l'unica soluzione "è spostarsi altrove", dove non ci sono quote o restrizioni. In realtà le quote e le restrizioni ci sarebbero anche qui, ma chi deve assicurarne il rispetto non lo fa. Per Hassan Talbi, presidente dell'associazione di proprietari delle barche artigianali, "l'amministrazione è nel migliore dei casi indifferente e nel peggiore semplicemente corrotta".


"Come mosche attorno a una carogna"

La metafora ittica "i pesci grossi mangiano quelli piccoli" risulta particolarmente calzante per spiegare quanto sta succedendo nei porti marocchini. Ma non solo. Lo stesso adagio descrive bene la situazione vissuta in un altro settore nevralgico dell'economia nazionale, quello agricolo, che impiega circa il 40% della popolazione attiva. Per capire meglio le trasformazioni in atto, basta fare un giro nelle pianure del Souss, zona di coltivazione per eccellenza situata nell'ampia vallata che circonda Agadir. Fino a ieri popolata - come la maggior parte della superficie rurale del paese - da piccoli contadini (fellah) dediti alla produzione di ortaggi e cereali per il circuito locale, la piana ha ormai mutato il suo volto ed è divenuta un esempio del nuovo modello di produzione agricola, moderno e intensivo, veicolato dal governo e dagli accordi internazionali di libero scambio conclusi in materia (USA, UE).

Risultato: la comparsa di oltre 10 mila ettari di serre, riservate alle monocolture da esportazione (agrumi, pomodori, banane) e molto dispendiose in termini di approvvigionamento idrico, il prosciugamento del fiume Souss e la progressiva scomparsa dei piccoli contadini, fagocitati dai nuovi colossi del settore. "Le dighe erette per assicurare l'acqua alle aziende esportatrici hanno abbassato il livello della falda, che in alcune zone raggiunge i 100 m di profondità", spiega Houcine Bouchabi, segretario regionale del sindacato di categoria (FNSA). "I pozzi sono rimasti a secco e così i fellah vendono le loro terre per pochi soldi e iniziano a lavorare come braccianti". Chi sono questi colossi del settore? Una lobby ristretta, formata da gruppi europei stabilmente insediati nella zona o grandi proprietari marocchini, l'attuale sindaco di Agadir e il monarca due esempi su tutti, a conferma del solido legame tra potere e affarismo.

Alcuni agricoltori hanno cercato di rimediare alla scarsa competitività unendosi in cooperative, ma la maggior parte è stata comunque estromessa, andando ad infoltire il tessuto del sottoproletariato rurale, assieme ai flussi di migranti che arrivano da ogni parte del paese per offrire manodopera. Secondo le stime della FNSA sono più di 100 mila i braccianti che lavorano nel Souss, quasi tutti ingaggiati a giornata per una paga media di 6 euro, senza nessuna forma di tutela. Si ritrovano all'alba nei mawqefdei villaggi, nella speranza di essere caricati sui furgoni diretti ai campi. "Quando usciamo di casa non sappiamo se riusciremo ad ottenere il posto..l'alternativa è l'elemosina. A volte ci facciamo concorrenza al ribasso pur di lavorare qualche giornata in più. Viviamo come mosche che ronzano attorno ad una carogna", confessa Fatima, 25 anni già sfioriti.

I tre quarti degli operai ingaggiati nella zona sono donne. "Lavorano di più, sopportano meglio lo sforzo fisico e sono ritenute più docili dai padroni", riferisce Bouchabi. Sono anche le principali vittime di aggressioni sui luoghi di lavoro, come conferma Fatima: "quando lavoriamo per 10 ore nelle serre, dove la temperatura arriva a 45° e l'umidità è elevatissima, siamo costrette a svestirci un po' per evitare di soffocare. I caporali ci guardano con smania, quasi indemoniati..per loro siamo solo oggetti da sfruttare, anche sessualmente". Sono numerose le testimonianze di ragazze che hanno perso il posto per essersi ribellate ai ricatti e ai maltrattamenti. La FNSA cerca di battersi e fornire assistenza sul territorio, ma in generale - la sua - è una constatazione di impotenza. Sono sempre più rari gli operai sindacalizzati nel settore agricolo, come del resto in tutta l'industria privata: la semplice adesione al sindacato o la rivendicazione delle garanzie contrattuali previste dalla legislazione nazionale (salario minimo, contributi pensionistici, assistenza sanitaria) può essere causa di licenziamento.



 

Un Marocco a due velocità

Mentre il paese è scosso da tensioni e contestazioni sociali - l'occupy di Imider è solo uno dei tanti esempi di rivolte locali registrate negli ultimi mesi - e affronta una crisi economica strutturale che impone al governo tagli alla spesa pubblica, la politica dei grandi cantieri-vetrina e dei progetti faraonici prosegue indisturbata. Lungo l'asse atlantico Tangeri-Casablanca continuano i lavori, e gli espropri delle terre, per la costruzione del TGV marocchino, concepito qualche anno fa dal tandem Mohammed VI-Sarkozy.

Per il sovrano alawita, esibire il primo treno ad alta velocità del continente e del mondo arabo, è un vezzo irrinunciabile. L'occasione per rinnovare un'immagine di sé e del suo regno dinamica e moderna. Parigi invece, primo partner economico e solido alleato politico in campo internazionale, può dare respiro ad alcune aziende di punta del catalogo made in France, che beneficiano delle commesse per la realizzazione dell'opera, messe in ginocchio proprio dalla scarsa redditività del modello TGV (costi proibitivi e spese di mantenimento). Anche nel caso marocchino, tuttavia, il peso di un progetto dispendioso e di dubbia utilità rischia di avere, più che l'effetto trainante annunciato dalle autorità, delle gravi ripercussioni su un'economia nazionale compromessa dal deficit di bilancio e dall'indebitamento accumulato. A denunciarlo è il collettivo "Stop TGV!", costituitosi durante le mobilitazioni delle "primavere arabe", rappresentate in loco dal Movimento 20 febbraio. Ne fanno parte, oltre ad attivisti, dissidenti, organizzazioni studentesche e della società civile, anche piccoli e medi imprenditori, stanchi di una gestione del paese opaca e verticistica.

A sollevare le polemiche non è solo la questione del finanziamento (2,5 miliardi di euro), affidato al budget di governo e ai prestiti stranieri, ma anche la maniera in cui l'opera è stata imposta alla popolazione e ai suoi rappresentanti, tenuti all'oscuro fino all'inizio dei lavori. E' l'ennesimo specchio di una "democratizzazione" a lungo promessa, ma che ancora tarda ad arrivare. "Nonostante in Marocco si tengano periodicamente elezioni - spiega Hassan Akrouid, membro del collettivo e di Attac-Maroc - né ministri né parlamentari hanno mai osato opporsi ad una decisione del sovrano, che resta il vertice politico, religioso e militare dello Stato. Così il progetto dell'alta velocità è in sé incontestabile, sebbene non sia stato accompagnato né da gare d'appalto né da studi adeguati sulla sostenibilità".

Sostenibilità che rimane un dettaglio non trascurabile per un paese in cui più di un quarto della popolazione vive in condizioni di povertà e la metà è analfabeta (fonte ONU), la disoccupazione giovanile è al 30% e il salario minimo non oltrepassa la soglia dei 200 euro, quando si ha la fortuna di ottenerlo. "L'opera toglierà risorse ad altri settori prioritari", continua l'attivista, presentando alcuni dati del rapporto alternativo redatto dal collettivo. "Con lo stesso budget del TGV, ossia il doppio di quello destinato alla sanità e due terzi della somma riservata ai nuovi investimenti, si potrebbero costruire interi comparti industriali, centri ospedalieri all'avanguardia, centinaia di scuole nelle zone rurali e di montagna, oppure estendere il tracciato ferroviario esistente, interamente ereditato dal periodo coloniale, ai territori marginalizzati dell'interno, spesso sprovvisti addirittura di strade asfaltate".

La parabola del TGV, insomma, sembra riassumere fedelmente l'immagine del paese svelata nel corso di questo lungo viaggio. Un paese che, nonostante i piani di sviluppo, le cosiddette riforme e la relativa stabilità istituzionale, continua a procedere a due velocità differenti. "In Marocco - conclude Akrouid - c'è una prima classe che detiene la gran parte delle risorse e può permettersi tutto, non conosce crisi né austerità, e c'è una seconda classe invece, ben più numerosa della prima, che manca delle necessità di base e che lotta ancora oggi per veder riconosciuti i propri diritti". Una prima classe che fra qualche anno potrà viaggiare su treni di lusso a 320 km/h, fare colazione a Tangeri e pranzare a Casablanca, e una seconda classe che continuerà ad andare a piedi, a contrabbandare merci per sopravvivere, a svendere la propria forza-lavoro, a percorrere anche 100 km per arrivare a scuola o raggiungere l'ospedale più vicino. Fino a quando?



L’acqua dei berberi, l’argento del re

L’acqua dei berberi, l’argento del re

Aman Iman, “senza acqua non c’è vita”. E’ attorno a questo slogan, scritto in lingua amazigh (o berbera), che è sbocciata una protesta singolare e inedita nella storia del paese. Un intero villaggio - Imider, ottomila anime incastonate tra le vette dell’Atlante e le sabbie del Sahara - è in rivolta contro lo sfruttamento intensivo delle sue risorse naturali e la marginalizzazione economica sofferta malgrado le ricchezze del sottosuolo. Aman Iman, due parole tracciate con vernice bianca su sfondo di pietra rossastra a dare il benvenuto sul monte Alebban, guardiano arido e sassoso che sovrasta la borgata, dove gli abitanti si sono accampati dall’agosto del 2011 per ricordare alle autorità del regno che la loro terra e la loro dignità non sono in vendita.


(Credit foto: Jacopo Granci)


Articolo originariamente pubblicato da Niglizia nel numero di Settembre 2014 



Un “Aventino” alle porte del deserto

La statale n. 10 è una sottile striscia d’asfalto che, superate le oasi di Gulmima e Tinghir, passaggi improntati dagli antichi carovanieri, scivola lenta e nodosa verso la turistica Ouarzazate. Nel gergo del posto viene anche detta la “rotta delle kasbah”, come testimoniano le numerose fortificazioni in pisé, sopravvissute al tempo e all’incuria, che fanno capolino tra i palmeti o si mimetizzano negli anfratti dei pendii. Il paesaggio è a dir poco cinematografico. I colori si rincorrono in un valzer di sfumature - dal giallo della terra sabbiosa alle macchie verdi di una vegetazione inattesa, fino alle venature scure dei rilievi - quando un gruppo di case sparse lungo la carreggiata e un piccolo cartello di segnalazione annunciano l’arrivo a Imider. Il villaggio sembra semideserto come la natura circostante.

Moha, ragazzone dai modi gentili, fa subito il punto della situazione. “Chi possiede ancora una parcella coltivabile o qualche animale è fuori a lavorare. Tutti gli altri, compresi donne e bambini, sono in cima all’Alebban”. Sulla sommità del promontorio affacciato sulla stretta vallata si trova la stazione di pompaggio che fornisce acqua alla miniera d’argento, giacimento tra i più produttivi di tutta l’Africa controllato da una holding di proprietà del sovrano Mohammed VI.

L’estrazione del prezioso metallo, iniziata nel 1969 ed intensificatasi con il passare dei decenni, da promessa di sviluppo locale si è rapidamente trasformata in una maledizione per la popolazione, che tre anni fa ha deciso di scalare la montagna per mettere i lucchetti alle pompe. “L’aumento dei foraggi e dei pozzi di alimentazione voluti dall’azienda hanno provocato l’essiccamento della falda acquifera, riducendo - e in alcuni casi bloccando completamente - l’approvvigionamento idrico alle famiglie”.

Le ricadute negative, continua il giovane attivista, non si fermano qui. Il deflusso dei prodotti tossici (cianuro e mercurio) utilizzati per il trattamento del minerale ha inquinato i terreni attorno alla miniera. “I pastori hanno visto morire i greggi che si erano abbeverati con l’acqua contaminata. La SMI (Société Métallurgique d'Imider, ndr) ha dovuto indennizzarli in fretta e furia per evitare lo scandalo”. La penuria idrica e i veleni provenienti dall’attività estrattiva sembrano aver condannato all’asfissia gran parte delle coltivazioni, compresi i campi di mandorli un tempo fiore all’occhiello del villaggio ed oggi poco più che arbusti rinsecchiti.




La marcia della sete

“Ci rubano l’acqua, uccidono i raccolti e nessuno dice niente. Le autorità difendono gli interessi dell’azienda, ovvio, in fondo si tratta dello stesso padrone”, afferma Omar - studente universitario prestato alla causa - riferendosi al monarca e alla sua elite, che nonostante le aperture e le riforme degli ultimi anni mantiene uno stretto controllo sulla vita politica e sulle principali attività economiche del paese. “C’è una nuova costituzione che alcuni definiscono democratica, ci sono i codici, ma al di fuori delle carte questi signori non vogliono sentir parlare di diritti e tantomeno di rispetto dell’ambiente. Così abbiamo preso l’iniziativa”.

In realtà le tensioni tra gli abitanti di Imider e la società mineraria erano già emerse in passato. Nel 1996 l’esproprio di alcune terre collettive del villaggio - la cui gestione, oggi affidata al Ministero dell’Interno, era storicamente regolata dal diritto consuetudinario berbero - aveva provocato una prima sollevazione, rapidamente soffocata nell'indifferenza generale. Quindici anni più tardi, con l’onda lunga delle “primavere” che provava a farsi strada nel regno, il confronto è rispreso e si è radicalizzato, complici anche l’aggravarsi della siccità e della disoccupazione, fenomeni endemici nel Sud-est marocchino.

Nell’estate del 2011, mentre agli studenti rientrati per le vacanze veniva negata l’assunzione temporanea nella miniera, i pozzi e i rubinetti del villaggio sono rimasti a secco. In poco tempo ha preso forma un vasto movimento di protesta sociale e di disobbedienza civile: una marcia della sete diretta agli scavi ha serrato i ranghi di una popolazione ridotta allo stremo, che si è presentata ai cancelli del giacimento "armata" di taniche e bottiglie vuote. Aman Iman!Di fronte al silenzio della SMI il sit-in è proseguito sulla cima del monte Alebban, trasformandosi in insediamento permanente.




L'occupazione

Da allora infatti i ribelli di Imider non hanno più lasciato l'accampamento. Tre anni di protesta, trascorsi a 1400 m di altitudine, dove le prime tende in tela giallastra hanno lasciato il posto alle piccole case di sassi e terra battuta, costruite a mano dai ragazzi del villaggio. "Da quando abbiamo fermato le pompe, i ritmi di estrazione si sono ridotti e il livello dell'acqua è tornato a salire", spiega Moha, seduto di fronte alla porta in legno mentre versa un tè amaro insaporito dal timo.

Uomini e donne, anziani e bambini, tutti partecipano all'occupazione dello château d'eau. Organizzati in gruppi di lavoro si alternano con disciplina nei vari incarichi, dalla raccolta delle pietre per nuove costruzioni al rifornimento di viveri. Durante i momenti di riposo, invece, ognuno si dedica alle proprie passioni. Said ad esempio - artista autodidatta - affresca le pareti delle stanze con i simboli della cultura locale: le lettere dell'alfabeto tifinagh e la bandiera tricolore amazigh, per riaffermare una lingua e un'identità a lungo negata dal governo centrale.

Fuori dal perimetro del campo, intanto, una manciata di giovani sta scavando un pozzo servendosi di pala e picconi. "Le riserve d'acqua stanno finendo ed è sempre più rischioso scendere al villaggio" riferisce Hamid, folta capigliatura rasta, appena risalito in superficie. "Vogliamo renderci autonomi, ma per incontrare la falda dobbiamo arrivare almeno a 15 metri". Poco lontano, alcune donne avvolte in foulard colorati, le mani solcate dalla fatica e tinte dall'henné, preparano il couscous con mezzi di fortuna. In prima fila ad ogni marcia o durante le assemblee, intonano i caratteristici yuyu ed esibiscono decise le tre dita del saluto militante. Quasi un monito, a ricordare che l'ambiente, l'essere umano e la parola sono valori ancestrali tuttora imprescindibili.

Nessuno di loro è intenzionato a cedere, né di fronte alle asperità atmosferiche - l'arrivo del caldo torrido dopo il gelo invernale - né di fronte alle ondate di arresti sommari. "La zona è militarizzata, la polizia protegge tutti gli accessi alla miniera e al villaggio e controlla il transito sulla statale", conferma Yassine che ha già pagato con un anno di carcere il suo impegno nel movimento.

Alla repressione violenta e su vasta scala, negativa per l'immagine della monarchia, le autorità preferiscono una strategia meno eclatante ma sempre più in voga nel regno: il black-out mediatico e una mirata criminalizzazione del dissenso. Dall'inizio della rivolta sono circa una trentina i ragazzi condannati a seguito di processi farsa. Gli ultimi tre, lo scorso aprile, sono stati prelevati dagli agenti mentre scendevano a valle per accompagnare donne e bambini. "Vogliono fiaccarci con la prigione e le minacce, senza destare clamore. Del resto, a Rabat, nessuno sa cosa succede da queste parti…ma si sbagliano. Che ci uccidano piuttosto, se non sono disposti a concederci i nostri diritti!", tuona Yassine interpretando il pensiero dei compagni.




Aspettando lo sviluppo

I dirigenti della SMI, da parte loro, hanno sempre negato l'esistenza di legami tra le perforazioni e la penuria idrica, che dipenderebbe piuttosto dalla ridotta pluviometria: "negli ultimi anni le precipitazioni sull'altopiano sono state scarse - si legge in un comunicato dell'azienda, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni a Nigrizia- ed è normale che tutta l'area ne soffra". Non è normale invece, ribattono gli attivisti, che le risorse del territorio vengano impiegate per l'arricchimento privato a discapito delle esigenze dei cittadini. "Sfruttano le ricchezze di Imider, è un loro dovere partecipare allo sviluppo, dare lavoro alla nostra gente e reinvestire qui parte dei profitti", lamenta Khadija, sessantenne minuta e uno sguardo profondo di semplicità e fierezza.

In effetti, sebbene la SMI sia uno dei giganti africani della produzione di argento, solo una minima parte della popolazione locale è impiegata all'interno del giacimento. "La società ha violato gli accordi conclusi con i nostri delegati secondo cui il 75% della manodopera deve provenire dai villaggi vicini", puntualizza Hamid, tra gli esclusi dal reclutamento effettuato poco prima dello scoppio della protesta. Oltre alla mancanza di impiego, al furto dell'acqua e all'inquinamento dei terreni - responsabili dell'esodo migratorio che da anni condanna gli abitanti della regione - Imider, ignorato da un turismo che scorre indifferente sulla statale 10 verso mete più attrattive, aspetta ancora l'arrivo dei servizi di base.

"L'ospedale più vicino si trova ad oltre 100 km e il dispensario del paese non ha nemmeno i medicinali generici. Non parliamo poi delle strutture e dei trasporti scolastici…" spiega Moha, mentre indica la sorellina che, finita la lezione pomeridiana, ha appena raggiunto l'accampamento risalendo un sentiero scosceso strappato al fianco dell'Alebban. "Molti bambini devono camminare un'ora, a volte due, per raggiungere aule fatiscenti. Gli alunni delle elementari e delle medie hanno scioperato e manifestato per mesi, fino a quando il ministero si è deciso ad inviare almeno banchi e lavagne".


Una nuova resistenza

Mentre il riverbero del sole sembra adagiarsi sulla linea dell'orizzonte, folate di vento rovente accompagnano il mutare dei colori e le prime ombre della sera. Dal ciglio della montagna alcuni attivisti osservano i fumi di polvere salire dalla miniera, situata sul versante opposto della vallata. Tra poco le luci dello stabilimento rischiareranno i costoni neri del Saghru, massiccio glorioso che quasi un secolo fa ospitò la tenace resistenza delle tribù berbere della zona contro l'avanzata degli eserciti coloniali.

Negli anni '30 la confederazione degli Ait Atta, da cui discendono Moha, Hamid e gli altri, riuscì a bloccare ottantamila soldati francesi asserragliandosi sulle aspre vette della catena. Quelle gesta - dimenticate troppo in fretta dalla storiografia nazionale ma non dalla gente del posto - sembrano riempire d'orgoglio e speranza i ribelli di Imider, consapevoli che oggi, a pochi passi da quel luogo di memoria e sacrificio, sono diventati loro i protagonisti di una nuova resistenza. La posta in gioco non è più l'indipendenza, tradita ai loro occhi da una cerchia al potere vorace e autoritaria, ma la dignità.



Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

E’ nel bacino minerario di Gafsa, nel cuore del paese, che tutto è cominciato. I cittadini, stanchi di essere depredati della ricchezza dei loro fosfati, erano scesi in strada già nel 2008. E lì sono rimasti, nonostante la violenta repressione.



“La Tunisia mormorava ancora quando noi stavamo già gridando, urlando la nostra collera”. Per Alaa, giovane chimico, l'essere originario di Redeyef è una ragione di orgoglio. Per tornare a casa, nel cuore del bacino minerario di Gafsa, bisogna viaggiare per oltre 5 ore da Tunisi.

E’ qui che cinque anni fa è germogliata la rivoluzione tunisina che ha poi rovesciato Ben Alì.

“Era il mese di gennaio del 2008 - ricorda Alaa - La compagnia dei Fosfati di Gafsa (CFG), unica industria della regione e principale fonte d’impiego, rese pubblici i risultati truccati di un concorso di reclutamento. Non era la prima volta. Ma noi abbiamo deciso che sarebbe stata l’ultima!”

  

UN MOVIMENTO SOCIALE PRECURSORE

 “Dignità, lavoro, libertà”: gli slogan intonati a Gafsa diventeranno tre anni più tardi quelli della sollevazione di tutta la Tunisia. Tre anni durante i quali la repressione del regime di Ben Alì ha messo il bacino minerario sotto una cappa di piombo.

Centinaia di poliziotti e militari sono stati dispiegati sul posto, con il compito di soffocare la contestazione.

Gli abitanti, che hanno animato sit-in e manifestazioni, sono stati messi sotto assedio. Molti sono finiti in carcere e sono stati picchiati. In quattro sono morti sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia.

Appoggiata con forza dai comitati di sostegno che stavano nascendo nel resto del paese, oltre che in Francia, la contestazione è proseguita. Giovani blogger fanno le loro prime esperienze, forzando le barriere poste dalla censura.

La rivolta si diffonde oltre le frontiere: “Le condizioni di vita sono talmente difficili che le persone non hanno esitato ad investirsi fino in fondo” analizza Zakia Dhifaoui.

Poetessa e scrittrice, Zakia è una delle 38 persone condannate alla prigione dopo un processo contrassegnato dalle irregolarità.

Ma nei suoi ricordi la rivolta è come una grande festa, “dura, ma bella”, nel corso della quale i tunisini hanno scelto di non rimanere più in silenzio: “Hanno fatto il primo passo e non si sono più fermati”.

A otto anni di distanza, cosa resta di questo movimento sociale 'precursore' e delle sue rivendicazioni, in una Tunisia in piena transizione?

 

UNA REGIONE RICCA MA DISASTRATA

Creata alla fine del 19° secolo, poco dopo la scoperta dei giacimenti di fosfati da parte di un geologo francese, la “Compagnia dei Fosfati di Gafsa ha conosciuto enormi trasformazioni”, racconta l’economista Abdeljelil Bedoui.

Impresa di Stato a partire dall’indipendenza, ha al tempo stesso assicurato la piena occupazione locale e procurato alla popolazione servizi e infrastrutture quali la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità, commercio e borse di studio.

“La compagnia garantisce servizi, sicurezza d’impiego, compensando in parte la durezza e la pericolosità del lavoro”, commenta Abdeljelil Bedoui.

Nel corso degli anni Ottanta, le miniere situate più in profondità sono state chiuse, a favore di quelle a cielo aperto.

Sono arrivate la meccanizzazione e una nuova gestione del personale, sostenuta dalla Banca mondiale: i pensionamenti non sono più stati rimpiazzati e sono diminuiti i posti di lavoro.

“Si è passati dai 14000 operai degli anni Ottanta agli appena 5000 di oggi” spiega l’economista. La produttività cresce, ma il tasso di disoccupazione esplode.

Nel bacino di Gafsa, il 24% della popolazione attiva è senza lavoro (contro il 17%  del livello nazionale). Questo tasso cresce fino al 50% tra i giovani laureati. L’offerta di servizi scompare poco a poco.

“Da noi, non c’è nulla” riassume Rifqa Issaoui, presidente della nuova Associazione delle donne minatrici (AFM). “Non abbiamo né strade né servizi pubblici”. Nessun ufficio della Compagnia Nazionale delle Telecomunicazioni all’orizzonte, né un’amministrazione, né un tribunale di primo grado.

E bisogna viaggiare per 200 km prima di trovare il primo ospedale. “Noi viviamo nella miseria, nonostante la nostra regione sia una fonte di ricchezza per l’intero paese. E’ ingiusto”. I fosfati rappresentano il 13% delle esportazioni tunisine. In breve, una regione ricca di risorse, ma socialmente disastrata.

  

L’INQUINAMENTO MINERARIO IN EREDITÀ

“La sola cosa che ci resta delle miniere, sono le malattie” protesta Khadra. Madre di 3 bambini, deve sbrigarsela con 200 dinari mensili (meno di 100 euro) che guadagna suo marito, netturbino pagato a giornata.

“La regione è molto inquinata – conferma Alaa – La polvere che vola per le strade è piena delle polveri rilasciate dai fosfati, così come l’acqua. C’è una forte diffusione del cancro”.

Per depurare la materia prima dai componenti radioattivi come cadmio o uranio, il minerale viene passato all’interno di enormi centrifughe. Gli scarti che ne escono, sotto forma di fango, sono altamente inquinanti. Non c’è alcun modo di trattarli.

“Questi problemi sanitari aumentano la collera della gente di Gafsa” spiega Bedoui.

Con un guadagno entto di 500 milioni di euro nel 2010 (e 650 milioni nel 2008), la CFG rappresenta il 3% del PIL tunisino. Il 90% dei fosfati estratti dal sito (8 milioni di tonnellate annue) sono trasformate nel paese, soprattutto in concimi. Il 10% dei fosfati grezzi restanti sono esportati in Turchia e in Europa.

“Dal 2007 il prezzo dei fosfati, a livello internazionale, non ha smesso di aumentare” precisa Abdeljelil Bedoui. “Stessa cosa per quello dei concimi derivati dai fosfati. Alla CFG non mancano certo i soldi! E’ in questo contesto di provocante coesistenza tra l’opulenza degli uni e la miseria crescente degli altri che si è sviluppato il movimento di contestazione sociale del 2008”.


NUOVO REGIME, VECCHI PROBLEMI

Ma oggi, sostiene Zakia Dhifaoui come anche altri, nulla è cambiato in Tunisia sotto il punto di vista dei diritti economici e sociali.

“Ci siamo sbarazzati di Ben Ali, ma non del suo sistema”, riassume.

A Gafsa, i cittadini continuano a percorrere sentieri in terra battuta. La mancanza di trasparenza sulle assunzioni al CFG resta una costante. Di conseguenza proseguono i sit-in e le manifestazioni.

Con quali prospettive? “La CFG potrebbe cominciare ad assumere, invece che ricorrere agli straordinari”, sottolinea Abdeljelil Bedoui.

“Nel 2008 l’impresa ha speso 4 milioni di euro per remunerare orari e mansioni eccezionali. Questo corrisponde all’assunzione di 1800 salariati a 400 dinari al mese!”.

Anche la riabilitazione di una regione estremamente inquinata da un secolo di sfruttamento dei fosfati, potrebbe generare molto lavoro.

“Si potrebbe dragare il fondale delle rive, dove si sono accumulati fanghi carichi di cadmio e uranio, mettere a punto sistemi di riciclaggio delle acque usate e inquinate. La costruzione e il funzionamento di tutte le infrastrutture indispensabili, che mancano in tutta la regione, sono un altro metodo per creare impieghi”.


“LA REGIONE POTREBBE ESSERE PROSPERA”

Senza contare che numerose prospezioni hanno evidenziato la presenza di altre ricchezze minerarie come il marmo, l’argilla per la costruzione di mattoni, il gesso utile per le costruzioni o la sabbia siliciosa che serve alla produzione di parti elettroniche.

“Tutto è possibile a Gafsa. La regione potrebbe essere prospera e gli abitanti al riparo dalla miseria”, assicura Bedoui. Ma in Tunisia, non sembra essere il momento per le spese pubbliche. “La scelta liberale dell’attuale governo implica un disimpegno statale. Non esiste una vera politica industriale in Tunisia”.

Miraggio lontano, come quello di disfarsi del sistema clientelare che ha prevalso negli anni di Ben Ali.

I cittadini di Gafsa intanto - militanti, sindacalisti, giovani disoccupati e madri casalinghe - sono decisi a continuare la lotta. Finchè la loro sete di giustizia e dignità non sarà soddisfatta.

“Ci batteremo a non finire, costi quello che costi”, dicono le donne della regione.

Intervenendo in un incontro del Forum Sociale, Khadra alza la testa e lancia uno sguardo vivo e determinato, esclamando con voce forte e chiara: “Questo governo è arrivato dopo un “Degage” e se ne andrà con lo stesso slogan!”. Gafsa la ribelle non ha ancora detto la sua ultima parola.




(Articolo originale pubblicato dal sito di informazione francofono Basta!, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it)


Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

E' nella Tunisia profonda che la storia comincia. Una storia fatta di lotta, di repressione e di dignità. Una storia ancora attuale. Il documentario del regista Sami Tlili ripercorre gli eventi che sconvolsero il bacino minerario di Gafsa nel 2008 e ci racconta una "rivoluzione in marcia" che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

(Credit foto: Garboussi)



Dopo l'anteprima al festival di Abu Dhabi (di cui si è laureato vincitore) e la proiezione "sofferta" alle JCC (Journées Cinématographiques de Carthage), Yaalan bou el phosphate ("Sia maledetto il fosfato") - documentario del giovane regista tunisino Sami Tlili - è finalmente in programma nei cinema della capitale tunisina dal 12 dicembre scorso (guarda il trailer).

Il film, come annunciato dal titolo, evoca la maledizione lanciata dalla presenza della materia prima sul territorio. I fosfati, infatti, sono un vanto per la regione, uno dei maggiori introiti per l'economia nazionale ma il loro sfruttamento non riesce ad assicurare sviluppo e condizioni di vita decenti agli abitanti del posto. Nonostante la ricchezza del sottosuolo, l'indice di disoccupazione resta tra i più elevati del paese e gran parte della popolazione locale cerca di tirare avanti con piccole attività di coltivazione e allevamento, rese ancor più difficili a causa dell'aridità del terreno e l'inquinamento derivato dall'attività estrattiva.

Il contesto socio-economico descritto dal documentario sembra distante anni luce da quello delle zone settentrionali e orientali del paese, lungo il litorale mediterraneo, dove le attività portuali e l'indotto assicurato dalle transazioni commerciali (tra cui gli stessi fosfati) permettono un livello di crescita e sviluppo considerevoli, e sanciscono una sperequazione regionale che è stata tra le cause principali del collasso del "sistema-Ben Ali".

Il regista rievoca la lunga rivolta che nel 2008 ha infiammato la regione e ne tratteggia i contorni attraverso le testimonianze dei protagonisti (disoccupati, sindacalisti, professori, ex detenuti), alternando immagini, poesia, voci di speranza e di disperazione. Tlili ripercorre gli eventi e ci racconta così di una "rivoluzione in marcia", che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

E' il gennaio del 2008 quando viene organizzato un primo sit-in a oltranza di fronte al comune di Redeyef (sud-ovest tunisino) da alcuni disoccupati della regione, per contestare i risultati di un concorso di assunzione indetto dalla Compagnie des phosphates de Gafsa (CPG).

A quel concorso si erano presentati oltre mille candidati per soli ottanta posti a disposizione. Ma i risultati affissi non sembrano tenere conto delle quote riservate ai figli dei vecchi minatori e, per gli esclusi che lanciano la protesta, sono il frutto della corruzione e del clientelismo con cui le autorità locali e i vertici della società gestiscono lo sfruttamento del minerale.

L'episodio segna così l'inizio di un movimento di disobbedienza civile che interesserà i villaggi di Redeyef, Metlaoui, Moularès e Mdhila e che resisterà oltre sei mesi - tra scioperi e manifestazioni - prima di cedere alla repressione violenta del regime di Ben Ali, pronto a schierare l'esercito per mettere fine alla contestazione.

Il movimento - a cui oltre i giovani disoccupati aderiscono sindacalisti, membri di associazioni locali e semplici cittadini - sceglie lo slogan "determinazione e dignità" per portare avanti rivendicazioni politiche (fine della repressione) e soprattutto sociali: l'annullamento del concorso, facilitazioni all'impiego per i diplomés-chomeursdella zona, maggiori investimenti industriali e l'accesso ai servizi di base per tutta la popolazione (acqua corrente, elettricità, strutture sanitarie..).

Quella di Redeyef è la sollevazione popolare più importante mai registrata dalle "rivolte del pane" del 1984 e dall'ascesa al potere di Zine El Abidine Ben Ali (1987) e il suo bilancio, dopo l'intervento del regime, sarà di tre morti, decine di feriti e centinaia di manifestanti finiti in arresto - torturati in carcere e, alcuni, condannati a lunghe pene. Tra le vittime della repressione figurano anche alcuni giornalistiche avevano cercato di dare risalto agli eventi.

Il documentario di Sami Tlili descrive una realtà sociale e geografica cruda, intensa e pone - più o meno velatamente - degli interrogativi allarmanti e di attualità. Ad oltre quattro anni dalla rivolta di Redeyef e a due anni ormai dall'inizio della rivoluzione, cosa è stato fatto per cambiare la situazione?

Apparentemente nulla, o comunque troppo poco. Ne sono una conferma le notizie arrivate negli ultimi tempi dalla zona del bacino minerario, dove la rabbia continua a covare sotto la cenere e dove gli scioperi e le proteste sono riprese con regolarità dal marzo 2011, quando la CPG ha deciso di organizzare un nuovo concorso di assunzione.

In quest'occasione le domande presentate dagli abitanti della zona sono state oltre 20 mila (per 3 mila posti) e le code agli uffici pubblici di Metlaoui e dei villaggi circostanti, per richiedere le dovute certificazioni, sono durate giorni interi. Alla fine i risultati sono stati contestati ancora una volta e un nuovo procedimento di selezione è in corso.

Intanto il malcontento si fa strada. La primavera scorsa gli operai della Société de l'environnement - una filiale della CPG dopo i disordini del 2008 per allentare la tensione sul comparto produttivo - sono entrati in sciopero ed hanno bloccato parte dell'approvvigionamento idrico alla miniera di Kef Eddor, paralizzando l'attività estrattiva. Le ragioni della protesta: ottenere un miglioramento delle condizioni di impiego, l'aumento della retribuzione almeno al livello del salario minimo (circa 120 euro quello attuale) e la copertura sanitaria.

Nelle ultime settimane, invece, è stata la volta dei diplomés-chomeurs (laureati-disoccupati) di Sned (Gafsa), che hanno manifestato per reclamare l'assunzione diretta, bloccando le rotaie per il trasferimento del minerale verso i porti della costa.

Lo scorso 13 novembre (2012, ndr) infine, mentre la principale centrale sindacale del paese (UGTT) rinunciava allo sciopero generale e la CPG annunciava una drastica riduzione della produzione (80%) e degli introiti dell'azienda, i lavoratori di Sned hanno sospeso tutte le attività paralizzando l'intera cittadina.


La condanna dei fosfati, insomma, continua ad incombere sugli abitanti di Gafsa che nonostante le sollevazioni e le promesse del nuovo governo si trovano di fronte alla stessa "maledizione" di sempre…





Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Gabès, "la capitale del mare" è un'antica città fondata dai berberi ancor prima dell'arrivo dei fenici. Per patrimonio architettonico e monumenti, è seconda solo a Qairouan. Ma la gloria del passato scompare di fronte ad un presente fatto di industrie chimiche, inquinamento e diritti negati.


(Credit foto: Laura Benetton)


Gabès si trova nel sud-est del paese, a 406 km dalla capitale, in fondo al lungo golfo omonimo in cui la costa tunisina si protende verso il territorio libico. Passata sotto il controllo dei tedeschi durante la seconda Guerra mondiale, che ne fecero un presidio militare, è stata abbondantemente danneggiata dai bombardamenti alleati. Negli anni Sessanta, poi, le piene hanno finito per radere al suolo la maggior parte della cittadella, delle borgate circostanti e delle moschee.

Completamente distrutta, la città si è accanita contro la sua popolazione.

Così negli anni Settanta, con l’arrivo del gruppo chimico tunisino il cui insediamento era stato sollecitato dagli stessi cittadini, Gabès mette lentamente in atto la propria vendetta. La produzione fa registrare cifre importanti: otto milioni di tonnellate di polvere di fosfato escono annualmente dagli stabilimenti. Allo stesso tempo, però, circa 300 mila persone vengono colpite da cancro, asma e osteoporosi. 

Alcuni ricercatori dell’Istituto nazionale scientifico e tecnico di oceanografia e pesca (Instop) parlano, non a torto, di "genocidio urbano". Si tratta della maledizione dell’industrializzazione o è colpa dei cosiddetti progetti di sviluppo sostenibile promossi da Ben Alì?

Takapes, la bella cartaginese in lutto, oggi sprofonda sotto i colpi della disoccupazione e delle vittime delle malattie "chimiche": nell'ultimo mese sono morti due bambini che abitavano vicino agli stabilimenti industriali. Uno dei due soffriva di epatite. Lo stesso giorno sono scoppiate le proteste contro gli effetti devastanti degli impianti sulla salute della popolazione.

Che si arrivi da nord o da sud, l'approccio allo skyline di Gabès è identico. Una volta superata Qairouan, provenendo da Tunisi, non è difficile rendersi conto dell’inquinamento atmosferico che imprigiona l'abitato. E' questa la causa principale delle malattie cardiache e respiratorie e dei tumori dovuti all’inalazione di gas e polveri pesanti, contenenti additivi chimici e metalli (zinco, cromo, rame).

Man mano che ci si avvicina ai "campi di concentramento" dell’unità di produzione industriale, una coperta di nebbia e fumo tinge di marrone il cielo.

A Gabès è sempre autunno. Le palme agonizzanti sono l’unica testimonianza dell’antica oasi di pace, che col tempo si è trasformata in un luogo di morte. Nonostante siano macchiate di nero, queste palme non smettono di ricordare agli abitanti del villaggio i bei tempi andati. Tuttavia, abbandonate a loro stesse, oggi non possiedono neanche l’ombra del vigore di trent’anni fa. Con il passare degli anni molte si sono piegate, come fa un uomo alla fine dei suoi giorni.

Il terreno, inquinato dai raggi gamma, dal mercurio e dal selenio, è il primo motivo della diminuzione della biodiversità del golfo di Gabès.

Così, i tronchi rattrappiti danno l’impressione di chinare la testa davanti agli effetti del veleno assorbito. Vestigia di un passato remoto, la vegetazione soccombe alle scelte arbitrarie dell’uomo. Secondo l’Associazione per la salvaguardia dell’oasi della spiaggia di Essalam, “durante gli ultimi 40 anni, i due terzi delle palme sono sparite”. Alcuni specialisti confermano la scomparsa progressiva della biodiversità della regione. L’industria sta avendo la meglio sull’agricoltura e sulla fauna del posto. “Nel 1956 si contavano più di 150 specie zoologiche. Trentacinque anni dopo se ne contano appena cinquanta”.

La produzione del gruppo chimico sfrutta il 75% delle risorse idriche; questo ha chiaramente devastato la ricchezza vegetale e costretto gli agricoltori a disfarsi dei loro terreni, trasformati spesso in zone edificabili.

Durante la notte in particolare, gli impianti emanano un fetore inconfondibile che provoca crisi asmatiche agli abitanti. Test medici riportano che il 60% di coloro che si sono sottoposti alle analisi hanno un’alta concentrazione di fluoro nel sangue. Un bilancio pesante che conferma l'ampia diffusione di alcune malattie croniche.

Secondo il medico M. Bechir, membro della Commissione regionale per la salute e la sicurezza professionale, "le autorità evitano di studiare seriamente il fenomeno perché temono le reazioni dell’opinione pubblica, sia a livello nazionale che internazionale".

Nel frattempo la città sembra presa in ostaggio tra la necessità di creare nuovi posti di lavoro e il rischio di mettere a repentaglio la salute delle generazioni future. Durante la rivoluzione, i giovani hanno bloccato in diverse occasioni la produzione nelle fabbriche, per reclamare il diritto all’impiego.

Questi ragazzi, del resto, hanno davvero la possibilità di scegliere? E con essa l’opportunità di tutelare la loro salute e quella dei loro discendenti? È una comunità che corre, suo malgrado, verso la propria fine. Una tragedia in cui la popolazione locale si trova a rivestire il duplice ruolo di vittima e carnefice di se stessa. Intrappolata in una sorta di dannazione.

M. Hedi per esempio, ex-lavoratore del gruppo chimico, si sta dando da fare per trovare un impiego al figlio maggiore, candidato a prendere il suo posto negli impianti. "Sono consapevole che correrà dei rischi, tuttavia ha ormai trent’anni e l’obbligo di provvedere a se stesso. Qui nel sud, miei cari, non abbiamo molta scelta. Le persone preferiscono morire intossicate piuttosto che farsi sopraffare dalla povertà. Può sembrare strano ad alcuni, ma è la regola da queste parti".

L’Unione regionale del lavoro (sezione locale del sindacato nazionale UGTT, ndt) ha avanzato diverse richieste all’amministrazione dello stabilimento: "assicurare l’assistenza medica gratuita a tutti i lavoratori e creare una clinica specializzata".

Il padre dei due ragazzi deceduti ha il morale a terra e, come normale in questi casi, fatica a parlare: "Non riesco ancora realizzare ciò che mi è successo, ho perso i miei bambini..e perché? In nome di che cosa? Le autorità non si sentono minimamente toccate da questa tragedia. A chi dobbiamo rivolgerci quindi? Nessuno vuole ascoltare. Ma io continuerò la battaglia finché sarò in vita. Nessuno è al sicuro da questa peste maledetta. Quando si avrà il coraggio di affrontare seriamente la questione? Oggi sono i miei a morire, ma domani tutti i bambini della regione potrebbero trovarsi di fronte allo stesso problema".

Intanto la NPK, un altro gruppo chimico di Sfax, è stato chiuso e sottoposto ad un’azione di risanamento (progetto Taparura) lanciata nel 2006.

Nonostante la Tunisia abbia ratificato la Convenzione di Londra (1973) e quella di Barcellona (1976) per la lotta contro l’inquinamento, la situazione di Gabès resta però senza soluzioni.

Il suo golfo, decretato "zona speciale" dal programma delle Nazioni Unite per la salvaguardia dell’ambiente, meriterebbe un’attenzione particolare, specie in tema di risanamento e conservazione. Gabès continua così a sognare un futuro all’insegna del rispetto delle norme internazionali e dei diritti umani, che permetterebbe ai giovani di avere un lavoro degno senza per questo dover rischiare la vita.


(Articolo originale pubblicato da Nawaat, traduzione a cura di http://osservatorioiraq.it)


Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla....




Era la primavera del 2010 quando, assieme all'amico e collega Aziz, siamo partiti alla volta di Anfgou. Un piccolo villaggio berbero incastonato sulle pendici del Medio Atlante, dove quasi ogni inverno il freddo e la neve si trascinano dietro un alito funebre, duro e inesorabile come le condizioni in cui vivono la gran parte dei suoi abitanti.



Le storie e i racconti ascoltati sul posto ci hanno poi spinto a proseguire il viaggio, ad inoltrarci ancora di più in quel "Marocco profondo" così lontano dalle metropoli della costa atlantica e quasi impossibile da reperire nelle mappe o nelle guide turistiche.

Abbiamo lasciato alle spalle sia la strada che Imilchil, punto di riferimento nella zona con il suo mercato settimanale e il suo moussem (santuario) plurisecolare, e ci siamo incamminati verso i duemila metri di altitudine che sovrastano le vallate di Oulghazi e Ait Abdi.



E' in questo punto che i rilievi gentili e verdeggianti del Medio Atlante lasciano spazio a versanti più impervi e rocciosi, con venature che mescolano riflessi scuri ai toni aridi e rossicci: l'Alto Atlante. 

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla.



E ancora. Serate trascorse ad ascoltare la voce dell'amdeyaz (aedo) accompagnata dal suono del flauto e del rbab (strumento tradizionale a due corde suonato con un archetto). Un giorno di marcia per arrivare alla prima strada carrozzabile e raggiungere il mercato, un'economia quasi di sussistenza - pastorizia, orti striminziti ritagliati sulle sponde del torrente - e una modernità che nonostante tutto comincia a farsi avanti. Non ci sono cavi né tralicci ad illuminare le notti di Ait Abdi, ma c'è chi ha deciso di installare minuscoli pannelli solari per provvedere ai propri bisogni energetici di base.



Delle persone incontrate durante questo viaggio, di quelle conosciute, non ricordo i nomi né l'età, spesso indefinibile. Mi porto dietro il ricordo della loro semplicità genuina, del grande senso di dignità trasmesso dalle loro azioni e dai loro discorsi. Mi porto dietro anche qualche scatto, strappato più per diletto che per "esigenza professionale". Mi porto dietro i loro volti, solcati dal rigido vento dell'Atlante.

































L’infanzia perduta di Anfgou

L’infanzia perduta di Anfgou

Ad Anfgou, villaggio berbero incastonato nel cuore del Medio Atlante, le giornate si ripetono una identica all’altra. In questo angolo remoto della cordigliera marocchina sembra che nulla possa turbare la quiete dei montanari berberi che da secoli ne popolano il fianco.



Gli abitanti sopravvivono dignitosamente nonostante i pochi mezzi a disposizione, di media qualche capra e un modesto orticello, non curandosi troppo della povertà che li circonda.

Mentre il vento spazza la strada polverosa che separa le case dal ruscello, i bambini aiutano le madri nelle faccende di casa. Provvedono al rifornimento dell'acqua potabile, lavano i panni sporchi vicino alla sorgente e si prendono cura dei lattanti. Le donne avvolte in vestiti e foulard colorati, raccolgono legna da ardere nei dintorni del piccolo borgo.

Tra i terreni coltivati a orzo sulla sponda del fiume, una ragazza raduna quello che resta della mietitura. Dovrebbe avere sedici o diciassette anni, ma ne dimostra una trentina. Scheletrica, il viso già solcato dalle rughe, gli occhi stanchi e spenti. E' seguita da tre ragazzini. I suoi figli. Lavora da mattina a sera e mangia poco. A vent'anni avrà probabilmente cinque o sei bambini. Ad Anfgou non esistono strategie contraccettive, poiché lo Stato, che dovrebbe promuoverle, è semplicemente assente.




E le ong? Le associazioni femministe? No, Anfgou e i villaggi vicini non rappresentano una priorità nemmeno per loro. Non destano interesse. Da queste parti le ragazze si sposano presto e dopo un'infanzia fugace diventano subito donne, madri.

Anche i geli dell'inverno, da queste parti, non fanno sconti a nessuno.

Nel gennaio del 2008 trentatre bambini, quasi tutti sotto i dieci anni, sono morti a causa del freddo e della neve. L'intero Marocco fu toccato dalla tragedia e, per qualche settimana, sul piccolo villaggio si accesero i riflettori dei media.

Perfino il sovrano poco tempo dopo si recò sul posto, per inaugurare la costruzione di nuove infrastrutture (una strada, un ambulatorio mai entrato pienamente in funzione e sprovvisto di medicinali, e una moschea), assicurando il suo impegno per promuovere lo sviluppo della zona. Ma, superato il dramma e la commozione iniziale, tanto le autorità quanto l'opinione pubblica hanno rapidamente voltato pagina. Il villaggio è così ricaduto nel più completo isolamento e gli abitanti hanno ripreso il ritmo aspro della quotidianità, senza che nulla sia realmente cambiato.

In più proprio in questi giorni, stando ad alcune dichiarazioni (non confermate) rilasciate sul giornale on-line Hespress, un nuovo dramma sembra aver scosso ancora la piccola comunità. Due neonati sarebbero morti in seguito all'abbassamento improvviso delle temperature. "Il freddo, questo filtro che attraversa la lunga notte come una daga", ricordano alcuni versi composti dal poeta amazigh Omar Darouich in memoria delle giovani vittime di Anfgou.


Un tesoro rubato

Eppure su questi pendii - dove manca elettricità e acqua corrente in casa - si nasconde un tesoro. Ma le autorità locali - a detta degli stessi abitanti - continuano ad approfittarsi indisturbate della vulnerabilità di una popolazione dimenticata e quasi interamente analfabeta.

I boschi di cedri che circondano il villaggio sono infatti tra i più estesi di tutto il Mediterraneo.

Sono l'oro dell'Atlante marocchino.

Lo sfruttamento del legname fattura all'incirca 10 milioni di euro ogni anno tra il taglio, la vendita legale e il contrabbando. Una ricchezza che sembra rispondere unicamente agli interessi dei responsabili di zona, i soli a trarne profitto dal momento dell'indipendenza ad oggi. E questo nonostante un decreto reale del 1976 stabilisca chiaramente che l'80% del ricavato debba essere reinvestito nello sviluppo locale per togliere dalla miseria quelle persone che lavorano nelle foreste ricevendo poco o nulla in cambio.

Ma ad Anfgou quei soldi non si sono mai visti. Non c'è nemmeno un'ambulanza e la mortalità infantile raggiunge livelli spaventosi. Quasi un bambino su cinque non arriva all'età adulta, per la mancanza di assistenza in loco e la carenza di trasporti verso le strutture ospedaliere (la più vicina si trova a Errachidia, a 180 km di distanza), quando in molti casi basterebbe una semplice iniezione a salvargli la vita.

Intanto attorno ai boschi di cedri si è costruita una rete di corruzione e complicità, che alimenta lo sfruttamento clandestino della risorsa, a cui nessuno è più capace di far fronte. Chi ci ha provato è stato sbattuto in prigione. Atawi, un giovane tecnico forestale, aveva deciso di rompere il silenzio e denunciare i responsabili. Accusato di "attentare ai valori del regno", è stato condannato a due anni di carcere.

"Per ogni metro cubo di legname si possono ricavare fino a 800 euro", spiega Asif, sulla cinquantina, tra i più attivi oppositori delle reti "mafiose" che gestiscono il contrabbando. "I trafficanti effettuano i trasporti di notte, per non dare nell'occhio. Se il taglio continuerà con il ritmo sfrenato raggiunto in questi ultimi anni non avremo più legno nemmeno per costruire le nostre case".

Assif, assieme ad altri abitanti del villaggio, ha cercato di creare una cooperativa "per togliere il controllo dei boschi e delle risorse dalle mani di questa gente" e "per poter garantire un futuro alla foresta e ai nostri figli". Dopo un lungo viaggio verso la capitale, qualche anno fa, ha depositato il dossier al ministero.

Da allora sta ancora aspettando una risposta…



Isis, propaganda crollata e territorio ridotto di 1/4. Analista: “Ripiegamento strategico per risparmiare risorse”

La produzione di materiali di propaganda dello Stato Islamico è in drastica riduzione e coincide con i successi militari della coalizione internazionale in Siria e in Iraq. Lo afferma una ricerca pubblicata lunedì scorso dal Combat Terrorism Center di West Point. Il centro statunitense ha analizzato video e foto diffuse sui social network solo da “media […]

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قاوم بصورة –  Resisti con la foto

قاوم بصورة – Resisti con la foto

L'amministrazione facebook si è definitivamente politicizzata,a quanto pare a favore di Israele. Da qualche mese parecchi account e pagine legate a Hezbollah,il movimento di resistenza libanese, sono scomparsi dai motori di ricerca. Parecchi amici denunciano la cancellazione dei propri account personal in seguito alla pubblicazione,o alla semplice condivisione di post e fotografie ritraenti Hassan Nasrallah,il leader del movimento di resistenza libanese,considerato un eroe da parte di chi sostiene la lotta contro l'entità sionista e un terrorista da Israele,Arabia Saudita e Stati Uniti.
Qualche mese fa,'' Tansikya'' un gruppo di giornalisti e professionisti libanesi che supportano la causa di Hezbollah e di tutti i movimenti che si oppongono a Israele,Stati Uniti,Arabia Saudita e Isis, avevano avviato una campagna di protesta virtuale invitando tutti quei utenti che simpatizzano per Hezbollah e la causa palestinese a condividere fotografie di Hassan Nasrallah accompagnate dall'Hastag '' #قاوم_بصورة(tradotto letteralmente : resisti con la foto).
La reazione del social network di Zuckenberg non si era fatta attendere,parecchi account che avevano aderito alla campagna di protesta sono stati bloccati,tra cui le pagine ufficiali del movimento di resistenza. Non so ancora quanti utenti sono stati bloccati,ma considerata la popolarità che sta acquisendo Hezbollah nel mondo arabo,è molto probabile che migliaia di persone ancora oggi non riescono ad accedere ai propri account personali.
#قاوم_بصورة

Obama e l’Afghanistan (TRECCANI)

di Claudio Bertolotti @cbertolotti1 in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI -  "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama" La guerra in Afghanistan, ricevuta in eredità nel 2008 dall’amministrazione di George W. Bush, è da subito definita dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama «guerra giusta e cruciale». E già nel gennaio del 2009, Obama aumenta di
Il terrorismo e l’informazione in Israele ai tempi del «gag order»

Il terrorismo e l’informazione in Israele ai tempi del «gag order»

C’è lui, l’aggressore, che arriva dalla Cisgiordania. Ci sono loro, le vittime (tra morti e feriti), israeliane. C’è la dinamica. Ci sono i fermi. L’inchiesta. Il solito codazzo di polemiche, politiche e militari. Poi c’è l’informazione. Che quando ha il marchio di cronisti come quelli di Haaretz e Yedioth Ahronoth, Maariv e Jerusalem Post, Canale […]
Report sull’attendibilità delle foto ”Caesar”

Report sull’attendibilità delle foto ”Caesar”



In Siria è in atto una vera e propria guerra mediatica senza esclusioni di colpi. Personalmente trovo davvero molta difficoltà nel tenermi aggiornato circa la situazione politica nazionale e mondiale. Da ben sei anni ho spento il televisore,ho boicottato buona  parte dei principali giornali nazionali e occidentali ( per non parlare delle emittenti satellitari arabe come '' Al Jazeera'' ) e spulcio le mie informazioni in giornali e siti in lingua araba,francese e inglese poco conosciuti,è questo per cercare di non cadere nella ragnatela della disinformazione e della propaganda,che adesso più che mai,sono riuscite a destabilizzare intere nazioni. 

Nel mio blog  ho messo a disposizione un report circa l'attendibilità delle fotografie di ''Caesar'' che ritraggono i cadaveri tumefatti di presunti oppositori politici arrestati e torturati dalla polizia militare del regime di Assad.

Esattamente qualche giorno fa, nella sala spazio D del Maxxi , a Roma, è stata organizzata una mostra dal titolo : '' Nome in codice Caesar - detenuti siriani vittime di torture ''.  
Caesar '', è  il nome in codice di un ex fotografo della polizia militare siriana,che secondo la sua stessa testimonianza,fu incaricato di fotografare i cadaveri dopo la loro esecuzione. 

La guerra in Siria continua da ben cinque anni,e secondo le statistiche Onu , i morti del conflitto sono più di 250.000 morti (quasi l'11,5% della popolazione). 

Il report è stato stillato dalle redazioni Sibaliria e Antidiplomatico. 


Buona lettura



Le linee sottili dell’Islam

Le linee sottili dell’Islam

Il 25 e il 27 agosto scorsi, A Grozny,in Cecenia,oltre duecento tra giurisperiti,studiosi e imam del mondo musulmano sunnita avevano deciso di espellere il pensiero wahabita dalla giurisprudenza sunnita. Tanto di cappello a questa presa di posizione,dopo anni di silenzio di fronte ai devastanti effetti collaterali di questa ideologia del terrore nata nel XVIII in Arabia Saudita con la benedizione dei coloni britannici. Adesso bisogna fare un altro passo ancor più faticoso : risvegliare la coscienze cloroformido che hanno confuso i precetti dell'islam sunnita con i deliri del wahabismo, e fargli finalmente notare che la differenze dottrinali tra loro e i loro correligionari sciiti sono molto sottili. Vorrei cominciare dal primo punto fondamentale : entrambi credono ad un solo Dio e ad un solo Corano rivelato allo stesso profeta : Muhammad (saas) 
(Maometto)

Una di queste sottili linee dottrinali sta nel fatto che gli sciiti hanno ereditato il sapere di Maometto e la sua linea interpretativa del corano,composta da pratiche e detti vari (la famosa '' sunna '' la seconda fonte giuridica dopo il Corano) attraverso la sua discendenza ( i famosi dodici imam infallibili ). Seguono un unica scuola giuridica fondata dall'Imam Ja'afar Sadiq, pronipote del profeta e sesto dei dodici imam infallibili. 

I dodici imam infallibili sono : 

1 ʿ-Alī ibn Abī Ṭālib (m. 661)  

2 - Ḥasan ibn ʿAlī ibn Abī Ṭālib (m. 669)

3 - al-Ḥusayn ibn ʿAlī ibn Abī Ṭālib (m. 680)

4 - Alī ibn al-Ḥusayn, detto Zayn al-ʿĀbidīn, (Ornamento dei devoti )(m. 712)

5 -  Muḥammad ibn ʿAlī, detto al-Bāqir (m. 731)

6 - Jaʿfar ibn Muḥammad (m. 765) ( detto Ja'afar Sadiq)

7 - Ismāīl ibn Jaʿfar

7- Mūsā ibn Jaʿfar, detto al-Kāẓim (m. 799)

8  ʿAlī ibn Mūsà, detto al-Riḍā (m. 818)

9 - Muḥammad ibn ʿAlī, detto al-Ṭaqī o al-Jawād (m. 835)

10 ʿAlī ibn Muḥammad, detto al-Naqī‘ o al-Hādī (m. 868)

11 - al-Ḥasan ibn ʿAlī, detto al-ʿAskarī (m. 874)

12 - Muḥammad ibn al-Ḥasan, detto al-Mahdī ("occultatosi" nell'874)




 N.B il termine'' Ibn '' significa '' figlio di''


Quindi credono che la loro interpretazione dell'Islam e del Corano siano quelli autentici predicati e applicati dal profeta 1400 anni fa,e questo per via della rigida catena di trasmissione del sapere che parte da Maometto,per poi passare da Ali,Fatima ( la figlia ) e i loro figli, Hassan e Hussein,per poi protrarsi attraverso i loro discendenti,che nel corso dei secoli si sono tramandati il sapere da padre a figlio. I musulmani sciiti credono che sia Dio,attraverso il Corano,che il profeta,attraverso i suoi detti,abbiano legittimato Ali Ibn Talib,suo cugino e marito di Fatima ad essere la guida politica e spirituale della comunità islamica dopo la morte di Muhamad (saas).

I sunniti invece credono che chiunque abbia conosciuto il profeta o suoi compagni più fedeli sono degni alla guida politica e spirituale della comunità islamica (la Umma) e alla trasmissione del sapere di Maometto e della sua linea interpretativa del Corano. Ragion per cui la giurisprudenza dell'islam sunnita,applicata dal 90 % dei musulmani nel mondo,è regolata da ben quattro scuole giuridiche  (scuola hanafita - scuola malikita- scuola shafiita - scuola hanbalita) fondate da quattro imam apparsi 150 anni dopo la sua morte e le varie guerre civili scoppiata tra gli stessi compagni del profeta.

Gli imam fondatori delle scuole giuridiche sunnite sono :


L'Imam Abu Hanifa al N'uman ibn Thabit ( nato nel 699 - morto nel 767 DC)

L'imam Malik ibn Anas (nato nel 711 - morto nel 795 DC )

L'imam Shafii ( nato il 767 — morto 820 DC )

L'imam Ahmed Hanbali. ( morto il 855 DC )

Maometto mori' l'8 giugno 632 dopo Cristo.

I dotti dei due rami principali dell'Islam sono d'accordo sul fatto che uno dei fondatori di delle sopracitate scuole sunnite, L'imam Abu Hanifa (fondatore della scuola hanafita) fu contemporaneo e allievo del fondatore dell'unica scuola giuridica dei musulmani sciiti : L'imam Ja'afar Sadiq,il pronipote di Maometto.E che in seguito tramandò il suo sapere al suo allievo,l'Imam Malik Ibn Anas,che fondò a sua volta un altra scuola giuridica ( la scuola malikita)

Un altra differenza,dettata più dall'ignoranza che da motivi ideologici,è riscontrabile nella posizione verso i nemici e i carnefici della discendenza del profeta,come i califfi Omayadi e Abbassidi,che nel corso dei secoli tentarono di cancellare dalla faccia della terra qualsiasi traccia della discendenza del profeta. Gli sciiti maledicono tali califfi,colpevoli di aver tentato di far scomparire '' l'islam autentico '' per motivi prettamente politici,mentre i sunniti contemporanei invece non hanno assunto alcuna posizione verso di loro
Lo strano caso dell’arabo contemporaneo …

Lo strano caso dell’arabo contemporaneo …

Ultimamente nelle conversazioni con amici arabi ho tristemente notato che i crimini di Israele e la questione palestinese sono completamente scomparsi. Le masse arabe hanno dimenticato la questione che per anni aveva legato i loro destini come un forte collante,e pare che l'entità sionista sia finalmente riuscita a non far più parlare di se,e far apparire i suoi nemici,e cioè '' l'asse del male'' (Iran,Hezbollah e Siria) come i nemici di tutti. Quando vi ritroverete al cospetto di amici arabi, possibilmente magrebini,fate un esperimento sociale. Prendete l'argomento Palestina e ripetete lo slogan coniato durante la rivoluzione islamica in Iran, '' El Mawt li Israil '' ( Morte a Israele ) e attendete le prime reazioni allergiche. Verrete subito tacciati di terrorismo e di essere vicini al regime degli ayatollah.
Citate '' Yawm el Quds '' ( la Giornata di Gerusalemme ) evento in cui tutte le masse musulmane concentrate nel triangolo controllato dall'''Asse del male '' denunciano con forza i crimini del sionismo nel mondo e rivendicano la liberazione della Moschea di Gerusalemme ( Al Quds). Tenete bene in mente che la radice di questa loro bizzarra reazione è la paura verso un immaginaria '' persianizzazione '' delle loro società ( non lo dico io,ma un recente sondaggio di Al Jazeera dove gli arabi hanno accusato la repubblica islamica dell'Iran di essere all'origine di tutte le instabilità politiche e sociali del Medioriente)
La '' sionizzazione '' del mondo arabo è quasi completata e,tra non molto i cittadini arabi cominceranno a vedere in Israele uno scoglio dietro cui riparasi in vista di una possibile avanzata iraniana contro le loro società.
Chissà come siamo arrivati a questo punto....
Syria: a cinematic revolution

Syria: a cinematic revolution

I’ve just published this piece on Hyperallergic that I’d love to share here. It’s about what I feel to be a “new wave” in Syrian cinema…   A New Wave of Syrian Films Exposes the Failure of Images   Still from Avo Kaprealian’s ‘Houses Without Doors’ (2016) (image courtesy Bidayyat and Avo Kaprealian jointly)   […]
L’Iran e la “Siria utile”

L’Iran e la “Siria utile”

(di Hanin Ghaddar*, per The Washington Institute. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio). Con l’aiuto militare dell’Iran il regime del presidente siriano Bashar al Asad  sta accelerando l’evacuazione dei sobborghi sunniti […]
Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Nel Maghreb è la Tunisia ad avere il minor numero di berberofoni, ma il primato nella "folklorizzazione" del loro patrimonio. Dopo la rivoluzione, gli attivisti amazigh stanno cercando di restituire importanza a una cultura ridotta per decenni ad attrattiva turistica.





Tra i paesi del Maghreb, la Tunisia detiene il minor numero di berberòfoni (1) e allo stesso tempo il primato nella "folklorizzazione" del patrimonio amazigh (berbero, ndt): Matmata e le sue case troglodite, i tappeti berberi, il couscous berbero, la tenda berbera…elementi dei quali Mongi Bouras, curatore del museo di Tamerzert (2) mostra tutta la studiata artificiosità.

Il tratto distintivo “berbero” appare come una garanzia di autenticità, il contrassegno del carattere locale, ancestrale ma anche emblema di un passato destinato al consumo del turista.

Il patrimonio amazigh non è un tabù né un fardello, come è stato a lungo per il Marocco, ma appartiene alla storia del paese e rappresenta un aspetto, locale e relativo, del retaggio che contribuisce a formare il “mosaico” della Tunisia mediterranea e tollerante. 

Le ricerche universitarie in materia, però, difficilmente risultano imparziali. Per molti sociologi tunisini rimane almeno una “minoranza berbera” locale, della quale i tratti comuni con il Marocco e l’Algeria non possono essere negati, ma che manca di un ancoraggio concreto rispetto alla società attuale.

Al contrario, gli storici della facoltà La Manouba a Tunisi, riabilitano da qualche anno gli studi sui “patrimoni minoritari” tra i quali appunto quello amazigh.

La dimensione politica amazigh invece non è mai esistita in Tunisia, anche se sono presenti pulsioni nazionaliste arabe che temono una possibile "coesione berbera" con le realtà degli altri paesi della regione.

Rim Saidi, presentatrice tunisina del canale Nessma Tv, aveva timidamente affermato di avere un nonno berbero, dando vita ad un’aspra polemica che ha alimentato la teoria del complotto sionista e anti-musulmano del canale.

Contrariamente all’Algeria e al Marocco, dove risiedono identità più definite e radicate, in Tunisia, “Amazigh” non è considerato (ancora?) il contrario di “Arabo”.

Non entra neanche pienamente in conflitto con l’islamismo del partito Ennahdha o con il nazionalismo arabo del partito CPR (Congrès pour la République, di Marzouki, ndt); attivisti di associazioni locali del sud-est hanno sostenuto i due partiti alle ultime elezioni e continuano a farlo anche oggi. Inoltre, sfatando il mito della “berbericità” laica, essa può declinarsi perfino in un Islam conservatore come nel caso dell’Ibadismo di Djerba (3).

Per i berberòfoni della Tunisia, essere amazigh non ha molto senso al di fuori del fatto di parlare la lingua in famiglia, nel villaggio, o a Tunisi, per non essere capiti dagli altri.

Finora la lingua amazigh, che come in tutti i paesi del Maghreb varia da regione a regione, appare niente di più che un tocco locale, un patrimonio familiare, una caratteristica quasi personale della quale non ci si domanda né l’origine né il futuro. 

Lo sviluppo del turismo maghrebino nelle regioni berberòfone (4) e l’emigrazione in Francia hanno permesso il contatto tra amazigh provenienti da differenti regioni del Maghreb.

Questi contatti, di amicizia o di militanza, hanno aiutato la concettualizzazione di una lingua amazigh non più relativa al locale o al nazionale, ma estesa a tutto il nord Africa. Hanno favorito la riflessione sulla sua importanza storica, culturale e identitaria.

Da alcuni anni, attivisti marocchini e algerini indipendenti o legati al Congès Mondial Amazigh (CMA) mantengono relazioni con tunisini propensi alla militanza in loco, ma più spesso in Francia, soprattutto a Parigi.

Alla caduta del regime autoritario di Ben Ali, prende forma la prima associazione tunisina per la cultura amazigh (ATCA), durante una riunione preparatoria del CMA tenutasi simbolicamente a Tataouine nell'aprile 2011, simbolo di una rinascita berbera imminente in Tunisia come in Libia.

Durante l’assemblea dell’ultimo CMA, che ha avuto luogo per la prima volta dalla sua fondazione in Tunisia (Djerba, settembre 2011), l’elezione del presidente libico, Fathi Benkhalifa, permette di allargare i confini della militanza amazigh alla Libia, fino ad allora esclusa a causa della dura repressione del regime di Gheddafi contro l'attivismo berbero.

L’espressione dell’identità amazigh in Libia interagisce così con la nascente militanza tunisina. Interessi di tipo commerciale e familiare hanno da sempre legato tunisini del sud-est e libici dell’ovest, ma le ripercussioni politiche tra 2011-2012 hanno creato un nuovo spazio di dibattito identitario e politico.

Nel 2011, tra i numerosi rifugiati libici, alcuni berberofoni trovano rifugio nel sud-est tunisino. Parallelamente, l’appena nata associazione amazigh di Djerba (Guellala) organizza alcuni incontri con i libici di Djeb Nefoussa, alla ricerca di un’identità comune di cui la lingua sarebbe una prima prova (le varietà di berbero di Djeb Nefoussa in Libia e di Gellala in Tunisia, separate da un centinaio di chilometri, sono simili).

Attualmente, per le associazioni locali del sud-est tunisino, la militanza “sul campo” privilegia la salvaguardia di un patrimonio linguistico e artistico vivente, onorato da serate musicali o da altre iniziative mirate.

Oggi alcuni giovani provenienti da villaggi berberofoni sperduti e isolati (Taoujout, Zraoua) sperano di accelerare lo sviluppo (strade, acqua ed elettricità correnti, bar, internet point) servendosi della berberità come elemento catalizzatore.

Infine, soprattutto a Tunisi, “la militanza amazigh” diventa il simbolo culturale per una certa opposizione di sinistra nel contesto post-elettorale, quella di una cultura sindacale laica e di un anti-nazionalismo arabo. E così i primi “io non sono arabo” indirizzati al governo, appaiono sui profili Facebook.

Da parte sua lo Stato, tramite il ministro alla cultura Mehdi Mabrouk, presenta la Tunisia come una nazione araba e musulmana aperta alla pluralità (ta’adoudiya) e rifiuta la categorizzazione di “minoranza” (aqaliyyat) per la cultura berbera, che classifica nella “diversità culturale” (tanawa’ thaqafi), adeguando la definizione alla carta dell’UNESCO.

Nella Tunisia post-rivoluzione, lo Stato sembra aver capito l’importanza della questione: “Non si può essere una democrazia senza essere aperti alla diversità culturale” afferma il ministro.

Tuttavia, in seguito alla diffusione di un reportage televisivo sugli amazigh in Tunisia, il settimanale di orientamento islamista El Fajer pubblica un articolo (5) che scatenerà le reazioni negative degli attivisti amazigh. Il giornalista denuncia che “la maggior parte dei militanti amazigh di Tunisi abitano all’estero, soprattutto in Francia” e che questo gruppo “etichettato laico” (tâbi’a al ‘almâni) cerca di “fondare una nuova identità al di fuori dell’ambito dell’identità religiosa”.

Ma l’attacco più insopportabile per gli attivisti è quello che riduce la loro cultura a “resti di spazzatura, dei quali neppure i polli si nutrirebbero”.

E’ proprio questa assimilazione della cultura amazigh a resti, rovine, tracce culturali che vanno perdendosi, a persone semplici e povere, che indignano la comunità militante amazigh.

Le associazioni tunisine ma anche quelle marocchine, hanno pubblicato comunicati increduli riguardo all’articolo di El Farej. Tra questi spicca la risposta di un membro dell’associazione ATCA, firmato ironicamente "Un abitante di Tamezret, villaggio di uomini preistorici".

L'attivista ricorda la sua prigionia e l’esilio forzato di 30 anni sotto i regimi precedenti (per la sua militanza sindacale), colloca la Tunisia nella Tamazgha al koubra ("lo spazio amazigh transnazionale") e informa sul recente insegnamento della grafia tifinagh a Tunisi.

Ripristina così la dimensione della civiltà (scrittura, storia) berbera che il giornalista aveva screditato.

Ma la reazione ufficiale, pubblicata sullo stesso giornale filo-islamista la settimana successiva, proviene dal presidente dell’associazione Azrou pour la culture amazigh, Arafat Almahrouk.

Dal villaggio di Azrou, dove Ennahdha ha ottenuto il 70% dei voti alle ultime elezioni, egli afferma che la questione amazigh non è legata ad un’ideologia politica, che è nazionale e che non offende la religione musulmana.

Ed è proprio questa la realtà delle cose a livello locale: non entrare in opposizione diretta con il partito islamista Ennahdha nelle regioni che hanno, d’altronde, aderito alla sua ideologia.      


[Articolo di Stephanie Pouessel, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it]


(1) Dai principali studi sull’argomento, è stato stabilito che rappresentano circa l’1% della popolazione ; un militante amazigh di Tunisi, l'ottobre scorso, ha affermato che i berberi sarebbero in realtà più del 10%. In ogni caso, questa debole percentuale deriva dalla conquista islamica del Maghreb che ha significato l'arabizzazione quasi completa della regione; in aggiunta, dall’indipendenza, la Tunisia registra il più elevato tasso di alfabetizzazione in arabo tra i paesi del Maghreb

(2) Villaggio situato nel sud-est tunisino, regione di Matmata

(3) Uno Cheikh ibadita berbero di Guellala spiega che la lingua berbera è sopravvissuta sull’isola di Djerba grazie alla presenza millenaria del culto ibadita, testimonianza televisiva nel programma “Fissamim” che dedica un servizio alla cultura amazigh, canale Ettounsiya, 2.11.2012.

(4) Regione di Matmata – Tamerzet, Zraoua, Taoujout ; regione di Djerba – Guellala, Sedouikch, Ajim ; regione di Tataouine – Douiret, Guermessa, Chenini.

(5) Salim Al-Hakimi, “man yourid tahrik khouyout al fitna al amazighiya fi tounis ?” (Chi vuole alimentare le divisioni in Tunisia ?), Al Fajer, 16.11.2012, p.9.



Egitto, la app per segnalare gli arresti. “Frequenti detenzioni arbitrarie e processi farsa”

Mentre le autorità egiziane continuano a temporeggiare e a non dare risposte sui colpevoli della morte di Giulio Regeni, le sparizioni forzate restano un fenomeno ampiamente diffuso nella dittatura dell’ex generale Abdel Fattah El Sisi. Così il lavoro degli attivisti si è spinto sino all’utilizzo della tecnologia e l’Egyptian Commission for Rigths and Freedom (Ecrf) ha […]

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Egitto, stretta su costruzione delle chiese. Cristiani si dividono: “Passo avanti”. “No, copti trattati ancora come minoranza”

Martedì scorso il parlamento egiziano ha approvato, con il voto a favore di due terzi dei 596 parlamentari, una nuova legge che regola la costruzione delle chiese. Un provvedimento che negli ultimi mesi aveva acceso delle speranze tra la minoranza copta del Paese, che costituisce circa il 10% dei 90 milioni di cittadini che vivono […]

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Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Dal novembre 2011 il panorama mediatico marocchino si è arricchito di un canale di espressione coraggioso e innovativo, tanto nella forma che nei contenuti. Si tratta del sito di informazione qandisha.ma, piattaforma partecipativa e dichiaratamente femminista che ha aperto le frontiere del citizen journalism nel regno.





[Arab Media Report] Tra le sue peculiarità, la capacità di restituire il prisma polifonico di una società in cambiamento e  la presenza di una redazione "fluida" dove i collaboratori sono affiancati da decine di contributors occasionali, figure del mondo accademico, dell'arte e in generale "ogni marocchina che voglia presentare un testo in lingua araba, francese o inglese", fa notare la "qandishette" Souad Debbagh. La linea editoriale è sintetizzata in tre punti: emancipazione, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Blog collettivo, tribuna libera che dà voce alle donne di ogni estrazione o categoria, le definizioni per riassumere questa esperienza non mancano, come ricorda l'ideatrice del progetto Fedwa Misk. Dottoressa di formazione e giornalista di professione, animatrice di un caffè letterario a Casablanca, per questa trentenne dai modi eleganti e l'animo combattivo Qandisha è il risultato di una scommessa.

"Pensavo a qualcosa di diverso dalle riviste femminili già esistenti - afferma la Misk - sottomesse al modello della pubblicità, al triangolo cucina-moda-bellezza e disconnesse dalla realtà del paese". Realtà che, nonostante gli avanzamenti introdotti nel 2004 dalla Mudawwana (codice della famiglia) e le quote rosa in Parlamento, continua a relegare la donna in una posizione di inferiorità, complici la mentalità conservatrice e una legislazione ancora largamente discriminatoria.

La scommessa è vinta. Mentre le riviste cartacee - di genere ma non solo - hanno registrato un calo di vendite notevole negli ultimi anni (fonte Ojd), Qandisha è riuscita a fidelizzare un lettorato ben più ampio della cerchia di amici e sostenitori immaginata dalla Misk: 10 mila ingressi unici a pochi giorni dal lancio, centinaia di visite giornaliere, commenti, polemiche, condivisioni. Alcuni articoli sono stati perfino ripubblicati dalle testate straniere Le Courrier International e Rue89.

Il successo del sito è legato all'abilità nell'alternare denunce e toni roventi - campagne per la legalizzazione dell'aborto e la depenalizzazione delle relazioni extraconiugali - a pezzi più "leggeri" ed ironici. Ma anche alla forza delle testimonianze, in grado di tratteggiare i contorni di una geografia femminile fatta di pressioni, privazioni, stereotipi e lotte troppo spesso silenziose. Dalla libertà di disporredel proprio corpo, di esibirlo come di nasconderlo, alla rivendicazione dei diritti delle bracciantinelle serre e delle domestiche-bambine.   

Per Qandisha non ci sono piccole o grandi battaglie, ma una ricerca costante di dignità che vede nel femminismo un valore quotidiano. "Smuovere le coscienze ed incidere sul pensiero comune è un processo lungo, non si cambiano percezioni e atteggiamenti dall'oggi al domani. Ne siamo consapevoli e cerchiamo di contribuire con gli strumenti che ci sono più congeniali", risponde Fedwa Misk a chi la accusa di rifugiarsi dietro ad un computer disertando la vera battaglia, sul terreno.

L'obiettivo della giornalista, semmai, è proprio quello di ridurre la distanza dal virtuale al reale, anche nelle sue sfaccettature più crude. Ad esempio, riportando casi di cronacagiudiziaria dove le donne vengono penalizzate dall'essenza patriarcale che permea i tribunali, oppure rispondendo ai tentennamenti della ministra Bassima Hakkaoui - in tema di violenza sulle donne - con la pubblicazione di alcune testimonianze e osservazioniscritte da ragazze vittime di abusi.

Una simile libertà di parola, del resto, sembra possibile soltanto sul web, dopo che la stampa indipendente ha subito a più riprese la censura del governo. "Per i marocchini internet è ormai uno spazio di espressione vitale, che cerca di ovviare all'assenza di un dibattito pubblico", continua la Misk secondo cui, sebbene il paese non abbia conosciuto rivoluzioni né cambiamenti effettivi, "il passaggio della primavera ha comunque permesso di incrinare tabù e ipocrisie".





L'esistenza di Qandisha lo conferma. "Aprirsi, raccontarsi, prendere posizione è un passo necessario affinché le donne possano uscire dalla dominanza del pensiero maschile e divenire pienamente cittadine". Ma Qandisha non è nemmeno un universo esclusivamente femminile: la rubrica tenuta "da un uomo" (anonima, sebbene gli autori siano molteplici) è tra le più seguite, mentre la metà degli iscritti al gruppo facebooksono maschi. "La prova che un cambio di prospettive è possibile, che c'è interesse nel condividere punti di vista ed esperienze".

Le reazioni suscitate nei commenti o sui social network, tuttavia, oltrepassano a volte la soglia del confronto e del dibattito per degenerare in insulti e minacce. La libertà dei toni e il carattere degli argomenti affrontati espone la piattaforma ad attacchi e ostilità: il sito è stato piratato due volte, l'ultima dopo aver pubblicato l'intervento di un giovane omosessuale.

"Sapevamo fin dall'inizio che la nostra voce avrebbe dato fastidio - chiarisce la Misk -. La scelta del nome, del resto, non è casuale: Qandisha nella mitologia locale è un demone, una donna capace di stregare gli uomini che la circondano. Per il suo lato diabolico, secondo la leggenda, ma io dico per la sua forza, la sua bellezza e la sua intraprendenza. Ci aspettavamo di essere demonizzate così abbiamo preferito rivendicare a viso aperto la nostra 'eresia' piuttosto che nasconderci".

Una critica invece che la fondatrice sposa senza reticenze è l'eccesso di editoriali e articoli d'opinione rispetto alle inchieste e alla sezione notizie. Un limite - spiega - legato alla natura volontaria del progetto e alla ristrettezza dei mezzi finanziari. Anche per questo, nelle ultime settimane, Qandisha sembra essere entrata in una fase di riflessione - a cui va ricondotto il calo degli aggiornamenti - preludio ad un rilancio in grande stile.

Per la redattrice "serve un modello economico che possa sostenere il nostro lavoro senza snaturarne le fondamenta. Sul tavolo abbiamo offerte pubblicitarie e donazioni che ci permetterebbero di professionalizzare almeno parte dei contributi proposti. Stiamo valutando".

Di certo nel futuro prossimo del collettivo si assisterà alla nascita di una radio web accessibile dal sito. Uno strumento fondamentale, in un paese dove si legge poco e quasi metà della popolazione - femminile in primis - è analfabeta, per ridurre distanze geografiche e sociali, diversificando pubblico e canali di comunicazione, e per dare maggior efficacia al messaggio di emancipazione di cui Qandisha si è fatta portatrice.

(Articolo pubblicato sul sito di informazione Arab Media Report)

Regeni, Barani recidivo ai media egiziani: “Il governo Al Sisi è vittima del caso”

Qualcuno lo ricorderà per aver mimato un rapporto orale durante un dibattito al Senato, oppure per aver messo a punto un piano – mai attuato – per trafugare la salma del defunto Bettino Craxi da Hammamet. Ma da alcuni giorni Lucio Barani, senatore verdianino di Ala (Alleanza liberalpopolare-autonomie), è il volto della riappacificazione tra Roma e […]

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Venti parole per parlare di Islam

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"Islam in 20 parole" di Lorenzo Declich (Laterza, 2016). La religione islamica e le sue espressioni confessionali. Il rapporto fra religione e politica e il quadro storico. La geografia del mondo arabo, l'Islam nel XXI secolo e l'Islam "percepito".

Terrorismo, l’attacco di Rouen segna un cambio di strategia dell’Isis: per il Corano i luoghi di culto sono inviolabili

L’attacco alla chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray segna una svolta nella sequenza dei numerosi atti di violenza perpetrati in Europa negli ultimi mesi in nome dello Stato Islamico. Nessun attentato avvenuto nella nostra sponda del Mediterraneo aveva, infatti, mai colpito un luogo di culto. Inoltre, la violenza contro membri ed edifici delle religioni abramitiche (cristianesimo, islam ed ebraismo) è […]

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In Siria i Pokémon sono tra le macerie

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(di Anealla Safdar, per al Jazeera. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio). Mentre nella sua città natale, Aleppo, continua il declino portato da cinque anni di guerra, Khaled Akil si è […]
La voce di Manbij, prima della “liberazione”

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(di Lorenzo Trombetta, Ansa). Intrappolati “come uccelli in gabbia”, esposti ai bombardamenti della Coalizione filo-Usa, agli spari dei cecchini curdi e alle rappresaglie degli ultimi jihadisti dell’Isis rimasti in città: […]

Giulio Regeni, “le verità ignorate” sull’omicidio del ricercatore italiano

La morte di Giulio Regeni non è un caso isolato ma fa parte della “banalità del male” insita nel regime del presidente egiziano Abdel Fattah El Sisi. E’ questo il filone su cui si sviluppa il libro “Giulio Regeni. Le verità ignorate”. L’instant book, scritto dall’esperto di Islàm Lorenzo Declich – e pubblicato da Alegre […]

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A Beirut il cambiamento deve attendere

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(di Flavio Edoardo Restelli, per SiriaLibano). A Beirut, come in tutto il Libano, si sono concluse le elezioni municipali. Un cambiamento era nell’aria – e ci resta, per ora. Perché dalle […]
Le “poesie più belle” di Nizar Qabbani

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(di Francesco Medici*). Il 14 dicembre 1849, presso l’Accademia Siriana (al-Ǧam‘iyyah al-sūriyyah), Buṭrus al-Bustānī (1819-1883) teneva il suo celebre discorso sull’istruzione femminile (Ta‘līm al-nisā’), inaugurando quel vasto e fecondo dibattito […]
L’ideologia ai tempi del califfato

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L’ultima dal “califfato” l’abbiamo sentita qualche giorno fa: distruggere le antenne satellitari che sarebbero colpevoli di portare la propaganda nemica sul territorio controllato dal cosidetto “Stato Islamico” (ISIS, Daesh). Da Raqqa e da altre “wilayat” (le province del califfato) sono arrivati video come questo, che ricordano un pò i vecchi atti luddisti, la rage against […]
Loose thoughts on social media theory, Syria, and digital naked lunches

Loose thoughts on social media theory, Syria, and digital naked lunches

I recently had the great chance of reading Geert Lovink’s latest book “Social Media Abyss” (just out for Polity Press) and his essay “On the social media ideology” which is part of an ongoing research. Both are pushing me to think more about what we are really talking about when we talk about social media..what […]
Syria Off Frame opens in NYC

Syria Off Frame opens in NYC

“Syria Off Frame”, the exhibition I curated last year within the Imago Mundi Project that features 141 Syrian artists, just opened last monday at the Pratt Institute in Brooklyn, NYC.   Meanwhile, we launched the catalogue of the exhibition in three languages (Italian-English-Arabic). For those who are interested, you can find it here. These are […]
Dimenticati

Dimenticati

Lui è Kamal,venditore ambulante di origini marocchine residente a Palermo.La fotografia risale a Gennaio,quando ci eravamo incontrati per un ultimo caffè,in un bar del centro storico palermitano,prima del mio viaggio di ritorno in Lituania. Il suo è il ritratto di chi non ne può di vestire i panni dell'ultima ruota del carro della società palermitana,e difficilmente dimenticherò quel pomeriggio palermitano per la storia che mi aveva raccontato. Una storia fatta di abusi di potere mista a razzismo e violenza da parte di una squadra della polizia municipale capeggiata da un vigile urbano soprannominato '' Bruce lee'',lo stesso che nel Marzo del 2011, aveva vessato il venditore ambulante Noureddine Adnane,spingendolo a darsi fuoco per la disperazione. Siamo nel Gennaio 2011 e Kamal si trovava con la sua bancarella in viale Campania,nei pressi di un mercatino. L'incubo comincia quando una squadra di vigili urbani,famosa per i modi particolarmente violenti nella repressione del commercio ambulante,bloccano Kamal intento a spostare la bancarella. L'agente '' Bruce lee'' lo afferra da dietro per la cinta. Kamal si agita e chiede di mostrare i documenti che lo autorizzano alla vendita ambulante quando il vigile gli risponde : Non m'interessano i documenti, io voglio te '' . Gli animi si agitano e il giovane marocchino viene spintonato e tirato per la maglia dai vari vigili urbani e ammanettato. Condotto alla questura di San Lorenzo Kamal viene ripetutamente picchiato dall'agente che lo aveva bloccato. Schiaffi,calci e pugni sui fianchi. Il soggiorno in questura è un inferno,e dopo le percosse,gli aguzzini in veste da poliziotto,dopo aver compilato alcuni documenti sotto la supervisione dell'agente '' Bruce lee'' comunicano a Kamal che verrà condotto in tribunale. Una notte in camera di sicurezza per poi essere condotto in tribunale dove viene a sapere che sarà processato per aver picchiato tre agenti della polizia municipale : due donne e un uomo. Kamal,stremato dalla fame e dalle percosse subite,sviene. Viene ricoverato al pronto soccorso dove i medici gli trovano segni di violenza nella parte bassa della schiena e sulla testa.In tribunale la testimonianza dei vigili urbani ha dell'incredibile. Una vigilessa racconta che Kamal le aveva tirato i capelli dopo avergli chiesto i documenti. Quell'altra lo accusa di ingiurie : ''Puttana,le donne devono stare a casa perché nei paesi islamici si fa cosi ''. L'uomo invece,racconta di essere stato preso a calci dal giovane marocchino. Il processo va avanti,e in mancanza di testimoni,il tutto va a sfavore di Kamal,che incassa in silenzio l'ennesimo pugno di una società incattivita e sempre più intollerante verso il diverso. La sua storia non mi sorprende. Per esperienza personale (quell'anno e mezzo nel corpo della marina militare insegna) vi dico che gli ambienti militari e delle forze dell'ordine sono focolai di fascismo. Adesso che non ho il piacere di condividere con lui un caffè e di parlare del destino del mondo arabo,lo seguo mentre aggiorna la sua bacheca con post carichi di rabbia e amarezza. L'ultimo in ordine cronologico dice : ''La colpa di avere una coscienza : io sono colpevole di reati e uno dei più gravi reati che ho è di essere una persona onesta,per bene''

Una nuova droga dell’ego : Il tasto ” Mi piace ”

Una nuova droga dell’ego : Il tasto ” Mi piace ”


Più tempo trascorro su facebook e più chiedo a me stesso se è possibile trovare una via di mezzo salutare tra la vita virtuale di facebook e quella reale. Tra il mondo on line e offline. Possiamo dire che il social network Facebook è un ottimo strumento quando si viaggia e si vuole mandare notizie alla propria famiglia a casa. Ma personalmente comincio a percepire un pericolo che non tutti hanno ancora percepito. Questo pericolo lo vedo nel tasto '' Mi piace '' che affianca qualsiasi nostro aggiornamento o commento. Vedo questa opzione come una sorta di droga dell'ego che crea dipendenza quanto l'eroina o qualsiasi altra droga pesante. Mi spiego meglio ; più il tuo selfie,il tuo post,la tua riflessione,o semplicemente la tua battuta di spirito riceve apprezzamenti tramite il tasto '' Mi piace '' e più la dipendenza cresce. Cresce sino a distogliere completamente la tua attenzione dalle normali pratiche quotidiane nel mondo offline. Al punto da mercificare qualsiasi momento della tua vita quotidianità in cambio di un '' Mi piace ''. Creando automaticamente delle vere e proprie finestre virtuali sulla tua vita privata. Questa ricerca maniacale del '' Mi piace '' non è altro che un effetto collaterale della carenza di autostima causata dalla carenza di relazioni sociali nella vita reale,a sua volta effetto collaterale dell'atomizzazione della società contemporanea causata dall'invasione della tecnologia nella sfera privata degli individui. Siamo animali sociali,e come tali ricerchiamo il nettare per nutrire la nostra autostima nelle relazioni sociali con altri individui. Ma in molti non hanno ancora capito che il '' Mi piace '' facebookiano (e adesso le faccine,l'ultimo trovata di Zuckenberg per umanizzare facebook) non sarà mai migliore di una chiacchierata,di una pacca sulla spalla,di una stretta di mano,di un sorriso o di una qualsiasi reazione umana del mondo offline. 
In pochi lo hanno capito,e lo dimostrano le impennate di facebook in borsa,e tutte quelle persone che mi chiedono '' l'amicizia''  senza neanche aver tentato di conoscermi nella vita reale,e vantandosi di essermi '' amico ''. Oppure il vicino di casa che nel mondo online di facebook clicca '' Mi piace '' ai miei aggiornamenti e nella vita offline mi porge un timido saluto. Certo,facebook è un ottimo strumento per far circolare notizie e informazioni,ma se prima avevamo una carenza d'informazioni,dovuta anche alla graduale scomparsa della figura del giornalista ,adesso abbiamo una sovrabbondanza di informazioni causata dalla nascita della figura del cittadino-giornalista. E si sa che il nostro cervello,secondo il parere di molti neurologi,non è in grado di immagazzinare un eccessiva mole d'informazioni in pochi minuti. Il cervello si stanca,e spesso capita di non riuscire a leggere un post sino alla fine,provocando cosi un altro effetto collaterale : La perdita della capacità della concentrazione.  Vi capita mai che dopo aver spulciato la home di facebook,o l'aver '' spiato '' le vita di qualcuno pubblicata nel profilo,o della lettura di tanti post in pochi minuti, trovate difficoltoso concentrarvi nella attività della vita reale ? Oppure di distrarvi facilmente quando qualcuno vi parla. Oppure di non riuscire ad arrivare alla fine di una pagina di un libro? 

Purtroppo anche io,che parlo di questi effetti collaterali da social network,non ne sono immune,dato che quasi tutta la società si è letteralmente trasformata in '' una comunità di profili connessi '' che interagiscono tra di loro tramite messaggi privati,commenti o aggiornamenti. Oggi una cancellazione da facebook equivale a un totale isolamento dal mondo reale,ormai completamente fuso al mondo virtuale.  Sono finiti quindi i tempi delle lettere d'amore scritte ? Delle discussioni politiche fatte in una piazza pubblica,o di una sana chiacchierata davanti a un caffè ? Non chiedo di abolire facebook,ma di cominciare a pensare a una sorta di '' libretto d'istruzioni '' che spieghi a tutti gli utenti gli effetti indesiderati di un abuso di facebook. Un po come si fanno con i medicinali. 





Dove sono gli arabi ?

Dove sono gli arabi ?

L'unico movimento di resistenza al Sionismo viene classificato dai regimi arabi come '' organizzazione terrorista ''.
Da piccolo,quando mio padre mi costringeva a guardare i telegiornali arabi,un po per imparare la lingua araba e un po per conoscere la triste realtà del popolo palestinese nei territori occupati dallo Stato sionista, mi commuovevo quando ascoltavo la frase urlata da una donna palestinese '' Eina el arab !!? '' (dove sono gli arabi ?). Me lo chiedevo anche io quando vedevo le bombe al fosforo piovere sopra Gaza,e se lo chiedevano tutti quelli che,seppur distratti dalla mondanità e dai problemi della vita occidentale, hanno a cuore la questione palestinese. Qualche mese fa i ministri degli esteri arabi hanno classificato Hezbollah,l'unico movimento di resistenza arabo e musulmano capace di tenere testa ad Israele,come '' organizzazione terrorista '' .

''Dove sono gli arabi'' ?
Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

Varoufakis’ DiEM25 and the politics of the self(ie)

Last week I entered the Acquario Romano, a historic gorgeous building in the surroundings of the main train station in Rome, eager to breath some fresh air in the lately very depressing hallways of politics. Yannis Varoufakis was there to launch his newborn movement, DiEM25: an ambitious name that stands for “Democracy in Europe Movement” […]
Il fascismo genera fascismo

Il fascismo genera fascismo


Non saprò mai cosa provava un ebreo nell'Italia fascista. Di certo le sue paure non saranno diverse dalle mie quando nascondo la mia appartenenza etnica agli occhi di un europeo,o peggio ancora,di un italiano. Tutto comincia quando mi viene fatta la fatidica domanda : Dove sono nati i tuoi genitori ? E se un tempo andavo fiero delle mie radici magrebine,adesso che sono circondato da menti e coscienze disinformate,cerco di nascondere qualsiasi traccia di questa eredità culturale dei miei antenati. Ma i miei occhi,i miei tratti somatici,e sopratutto questa mia predisposizione alla spiritualità ereditata molto probabilmente da qualche antenato nordafricano,gettano continuamente sospetti su di me. A poche giorni dall'arresto del terrorista Salah a Malenbeck e dagli attentati dei fratelli Bakraoui all'aeroporto di Bruxelles (ultimamente i carnefici sono sempre fratelli ; i fratelli Camaev a Boston e i fratelli Kouachi a Parigi ) i riflettori si riaccendono su questi figli senza identità. Su queste facce arabe e africane munite di passaporto europeo. Personalmente non mi ha mai sorpreso la radicalizzazione di questa gioventù '' ne carne e ne pesce '', perché in questa Europa intimorita,disinformata,incattivita e fascistizzata,non c'è mai stato spazio per chi condivide il patrimonio genetico dei nemici dell'Europa bianca e cristiana (o laica).
Noi Euro - africani di fede musulmana siamo figli di tutti ma allo stesso tempo figli di nessuno. E quando ci ritroviamo con tutte le porte chiuse. Prima o poi ci stuferemo di bussare. Ci siederemo, e attenderemo che le porte del radicalismo religioso si apriranno per consegnarci una cintura esplosiva e l'indirizzo del prossimo obbiettivo da colpire.
PAROLE DISSIDENTI

PAROLE DISSIDENTI

Incontro con lo scrittore siriano Khaled Khalifa Roma, 5 aprile 2016 ore 16 Aula degli Organi Collegiali Palazzo del Rettorato – Università La Sapienza (piazzale Aldo Moro)    
La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

La busta paga di Netanyahu: 4 mila euro (netti) al mese

Lordi fanno 48.815 shekel al mese. Cioè poco più di 11.285 euro. Che però tolte le tasse, tolte le spese sanitarie, tolta l’assicurazione e, soprattutto, il mantenimento del veicolo dotato di tutti i protocolli di sicurezza imposti dallo Shin Bet, ecco, tolto tutto questo, quella cifra cala a 17.645 shekel. Quindi a 4.079,47 euro. Netti. […]
Tutti in piedi per Hotze Convalis

Tutti in piedi per Hotze Convalis

Dalla Lituania,dove sto tutt'ora affrontando il mio programma di studio erasmus,seguo con molto interesse e apprensione la vicenda del mio caro amico Hotze Convalis,il musicista friso-palermitano preso di mira dal Comune di Palermo e dalla Palermo bene salottiera e nemica del buon senso (e sopratutto del buon gusto). Molti di voi avevano condiviso i miei video in cui riprendevo le autorità pubbliche (e non Hotze ) in flagranza di reato. Altri mi avevano chiesto l'amicizia ringraziandomi per aver ripreso la verità dei fatti. Ringrazio tutti quanti per la solidarietà e la visibilità data a queste prove che scagionano Hotze dalle infamanti accuse mosse contro di lui dal Comune della nostra città. Ma adesso bisogna passare ai fatti. Come ben sapete,Hotze sta affrontando costosissime spese legali,che per ovvie ragioni,non può assolutamente sostenere. Pertanto chiedo a tutti,e sopratutto a coloro che avevano espresso stima e solidarietà al musicista di aiutarmi ad organizzare una sorta di crowdfunding (una raccolta fondi online) per aiutarlo ad affrontare le spese legali. Inoltre stavo pensando ad una sorta di petizione firmata da tutti noi da inviare al Sindaco. Io purtroppo sono troppo lontano per poter sostenere fisicamente Hotze in questa battaglia,ed è per questo che chiedo la collaborazione di tutti voi. Raccolta fondi e petizione,non chiedo altro.Sono gli unici strumenti che abbiamo per vincere questa battaglia.
Per eventuali proposte o discussioni metto online i miei contatti :
Skype : rabih.bouallegue1
email : [email protected]
Massima diffusione
Grazie
Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

Difesa europea, esercito comune. Si può, si deve fare!

di Claudio Bertolotti


UE - Ormai inevitabile per gli Stati europei ripensare alla loro sicurezza
 
 
 Necessità di un esercito e una difesa comuni per l’Europa? Questo il tema della conferenza (video a cura di ‘Radio Radicale’) tenuta a Torino lo scorso 12 febbraio organizzato dall’Associazione Radicale “Adelaide Aglietta” e dall’Alleanza Liberal-Democratica per l’Europa (ALDE) a cui hanno preso parte Silvia Manzi (coordinatrice dell’Associazione Radicale ‘Adelaide Aglietta’ di Torino), Carmelo Palma (direttore responsabile di ‘Strade’) nel magistrale ruolo di moderatore, Claudio Bertolotti (analista strategico indipendente), Alessandro Politi (direttore del NATO Defense College Foundation), Marco Marazzi (coordinatore nazionale ALDE Party Membri Individuali Italia), Simone Fissolo (presidente Gioventù Federalista Europea), Olivier Dupuis (giornalista, già parlamentare europeo).“Non è un caso che nella prima capitale federatrice d’Italia si parli di un tema federatore per l’Europa”, ha detto Alessandro Politi, “sappiamo che in tempi di crisi seria può sembrare un falso scopo, ma la questione di uno spazio di sicurezza comune è vera e se ne infischia delle microtattiche politiche raso zolla. Pensiamo e parliamo invece di una nuova stagione dove gli steccati artificiosi tra UE e NATO stanno per cadere e dove i governi europei devono pensare nella sola dimensione reale: un continente nel mondo”.
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In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

In Libia con la minaccia invisibile dell’uranio impoverito

di Giovanni Drogo 


Quali minacce per ambiente, popolazione civile e militari impegnati sul campo?
Quali i rischi per la salute della popolazione civile e dei militari che andranno a operare in Libia? E quale il prezzo accettabile, in termini di vite umane, messo in conto dal governo italiano?
Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

Libia: difficile transizione, riserve per il futuro

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 
Libia, diagnosi di una crisi /3
Quale transizione politica per un Paese frammentato? Missione in Libia: analisi dei pro e i contro

La Libia è prossima al collasso, lo Stato Islamico (IS/Daesh) è pronto ad approfittarne, mentre la debole capacità politica dei due governi, Tobruk e Tripoli, impedisce una stabilizzazione del Paese. In tutto questo l’ipotesi di una Coalizione internazionale (ancora sulla carta) potrebbe aprire a un intervento militare legittimato dalle Nazioni Unite per quanto, al momento, l’iniziativa sia limitata alle mosse – scarsamente coordinate – dei singoli Stati, spinti a tutelare i propri interessi nazionali; tra questi, ovviamente, anche un’Italia che – legittimamente, ma con un atteggiamento altalenante – è alla ricerca di un ruolo di primo piano, e una Francia che, unilateralmente, il 13 gennaio ha condotto alcuni raid aerei colpendo obiettivi di IS/Daesh nell’area nord-est di Sirte, con ciò ripetendo quanto fatto nel 2011 – causa dell’attuale disastro libico – nel più genuino disinteresse per gli sviluppi di una soluzione condivisa e multilaterale... (vai all'articolo completo su L'Indro).
Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

Rinunciare a libertà e privacy in nome della sicurezza?

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

da L'Indro, 30 dicembre 2015 

Quale il punto di giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà e il diritto-dovere alla sicurezza? 

  

Dopo gli attacchi di Parigi dello scorso 13 novembre si rende opportuno stimolare un dibattito pubblico  -impresa ardua in Italia-  sul giusto bilanciamento tra i diritti alla libertà (di informazione, di espressione, di movimento, di finanza, ecc..), alla privacy (tutela delle informazioni e dei dati personali, monitoraggio individuale sui social-network, transazioni bancarie, ecc..) e il diritto-dovere alla sicurezza (diritto dei cittadini di essere protetti e dovere dello Stato di proteggere i propri cittadini oltreché sé stesso). 
Ciò che emerge, osservando i contenuti dei dibattiti, è la tendenza da parte degli Stati in genere  -lo abbiamo visto in Francia ora, negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 e, di riflesso, anche in Italia-  ad approfittare, spesso attraverso scarsa informazione e strumentalizzazione, della minaccia di un generico terrorismo al fine di modificare i poteri di governance... (vai all'articolo completo su L'Indro)
Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

Libia, Mediterraneo e interesse nazionale italiano

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

"Iniziativa di Difesa 5+5"
La sicurezza del Mediterraneo anche con lo strumento militare

Lo scorso 10 dicembre il sottosegretario di Stato alla Difesa, Domenico Rossi, ha partecipato, in rappresentanza del Ministro Roberta Pinotti, alla riunione ministeriale a Tunisi nell’ambito dell’iniziativa di difesa ‘5+5’.
Si è trattato di un evento che non ha particolarmente interessato i media nazionali ma che rappresenta un fatto significativo nei rapporti e nelle dinamiche intra-mediterranee poiché, al contrario degli anni precedenti in cui gli incontri si limitavano a cerimonie formali, quest’anno la discussione è stata la premessa di un impegno di sostanza in prospettiva futura già nel breve-brevissimo periodo. In particolare, temi quali la centralità del Mediterraneo e la sua sicurezza sono stati riconosciuti come fattori fondamentali per la stabilità dell’intera regione mediterranea e dei Paesi che vi si affacciano e la compongono... (vai all'articolo completo su L'INDRO)
ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

ISIS in Europa. Quale minaccia diretta per l’Italia?

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1
 

Come contrastare la violenza?
Luoghi di culto e spazi pubblici dal valore simbolico: a rischio Roma, Milano, Torino e Bologna 

L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015... (vai all'articolo su L'INDRO)
L’Europa è nel mirino del sedicente Stato Islamico, questo è un fatto. Ma al di là della propaganda e della retorica fondamentalista dell’ISIS, il pericolo è concreto? E quali strategie siamo pronti ad adottare per contrastare la violenza del fondamentalismo e i suoi effetti pratici?
È trascorso meno di un anno dagli attacchi effettuati da una (sedicente) cellula di al-Qa’ida contro la redazione del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi; era il 7 gennaio 2015 quando uno dei tanti simboli della libertà di espressione – condiviso o meno, più spesso criticato – veniva travolto dalla violenza di un terrorismo che si ‘auto-giustifica’ attraverso l’uso strumentale della religione. Una religione in nome della quale l’atto di uccidere diviene legittimo.
E il 13 novembre 2015
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Un ringraziamento al mare: il solo che li accoglie

Un ringraziamento al mare: il solo che li accoglie

Ho pensato che non sopporterei la luce degli occhi di mio figlio spegnersi di colpo nel sentire queste parole Così ho deciso di non leggergliele, ancora. L’altro giorno mi chiedeva, a soli 6 anni e per caso, chi fosse Anna Frank: i suoi occhi li vedevo nascondersi con lei, ascoltare i rumori e rallentare il […]
La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

Oggi in Italia è il triste giorno del Family Day, dell’arrogante violenta ed escludente manifestazione al Circo Massimo a difesa della “famiglia naturale”, una manifestazione che chiede esplicitamente che tutti quelli diversi da loro siano privati dei diritti fondamentali. Una putrescenza medievale, un’ostentazione di falsa moralità che ha del grottesco (la Meloni non sposata che […]
Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Il ministro contro Uber: in Israele non può operare

Entro anch’io. No, tu no. E perché? Perché no. Porte sbarrate per Uber nella «Repubblica delle start up». Yisrael Katz, ministro israeliano dei Trasporti, non ammette dialogo: la compagnia californiana presente in oltre 50 Stati e che sta mettendo in crisi le compagnie di taxi di mezzo mondo, non può metter piede – pardon: ruote […]

Krav Maga vs Taharush Aka [sic!], 1-1

Il krav maga, dice Wikipedia, è un tipo di combattimento nato “nella prima metà del XX secolo grazie all’ufficiale dell’esercito israeliano, Imi Lichtenfeld, esperto in tecniche di lotta occidentali su […]

Le foto dell’Afghanistan

Periodicamente sul web si trovano raccolte di fotografie dell’Afghanistan negli anni ’60 e/o ’70. Questa volta ne ho trovato un gruppo qui. Un variante riguarda invece l’Iran. I commenti a […]

Come sta, oggi, Deir Ezzor

Sì, l’organizzazione Stato Islamico ammazza i civili a Deir Ezzor. In maniere terribili. Ma nelle ultime 24 ore almeno 100 civili sono morti sotto i bombardamenti russi. E non vedo […]

Il Tagikistan taglia 13.000 barbe?

Ditemi se questo è il modo. Tagliano barbe e chiudono negozi dove si vendono veli. Tajikistan shaves 13,000 beards in ‘radicalism’ battle – Al Jazeera English In questo modo ci […]

Redimorto

Nel mio elenco di jihadisti rimorti non avevo messo Abu Mu’sab al-Zarqawi. Anche lui è rimorto, ri-ferito, ri-catturato. Da Wikipedia: Reports of his death, detention and injuries Missing leg Claims […]

Rifugiate

Solo due link, giusto per ricordarselo https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/01/female-refugees-face-physical-assault-exploitation-and-sexual-harassment-on-their-journey-through-europe/ http://www.unhcr.org/562a150f6.html

Come sta Deir Ezzor

Stamattina vado al bar e su un freepress un titolo a tutta pagina urla che lo Stato Islamico ha decapitato 300 persone a Deir Ezzor. La notizia è falsa e […]
Silenzio

Silenzio

Esco dal mio silenzio (auto)imposto per non essere classificato tra gli omertosi,per non vedere apparire il mio nome tra i nomi di chi tace e continua a tacere sui crimini dell'Arabia Saudita,tollerati dall'occidente e giustificati da una larga fetta del mondo musulmano. Rompo il mio silenzio pubblicando un ritratto come foto profilo del mio account facebook : Quello di Sheik el Nimr,leader della minoranza sciita saudita giustiziato questa mattina dalle autorità dell'Arabia Saudita. Un terrorista secondo le autorità saudite e uno sporco eretico per i musulmani sunniti. Un uomo che affrontò l’ignoranza, la tirannia e l'oppressione di un regime oggi a capo del consiglio per i diritti umani dell'Onu.
Apologia al '' terrorismo'' o eresia ?
Finché parole come queste saranno pronunciate per condannare a morte uomini liberi,mostri come l'Isis continueranno a cibarsi delle nostre carni.

Rabih Boualleg
Bibi e Obama, così i due alleati si spiavano a vicenda

Bibi e Obama, così i due alleati si spiavano a vicenda

In pubblico le strette di mano, qualche sorriso e più di uno screzio. In privato si spiavano a vicenda con un’intensità inaudita. Il primo registrando le conversazioni tra il premier con i suoi alti ufficiali, con i deputati del Congresso Usa e i leader dei più influenti gruppi ebraici americani nel tentativo di bloccare qualsiasi […]
Quelle condoglianze dell’imam «ai fratelli e sorelle ebrei»

Quelle condoglianze dell’imam «ai fratelli e sorelle ebrei»

Li chiama «fratelli e sorelle». Chiude il messaggio con una frase in ebraico. Si offre di alleviare – assieme alla sua comunità – le sofferenze di chi, in questo momento, vive i suoi giorni peggiori. Firmato: l’imam. La speranza in mezzo all’orrore. Una piccola candela accesa in mezzo al buio più profondo. Buio che resta […]
Riflessioni dell’Imam Khamenei sull’Isis.

Riflessioni dell’Imam Khamenei sull’Isis.

Riflessioni sull'Isis della massima autorità religiosa della Repubblica islamica dell'Iran,l'Imam Khamenei. 

Vi è un aspetto innegabile, ovvero il fatto che la corrente takfiri e i governi che la sostengono e difendono si muovono in totale sintonia con gli obbiettivi dell’ arroganza e del sionismo. Il loro lavoro è in linea con gli obbiettivi degli Stati Uniti, dei governi colonialisti Europei, e del regime usurpatore sionista. Alcune prove lo confermano, la corrente takfiri ha un apparenza Islamica ma nella pratica è al servizio delle grandi correnti colonialiste, arroganti e politiche che operano contro il mondo Islamico. Ci sono chiare prove che non possono essere ignorate, vorrei menzionarne alcune, una di esse è che la corrente takfiri è stata in grado di deviare il risveglio Islamico dal suo sentiero. Il movimento del risveglio Islamico era un movimento antiamericano e contro l’arroganza, che ha agito contro gli elementi che gli usa avevano installato nella regione, si trattava di un movimento che era stato lanciato dalle popolazioni in differenti nazioni del nord Africa. La corrente takfiri ha cambiato la direzione di questo movimento che era contro l’arroganza, gli Stati Uniti e la Tirannia, trasformandola in una guerra tra Mussulmani e in una lotta fratricida. La linea del fronte della lotta nella regione erano i confini della Palestina occupata, ma la corrente takfiri ha trasformato la linea del fronte nelle strade di Baghdad, nella moschea Jameh di Damasco, nelle strade del Pakistan, e nelle differenti città della Siria, questi luoghi sono diventati la linea del fronte del combattimento, diamo uno sguardo alle condizioni della Libia, della Siria, dell’ Iraq e del Pakistan oggi e vediamo contro chi sono state utilizzate le forze e le spade dei Mussulmani, queste forze avrebbero dovuto essere utilizzate contro il regime sionista, ma la corrente takfiri ha diretto questa lotta nelle nostre case, nelle nostre città e nelle nostre nazioni Islamiche. Sono loro che hanno causato gli attentati all’ interno della moschea Jameh di Damasco, ucciso civili inermi, con attentati a Baghdad, attaccato con raffiche di proietti centinaia e centinaia di persone in Pakistan e in Libia hanno creato questa situazione della quale siete testimoni, tutti questi sono alcuni dei crimini storici ed indimenticabili commessi dalla corrente takfiri, è tale corrente ad aver causato questa situazione. Trasformare questo movimento (del risveglio Islamico) è stato un lavoro al servizio degli Stati Uniti e dell’ Inghilterra, al servizio dei servizi segreti americani, inglesi, del mossad, e di apparati simili. Un altra prova è che, coloro che sostengono la corrente takfiri hanno realizzato compromessi con il regime sionista affinché essa combatta contro i Mussulmani, non solo non rivolgono neanche uno sguardo accigliato contro il regime sionista, ma con varie scuse sferrano ogni sorta di colpo contro le nazioni islamiche e realizzano ogni tipo di complotto contro di esse.
Una prova ulteriore è che il movimento di sedizione che la corrente takfiri ha lanciato nelle nazioni Islamiche tra le quali Iraq, Siria, Libia, Libano ed altre, ha causato la distruzione di importanti infrastrutture in questi paesi. Guardate quante strade, raffinerie, miniere, aeroporti, città e case sono state distrutte in queste nazioni, questo è accaduto come risultato tra le guerre interne e fratricide, e vedete quanto tempo e denaro saranno necessari affinché queste nazioni tornino alle condizioni precedenti, queste sono le perdite ed i colpi che la corrente takfiri ha inflitto al mondo islamico lungo questi anni. Un ulteriore prova è che la corrente takfiri ha danneggiato la reputazione dell’ Islam nel mondo, ne ha presentato un immagine negativa, tutti in ogni parte del mondo hanno visto in televisione che qualcuno viene fatto inginocchiare a terra e dopo decapitato con una spada senza essere imputato di alcun crimine. <> (Sacro Corano 60:8-9). Queste persone hanno fatto l’esatto opposto, hanno ucciso Mussulmani e non Mussulmani innocenti, e le immagini sono state trasmesse in tutto il mondo. Che una persona nel nome dell’ Islam ha estratto il cuore da un corpo senza vita e lo ha addentato, questo è stato fatto nel nome dell’ Islam, l’Islam della misericordia, l’Islam della riflessione, l’Islam della logica, l’Islam di << Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione…>> questo Islam è stato presentato in quel modo, vi è alcun crimine più grande di questo? Vi è alcuna fitna (sedizione) più malvagia di questa?
Questo è quello che ha fatto la corrente takfiri, una prova ancora è che essi hanno lasciato solo l’asse della resistenza, Gaza ha combattuto da sola per cinquanta giorni, per cinquanta giorni ha resistito da sola, i governi dei paesi islamici non hanno aiutato Gaza, gli introiti petroliferi e i dollari non sono stati messi al servizio di Gaza, mentre parte di essa è stata messa al servizio del regime sionista, questa è un altra prova, un altro crimine è prova che la corrente takfira ha deviato la direzione dell’ entusiasmo e del valore della gioventù Islamica esistente in tutto il mondo dell’ islam, oggi giovani in tutto il mondo Islamico possiedono un certo tipo di entusiasmo e valore, il risveglio Islamico li aveva influenzati ed erano pronti per muoversi al servizio dei grandi obbiettivi dell’ Islam, ma la corrente takfiri ha deviato il sentiero di questo entusiasmo e valore, conducendo certi giovani male informati ed ignoranti a decapitare Mussulmani e commettere massacri di donne bambini ed infanti nei villaggi. Questi sono tra i peccati della corrente takfiri, non possiamo ignorare ne dimenticare facilmente queste prove, tutte esse mostrano il fatto che la corrente takfiri è al servizio dell’ arroganza, è al servizio dei nemici dell’ islam: gli Stati Uniti, l’Inghilterra ed il regime sionista, ovviamente ci sono anche altre prove. Siamo stati informati che degli aerei di trasporto americani hanno lanciato munizioni delle quali questo gruppo conosciuto come daesh (ISIS) necessitava. Hanno lanciato munizioni sui quartieri generali di daesh in Iraq. Per aiutarli. Ci siamo detti forse si è trattato di un errore, poi abbiamo visto che hanno continuato a farlo, in accordo ai rapporti che ho ricevuto questo è accaduto cinque volte. Si sono sbagliati per cinque volte? tutto ciò mentre hanno creato una cosiddetta coalizione contro daesh (ISIS), si tratta di una menzogna assoluta. Questa coalizione segue altri obbiettivi malvagi, vogliono mantenere viva la fitna (sedizione e divisione), mettere le due parti una contro l’altra e continuare la guerra civile tra Mussulmani. Questo è il loro obbiettivo. Sappiate che non ci riusciranno.

Non contano i numeri a Roma, contano le anime

Sono scesi in piazza, sfidando la pioggia di Roma, la banalità di doversi distinguere dall’ovvio, contro la violenza e il terrorismo mettendo da parte la barbarie di insulti di una settimana intera, propagandata dalla grande maggioranza dei nostri media italiani. Sono scesi in piazza anche se scendere in piazza, per migliaia di musulmani immigrati in […]

Isis ruba a noi musulmani europei il futuro

La strategia di Daesh si regge su quattro pilastri che stanno alla base anche degli attentati di Parigi, e di cui dobbiamo tenere in gran conto se vogliamo trovare risposte adeguate a quanto è accaduto non solo ai parigini ma anche quanto sta accadendo ai musulmani occidentali. Il primo pilastro strategico si trova a Sud […]
Attentati di Parigi: potrebbe intervenire la Nato? (L’INDRO)

Attentati di Parigi: potrebbe intervenire la Nato? (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1


Syraq: NATO contro IS/Daesh
L’azione del 13 novembre è il potenziale casus belli che può legittimare un intervento militare NATO contro IS

Parigi, venerdì 13 novembre: 129 morti, 350 feriti  -almeno cento in modo grave-, 8 i terroristi jihadisti caduti portando a compimento con successo un’operazione coordinata e complessa. Una tecnica nuova per l’Europa, che deriva direttamente dalle esperienze maturate nei teatri di guerra contemporanei: da Kabul a Damasco, a Baghdad. E oggi Parigi. Si tratta della tecnica delcommando suicida’, ampiamente utilizzata e affinata nel tempo, che ha fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2007-2008 sul fronte afghano e di cui si è trattato nel libro ‘Shahid. Analisi del terrorismo suicida‘ e in altri studi successivi, anticipando gli sviluppi a cui oggi assistiamo... (Vai all'articolo su L'INDRO)


Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L’INDRO)

Afghanistan: Obama ci ripensa. E anche Renzi (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1

 
Obama aumenta le truppe in Afghanistan. Perché aumentano anche i soldati italiani? Guardare verso la Libia

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato la propria revisione del piano di disimpegno dall’Afghanistan. Non più un ritiro consistente come era stato annunciato, ma una presenza duratura sino a tutto il 2016. Il totale delle truppe Usa sarà di almeno 10.000 soldati, ai quali andranno ovviamente a sommarsi i circa 5.000 della Nato (e tra questi gli italiani). Il perché di questa scelta è evidente: il Paese non è stabilizzato, i gruppi di opposizione armata (talebani in primis) sono in grado di operare e colpire in buona parte del Paese -come la conquista della città settentrionale di Kunduz alla fine di settembre da parte dei talebani ha ampiamente dimostrato -, lo Stato afghano è inefficiente e corrotto e le sue forze di sicurezza mancano di capacità operativa, logistica e intelligence, nonostante i quattordici anni di sforzi della Comunità internazionale e gli oltre quattro miliardi di dollari spesi per addestrare le forze armate afgane. E come se non bastasse, il fenomeno del Nuovo Terrorismo Insurrezionale (NIT)... (vai all'articolo su L'INDRO)
Andiamo in Libia (L’INDRO)

Andiamo in Libia (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti
@cbertolotti1


Si sta preparando un intervento militare complesso, l'Italia si troverà in piena guerra.

Come anticipato su ‘L’Indro‘ ad agosto, e più recentemente annunciato dal capo del Governo, Matteo Renzi, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’Italia si prepara a guidare una missione militare in Libia sostenuta dalla Comunità internazionale. Restano da concludere gli aspetti formali a premessa di un intervento legittimo: l’accordo tra le parti in conflitto e la conseguente risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Le tempistiche, nonostante alcune resistenze, sono state rispettate, e la comunicazione strategica ha seguito il suo corso attraverso una progressiva sensibilizzazione dell’opinione pubblica, non priva di apparenti scivoloni, come quello che venne fatto a febbraio quando i Ministri Paolo Gentiloni (Affari Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa) annunciarono, il primo, la necessità, di un intervento militare in Libia, e, la seconda, la disponibilità immediata di un significativo quantitativo di truppe pronte a partire (5.000 militari)... (vai all'articolo su L'INDRO)
Il mappamondo tragico, triste realtà

Il mappamondo tragico, triste realtà

un’immagine che parla da sola (link) Leggi anche: – Facebook e il Safety Check pe’ cchi ce pare a noi– Cacciati xenofobi fascisti dalle piazze francesiArchiviato in:francia, MIDDLE-EAST, Migranti e Mar Mediterraneo, Uncategorized Tagged: francia, parigi, parigi sotto attacco
Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

Ancora una volta possiamo dire che queste parola rappresentano la Francia, non il suo governo, non il suo stato d’emergenza, non la chiusura delle frontiere, non i bombardamenti. Ma la bellezza per le strade. La città di Parigi ha subito un attacco pesante, simultaneo, militare: si è trasformata in pochi secondi nella capitale del terrore […]
Sei anni dopo

Sei anni dopo

Sei anni (e un giorno) fa aprivo questo blog. Senza volerlo, ma solo per fare un compito. E il compito – di uno dei miei tutor alla Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano – era quello di pensare a un tema, avviare uno spazio web e scrivere post che non oscillassero dalle riflessioni sulla […]

Mini Corso di Arabo Base

Dal prossimo 1° dicembre iniziera’ un altro corso di Arabo Base, questa volta piu’ breve ma comunque intensivo ed efficace, per tutti coloro che si affacciano per la prima volta allo studio di questa fantastica lingua! Periodo: dal 1° dicembre al 1° marzo tutti i martedì, con due recuperi in giorni diversi (indicati di seguito) […]
Il blitz di curdi e americani per liberare gli ostaggi dell’Isis

Il blitz di curdi e americani per liberare gli ostaggi dell’Isis

Questa settimana le forze speciali americane hanno partecipato alla liberazione di 69 ostaggi (tutti curdi) da una prigione gestita dallo Stato Islamico nel nord dell’Iraq. Una missione rischiosa e nella quale ha perso la vita un militare Usa, ferito durante lo scontro a fuoco e deceduto più tardi a Erbil: è il primo caduto americano nella […]
Il Programma dei Corsi 2015-2016

Il Programma dei Corsi 2015-2016

Eccoci arrivati alla V edizione dei nostri Corsi di Arabo! L’offerta didcattica prevede anche quest’anno tre livelli di insegnamento: Base, Intermedio e Avanzato, di cui presentiamo i programmi dettagliati. Se avete dei dubbi, o se siete indecisi su quale sia il livello più adatto a voi, richiedete il test di valutazione gratuito scrivendo al nostro […]

Se tutti i musulmani diventano terroristi

Tutti noi musulmani siamo terroristi. Tutti fondamentalisti. Retrogradi. Oscurantisti. E l’organizzazione dello stato islamico? È il nostro modello, il nostro sogno. Tagliare le gole fa parte della nostra cultura. Odiamo la libertà, la democrazia e amiamo il totalitarismo. In Occidente veniamo per un solo obiettivo: impoverire gli infedeli ed islamizzare l’Europa con i nostri usi […]

Le radici dei foreign fighters nell’Islam da Occidente

Mentre in questi giorni, e a ridosso dell’Assemblea Generale dell’ONU,  continua il surreale dibattito tra le forze internazionali su stare con  Bashar Al Asad o farne a meno, il numero dei siriani che lasciano la Siria aumenta. Anche la classe media siriana ha fatto le valigie, come abbiamo visto nelle frontiere europee. La violenza non […]
Mediterraneo e Libia: quanto rende il traffico di esseri umani? (L’INDRO)

Mediterraneo e Libia: quanto rende il traffico di esseri umani? (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti



L'analisi del fenomeno

Mediterraneo e Libia: quanto rende il traffico di esseri umani?

I punti nodali di una situazione ormai degenerata e che va chiarita

L’uccisione avvenuta a Tripoli il 25 settembre di Salah Al-Maskhout, capo dell’organizzazione criminale transnazionale dedita al traffico di esseri umani attraverso la Libia, ha attirato l’attenzione dei media nazionali e internazionali. Un’attenzione che si è concentrata per lo più sulle dinamiche e sulla paternità dell’operazione che ha portato all’eliminazione di un importante elemento criminale – spostando la discussione su quali servizi segreti e forze speciali ne fossero responsabili: italiani, francesi? britannici?… – ma non sul fenomeno in sé e sulle dinamiche strategiche che regolano e alimentano un fenomeno in espansione e i relativi vantaggi economici che si celano dietro a un dramma di ampia portata: quello migratorio. Si tratta di un’ondata migratoria senza precedenti che nel caos dell’area del ‘Grande-Medioriente’, dall’Afghanistan alla Libia, ha trovato un fattore in grado di dinamizzarne l’entità e la portata e che, nel solo 2015, ha registrato un dato impressionante di almeno 300.000 migranti… (vai all’articolo completo su L’INDRO)
Tra immigrazione e sicurezza europea. Ovvero: tra terrorismo e common-borders (L’INDRO)

Tra immigrazione e sicurezza europea. Ovvero: tra terrorismo e common-borders (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti



L’imponente flusso migratorio attraverso il Mediterraneo rappresenta una minaccia per l’Europa?Vi è correlazione tra fenomeno migratorio e terrorismo? Sono le domande che in questi giorni corrono sui media di mezzo mondo e che preoccupano le cancellerie non solo occidentali.
È necessario definire e comprendere il quadro generale in cui si inseriscono il flusso migratorio e la reazione degli attori in gioco (Stati nazionali in primo luogo), e valutare la messa in opera di una soluzione di ampio respiro che vada oltre i tatticismi politici di opportunità e l’assenza di una concreta e univoca capacità di reazione europea... (vai all'articolo completo su L'INDRO)

L’imponente flusso migratorio attraverso il Mediterraneo rappresenta una minaccia per l’Europa? Vi è correlazione tra fenomeno migratorio e terrorismo? Sono le domande che in questi giorni corrono sui media di mezzo mondo e che preoccupano le cancellerie non solo occidentali.
È necessario definire e comprendere il quadro generale in cui si inseriscono il flusso migratorio e la reazione degli attori in gioco (Stati nazionali in primo luogo), e valutare la messa in opera di una soluzione di ampio respiro che vada oltre i tatticismi politici di opportunità e l’assenza di una concreta e univoca capacità di reazione europea.
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WE NEED EVERYBODY’S HELP TO #FREEBASSEL

WE NEED EVERYBODY’S HELP TO #FREEBASSEL

Bassel Khartabil aka Safadi, my dear friend from the old days in Damascus and lead of the Creative Commons community in Syria, has been living in a Syrian jail for almost 4 years now. He was arrested in March 2012 without a formal accusation or the right to see a lawyer. Today we hear from […]

Dove si è perso il senso del pellegrinaggio alla Mecca?

Sono morti centinaia di fedeli, altri sono in gravi condizioni, ma sicuramente con una gioia immensa nel cuore e un sogno che sono riusciti ad esaudire: il pellegrinaggio nella casa del profeta Muhammad, il Hajj alla Mecca. Solo chi è profondamente devoto può capire il sentimento e la gioia che un pellegrino porta con se […]

MARCO ALLONI – Estetica della tragedia

Abbiamo tutti negli occhi l’immagine del bambinello in maglietta rossa e pantaloncini riverso senza vita sulla spiaggia. Un’immagine diventata virale che ha raccontato il cuore della tragedia della migrazione più di ogni trattato. Eppure non tutti hanno razionalizzato questo sentimento di orrore. Non tutti si sono chiesti, tra tanta prevedibile retorica, perché proprio lui. E qualcuno [...]

Arriva la contro informazione sullo “Zero rifugiati” nei paesi del Golfo

La polemica su quel numero Zero, vicino al nome dei paesi del Golfo e divulgato nei diversi report che danno conto di chi partecipa all’ accoglienza dei profughi, deve aver fatto non poco male alle coscienze dei governanti dei paesi coinvolti. Si è attivata, dopo lunghi giorni di silenzio (e si presume anche imbarazzo), la […]
Più che la Mecca, la Germania

Più che la Mecca, la Germania

La misericordia, migliaia di siriani scappati dai tagliagola dello Stato islamico e dalle bombe a barile di Bashar al Assad, l’hanno individuata a nord dell’Europa. Nella Germania della cancelliera di ferro, Angela Merkel, e non nella culla dell’Islam. Lì dove giace l’oro nero sotto i tappeti; lì dove ogni disgraziato dovrebbe trovare dimora per misericordia […]
Libano: è colpa solo della spazzatura? (L’INDRO)

Libano: è colpa solo della spazzatura? (L’INDRO)

Agosto è stato il mese delle violente proteste di piazza di una Beirut le cui strade sono state per molti giorni inondate da immondizia: intervento della Polizia in tenuta anti-sommossa, utilizzo indiretto di armi da fuoco per disperdere la folla, centinaia i feriti, disordini preoccupanti, e il Primo Ministro Tammam Salam  – tra le personalità politiche contestate con maggiore forza –  minaccia le proprie dimissioni.
Gli scontri e le devastazioni del 22-23 agosto sono stati accompagnati dagli slogan dei giovani manifestanti inneggianti allarivoluzione’: e Beirut è stata teatro della più grave ondata di violenza degli ultimi anni, facendo temere che il Paese potesse precipitare nel caos.
Proteste che rientrano nella campagna soprannominata #YouStink (‘Tu puzzi’), e che
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di Claudio Bertolotti 

Giovani in rivolta
You Stink, tu puzzi. Giorni di violente proteste in un Paese a rischio IS/Daesh 
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Agosto è stato il mese delle violente proteste di piazza di una Beirut le cui strade sono state per molti giorni inondate da immondizia: intervento della Polizia in tenuta anti-sommossa, utilizzo indiretto di armi da fuoco per disperdere la folla, centinaia i feriti, disordini preoccupanti, e il Primo Ministro Tammam Salam  – tra le personalità politiche contestate con maggiore forza –  minaccia le proprie dimissioni.
Gli scontri e le devastazioni del 22-23 agosto sono stati accompagnati dagli slogan dei giovani manifestanti inneggianti allarivoluzione’: e Beirut è stata teatro della più grave ondata di violenza degli ultimi anni, facendo temere che il Paese potesse precipitare nel caos.
Proteste che rientrano nella campagna soprannominata #YouStink (‘Tu puzzi’), e che… (vai all’articolo su L’INDRO)

Agosto è stato il mese delle violente proteste di piazza di una Beirut le cui strade sono state per molti giorni inondate da immondizia: intervento della Polizia in tenuta anti-sommossa, utilizzo indiretto di armi da fuoco per disperdere la folla, centinaia i feriti, disordini preoccupanti, e il Primo Ministro Tammam Salam  – tra le personalità politiche contestate con maggiore forza –  minaccia le proprie dimissioni.
Gli scontri e le devastazioni del 22-23 agosto sono stati accompagnati dagli slogan dei giovani manifestanti inneggianti allarivoluzione’: e Beirut è stata teatro della più grave ondata di violenza degli ultimi anni, facendo temere che il Paese potesse precipitare nel caos.
Proteste che rientrano nella campagna soprannominata #YouStink (‘Tu puzzi’), e che
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Agosto è stato il mese delle violente proteste di piazza di una Beirut le cui strade sono state per molti giorni inondate da immondizia: intervento della Polizia in tenuta anti-sommossa, utilizzo indiretto di armi da fuoco per disperdere la folla, centinaia i feriti, disordini preoccupanti, e il Primo Ministro Tammam Salam  – tra le personalità politiche contestate con maggiore forza –  minaccia le proprie dimissioni.
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Intervento militare in Libia, e poi? (L’INDRO)

Intervento militare in Libia, e poi? (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti

Contro il Mediterraneo di Isis&CoI possibili sviluppi di un eventuale intervento militare in Libia

L’ipotesi di intervento militare non è remota né improbabile. Ma la domanda è se la Comunità internazionale, e con essa l’Europa, abbia la volontà – e la capacità – di gestire efficacemente un altro intervento militare in Libia, dopo l’infelice esperienza dell’Operation Unified Protector del 2011 che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi e al conseguente caos di cui siamo testimoni noi oggi.
Molti indicatori confermerebbero tale volontà..
. vai all'articolo su L'INDRO
Contro il Mediterraneo di Isis&Co

Intervento militare in Libia, e poi?

I possibili sviluppi di un eventuale intervento militare in Libia
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Tunisia: contro il nuovo terrorismo insurrezionale (L’INDRO)

Tunisia: contro il nuovo terrorismo insurrezionale (L’INDRO)

di Claudio Bertolotti
 
Una nuova narrativa: tra terrorismo, stato di emergenza e cambio di approccio concettuale
 
Il 4 luglio scorso, il Presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale in risposta agli attacchi condotti e rivendicati dall’ISIS in Tunisia anche contro obiettivi stranieri; una decisione che nella sostanza ha portato alla chiusura di oltre ottanta moschee (e a conseguenti scontri con le forze dell’ordine), al richiamo di una parte dei militari in congedo, all’arresto di oltre cento sospettati... (vai all'articolo completo su L'INDRO).
La mediatizzazione della comunicazione politica

La mediatizzazione della comunicazione politica




'' Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione '' 
Karl Popper  




La mediatizzazione della comunicazione politica 
(Di Rabih Bouallegue )



Quella che sociologi e politologi chiamano '' la mediatizzazione della comunicazione politica'',
è un fenomeno che vede la radicale trasformazione della comunicazione politica , come anche
lo spazio dove tale comunicazione avviene,per mano del potere dei Mass media. Ma cosa
intendiamo per comunicazione politica ? Secondo Gianpietro Mazzoleni, docente di
Comunicazione politica e Sociologia della comunicazione all'università degli studi di Milano, la
''comunicazione politica '' è l'interazione tra i tre principali attori politici : il sistema politico,il
sistema dei Media e gli elettori. In seguito all'avvento della televisione nel campo della
comunicazioni di massa, la politica cominciò gradualmente ad essere organizzata e presentata
secondo la logica dei media ( Media logic ). Termine coniato dai sociologi statunitensi Altheid e
Snow per descrivere il potere dei media nel manipolare la realtà,e quindi la comunicazione
politica,oramai completamente sottomessa alla '' Media logic ''. Di conseguenza tale
asservimento della comunicazione politica alla logica dei media non poteva che portare alla
nascita di una politica completamente mediatizzata ( Media politics), e questo attraverso dei
meccanismi rintracciabili in effetti,quali quelli '' mediatici '' e '' politici ''.


Per effetti mediatici s'intendono gli aspetti mediali della comunicazione, quali :



La costruzione dell'agenda politica : I media decidono i temi che affronteranno i decisori politici

(nella foto : Dibattito televisivo tra i due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Barack Obama e Mitt Romney, in occasione delle elezioni presidenziali americane del 2012)


· La spettacolarizzazione : I media impongono le regole del mercato alla comunicazione politica (Maurizio Gasparri,attuale vicepresidente del Senato della Repubblica italiana,ospite speciale di una puntata del programma televisivo '' Torte in Faccia '' )

· Sensazionalismo :
(''aboliremo l'ICI . Restituiremo l'IMU. Creeremo un milione di posti di lavoro, ecc..)


Per effetti politici s'intendono invece :

· Personalizzazione

L'attore politico deve adattare il proprio look e il proprio linguaggio
alle regole della popolarità televisiva.

( Il caso di Arnold Schwarzenneger governatore della California non è che la punta dell'Iceberg)


· '' Leaderizzazione '' :
I Media danno massima visibilità ai leader politici

(Matteo Renzi ospite speciale del programma '' Amici '' di Maria de Filippi)


Sono tanti i casi di mediatizzazione della comunicazione politica nel mondo. (Chi non ricorda il consenso globale che ebbe Barack Obama , in occasione delle elezioni presidenziali americane del 2008 ?) Ma le prime forme di '' politica mediatizzata '' apparvero agli inizi degli anni 60, in occasione delle elezioni presidenziali americane. Allora i candidati alla Casa Bianca erano il democratico John F. Kennedy e il repubblicano Robert Nixon. Nel corso dei vari dibattiti televisivi , il candidato John Kennedy appariva calmo e sicuro di se. Rispondeva in maniera chiara alle domande, con voce chiara e ferma. Viceversa Richard Nixon,che appariva nervoso e sudava copiosamente. Per i telespettatori americani era chiaro chi doveva diventare il presidente della Nazione più potente del Mondo : John F. Kennedy. Non fu il programma politico del candidato democratico a convincere gli elettori americani a votarlo,bensì il suo modo di apparire in televisione.



Nel corso degli anni il televisore conquistò sempre più un ruolo centrale nella comunicazione politica,al punto da spingere il politologo italiano Giovanni Sartori a coniare il termine ''Videocrazia '' nel suo libro '' Homo Videns ''. Ma per comprendere meglio il livello di '' mediatizzazione '' raggiunto dalla comunicazione politica vorrei focalizzare l'attenzione su un caso poco noto ai lettori occidentali : Le recenti elezioni presidenziali in Tunisia e i meccanismi '' mediatici'' che hanno condotto El Beji Caid Sebsi , anziano ex ministro di Habib Bourguiba, padre della nazione tunisina,alla presidenza della Repubblica tunisina. Lo scorso Dicembre, il popolo tunisino fu chiamato alle urne per decidere chi doveva prendere le redini della Repubblica. I candidati alla presidenza furono il novantenne El Beji Caid Sebsi, ex ministro del defunto leader Habib Bourguiba ed ex capo del Parlamento di Ben Ali sino al 1994, e Moncef Marzouki,noto attivista dei diritti umani e primo presidente della Repubblica del periodo post primavera araba. Tutta la campagna elettorale dell'anziano El Beji Caid fu incentrata sulla sua straordinaria somiglianza con Habib Bourguiba. Le emittenti nazionali mandavano quotidianamente in onda la storia del suo passato impegno politico al fianco dell'amato leader defunto. Di come, nel 1986, riuscì a strappare all'ONU , in qualità di ministro degli esteri di Bourguiba,una risoluzione che condannasse il bombardamento delle forze aeree d'Israele contro le sedi dell'OLP a Tunisi. Inoltre, durante i vari comizi elettorali, mandati in onda nelle varie emittenti nazionali, appariva sempre più identico,sia nel look che nel linguaggio, al defunto beniamino delle masse tunisine. Ben diverso fu la campagna elettorale del candidato Marzouki,che preferì un contatto più reale e meno mediatico con il popolo. Ovviamente in una '' Videocrazia '' tale approccio non funzionò e il popolo scelse come presidente della Repubblica il sosia di un leader defunto : El Beji Caid Sebsi.

( A sinistra : Il candidato Sebsi durante la sua campagna elettorale. A destra : Habib Bourguiba )




Dai casi citati possiamo ben capire che spettacolarizzare la comunicazione politica non è una
buona soluzione per il corretto funzionamento di una democrazia. Un processo democratico
fortemente influenzato dal potere dei media non può che causare derive autocratiche. E basta
rileggere la storia per capirlo....


Marocco, politica vietata agli uomini di religione

Vietato agli uomini di religione fare politica: l’Islam fuori dalla politica. Forse bisogna essere cauti, perché è difficile far fuori l’islam dalla politica quando a fare politica poi sono sempre delle persone e quindi dei musulmani, ma il passo è stato fatto, almeno in un paese, il Marocco. È da Rabat infatti che parte ancora […]
Tunisia in guerra: stato di emergenza e cambio di appproccio concettuale

Tunisia in guerra: stato di emergenza e cambio di appproccio concettuale

di Claudio Bertolotti
 
articolo pubblicato su ITSTIME
Il contributo dell’Italia al cambio di approccio concettuale e nel contrasto al “nuovo terrorismo insurrezionale
“Noi non abbiamo la cultura del terrorismo, è un problema regionale”: queste le parole usate dal presidente tunisino Beji Caid Essebsi nel proclamare, il 4 luglio, lo stato di emergenza nazionale in risposta all’avanzata dell’ISIS in Tunisia; parole perfettamente in linea con il contributo di pensiero e analisi prodotto dall’Italia[1] e contenuto nel documento su “terrorismo, sicurezza delle frontiere e criminalità transnazionale” che ha visto impegnati gli esperti della “5+5 Defense iniziative 2015”, attività coordinata dal CEMRES di Tunisi – Euro-Maghreb Center for Research and Strategic Studies, per conto dei ministri della Difesa dell’area “5+5” (Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta, Mauritania, Marocco, Algeria, Libia e Tunisia).
 
Il governo tunisino ha sinora affrontato la minaccia con un limite non indifferente che ne frenava le potenziali capacità: l’approccio concettuale. Le norme di linguaggio del governo tunisino – è sufficiente leggere i precedenti comunicati stampa istituzionali – imponevano di utilizzare il termine “terrorismo” per indicare il fenomeno insurrezionale proveniente dal medio e vicino Oriente e insistevano nel collocarlo nella categoria delle problematiche interne a uno stato nazionale (e che come tali devono essere affrontate dai singoli stati nazionali, con esplicito riferimento alla Libia). Oggi la Tunisia ha cambiato metodo, dimostrando di aver recepito le raccomandazioni italiane in merito al cambio di approccio concettuale: “La Tunisia, ormai da tempo minacciata dal fenomeno dell’ISIS, deve cambiare approccio culturale nei confronti delle dinamiche conflittuali che ne mettono in pericolo la stabilità, imparando a distinguere il classico «terrorismo» nazionale dall’attuale minaccia, che terrorismo tout court non è. Una nuova ed efficace forma di violenza transnazionale che impone un cambio concettuale nel processo di definizione della strategia di contrasto; non più, dunque, minaccia interna agli stati nazionali ai quali è demandato l’onere della repressione del fenomeno, bensì un pericolo comune contro cui è necessaria una strategia condivisa a livello regionale”: questa è la sintesi dell’analisi, pubblicata nel mese di febbraio per l’Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies (ITSTIME), e sostenuta da chi scrive – unico ricercatore italiano alla “5+5 Defense iniziative 2015” – in occasione della prima riunione del gruppo di lavoro di Tunisi del 18-19 febbraio.
Dopo poche settimane dal primo tavolo dei lavori, il 18 marzo, veniva portato a termine l’attacco contro il museo del “Bardo” a Tunisi; in quell’occasione persero la vita ventiquattro persone (quattro italiane), per mano di un commando i cui legami operativi e ideologici si estendevano ben al di là dei confini tunisini. Un evento che rappresenta il momento di svolta formale nel processo di espansione e nella condotta dell’offensiva del fondamentalismo jihadista dell’ISIS in Tunisia; benché il governo tunisino, e con esso i media e la comunità internazionale, abbiano erroneamente perseverato nel mantenere l’iniziale approccio, semplificato e parziale, orientato a una “minaccia terroristica interna”.
La seconda riunione del gruppo di lavoro della “5+5 Defense iniziative 2015” si è tenuta il successivo 15 giugno – pochi giorni prima della strage di Sousse del 26 giugno in cui hanno perso la vita 38 persone (la maggior parte europee); in tale occasione, a cui ha preso parte anche la delegazione libica (assente al primo incontro di febbraio), l’Italia è riuscita a far approvare unanimemente l’inserimento nel documento condiviso del nuovo concetto di minaccia contemporanea: il “nuovo terrorismo insurrezionale” (NIT – New Insurrectional Terrorism).
Un concetto chiave che, in estrema sintesi, definisce un fenomeno – basato su vecchie e nuove dinamiche transnazionali – connesso con altri fenomeni insurrezionali, criminali e di opposizione locali e regionali. Un fenomeno il cui fine non è la semplice destabilizzazione di un governo o un paese all’interno di confini internazionalmente riconosciuti, bensì la rimozione di interi complessi governativi, istituzionali, delle frontiere, senza alcuna considerazione per il diritto e le convenzioni riconosciute sul piano delle relazioni internazionali.
Per queste ragioni, è opinione di chi scrive che si debba procedere a una revisione complessiva dell’approccio concettuale; un approccio che deve basarsi sulla consapevolezza delle dinamiche complesse che influiscono su un fenomeno che è, in primis, denazionalizzato – e composto da soggetti a loro volta denazionalizzati, ovvero che si riconoscono come appartenenti alla nuova realtà statale, il califfato, la ummah – e influenzato da dinamiche locali, regionali e globali di ampio spettro.
Dunque, è opportuno prendere atto che una categorizzazione del fenomeno come dinamica di natura nazionale e limitata all’interno di formali confini statali è ormai anacronistica e potrebbe indurre a un confronto inefficace con la minaccia e alla conseguente improduttiva strategia di contrasto.
 
Conclusioni e raccomandazioni
Perché il cambio di approccio concettuale della Tunisia è così importante? Lo è perché in base a quelle che saranno le strategie messe in atto dal governo tunisino, in cooperazione con i partner africani ed europei, si delineerà il futuro prossimo della Tunisia, dell’Africa e dell’Italia. Se anche la Tunisia – politicamente fragile, economicamente e socialmente a rischio di destabilizzazione – non sarà in grado di reggere all’avanzata dell’ISIS, il rischio è il collasso e l’insorgenza di una guerra aperta: questa sarebbe una minaccia diretta per l’Italia, anche per ragioni di vicinanza geografica.
Dunque, una strategia di contrasto – basata sulla condivisa consapevolezza della minaccia da affrontare – dovrà prima contenere e sconfiggere il jihad insurrezionale a livello regionale. Così facendo ne ridurrà la spinta propulsiva e, conseguentemente, la sua portata a livello globale. L’alternativa è rappresentata da uno scenario fortemente destabilizzato e incerto il cui rischio potenziale può essere così sintetizzato:
  • destabilizzazione della Tunisia, e dei paesi della sponda sud del Mediterraneo, come conseguenza de