Il Forum della Cooperazione arabo-cinese: un nuovo orizzonte per le relazioni tra i due paesi

Di Ahmad Aboul Gheit. Al-Sharq al-Awsat (09/07/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini I rapporti tra gli arabi e la Cina sono antichi quanto queste due civiltà ed abbracciano tutti gli aspetti dell’attività umana, dal commercio all’economia alla cultura e ai legami popolari. La comunicazione tra la Cina e il resto del mondo e’ stato […]

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L’uomo che volle farsi Rom

Scusate se insisto. Qualche giorno fa una giornalista della Tv locale è venuta a farsi raccontare perché  ho fatto un’ autodenuncia alla regione Lombardia dichiarandomi Rom. Sono contrario alle schedature non ai censimenti. Ma quando si …

Appello mio personale a ricercatrici e ricercatori di/in Medio Oriente

(I’ll soon translate this post into English and Arabic) The term RESEARCH is inextricably linked to European imperialism and colonialism… The word itself RESEARCH, is probably one of the dirtiest words in the indigenous world’s vocabulary (Linda Tuhiwai Smith, University of Auckland, NZ)   È da un pò che noto status Facebook e Twitter di […]

Confesso sono rom: la mia autodenuncia alla Regione Lombardia

Ho inviato anche una segnaletica

Confesso: sono un italiano spurio, un cristiano forse convertito dall’ebraismo o dalla religione islamica, venuto forse dalla Giordania in tempi remoti. Nomade per vocazione e forse per sangue. Dunque, quando ho saputo che la Regione Lombardia, dove attualmente risiedo, ha raccolto con una mozione approvata a maggioranza le indicazioni del ministero dell’Interno sulla schedatura dei rom, ho scritto oggi una raccomandata – che mi fa piacere rendere pubblica invitandovi a fare altrettanto – che recita così:

Al Consiglio Regionale della Regione Lombardia

in copia: Eupolis Lombardia

Il sottoscritto, GIORDANA Emanuele, nato a Milano il 26/1/1953, di professione giornalista, abitante nella città di Crema (Cr)

Considerato che

la mia famiglia vive in Lombardia da diverse generazioni ma con numerosi cambi di residenza in altre regioni italiane, che parte del mio complesso famigliare risiede in altri Comuni, 

che io stesso non risiedo stabilmente nella stessa abitazione

che le origini etniche della mia famiglia sono incerte poiché il ceppo originario, da che se ne ha memoria in Italia, è situato tra le sole province di Torino e Cuneo con una collocazione geografica ristretta che porta a pensare a un’enclave forse cristiana, forse ebraica, forse musulmana con possibili conversioni dalla fede originaria

che il mio comportamento sociale è improntato a un forte nomadismo

che i miei tratti somatici, il colore die capelli, occhi e pelle, forma del naso, riportano a un’origine spuria e quantomeno mescolata con caratteristiche asiatiche ancorché indoeuropee

Venuto a conoscenza dagli organi di stampa che

il ministero dell’Interno sta predisponendo una nuova schedatura dei rom presenti in Italia
che il Consiglio regionale lombardo ha testé approvato una mozione in tale senso di cui si farebbe carico la partecipata Eupolis
chiedo

essendo incerta la mia provenienza etnico geografica associata a caratteristiche somatiche orientali e a un forte nomadismo contrassegnato da continui viaggi in Italia e all’estero, di essere inscritto come “rom” nella nuova statistica predisposta negli appositi registri dedicati di cui sopra

In fede

Emanuele Giordana con raccomandata di posta certificata del 5 luglio 2018

Humanitarianism and Postcoloniality: A Look at Academic Texts

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
In this blog post Southern Responses’ Research Associate, Dr Estella Carpi, uses her experience of teaching humanitarianism in Lebanon, Turkey and Italy, to examine how ‘northern-born’ theories and frameworks of humanitarianism interact with the ‘cultural dispositions’ of students and how, in turn, these interactions influence student responses to…

La crisi dei media egiziani

Di Alaa Bayoumi. Al Araby al-Jadeed (28/06/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini Se dovessimo caratterizzare i media egiziani dopo il colpo di stato del luglio 2013 e dopo la rivoluzione di gennaio 2011, li potremmo dividere in tre tipologie: il primo è il media pubblico o ufficiale, che avrebbe dovuto guidare la scena mediatica […]

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Sconfinamenti a Fahrenheit

Venerdi 29 a  Fahrenheit, la trasmissione dei libri di Radio3, Graziano Graziani mi ha dato la possibilità non solo di parlare di confini e del libro che abbiamo pubblicato con Rosemberg e Sellier, ma anche di “sconfinare” sulla quotidianità.Ho po…

Mo Salah’s spleen

Non si tratta solo di calcio, anche se questo è un caso ancor più delicato, vista la partecipazione dell’Egitto alla Coppa del mondo. Non si tratta solo di calcio, per la sconfitta cocente della squadra egiziana in Russia, con tutti gli altri avv…

Pacifismo: ripartire da Assisi

Aldo Capitini padre nobileSe restare umani è ormai un imperativo categorico del movimento pacifista, “restare uniti” sembra il messaggio più forte uscito ieri dalla giornata di incontro tra una cinquantina fra le associazioni che il 7 ottobre si ritrov…

Il Filo dell’Alleanza in Palestina

mcc43 Un grande arazzo, lungo 5 metri,  raffigurante la mappa del Mediterraneo sulla quale sono sovrapposti alcuni tratti del genoma umano: è il progetto artistico “Il filo dell’alleanza”, l’arazzo creato su disegno dell’artista palermitana…

Libano. Lo schiaffo di Trump alla causa palestinese e il peso dei rifugiati. Il grido del patriarca maronita Bechara Rai

Intervista di Katia Cerratti  da Articolo 21 In un Medio Oriente sempre più in fiamme, un grido di condanna per le continue provocazioni di Trump e l’arroganza di Israele, arriva dalla carismatica figura del patriarca maronita Bechara Rai, incontrato a Beirut pochi giorni dopo lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. Il timore di […]

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Confesso: anch’io sono rom

Cesare Lombroso: “Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli”Al prossimo censimento mi dichiarerò rom. E’ il mio piccolo gesto di resistenza civile a una possibile lista nera che si aggiunga alla schedatura di questo popolo già pr…

Southern Responses to Displacement Research at GCRF Conference on Protracted Conflict, Aid and Development

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
In October 2017 the Southern Responses to Displacement team participated in a Global Challenges Research Fund Conference entitled ‘Protracted Conflict, Aid and Development: Research, Policy and Practice’. The conference aimed to examine ways in which Southern led responses complement and, at times, challenge Northern led responses. Dr Elena…

Internationalism and Solidarity

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
Throughout history, assistance for people affected by conflict and displacement has been provided by state and non-state groups across the global South. How does ‘solidarity based’ humanitarianism influence Southern led responses to displacement? In the first of our introductory mini blog series Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh presents a brief reflection…

Refugee-Refugee Humanitarianism

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
First responders in contexts of displacement are themselves often refugees. In this, our third introductory mini blog, Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh examines how a focus on refugee-refugee humanitarianism makes it possible to recognise and meaningfully engage with the agency of displaced populations. Refugee-Refugee Humanitarianism By Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh, Southern…

Faith-Based Humanitarianism

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
How do local faith communities respond to populations affected by conflict and displacement. In our second introductory mini blog Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh provides a brief overview of how local faith communities are often the first and longest standing responders to displaced populations. Faith-Based Humanitarianism By Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh,…

Southern Responses to Displacement: Background and introduction to our mini blog series.

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
Northern-led responses to displacement from Syria have been complemented and at times challenged by responses developed by actors from the global South.   In this introduction to our mini blog series Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh gives an overview of the background to the Southern Responses to Displacement project and…

Before Defining What is Local, Let’s Build the Capacities of Humanitarian Agencies

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
In this piece, Dr Janaka Jayawickrama and Bushra Rehman argue that the localisation of aid agenda is shaped by a discourse of global humanitarianism that is characterised by a particular, cultural relationship to power. This suggests that current discourses on localisation have largely been North-centric, often overlooking the Southern…

Teaching Humanitarianism: The Need for a More Responsive Framework

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
In this blog post Southern Responses Research Associate Dr Estella Carpi reflects on her experiences of teaching humanitarianism in different countries and languages.  These experiences have led her to acknowledge and question different academic cultural frameworks of displacement, migration and humanitarian action and provided insight into how this…

The Politics of Reception in Syria’s Neighbourhood

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
Dr Estella Carpi from Southern Responses to Displacement participated in the ERC-funded conference “The Politics of Reception: The Syrian Neighbourhood as a Social Field” in November 2017.  Her blog examines the social implications of displacement from Syria.  The Politics of Reception in Syria’s Neighbourhood. By Dr Estella Carpi,…

Southern Responses at Chatham House “Winning Back the Human Race” Conference

Originally posted on Southern Responses to Displacement:
In November 2017, Dr Estella Carpi from the Southern Responses to Displacement research team took part in a conference entitled  “Winning Back the Human Race: a conference on the legacy of the Independent Commission on International Humanitarian Issues.”  In this blog Dr Estella Carpi reflects on the multiple…

Il Sudan e la ratifica del CEDAW

Di Mona Abdel Fattah. Al-Araby al-Jadeed (11/06/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini In questi giorni è in corso un intenso dibattito tra i tribunali e le istituzioni legali del Sudan, circa la proposta del Ministero della Giustizia al Parlamento che chiede la firma e la ratifica della Convenzione sull’Eliminazione di tutte le Forme di […]

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Scommessa Eid el fitr

Per un giorno, in Afghanistan le armi hanno taciuto e si sono levate le voci di pace. Ieri, in occasione dell’Eid el-Fitr, la festività che segna la fine del sacro mese del Ramadan, in tutto il Paese c’è stato un giorno di tregua. È il primo dei tre gi…

Italica Aporofobia e sbarco di migranti

mcc43 L’apparire del barcone col bordo a pelo d’acqua e decine di volti scuri dagli occhi sgranati fomenta svariate reazioni, sempre più spesso di stampo razzista. Non avevo mai pensato al nostro come a un paese in cui il razzismo fosse un sentire diff…

Mondiali Russia 2018, il consenso di Al Sisi in Egitto passa anche dalla nazionale di Salah (e dalla scomparsa del tifo organizzato)

Non solo fronte interno. Grazie al torneo iridato, un risultato nella politica internazionale Sisi lo ha già portato a casa: la preparazione del team di Cuper è avvenuta in Cecenia, con il ritiro e l’albergo interamente a carico del governo locale. Il presidente egiziano ha così potuto stringere nuovi rapporti con il leader Kadyrov, compiacendo Putin, alleato economico e caposaldo della politica estera del regime del Cairo

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La sfida di Eid el-fitr

La festa di Eid el-fiṭr (o festa dell’interruzione de digiuno alla fine del Ramadan) è una delle più importanti ricorrenze dell’islam che si celebra alla fine del mese lunare del digiuno rituale e che quest’anno cade in questa settimana. Ma in Afghanis…

في ذكرى النكبة: قراءة في بعض أحوال فلسطينيي سوريا

عبدالله أمين الحلاق لا يمكن الحديث عن القضية الفلسطينية، من دون أن نتكلم عن الارتباط الكبير بينها وبين كل القضايا والمسائل في المشرق العربي، أي سوريا ولبنان والعراق وحتى الأردن. وخصوصاً في سوريا اليوم. سأتكلم اليوم عن سوريا، بالرغم من أن مناسبة الحديث …

#apriteiporti

Certe volte è giusto ricordarsi per quale ragione si è scelto un luogo per vivere. Perché ho scelto la Sicilia, nove anni fa, quando ancora ero a Gerusalemme. E perché ci vivo da sei anni, nel cuore del Mediterraneo. Questa sera, a Palermo, ci sono uom…

Perché diventi migrante….

mcc43 “Dovete capire, nessuno mette suo figlio su una barca, a meno che l’acqua sia più sicura della terra.” Warsan Shire da “Home”, A Refugee Poem, di Warsan Shire, poetessa anglo-somala testo integrale della poesia nel blog austinre…

La strada verso la stabilità della Libia

Di Shamlan Youssef al-Issa. Ash-Sharq al-Awsat (04/06/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini I vari schieramenti libici si sono accordati sulle elezioni parlamentari che si terranno il prossimo 10 dicembre. Questo passo è arrivato dopo lo sforzo da parte delle Nazioni Unite per ripristinare la stabilità in Libia, tormentata dalla sicurezza e dal caos politico […]

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Refugee Hospitality in Lebanon and Turkey. On Making the “Other” (June, 2018)

We’ve been literally inundated with refugee hospitality accounts… Indeed, it’s primarily a discourse, which problematically speaks the language of the nation-state when it’s paraded as a political virtue. As a matter of fact, over the last 7 years it paradoxically ended up acting as a social fragmentation force in the Syria neighbourhood. Read our latest […]

Libano, Drusi, questi sconosciuti. Intervista al leader spirituale sheykh Naim Hassan

Intervista di Katia Cerratti Per i drusi libanesi è l’autorità massima religiosa. Verso di lui un rispetto e una sorta di venerazione che va oltre ogni immaginazione. E così anche un’intervista può risultare difficile. Ma non impossibile. Lo sheikh Naim Hassan ha accettato di parlare e cercare, in qualche modo, di dare agli occidentali risposte […]

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Il modello Manila contagia Dacca

“Se non si taglia la domanda (di stupefacenti) come si può pensare di fermare lo spaccio”? Se lo chiedono oggi sullo Daily Star, giornale in lingua inglese di Dacca, due opinionisti – Inam Ahmed e Shakhawat Liton – che fanno il punto sull’incapacità di…

Memoria per l’Oblio

Basel Shehadeh,  girava questo film sperimentale, Memoria per l’Oblio, nell’autunno del 2011, quando studiava all’università di New York. Basel lasció gli studi per tornare in Siria e prendere parte alla Rivoluzione. È una delle grandi figure del movim…

Quattro storie rohingya

Quattro storie di dolore, sfortuna, buona sorte o semplicemente scomparsa. Lo racconta oggi il Daily Star di Dacca dando conto delle peripezie di una famiglia rohingya. Qui sotto una mappa delle loro storie nella diaspora (o in carcere)La mappa è stata…

Suad Amiry a LetteratureOff a Roma

Questo sabato 26 maggio, la scrittrice e architetta palestinese Suad Amiry sarà ospite a Roma del Festival LetteratureOff, uno “spin off” del Festival Letterature che ogni anno si svolge a Massenzio. LetteratureOff sarà ospitato in tante biblioteche pe…

Ahed, Taghreed e le altre

Non fosse stato per Ahed Tamimi, l’opinione pubblica europea non avrebbe notato – nel panorama palestinese – la presenza delle donne. Non fosse stato per la potenza delle immagini in cui una ragazza di 17 anni viene ripresa dalle telecamere lo scorso d…

Polveriera Medio Oriente, Trump, il gendarme Netanyahu e l’Europa che non c’è. Intervista ad Alberto Negri

Intervista di Katia Cerratti L’uscita di Trump dallo storico accordo sul nucleare stipulato nel 2015 con Iran, UE, Russia e Cina, lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e la mattanza messa in atto da Israele nella striscia di Gaza nei confronti dei palestinesi che partecipavano alla ‘marcia del ritorno’ verso i territori […]

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Il progetto del Califfo in Asia

Guido Corradi ed Emanuele GiordanaDall’Afghanistan all’Indonesia”A oriente del califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi”Un volume di Rosenberg&Selliergiovedi 17 maggioalle ore 18.30Rass…

Caso Regeni, è il giorno della consegna delle telecamere da parte dell’Egitto: il nuovo ruolo del governo nell’indagine

Quasi due anni e mezzo dopo la scomparsa del ricercatore di Fiumicello, Il Cairo concede le immagini della videosorveglianza ai magistrati della Procura di Roma, forse senza data e ora. Una mossa che sembra segnare una svolta nell’atteggiamento degli egiziani riguardo all’omicidio avvenuto nel 2016 dopo la rottura nei rapporti tra la procura e le autorità

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Indonesia. Il ritorno del califfo

Dopo che per due giorni Surabaya, la seconda città dell’Indonesia, è stata macchiata da una tragica scia di sangue, montano le pressioni sul parlamento di Giacarta perché voti una legge ad hoc – già sottoposta dall’esecutivo nel febbraio 2016 – che ga…

Prigionieri per debiti

L’Agenzia delle Entrate declama il grande successo di mezzo milione di domande per la rottamazione che scade domani. Ma quanta gente può e deve effettivamente pagare? Uno sportello sindacale dice “Basta”Si chiama “Definizione agevolata 2000/17” o, più …

Toward an Alternative ‘Time of the Revolution’? Beyond State Contestation in the struggle for a new Syrian Everyday (May, 2018)

The Mabisir team has just published “Toward an Alternative ‘Time of the Revolution’? Beyond State Contestation in the Struggle for a New Syrian Everyday” on Middle East Critique: The convoluted relationship between the state and citizens in conflict-ridden Syria often has been reduced to a binary of dissent and consent. Challenging these simplistic categorizations, this […]

Il mitico libretto

Qualcuno mi ha chiesto se il famoso libretto, alle origini della scrittura di Viaggio all’Eden, non fosse solo una trovata letteraria. Altro che finzione, eccolo qui il mitico libretto. Era un diarietto che si vendeva in India o in Nepal e dove avevo r…

Auguri, Ernesto Ferrero!

Stamattina abbiamo mandato i nostri messaggi di auguri a Ernesto Ferrero per i suoi 80 anni. È nato il 6 maggio. I giovani direbbero: “Come George Clooney”, senza sapere che lui, Ernesto, è un ragazzo di maggio, molto più di altri. Gli auguri per i suo…

Traffico di esseri umani, jihadismo e Europa. Intervista a Loretta Napoleoni

Intervista di Katia Cerratti “Ragazzoni pronti per i lavori nei campi! 400,700,800…”, 400 dollari, questo il prezzo di un essere umano in Libia, venduto all’asta come merce dai mercanti di schiavi. Un orrore mostrato in un video chock della Cnn risalente all’agosto 2017, la cui autenticità è stata confermata dal reportage di Nima Elbagir che a […]

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La tragedia di Daraya

Daraya è -o per meglio dire era – una nota cittadina nell’hinterland rurale di Damasco. Sobborgo di lavoratori e classe media a due passi dalla capitale, Daraya era anche un polo agricolo, particolarmente noto per la sua uva deliziosa. Negl…

Teaching humanitarianism in Lebanon, Turkey, and Italy (April, 2018)

http://publicanthropologist.cmi.no/2018/04/26/teaching-humanitarianism-in-lebanon-turkey-and-italy/ In an attempt to reflect on some lectures I have delivered on humanitarianism in Lebanese, Turkish, and Italian universities over the last three years, I would like to advance a few reflections on the “public afterlife” of my experience of teaching, the language I used in those classes, and the response I received from […]

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco strag…

La donna e i suoi piccoli segreti nell’arte figurativa di Manal Saif

Di Ahmad al-Aghbari. Al-Quds(18/04/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini La giovane artista yemenita Manal Saif (classe 1986) ha recentemente organizzato la sua prima mostra personale intitolata Small Secret, (Piccolo Segreto), alla Basement Cultural Foundation di Sana’a: oltre 25 dipinti diversi fra loro per tecniche, tematiche e dimensioni. I lavori della mostra sono stati divisi […]

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Viaggio all’Eden (via Torino)

Viaggio all’Edenincontro con l’autoreGiovedì 19 aprile 2018 – ore 21.00 Cascina Roccafranca di via Rubino 45  TorinoL’ANGOLO dell’AVVENTURA di TORINO ospiterà EMANUELE GIORDANA, giornalista e scrittore, per 10 anni voce di Radio3Mondo, a…

LA CAVERNA DELLA SINISTRA

     Platone, Repubblica, Libro VII (…) immagina degli uomini in un’abitazione sotterranea a forma di caverna la cui entrata, aperta alla luce, si estende per tutta la lunghezza della facciata; son lì da bambini, le gambe e il collo legati da catene in modo che non possano lasciare il posto in cui sono, né […]

Egitto, lo stato trappola che ti fa scomparire nel nulla

mcc43 Immaginate un paese sotto regime militare dove chiunque può essere cacciato in prigione perché un poliziotto “lo può fare” dal momento che, laggiù, diritti civili e umani sono trascurabili futilità. Immaginate che un un amico vi facci…

Gli scrittori yemeniti vendono le loro biblioteche per combattere la fame

“Ad oggi 17 milioni di yemeniti soffrono di insicurezza alimentare, e circa sette milioni di essi sono affetti da insicurezza alimentare acuta”, questo è ciò che scrivono le maggiori agenzie di stampa internazionale circa le condizioni del popolo dello Yemen. 

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Quanto pesa una bomba

In Siria sono stati lanciati un centinaio di missili per colpire gli arsenali chimici di Assad. Intercettate o meno che siano state, il numero delle bombe è importante, tanto da farne parlare tutti i media del globo. Ma sono state poca cosa se paragona…

Khaled Khalifa a Milano presenta Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città

                    Chi segue questo blog ricorderà che sono stata critica almeno un paio di volte in occasione di presentazioni alla presenza di autori e autrici arabe/i a motivo del modo in … Continua a leggere

Khaled Khalifa a Milano presenta Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Una nuova collana di traduzioni dall’arabo

Sono molto contenta di presentare i primi titoli della nuova collana Barzakh di traduzioni dall’arabo di Jouvence. Partiamo dalla narrativa. I primi due titoli sono Bisturi, di Kamel Rihai, tradotto da Francesco Leggio e Viaggio contro il tempo, di Emily … Continua a leggere

Una nuova collana di traduzioni dall’arabo
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Questa non è una recensione

“È difficile stabilire il momento in cui si prende commiato da una persona” Nella tradizione popolare musulmana, in Egitto, si dice che per quaranta giorni l’anima della persona che muore se ne stia tra la terra e il cielo. Sono quaranta giorni di sosp…

in silenzio, al di là del muro

Gli amici dell’Arci mi hanno chiesto un commento sulle manifestazioni al confine tra Gaza e Israele. Lo hanno pubblicato su Arcireport del 5 aprile. Nel frattempo, la cronaca parla di un altro venerdì di sangue. Sempre lì, sempre tra i manifestan…

Egitto, Al-Sisi stravince con il 97 per cento. Ma la bassa affluenza indebolisce il suo desiderio di leadership a vita

Il presidente rieletto ha già annunciato che nei prossimi 4 anni proseguirà la realizzazione delle grandi opere, come la nuova capitale amministrativa, e la ristrutturazione del sistema dei sussidi sull’acquisto dei generi di prima necessità. Ma c’è un punto che è già emerso negli ultimi mesi: alcuni parlamentari vicini ad al-Sisi avevano già parlato di modificare il vincolo di mandato presente in Costituzione e diversi analisti confermano che una modifica più ampia potrebbe essere tra i primi punti dell’agenda

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Scarsa affluenza alle ultime elezioni presidenziali egiziane: la fatica del regime a convincere i cittadini a partecipare

Al-Quds (28/03/2018). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini. I tre giorni dedicati al voto delle elezioni presidenziali egiziane, non sono stati dei migliori in termini di scarsa partecipazione dei cittadini, nonostante gli sforzi da parte del regime per incentivare l’affluenza (l’apertura dei seggi è stata prolungata fino alle 21 di mercoledì). La competizione tra candidati […]

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Somiglianze repubblicane

La Storia non si ripete ma insegna qualcosa. E ci sono almeno tre elementi in comune tra Donald e Dick: l’ostacolo alla giustizia e il pugno duro per risolvere le crisi, conditi da un fiume di reticenze.Che il genere umano abbia la memoria corta è risa…

Basta una foto

Una foto non basta. Eppure, per porsi dei dubbi, basta osservarla, questa foto che riprende, dalla parte israeliana del confine, ciò che è successo durante la Grande Marcia del ritorno, una dimostrazione di decine di migliaia di palestinesi di Gaza ten…

Potere e morte a Islamabad

Figlia del destinoBenazir Bhutto, figliadi Zulfikar: assassinataBhutto: la tragica epopea di una dinastia asiaticaIl potere e la morte. Sembrano questi i due segni distintivi di una famiglia asiatica che ha attraversato i momenti più cruciali della st…

Voci dalla Ghouta

(Al Ghouta, di Miream Salameh) Il 18 febbraio 2018 il regime siriano ha intensificato la sua campagna di bombardamenti sull’area della GhoutaOrientale, già sotto assedio dal 2013. La pagina Ghouta   raccoglie alcune testimonianze degli abitanti della G…

Border towns: humanitarian assistance in peri-urban areas (March, 2018)

Humanitarian response in urban areas, Humanitarian Exchange Magazine No. 71. by Humanitarian Practice Network March 2018 Humanitarian crises are increasingly affecting urban areas either directly, through civil conflict, hazards such as flooding or earthquakes, urban violence or outbreaks of disease, or indirectly, through hosting people fleeing these threats. The humanitarian sector has been slow to […]

Egitto, al vie le presidenziali: un voto proforma che serve ad Al Sisi per placare i malumori della gente e dei militari

REPORTAGE – L’ansia da prestazione del numero uno del regime è visibile in tutta la città. Nel Paese si respira indifferenza, malcontento e silenzio. L’affluenza rischia di essere ai minimi storici, specie dopo l’arresto di tutti gli oppositori del presidente uscente, che è l’unico candidato vero

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Viaggio all’Eden (via Mas)

Asia – Viaggio ciclo alMAS – Museo Arte e Scienza di Milano Via Quintino Sella, 4, 20121 Milano MITelefono: 02 7202 2488“Viaggio all’Eden, da Milano a Kathmandu”LaterzaLunedì 26 marzo, ore 18.15Con Guido Corradi ed Emanuele GiordanaIl racconto, tra mem…

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central…

Egitto, ambasciata al Cairo cerca esperto in diritti umani: dimenticato Regeni, le relazioni sono più forti di prima

Il documento apparso sul sito dell’Aics non fa neppure menzione dei 60.000 detenuti politici dal 2013 a oggi e delle numerose sparizione forzate, circa tre al giorno. Nella descrizione del Paese si limita a dire che “ha conosciuto significativi cambiamenti politici ed economici dal 2011 ad oggi”

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Donne radicali

Uno dei regali più belli di questi giorni. Trovarmi nella lista delle “donne radicali” che hanno pubblicato per il catalogo di Seven Stories Press. In compagnia di alcune delle grandi intellettuali dello scorso secolo. Arrossisco.  

Bombe sul nuovo anno

Il Nawroz è una ricorrenza tradizionale persiana che corrisponde all’equinozio di primavera e che celebra il nuovo anno: dall’Iran all’Albania, dalla Bosnia all’Azerbaigian. Sceglierla per fare strage, com’è avvenuto ieri in Afghanistan, sembra lontan…

Il killer silenzioso del Vietnam

Ho Chi Minh City – Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il…

Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Martedì 20 marzo, alle 20.45, alla Locomotiva, Centro dei Ferrovieri, in via Rismondo 2Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmanducon Emanuele Giordana, giornalista e scrittore, presidente dell’Associazione Afgana.A cura dell’Associazione Culturale “L’Ango…

5 domande

1. Chi voglio essere? La nostra identità è in continua costruzione. Nell’epoca del culto di sé, chi aspiriamo a essere? Che rapporto c’è oggi tra l’essere se stessi, il conoscere se stessi e il diventare se stessi? 2. Perché mi serve un nemico? I confi…

Striscia di Gaza: la crisi della coscienza umana e la responsabilità della comunità internazionale di porre fine all’occupazione militare

Con gli ultimi attacchi israeliani, il mondo ha assistito all’espulsione forzata di più di mezzo milione di palestinesi, compresi bambini

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Viaggio all’Eden (via Vicenza)

Martedì 20 marzo, alle 20.45, alla Locomotiva, Centro dei Ferrovieri, in via Rismondo 2Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmanducon Emanuele Giordana, giornalista e scrittore, presidente dell’Associazione Afgana.A cura dell’Associazione Culturale “L’Ango…

2018. L’oligarchia della New Policy | Federico Berti

La favola consolatoria del Rosatellum Internet e la New Policy Governance e stabilità. La politica dei cittadini Sorgente: 2018. L’oligarchia della New Policy | Federico Berti “Il primo partito in Italia è nato in chat, il secondo ha i…

Il persistente stallo della Libia

mcc43 Da mesi l’Onu e l’Europa hanno previsto una tornata elettorale, presidenziale e legislativa, per il 2018. E’ un obiettivo possibile? Molti lo ritengono un passo verso l’unità, altri un ulteriore e pericoloso incentivo al c…

Iran, Mehdi Rajabian e il setar “sospeso”. Il bavaglio del regime agli artisti iraniani

Articolo di Katia Cerratti Il setar di Mehdi Rajabian non suona più. Le corde di uno dei più antichi e suggestivi strumenti della cultura persiana non vibrano più. Nel 2015 è infatti sceso il silenzio su quelle magiche note che narravano la storia dell’Iran perché un tribunale iraniano, in soli 15 minuti, ha  deciso che Mehdi e […]

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Dietro le violenze a Sri Lanka

Il governo dello Sri Lanka ha ordinato nuovamente ieri dalle sei di sera il coprifuoco nell’intero distretto di Kandy, nello Sri Lanka centrale. La misura, già presa dopo un week end di violenze ai danni della comunità musulmana, era stata rinforzata …

Elezioni in Egitto: Al-Sisi contro Al-Sisi

mcc43 Il 26 marzo gli Egiziani andranno alle urne per eleggere il Presidente. Improbabili le sorprese:  Abdel Fattah Al Sisi ha provveduto  con svariate e illecite misure a creare le condizioni di una sua eclatante rielezione. Come già in passato per a…

Non è questione di tasse, a Gerusalemme

Il grande portone del Santo Sepolcro a Gerusalemme è stato riaperto all’alba. La clamorosa protesta delle chiese cristiane presenti nella Città Santa e proprietarie di immobili si è chiusa, per il momento. O meglio, è stata sospesa quando si è ap…

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central…

Il killer silenzioso del Vietnam

Ho Chi Minh City – Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il…

Orientalismo alla Pasolini

L’ho visto colpevolmente in ritardo, il viaggio che Pier Paolo Pasolini compie in Israele e Palestina nel 1965. Un viaggio di cui abbiamo una traccia incredibilmente interessante nei Sopralluoghi in Palestina, un documentario in cui Pasolini desc…

La memoria del 17mo parallelo

Il treno notturno parte dalla stazione di Ninh Bin quando le luci del giorno sono ormai state inglobate dalle tenebre. Motrice e vagoni provengono da Hanoi, la capitale, per scendere verso Sud attraversando un fitto paesaggio di case e risaie, classica…

Il caffè abile di Hoi An

Quante qualità di caffè esistono in Vietnam, uno dei luoghi del mondo dove si produce una miscela dall’aroma intenso e spesso con un retrogusto al cioccolato? C’è quello classico con Arabica e Robusta, o un’antica ricetta di Hoi An, nel Vietnam central…

Humanitarianism in an Urban Lebanese Setting: Missed Opportunities (by Estella Carpi and Camillo Boano)

The UNDP and UKAID funded public market. Halba, 23 February 2017. Photo credit: Estella Carpi Estella Carpi – Camillo Boano | 2018-02-05   http://legal-agenda.com/en/article.php?id=4211 Prior to the arrival of Syrian refugees and international humanitarian agencies in 2011, the Akkar region in northern Lebanon bordering Syria has rarely made global headlines. However, this region has historically suffered from local […]

i doveri dei giornalisti

Ci sono già le regole. Le regole per i cittadini, nella Costituzione Italiana e nelle leggi. In particolare, la Legge Mancino. Ci sono già le regole, per i giornalisti. Il codice deontologico e la Carta di Roma. Provate a leggerle, le regole che già ci…

quando parleremo delle nostre colpe?

Non mi stancherò mai di ripetere che, ormai da anni, vi è un problema serio all’interno del mondo dell’informazione e tra i giornalisti. C’è da prima della battaglia per la Carta di Roma, non a caso una battaglia condotta da Laura Boldrini e Roberto Na…

Dietro la nuova offensiva talebana

Laguerra in sordina dell’Afghanistan, un conflitto che ogni anno reclama un sempre maggior numero di vittime, è tornata improvvisamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’esposizione mediatica è dovuta soprattutto a due attentati che, in rapida sequenza, hanno colpito la capitale e che portano la firma dei talebani, il movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e oggi guidato da mullah Akhundzada. Il primo ha colpito il 20 gennaio l’hotel Intercontinental, un vasto edificio razionalista da sempre residenza di corrispondenti esteri e uomini d’affari che si trova su una collina alla periferia della città. L’assedio al commando asserragliato nell’edifico, durato quasi un’intera giornata, si è concluso con un bilancio di almeno 25 vittime, tra cui molti stranieri. Una settimana dopo, i talebani hanno colpito nel mucchio con una strage nel cuore della capitale: un’auto bomba – nascosta dalle insegne di un’ambulanza – è saltata in aria col suo conducente in un’area dove si affacciano gli uffici dell’Unione europea, alcune sezioni del ministero dell’Interno e, poco più in là, il quartier generale della polizia. La zona, sempre molto trafficata e non lontana dal municipio e dal gran bazar di Kabul, è frequentata da funzionari e poliziotti ma soprattutto da cittadini ordinari. Il bilancio ha superato i cento morti, in uno degli attentati più sanguinari della storia della capitale. A rendere ancora più tragica la sequenza di attentati talebani, è stato – qualche giorno dopo – la strage di oltre una decina di soldati sempre a Kabul e – alcuni giorni prima – l’assalto alla sede di una Ong internazionale a Jalalabad, nell’oriente afgano a ridosso del Khyber Pass. I terroristi hanno firmato i due massacri con la sigla dello Stato islamico: prendendo in ostaggio la sede di Save the Children e uccidendo membri del personale locale e dello staff internazionale di un organismo per la protezione dell’infanzia, gli emuli di Al-Bagdadi si sono assicurati la pubblicità che consente loro di dimostrare di essere sopravvissuti alle macerie di Raqqa…
Due scuole di pensiero
Se gli attentati stragisti con vittime civili sono all’ordine del giorno per gli uomini del califfato – che colpiscono senza problemi nelle strade e nelle moschee – i talebani sembrano aver deragliato da una strategia che coltiva quasi esclusivamente obiettivi militari e dove le vittime civili sono “effetti collaterali”, raramente se non mai obiettivo diretto. Le analisi su questo nuovo “surge” talebano, caratterizzato da azioni dove sono inevitabili le vittime civili, hanno riempito giornali e televisioni, afgane e internazionali. Con due interpretazioni dominanti. La più diffusa riguarda il Pakistan, che la recente messa in mora del presidente americano Trump avrebbe innervosito. Trump ha accusato Islamabad non solo di fare il doppio gioco, sostenendo che anziché combattere il terrore in realtà foraggia e ospita i talebani afgani, ma ha tacciato i pachistani di essere solo dei bugiardi che meritano una lezione. Lezione equivalente al taglio dei fondi militari già decisi dal Congresso: un congelamento di circa 1,3 miliardi di dollari per l’anno in corso. Il Pakistan ha reagito male ma non così duramente- almeno ufficialmente – come ci si aspettava. Ecco allora, sostengono diversi analisti, che Islamabad avrebbe risposto indirettamente, spingendo i talebani a colpire più duramente del solito. Un messaggio che significherebbe in sostanza una sola cosa: che senza l’aiuto di Islamabad la pace in Afghanistan è una “missione impossibile” Altri analisti propendono invece per un’altra interpretazione, ben riassunta il 28 gennaio in un articolo sul New York Times di Max Fisher (Why Attack Afghan Civilians? Creating Chaos Rewards Taliban). Anche se il Pakistan gioca sempre un ruolo importante nella guerra afgana, il surge talebano sarebbe piuttosto da mettere in relazione con la necessità del movimento di reagire alla nuova escalation nella guerra afgana che Trump ha promesso l’anno scorso e iniziata con un aumento delle forze americane nel teatro da da 11 a 15mila unità.
Quanto conta il Pakistan?
Aggiungi didascalia
Questa seconda lettura della nuova stagione stragista talebana appare più convincente. La nuova strategia enucleata nel 2017 da Trump prevede infatti più uomini e un maggior impiego della forza aerea, tradottosi in un aumento dei raid aerei (tre volte in più che negli anni precedenti). Il presidente inoltre, ha dato luce verde alla Cia per raid mirati e selettivi anche in Afghanistan mentre, con Obama, l’intelligence poteva farli solo in Pakistan. Secondo gli uomini del presidente (al netto di chi, come l’ex consigliere Steve Bannon erano contrari a questa nuova strategia), i talebani afgani e i leader pachistani, messi alle strette dalle bombe gli uni e dal taglio dei fondi gli altri, si sarebbero visti costretti a far partire negoziati di pace col governo di Kabul. Ma la strategia non sembra aver funzionato. I talebani, più dei pachistani, hanno reagito diversamente tanto che Trump, dopo gli attentati, ha escluso che si possa ancora parlare di negoziati.

Il Pakistan è indubbiamente un attore chiave nella crisi afgana ma non è onnipotente. Controlla il movimento talebano ma solo fino a un certo punto e fino a un certo punto riesce a condizionarlo. Immaginare che i talebani di Akhundzada siano eterodiretti da Islamabad sembra più un desiderio che non una realtà. Benché i paragoni in politica siano sempre effimeri e spesso fuori luogo, Islamabad sta ad Akhundzada come Pechino sta al nordcoreano Kim Jong-un che, come si è visto e nonostante le buone relazioni con la Cina, agisce assai spesso di testa sua. Infine, Islamabad ha un problema interno generato nelle aree tribali pashtun dalla presenza dei talebani pachistani, movimento parente (anche etnicamente) dei cugini afgani ma autonomo e filoqaedista. Per Islamabad il terrorismo è un grosso problema interno e la sua incapacità di risolvere il nodo in casa testimonia di quanto siano in realtà complessi i rapporti tra governo e guerriglie. Se è pur vero che i servizi pachistani hanno giocato e giocano a fare i burattinai con i gruppi islamisti (spesso in chiave anti indiana), è altrettanto vero che il gioco è sfuggito di mano. E stabilizzare l’Afghanistan è probabilmente anche un interesse di Islamabad, pur con tutti i distinguo. Anche perché Kabul chiude un occhio sui talebani pachistani che cercano rifugio in Afghanistan.
Alzare il livello dello scontro
La tesi di una scelta autonoma dei talebani nell’alzare il livello dello scontro ha dunque più di un valido motivo: è non solo un modo di reagire al surge americano appoggiato dal governo di Ashraf Ghani, ma quello di dimostrare che la guerriglia in turbante non è affatto sulla difensiva. Spingere Trump a dichiarare che la pace è saltata è per i talebani una vittoria. Il movimento, che raggruppa anime e tattiche diverse, è abbastanza disomogeneo e le direttive vengono da “shure (consigli) spesso strategicamente distanti, che amministrano la guerra da Quetta a Peshawar ma anche da Mashad, in Iran, o da Doha, dove il movimento ha un ufficio politico. Con gli attentati i talebani danno però un’idea di unità di queste anime tanto diverse: da quella del teologo Akhundzada, a quella di Sirajuddin Haqqani, leader di una fazione stragista e minoritaria ma ormai numero due del movimento.
A tutto ciò vanno aggiunti altri due elementi: il primo è che le stragi mettono in difficoltà un governo fragile e litigioso che gli afgani percepiscono come incapace di garantire la loro sicurezza persino nel centro della capitale. Il consenso al governo è così labile che ogni attentato non fa che spingerlo sempre più in basso. L’altro elemento riguarda lo Stato islamico e il suo progetto del “Grande Khorasan”, regione ideale del progetto califfale che comprende Iran, Afghanistan e Pakistan. Tra i due gruppi guerriglieri si è inevitabilmente stabilita una sorta di rincorsa competitiva per dimostrare chi sono i veri mujahedin. Lo Stato islamico non ha molti combattenti in Afghanistan e ricorre quindi praticamente solo agli attentati: suoi erano stati finora quelli col maggior numero di vittime. Gli attentati talebani di Kabul sembrano dunque una risposta anche a loro e una rivendicazione di supremazia strategico militare per il primato sulla guerra nel nome di Allah.

Questo articolo è stato pubblicato il 31 gennaio su AspenOnline

Afghanistan, la guerra infinita. Intervista a Emanuele Giordana

Intervista di Katia Cerratti La lunga scia di sangue che ha colpito l’Afghanistan nei giorni scorsi, ha mostrato chiaramente quanto la guerra, in questa terra martoriata, sia ancora molto lontana dalla parola fine.  Quattro attentati sanguinari nel giro di pochi giorni con un bilancio di 163 morti e oltre 300 feriti. Il primo attacco, rivendicato […]

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Regeni, Al Sisi: “Non finiremo di cercare i colpevoli”. Intanto inaugura il super-giacimento di gas con Eni e ambasciatore

Due anni fa di questi giorni Giulio Regeni era tra le mani dei suoi aguzzini, che lo stavano torturando prima di ucciderlo e gettarlo il 3 febbraio 2016 lungo la superstrada che collega il Cairo e Alessandria. Oggi è il giorno di un’inaugurazione simbolica, ma di acclarata efficacia per la propaganda di governo egiziana. La […]

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Diario di ordinaria tristezza, Mahmud Darwish

mcc43   “Qualsiasi livello di antagonismo arabo israeliano si sia raggiunto, nessun arabo ha il diritto di simpatizzare con il nemico del proprio nemico, perché il nazismo è nemico di tutti i popoli. E questa è una cosa. Però Israele eccede …

Regeni, al Cairo silenzio sull’anniversario della scomparsa. Ambasciatore Cantini alla famiglia: “Io qui per avere la verità”

Davanti all’ambasciata italiana non c’è neanche un mazzo di fiori. Lo scoccare dei 24 mesi senza Giulio Regeni al Cairo passa quasi inosservato, fagocitato da un altro anniversario: quello della rivoluzione che 7 anni fa destituì Hosni Mubarak. Un evento che calamita l’attenzione dei media stranieri e soprattutto paralizza la città perché la morsa del […]

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Caos afgano

Non è ancora chiaro quante siano effettivamente le vittime dell’attacco all’hotel Intercontinental di Kabul, iniziato nella serata di sabato 21 gennaio e conclusosi solo dopo 17 ore e con l’intervento delle forze speciali (secondo l’emittente ToloNews…

L’anniversario di Gennaio e la Primavera Araba non conclusa

È necessario esaminare attentamente la situazione in ciascun paese, il panorama generale della regione e gli obiettivi che sono stati raggiunti dopo i sette anni trascorsi dall’inizio di quella rivoluzione che è stata ribattezzata con il nome di Primavera Araba.

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Reflections on Faith-Based Solidarity and Social Membership: Beyond Religion? The Case of Lebanese Shiite FBOs (January 2018)

I have recently published a study on “Caucasus International”. During the July 2006 postwar period in Beirut’s southern suburbs (Dahiye), which were destroyed by the Israeli air force in its effort to annihilate the Lebanese Shiite party Hezbollah, the Islamic Shi‘a philanthropic sphere has been growing. It has pioneered the postwar reconstruction process and local […]

Freddo e tenda – Belìce 50 anni dopo

Fa freddo. Ma non come mezzo secolo fa. Eppure il freddo tra i ruderi di Montevago è il simulacro di quel freddo lì, quel freddo che tutti i testimoni ricordano. C’era la neve, e dopo la scossa forte della mezzanotte in molti scesero in strada e passar…

Quando il re ha paura del poeta …

mcc43 “Tutto ciò che la realtà araba offre di generoso, aperto e creativo è schiacciato da regimi la cui unica preoccupazione è perpetuare il proprio potere e interesse egoistico, ciò che è peggio è vedere l’Occidente rimanere insensibile a…

Le proteste in Iran ed il supporto del popolo iracheno

Di Adnan Hussein. Ash-Sharq Al-Awsat (08/01/18). Traduzione e sintesi di Cristina Tardolini Sempre più iracheni credono che la potente classe politica del paese stia marciando completamente verso l’Iran o che sia complice silenziosa di quest’ultimo data la sua crescente influenza politica, militare ed economica in Iraq. Questa tendenza è coerente con l’umore generale iracheno, esacerbato […]

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Tunisia, protesti e scontri: i giovani chiedono pane e giustizia sociale. Tasse aumentano e occupazione cala

In Tunisia, il paese che dal 2011 è stato eretto a modello della transizione dopo la primavera araba, va in scena un nuovo gennaio di proteste. Ancora una volta le ragioni sono legate alle disastrose condizioni economiche del paese, che dalla caduta del dittatore Ben Ali non sono mai migliorate, anzi. Lasciando disattese le domande […]

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Gli arabi e la tratta degli schiavi africani

Per ragioni di diversa natura,[1] pur se in letteratura diversi sono gli studi che trattano del ruolo della schiavitù in nel mondo arabo musulmano,[2] la tratta degli schiavi in terra d’islām e il ruolo svolto dagli arabi nel commercio degli … Continua a leggere

Gli arabi e la tratta degli schiavi africani
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Regeni, Maha Abdelrahman e la “ricerca partecipata” sotto la lente dei pm: come si è arrivati all’interrogatorio della prof

A quasi due anni di distanza dalla morte di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello ritrovato senza vita il 3 febbraio 2016 alla periferia del Cairo, la Procura di Roma ha interrogato Maha Abdelrahman, la professoressa di Cambridge che supervisionava la tesi di dottorato del giovane friulano. L’interrogatorio arriva dopo la richiesta del procuratore capo […]

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Aleppo, un anno dopo

di Flavia Fusco Ad un anno dalla caduta dell’enclave ribelle di Aleppo, la tragedia umanitaria e politica che si è consumata tra le strade di quella che era la città più popolosa della Siria, stenta a perdere attualità. Per l’importanza strategica dell…

Il cibo come chiave di lettura

Le grandi civiltà hanno codificato la loro gastronomia una volta giunte al massimo grado del loro sviluppo e in questo senso essa può essere letta come uno specchio dell’evoluzione intellettuale di un popolo, pur tenendo sempre presente di quale gastronomia … Continua a leggere

Il cibo come chiave di lettura
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī

                Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī, Antum!!! Iğtima‘iyyāt… siyāsiyāt. Malā‘ib ar-rīša. Ar-riyāḍ al-ḫaṣṣ: Rio de Janeiro 1996. Riscopro nella mia biblioteca questo libro dal formato inusuale (40×26 cm) e perciò nascosto sotto altri libri e, sfogliandolo, … Continua a leggere

Muḥammad Muḥammad az-Zuwāwī at-Tarhūnī
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Perle degli Emirati

                  Perle degli Emirati, a cura di M. Avino e I. Camera d’Afflitto, Jouvence, Roma 2008. ‘Abd al-Ilah ‘Abd al-Qādir, in un suo saggio (‘Abd al-Ilah ‘Abd al-Qādir, “Bānūrāmā al-mašhad ar-riwā’ī al-‘arabī … Continua a leggere

Perle degli Emirati
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Mara Della Pergola e Moshe Feldenkrais

mcc43 “Io credo che l’unità di mente e corpo sia una realtà oggettiva. Non si tratta solo di parti collegate in qualche modo tra di loro, ma di un tutto che è indivisibile durante il suo funzionamento. Un cervello senza corpo non potrebbe pensare.” Mos…

La traduzione arabo-italiano del racconto marocchino

Tempo fa, su questo blog, ho pubblicato la traduzione di un racconto di Fatìha Al-Tayb, Saggezza, tradotto da Aldo Nicosia. Il 4 gennaio, sul sito della Fondazione An-nùr per la cultura e i media è stato pubblicato un articolo di … Continua a leggere

La traduzione arabo-italiano del racconto marocchino
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi – Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Bouteflika adotta tre provvedimenti per calmare la rabbia dei berberi algerini dopo le proteste di massa

Il presidente algerino ha riconosciuto il capodanno berbero come festa nazionale, ha introdrotto l’insegnamento del tamazight a scuola e vuole fondare un’Accademia per il suo insegnamento

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Iran, le proteste e l’urlo del velo al vento. Intervista a Ahmad Rafat

Intervista di Katia Cerratti Una ragazza in piedi su un blocco di pietra, sventola fiera il suo velo al vento come fosse una bandiera. Un gesto forse insignificante in un contesto pacifico, per nulla scontato invece in un paese come l’Iran, durante le proteste contro il carovita esplose il 28 dicembre scorso. Le contestazioni sono […]

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Parole di fine anno: rohingya

Se è terribile il dramma di chi è costretto a spostare la propria vita oltre un confine – a causa di una guerra, di una carestia, della mancanza di prospettive nel suo Paese – è ancor più terribile il dramma di chi viene scacciato. E ancora più devasta…

Quando arriva la Pace…

mcc43 In tutta la loro tragicità emergono le rovine e si omette la domanda: Perché? ♦♦♦ ♦ ♦♦♦ La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri. Hannah Arendt   Google+ Annunci Archiviato in:Interrogativi Tagged: Civiltà, worldwide…

Le molte virtù degli asini

Le immagini sono tratte da thedonkeysanctuary.org.uk«L’insaziabile richiesta in Cina di asini da tutto il mondo – scriveva qualche giorno fa l’Agenzia Italia – sta provocando conseguenze inattese sui lavoratori nigeriani che fanno affidamento su q…

Chi ha paura di Razan Zaitouneh?

Questo articolo è stato pubblicato in inglese con il titolo Who’s afraid of Razan Zaitouneh? sul sito aljumhuriyya in occasione del quarto anniversario del rapimento del gruppo Douma4. di Karam Nachar, traduzione di Filomena Annunziata C’è stato un mom…

Talebani a Kabul

L’immagine è tratta da TolonewsLa guerra in Afghanistan continua ogni giorno con azioni sia dei talebani – ieri nell’Helmand 14 militari feriti da un’autobomba – sia dello Stato islamico – che a Natale ha colpito a Kabul un ufficio dell’intelligence af…

Egypte: des militants laïcs dénoncent la mosquée al-Azhar

Des militants laïcs égyptiens ont lancé lundi 25 décembre une contre-attaque indirecte contre la campagne visant l’athéisme. Ils ont dénoncé les autorités islamiques et notamment la grande mosquée d’al-Azhar qui, selon eux, participe au climat d’intolé…

Book Review – Humanitarian Rackets and their Moral Hazards: The Case of the Palestinian Refugee Camps in Lebanon (December 20, 2017)

http://www.globalpolicyjournal.com/blog/20/12/2017/book-review-humanitarian-rackets-and-their-moral-hazards-case-palestinian-refugee-ca Humanitarian Rackets and their Moral Hazards: The Case of the Palestinian Refugee Camps in Lebanon by Rayyar Marron. Abingdon and New York: Routledge 2016. 188 pp., £110 hardcover 9781472457998, £36.99 paperback 9780815352570, £36.99 e-book 9781315587615 Rayyar Marron’s book provides a critique of how academic and activist accounts of Palestinian refugee camps end up reinforcing the humanitarian […]

Turista o viaggiatore?

Ecco, nella foto a fianco, la mirabile sintesi del dibattito che si è tenuto ieri a Esc/Livre (Roma) dove abbiamo chiacchierato di  Viaggio all’Eden con l’ottimo Giacomo Salerno, che faceva gli onori di casa, e il grande viaggiatore e amico G…

Il regime siriano perderà il controllo sul suo sistema economico a favore della Russia e dell’Iran

Originally posted on Le Voci della Libertà:
Putin sulla guerra in Siria: “Non riesco ad immaginare un’esercitazione migliore. Possiamo continuare le nostre esercitazioni lì per un tempo molto lungo senza intaccare il nostro budget in modo significativo” http://euromaidanpress.com/2015/12/22/top-5-putin-quotes-from-an-annual-briefing/#arvlbdata Mosca pretende…

Memorie dall’harem imperiale persiano

http://www.edizionilavoro.it/collane/l-altra-riva/memorie-dallharem-imperiale-persiano. Taj as-Soltaneh (1884-1936), figlia del sovrano Naser ad-Din Shah Qajar, racconta attraverso le pagine del suo diario trent’anni di storia di un paese, l’Iran, che, a cavallo tra Otto e Novecento, passa dall’ordine tradizionale alle prime importanti riforme di modernizzazione. Il salto culturale e politico che investe la società si riflette anche su di lei, … Continua la lettura di Memorie dall’harem imperiale persiano

The Muslim Metropolis

Network ReOrient/CMS
The Muslim Metropolis

The Muslim Metropolis

The Muslim Metropolis
Author: Piro Rexhepi & Ajkuna Tafa
Date: 2nd October 2017
Duration: 17 mins 54 secs
Descripti…

Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui …

I paesi del blocco e il vertice islamico: problemi con la Turchia o con Gerusalemme?

Il rispetto per il mondo islamico stesso e dei suoi luoghi di culto, di cui Gerusalemme rappresenta uno dei simboli più grandi, può andare oltre i conflitti e impedire a Israele e al pregiudizio americano di sfruttare questa spaccatura tra i paesi arabi e islamici?

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Colpirne uno per educarne cento

Non sono stati 400 i morti dell’ultimo pogrom scatenato in Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya. In un mese, dal 25 agosto al 24 settembre 2017, sono morte per cause violente nello Stato birmano del Rakhine, almeno 6.700 persone tra cui …

Gerusalemme come città, Gerusalemme come questione

Il caso di Gerusalemme sottolinea l’ingiustizia che affligge i palestinesi, la politica irrazionale di Trump, così come l’espansionismo e l’arroganza di Israele. Tuttavia, la composizione culturale delle città nel panorama del Levante e dell’Oriente di cui Gerusalemme fa parte è un aspetto che rimane tuttora in ombra

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Sono stato torturato. Ero innocente.

mcc43 Convenzione contro la Tortura, Articolo 1 1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, …

Lettere da Washington a Giordania e Abbas: spostamento dell’ambasciata posticipato, gioco del martello Trump con Netanyahu e discorso su Gerusalemme Ovest

In un paese come la Giordania che dal punto di vista geopolitico è il più vicino alla questione di Gerusalemme, sorge una domanda tecnica: di quale Gerusalemme stanno parlando esattamente gli americani?

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Non pubblicare senza permesso!

Trovo veramente sconcertante trovare i miei articoli pubblicati su alcuni siti senza che io sia stata contattata e abbia dato il mio permesso di pubblicazione, traduzione, eccetera. Contestiamo spesso a grandi imprese editoriali di non pagare, o non pa…

Buddismo ecologismo

Chetsang Rinpoche: ambientalista monaco e ambasciatore della Fao Chetsang Rinpoche è un monaco tibetano abbastanza singolare. Non è solo il rappresentante di una scuola e uno studioso molto apprezzato per la sua ricerca spirituale: è anche un …e…

Gerusalemme, città senza piazze

Questa è la seconda e ultima parte delle letture che ho tenuto nel mio tour negli Stati Uniti, Messe insieme, rielaborate, e soprattutto ritradotte. Tra una sezione e l’altra è passata un brandello di storia, e cioè la dichiarazione di Donald Tru…

Quando cambiano le regole del gioco

Donald Trump è stato molto chiaro, nella sua dichiarazione su Gerusalemme capitale di Israele. Per l’ennesima volta, durante la sua presidenza, ha messo da parte la comunità internazionale, le convenzioni firmate anche dagli Stati Uniti, le risoluzioni…

Non è tutta colpa di Trump

Non è tutta colpa di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti poggia la sua decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme su un preciso atto legislativo del Congresso americano, approvato nell’autunno del lontano 1995…

Un’ambasciata USA a Gerusalemme, e poi molto di più

mcc43 “Con la sua decisione, quindi, Donald Trump rompe il fronte ma, soprattutto, riconoscendo di fatto Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato ebraico sdogana e approva la politica degli insediamenti che da decenni Israele conduce a spes…

Un ricordo di Giovanni Bensi

L’ISIS: DALLE RADICI AL CROLLOIn ricordo di Giovanni BensiLa Biblioteca Archivio del CSSEO, in collaborazione con il Centro studi sul Caspio e il Dipartimento di Lettere, Filosofia, Comunicazione, organizza mercoledì 6 dicembre alle ore 12, 30, nell’Au…

L’inferno in Marocco si chiama TEMARA

mcc43 Sebbene ratificata dal Marocco nel 1993, la Convenzione Onu Contro la Tortura è carta straccia nel regno di Muhamad VI. A testimoniarlo sono decine di rapporti Amnesty International, Human Right Watch e del Working Group on Arbitrary Detention de…

Making Lives: Refugee Self-Reliance and Humanitarian Action in Cities

Today I am launching Making Lives: Refugee Self-Reliance and Humanitarian Action in Cities, the final publication of a year-long research project into refugee self-reliance and humanitarian action in cities, which I carried out last year with the Humanitarian Affairs Team (Save the Children), the Bartlett Development Planning Unit (University College London), and Jindal School of International Affairs (O. P. Jindal Global University). […]

Dissenso e repressione in Bahrein

Manama sempre meno propensa al dialogo con le opposizioni Al-Manama (Russia Today in arabo). Shaykh Ali Salman, il leader dell’associazione al-Wifaq, il principale partito di opposizione sciita messo al bando in Bahrein, si è rifiutato di comparire in …

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perlomeno non …

La parola rohingya

Il papa e la Nobel in una foto tratta dal sitodellaa Radio Vaticana. Il Consiglio cittadinodella città di Oxford ha appena ritirato a Suu Kyi un riconoscimentoRohingya. Alla fine la parola proibita Francesco Bergoglio non la pronuncia. O perl…

Pakistan, la vittoria degli islamisti

Il corpo senza vita di un poliziotto, probabilmente sequestrato dagli islamisti radicali durante l’assedio di Faizabad, è stato ritrovato con segni di tortura. E’ solo l’ultimo degli episodi di un blocco stradale durato oltre venti giorni che si è concluso con l’arresa dello Stato, dell’esercito e di tutte le istituzioni (con l’esclusione della magistratura) del Pakistan. Un fatto senza precedenti e di estrema gravità, quanto il fatto che la sua eco sia stata (non parliamone in Italia) del tutto secondaria. Gli islamisti, qualche centinaio, chiedevano la testa di un ministro è molte altre richieste e hanno ottenuto tutto anche se si trattava di tre minuscole organizzazioni radicali e violente. Quando, dopo uno stallo di tre settimane, la polizia è intervenuta, alcune migliaia di dimostranti sono scesi in strada in appoggio al blocco stradale e hanno iniziato una fitta sassaiola. Anziché rispondere, la polizia è arretrata. Alla fine, dal governo all’esercito, tutti hanno ceduto alle richieste di un gruppetto di radicali. Una delle pagine più buie della storia del Paese.

Giulio Regeni, 250 accademici firmano una lettera di supporto alla sua tutor: “L’articolo di Repubblica è fuorviante”

“Giulio voleva fare ricerca sui sindacati indipendenti da anni, cioè da prima del colpo di Stato del 2013, e questo argomento non era assolutamente pericoloso”. Gilbert Achcar è professore alla Soas, la School of Oriental and African Studies, di Londra e ha conosciuto Giulio Regeni diversi anni fa, quando il giovane italiano si recò nel […]

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W.A.R. sbarca ad Algeri

War Alger 110C’è la storia di un giovane egiziano che scopre “El Houma, caposaldo della controcultura algerina”, reportage su uno spazio di condivisione e produzione collaborativa dei rapper di Algeri. E decide di partire, con un clic, verso Roma, Tunisi, Beirut, Casablanca… per ammirare i lavori degli street artist, assistere a una performance o visitare uno di questi spazi creativi dove gli artisti connotano di un nuovo segno la cultura urbana.

Accordo sui rohingya

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La firma del protocollo in una foto del DailyStar di Dacca

Bangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaio

C’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per il rientro dei rohingya scacciati dal Paese delle mille pagode e dell’infinita compassione. C’è un accordo che per ora è un pezzo di carta e che non ha nemmeno una data certa entro la quale dovrebbe ricomporsi l’esodo più massiccio della Storia recente da un Paese non in conflitto.

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Il confine col Bangladesh sul fiume Naf
e gli incendi rilevati dal satellite nel Rakhine

L’accordo è stato firmato ieri mattina nell’ufficio della Nobel Aung San Suu Kyi, sotto pressione da mesi: da quando a fine agosto è iniziato l’esodo forzato che ha catapultato in Bangladesh oltre 600mila rohingya, la minoranza musulmana senza diritti che in Myanmar non ha nemmeno quello di chiamarsi così. I “senza nome”, ammassati in campi che sono in condizioni spaventose – come finalmente si comincia a documentare con una certa costanza – dovrebbero cominciare a rientrare -prevede il protocollo siglato dalla Nobel e dal ministro degli Esteri di Dacca Mahmood Ali – entro due mesi. Per il Bangladesh è una vittoria e ieri la premier Sheikh Hasina ha rinnovato il suo invito a Naypyidaw a far si che i rohingya tornino a casa. Ai 625 mila arrivati da agosto ne vanno infatti aggiunti forse un altro mezzo milione che, nei decenni, hanno scelto la via che passa dal fiume Naf e che porta in Bangladesh.

La decisione del governo birmano, di cui Suu Kyi è il personaggio di spicco, si deve alle pur blande pressioni della comunità internazionale. E quando anche gli Stati Uniti – per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson – hanno minacciato sanzioni e utilizzato la parola “pulizia etnica” qualcosa, per altro già nell’aria, dev’essersi mosso (l’ambasciata Usa nel Paese ha anche cancellato i voli ufficiali
nello Stato del Rakhine)

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Tillerson ha preso posizione:
è stata la goccia
che ha fatto traboccare il vaso?

La Nobel aveva annunciato diverso tempo fa la costituzione di una sorta di agenzia ad hoc ed era sempre stata lei a chiamare Kofi Annan mesi prima chiedendogli un rapporto sulla situazione nel Rakhine, l’area dove vivono i rohingya, anche se gli aveva esplicitamente chiesto di non riferirsi a “loro” con quel nome. Ma in tutto ciò l’esodo non ha fatto che ingigantirsi e governo e militari hanno sposato la tesi del terrorismo islamico, accusando l’Arsa – l’organizzazione autonomista islamica responsabile degli attacchi di agosto contro posti di polizia – di essere un gruppo jihadista che vorrebbe fare del Rakhine uno Stato islamico. Poi però le pressioni internazionali, ma soprattutto le reiterate denunce di gruppi della società civile, hanno fatto emergere in tutta la loro violenza la responsabilità sia dei militari sia del governo. Ad appoggiare incondizionatamente Naypyidaw ci sono comunque i potenti vicini – India e Cina – e l’amico lontano, la Russia, che ieri ha criticato le parole di Tillerson. Anche Thailandia e Giappone han lasciato correre mentre Malaysia e Indonesia si sono spesi in diversi modi: la Malaysia ospita 150mila rohingya (anche se non possono aspirare a cariche pubbliche e i loro bambini non hanno accesso che a “scuole speciali”) e ospita una delle sedi di corrispondenza di Rohingya Vision, una tv con sede in Arabia Saudita. La Cina in particolare, assetata di energia e che vuole il Myanmar nella sua nuova Via della seta, è l’amico più fedele: soprattutto dei militari. Propri in questi giorni, è a Pechino in visita ufficiale il generale Min Aung Hlaing, l’uomo forte che controlla da vicino l’operato della Nobel e che invece, da un mese a questa parte, si è visto interdire i suoi viaggi in Europa.

Se l’accordo bangla-birmano funzionerà si saprà dunque a gennaio. Ma la domanda è anche un’altra. Ammesso e non concesso che un rohingya voglia tornare nel suo villaggio magari dato alle fiamme, che situazione troverà ad accoglierlo? Proprio due giorni fa, Amnesty International ha spiegato, dopo un’inchiesta durata due anni, che i rohingya in Myanmar vivono intrappolati «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all’apartheid». I contadini rohingya rischiano dunque di tornare in uno Stato che non solo non li vuole e li considera “immigrati bangladesi”, ma che non gli riconosce cittadinanza, documenti né quindi titoli di proprietà su una terra magari lavorata nella consuetudine di secoli. Forse nel Myanmar c’è chi spera che questo basti a tenerli lontani.

Egitto, nel mirino finiscono i sufi. Dietro l’attentato il fallimento della politica di Al-Sisi nel Sinai

L’attentato contro la moschea di Bir al-Adb, oltre ad essere il più grave degli ultimi anni contro la popolazione civile in Egitto, segna un nuovo colpo contro la politica securitaria del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Nonostante ad ora non ci sia alcuna rivendicazione, gli analisti puntano il dito sullo Stato Islamico, il cui nucleo più […]

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Refugees in Libya Are Being Sold at Slave Auctions

After Italy signed a memorandum with the UN and U.S.-backed government of Libya, known as the Government of National Accord (GNA), in Tripoli to reduce sea migration in February 2017, migrant crossings to Italy from the North African coastline decreased by 87 percent. This seemingly positive result, however, has obscured the fact that refugees intercepted by […]

Israel’s Complicity in Myanmar’s Crimes Against Rohingya Muslims

 Israel is directly assisting the violent persecution of Myanmar’s Rohingya Muslim population, by providing arms and training to the country’s military. The latest military crackdown against the Rohingya – a stateless minority population that remains officially unrecognized by the government of Myanmar – was launched in 2016. Since then, violence against the group has only […]

Arbitrary Charges and Arrests Continue in Egypt, Even Towards Pop Singers

This past week, a number of high-profile charges and arrests took place against long-time human rights activists, as well as a widely admired pop singer in Egypt. In a stunning and puzzling move, beloved Egyptian pop singer Sherine Abdel Wahab was charged, with “insulting the Egyptian state,” and is set to stand trial at the court […]

Bangladesh and Myanmar sign deal to start repatriating Rohingya refugees

Bangladesh and Myanmar will start repatriating refugees in two months, Dhaka said Thursday, as global pressure mounts over a crisis that has forced more than 600,000 Rohingya to flee across the border. 

The United Nations says 620,000 Rohingya have arrived in Bangladesh since August to form the world’s largest refugee camp after a military crackdown in Myanmar that Washington has said clearly constitutes “ethnic cleansing.”

Related: Bangladesh says China will help resolve the Rohingya crisis

The statement from Secretary of State Rex Tillerson is the strongest US condemnation yet of the crackdown, accusing Myanmar’s security forces of perpetrating “horrendous atrocities” against the group.

Following talks between Myanmar’s civilian leader Aung San Suu Kyi and Bangladeshi Foreign Minister A.H. Mahmood Ali, held after weeks of tussling over the terms of repatriation, the two sides inked a deal in Myanmar’s capital, Naypyidaw, on Thursday.

A Rohingya refugee man holding children walks towards the shore

A Rohingya refugee man holding children walks towards the shore as they arrive on a makeshift boat after crossing the Bangladesh-Myanmar border, at Shah Porir Dwip near Cox’s Bazar, Bangladesh, Nov. 9, 2017.


Credit:

Navesh Chitrakar/Reuters

In a brief statement, Bangladesh said it had agreed to start returning the refugees to mainly Buddhist Myanmar in two months.

It said that a working group would be set up within three weeks to agree to the arrangements for the repatriation.

“This is a primary step. [They] will take back [Rohingya]. Now we have to start working,” Ali told reporters in Naypyidaw. 

Related: In Myanmar, fake news spread on Facebook stokes ethnic violence

Impoverished and overcrowded, Bangladesh won international praise for allowing the refugees into the country, but has imposed restrictions on their movements and said it does not want them to stay.

Suu Kyi’s office called Thursday’s agreement a “win-win situation for both countries,” saying the issue should be “resolved amicably through bilateral negotiations.” 

However, it remains unclear how many Rohingya will be allowed back and how long the process will take.

Life in Bangladesh

Shelley Thakral, a UN World Food Program spokesperson is based in the port town of Cox’s Bazar, Bangladesh, where a mega-camp of hundreds of thousands of Rohingya refugees has sprung up. 

“Five weeks ago, six weeks ago, this was a forest, a forest that’s now become peoples’ homes, sheet by sheet of corrugated iron, of bamboo walls,” Thakral says.  “Families live side by side, some families are five, but some families are up to eight and more.”

Tourists once flocked to Cox’s Bazar to relax on what some consider the world’s longest beach. But an hour’s drive from the coast, the refugees squeeze together in densely packed settlements.  More desperate Rohingya, sometimes dozens, sometimes hundreds, arrive every day.

“Families make this treacherous journey by foot from Myanmar, escaping the persecution there,” Thakral says. “Some tell us that they’ve walked for six days, they’ve walked for 10 days with just the possessions that they have.”

Aid groups say it’s a struggle just to provide basic essentials in the mega-camp. One in four children there suffer from malnutrition, according to the WFP.  It offers as many families as possible shelter and hot meals.

“We’re trying to make sure whatever trauma that they’ve encountered that they have something to settle into that’s dignified, that that makes them feel welcome and makes them feel that they are being looked after,” Thakral says.

Return to Myanmar

Rights groups have raised concerns about the process, including where the refugees will be resettled after hundreds of their villages were razed, and how their safety will be ensured in a country where anti-Muslim sentiment is surging.

“The most important thing that would have to be addressed is that those returning would have to have some ability to move within [Myanmar’s] Rakhine State and they would need to have their basic needs met,” said Carolyn Miles, president and CEO of Save the Children, one of several aid organizations working with Rohingya refugees in Bangladesh

But Miles says she’s skeptical the agreement will address those challenges.

“I don’t know that this agreement is actually gviing them either the rights of movement or that the conditions are going to be much better than what they fled,” Miles said. “I think it’s unlikely you’ll have a lot of people — given what they went through when they were in Myanmar — choosing … to return.”

‘Won’t go back’

A Rohingya refugee girl waits to be taken to a refugee camp

A Rohingya refugee girl waits to be taken to a refugee camp after crossing the Naf river at the Bangladesh-Myanmar border in Palang Khali, near Cox’s Bazar, Bangladesh Nov. 2, 2017. 
 

Credit:

Adnan Abidi/Reuters

The stateless Rohingya have been the target of communal violence and vicious anti-Muslim sentiment in mainly Buddhist Myanmar for years. 

They have also been systematically oppressed by the government, which stripped them of their citizenship and severely restricted their movement, as well as their access to basic services. 

Tensions erupted into bouts of bloodshed in 2012 that pushed more than 100,000 Rohingya into grim displacement camps.

Related: Myanmar’s critics call Rohingya-only enclaves ’21st-century concentration camps’

Despite the squalid conditions in the overcrowded camps in Bangladesh, many of the refugees say they are reluctant to return to Myanmar unless they are granted full citizenship.

“With full rights like any other Myanmar nationals,” said Abdur Rahim, 52, who was a teacher at a government-run school in Buthidaung in Rakhine state before fleeing across the border.

Rohingya refugees wait in a queue to collect food at the Palongkhali makeshift refugee camp in Cox's Bazar

 
Rohingya refugees wait in a queue to collect food at the Palongkhali makeshift refugee camp in Cox’s Bazar, Bangladesh, Nov. 7, 2017. 

Credit:

Mohammad Ponir Hossain/Reuters

“We won’t return to any refugee camps in Rakhine,” he told AFP in Bangladesh.

The signing of the deal came ahead of a highly-anticipated visit to both nations from Pope Francis, who has been outspoken about his sympathy for the plight of the Rohingya.

The latest unrest occurred after Rohingya rebels attacked police posts on Aug. 25. 

The army backlash rained violence across northern Rakhine, with refugees recounting nightmarish scenes of soldiers and Buddhist mobs slaughtering villagers and burning down entire communities.

The military denies all allegations but has restricted access to the conflict zone.

Suu Kyi’s government has blocked visas for a UN-fact finding mission tasked with probing accusations of military abuse.

Agence France-Presse contributed to this report.

IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa

IsDB and AfDB partner to boost agriculture and fight drought in Africa

By WAM
JEDDAH, Nov 23 2017 (WAM)

A joint initiative of the Islamic Development Bank (IsDB) and African Development Bank (AfDB) will boost agriculture value chains and enhance drought resilience in Nigeria, Somalia and Uganda.

The initiative is part of a broad coalition to boost collaboration between the two institutions in agriculture, water and sanitation. The combined active portfolio of both institutions in these sectors in Nigeria, Somalia and Uganda is worth US$1 billion, with several projects in the pipelines to expand their support.

“It is good to see this strong partnership between the African Development Bank and the Islamic Development Bank further evolving, in terms of depth, breath, resource commitments, leverage and speed of delivery”

Khaled Sherif, AfDB Vice-President for Regional Development, Integration and Business Delivery
Stronger ties between AfDB and IsDB will help ramp up agricultural production along important crop and livestock value chains while preventing and mitigating climate change induced droughts will help achieve the objectives of “Say No To Famine/Alliance to End Famine in Africa.”

“It is good to see this strong partnership between the African Development Bank and the Islamic Development Bank further evolving, in terms of depth, breath, resource commitments, leverage and speed of delivery” said AfDB Vice-President for Regional Development, Integration and Business Delivery, Khaled Sherif.

Sherif said the presidents of the two institutions had signed a Memorandum of Understanding that clearly outlines the way forward to strengthen the partnership.

IsDB Vice President, Mansur Muhtar, stated: “Indeed, there is much to gain from the collaboration between our organizations. It is here that we can utilize our respective competitive advantages best and maximize the utilization of available resources.”

“This can be achieved in particular by avoiding duplication and concentrating the stipulated initiatives in support of our member countries in the identified sectors and areas that promise to be most impactful for local populations. We will also expand this partnership throughout the operationalization of upcoming initiatives by bringing in additional partners, especially the private sector,” he added.

[Image credit: Islamic Development Bank (IsDB) Twitter: @isdb_group]

 

WAM/Tariq alfaham

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Accordo sui rohingya

La firma del protocollo in una foto del DailyStar di DaccaBangladesh e Myanmar firmano un protocollo per il rientro della minoranza. Ma senza una data. Il controesodo dovrebbe iniziare entro la fine di gennaioC’è un accordo tra Bangladesh e Myanmar per…

Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Si chiama “In gabbia senza un tetto” l’ultimo rapporto di Amnesty International sui Rohingya, la minoranza musulmana cacciata dal Myanmar nell’esodo forzato più recente della Storia da un Paese non in conflitto. E aggiunge una nuova parola a un vocabolario dove si è letto di stupri, eccidi, violenze, incendi, disastri umanitari, genocidio e pulizia etnica: apartheid. Questa volta Amnesty, che lavorava al caso da due anni, documenta infatti la condizione interna dei rohingya in Myanmar, dove fino a qualche mese fa viveva poco più di un milione di questa minoranza ora ridotta drasticamente a meno della metà (oltre centomila vivono in campi profughi nel Paese mentre 600mila sono stati espulsi). Chi vive in Myanmar era ed è intrappolato «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all’apartheid». Il rapporto (in italiano sul sitowww.amnesty.it) disegna il contesto della recente ondata di violenze, quando le forze di sicurezza hanno incendiato interi villaggi e hanno costretto centinaia di migliaia di rohingya a fuggire verso il Bangladesh. Molti, non si sa quanti, sono stati uccisi o sono morti cercando di attraversare la frontiera.

Fa un salto in avanti la condanna che per ora ha visto soprattutto la società civile impegnata in un’operazione di denuncia (Amnesty, Human Rights Watch, il Tribunale permanente dei popoli e diverse Ong come Msf ad esempio) con le Nazioni Unite (molte le prese di posizione e le denunce) ma, per il momento, non si sono viste forti pressioni internazionali anche se, nel suo recente viaggio in Myanmar, l’Alto commissario Federica Mogherini non è stata tenera con Aung San Suu Kyi. Nondimeno per ora, l’Unione europea si è limitata a confermare il divieto alla vendita di armi e ha riattivato il meccanismo (soppresso quando i militari hanno ceduto il potere) che vieta agli alti gradi dell’esercito birmano di venire nel Vecchio Continente. Poco o nulla ha invece fatto il Consiglio di sicurezza, come se la questione riguardasse semplicemente i rapporti tra Myanmar e Bangladesh.

La foto è tratta dal sito di Amnesty Italia



I
l rapporto di Amnesty dice chiaramente che il Myanmar ha confinato i rohingya in un’esistenza ghettizzata dove è difficilissimo avere accesso a istruzione e cure mediche in un quadro di esodo forzato dalle proprie case. Questa situazione – secondo Ai – corrisponde da ogni punto di vista alla definizione giuridica di apartheid, «un crimine contro l’umanità». «Questo sistema appare destinato a rendere la vita dei rohingya umiliante e priva di speranza – dice in una nota Anna Neistat, direttrice di Amnesty per le ricerche – e la brutale campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze di sicurezza del Myanmar negli ultimi tre mesi è l’ennesima, estrema dimostrazione di questo atteggiamento agghiacciante. Le cause di fondo della crisi in corso devono essere affrontate per rendere possibile il ritorno dei rohingya a una situazione in cui i loro diritti e la loro dignità siano rispettati». Difficile, anche perché, dice il rapporto, i rohingya vivono esclusi da qualsiasi contatto col mondo esterno.

Sebbene i rohingya subiscano da decenni una sistematica discriminazione promossa dal governo, la ricerca rivela come la repressione sia aumentata drammaticamente dal 2012, quando la violenza tra la comunità musulmana e quella buddista ha sconvolto lo stato di Rakhine. Queste limitazioni sono contenute in una serie di leggi nazionali, “ordinanze locali” e politiche attuate da funzionari statali che mostrano un’evidente attitudine razzista. Un regolamento in vigore nello stato di Rakhine dice chiaramente che gli “stranieri” e le “razze bengalesi” (un’espressione dispregiativa usata per indicare i rohingya) hanno bisogno di un permesso speciale per spostarsi da un luogo a un altro.
Durante la violenza del 2012, decine di migliaia di rohingya vennero espulsi dalle zone urbane dello stato di Rakhine, in particolare dalla capitale Sittwe. Attualmente 4000 di loro restano – dice ancora Ai – in città, in una sorta di ghetto isolato, circondato dal filo spinato e sorvegliato da posti di blocco, e rischiano costantemente di essere arrestati o aggrediti dalle comunità che li circondano.

The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

Roberta Mazzanti*

Pubblico qui il contributo di Roberta Mazzanti, una cara e vecchia amica, al Convegno “Abitare, corpi, spazi, scritture” che si è tenuto a Roma a metà Novembre organizzato dalla Società italiana delle letterate. In cui si  parla anche di Viaggio all’Eden

THE ROOF IS GONE: esplosioni nello spazio-tempo familiare
ed evasioni psichedeliche
 in alcune narrazioni  sugli anni Sessanta e Settanta del Novecento
“Look up!, The roof is gone / And the long hand moves / Right on by the hour”: questi versi sono parte di un testo composto e cantato da Grace Slick – straordinaria cantautrice della scena rock a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, solista e vocalist in gruppi famosi come i Jefferson Airplane – che ben rappresentava anche per gli amanti del rock in Italia la trascinante onda musicale psichedelica californiana. Il tetto che vola in aria per un’esplosione di passionalità che la voce e il corpo di Grace Slick esprimono con la massima potenza, lo spazio che si spalanca davanti a una donna in amore, svincolata perfino dalla forza di gravità, sono una perfetta metafora della libertà che la controcultura della West Coast di fine anni Sessanta tentava di offrire nella sua proposta di rivoluzione sociale, erotica e artistica.
Grace Slick 

Anche a noi, seguaci italiani di quelle rivolte libertarie, parevano allora antitetiche due scelte esistenziali: abitare la casa/famiglia nucleare o abitare la strada/comunità, vivendole in forme mobili e destrutturate, pauperistiche rispetto alla società dei consumi di massa che andava solidificandosi e ingabbiando chi ne faceva parte. Ho cercato di ritrovare questa antitesi in alcuni testi letterari e musicali centrati sul tema del “viaggio” che allontana dal nucleo originario – famiglia, luogo di nascita, cultura di provenienza – i giovani nati negli anni Cinquanta. Viaggi reali e mentali, esperienze psichedeliche, letture alternative a quelle canoniche, esperienze mistiche e politiche che portano far away from home, fatte dagli “occidentali” verso mete esotiche, prevalentemente verso Oriente e, in parte minore, verso le terre del Centro e Sud America.
Ho accolto così la proposta del convegno SIL 2017: intrecciando letture e ascolti musicali con riflessioni su personali esperienze legate al “sentirmi a casa” o “allontanarmi da casa”, abitare in una collettività o sentirmene distante.
Evasione da spazi di borghese confortevolezza che si rivelavano angusti, soffocanti; sperimentazioni del corpo proiettato in luoghi metaforici o reali dove il tempo si snodava con ritmi differenti da quelli “di casa nostra”, o addirittura sembrava essersi fermato…
Ciò significa anche riesaminare la relazione fra individuale e collettivo, nonché scavare nelle “contro-culture” di quegli anni ciò che segnava allora (e tuttora?) le differenze di genere rispetto alle possibilità e alle libertà di abitare, viaggiare, sconfinare e tornare a casa.
La mia lettura oscilla fra distacco e riconoscimento, fra varie rappresentazioni di presenti e passati, con uno sguardo critico sul passato che ho ritrovato in tre opere di scrittura ben diverse: il reportage della scrittrice statunitense Joan Didion “Slouching Towards Bethlehem” (pubblicato in origine nel 1967, poi tradotto da Delfina Vezzoli come Verso Betlemme e pubblicato dal Saggiatore nel 2008), il romanzo dell’inglese Antonia S. Byatt A Whistling Woman (pubblicato nel 2002, poi tradotto per Einaudi nel 2005 da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti con il titoloUna donna che fischia), e il recente scritto autobiografico Viaggio all’Eden di Emanuele Giordana, giornalista e inviato speciale per il Manifesto, Internazionale, Radio3 Mondo, mio compagno di liceo, tuttora amico in un duraturo, ampio gruppo affettivo e di sostegno reciproco.
“Slouching Towards Bethlehem” è lo scritto più drammatico che io abbia letto sulla Summer of Love californiana del 1967. e sulla fuga da casa dei tanti ragazzini americani che fioccavano a San Francisco e sulla West Coast in cerca di pace, amore, musica e sballo. Il punto di vista di Didion, allora trentaduenne, è al tempo stesso acuto e sconcertato, partecipe ma carico del distacco che una colta intellettuale formatasi negli anni Cinquanta avverte rispetto a stili di vita che giudica disperanti, o nei casi migliori troppo ingenuamente protestatari.
Il titolo, letteralmente “arrancando verso Betlemme”, è ripreso dalla poesia di W.B. Yeats “Il Secondo Avvento”, dove si trovano questi versi: “Le cose cadono a pezzi, il centro non regge più; / sul mondo dilaga mera anarchia / l’onda fosca di sangue dilaga e in ogni luogo / sommerge il rito dell’innocenza; / i migliori difettano d’ogni convinzione i peggiori / sono colmi d’appassionata intensità” e dove ad “arranca(re) verso Betlemme per venire alla luce” è “una rozza bestia “.1
La scrittrice dichiarava nella prefazione che impegnarsi in un resoconto della primavera-estate 1967 trascorsa nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco le era sembrato “imperativo” ma l’aveva in seguito demoralizzata la consapevolezza che “le cose cadono a pezzi”: si era convinta che se avesse voluto continuare a scrivere, avrebbe dovuto venire a patti con “il disordine”.2
Una dieta non proprio salutare a base di gin e Dexedrina l’aveva sostenuta nel drammatico processo di scrittura del reportage, la cui prima riga riprende quasi letteralmente uno dei versi di Yeats: “Il centro non reggeva più”: nell’American Dream si manifestavano crepe via via più vistose ­– sotto i colpi della contestazione alla guerra in Vietnam, dei conflitti razziali e delle rivolte non più pacifiche dei movimenti neri, delle rivolte studentesche, delle teorizzazioni politiche e azioni di massa stimolate dalla New Left e dal Women’s Liberation Movement –, mentre sciamavano a San Francisco migliaia di giovanissimi: “Gli adolescenti vagavano da una città straziata all’altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società”.3
Dal suo punto di vista, San Francisco non è il luogo già mitico dell’utopia di Pace, Amore e Musica, ma piuttosto quello “dove l’emorragia sociale si stava spandendo a macchia d’olio”. Il sentimento dell’autrice di fronte al perenne stato di alterazione da droghe – LSD, hashish e marijuana, anfetamine, mescalina – dei suoi interlocutori oscilla fra curiosità, sconcerto e distacco, un distacco perso in poche, significative occasioni: quando incontra bambini semi-abbandonati o addirittura coinvolti dagli adulti in sballi psichedelici; quando ascolta le giovani hippie parlare del “trip femminile” in cui la felicità può trovarsi nel fare “cose da donna” che dimostrino amore, e lei pensa alla contestazione della Mistica della Femminilità (il famoso saggio di Betty Friedan era uscito nel 19634); quando assiste a manifestazioni di attivisti “il cui approccio alla rivoluzione era fantasiosamente anarchico” e tuttavia le pare di assistere “al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati di creare una comunità in un vuoto sociale”, che ricorrono a un vocabolario di frasi fatte: “un esercito di bambini che aspetta di ricevere le parole”.5E negli spazi “alternativi” di Haight-Ashbury descritti dall’autrice, il tempo sembra non scorrere, bloccato in un permanente stupore.
All’estremo opposto, Emanuele Giordana prova a raccontare i “trip” della cultura alternativa dalla prospettiva di chi quei viaggi psichedelici e reali sulle rotte d’Oriente li faceva da protagonista, non da osservatore.
Da Milano a Kathmandu, come recita il sottotitolo del suo Viaggio all’Eden, racconta di un itinerario collettivo creato da gruppi di ragazzi milanesi che nelle estati degli anni Settanta percorrevano a tappe un lungo viaggio di formazione autogestito: Creta, Istanbul, Iran, Kabul con la sua Chicken Street colonizzata dai freak, Pakistan e infine India e Nepal, ultima tappa Kathmandu capitale “di un paese tanto bello quanto povero, misero e ignorante”6dove il mitico viaggio all’Eden prendeva la direzione del ritorno a casa.
Già svezzati da esperienze politiche nei primi anni della contestazione, i figli della borghesia ma anche i proletari che per primi in famiglia approdavano a studi superiori, sperimentatori di droghe e lettori suggestionati dai “sacri testi” della controcultura internazionale, erano spinti dalla voglia di evadere dalle coordinate famiglia-scuola-caserma: “La voglia del viaggio, nella seconda metà degli anni Settanta, era diventata un contagio febbrile, irrefrenabile e trasversale”.7
E mossi dal desiderio di azzerare, o quantomeno di sospendere il futuro ingresso nel mondo adulto tradizionale e occidentale: abitare un altro tempo, era questa la molla che spingeva al tempo stesso verso le sperimentazioni allucinogene e verso civiltà che parevano vivere secondo altri criteri temporali.
Grazie a Viaggio all’Eden, ho ripensato ai nostri tentativi di abitare il mondo diversamente da quello che nascita, classe e cultura prevedevano, agli strappi e ai nuovi radicamenti, più o meno falliti o riusciti in varie forme erotiche, politiche, psichedeliche, culturali. Alla scelta che tant* hanno fatto di ripercorrerle in forme narrative, autobiografiche e romanzesche, ri-abitandole nella scrittura e guadagnandole a nuove dimensioni temporali.
La chiave interessante del libro di Giordana sta infatti nel suo duplice percorso temporale ed esistenziale verso Oriente: il primo negli anni Settanta, il secondo quando ne ha ripercorso i tracciati come inviato, giornalista e attivista in zone di conflitto, in particolare in Afghanistan; gli anni in cui ha rivisitato la “favola perfetta” raccontando sulla stampa e alla radio un Paese dilaniato dalle guerre che gli appare come “il manifesto di un fallimento” e gli lascia l’amara sensazione “di non aver gridato abbastanza” contro “la sporca guerra”.8
Nonostante l’amara consapevolezza, Giordana considera le peregrinazioni giovanili come patrimonio “di quella frangia più anarchica e libertaria” dell’avanguardia che sconvolse il mondo fra anni Sessanta e Settanta, giovani “curiosi, e in parte anche consapevoli. Facemmo quel viaggio (…) con rispetto”, e ne rimase un percorso di sprovincializzazione e di apertura ad altre culture, prezioso per ridimensionare ignoranza e arroganza.9
Se Didion tentava un’immersione quasi antropologica nella controcultura durante il suo coagularsi e smagliarsi in una breve stagione californiana, e Giordana ricorre oggi al fertile espediente di un doppio registro soggettivo ­– ricostruire il farsi di un viaggio passato (e mai dimenticato) a partire da un semplice taccuino di viaggio integrato da ricordi e fotografie, e molti anni dopo farne scaturire altri riverberi grazie a una lente più critica, più pensosa –, Byatt dal canto suo si impegna in un grandioso sforzo di narrare un’epoca attraverso frammenti complessi, dove la filatura di vari tracciati individuali crea la tessitura di una rete collettiva, immersa nel lungo flusso di una tetralogia romanzesca in cui Una donna che fischia è l’ultimo volume delle avventure di Frederica Potter.10
Al centro, le peripezie culturali, sentimentali e professionali della protagonista insieme a un poliedrico gruppo, vero co-protagonista. Controcultura pop e psichedelia, anti-psichiatria, contestazione universitaria e sconcerto della cultura liberal inglese, esperimenti di vita comunitaria, scoperte scientifiche e anti-scientismo, maternità e promiscuità sessuali, nulla manca in questo magma profusamente tenuto insieme e articolato in episodi vivissimi dalla maestria della scrittrice.
Frederica, insegnante di Lettere, è già madre single di Leo, vive con un’amica che ha fatto la stessa scelta, coltiva relazioni eterosessuali appassionate ma non esclusive. La sua instabile identità muta improvvisamente quando nel 1968 si trova a condurre una brillante trasmissione televisiva di interviste culturali, intitolata Attraverso lo specchio. Non per caso la donna, che si immagina nei panni di “un’Alice consapevole, astuta e molto adulta” vive lo schermo televisivo come uno specchio dove ricomporre “l’invincibile energia dell’infanzia” con la sua inesauribile curiosità e voracità per la vita: “Oh no, pensò Frederica che stava per essere rifratta nell’intera nazione in migliaia di Frederiche frammentate e scintillanti, non voglio recitare. Voglio pensare. Chiarezza. Curiosità. Curiosare. Curiosare”.11
Il tema della messa in scena di sé innerva tutto il romanzo e trascina i personaggi in una gigantesca recita di nuovi ruoli e tentativi di trasformazione individuale e collettiva, esaltanti ma anche costellati di lutti e disastri. Scelgo qui un solo esempio: in una puntata di Attraverso lo specchio dedicata al tema “Donne libere”, la conduttrice e le sue ospiti alternano serie riflessioni e provocazioni, domande su ciò che vogliono le donne e citazioni dal passato; Byatt le descrive in dettaglio anche nell’abbigliamento, e poi sintetizza, lapidaria: “Un’equilibrata mistura di travestimento, maschera e parodia – ma di cosa?”.12
Uno degli allusivi travestimenti che Frederica adotta in televisione torna nella scena finale, in cui la donna accetta l’inaspettata maternità e la rivela al suo compagno e al figlio Leo. Con il vento del mare ad arruffarle i capelli e l’abito di Laura Ashley teso sul ventre, Frederica ha “un assurdo aspetto da pastora” ma sta vivendo un attimo di perfetta intesa, un momento essenziale: “Frederica disse a Leo: – Non abbiamo la più pallida idea di quello che faremo –. Scoppiarono a ridere. Il mondo era tutto davanti a loro, o così sembrava. Potevano andare dovunque”.13
Un’immagine non convenzionale di famiglia, sia per l’ambientazione selvaggia nella brughiera, sia per i legami tra i protagonisti, sia per l’incertezza assoluta sul futuro, un futuro che nello spirito dei tempi era tutto da inventare.
Così, su una strada aperta, si conclude il romanzo. Ma nella parte iniziale, descrivendo la Frederica che molti anni dopo si sarebbe confrontata con il riaffiorare dei ricordi di quella fase dirompente, traboccante di energia, Byatt scriveva:
Più tardi, molto più tardi, Frederica – che si era sentita vecchia a trent’anni e si sorprendeva di non sentirsi tale a sessanta – ripensò a quel periodo di tumulto giovanile, di rivolta e rifiuto, come qualcosa di molto lontano e concluso, mentre i dolci, incerti, timidamente ottimisti anni Cinquanta non lo erano. Innanzi tutto, storicamente, ci vuole qualche decennio perché i “giovani” si rendano conto che altre generazioni più giovani spuntano come funghi, e che i giovani degli anni Sessanta, i quali non potevano ricordare la Guerra, erano stati rapidamente sostituiti da generazioni che non potevano ricordare il Vietnam, a loro volta seguite da generazioni che non potevano ricordare la Falkland. I visi dipinti, i capelli, le bandane, i campanelli alle caviglie e ai polsi finirono per essere nello stesso tempo tribali e vieux jeu, benché la generazione di Leo conservasse una certa nostalgia per una “libertà” così spesso proclamata e cantata che doveva essere esistita, in illo tempore, in qualche altro luogo. O forse, pensò Frederica riflettendo sull’indeterminatezza dei propri ricordi di quel periodo, era la sorte comune a tutti i ricordi vecchi di trent’anni (…). Gli anni Sessanta [invece] erano come una rete da pesca dalle maglie spaventosamente larghe e lasche, con qualche raro oggetto di plastica sgargiante impigliato qua e là, mentre tutto il resto era rifluito nell’oceano indistinto. 14
Testi citati:
A. S. Byatt, A Whistling Woman (2002); Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006.
Joan Didion, “Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land”, in Slouching Towards Bethlehem, 1968, pp. 94-132; Verso Betlemme, trad. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008.
Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
Emanuele Giordana, Viaggio all’Eden, Laterza, Roma-Bari 2017.
W.B.Yeats, “Il Secondo Avvento”, in L’opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.
Brani musicali sul viaggio, sulla vita on the road:
Me and Bobbie McGee di Kris Kristofferson, cantata da Janis Joplin (1971)
– Like a Rolling Stone, parole, musica e canto di Bob Dylan (1965)
The Roof is Goneparole, musica e canto di Grace Slick, dall’album Manhole(1974)
1 W.B.Yeats, “Il Secondo Avvento”, in L’opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.
2 Joan Didion, “Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land”, in Slouching Towards Bethlehem, 1968: 11-12; Verso Betlemme, trad. it. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008. Le citazioni qui sono prese dal testo italiano ma non rintracciabili in pagina perché ricavate dalla versione digitale; mi riferisco perciò alle pagine del testo originale.
3 Ivi: 94.
4 Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
5 Joan Didion, op. cit.: 95, 118-19, 127.
6Emanuele Giordana, Viaggio all’Eden, Laterza, Roma-Bari 2017: 76.
7 Ivi: 7-8.
8 Ivi: 29, 44-45.
9 Ivi:112.
10 I romanzi precedenti sono La vergine nel giardino (1978, ediz. it. 2002), Natura morta (1985, ediz. it. 2003), La torre di Babele (1996, ediz. it. 1997), tutti tradotti da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti per Einaudi.
11 A. S. Byatt, Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006: 132-36, passim.
12 Ivi: 145.
13 Ivi: 403.

14 Ivi: 53-54.
*Roberta Mazzanti si è occupata di letteratura e storia delle donne e di storia del movimento operaio americano. Dal 1985 al 2009 ha lavorato per l’editore Giunti, creando la collana Astrea dedicata alla narrativa delle donne di varie epoche e paesi. Fra le sue pubblicazioni, “La gente sottile”, in AAVV, Baby Boomers: vite parallele dagli Anni Cinquanta ai cinquant’anni (Giunti 2003); “Sad new powers: parole d’esilio e d’amore nel romanzo In fuga di Anne Michaels”, in AAVV, Le eccentriche. Scrittrici del Novecento, Tre Lune Edizioni, 2003. Ha fatto parte della redazione di “Linea d’Ombra” e nel 2015 ha pubblicato “Sotto la pelle dell’orsa” (Iacobelli)

Se l’islamista sequestra la capitale

Lo svincolo della discordia: unisce
Islamabad a Pindi

Lo svincolo di Faizabad è la porta principale tra le due città pachistane di Islamabad, la capitale
amministrativa del Pakistan col suo milione di abitanti, e Rawalpindi, uno snodo commerciale importante del Punjab con oltre tre milioni di residenti. Bloccarlo con un sit-in, come ormai avviene da tre settimane, vuol dire creare un caos che divide le due città gemelle su un’importante arteria che collega la capitale all’aeroporto. A sequestrare lo svincolo è un manipolo di qualche centinaio di radicali che chiedono la testa del ministro Zahid Hamid, considerato dagli zeloti di alcune formazioni islamiste alla stregua di un apostata. Il caso, innescato dalla protesta degli islamisti, è un emendamento apportato alla legge che regola le candidature in vista delle prossime elezioni generali che si terranno in Pakistan l’anno prossimo.

L’emendamento, che riguarda l’atteggiamento del candidato verso il messaggio del Profeta Maometto, ha sostituito con la locuzione “I belief” (credo) la precedente “I solemnly swear” (giuro solennemente). La nuova viene considerata assai meno forte e rispettosa dell’originaria e una porta aperta a credenti troppo tiepidi. Nel formulario per candidarsi, secondo gli ulema radicali, chi si dichiara musulmano (se non lo è viene aggiunto in una lista apposita) lo deve fare in una forma solenne e non con una semplice professione di fede. Cavilli da dottori della legge e, secondo alcuni, un modo per preparare la campagna elettorale. Ma sufficienti a scatenare una bufera.

Zeloti: un momento del raduno che va
avanti da un mese pubblicato da Pakistan Today
 A destra sotto un’immagine del posto

La legge è stata rapidamente emendata dall’emendamento ed è tornata alla formula originaria, un cedimento che laici e progressisti non hanno visto di buon occhio. Ma gli ulema non mollano e continuano a chiedere che il ministro si dimetta altrimenti il blocco continuerà. Quel che è peggio è che, in un Paese dove le manifestazioni politiche o di rivendicazione sindacale vengono messe sotto schiaffo dalla polizia per molto meno, nessuno ha osato sgomberare manifestanti noti per le loro dichiarazioni al vetriolo. All’Alta corte di Islamabad però non l’hanno digerita e hanno chiamato il ministro dell’Interno a rendere conto dello stallo. Così, il ministro Ahsan Iqbal, d’accordo con i magistrati, ha reso nota l’ultima data utile per lo sgombero: giovedi 23 novembre, ma senza che si capisca cosa accadrà se gli islamisti delle tre formazioni (Tehreek-i-Khatm-i-Nabuwwat, Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah, Sunni Tehreek Pakistan) insisteranno.

La bufera sull’emendamento religioso si è accompagnata a un’altra polemica su un altro
emendamento che cancellava l’ipotesi che un uomo condannato all’interdizione dai pubblici uffici potesse capeggiare un partito politico: un modo per riaprire la porta a Nawaz Sharif, l’ex premier costretto a lasciare in luglio su ordine della Corte suprema per via dello scandalo che lo vede implicato in transazioni poco ortodosse (Panama Papers). Ma sulle prime pagine campeggiano gli zeloti e ora ci si chiede cosa potrà accadere il 23 novembre se gli islamisti non molleranno.

Lo scrittore iracheno Ali Bader al festival salentino “La città del Libro”

Il prossimo 26 novembre, lo scrittore iracheno Ali Bader sarà ospite della manifestazione culturale salentina “La città del Libro”, il festival letterario internazionale di Campi Salentina, che quest’anno è dedicato alla figura di Abramo. Bader dialogherà con Monica Ruocco, docente di Letteratura araba dell’Università L’Orientale di Napoli che ha appena tradotto il suo romanzo Il […]

L’avvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita assegnerà all’Iran un ruolo maggiore nel mondo islamico?

L’inaspettato riallacciarsi delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita potrebbe rafforzare la posizione dell’Iran nell’area, consentendogli di affermarsi come guida di tutto il mondo musulmano contro Israele e la coalizione occidentale.

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Una campagna per avere Abiti Puliti

Sostieni la Campagna Abiti Puliti e aiutala a realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo.
Perché?

Perché
In alcune fabbriche che producono per grandi marchi le operaie sono arrivate a dover indossare gli assorbenti per non assentarsi neppure per andare in bagno.
Più di 500 operaie sono svenute in un anno in alcune fabbriche Cambogiane che producono per notissimi marchi della moda e dello sport. Esauste e malnutrite l avoravano con almeno 37 gradi , senza neppure un ventilatore.
Le fabbriche del Bangladesh dove vengono cuciti i tuoi jeans, sono palazzi di molti piani con centinaia di operaie e dove le uscite di sicurezza sono spesso assenti o bloccate.
Un’operaia albanese deve lavorare un’ora intera per poter comprare un litro di latte , mentre a un’operaia inglese bastano 4 minuti di lavoro…

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Il Bangladesh alle porte di casa

L’Europa dello sfruttamento: l‘ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti

Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

Più di 1,7 milioni di persone lavorano nell’industria dell’abbigliamento/calzature in Europa centrale, orientale e sud-orientale e spesso la differenza tra i salari reali e il costo della vita è drammatica in una situazione in cui – dice il rapporto L’Europa dello sfruttamento – l’attuazione della legislazione sul lavoro è “fallimentare”, con un impatto negativo sulla vita di chi, più o meno direttamente, cuce i nostri vestiti e le nostre scarpe. Per questi marchi, dice il rapporto, i Paesi dell’Europa Orientale sono paradisi per i bassi salari. E anche se molte firme della moda enfatizzano l’appartenenza al Made in Europe, cioè con condizioni di lavoro eque, molti lavoratori “vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, straordinari forzati, indebitamento”. I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze, dice la Campagna, “sono terribili. I salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e del riscaldamento in Paesi dove ai marchi che investono vengono praticati grossi sconti proprio sulle utenze. Per loro le pagan gli operai.

Libye: le président de l’Union africaine s’insurge face à la situation des réfugiés

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Alpha Condé, président de la Guinée et président en exercice de l’Union africaine, se dit indigné face à la vente d’esclaves en Libye. Il condamne ce qu’il qualifie de « commerce abject »  et de « pratique d’un autre âge ». L’Union africaine usera, dit-il, tous les moyens à sa disposition pour mettre un terme à cette « ignominie ».

Le Premier ministre du Liban Saad Hariri et sa famille à Paris

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Le chef du gouvernement libanais Saad Hariri a atterri ce 18 novembre à Paris, en provenance de Riyad. Il doit rencontrer le président Emmanuel Macron à l’Elysée à la mi-journée. Ce dernier a affirmé qu’il le recevrait bien en sa qualité de Premier ministre du Liban, deux semaines après sa démission surprise en Arabie saoudite. Il sera rejoint par des membres de sa famille à la table du chef de l’Etat français. Au Liban, on oscille entre soulagement et interrogations.

The Second Edition of “The Islamophobia Industry” Is Updated for the Age of Trump

The second edition of the Islamophobia Industry: How the Right Manufactures Hatred of Muslims, first published in 2012, is not simply a re-release of the original, but has been significantly updated by author Nathan Lean to reflect the deep connections between President Donald Trump and the major drivers of Islamophobic propaganda and “research” in the United States, as well as the surge of anti-Muslim hate […]

I contractors italiani accusati di combattere per Haftar in Libia

Benghazi (Shabakat Akhbar al-Maarek – BNN) Il capitano Ahmad al-Aquri, identificato come un disertore dell’esercito libico comandato dal generale Khalifa Haftar nella Cirenaica, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook le foto di un gruppo di presunti contractors italiani arruolati dal figlio del generale, Saddam Khalifa Haftar, nella battaglia in corso a Bengasi contro alcune formazioni jihadiste (il cosiddetto […]

Petition for Maha Abderrahman (November, 2017)

Cambridge, 10th November 2017 We, the undersigned, categorically reject the malicious and totally unfounded allegations made against Dr Maha Abdelrahman in the Italian newspaper La Repubblica on 2 November 2017. Dr Abdelrahman, an internationally highly-regarded scholar at Cambridge University, was the supervisor of Giulio Regeni, an Italian PhD student, who was conducting research on Egyptian […]

Il Califfo a BookCity

Autori Vari (Lettera22)
A cura di E. Giordana

A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi”

– Rosenberg & Sellier 2017

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini

Non è un libro solo sullo Stato Islamico.
Il progetto di al-Baghdadi è infatti anche quello di estendere i
confini di un neo-Califfato all’intera comunità sunnita oltre il
mondo arabo e le conflittuali aree asiatiche appaiono un terreno
ideale. Il caso afgano, la guerra sempre sotto traccia tra India e
Pakistan, il revivalismo islamico presente in Caucaso e in Asia
centrale, come nelle province meridionali della Thailandia o nel
Sud filippino segnato dal contrasto tra governo e comunità
musulmane; nell’arcipelago indonesiano, che è la realtà
musulmana più popolosa del pianeta, come nel dramma dei
rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh. Al di là del
progetto del Califfo, ci si chiede perché e con quali strumenti il
messaggio ha potuto funzionare, qual è il contesto e quale
l’entità del contrasto con al-Qaeda per il primato del jihad.
Un libro che si chiede cosa potrà restare del messaggio di al-
Baghdadi, anche dopo la caduta di Raqqa, in paesi così distanti
dalla cultura mediorientale; cosa ha spinto un giovane di
Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo?

Emanuele Giordana cofondatore di Lettera22, collaboratore de “il manifesto” e voce  di “Radio3mondo”. Con altri redattori di Lettera22, ha scritto La scommessa indonesiana,
Diversi ma uguali, A Oriente del Profeta, Il Dio della guerra, Geopolitica dello tsunami e Tibet. Lotta e compassione sul tetto del mondo. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO, insegna alla
Scuola di giornalismo della Fondazione Basso e all’Ispi. È presidente dell’associazione Afgana.

Lettera22 è un’associazione tra freelance specializzata da 25 anni in politica internazionale. Alcuni dei suoi membri fanno anche parte dell’agenzia China Files.

Viaggio all’Eden a BookCity



Scritti dalla Città Mondo

Il grande viaggio da Milano a Kathmandu ripercorso da un giornalista a distanza di 40 anni

Con Emanuele Giordana e Guido Corradi. A cura di Centro di Cultura Italia-Asia

Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il “grande viaggio” in India fatto da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un sogno che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu.

DATA:
Venerdì, 17. Novembre 2017 – 15:00
SEDE:
MUDEC – Museo delle Culture Spazio delle Culture – via Tortona 56, Milano
RELATORI:
Emanuele Giordana
Guido Corradi

Illustrazione di Maurizio Sacchi

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Emanuele Giordana
Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmandu” – Laterza

con Guido Corradi

MUDEC Venerdi ore 15


Autori Vari (Lettera22)
A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi”
– Rosenberg & Sellier

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini

La lezione saudita

L’Arabia Saudita sente di poter manipolare Hariri e la politica sunnita in Libano; tuttavia, l’influenza dell’Iran si è affermata attraverso la formazione di un governo libanese in cui Hezbollah detiene il potere politico e militare

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Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

DINAMOpress è un progetto editoriale di informazione indipendente nato l’11 novembre 2012 dalla
cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti. “Racconta e approfondisce – spiegano i suoi promotori – le questioni principali che riguardano il presente: politica locale e internazionale, precarietà e sfruttamento, femminismi, emergenze razziste e fasciste, forme di vita giovanili, produzioni culturali cinematografiche e musicali, migrazioni internazionali, problematiche ecologiche, cortei e mobilitazioni, beni comuni…”

Quello che viene presentato in questi giorni è il progetto di finanziamento alla luce del sole di un’iniziativa editoriale che ha lo scopo di allargare l’informazione su ciò che avviene. Può piacervi e anche non piacervi ma credo che vada sostenuta. Date un’occhiata al sito e poi se credete andate alla pagina dov’è spiegato il progetto e dove è possibile fare una donazione. Se posso aggiungere un pensiero, riguarda il fatto che oggi siamo bombardati da informazioni ma molto spesso di bassa qualità. Lasciamo stare le fake news, le bufale evidenti e le coglionate (al mondo c’è posto per tutti) ma quel che è da temere è la disinformazione: ben cucinata, professionalmente perfetta e apparentemente asettica. DinamoPress asettica non è. Professionale si. E’ una lampadina (o una dinamo se preferite) accesa nel buio dell’informazione mainstream. Anche 5 euro possono fare la differenza.

La proposta per carcerare i gay in Egitto e altre notizie che non leggerete sui giornali

In Egitto una proposta di legge per criminalizzare omosessualità

il Cairo – Un parlamentare egiziano ha intenzione di presentare una proposta di legge che propone la carcerazione di chiunque promuova o sia impegnato in una relazione con persone dello stesso sesso. Questo provvedimento prevederebbe l’introduzione di pene detentive fino a 10 anni di reclusione per le persone impegnate in una relazione omosessuale, secondo l’agenzia di stampa Reuters, venuta in possesso della bozza di tale disegno di legge.

Amnesty International ha definito questa proposta “un altro ‘chiodo nella bara’ per i diritti delle persone omosessuali in Egitto”. “Se dovesse passare, questa legge rafforzerebbe ulteriormente lo stigma sociale e gli abusi contro le persone, basati sul loro orientamento sessuale”, ha detto a ReutersNajia Bounaim, direttrice delle campagne per il nord Africa di Amnesty International. “Le autorità egiziane devono immediatamente rigettare questo progetto di legge e porre fine a questa allarmante ondata di persecuzioni omofobiche”, ha aggiunto Bounaim.

In Egitto l’omosessualità non è esplicitamente vietata, ma questo non ferma la repressione della polizia. L’articolo 9 della legge numero 10 del 1961, che punisce la prostituzione e “gli atti contro la decenza e la morale pubblica”, è spesso usato per reprimere la comunità LGBT.

 


La Nigeria apre un’inchiesta sulle 26 donne trovate morte a Salerno

 

di Bosun Odedina da Lagos, Nigeria

Lagos – L’Assemblea Nazionale nigeriana ha lanciato oggi un’inchiesta per appurare la cause della morte delle 26 donne trovate senza vita a bordo di una nave spagnola nel porto di Salerno. Le risultanze dell’indagine dovranno essere presentate entro quattro settimane. I membri della commissione d’inchiesta sentiranno le autorità libiche per appurare le circostanze della tragedia.

 


 

Marocco: violenze contro gli insegnanti, indetto uno sciopero nazionale

Rabat – In Marocco gli insegnanti hanno indetto uno sciopero di due giorni per protestare contro casi di violenza che hanno colpito in docenti, chiedendo maggiore protezione al governo. Lo sciopero nazionale di due giorni è stato indetto da diversi sindacati degli insegnanti e ha registrato adesioni tra il 70% e l’80% secondo quanto dichiarato da uno dei sindacati. Secondo quanto riporta l’Associated Press, il ministero dell’Educazione non ha ancora rilasciato dati ufficiali sulla partecipazione alla protesta.
 


Togo: continuano violenti le proteste dell’opposizione
 

Lomé – In Togo continuano le proteste dell’opposizione contro il presidente Faure Gnassingbe, in carica da 12 anni. Giovedì 9 novembre l’opposizione ha manifestato contro il governo per la terza volta in una settimana, promettendo di continuare fino alle dimissioni del presidente. Gli Stati Uniti hanno emesso un avviso per i propri cittadini in viaggio per il Togo, evidenziando la violenza delle proteste, soprattutto nella città settentrionale di Sokodé. Il padre dell’attuale presidente del Togo, ha governato il Paese dal 1967 al 2005 e da allora Faure Gnassngbe ha ereditato la posizione, consolidando un potere che da 50 anni rimane nella stessa famiglia.

 

 


George Weah chiede nuove elezioni in Liberia

Monrovia – In Liberia il partito del candidato alle elezioni George Weah ha chiesto che il processo elettorale sia ripristinato in maniera “tempestiva”, dichiarando che rispetterà la decisione della corte suprema di rimandare il ballottaggio. La Liberia sta affrontando con difficoltà il primo passaggio pacifico di potere da oltre 70 anni. Lunedì 6 novembre la corte suprema ha sospeso il secondo turno delle elezioni presidenziali previste per il giorno successivo, per consentire lo svolgimento di indagine su accuse di frode elettorale.

Uno dei candidati del primo turno, Charles Brumskine, aveva chiesto al tribunale di rimandare il voto per permettere di indagare possibili frodi avvenute durante il voto del 10 ottobre. Al primo turno Brumskine, candidato del Liberty Party era arrivato terzo. Al ballottaggio, rimandato a data da destinarsi, si sarebbero dovuti affrontare l’ex calciatore George Weah e il vicepresidente in carica Joseph Boakai. I candidati si sfidano per succedere a Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace nel 2011.
 

 


La Turchia ricostruirà 26mila case distrutte durante la guerra al Pkk

di Giuseppe di Donna da Ankara, Turchia

Ankara – Il governo turco ricostruirà 26 mila abitazioni distrutte durante gli ultimi anni del conflitto tra le forze di sicurezza turche e l’organizzazione terroristica separatista del Pkk. L’annuncio è stato dato dal ministro dell’Urbanistica turco Mehmet Ozhaseki, che ha rivelato che, dalla ripresa del conflitto nel luglio 2015 ad oggi circa 70 mila abitazioni hanno subito danni, in molti casi talmente gravi da imporre una ricostruzione ex novo. “Non è giusto che tanta gente soffra dei danni del terrorismo, per questo costruiremo 26 mila nuove abitazioni in sei mesi – ha dichiarato Ozhaseki – i compound militari saranno rimossi dalle città e dai centri abitati“.

Secondo il ministro è precisa responsabilità dello stato risarcire i propri concittadini dopo il duro intervento delle forze di sicurezza turche nel sud est del Paese, caratterizzato da mesi di coprifuoco tra la fine del 2015 e la prima metà del 2016. “Da un lato c’è il pugno dello stato, che deve far sentire la propria forza e colpire i terroristi. Dall’altro c’è la mano dello stato che con compassione ripara le ferite di chi è stato vittima del conflitto”, ha dichiarato Ozhaseki.

 


Nigeria: “I leader africani riciclano 50 miliardi di dollari ogni anno”

di Bosun Odedina da Lagos, Nigeria

L’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo ha dichiarato che leader politici e esponenti sia del settore pubblico che del privato in Africa, riciclano illegalmente ogni anno una somma monstre pari a 50 miliardi di dollari. L’ex presidente ha spiegato che l’aumento di queste cifre, destinate alla crescita socio-economica e lo sviluppo del continente africano, danno grandi preoccupazioni a tutti i leader, del presente e del passato. Ha aggiunto che tutti devono contribuire a lottare questo trend preoccupante.

 


Turchia: Il Paese ricorda Ataturk a 79 anni dalla morte

di Giuseppe di Donna da Ankara, Turchia

Ankara – Il 10 novembre è un giorno in cui la Turchia svela il proprio volto e la propria identità: ricorre infatti in questa data l’anniversario della morte di Mustafa Kemal, “Ataturk“, il padre della Repubblica, guida nella difficile transizione del Paese dal collasso dell’impero ottomano allo Stato che voleva repubblicano, laico, moderno. L’uomo che insegnò ai turchi che, per affrontare le sfide di un mondo in cambiamento, bisognava guardare ai modelli occidentali: aderire a uno stile di vita europeo abbandonando influenze orientali, a partire da alfabeto arabo, calendario islamico e abbigliamento che potesse connotare la fede islamica. 

 


Il Ghana celebra regina madre centenaria nel rispetto tradizioni

di Francesca Spinola da Accra, Turchia

Accra – Nana Yaa Anamah II porta una pezza di stoffa bianca sul capo e un numero imprecisato di pesanti collane di “beads“, grani di vetro o altre pietre dure colorate, che non sono indossate a caso, ma hanno ciascuna un significato. Lei è una regina, una “queen mother” e in Ghana è venerata e rispettata come una vera regnante. Nana Yaa Anamah sta per compiere 102 anni e ha governato la sua gente per ben 75 anni. In questi giorni la sua foto campeggia su tutti i quotidiani di questo paese dell’Africa Occidentale dove l’etnia Akhan, circa il 60% della popolazione, parla diverse lingue ed è guidata da diversi “chiefs and queens“, in base all’area in cui vivono.

 


Ghana: ‘Big data for good‘ per uno sviluppo sostenibile

di Francesca Spinola da Accra, Turchia

Accra – Predire cosa serve per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile che il Ghana si è dato. Questo l’obiettivo dell’iniziativa “Big Data for Good“, promossa da Vodafone Ghana, insieme al Ghana Statistical Service e alla Vodafone Group Foundation. Iniziativa che vuole usare i cosiddetti “insights“, le informazioni che derivano dall’utilizzo della telefonia mobile, “per migliorare le previsioni legate allo sviluppo sostenibile”.

Per Joakim Reiter, capo degli affari esterni del Gruppo Vodafone, questa iniziativa “no profit” è legata al concetto ormai diffuso che usare i dati prodotti dalle reti di telefonia cellulare può aiutare a prendere decisioni in grado di migliorare la vita delle persone. Il modo è semplice, i “big data for good” servono, secondo il portavoce di Vodafone, a far prendere decisioni più mirate ai cosiddetti “decision maker“, su temi importanti come la salute e la sanità, l’agricoltura, i trasporti, solo per citarne alcuni.

 


Israele: tre startup raccolgono $180 milioni in un giorno

Gerusalemme – In Israele in una sola giornata tre startup hanno annunciato di aver ottenuto fondi per centinaia di milioni di dollari. Mercoledì 8 novembre Compass (compra vendita immobili online), Yotpo (gestione dei commenti dei consumatori per azinede) e Mitrassist (assistente via app per chi soffre di rigurgito mitralico) hanno annunciato di aver ottenuto finanziamenti per circa 180 milioni di dollari, mentre una startup israeliana si prepara a affrontare in tribunale la principale azienda tech al mondo per valore di mercato, Apple.​

 


L’app nigeriana che permette di navigare gratis su internet

AbujaSliide Airtime è una popolarissima app in Nigeria che permette a chi la scarica di navigare gratis dal proprio smartphone mostrando contenuti personalizzati sul lock screen degli utenti. È stata nominata l’app più innovativa al mondo al Global World Congress di quest’anno, la migliore app africana nel 2016 ai premi Apps Africa e Corbyn Munnik, il suo ad e cofondatore, è stato inserito da Forbes nella lista dei 30 under 30 africani da tenere d’occhio.

Arabie saoudite: Saad Hariri en résidence surveillée à Riyad?

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L’incertitude continue de planer sur la situation du Premier ministre libanais Saad Hariri, une semaine après sa démission surprise annoncée de Riyad. On commence à avoir plus d’informations sur les circonstances de l’arrivée de Saad Hariri en Arabie saoudite. Une convocation qui ressemble à un kidnapping.

Nature Based Solutions to Big Dams Can Help the Mesopotamian Region and the World

Bonn, Germany – 11 November 2017

During a session of the COP23 on “Managing water scarcity for agriculture”, the Save the Tigris campaign posed a question to Mr. Olcay Ünver, the Deputy Director of Land and Water Division, Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO): “Don’t you think that it’s time to state clearly that there is an urgent need to review water management policies in the Mesopotamian basin, particularly in relation to the building of big dams which have been proved to cause many serious problems for rivers systems, water resource sustainability, and climate change?”

Mr. Ünver is also the president of the Southeastern Anatolia Project Regional Development Administration in Turkey, and the GAP project, where a number of big and controversial dams have been constructed in the upper stream of Euphrates and Tigris — the Ilisu dam (a major concern to the Save the Tigris Campaign) is one of those big dams.

He confirmed that it is indeed time to find alternatives to big dams, for example, exploring what the FAO calls “nature based solutions” for water management and energy production. As members of the Save the Tigris Campaign, we explained to Mr. Ünver our struggle against the Ilisu Dam and our vision about the need for collaboration among civil society groups in the Mesopotamian region — Turkey, Iraq Syria and Iran — in order to advocate for new and sustainable policies and methods for water management. Mr. Ünver is also the founder of Euphrates-Tigris Initiative for Cooperation between Iraq, Syria and Turkey. He affirmed that governments in the region need to discuss and cooperate on these common water concerns. The Save the Tigris Campaign recognizes the need for public dialogue about finding effective alternatives to big dams in the region.
 

Syria’s Decision to Sign the Paris Climate Agreement Is a Cynical Political Move

Syria surprised the world on Tuesday, November 7, when it announced during UN-led climate talks in Bonn, Germany that it would sign onto and uphold the Paris Climate Agreement. Led by former U.S. President Barack Obama, the Paris Climate Agreement was inaugurated in 2015 in order to reduce and restrict harmful emissions responsible for global climate change. Endorsed […]

Arabie saoudite: les autorités libanaises exigent le retour de Saad Hariri

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Une semaine après sa démission surprise, samedi 4 novembre dernier, alors qu’il se trouvait à Riyad, en Arabie saoudite, le Premier ministre libanais n’est toujours pas rentré à Beyrouth. Dans son pays, les voix se font de plus en plus fortes au sein de la classe politique et de l’opinion publique pour qu’il revienne.

Allarme in mare

Proprio mentre a Delhi scoppiava l’emergenza per l’inquinamento dell’aria, Greenpeace pubblicava 16 immagini di un disastro del mare cui sta dedicando attenzione da mesi: l’invasione della plastica causata dallo sversamento negli Oceani – sotto diverse forme – di 12,7 milioni di tonnellate ogni anno. Dalla la marea di rifiuti che invade le coste delle filippine agli uccelli nel cui intestino vengono trovati sacchetti e tappi che li hanno soffocati sino a tartarughe deformate da involucri di plastica che ne hanno accerchiato l’addome appena nate, i fotogrammi di Greenpeace documentano l’impatto micidiale dell’attività umana. Ma c’è di peggio e sempre in mare.

In Indonesia, ad esempio, cui Al Jazeera (vedi il video qui sotto) dedicava ieri un reportage dal villaggio di Bahagia (che significa…felice) a Sumatra, uno dei tanti minacciati dal livello dei mare, l’innalzamento degli Oceani è un serio pericolo per un un Paese eminentemente insulare dove 42 milioni di abitazioni costiere corrono rischi enormi e non solo per la violenza di uno tsunami (come avvenne in modo gravissimo proprio a Sumatra nel dicembre del 2004). La storia non è nuova. Già due anni fa, nel dicembre del 2015, lo specialista per le politiche pubbliche del ministero indonesiano per la Marina e la Pesca, Achmad Purnomo, aveva lanciato l’allarme, ripreso dall’Agenzia nazionale di notizie Antara e dalla stampa locale. E quel dato, 42 milioni di abitazioni con l’aggiunta di 2mila isole, non è dunque una congettura di stampa ma la proiezione degli esperti del ministero. Con una data: 2050 per vedere sommerse migliaia di isole e la scomparsa di interi villaggi, molti dei quali sorgono su palafitte, le tradizionali rumah panggung.

Anche in questo caso, seppur in maniera indiretta, c’entra l’uomo. Gli esperti del ministero di Giacarta puntano il dito sui cambiamenti climatici che, non è una novità, stanno sciogliendo i ghiacciaia e facendo salire il livello delle acque. Il primissimo allarme fu lanciato per le Maldive, isole coralline che sfiorano la superficie marina. Ma 42 milioni di villaggi non sono uno scherzo: se nel piccolo arcipelago turistico vive poco meno di mezzo milione di abitanti, l’Indonesia di milioni di residenti ne conta 255, sparsi in gran parte sulle coste che si estendono per 80mila chilometri su circa 17mila isole.
Al ministero sono preoccupati perché il Paese non ha le risorse sufficienti (anche dal punto di vista della formazione dei quadri) per affrontare un’emergenza che, nel giro di meno di 35 anni, vedrà innalzarsi il livello delle acqua di 90 centimetri con effetti devastanti per molti villaggi costieri e per 2mila piccole isole a rischio di essere inghiottite dall’Oceano. Oltre a ciò, dicono al ministero, altri effetti del riscaldamento globale incidono sulle attività economiche di questi stessi villaggi: le sempre più incerte le stagioni della pesca e i cambiamenti negli schemi della migrazione ittica oltre a un crescente numero di pesci che sono stati uccisi dal fenomeno dello spiaggiamento: si arenano sulle spiagge dopo aver smarrito la via.

Gli indonesiani chiamano il loro Paese, il più vasto mondo insulare del pianeta proprietà di un singolo Stato, tanah air kita, la “nostra terra d’acque”. E in effetti di acqua ce n’è parecchia perché ufficialmente l’Indonesia si estende su un milione e 900mila kmq quadrati di suolo in gran parte circondato dal mare. Il fatto è che questo suolo è formato sia da grandi isole, sia da strisce di terra sino ad atolli che misurano solo qualche centinaio di metri quadri. Molte sono abitate e altre non conoscono l’intervento umano. Quante? Secondo una stima del 1969, il più vasto arcipelago del mondo ne conterebbe 17.508 ma è una stima appunto e non tutte le isole hanno uno status giuridico riconosciuto a livello internazionale. Di queste, inoltre, solo 13.466 hanno un nome. Adesso Giacarta si sta dando da fare per fare i conti definitivi sulla base di un criterio accettato in sede internazionale e sancito dalla Un Convention on the Law of the Sea, secondo la quale un’isola è una formazione naturale di territorio circondata dal mare e che non sparisce con l’alta marea. Se non sparirà per effetto dell’innalzamento delle acque.

The “Syrianisation” of the world

In his book “The Impossible Revolution – Making Sense of the Syrian Tragedy”, Syrian dissident Yassin al-Haj Saleh chronicles the Syrian revolution and explains how it was destroyed. His analysis shows all too clearly how little the West knows about Syria to this day. By Emran Feroz

Final verdict issued to uphold activist Alaa Abd El Fattah’s 5-year prison sentence

Final verdict issued to uphold activist Alaa Abd El Fattah’s 5-year prison sentence

Egypt’s Court of Cassation issued a final ruling on Wednesday to uphold political activist Alaa Abd El Fattah’s five-year prison sentence on charges related to protesting. However, the court commuted the mandate that the term be carried out in a maximum security prison to assign Abd El Fattah to a general population prison. 

Abd El Fattah will also have to undergo five years of probation after his release, in addition to an LE100,000 fine, as was decided in the February 2015 criminal court sentence Abdel Fattah appealed.

Lawyer Mokhtar Mounir told Mada Masr that the penalty change basically means that Abd El Fattah would serve his sentence in a general population prison without the rigorous conditions of a hard-labor imprisonment.

Mounir also added that a one-year sentence in a general population prison is nine months, in comparison to 12 months in hard-labor, but added that this difference is usually disregarded in the cases of political prisoners, such as the 6 April Youth Movement’s Ahmed Maher and Mohamed Adel.

Lawyer Mahmoud Belal told Mada Masr that the penalty change will have no real implications, insisting that the ruling is tantamount to the court rejecting the appeal, as types of prisons in Egypt do not differ greatly.

Abd El Fattah’s appeal was originally set to be heard on October 19, but the judge in the Court of Cassation circuit presiding over the case recused himself, citing “discomfort,” which lawyers believe suggests an issue of impartiality.

In February 2015, Cairo Criminal Court sentenced Abd El Fattah and Ahmed Abdel Rahman to five years in prison for charges of protesting in front of the Shura Council, with an additional five years probation and a LE100,000 fine each. It also sentenced each of the remaining defendants to three years in prison, three years probation and a LE100,000 fine.

All 21 defendants in the Shura council case appealed the verdict, and were released pursuant to a presidential pardon, except Abd El Fattah.

Abd El Fattah is awaiting another verdict on December 30 for charges of insulting the judiciary, along with 24 other defendants, including former Islamist president Mohamed Morsi.

Tunisia: il Parlamento cederà alla pressioni del sindacato di polizia?

Sadri Khiari Come è ormai consuetudine, ogni nuovo attentato diventa il pretesto per un nuovo giro di vite securitario. Lo stato d’emergenza e la legge anti-terrorismo ne costituiscono sicuramente il quadro generale. L’assassinio, il 1° novembre,  di un graduato della polizia, il comandante Riadh Barrouta per mano di un presunto membro dell’Isis, ha dunque riportato all’ordine del giorno il progetto […]

Eravamo in centomila…

Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400  soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti)  farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell’indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all’America first di Trump – che si traduce in profitti per il comparto industrial militare – l’Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.

Identikit del Populismo

mcc43 -Il popolo è buono e onesto -Il popolo è stato tradito -Il leader carismatico restaurerà la sovranità popolare Fra gli intellettuali della Russia zarista nacque un  movimento per riscattare il mondo contadino oppresso dalla burocrazia imperiale; da “narod”, popolo, assunse il nome di narodničestvo: populismo. La parola ha percorso una lunga strada, ha cambiato soggetti […]

Chi sono i Rohingya?

Claudio Canal, un collega che collabora anche con il manifesto, ha scritto questo breve e documentato saggio che fa un po’ di chiarezza sulle origini di questa minoranza vessata. Si legge in fretta ed è chiaro e preciso. Con mappe che illustrano bene la storia di questa popolazione. Ne consiglio vivamente la lettura:

qui può essere sfogliata come un libretto
qui scorre come un pdf.

Mazen Kerbaj alla Libreria Griot di Roma

Sono lietissimissima di annunciarvi che questo giovedì, a partire dalle 18,30, la Libreria Griot (via di Santa Cecilia 1/A, Roma) ospita l’artista libanese Mazen Kerbaj, che verrà introdotto da Maria Camilla Brunetti, giornalista capo redattrice de Il Reportage, esperta di Libano e cultura libanese. Mazen Kerbaj (Beirut, 1975) è uno dei principali artisti libanesi contemporanei. […]

CfP BRISMES 2018: Southern-led Responses to Displacement in the MENA Region

Southern-led Responses to Displacement in the MENA Region The longstanding human displacement and forced migration flows in the Middle Eastern region have invited scholars and researchers to think in new ways about the collective and individual meanings of mobility, culture-oriented models of care, and the role of transnational and local networks in mobilising people, ideas […]

Dopo la Rivoluzione (d’ottobre)

C’era una volta la Rivoluzione d’Ottobre. E in occasione del centennale della rivoluzione russa, dal 7 al 10 novembre si terrà a Torino, nel Campus Luigi Einaudi, il convegno internazionale Dopo la Rivoluzione. Strategie di sopravvivenza in Russia dopo il 1917, organizzato dall’associazione Memorial Italia e dall’Università degli Studi di Torino

Il tema del Convegno*

La rivoluzione russa: difficile dire quando è iniziata, quando è finita, e di cosa si è trattato. Il centennale dell’ottobre 1917 diventa occasione per rileggere i fatti di allora rispettandone la complessità e per osservarli con punti di vista differenti. Crisi, rivoluzioni e controrivoluzioni, ritorno all’ordine, caos, fame e violenze si intrecciarono per un lungo periodo, quantomeno dalla prima guerra mondiale agli anni ’50. Proprio per discutere e riflettere su aspetti significativi di questo periodo storico, l’associazione Memorial, che in Russia opera per la difesa dei diritti, e l’Università degli Studi di Torino organizzano il convegno internazionale Dopo la rivoluzione. Strategie di sopravvivenza in Russia dopo il 1917 che si terrà a Torino, dal 7 al 10 novembre, nel Campus Luigi Einaudi. Non quindi una commemorazione, ma una riflessione con cent’anni di distacco dalla rivoluzione.

Il convegno è diviso in due parti. Nella prima si affrontano in modo del tutto innovativo gli eventi della rivoluzione; lo studio della guerra civile sul territorio dell’ex-Impero russo ci spiega quanto il paese fosse lontano dagli avvenimenti della rivoluzione: il partito, le discussioni rivoluzionarie, l’organizzazione politica operaia. Nelle periferie dell’Impero la rivoluzione arriva come crollo dello stato, bande armate, fame. La formazione dell’URSS poggia sulla riconquista militare del territorio, sull’imposizione di una dittatura militare-politica, sulla repressione di ogni istanza autonomista e di ogni richiesta di elezioni.
La seconda parte del convegno è dedicata alla sopravvivenza della cultura e al suo rapporto complesso con la rivoluzione. Interverranno studiosi italiani e stranieri, che esamineranno le conseguenze del 1917 da diversi punti di vista, complementari e variegati, a testimonianza della complessità e della varietà di suggestioni intellettuali e culturali del periodo.
Per approfondire questi temi e confrontarsi con studiosi italiani e stranieri appuntamento a Torino dal 7 al 10 novembre nel Campus Luigi Einaudi.

* Riproduco qui la scheda di invito

Avviso di reato

Fatou Bensouda. Sotto, Donald Trump

«La situazione nella Repubblica Islamica d’Afghanistan è stata assegnata a una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (Icc) a seguito della mia decisione di chiedere l’autorizzazione ad avviare un’inchiesta sui reati che si suppone siano stati commessi in relazione al conflitto armato». La dichiarazione della procuratrice capo del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda rimbalza nelle agenzie di stampa nella notte di venerdi, giorno della partenza di Trump per il suo viaggio in Asia, il più lungo – recita la velina della Casa Bianca – che un presidente americano abbia fatto nell’ultima quarto di secolo. Ma Trump non andrà in Afghanistan e del resto la tegola era attesa da circa un anno: da quando, a metà novembre 2016, la giurista del Gambia a capo della Corte dal 2012, aveva annunciato nel suo Rapporto preliminare di attività (quel che in sostanza si intendeva fare) che il dito era puntato anche contro gli Stati Uniti per i quali c’erano «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che in Afghanistan avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Con loro, sotto la lente, polizia e 007 afgani e parte dei talebani. Ma adesso il passo è diventato formale e dunque esecutivo, con una richiesta di autorizzazione a procedere per le accuse di crimini di guerra in Afghanistan dopo l’invasione guidata dagli Usa 17 anni fa.


L’indagine, col mandato alla procura di sentire testimoni, interrogare vittime, avere accesso a informazioni riservate (almeno in teoria anche perché né gli Usa né i talebani riconoscono l’autorità dell’Icc), riguarda le attività della Rete Haqqani (la componente più radicale del movimento talebano); la polizia e l’agenzia di intelligence di Kabul (Nds); militari e agenti americane. Il testo del rapporto preliminare diceva che l’indagine per crimini di guerra riguarda «tortura e relativi maltrattamenti da parte delle forze militari degli Stati Uniti schierate in Afghanistan e in centri di detenzione segreti gestiti dalla Cia, principalmente nel periodo 2003-2004, anche se presumibilmente sarebbero continuati, in alcuni casi, sino al 2014», in sostanza fino al passaggio di consegne agli afgani dei prigionieri detenuti nella base Usa di Bagram.

Se per i talebani (nella dichiarazione non si specifica se l’indagine riguarderà altre ali del
movimento diretto da mullah Akhundzada) le accuse di crimini di guerra non sono una novità, per Washington e Kabul la questione è seria, al netto della possibile collaborazione tra le due intelligence. Bensouda sostiene che durante gli interrogatori segreti, personale militare e agenti della Cia avrebbero fatto ricorso a tecniche ascrivibili a crimini di guerra: «tortura, trattamento crudele, mortificazione della dignità personale, stupro». Nello specifico si citavano i casi di 61 soldati che avrebbero praticato la tortura e altre violenze tra il maggio 2003 e il 31 dicembre 2004 e di membri della Cia che avrebbero sottoposto almeno 27 detenuti a torture, trattamenti crudeli, umiliazioni della dignità e/o violenza carnale, sia in Afghanistan sia in altri Paesi come Polonia, Romania e Lituania .

Il Nyt di ieri: 13 civili uccisi in un raid. Non si sa
se gli “effetti collaterali” siano inclusi nelle indagini

Probabilmente, nell’anno intercorso tra il rapporto preliminare e la richiesta formale di indagine, la procura deve averne esaminati assai di più e comunque già un anno fa si chiariva che i crimini presunti «non sono stati abusi di pochi individui isolati (ma)… commessi nell’ambito di tecniche d’interrogatorio approvate, nel tentativo di estrarre informazioni dai detenuti… (con) una base ragionevole per credere che questi presunti crimini siano stati commessi a sostegno di una politica o di politiche volte a ottenere informazioni attraverso l’uso di tecniche di interrogatorio che coinvolgono metodi crudeli…». Quanto a polizia e intelligence afgani, la tortura sarebbe un fatto sistematico: tra il 35 e il 50% dei detenuti vi sarebbero stati sottoposti.

Adesso la procura deve convincere i giudici della Camera preliminare della fondatezza delle accuse. Poi toccherà ai magistrati dare l’ultimo via libera che, considerata l’ampiezza delle prove raccolte in un arco di tempo sufficiente a non correre rischi, pare scontata. Una volta terminato l’iter, toccherà allora alla procuratrice formulare le accuse e chiamare alla sbarra i responsabili. Sarà quello il momento più difficile ma sembra ormai solo questione di tempo.

Viaggio d’affari nel Rakhine

Il viaggio è a sorpresa. Lo annuncia il portavoce del governo mentre Aung San Suu Kyi è già a Sittwe, capitale dello stato birmano del Rakhine; da lì si muoverà verso Maungdaw e Buthiduang. Il comunicato è scarno e anche la Nobel, al comando del nuovo Myanmar democratico, non fa grandi concessioni. Le cronache dicono che parla con qualche abitante dei villaggi e probabilmente vuole tentare di rilanciare il suo piano per far rientrare quei 600mila rohingya che da agosto sono fuggiti oltre confine. Come non è chiaro e comunque nessun accenno alle responsabilità dell’esodo forzato più massiccio della storia recente da un Paese in pace. Invita la gente a “non litigare” e a rivolgersi al governo se ci sono problemi. Più che altro sfodera il blando rimedio dello sviluppo. Con lei, su un elicottero militare, scrive la Bbc, ha preso posto infatti anche uno dei più ricchi imprenditori birmani. E’ un viaggio in un cono d’ombra: la sua visita nel Rakhine avviene mentre il Tribunale Permanente dei popoli ha emesso la sua sentenza su quanto avviene nel Paese. Il documento è un pesante atto d’accusa per due gruppi a rischio: i Kachin e i Rohingya. Ma se nel caso dei Kachin, dice la sentenza dei giudici della società civile, si rileva un intento genocidario, nel caso dei Rohingya la responsabilità di atti di genocidio è chiara. Fatti, non intenti.

E’ un verdetto di colpevolezza documentato e senza appello che inchioda il Myanmar come colpevole del crimine di genocidio avvertendo che, se nulla sarà fatto, il numero delle vittime (ancora incerto) non potrà che crescere. Il genocidio si può attuare in molte forme, che vengono elencate con precisione, e mira alla distruzione dell’identità di un popolo. Un popolo senza documenti e cittadinanza e il cui nome non si può nemmeno nominare in Myanmar: è accusato di non essere altro che il frutto di una lunga immigrazione clandestina. Lunedi prossimo, la Fondazione Basso presenterà e commenterà a Roma (Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia 29 alle ore 17) il risultato del lavoro dei giudici che, riunitisi a Kuala Lumpur in settembre, hanno vagliato documenti e testimonianze e hanno preso una posizione chiara quanto per ora solitaria, nonostante le molte dichiarazioni di principio e le condanne (una situazione di “pulizia etnica da manuale” ha detto l’Onu).

Per ora le pressioni sul governo birmano sono relativamente poche e nei luoghi dove si decide – come il Consiglio di sicurezza dell’Onu – oltre alle prese di posizione e a qualche blanda misura, non si è andati. In un quadro che vede in difficoltà anche le agenzie umanitarie che non sempre hanno accesso alle zone dove si sono verificati – documenta il tribunale – stupri, incendi, esecuzioni. Anche la via di fuga è un problema: il Bangladesh, Paese già in difficoltà, non sa come far fronte all’esodo e vorrebbe anche rispedirli a casa, ma quale casa?

Il segretario dell’Onu Guteres. Sopra Aung San Suu Kyi.
 Al centro un manifesto storico del Tribunale dei popoli

Il ritorno sembra impossibile. L’incontro promosso dalla Lega per la democrazia nei giorni scorsi – una preghiera interreligiosa di pace – non ha sollevato la questione rohingya è Suu Kyi gode di un enorme consenso che la giustifica. Tutti sanno per altro che l