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Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Si chiama “In gabbia senza un tetto” l’ultimo rapporto di Amnesty International sui Rohingya, la minoranza musulmana cacciata dal Myanmar nell’esodo forzato più recente della Storia da un Paese non in conflitto. E aggiunge una nuova parola a un vocabolario dove si è letto di stupri, eccidi, violenze, incendi, disastri umanitari, genocidio e pulizia etnica: apartheid. Questa volta Amnesty, che lavorava al caso da due anni, documenta infatti la condizione interna dei rohingya in Myanmar, dove fino a qualche mese fa viveva poco più di un milione di questa minoranza ora ridotta drasticamente a meno della metà (oltre centomila vivono in campi profughi nel Paese mentre 600mila sono stati espulsi). Chi vive in Myanmar era ed è intrappolato «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all'apartheid». Il rapporto (in italiano sul sitowww.amnesty.it) disegna il contesto della recente ondata di violenze, quando le forze di sicurezza hanno incendiato interi villaggi e hanno costretto centinaia di migliaia di rohingya a fuggire verso il Bangladesh. Molti, non si sa quanti, sono stati uccisi o sono morti cercando di attraversare la frontiera.

Fa un salto in avanti la condanna che per ora ha visto soprattutto la società civile impegnata in un’operazione di denuncia (Amnesty, Human Rights Watch, il Tribunale permanente dei popoli e diverse Ong come Msf ad esempio) con le Nazioni Unite (molte le prese di posizione e le denunce) ma, per il momento, non si sono viste forti pressioni internazionali anche se, nel suo recente viaggio in Myanmar, l’Alto commissario Federica Mogherini non è stata tenera con Aung San Suu Kyi. Nondimeno per ora, l'Unione europea si è limitata a confermare il divieto alla vendita di armi e ha riattivato il meccanismo (soppresso quando i militari hanno ceduto il potere) che vieta agli alti gradi dell’esercito birmano di venire nel Vecchio Continente. Poco o nulla ha invece fatto il Consiglio di sicurezza, come se la questione riguardasse semplicemente i rapporti tra Myanmar e Bangladesh.

La foto è tratta dal sito di Amnesty Italia

I
l rapporto di Amnesty dice chiaramente che il Myanmar ha confinato i rohingya in un’esistenza ghettizzata dove è difficilissimo avere accesso a istruzione e cure mediche in un quadro di esodo forzato dalle proprie case. Questa situazione – secondo Ai - corrisponde da ogni punto di vista alla definizione giuridica di apartheid, «un crimine contro l’umanità». «Questo sistema appare destinato a rendere la vita dei rohingya umiliante e priva di speranza – dice in una nota Anna Neistat, direttrice di Amnesty per le ricerche – e la brutale campagna di pulizia etnica portata avanti dalle forze di sicurezza del Myanmar negli ultimi tre mesi è l’ennesima, estrema dimostrazione di questo atteggiamento agghiacciante. Le cause di fondo della crisi in corso devono essere affrontate per rendere possibile il ritorno dei rohingya a una situazione in cui i loro diritti e la loro dignità siano rispettati». Difficile, anche perché, dice il rapporto, i rohingya vivono esclusi da qualsiasi contatto col mondo esterno.

Sebbene i rohingya subiscano da decenni una sistematica discriminazione promossa dal governo, la ricerca rivela come la repressione sia aumentata drammaticamente dal 2012, quando la violenza tra la comunità musulmana e quella buddista ha sconvolto lo stato di Rakhine. Queste limitazioni sono contenute in una serie di leggi nazionali, “ordinanze locali” e politiche attuate da funzionari statali che mostrano un’evidente attitudine razzista. Un regolamento in vigore nello stato di Rakhine dice chiaramente che gli “stranieri” e le “razze bengalesi” (un’espressione dispregiativa usata per indicare i rohingya) hanno bisogno di un permesso speciale per spostarsi da un luogo a un altro.
Durante la violenza del 2012, decine di migliaia di rohingya vennero espulsi dalle zone urbane dello stato di Rakhine, in particolare dalla capitale Sittwe. Attualmente 4000 di loro restano - dice ancora Ai - in città, in una sorta di ghetto isolato, circondato dal filo spinato e sorvegliato da posti di blocco, e rischiano costantemente di essere arrestati o aggrediti dalle comunità che li circondano.
“Fuori da Gaza”, fuori da tutto, fuori da qui

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C’è che di libri ambientati a Gaza e che parlano di Gaza in italiano ne sono usciti pochissimi. Forse due, negli ultimi cinque anni, ma vado a memoria e potrei sbagliarmi. C’è che il secondo, dei due, è un libro rabbiosissimo e tenero che è stato eletto Guardian Book of The Year nel 2012. L’autrice […]
The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

The roof is gone: esplosioni ed evasioni letterarie

Roberta Mazzanti*
Pubblico qui il contributo di Roberta Mazzanti, una cara e vecchia amica, al Convegno "Abitare, corpi, spazi, scritture" che si è tenuto a Roma a metà Novembre organizzato dalla Società italiana delle letterate. In cui si  parla anche di Viaggio all'Eden






THE ROOF IS GONE: esplosioni nello spazio-tempo familiare
ed evasioni psichedeliche
 in alcune narrazioni  sugli anni Sessanta e Settanta del Novecento

"Look up!, The roof is gone / And the long hand moves / Right on by the hour": questi versi sono parte di un testo composto e cantato da Grace Slick – straordinaria cantautrice della scena rock a cavallo fra anni Sessanta e Settanta, solista e vocalist in gruppi famosi come i Jefferson Airplane – che ben rappresentava anche per gli amanti del rock in Italia la trascinante onda musicale psichedelica californiana. Il tetto che vola in aria per un'esplosione di passionalità che la voce e il corpo di Grace Slick esprimono con la massima potenza, lo spazio che si spalanca davanti a una donna in amore, svincolata perfino dalla forza di gravità, sono una perfetta metafora della libertà che la controcultura della West Coast di fine anni Sessanta tentava di offrire nella sua proposta di rivoluzione sociale, erotica e artistica.
Grace Slick 

Anche a noi, seguaci italiani di quelle rivolte libertarie, parevano allora antitetiche due scelte esistenziali: abitare la casa/famiglia nucleare o abitare la strada/comunità, vivendole in forme mobili e destrutturate, pauperistiche rispetto alla società dei consumi di massa che andava solidificandosi e ingabbiando chi ne faceva parte. Ho cercato di ritrovare questa antitesi in alcuni testi letterari e musicali centrati sul tema del "viaggio" che allontana dal nucleo originario – famiglia, luogo di nascita, cultura di provenienza – i giovani nati negli anni Cinquanta. Viaggi reali e mentali, esperienze psichedeliche, letture alternative a quelle canoniche, esperienze mistiche e politiche che portano far away from home, fatte dagli "occidentali" verso mete esotiche, prevalentemente verso Oriente e, in parte minore, verso le terre del Centro e Sud America.

Ho accolto così la proposta del convegno SIL 2017: intrecciando letture e ascolti musicali con riflessioni su personali esperienze legate al "sentirmi a casa" o "allontanarmi da casa", abitare in una collettività o sentirmene distante.
Evasione da spazi di borghese confortevolezza che si rivelavano angusti, soffocanti; sperimentazioni del corpo proiettato in luoghi metaforici o reali dove il tempo si snodava con ritmi differenti da quelli "di casa nostra", o addirittura sembrava essersi fermato...
Ciò significa anche riesaminare la relazione fra individuale e collettivo, nonché scavare nelle "contro-culture" di quegli anni ciò che segnava allora (e tuttora?) le differenze di genere rispetto alle possibilità e alle libertà di abitare, viaggiare, sconfinare e tornare a casa.
La mia lettura oscilla fra distacco e riconoscimento, fra varie rappresentazioni di presenti e passati, con uno sguardo critico sul passato che ho ritrovato in tre opere di scrittura ben diverse: il reportage della scrittrice statunitense Joan Didion "Slouching Towards Bethlehem" (pubblicato in origine nel 1967, poi tradotto da Delfina Vezzoli come Verso Betlemme e pubblicato dal Saggiatore nel 2008), il romanzo dell'inglese Antonia S. Byatt A Whistling Woman (pubblicato nel 2002, poi tradotto per Einaudi nel 2005 da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti con il titoloUna donna che fischia), e il recente scritto autobiografico Viaggio all'Eden di Emanuele Giordana, giornalista e inviato speciale per il Manifesto, Internazionale, Radio3 Mondo, mio compagno di liceo, tuttora amico in un duraturo, ampio gruppo affettivo e di sostegno reciproco.

"Slouching Towards Bethlehem" è lo scritto più drammatico che io abbia letto sulla Summer of Love californiana del 1967. e sulla fuga da casa dei tanti ragazzini americani che fioccavano a San Francisco e sulla West Coast in cerca di pace, amore, musica e sballo. Il punto di vista di Didion, allora trentaduenne, è al tempo stesso acuto e sconcertato, partecipe ma carico del distacco che una colta intellettuale formatasi negli anni Cinquanta avverte rispetto a stili di vita che giudica disperanti, o nei casi migliori troppo ingenuamente protestatari.
Il titolo, letteralmente "arrancando verso Betlemme", è ripreso dalla poesia di W.B. Yeats "Il Secondo Avvento", dove si trovano questi versi: "Le cose cadono a pezzi, il centro non regge più; / sul mondo dilaga mera anarchia / l'onda fosca di sangue dilaga e in ogni luogo / sommerge il rito dell'innocenza; / i migliori difettano d'ogni convinzione i peggiori / sono colmi d'appassionata intensità" e dove ad "arranca(re) verso Betlemme per venire alla luce" è "una rozza bestia ".1
La scrittrice dichiarava nella prefazione che impegnarsi in un resoconto della primavera-estate 1967 trascorsa nel quartiere di Haight-Ashbury a San Francisco le era sembrato "imperativo" ma l'aveva in seguito demoralizzata la consapevolezza che "le cose cadono a pezzi": si era convinta che se avesse voluto continuare a scrivere, avrebbe dovuto venire a patti con "il disordine".2
Una dieta non proprio salutare a base di gin e Dexedrina l'aveva sostenuta nel drammatico processo di scrittura del reportage, la cui prima riga riprende quasi letteralmente uno dei versi di Yeats: "Il centro non reggeva più": nell'American Dream si manifestavano crepe via via più vistose ­– sotto i colpi della contestazione alla guerra in Vietnam, dei conflitti razziali e delle rivolte non più pacifiche dei movimenti neri, delle rivolte studentesche, delle teorizzazioni politiche e azioni di massa stimolate dalla New Left e dal Women's Liberation Movement –, mentre sciamavano a San Francisco migliaia di giovanissimi: "Gli adolescenti vagavano da una città straziata all'altra, liberandosi di passato e futuro come i serpenti si disfano della pelle, ragazzi cui non erano mai stati insegnati, e ormai non avrebbero mai imparato, i giochi che avevano tenuto insieme la società".3
Dal suo punto di vista, San Francisco non è il luogo già mitico dell'utopia di Pace, Amore e Musica, ma piuttosto quello "dove l'emorragia sociale si stava spandendo a macchia d'olio". Il sentimento dell'autrice di fronte al perenne stato di alterazione da droghe – LSD, hashish e marijuana, anfetamine, mescalina – dei suoi interlocutori oscilla fra curiosità, sconcerto e distacco, un distacco perso in poche, significative occasioni: quando incontra bambini semi-abbandonati o addirittura coinvolti dagli adulti in sballi psichedelici; quando ascolta le giovani hippie parlare del "trip femminile" in cui la felicità può trovarsi nel fare "cose da donna" che dimostrino amore, e lei pensa alla contestazione della Mistica della Femminilità (il famoso saggio di Betty Friedan era uscito nel 19634); quando assiste a manifestazioni di attivisti "il cui approccio alla rivoluzione era fantasiosamente anarchico" e tuttavia le pare di assistere "al disperato tentativo di un manipolo di ragazzi pateticamente impreparati di creare una comunità in un vuoto sociale", che ricorrono a un vocabolario di frasi fatte: "un esercito di bambini che aspetta di ricevere le parole".5E negli spazi "alternativi" di Haight-Ashbury descritti dall'autrice, il tempo sembra non scorrere, bloccato in un permanente stupore.
All'estremo opposto, Emanuele Giordana prova a raccontare i "trip" della cultura alternativa dalla prospettiva di chi quei viaggi psichedelici e reali sulle rotte d'Oriente li faceva da protagonista, non da osservatore.
Da Milano a Kathmandu, come recita il sottotitolo del suo Viaggio all'Eden, racconta di un itinerario collettivo creato da gruppi di ragazzi milanesi che nelle estati degli anni Settanta percorrevano a tappe un lungo viaggio di formazione autogestito: Creta, Istanbul, Iran, Kabul con la sua Chicken Street colonizzata dai freak, Pakistan e infine India e Nepal, ultima tappa Kathmandu capitale "di un paese tanto bello quanto povero, misero e ignorante"6dove il mitico viaggio all'Eden prendeva la direzione del ritorno a casa.
Già svezzati da esperienze politiche nei primi anni della contestazione, i figli della borghesia ma anche i proletari che per primi in famiglia approdavano a studi superiori, sperimentatori di droghe e lettori suggestionati dai "sacri testi" della controcultura internazionale, erano spinti dalla voglia di evadere dalle coordinate famiglia-scuola-caserma: "La voglia del viaggio, nella seconda metà degli anni Settanta, era diventata un contagio febbrile, irrefrenabile e trasversale".7
E mossi dal desiderio di azzerare, o quantomeno di sospendere il futuro ingresso nel mondo adulto tradizionale e occidentale: abitare un altro tempo, era questa la molla che spingeva al tempo stesso verso le sperimentazioni allucinogene e verso civiltà che parevano vivere secondo altri criteri temporali.
Grazie a Viaggio all'Eden, ho ripensato ai nostri tentativi di abitare il mondo diversamente da quello che nascita, classe e cultura prevedevano, agli strappi e ai nuovi radicamenti, più o meno falliti o riusciti in varie forme erotiche, politiche, psichedeliche, culturali. Alla scelta che tant* hanno fatto di ripercorrerle in forme narrative, autobiografiche e romanzesche, ri-abitandole nella scrittura e guadagnandole a nuove dimensioni temporali.
La chiave interessante del libro di Giordana sta infatti nel suo duplice percorso temporale ed esistenziale verso Oriente: il primo negli anni Settanta, il secondo quando ne ha ripercorso i tracciati come inviato, giornalista e attivista in zone di conflitto, in particolare in Afghanistan; gli anni in cui ha rivisitato la "favola perfetta" raccontando sulla stampa e alla radio un Paese dilaniato dalle guerre che gli appare come "il manifesto di un fallimento" e gli lascia l'amara sensazione "di non aver gridato abbastanza" contro "la sporca guerra".8
Nonostante l'amara consapevolezza, Giordana considera le peregrinazioni giovanili come patrimonio "di quella frangia più anarchica e libertaria" dell'avanguardia che sconvolse il mondo fra anni Sessanta e Settanta, giovani "curiosi, e in parte anche consapevoli. Facemmo quel viaggio (...) con rispetto", e ne rimase un percorso di sprovincializzazione e di apertura ad altre culture, prezioso per ridimensionare ignoranza e arroganza.9

Se Didion tentava un'immersione quasi antropologica nella controcultura durante il suo coagularsi e smagliarsi in una breve stagione californiana, e Giordana ricorre oggi al fertile espediente di un doppio registro soggettivo ­– ricostruire il farsi di un viaggio passato (e mai dimenticato) a partire da un semplice taccuino di viaggio integrato da ricordi e fotografie, e molti anni dopo farne scaturire altri riverberi grazie a una lente più critica, più pensosa –, Byatt dal canto suo si impegna in un grandioso sforzo di narrare un'epoca attraverso frammenti complessi, dove la filatura di vari tracciati individuali crea la tessitura di una rete collettiva, immersa nel lungo flusso di una tetralogia romanzesca in cui Una donna che fischia è l'ultimo volume delle avventure di Frederica Potter.10
Al centro, le peripezie culturali, sentimentali e professionali della protagonista insieme a un poliedrico gruppo, vero co-protagonista. Controcultura pop e psichedelia, anti-psichiatria, contestazione universitaria e sconcerto della cultura liberal inglese, esperimenti di vita comunitaria, scoperte scientifiche e anti-scientismo, maternità e promiscuità sessuali, nulla manca in questo magma profusamente tenuto insieme e articolato in episodi vivissimi dalla maestria della scrittrice.
Frederica, insegnante di Lettere, è già madre single di Leo, vive con un'amica che ha fatto la stessa scelta, coltiva relazioni eterosessuali appassionate ma non esclusive. La sua instabile identità muta improvvisamente quando nel 1968 si trova a condurre una brillante trasmissione televisiva di interviste culturali, intitolata Attraverso lo specchio. Non per caso la donna, che si immagina nei panni di "un'Alice consapevole, astuta e molto adulta" vive lo schermo televisivo come uno specchio dove ricomporre "l'invincibile energia dell'infanzia" con la sua inesauribile curiosità e voracità per la vita: "Oh no, pensò Frederica che stava per essere rifratta nell'intera nazione in migliaia di Frederiche frammentate e scintillanti, non voglio recitare. Voglio pensare. Chiarezza. Curiosità. Curiosare. Curiosare".11
Il tema della messa in scena di sé innerva tutto il romanzo e trascina i personaggi in una gigantesca recita di nuovi ruoli e tentativi di trasformazione individuale e collettiva, esaltanti ma anche costellati di lutti e disastri. Scelgo qui un solo esempio: in una puntata di Attraverso lo specchio dedicata al tema "Donne libere", la conduttrice e le sue ospiti alternano serie riflessioni e provocazioni, domande su ciò che vogliono le donne e citazioni dal passato; Byatt le descrive in dettaglio anche nell'abbigliamento, e poi sintetizza, lapidaria: "Un'equilibrata mistura di travestimento, maschera e parodia – ma di cosa?".12
Uno degli allusivi travestimenti che Frederica adotta in televisione torna nella scena finale, in cui la donna accetta l'inaspettata maternità e la rivela al suo compagno e al figlio Leo. Con il vento del mare ad arruffarle i capelli e l'abito di Laura Ashley teso sul ventre, Frederica ha "un assurdo aspetto da pastora" ma sta vivendo un attimo di perfetta intesa, un momento essenziale: "Frederica disse a Leo: – Non abbiamo la più pallida idea di quello che faremo –. Scoppiarono a ridere. Il mondo era tutto davanti a loro, o così sembrava. Potevano andare dovunque".13
Un'immagine non convenzionale di famiglia, sia per l'ambientazione selvaggia nella brughiera, sia per i legami tra i protagonisti, sia per l'incertezza assoluta sul futuro, un futuro che nello spirito dei tempi era tutto da inventare.
Così, su una strada aperta, si conclude il romanzo. Ma nella parte iniziale, descrivendo la Frederica che molti anni dopo si sarebbe confrontata con il riaffiorare dei ricordi di quella fase dirompente, traboccante di energia, Byatt scriveva:

Più tardi, molto più tardi, Frederica – che si era sentita vecchia a trent'anni e si sorprendeva di non sentirsi tale a sessanta – ripensò a quel periodo di tumulto giovanile, di rivolta e rifiuto, come qualcosa di molto lontano e concluso, mentre i dolci, incerti, timidamente ottimisti anni Cinquanta non lo erano. Innanzi tutto, storicamente, ci vuole qualche decennio perché i "giovani" si rendano conto che altre generazioni più giovani spuntano come funghi, e che i giovani degli anni Sessanta, i quali non potevano ricordare la Guerra, erano stati rapidamente sostituiti da generazioni che non potevano ricordare il Vietnam, a loro volta seguite da generazioni che non potevano ricordare la Falkland. I visi dipinti, i capelli, le bandane, i campanelli alle caviglie e ai polsi finirono per essere nello stesso tempo tribali e vieux jeu, benché la generazione di Leo conservasse una certa nostalgia per una "libertà" così spesso proclamata e cantata che doveva essere esistita, in illo tempore, in qualche altro luogo. O forse, pensò Frederica riflettendo sull'indeterminatezza dei propri ricordi di quel periodo, era la sorte comune a tutti i ricordi vecchi di trent'anni (...). Gli anni Sessanta [invece] erano come una rete da pesca dalle maglie spaventosamente larghe e lasche, con qualche raro oggetto di plastica sgargiante impigliato qua e là, mentre tutto il resto era rifluito nell'oceano indistinto. 14

Testi citati:
A. S. Byatt, A Whistling Woman (2002); Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006.
Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968, pp. 94-132; Verso Betlemme, trad. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008.
Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017.
W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.


Brani musicali sul viaggio, sulla vita on the road:
- Me and Bobbie McGee di Kris Kristofferson, cantata da Janis Joplin (1971)
- Like a Rolling Stone, parole, musica e canto di Bob Dylan (1965)
- The Roof is Goneparole, musica e canto di Grace Slick, dall'album Manhole(1974)


1 W.B.Yeats, "Il Secondo Avvento", in L'opera poetica, trad. it. A. Mariani, Mondadori, Milano 2005.
2 Joan Didion, "Slouching Towards Bethlehem. Life Styles in the Golden Land", in Slouching Towards Bethlehem, 1968: 11-12; Verso Betlemme, trad. it. Delfina Vezzoli, Il Saggiatore, Milano 2008. Le citazioni qui sono prese dal testo italiano ma non rintracciabili in pagina perché ricavate dalla versione digitale; mi riferisco perciò alle pagine del testo originale.
3 Ivi: 94.
4 Betty Friedan, The Feminine Mystique (1963), La mistica della femminilità, trad. it. L. Valtz Mannucci, Edizioni di Comunità, Milano 1964.
5 Joan Didion, op. cit.: 95, 118-19, 127.
6Emanuele Giordana, Viaggio all'Eden, Laterza, Roma-Bari 2017: 76.
7 Ivi: 7-8.
8 Ivi: 29, 44-45.
9 Ivi:112.
10 I romanzi precedenti sono La vergine nel giardino (1978, ediz. it. 2002), Natura morta (1985, ediz. it. 2003), La torre di Babele (1996, ediz. it. 1997), tutti tradotti da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti per Einaudi.
11 A. S. Byatt, Una donna che fischia, trad. di Fausto Galuzzi e Anna Nadotti, Einaudi, Torino 2005-2006: 132-36, passim.
12 Ivi: 145.
13 Ivi: 403.

14 Ivi: 53-54.

*Roberta Mazzanti si è occupata di letteratura e storia delle donne e di storia del movimento operaio americano. Dal 1985 al 2009 ha lavorato per l’editore Giunti, creando la collana Astrea dedicata alla narrativa delle donne di varie epoche e paesi. Fra le sue pubblicazioni, “La gente sottile”, in AAVV, Baby Boomers: vite parallele dagli Anni Cinquanta ai cinquant’anni (Giunti 2003); “Sad new powers: parole d’esilio e d’amore nel romanzo In fuga di Anne Michaels”, in AAVV, Le eccentriche. Scrittrici del Novecento, Tre Lune Edizioni, 2003. Ha fatto parte della redazione di “Linea d’Ombra” e nel 2015 ha pubblicato "Sotto la pelle dell’orsa" (Iacobelli)
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Sulla scena libica ci sono tanti personaggi venuti fuori dal nulla. Sono diventati eroi nella Libia postbellica, arrivando a occupare cariche pubbliche. E qualcuno di loro ha deciso di mettere la parola fine alla libertà di espressione. Leggi

Se l’islamista sequestra la capitale

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Lo svincolo della discordia: unisce
Islamabad a Pindi
Lo svincolo di Faizabad è la porta principale tra le due città pachistane di Islamabad, la capitale
amministrativa del Pakistan col suo milione di abitanti, e Rawalpindi, uno snodo commerciale importante del Punjab con oltre tre milioni di residenti. Bloccarlo con un sit-in, come ormai avviene da tre settimane, vuol dire creare un caos che divide le due città gemelle su un’importante arteria che collega la capitale all’aeroporto. A sequestrare lo svincolo è un manipolo di qualche centinaio di radicali che chiedono la testa del ministro Zahid Hamid, considerato dagli zeloti di alcune formazioni islamiste alla stregua di un apostata. Il caso, innescato dalla protesta degli islamisti, è un emendamento apportato alla legge che regola le candidature in vista delle prossime elezioni generali che si terranno in Pakistan l’anno prossimo.

L’emendamento, che riguarda l’atteggiamento del candidato verso il messaggio del Profeta Maometto, ha sostituito con la locuzione “I belief” (credo) la precedente “I solemnly swear” (giuro solennemente). La nuova viene considerata assai meno forte e rispettosa dell’originaria e una porta aperta a credenti troppo tiepidi. Nel formulario per candidarsi, secondo gli ulema radicali, chi si dichiara musulmano (se non lo è viene aggiunto in una lista apposita) lo deve fare in una forma solenne e non con una semplice professione di fede. Cavilli da dottori della legge e, secondo alcuni, un modo per preparare la campagna elettorale. Ma sufficienti a scatenare una bufera.

Zeloti: un momento del raduno che va
avanti da un mese pubblicato da Pakistan Today
 A destra sotto un'immagine del posto
La legge è stata rapidamente emendata dall’emendamento ed è tornata alla formula originaria, un cedimento che laici e progressisti non hanno visto di buon occhio. Ma gli ulema non mollano e continuano a chiedere che il ministro si dimetta altrimenti il blocco continuerà. Quel che è peggio è che, in un Paese dove le manifestazioni politiche o di rivendicazione sindacale vengono messe sotto schiaffo dalla polizia per molto meno, nessuno ha osato sgomberare manifestanti noti per le loro dichiarazioni al vetriolo. All’Alta corte di Islamabad però non l’hanno digerita e hanno chiamato il ministro dell’Interno a rendere conto dello stallo. Così, il ministro Ahsan Iqbal, d’accordo con i magistrati, ha reso nota l'ultima data utile per lo sgombero: giovedi 23 novembre, ma senza che si capisca cosa accadrà se gli islamisti delle tre formazioni (Tehreek-i-Khatm-i-Nabuwwat, Tehreek-i-Labaik Ya Rasool Allah, Sunni Tehreek Pakistan) insisteranno.

La bufera sull’emendamento religioso si è accompagnata a un’altra polemica su un altro
emendamento che cancellava l’ipotesi che un uomo condannato all’interdizione dai pubblici uffici potesse capeggiare un partito politico: un modo per riaprire la porta a Nawaz Sharif, l’ex premier costretto a lasciare in luglio su ordine della Corte suprema per via dello scandalo che lo vede implicato in transazioni poco ortodosse (Panama Papers). Ma sulle prime pagine campeggiano gli zeloti e ora ci si chiede cosa potrà accadere il 23 novembre se gli islamisti non molleranno.
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Il prossimo 26 novembre, lo scrittore iracheno Ali Bader sarà ospite della manifestazione culturale salentina “La città del Libro”, il festival letterario internazionale di Campi Salentina, che quest’anno è dedicato alla figura di Abramo. Bader dialogherà con Monica Ruocco, docente di Letteratura araba dell’Università L’Orientale di Napoli che ha appena tradotto il suo romanzo Il […]

L’avvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita assegnerà all’Iran un ruolo maggiore nel mondo islamico?

L’inaspettato riallacciarsi delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita potrebbe rafforzare la posizione dell’Iran nell’area, consentendogli di affermarsi come guida di tutto il mondo musulmano contro Israele e la coalizione occidentale.

L'articolo L’avvicinamento tra Israele e l’Arabia Saudita assegnerà all’Iran un ruolo maggiore nel mondo islamico? sembra essere il primo su Arabpress.

Una campagna per avere Abiti Puliti

Una campagna per avere Abiti Puliti

Sostieni la Campagna Abiti Puliti e aiutala a realizzare un video informativo da diffondere tra i giovani e nelle scuole per raccontare la situazione dei lavoratori e delle lavoratrici del mondo tessile e calzaturiero in Italia e nel mondo.
Perché?

Perché
In alcune fabbriche che producono per grandi marchi le operaie sono arrivate a dover indossare gli assorbenti per non assentarsi neppure per andare in bagno.
Più di 500 operaie sono svenute in un anno in alcune fabbriche Cambogiane che producono per notissimi marchi della moda e dello sport. Esauste e malnutrite l avoravano con almeno 37 gradi , senza neppure un ventilatore.
Le fabbriche del Bangladesh dove vengono cuciti i tuoi jeans, sono palazzi di molti piani con centinaia di operaie e dove le uscite di sicurezza sono spesso assenti o bloccate.
Un’operaia albanese deve lavorare un’ora intera per poter comprare un litro di latte , mentre a un’operaia inglese bastano 4 minuti di lavoro...

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Il Bangladesh alle porte di casa

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

Più di 1,7 milioni di persone lavorano nell’industria dell’abbigliamento/calzature in Europa centrale, orientale e sud-orientale e spesso la differenza tra i salari reali e il costo della vita è drammatica in una situazione in cui – dice il rapporto L’Europa dello sfruttamento - l’attuazione della legislazione sul lavoro è “fallimentare”, con un impatto negativo sulla vita di chi, più o meno direttamente, cuce i nostri vestiti e le nostre scarpe. Per questi marchi, dice il rapporto, i Paesi dell’Europa Orientale sono paradisi per i bassi salari. E anche se molte firme della moda enfatizzano l’appartenenza al Made in Europe, cioè con condizioni di lavoro eque, molti lavoratori “vivono in povertà, affrontano condizioni di lavoro pericolose, straordinari forzati, indebitamento”. I salari minimi legali in questi Paesi sono attualmente al di sotto delle loro rispettive soglie di povertà e dei livelli di sussistenza. Le conseguenze, dice la Campagna, “sono terribili. I salari bastano appena per pagare le bollette elettriche, dell’acqua e del riscaldamento in Paesi dove ai marchi che investono vengono praticati grossi sconti proprio sulle utenze. Per loro le pagan gli operai.
Le Premier ministre du Liban Saad Hariri et sa famille à Paris

Le Premier ministre du Liban Saad Hariri et sa famille à Paris

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Le chef du gouvernement libanais Saad Hariri a atterri ce 18 novembre à Paris, en provenance de Riyad. Il doit rencontrer le président Emmanuel Macron à l'Elysée à la mi-journée. Ce dernier a affirmé qu’il le recevrait bien en sa qualité de Premier ministre du Liban, deux semaines après sa démission surprise en Arabie saoudite. Il sera rejoint par des membres de sa famille à la table du chef de l’Etat français. Au Liban, on oscille entre soulagement et interrogations.

The Second Edition of “The Islamophobia Industry” Is Updated for the Age of Trump

The second edition of the Islamophobia Industry: How the Right Manufactures Hatred of Muslims, first published in 2012, is not simply a re-release of the original, but has been significantly updated by author Nathan Lean to reflect the deep connections between President Donald Trump and the major drivers of Islamophobic propaganda and “research” in the United States, as well as the surge of anti-Muslim hate […]

I contractors italiani accusati di combattere per Haftar in Libia

Benghazi (Shabakat Akhbar al-Maarek – BNN) Il capitano Ahmad al-Aquri, identificato come un disertore dell’esercito libico comandato dal generale Khalifa Haftar nella Cirenaica, ha pubblicato sulla propria pagina Facebook le foto di un gruppo di presunti contractors italiani arruolati dal figlio del generale, Saddam Khalifa Haftar, nella battaglia in corso a Bengasi contro alcune formazioni jihadiste (il cosiddetto […]
Il Califfo a BookCity

Il Califfo a BookCity

Autori Vari (Lettera22)
A cura di E. Giordana

"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"

- Rosenberg & Sellier 2017

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini



Non è un libro solo sullo Stato Islamico.
Il progetto di al-Baghdadi è infatti anche quello di estendere i
confini di un neo-Califfato all’intera comunità sunnita oltre il
mondo arabo e le conflittuali aree asiatiche appaiono un terreno
ideale. Il caso afgano, la guerra sempre sotto traccia tra India e
Pakistan, il revivalismo islamico presente in Caucaso e in Asia
centrale, come nelle province meridionali della Thailandia o nel
Sud filippino segnato dal contrasto tra governo e comunità
musulmane; nell’arcipelago indonesiano, che è la realtà
musulmana più popolosa del pianeta, come nel dramma dei
rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh. Al di là del
progetto del Califfo, ci si chiede perché e con quali strumenti il
messaggio ha potuto funzionare, qual è il contesto e quale
l’entità del contrasto con al-Qaeda per il primato del jihad.
Un libro che si chiede cosa potrà restare del messaggio di al-
Baghdadi, anche dopo la caduta di Raqqa, in paesi così distanti
dalla cultura mediorientale; cosa ha spinto un giovane di
Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo?

Emanuele Giordana cofondatore di Lettera22, collaboratore de “il manifesto” e voce  di “Radio3mondo”. Con altri redattori di Lettera22, ha scritto La scommessa indonesiana,
Diversi ma uguali, A Oriente del Profeta, Il Dio della guerra, Geopolitica dello tsunami e Tibet. Lotta e compassione sul tetto del mondo. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO, insegna alla
Scuola di giornalismo della Fondazione Basso e all’Ispi. È presidente dell’associazione Afgana.

Lettera22 è un’associazione tra freelance specializzata da 25 anni in politica internazionale. Alcuni dei suoi membri fanno anche parte dell’agenzia China Files.
Viaggio all’Eden a BookCity

Viaggio all’Eden a BookCity




Scritti dalla Città Mondo

Il grande viaggio da Milano a Kathmandu ripercorso da un giornalista a distanza di 40 anni

Con Emanuele Giordana e Guido Corradi. A cura di Centro di Cultura Italia-Asia

Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ritorna sulla rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il “grande viaggio” in India fatto da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Un sogno che portò migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa, fino ai templi della valle di Kathmandu.

DATA:
Venerdì, 17. Novembre 2017 - 15:00
SEDE:
MUDEC - Museo delle Culture Spazio delle Culture - via Tortona 56, Milano
RELATORI:
Emanuele Giordana
Guido Corradi

Illustrazione di Maurizio Sacchi

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Il Califfo e Viaggio all’Eden a BookCity

Emanuele Giordana
"Viaggio all’Eden. Da Milano a Kathmandu" - Laterza

con Guido Corradi

MUDEC Venerdi ore 15









Autori Vari (Lettera22)
"A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei
musulmani non arabi"
- Rosenberg & Sellier

Sabato ore 15 Ispi Via Clerici 5

Emanuele Giordana con Massimo Campanini


La lezione saudita

L’Arabia Saudita sente di poter manipolare Hariri e la politica sunnita in Libano; tuttavia, l’influenza dell’Iran si è affermata attraverso la formazione di un governo libanese in cui Hezbollah detiene il potere politico e militare

L'articolo La lezione saudita sembra essere il primo su Arabpress.

Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

Piccola pubblicità: perchè sostengo DINAMOpress

DINAMOpress è un progetto editoriale di informazione indipendente nato l'11 novembre 2012 dalla
cooperazione tra diversi spazi sociali di Roma, giornalisti professionisti, ricercatori universitari, video maker e attivisti. "Racconta e approfondisce - spiegano i suoi promotori - le questioni principali che riguardano il presente: politica locale e internazionale, precarietà e sfruttamento, femminismi, emergenze razziste e fasciste, forme di vita giovanili, produzioni culturali cinematografiche e musicali, migrazioni internazionali, problematiche ecologiche, cortei e mobilitazioni, beni comuni..."

Quello che viene presentato in questi giorni è il progetto di finanziamento alla luce del sole di un'iniziativa editoriale che ha lo scopo di allargare l'informazione su ciò che avviene. Può piacervi e anche non piacervi ma credo che vada sostenuta. Date un'occhiata al sito e poi se credete andate alla pagina dov'è spiegato il progetto e dove è possibile fare una donazione. Se posso aggiungere un pensiero, riguarda il fatto che oggi siamo bombardati da informazioni ma molto spesso di bassa qualità. Lasciamo stare le fake news, le bufale evidenti e le coglionate (al mondo c'è posto per tutti) ma quel che è da temere è la disinformazione: ben cucinata, professionalmente perfetta e apparentemente asettica. DinamoPress asettica non è. Professionale si. E' una lampadina (o una dinamo se preferite) accesa nel buio dell'informazione mainstream. Anche 5 euro possono fare la differenza.

La proposta per carcerare i gay in Egitto e altre notizie che non leggerete sui giornali

In Egitto una proposta di legge per criminalizzare omosessualità

il Cairo - Un parlamentare egiziano ha intenzione di presentare una proposta di legge che propone la carcerazione di chiunque promuova o sia impegnato in una relazione con persone dello stesso sesso. Questo provvedimento prevederebbe l’introduzione di pene detentive fino a 10 anni di reclusione per le persone impegnate in una relazione omosessuale, secondo l’agenzia di stampa Reuters, venuta in possesso della bozza di tale disegno di legge.

Amnesty International ha definito questa proposta “un altro 'chiodo nella bara' per i diritti delle persone omosessuali in Egitto”. “Se dovesse passare, questa legge rafforzerebbe ulteriormente lo stigma sociale e gli abusi contro le persone, basati sul loro orientamento sessuale”, ha detto a ReutersNajia Bounaim, direttrice delle campagne per il nord Africa di Amnesty International. “Le autorità egiziane devono immediatamente rigettare questo progetto di legge e porre fine a questa allarmante ondata di persecuzioni omofobiche”, ha aggiunto Bounaim.

In Egitto l’omosessualità non è esplicitamente vietata, ma questo non ferma la repressione della polizia. L’articolo 9 della legge numero 10 del 1961, che punisce la prostituzione e “gli atti contro la decenza e la morale pubblica”, è spesso usato per reprimere la comunità LGBT.

 


La Nigeria apre un'inchiesta sulle 26 donne trovate morte a Salerno

 

di Bosun Odedina da Lagos, Nigeria

Lagos - L'Assemblea Nazionale nigeriana ha lanciato oggi un'inchiesta per appurare la cause della morte delle 26 donne trovate senza vita a bordo di una nave spagnola nel porto di Salerno. Le risultanze dell'indagine dovranno essere presentate entro quattro settimane. I membri della commissione d'inchiesta sentiranno le autorità libiche per appurare le circostanze della tragedia.

 


 

Marocco: violenze contro gli insegnanti, indetto uno sciopero nazionale

Rabat - In Marocco gli insegnanti hanno indetto uno sciopero di due giorni per protestare contro casi di violenza che hanno colpito in docenti, chiedendo maggiore protezione al governo. Lo sciopero nazionale di due giorni è stato indetto da diversi sindacati degli insegnanti e ha registrato adesioni tra il 70% e l’80% secondo quanto dichiarato da uno dei sindacati. Secondo quanto riporta l’Associated Press, il ministero dell’Educazione non ha ancora rilasciato dati ufficiali sulla partecipazione alla protesta.
 


Togo: continuano violenti le proteste dell'opposizione
 

Lomé - In Togo continuano le proteste dell’opposizione contro il presidente Faure Gnassingbe, in carica da 12 anni. Giovedì 9 novembre l’opposizione ha manifestato contro il governo per la terza volta in una settimana, promettendo di continuare fino alle dimissioni del presidente. Gli Stati Uniti hanno emesso un avviso per i propri cittadini in viaggio per il Togo, evidenziando la violenza delle proteste, soprattutto nella città settentrionale di Sokodé. Il padre dell’attuale presidente del Togo, ha governato il Paese dal 1967 al 2005 e da allora Faure Gnassngbe ha ereditato la posizione, consolidando un potere che da 50 anni rimane nella stessa famiglia.

 

 


George Weah chiede nuove elezioni in Liberia


Monrovia - In Liberia il partito del candidato alle elezioni George Weah ha chiesto che il processo elettorale sia ripristinato in maniera “tempestiva”, dichiarando che rispetterà la decisione della corte suprema di rimandare il ballottaggio. La Liberia sta affrontando con difficoltà il primo passaggio pacifico di potere da oltre 70 anni. Lunedì 6 novembre la corte suprema ha sospeso il secondo turno delle elezioni presidenziali previste per il giorno successivo, per consentire lo svolgimento di indagine su accuse di frode elettorale.

Uno dei candidati del primo turno, Charles Brumskine, aveva chiesto al tribunale di rimandare il voto per permettere di indagare possibili frodi avvenute durante il voto del 10 ottobre. Al primo turno Brumskine, candidato del Liberty Party era arrivato terzo. Al ballottaggio, rimandato a data da destinarsi, si sarebbero dovuti affrontare l’ex calciatore George Weah e il vicepresidente in carica Joseph Boakai. I candidati si sfidano per succedere a Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace nel 2011.
 

 


La Turchia ricostruirà 26mila case distrutte durante la guerra al Pkk

di Giuseppe di Donna da Ankara, Turchia

Ankara - Il governo turco ricostruirà 26 mila abitazioni distrutte durante gli ultimi anni del conflitto tra le forze di sicurezza turche e l'organizzazione terroristica separatista del Pkk. L'annuncio è stato dato dal ministro dell'Urbanistica turco Mehmet Ozhaseki, che ha rivelato che, dalla ripresa del conflitto nel luglio 2015 ad oggi circa 70 mila abitazioni hanno subito danni, in molti casi talmente gravi da imporre una ricostruzione ex novo. "Non è giusto che tanta gente soffra dei danni del terrorismo, per questo costruiremo 26 mila nuove abitazioni in sei mesi - ha dichiarato Ozhaseki - i compound militari saranno rimossi dalle città e dai centri abitati“.

Secondo il ministro è precisa responsabilità dello stato risarcire i propri concittadini dopo il duro intervento delle forze di sicurezza turche nel sud est del Paese, caratterizzato da mesi di coprifuoco tra la fine del 2015 e la prima metà del 2016. "Da un lato c'è il pugno dello stato, che deve far sentire la propria forza e colpire i terroristi. Dall'altro c'è la mano dello stato che con compassione ripara le ferite di chi è stato vittima del conflitto", ha dichiarato Ozhaseki.

 


Nigeria: “I leader africani riciclano 50 miliardi di dollari ogni anno”

di Bosun Odedina da Lagos, Nigeria

L’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo ha dichiarato che leader politici e esponenti sia del settore pubblico che del privato in Africa, riciclano illegalmente ogni anno una somma monstre pari a 50 miliardi di dollari. L’ex presidente ha spiegato che l’aumento di queste cifre, destinate alla crescita socio-economica e lo sviluppo del continente africano, danno grandi preoccupazioni a tutti i leader, del presente e del passato. Ha aggiunto che tutti devono contribuire a lottare questo trend preoccupante.

 


Turchia: Il Paese ricorda Ataturk a 79 anni dalla morte

di Giuseppe di Donna da Ankara, Turchia

Ankara - Il 10 novembre è un giorno in cui la Turchia svela il proprio volto e la propria identità: ricorre infatti in questa data l'anniversario della morte di Mustafa Kemal, "Ataturk", il padre della Repubblica, guida nella difficile transizione del Paese dal collasso dell'impero ottomano allo Stato che voleva repubblicano, laico, moderno. L'uomo che insegnò ai turchi che, per affrontare le sfide di un mondo in cambiamento, bisognava guardare ai modelli occidentali: aderire a uno stile di vita europeo abbandonando influenze orientali, a partire da alfabeto arabo, calendario islamico e abbigliamento che potesse connotare la fede islamica. 

 


Il Ghana celebra regina madre centenaria nel rispetto tradizioni

di Francesca Spinola da Accra, Turchia

Accra - Nana Yaa Anamah II porta una pezza di stoffa bianca sul capo e un numero imprecisato di pesanti collane di "beads", grani di vetro o altre pietre dure colorate, che non sono indossate a caso, ma hanno ciascuna un significato. Lei è una regina, una "queen mother" e in Ghana è venerata e rispettata come una vera regnante. Nana Yaa Anamah sta per compiere 102 anni e ha governato la sua gente per ben 75 anni. In questi giorni la sua foto campeggia su tutti i quotidiani di questo paese dell'Africa Occidentale dove l'etnia Akhan, circa il 60% della popolazione, parla diverse lingue ed è guidata da diversi "chiefs and queens", in base all'area in cui vivono.

 


Ghana: 'Big data for good' per uno sviluppo sostenibile

di Francesca Spinola da Accra, Turchia

Accra - Predire cosa serve per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile che il Ghana si è dato. Questo l'obiettivo dell'iniziativa "Big Data for Good", promossa da Vodafone Ghana, insieme al Ghana Statistical Service e alla Vodafone Group Foundation. Iniziativa che vuole usare i cosiddetti "insights", le informazioni che derivano dall'utilizzo della telefonia mobile, "per migliorare le previsioni legate allo sviluppo sostenibile”.

Per Joakim Reiter, capo degli affari esterni del Gruppo Vodafone, questa iniziativa "no profit" è legata al concetto ormai diffuso che usare i dati prodotti dalle reti di telefonia cellulare può aiutare a prendere decisioni in grado di migliorare la vita delle persone. Il modo è semplice, i "big data for good" servono, secondo il portavoce di Vodafone, a far prendere decisioni più mirate ai cosiddetti "decision maker", su temi importanti come la salute e la sanità, l'agricoltura, i trasporti, solo per citarne alcuni.

 


Israele: tre startup raccolgono $180 milioni in un giorno

Gerusalemme - In Israele in una sola giornata tre startup hanno annunciato di aver ottenuto fondi per centinaia di milioni di dollari. Mercoledì 8 novembre Compass (compra vendita immobili online), Yotpo (gestione dei commenti dei consumatori per azinede) e Mitrassist (assistente via app per chi soffre di rigurgito mitralico) hanno annunciato di aver ottenuto finanziamenti per circa 180 milioni di dollari, mentre una startup israeliana si prepara a affrontare in tribunale la principale azienda tech al mondo per valore di mercato, Apple.​

 


L’app nigeriana che permette di navigare gratis su internet

Abuja - Sliide Airtime è una popolarissima app in Nigeria che permette a chi la scarica di navigare gratis dal proprio smartphone mostrando contenuti personalizzati sul lock screen degli utenti. È stata nominata l’app più innovativa al mondo al Global World Congress di quest’anno, la migliore app africana nel 2016 ai premi Apps Africa e Corbyn Munnik, il suo ad e cofondatore, è stato inserito da Forbes nella lista dei 30 under 30 africani da tenere d’occhio.

Arabie saoudite: Saad Hariri en résidence surveillée à Riyad?

Arabie saoudite: Saad Hariri en résidence surveillée à Riyad?

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L’incertitude continue de planer sur la situation du Premier ministre libanais Saad Hariri, une semaine après sa démission surprise annoncée de Riyad. On commence à avoir plus d'informations sur les circonstances de l'arrivée de Saad Hariri en Arabie saoudite. Une convocation qui ressemble à un kidnapping.
Nature Based Solutions to Big Dams Can Help the Mesopotamian Region and the World

Nature Based Solutions to Big Dams Can Help the Mesopotamian Region and the World

Bonn, Germany – 11 November 2017

During a session of the COP23 on “Managing water scarcity for agriculture”, the Save the Tigris campaign posed a question to Mr. Olcay Ünver, the Deputy Director of Land and Water Division, Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO): “Don’t you think that it’s time to state clearly that there is an urgent need to review water management policies in the Mesopotamian basin, particularly in relation to the building of big dams which have been proved to cause many serious problems for rivers systems, water resource sustainability, and climate change?”

Mr. Ünver is also the president of the Southeastern Anatolia Project Regional Development Administration in Turkey, and the GAP project, where a number of big and controversial dams have been constructed in the upper stream of Euphrates and Tigris — the Ilisu dam (a major concern to the Save the Tigris Campaign) is one of those big dams.

He confirmed that it is indeed time to find alternatives to big dams, for example, exploring what the FAO calls “nature based solutions” for water management and energy production. As members of the Save the Tigris Campaign, we explained to Mr. Ünver our struggle against the Ilisu Dam and our vision about the need for collaboration among civil society groups in the Mesopotamian region — Turkey, Iraq Syria and Iran — in order to advocate for new and sustainable policies and methods for water management. Mr. Ünver is also the founder of Euphrates-Tigris Initiative for Cooperation between Iraq, Syria and Turkey. He affirmed that governments in the region need to discuss and cooperate on these common water concerns. The Save the Tigris Campaign recognizes the need for public dialogue about finding effective alternatives to big dams in the region.
 

Syria’s Decision to Sign the Paris Climate Agreement Is a Cynical Political Move

Syria surprised the world on Tuesday, November 7, when it announced during UN-led climate talks in Bonn, Germany that it would sign onto and uphold the Paris Climate Agreement. Led by former U.S. President Barack Obama, the Paris Climate Agreement was inaugurated in 2015 in order to reduce and restrict harmful emissions responsible for global climate change. Endorsed […]
Allarme in mare

Allarme in mare

Proprio mentre a Delhi scoppiava l’emergenza per l’inquinamento dell’aria, Greenpeace pubblicava 16 immagini di un disastro del mare cui sta dedicando attenzione da mesi: l’invasione della plastica causata dallo sversamento negli Oceani – sotto diverse forme – di 12,7 milioni di tonnellate ogni anno. Dalla la marea di rifiuti che invade le coste delle filippine agli uccelli nel cui intestino vengono trovati sacchetti e tappi che li hanno soffocati sino a tartarughe deformate da involucri di plastica che ne hanno accerchiato l’addome appena nate, i fotogrammi di Greenpeace documentano l’impatto micidiale dell’attività umana. Ma c’è di peggio e sempre in mare.



In Indonesia, ad esempio, cui Al Jazeera (vedi il video qui sotto) dedicava ieri un reportage dal villaggio di Bahagia (che significa...felice) a Sumatra, uno dei tanti minacciati dal livello dei mare, l'innalzamento degli Oceani è un serio pericolo per un un Paese eminentemente insulare dove 42 milioni di abitazioni costiere corrono rischi enormi e non solo per la violenza di uno tsunami (come avvenne in modo gravissimo proprio a Sumatra nel dicembre del 2004). La storia non è nuova. Già due anni fa, nel dicembre del 2015, lo specialista per le politiche pubbliche del ministero indonesiano per la Marina e la Pesca, Achmad Purnomo, aveva lanciato l’allarme, ripreso dall'Agenzia nazionale di notizie Antara e dalla stampa locale. E quel dato, 42 milioni di abitazioni con l’aggiunta di 2mila isole, non è dunque una congettura di stampa ma la proiezione degli esperti del ministero. Con una data: 2050 per vedere sommerse migliaia di isole e la scomparsa di interi villaggi, molti dei quali sorgono su palafitte, le tradizionali rumah panggung.

Anche in questo caso, seppur in maniera indiretta, c’entra l’uomo. Gli esperti del ministero di Giacarta puntano il dito sui cambiamenti climatici che, non è una novità, stanno sciogliendo i ghiacciaia e facendo salire il livello delle acque. Il primissimo allarme fu lanciato per le Maldive, isole coralline che sfiorano la superficie marina. Ma 42 milioni di villaggi non sono uno scherzo: se nel piccolo arcipelago turistico vive poco meno di mezzo milione di abitanti, l’Indonesia di milioni di residenti ne conta 255, sparsi in gran parte sulle coste che si estendono per 80mila chilometri su circa 17mila isole.
Al ministero sono preoccupati perché il Paese non ha le risorse sufficienti (anche dal punto di vista della formazione dei quadri) per affrontare un’emergenza che, nel giro di meno di 35 anni, vedrà innalzarsi il livello delle acqua di 90 centimetri con effetti devastanti per molti villaggi costieri e per 2mila piccole isole a rischio di essere inghiottite dall’Oceano. Oltre a ciò, dicono al ministero, altri effetti del riscaldamento globale incidono sulle attività economiche di questi stessi villaggi: le sempre più incerte le stagioni della pesca e i cambiamenti negli schemi della migrazione ittica oltre a un crescente numero di pesci che sono stati uccisi dal fenomeno dello spiaggiamento: si arenano sulle spiagge dopo aver smarrito la via.





Gli indonesiani chiamano il loro Paese, il più vasto mondo insulare del pianeta proprietà di un singolo Stato, tanah air kita, la “nostra terra d’acque”. E in effetti di acqua ce n’è parecchia perché ufficialmente l'Indonesia si estende su un milione e 900mila kmq quadrati di suolo in gran parte circondato dal mare. Il fatto è che questo suolo è formato sia da grandi isole, sia da strisce di terra sino ad atolli che misurano solo qualche centinaio di metri quadri. Molte sono abitate e altre non conoscono l’intervento umano. Quante? Secondo una stima del 1969, il più vasto arcipelago del mondo ne conterebbe 17.508 ma è una stima appunto e non tutte le isole hanno uno status giuridico riconosciuto a livello internazionale. Di queste, inoltre, solo 13.466 hanno un nome. Adesso Giacarta si sta dando da fare per fare i conti definitivi sulla base di un criterio accettato in sede internazionale e sancito dalla Un Convention on the Law of the Sea, secondo la quale un’isola è una formazione naturale di territorio circondata dal mare e che non sparisce con l’alta marea. Se non sparirà per effetto dell'innalzamento delle acque.

Tunisia: il Parlamento cederà alla pressioni del sindacato di polizia?

Sadri Khiari Come è ormai consuetudine, ogni nuovo attentato diventa il pretesto per un nuovo giro di vite securitario. Lo stato d’emergenza e la legge anti-terrorismo ne costituiscono sicuramente il quadro generale. L’assassinio, il 1° novembre,  di un graduato della polizia, il comandante Riadh Barrouta per mano di un presunto membro dell’Isis, ha dunque riportato all’ordine del giorno il progetto […]
Eravamo in centomila…

Eravamo in centomila…

Eravamo in centomila, cantava Adriano Celentano nel 1967. Lui si riferiva allo stadio dove aveva visto una ragazza che gli piaceva. Ma questo è anche il bel ricordo dei generali della Nato e del Pentagono e, chissà, di Via XX Settembre. La voglia di stivali sul terreno cresce e la Nato annuncia che da 13.400  soldati passeremo a 14.400 circa. Che con i nuovi arrivi americani (3mila più 11mila già presenti)  farà circa 30mila uomini. Non sono i quasi 150mila di una volta ma son pur sempre di più dei 15mila di qualche mese fa. Per fare che? La nebulosa dice che faremo assistenza tecnica ma questo termine vago preannuncia un lavoro in cui ci si sporcano le mani. Cambia la strategia però: bombe dal cielo, sempre di più, sempre più mirate (?), sempre più potenti, sempre meno segrete. Nell'indifferenza del mondo che guarda stupefatto ai deliri calcolati dei Kim, alla macelleria saudita, e all'America first di Trump - che si traduce in profitti per il comparto industrial militare - l'Afghanistan sta conoscendo una nuova escalation. In sordina. Ssssssssssssstttt. Che nessuno se ne accorga. Eravamo centomila e abbiam perso la guerra. Ci riproviamo in 30mila e poi vediamo.




Identikit del Populismo

Identikit del Populismo

mcc43 -Il popolo è buono e onesto -Il popolo è stato tradito -Il leader carismatico restaurerà la sovranità popolare Fra gli intellettuali della Russia zarista nacque un  movimento per riscattare il mondo contadino oppresso dalla burocrazia imperiale; da “narod”, popolo, assunse il nome di narodničestvo: populismo. La parola ha percorso una lunga strada, ha cambiato soggetti […]
Chi sono i Rohingya?

Chi sono i Rohingya?

Claudio Canal, un collega che collabora anche con il manifesto, ha scritto questo breve e documentato saggio che fa un po' di chiarezza sulle origini di questa minoranza vessata. Si legge in fretta ed è chiaro e preciso. Con mappe che illustrano bene la storia di questa popolazione. Ne consiglio vivamente la lettura:

qui può essere sfogliata come un libretto
qui scorre come un pdf.
Mazen Kerbaj alla Libreria Griot di Roma

Mazen Kerbaj alla Libreria Griot di Roma

Sono lietissimissima di annunciarvi che questo giovedì, a partire dalle 18,30, la Libreria Griot (via di Santa Cecilia 1/A, Roma) ospita l’artista libanese Mazen Kerbaj, che verrà introdotto da Maria Camilla Brunetti, giornalista capo redattrice de Il Reportage, esperta di Libano e cultura libanese. Mazen Kerbaj (Beirut, 1975) è uno dei principali artisti libanesi contemporanei. […]
Dopo la Rivoluzione (d’ottobre)

Dopo la Rivoluzione (d’ottobre)

C'era una volta la Rivoluzione d'Ottobre. E in occasione del centennale della rivoluzione russa, dal 7 al 10 novembre si terrà a Torino, nel Campus Luigi Einaudi, il convegno internazionale Dopo la Rivoluzione. Strategie di sopravvivenza in Russia dopo il 1917, organizzato dall'associazione Memorial Italia e dall'Università degli Studi di Torino

Il tema del Convegno*

La rivoluzione russa: difficile dire quando è iniziata, quando è finita, e di cosa si è trattato. Il centennale dell'ottobre 1917 diventa occasione per rileggere i fatti di allora rispettandone la complessità e per osservarli con punti di vista differenti. Crisi, rivoluzioni e controrivoluzioni, ritorno all'ordine, caos, fame e violenze si intrecciarono per un lungo periodo, quantomeno dalla prima guerra mondiale agli anni '50. Proprio per discutere e riflettere su aspetti significativi di questo periodo storico, l'associazione Memorial, che in Russia opera per la difesa dei diritti, e l'Università degli Studi di Torino organizzano il convegno internazionale Dopo la rivoluzione. Strategie di sopravvivenza in Russia dopo il 1917 che si terrà a Torino, dal 7 al 10 novembre, nel Campus Luigi Einaudi. Non quindi una commemorazione, ma una riflessione con cent'anni di distacco dalla rivoluzione.

Il convegno è diviso in due parti. Nella prima si affrontano in modo del tutto innovativo gli eventi della rivoluzione; lo studio della guerra civile sul territorio dell'ex-Impero russo ci spiega quanto il paese fosse lontano dagli avvenimenti della rivoluzione: il partito, le discussioni rivoluzionarie, l'organizzazione politica operaia. Nelle periferie dell'Impero la rivoluzione arriva come crollo dello stato, bande armate, fame. La formazione dell'URSS poggia sulla riconquista militare del territorio, sull'imposizione di una dittatura militare-politica, sulla repressione di ogni istanza autonomista e di ogni richiesta di elezioni.
La seconda parte del convegno è dedicata alla sopravvivenza della cultura e al suo rapporto complesso con la rivoluzione. Interverranno studiosi italiani e stranieri, che esamineranno le conseguenze del 1917 da diversi punti di vista, complementari e variegati, a testimonianza della complessità e della varietà di suggestioni intellettuali e culturali del periodo.
Per approfondire questi temi e confrontarsi con studiosi italiani e stranieri appuntamento a Torino dal 7 al 10 novembre nel Campus Luigi Einaudi.

* Riproduco qui la scheda di invito
Avviso di reato

Avviso di reato

Fatou Bensouda. Sotto, Donald Trump
«La situazione nella Repubblica Islamica d'Afghanistan è stata assegnata a una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (Icc) a seguito della mia decisione di chiedere l'autorizzazione ad avviare un'inchiesta sui reati che si suppone siano stati commessi in relazione al conflitto armato». La dichiarazione della procuratrice capo del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda rimbalza nelle agenzie di stampa nella notte di venerdi, giorno della partenza di Trump per il suo viaggio in Asia, il più lungo – recita la velina della Casa Bianca – che un presidente americano abbia fatto nell’ultima quarto di secolo. Ma Trump non andrà in Afghanistan e del resto la tegola era attesa da circa un anno: da quando, a metà novembre 2016, la giurista del Gambia a capo della Corte dal 2012, aveva annunciato nel suo Rapporto preliminare di attività (quel che in sostanza si intendeva fare) che il dito era puntato anche contro gli Stati Uniti per i quali c’erano «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che in Afghanistan avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Con loro, sotto la lente, polizia e 007 afgani e parte dei talebani. Ma adesso il passo è diventato formale e dunque esecutivo, con una richiesta di autorizzazione a procedere per le accuse di crimini di guerra in Afghanistan dopo l'invasione guidata dagli Usa 17 anni fa.



L’indagine, col mandato alla procura di sentire testimoni, interrogare vittime, avere accesso a informazioni riservate (almeno in teoria anche perché né gli Usa né i talebani riconoscono l’autorità dell’Icc), riguarda le attività della Rete Haqqani (la componente più radicale del movimento talebano); la polizia e l’agenzia di intelligence di Kabul (Nds); militari e agenti americane. Il testo del rapporto preliminare diceva che l’indagine per crimini di guerra riguarda «tortura e relativi maltrattamenti da parte delle forze militari degli Stati Uniti schierate in Afghanistan e in centri di detenzione segreti gestiti dalla Cia, principalmente nel periodo 2003-2004, anche se presumibilmente sarebbero continuati, in alcuni casi, sino al 2014», in sostanza fino al passaggio di consegne agli afgani dei prigionieri detenuti nella base Usa di Bagram.

Se per i talebani (nella dichiarazione non si specifica se l’indagine riguarderà altre ali del
movimento diretto da mullah Akhundzada) le accuse di crimini di guerra non sono una novità, per Washington e Kabul la questione è seria, al netto della possibile collaborazione tra le due intelligence. Bensouda sostiene che durante gli interrogatori segreti, personale militare e agenti della Cia avrebbero fatto ricorso a tecniche ascrivibili a crimini di guerra: «tortura, trattamento crudele, mortificazione della dignità personale, stupro». Nello specifico si citavano i casi di 61 soldati che avrebbero praticato la tortura e altre violenze tra il maggio 2003 e il 31 dicembre 2004 e di membri della Cia che avrebbero sottoposto almeno 27 detenuti a torture, trattamenti crudeli, umiliazioni della dignità e/o violenza carnale, sia in Afghanistan sia in altri Paesi come Polonia, Romania e Lituania .

Il Nyt di ieri: 13 civili uccisi in un raid. Non si sa
se gli "effetti collaterali" siano inclusi nelle indagini
Probabilmente, nell’anno intercorso tra il rapporto preliminare e la richiesta formale di indagine, la procura deve averne esaminati assai di più e comunque già un anno fa si chiariva che i crimini presunti «non sono stati abusi di pochi individui isolati (ma)... commessi nell'ambito di tecniche d’interrogatorio approvate, nel tentativo di estrarre informazioni dai detenuti… (con) una base ragionevole per credere che questi presunti crimini siano stati commessi a sostegno di una politica o di politiche volte a ottenere informazioni attraverso l'uso di tecniche di interrogatorio che coinvolgono metodi crudeli...». Quanto a polizia e intelligence afgani, la tortura sarebbe un fatto sistematico: tra il 35 e il 50% dei detenuti vi sarebbero stati sottoposti.

Adesso la procura deve convincere i giudici della Camera preliminare della fondatezza delle accuse. Poi toccherà ai magistrati dare l’ultimo via libera che, considerata l’ampiezza delle prove raccolte in un arco di tempo sufficiente a non correre rischi, pare scontata. Una volta terminato l’iter, toccherà allora alla procuratrice formulare le accuse e chiamare alla sbarra i responsabili. Sarà quello il momento più difficile ma sembra ormai solo questione di tempo.
Viaggio d’affari nel Rakhine

Viaggio d’affari nel Rakhine

Il viaggio è a sorpresa. Lo annuncia il portavoce del governo mentre Aung San Suu Kyi è già a Sittwe, capitale dello stato birmano del Rakhine; da lì si muoverà verso Maungdaw e Buthiduang. Il comunicato è scarno e anche la Nobel, al comando del nuovo Myanmar democratico, non fa grandi concessioni. Le cronache dicono che parla con qualche abitante dei villaggi e probabilmente vuole tentare di rilanciare il suo piano per far rientrare quei 600mila rohingya che da agosto sono fuggiti oltre confine. Come non è chiaro e comunque nessun accenno alle responsabilità dell’esodo forzato più massiccio della storia recente da un Paese in pace. Invita la gente a “non litigare” e a rivolgersi al governo se ci sono problemi. Più che altro sfodera il blando rimedio dello sviluppo. Con lei, su un elicottero militare, scrive la Bbc, ha preso posto infatti anche uno dei più ricchi imprenditori birmani. E’ un viaggio in un cono d’ombra: la sua visita nel Rakhine avviene mentre il Tribunale Permanente dei popoli ha emesso la sua sentenza su quanto avviene nel Paese. Il documento è un pesante atto d’accusa per due gruppi a rischio: i Kachin e i Rohingya. Ma se nel caso dei Kachin, dice la sentenza dei giudici della società civile, si rileva un intento genocidario, nel caso dei Rohingya la responsabilità di atti di genocidio è chiara. Fatti, non intenti.

E’ un verdetto di colpevolezza documentato e senza appello che inchioda il Myanmar come colpevole del crimine di genocidio avvertendo che, se nulla sarà fatto, il numero delle vittime (ancora incerto) non potrà che crescere. Il genocidio si può attuare in molte forme, che vengono elencate con precisione, e mira alla distruzione dell’identità di un popolo. Un popolo senza documenti e cittadinanza e il cui nome non si può nemmeno nominare in Myanmar: è accusato di non essere altro che il frutto di una lunga immigrazione clandestina. Lunedi prossimo, la Fondazione Basso presenterà e commenterà a Roma (Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia 29 alle ore 17) il risultato del lavoro dei giudici che, riunitisi a Kuala Lumpur in settembre, hanno vagliato documenti e testimonianze e hanno preso una posizione chiara quanto per ora solitaria, nonostante le molte dichiarazioni di principio e le condanne (una situazione di “pulizia etnica da manuale” ha detto l’Onu).



Per ora le pressioni sul governo birmano sono relativamente poche e nei luoghi dove si decide – come il Consiglio di sicurezza dell’Onu - oltre alle prese di posizione e a qualche blanda misura, non si è andati. In un quadro che vede in difficoltà anche le agenzie umanitarie che non sempre hanno accesso alle zone dove si sono verificati – documenta il tribunale – stupri, incendi, esecuzioni. Anche la via di fuga è un problema: il Bangladesh, Paese già in difficoltà, non sa come far fronte all’esodo e vorrebbe anche rispedirli a casa, ma quale casa?
Il segretario dell'Onu Guteres. Sopra Aung San Suu Kyi.
 Al centro un manifesto storico del Tribunale dei popoli

Il ritorno sembra impossibile. L’incontro promosso dalla Lega per la democrazia nei giorni scorsi – una preghiera interreligiosa di pace – non ha sollevato la questione rohingya è Suu Kyi gode di un enorme consenso che la giustifica. Tutti sanno per altro che le sue responsabilità sono relative e che il vero potere è saldamente in mano ai militari che devono averle concesso il contentino del viaggio. Quanto accade sul terreno però parla chiaro e riguarda, ancora una volta, la terra. Non dunque solo l’odio razziale o l'intolleranza religiosa. Da sabato i soldati hanno iniziato a supervisionare la raccolta del riso – dice la stampa locale – su un’area di circa 300 kmq dove viveva chi è fuggito. E non si tratta solo di qualche tonnellata di cereali: il ministro per lo Sviluppo sociale, soccorso e reinsediamento, Win Myat Aye, ha detto in settembre – riportava Simon Lewis di Reuters - che «Secondo la legge, la terra bruciata diventa terra gestita dal governo». Quindi vendibile e acquistabile. Terra bruciata appunto specie se il suo proprietario è all’estero.

Giulio Regeni: chi è Maha Abdelrahman, la tutor di Cambridge che seguiva le sue ricerche in Egitto

Una lunga esperienza di ricerca sul campo nell’ambito delle scienze politiche e della sociologia, numerose consulenze con prestigiose organizzazioni internazionali quali Oxfam e Unicef e una posizione da professore associato all’American University del Cairo, poi lasciata per l’Università di Cambridge. Maha Abdelrahman è un’accademica egiziana e vanta una carriera di lungo corso. Tuttavia, per le […]

L'articolo Giulio Regeni: chi è Maha Abdelrahman, la tutor di Cambridge che seguiva le sue ricerche in Egitto proviene da Il Fatto Quotidiano.

Russia non raccontata: Putin e le milizie del Patriarca

Russia non raccontata: Putin e le milizie del Patriarca

mcc43 Putin e l’uso dei media Putin, Kiril I e gli Ortodossi Putin e Cattolicesimo, Islam,  Testimoni di Geova   – Putin e l’uso dei media Sappiamo tutto di Putin e della sua politica estera, poco di quello che accade dentro la Russia. E’ l’effetto di un meccanismo creato per distrarre la nostra attenzione. Quando, […]

Diario americano – Segnali sonori (globali)

Suoni globali, oppure segnali sonori globali. Bisognerebbe trovare un termine per quei suoni che, ovunque nel mondo, ci parlano un linguaggio familiare, e ci fanno sentire – allo stesso tempo – parte di un unico contesto. Se Marc Augé definisce nonluoghi i luoghi della globalizzazione, come definiamo i suoni? Soprattutto i suoni meriterebbero una riflessione,Continua a leggere
Essere un editore e libraio in Libia, oggi

Essere un editore e libraio in Libia, oggi

Essere un editore e un libraio in Libia non è affatto semplice ora. Né, a dirla tutta, lo è stato negli ultimi 60 anni. A raccontarlo sul numero di autunno di Index on Censorship (l’articolo, a firma di Charlotte Bialey, è stato ripreso da Literary Hub) è Ghassan Fergiani, erede di una famiglia di librai […]

Diario americano – 1 – San Francisco

Sì, veramente incredibile, la Davies Hall. È la sala della San Francisco Symphony, poco meno di duemila posti, difficile da descrivere per l’ampiezza dello spazio e per la bellezza dell’acustica. Ieri l’orchestra della SFS suonava Sibelius e Sciostachovic, diretta con maestria da Osmo Vänskä, conduttore finlandese con una capacità rara di unire in un abbraccioContinua a leggere
Lo spettacolo del dolore

Lo spettacolo del dolore

A volte mi dico che se non ci fosse Internazionale la nostra informazione fuori dall'ombelico sarebbe  davvero poca cosa. E, sia ben chiaro, non tanto per esterofilia ma per la scelta che la redazione fa degli argomenti. Direi che non sbaglia un colpo col merito di renderci intellegibile quel che si scrive in altri idiomi. Una delle sue scelte recenti è stata quella di occuparsi dei rohingya, un tema caro a questo blog, tanto che, oltre alle notizie, il settimanale ci ha dato conto anche delle analisi e delle polemiche che ne sono scaturite. La copertina del suo ultimo numero - in edicola questa settimana -  è dedicata a quest'esodo biblico e forzato ed è inutile dire quanto io abbia apprezzato la scelta. Ma vorrei soffermarmi su un particolare e cioè sulle fotografie che riguardano i rohingya (argomento che ho già trattato in passato) e in particolare un servizio di  Kevin Frayer (vincitore del World Press Photo Award per le notizie generali e del World Press Photo Award per la vita quotidiana) di cui anche Internazionale dà conto. Il suo servizio dalla frontiera bangladese  ha fatto il giro del mondo e anche in Italia è stato pubblicato da diversi media online e non (come Il Post o Vanity Fair).

Qui accanto vedete una delle immagini del servizio, forse la più gettonata (che mi fa piacere Internazionale non abbia scelto per la copertina). Vogliamo provare a commentarla? Immaginate di non sapere di cosa si parla: c'è l'acqua, una madre che indica l'infinito o la speranza, un padre col bimbo e una croce sullo sfondo. Un amico, cui l'ho mostrata decontestualizzata, mi ha detto "E' un battesimo!" E' rimasto male sapendo di chi si tratta: gente in fuga da omicidi, stupri, incendi...  La foto in sé può piacere o non piacere (la scelta della luce, il bianco e nero, i ritocchi, il taglio etc) ma una foto difficilmente è "in sé". C'è sempre un contesto a maggior ragione se si tratta di un reportage. Ma come lo si comunica?

 Mario Dondero (il mio grande maestro che sulla fotografia mi ha insegnato tutto) è noto per aver (anche) detto che "fotografare la guerra a colori è immorale". Kevin segue il suo consiglio perché, anche se non dichiarata, quella fatta ai rohingya è proprio una guerra. Ma tra lui e Mario c'è una differenza enorme. In questo reportage di Frayer c'è il dolore, il dramma, la speranza ma raffigurati come in una sorta di grande affresco in cui è più il fotografo a essere il protagonista che non i suoi soggetti. Di Mario Dondero si è detto che era un fotografo "senza uno stile". E' vero, perché il "suo stile" era quello di non apparire. Se guardate le sue foto sulla guerra, vi soffermate sempre sui soggetti non sulla bravura del fotografo. Nei suoi fotogrammi il fotografo proprio non c'è. Come se il fotoreporter fosse solo passato di li e avesse fatto...clic. Nella foto di Frayer c'è prima di tutto Frayer e poi, magari, anche i suoi soggetti. La sua presenza però, la presenza dell'autore, finisce col distrarvi: restate colpiti dalla sua bravura nel catturare le luci, dalla capacità di "scolpire" i volti, dalla forza delle espressioni come se lui avesse messo tutti in posa. Venite colpiti dallo spettacolo. Se poi è uno spettacolo del dolore (e non un battesimo), il dolore arriva dopo. Prima c'è lo spettacolo. Direi che questa è proprio una foto spettacolare. Tanto spettacolare che dolore, guerra, incendi e stupri restano sulla sfondo. Come quella croce che evidentemente non è una croce visto che siamo in territori del Budda o di Maometto.



Credo che il fotogiornalismo, che è solo una branca dell'arte della Fotografia, debba seguire l'esempio di Mario. A parte il discorso sul  bianco e nero in guerra - che si può opinare -  a me pare che la forza di Mario stesse  nella sua non presenza, che si  trattasse di un conflitto, degli ultimi giorni del muro di Berlino o di una scena di vita contadina. Persino quando Mario metteva in posa, il soggetto non era mai lui, nemmeno se le persone gli guardavano in macchina. Nella foto qui a sinistra - una foto che è piena di accortezze e capacità fotografiche, dalla scelta del personaggio, al taglio, alla luce - Mario riesce a stare dietro l'angolo: diamine, il soggetto è lui, il vecchio che legge (mentre tra l'altro infuria la guerra d'Algeria) e quel tal Dondero proprio non c'è. Diceva bene Mario che a lui interessavano più le persone che la pellicola e che in fondo il fotografo (e, aggiungo, il reporter) hanno questa gran fortuna:  il loro esser tali li mette in contatto con la gente, con ogni tipo di persone. Nessuno rifiuta uno scatto o la piccola fama di un'intervista (per non parlare della tv*). Ma è solo se il soggetto della foto, dell'intervista, del filmato ti fanno dimenticare chi ha scattato, scritto, filmato, che  hai raggiunto il tuo scopo che è quello assai semplice e modesto di "informare" o di documentare.

 Insomma dopo tutta questa tirata e questa professione di modestia (chissà se poi io predico bene ma razzolo altrettanto) vorrei proporvi la foto qui sotto tratta dal bangladese Daily Star. Nella sua semplicità mi dice  (guardate i piedi di questa ragazzina) più che abbastanza sul dramma di questa gente e mi commuove (dunque mi spinge a saperne di più). Non c'è compiacimento e nemmeno spettacolo. Anzi, apparentemente non c'è neppure dolore (anche se quei piedini nudi e segnati raccontano tutto). Il fotografo questa volta è talmente in disparte che, tanto per cambiare, non c'è neanche il credito della foto. Chi l'ha scattata è ingiustamente anonimo: è purtroppo il solito discorso per cui la maggior parte delle foto servono solo a occupare uno spazio in pagina. Il loro modesto autore scompare - come in questo caso - più di quanto avrebbe dovuto.


* Ecco a proposito a questo link fb uno dei rarissimi filmati sui Rohingya, realizzato a A. Ricucci e S. Bianchi per Tv7 (provate a scommettere a che ora è andato in onda...)
Ius soli birmano

Ius soli birmano

Questo articolo sui Rohingya è stato scritto per la rivista Gli Asini*

La maggior parte delle volte le storie di confine sono drammatiche. Dove un cartografo disegna una frontiera, approfittando di un fiume, di una catena montuosa o semplicemente tracciando una linea retta su un territorio che la mappa geografica rende asettico, vivono persone e animali e si dipana la storia infinita della biodiversità. La geopolitica tiene poco in conto le persone (gli animali e la biodiversità) ed è semmai attenta alla proprietà (se è in mano a uomini potenti) o ai prodotti della terra, siano essi agricoli o fossili. Le vicende che in questi giorni hanno a che vedere con la fuga dal Myanmar verso il Bangladesh di 500mila rohingya, una minoranza musulmana che vive (o meglio viveva) nello Stato birmano del Rakhine, hanno molto a che vedere con la storia di un confine - quello tra il mondo birmano e quello bengalese - che nei secoli si è spostato, cambiando di mano e di segno in seguito a guerre, dispute, cambi della guardia al vertice dei poteri che, di volta in volta, hanno comandato su questi territori.

Tutti conoscono la storia di violenze che i rohingya subiscono dal 2012, quando il primo pogrom recente (la persecuzione ha radici antiche) ha prodotto oltre centomila sfollati interni. Allora pareva soprattutto una vicenda di intolleranza religiosa alimentata da gruppi identitari buddisti che vedevano nei rohingya, considerati non birmani e immigrati bengalesi per di più musulmani, un pericolo per l’integrità di un Paese che è stato la culla del buddismo. Nel 2016 una nuova ondata di violenze si doveva nuovamente abbattere su quel milione di rohingya ancora in possesso di una casa e un campo da coltivare o una capra da mungere. L’attacco di un gruppo secessionista ad alcuni posti di frontiera scatena una reazione che produce allora un esodo di circa 80mila persone verso il Bangladesh. Passato qualche mese, nell’agosto di quest’anno, in seguito a un altro attacco dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), una nuova spropositata reazione dell’esercito (sono parole dell’Onu che non ha esitato a utilizzare anche la locuzione “pulizia etnica”) ha invece prodotto un nuovo massiccio esodo di circa mezzo milione di profughi. A far le somme, e considerato che ormai la diaspora di questa comunità conta nel mondo quasi due milioni di persone, non solo la maggioranza dei rohingya risiede ormai all’estero (oltre un milione nel solo Bangladesh) ma i numeri di questa popolazione nel Myanmar sono ormai così ridotti che la scomparsa dei rohingya dai territori birmani è ormai forse solo questione di qualche anno. Forse di mesi.
Cosa c’entrano in tutto ciò le frontiere e la loro eredità?


Il Rakhine oggi, area birmana. Cosa è stato nei secoli?
Dobbiamo fare un passo indietro. Fino al 1700 l’Arakan, l’attuale Stato birmano del Rakhine, era un regno indipendente che alla fine di quel secolo doveva finire sotto i monarchi birmani. I birmani però volevano espandersi sempre più a Ovest ed entrarono in conflitto con le mire di Calcutta, la capitale della British India, che voleva invece allargarsi sempre più a Est. Sono però i birmani a perdere e nel 1824 - in seguito al trattato di Yandabo che conclude la prima guerra anglo-birmana – l’Arakan e altri territori sotto influenza birmana passano sotto l’India britannica. I rohingya, chissà da quanto tempo nell’Arakan, si ritrovano dunque, dall’essere stati sudditi di un regno indipendente prima e delle monarchie birmane poi, a diventare vassalli di Sua Maestà britannica, o meglio dell’amministrazione coloniale della Regina in India. Nei primi mesi del 1886 l’intera Birmania diventa una provincia dell’India britannica e nel 1887 diventa sede di un vice governatorato che solo nel 1937 passa direttamente a un’amministrazione separata, sotto la direzione del Burma Office di Londra (segretariato di Stato per l’India e la Birmania). Dunque i rohingya sono adesso sudditi britannici sotto un’altra formula e lo saranno sino al 1948 quando la Birmania, come la chiamavamo allora, diventerà indipendente. C’è anche da notare che, seppur brevemente, i rohingya, come i birmani, sono stati anche sudditi dell’Imperatore Hirohito - dal 1942 al 1945 - quando le forze nipponiche dell’Asse avevano invaso la Birmania per “liberarla” dal giogo coloniale britannico con la parola d’ordine “L’Asia agli asiatici”. In poche parole, più che essere i rohingya a spostarsi (cosa sicuramente avvenuta in passato nel corso di quel flusso migratorio universale che ha interessato e interessa tutti i popoli del mondo che si muovono per i più svariati motivi), sono stati i confini a tendersi o contrarsi come un elastico. La sola colpa dei rohingya, vine da dire, è quella di essere sempre stata una minoranza debole, non in grado di far sentire la propria voce.

Ora, le legge sulla cittadinanza del Myanmar, varata durante la dittatura militare nel 1982, riconosce tre categorie di cittadini: cittadini propriamente detti, associati o naturalizzati. Ma i rohingya non sono riconosciuti in nessuna delle categorie. La legge dice che, come recita la Costituzione del 1947, è cittadino birmano chi ha radici in una “razza indigena” o viveva nella “British Burma” prima del 1942, ossia prima dell’arrivo dei giapponesi. A quell’epoca chi abitava nell’Arakan era già da tempo sotto dominio britannico: un dominio strappato ai birmani e ancor prima a un regno indipendente aracanese. Autoctoni o meno dell’Arakan-Rakhine, nel 1942 la presenza dei rohingya nel Rakhine – che questi ultimi chiamano Rohang - datava probabilmente da secoli. E comunque, al di là delle polemiche sul termine “rohingya” che alcuni storici birmani dicono sia apparso solo negli anni Cinquanta del XX secolo, nel 1942 erano stati già stati sudditi britannici ben due volte: in un primo tempo sotto Calcutta (e dal 1911 Delhi) e in seguito direttamente sotto l’Ufficio Birmania a Londra. Benché sia certo che durante la dominazione britannica molte popolazioni, tra cui i bengalesi, si siano mosse all’interno dell’Impero, cosa è successo prima e durante gli inglesi? Non è difficile immaginare che nei secoli vi sia stata una sorta di osmosi tra le pianure e le colline del Bengala e le limitrofe aree birmane. E se è difficile determinare quando il primo rohingya sia nato e dove, si perde nella notte dei tempi la loro presenza (e quella più in generale musulmana) in un’area che un tempo confini non ne aveva affatto: tutt’al più fiumi, mari, colline o catene montuose. Barriere naturali geografiche che la Storia deve aver visto attraversare più volte, in questa o quella direzione: dal cacciatore nomade al pescatore, dal pastore transumante allo stesso agricoltore sedentario in cerca di luoghi dove eleggere domicilio.

Questa legge è dunque una cattiva legge – imperfetta, astorica, obsoleta e ingiusta - e andrebbe
Terrore buddista. Un'analisi
sufficente?
riformata anche perché originariamente i rohingya avevano assai più diritti: potevano votare e candidarsi. Al netto delle colpe del governo civile birmano non si può dimenticare che proprio nei giorni del pogrom di fine agosto, l’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan, incaricato da Aung San Suu Kyi, lo abbia detto a chiare lettere alla conclusione di un’inchiesta svolta proprio per affrontare la questione rohingya, un nome che in Bangladesh non si può nemmeno menzionare. Ma i militari, autori delle peggiori leggi del Paese, non solo non vogliono riconoscere il lavoro di Annan, che hanno definito “fazioso” e dunque falso, ma hanno spinto i partiti d'opposizione al governo di Suu Kyi, nato dalle elezioni del 2015 (con la vittoria della Lega nazionale per la democrazia), a una campagna contro il dossier Annan che ha tutta l’aria di una minaccia. La minaccia è che, se Suu Kyi, il suo partito e il suo governo dovessero tirare troppo la corda, i militari potrebbero ricorrere a un altro articolo della Costituzione, emendata dai generali nel 2008, che prevede (oltre a una quota a loro riservata in parlamento di un quarto dei seggi) che l’esercito possa ribaltare il governo in carica nel momento in cui esiste un pericolo reale per la stabilità del Paese. Il richiamo dell'opposizione a un dossier definito un’operazione che favorisce le forze straniere che minacciano il Myanmar non è, in altre parole, che la proiezione sulla situazione attuale dell’ombra di questo emendamento. Che garantisce un golpe costituzionale, dunque legittimo. Se finora non si è verificato è solo perché i militari controllano tre dicasteri chiave: Interno, Difesa, Frontiere.

Aung San Suu Kyi: immagine tratta da BigThink
E’ questo il motivo per cui una paladina dei diritti umani e Nobel per la pace come Aung San Suu Kyi, e così i vertici del suo partito, sta tanto attenta a come parla (non li chiama rohingya ma semplicemente musulmani) e a cosa fa (oltre alla commissione Annan ne ha nominate altre ma con limitatissimo potere) a costo di attirarsi le ire del mondo intero. I militari vegliano sul Paese e, nel consesso internazionale, ci pensa Pechino – e in parte Mosca – a frenare eventuali prese di posizione del Consiglio di sicurezza (che finora ha adoperato un gergo assolutamente debole). Infine c’è l’India, non più britannica ma retta da un campione anti musulmano come Narendra Modi. Che, non solo ritiene al pari di Pechino il Myanmar un partner strategico ma che vorrebbe espellere tutti i rohingya immigrati in India (circa 40mila).

C’è un’ultima domanda ancora senza risposta. Perché? Basta una legge restrittiva? Una sorta di suprematismo buddista? Forme di xenofobia etnica e religiosa? C’è altro e ci sono altre leggi su cui merita soffermarsi. Le immagini satellitari diffuse recentemente da Human Rights Watch e da Amnesty International su vaste aree incendiate nella zona rohingya dello Stato del Rakhine riportano alla memoria fotogrammi più antichi come quelli con cui Hrw aveva stimato, nell’autunno scorso,  ad almeno 1500 gli edifici dei rohingya dati alle fiamme. Adesso, dicono all’organizzazione internazionale, non ci sono evidenze per poter dire chi ha appiccato gli incendi, se siano dolosi o provocati dal conflitto, ma è certo che la scia di fuoco si estende su una lunghezza di circa 100 chilometri, lungo tutte le aree delle tre township di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, unità amministrative dello Stato del Rakhine dove vive la maggioranza dei rohingya o quel che ne rimane.

Quei fotogrammi, ieri come oggi, rendono più chiaro non solo un processo di espulsione che ha a che vedere col razzismo e la fobia religiosa ma anche con l’ipotesi che, dietro alla cacciata di persone senza cittadinanza, ci sia anche un piano per accaparrarsi la loro terra. In un articolo pubblicato sul Guardian all’inizio del 2017, la sociologa Saskia Sassen ricordava che dagli anni Novanta il governo dei generali ha portato avanti nel Paese una politica di requisizione di terre considerate mal sfruttate per affidarle a grosse compagnie private al fine di metterle a profitto. E’ quello che - in altri termini - si scrive “sviluppo” ma si legge “land grabbing” a beneficio di società con grandi mezzi. Dal 2012 un nuovo pacchetto legislativo ha ulteriormente favorito i grandi agglomerati che gestiscono fino a 20mila ettari e che ora possono anche aprirsi al capitale estero sempre affamato di terra. E’ un vero assalto sia alla foresta, che ogni anno perde 400mila ettari, e a piccoli appezzamenti di terreno o ad aree di utilizzo consuetudinario. Col vantaggio che questa legge ne ha anche abolita un’altra del 1963 che difendeva i piccoli agricoltori. Nella zona dei rohingya il passaggio di mano conterebbe ora oltre un milione e duecentomila ettari con un balzo rilevante rispetto ai primi 7mila che furono ceduti durante il pogrom del 2012. Se si mettono assieme le due cose, l’aspetto razzista e islamofobico passa in secondo piano e sembra semmai una concausa benché con radici antiche che risalgono al periodo coloniale e forse anche a prima.

E’ una lettura naturalmente ma non priva di suggestione anche se, in settembre, le tesi della Sassen,
Saskia Sassen
riprese anche da un gruppo di ricercatori (Forino, von Meding, Johnson) sulla rivista britannica The Conversation, sono state duramente criticate sul sito NewMandala – e tacciate di “marxismo volgare” - da Lee Jones, un noto esperto di cose birmane (su land grabbing e legislazione birmana si può comunque vedere il sito https://library.ecc-platform.org). Ciò che per altro merita una riflessione è il fatto che chi se ne va perde ogni diritto, persino quello della consuetudine. E se non ha cittadinanza e passaporto non avrà mai più, ammesso che possa tornare nel Myanmar, un documento valido per reclamare la sua terra e la sua casa. Qualcuno, non casualmente, l’ha definita una politica della “terra bruciata”. Bruciata oggi perché domani cambi di padrone. Una storia di frontiere e confini. A danno di uomini, animali, biodiversità.

* Con cui sono onorato di collaborare




Viaggio all’Eden a Perugia venerdi 27 ottobre

Viaggio all’Eden a Perugia venerdi 27 ottobre

VIAGGIO ALL’EDEN
Venerdì 27 ottobre 2017
alle ore 18:30
Biblioteca San Matteo degli Armeni
Via Monteripido, 2 – Perugia
Introduzione di
 Emmanuel di Tommaso
Ne discute con l’autore
Floriana Lenti


In questo nuovo libro, Emanuele Giordana, partendo dal racconto del Grande Viaggio intrapreso da un’intera generazione da Milano verso Kathmandu negli anni ’70, dipinge un’intensa riflessione sul senso del viaggio: dall’Italia al Nepal, passando per Grecia, Jugoslavia, Turchia, Afghanistan e India, fino a giungere alle “propaggini” dell’Eden, il Sud-Est asiatico e l’America Latina. È un racconto molto concreto, una sorta di diario di bordo kerouac-conradiano in cui sono evocati i sapori, gli odori e i volti di quelle strade che si attraversavano in preda ad una vera e propria “febbre del viaggio”.
Il ritorno in quegli stessi luoghi 40 anni dopo permette al Giordana giornalista di registrare, con l’abilità di fervente cronista qual è, le violente trasformazioni ancora in atto: la magia, l’inconsapevolezza e la fascinazione di allora lasciano così spazio a un senso di profondo turbamento di fronte ai teatri di guerra e alle vetrine del turismo di massa capitalista fatte di polvere e cemento.
Il libro, già presentato nelle principali città italiane, sta dando vita ad un interessante dibattito su determinati scenari geopolitici per troppo tempo rimossi nell’opinione pubblica italiana, e sul tema più generale di una conoscenza dell’Oriente che possa essere finalmente scevra da ogni rappresentazione strumentale e pregiudizio.

Insieme al viaggiatore di lungo corso, giornalista e scrittore indipendente, durante la presentazione interverranno Floriana Lenti ed Emmanuel Di Tommaso.
Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan

Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan

Mike Pompeo: muscolare come Trump
Il viaggio lampo del segretario di Stato americano Rex Tillerson, che dopo Irak e Afghanistan è arrivato ieri in Pakistan per visitare poi Nuova Delhi, è la prima vera offensiva diplomatica in casa dell’amico-nemico. L’amico nemico è il Pakistan verso cui Tillerson - assai più morbido a Islamabad - ha avuto parole durissime durante i suoi colloqui afgani. Accusati di essere la sentina della guerra, i pachistani - colpevoli di dare rifugio ai talebani afgani - non la prendono molto bene questa offensiva diplomatica preceduta dalle parole di fuoco di Trump e della sua ambasciatrice all’Onu che sul Paese dei puri han sparato duro. I pachistani – messi in imbarazzo anche da un’intervista di Caitlan Coleman (un’americana liberata col marito canadese Joshua Boyle che ha appena detto al Toronto Star, smentendo Islamabad, che il rapimento afgano si è trasformato in una cattività in Pakistan per più di un anno) sono allarmati soprattutto da due cose: una diplomatica e l’altra militare. Quella diplomatica riguarda l’India, il fratello-coltello oltre confine, la cui espansione in Afghanistan preoccupa molto Islamabad. E da che gli americani hanno addirittura chiesto a Delhi di “tenere d’occhio” il Pakistan, il furore è difficile da nascondere. La seconda è che il viaggio di Tillerson inaugura anche un nuovo stadio della guerra afgana e della sua scia pachistana.


La notizia riguarda la luce verde del presidente alla nuova strategia contro insurrezionale di Michael “Mike” Pompeo, parlamentare repubblicano (di origini italiane) nelle grazie del Tea Party che da gennaio è a capo della Cia. Pompeo, che ha frequentato West Point e ha una carriera militare alle spalle, è un tipo muscolare proprio come Trump. La sua interpretazione del messaggio di Donald (nessuno avrà più un luogo dove nascondersi) è una nuova espansione delle attività dell'Agenzia che superino le restrizioni dell’era Obama, che autorizzava le operazioni coi droni solo all’esercito e che, al massimo, consentiva alla Cia di operare in Pakistan. Negli ultimi tre anni i raid coi droni militari sono comunque aumentati (ammesso che il dato sia veritiero) da 304 nel 2015 a 376 nel 2016 a 362 nei primi otto mesi del 2017 (mentre la Cia ne avrebbe totalizzati solo 3 l’anno scorso e 4 quest’anno e solo in Pakistan). Ma per Pompeo, e per Trump, non bastano né basta più che la Cia addestri la sua controparte (Nds) afgana. Da adesso la Cia potrà fare tutti i raid che vuole in Afghanistan senza rispondere all’esercito schierato al comando del generale Nicholson che guida anche le truppe Nato. La gestazione del progetto Pompeo, che impiega le cosiddette forze paramilitari dell'agenzia o soldati prestati dal Pentagono, non è stata facile: la Cia è nota per andar ancor meno per il sottile in fatto di danni collaterali così che alla Difesa diversi generali – dice la stampa americana – hanno storto il naso: «Cosa possono fare che non possiamo fare noi»? In realtà i servizi segreti fanno solo operazioni “coperte” e dunque bypassano ogni catena di comando. Ma chi pagherà il conto delle vittime civili, già alto durante i raid aerei “normali”? Per l’afgano della strada, un drone è un drone e una pallottola non ha firma. Le colpe della Cia si riverseranno sull’esercito.

Gli afgani dal canto loro plaudono. La pratica hunt and kill (caccia e uccidi) piace al ministero della Difesa che ha espresso apprezzamento. Washington sostiene che la nuova massiccia campagna di omicidi mirati porterà più facilmente i talebani al tavolo del negoziato. Ma è molto più probabile che si limiti a far crescere la guerra e il bilancio delle vittime civili.
Il Califfo asiatico a Roma giovedi 26 ottobre alle 18

Il Califfo asiatico a Roma giovedi 26 ottobre alle 18

Il Califfo a Roma: una presentazione organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio
26 ottobre 2017 ore 18.00
modera: Valeria Martano




A oriente del Califfo
A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi
a cura di
Emanuele Giordana
con la collaborazione di
Lettera 22
Rosenberg&Sellier 2017

Non è un libro solo sullo Stato Islamico.
Il progetto di al-Baghdadi è infatti anche quello di estendere i confini di un neo-Califfato all’intera comunità sunnita oltre il mondo arabo e le conflittuali aree asiatiche appaiono un terreno ideale. Il caso afgano, la guerra sempre sotto traccia tra India e Pakistan, il revivalismo islamico presente in Caucaso e in Asia centrale, come nelle province meridionali della Thailandia o nel Sud filippino segnato dal contrasto tra governo e comunità musulmane; nell’arcipelago indonesiano, che è la realtà
musulmana più popolosa del pianeta, come nel dramma dei rohingya, cacciati dal Myanmar in Bangladesh. Al di là del progetto del Califfo, ci si chiede perché e con quali strumenti il messaggio ha potuto funzionare, qual è il contesto e quale l’entità del contrasto con al-Qaeda per il primato del jihad.
Un libro che si chiede cosa potrà restare del messaggio di al-Baghdadi, anche dopo la caduta di Raqqa, in paesi così distanti dalla cultura mediorientale; cosa ha spinto un giovane di Giacarta, di Dacca o del Xinjang a scegliere la spada del Califfo?


Lettera22 è un’associazione tra freelance specializzata da 25
anni in politica internazionale. Alcuni dei suoi membri fanno
anche parte dell’agenzia China Files.
100XBalfour

100XBalfour

100XBalfour dal 27 Ottobre al 3 Novembre 2017: 100 anni di storia e di cultura palestinese   Il CAIL – Coordinamento Associazioni Islamiche del Lazio,  la Comunità Palestinese a Roma e nel Lazio, e l’Associazione dei Palestinesi in Italia lanciano … Continue reading
I passaggi nella Siria in frantumi di Samar Yazbek

I passaggi nella Siria in frantumi di Samar Yazbek

Quella che segue  è la recensione del libro “Passaggi in Siria”, di Samar Yazbek, appena uscito per Sellerio e tradotto dall’inglese da Andrea Grechi. Avete mai pensato a cosa fareste se la vostra casa venisse bombardata e la vostra città occupata dall’esercito del vostro Paese? Avete mai pensato a come reagireste se la stanza di […]
Viaggio all’Eden a Pisa mercoledi 25 ottobre

Viaggio all’Eden a Pisa mercoledi 25 ottobre





Con il giornalista Alessandro De Pascale e Alberto Mari, un attivista dell'Osservatorio Antiproibizionista















VIAGGIO ALL’EDEN
Dall’Europa a Kathmandu il Volo Magico nei ruggenti Settanta e quarant’anni dopo
Emanuele Giordana
Laterza 2017


Un viaggiatore di lungo corso, per passione e per lavoro, ricorda la rotta degli anni Settanta per Kathmandu: il Grande Viaggio in India fatto allora da ragazzo e ripercorso poi come giornalista a otto lustri di distanza. Il libro, un lungo racconto del percorso che portava migliaia di giovani a Kabul, Benares, Goa fino ai templi della valle di Kathmandu, si destreggia tra gli appunti presi allora su un quadernetto riemerso dalla polvere, esercizi di memoria e il confronto con le inevitabili trasformazioni di quei Paesi che, terminata l’epoca della Guerra fredda, sono stati attraversati da conflitti e anche da una nuova orda di invasori: i turisti che, dopo il Viaggio all’Eden dei frikkettoni, seguirono quella pista preferendogli però alberghi lussuosi e viaggi organizzati con tutto il bene e il male che ciò comporta. Il registro narrativo è doppio: c’è il ricordo tratteggiato con leggerezza e ironia tra droghe, sesso libero e scoperta di nuovi paesaggi e una zona d'ombra più riflessiva su cosa vuole dire “viaggiare” e sulla guerra. Libro godibile da chi aveva vent'anni allora, chi quel viaggio non ha mai fatto e chi ancora vorrebbe farlo.  

La settimana nera di una guerra dietro le quinte

La settimana appena conclusa ha un bilancio di oltre 200 morti, una delle peggiori della guerra afgana. Una guerra che apparentemente non c'è più ma che sta continuando ininterrottamente da 36 anni. Ecco la lista stilata dalla Tv afgana Tolo.
E' stata una buona occasione, come si rileva dall'articolo, per le polemiche interne.

Saturday’s attack on Ministry of Defense (MoD) cadets in Kabul:
15 cadets killed
4 cadets wounded
Friday’s attack on Imam Zaman Mosque in Dast-e-Barchi in Kabul:
about 70 civilians killed
55 civilians wounded
Attack on mosque in Ghor province on Friday:
10 civilians killed
20 civilians wounded
Thursday’s attack on a base in the Maiwand district of Kandahar:
43 soldiers killed
9 soldiers wounded
Tuesday’s attack in Paktia on the police headquarters:
Over 50 soldiers and civilians killed
Over 150 civilians and soldiers wounded
Monday’s attack on Andar district of Ghazni province:
28 soldiers killed
18 soldiers wounded
5 civilians killed
40 civilians wounded

17mila anime a Beit Beirut

Sala dopo sala, un intero piano di Beit Beirut è stato riempito di una foresta di listelli di legno colorati di verde. Tutti diversi, eppure tutti uguali. Sono 17mila, come 17mila sono gli scomparsi, i desaparecidos della guerra civile libanese. Nessun memoriale, spiega Zena al Khalil, l’artista autrice della megainstallazione a Beit Beirut. Nessun memorialeContinua a leggere
Rohingya, l’ultima accusa

Rohingya, l’ultima accusa

“Una sistematica campagna di crimini contro l’umanità per terrorizzare e costringere alla fuga i
rohingya”. Dopo che il vocabolario dell’orrore sembrava ormai aver esaurito tutte le parole – esodo forzato, violenza, genocidio, stupro, pulizia etnica - Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, aggiunge l’aggettivo “sistematico” a una campagna che ha come risultato il più numeroso esodo della storia recente da un Paese non in conflitto, una nuova biblica cacciata dai propri luoghi di origine. Il popolo senza identità, invisibile nei registri delle autorità birmane, accusato di essere la prole di un’immigrazione illegale dal Bengala, è così fisicamente minacciato che il governo birmano sembra aver in mente un solo obiettivo: cacciarli finché non resti un solo rohingya.

Amnesty non lo dice ma le “nuove prove” raccolte dall’organizzazione, che con Human Rights Watch ha immediatamente preso le difese della minoranza, mettono in chiaro un quadro sistematico di violenza continuata con una “campagna di omicidi, stupri e incendi di villaggi” portata avanti - dicono decine di testimonianze - da “specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera”. La contabilità ha ormai superato quota 530mila, un record possibile solo se, in un Paese apparentemente in pace, c’è in realtà una guerra che ha come obiettivo l’esodo di intere famiglie, tribù, villaggi. “Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini – scrive Amnesty - sono vittime di un attacco sistematico e massiccio che costituisce un crimine contro l’umanità” così come lo concepisce lo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Il Tpi elenca 11 atti che, se commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono il più grave dei reati. E Amnesty ne ha riscontrati almeno sei: “omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane”.

Alla voce di Amnesty si aggiunge quella di organizzazione come Msf:“Le strutture mediche, incluse le nostre cliniche, sono al collasso. E in poche settimane – scrivono i Medici senza frontiere - abbiamo ricevuto 9.602 pazienti in ambulatorio e 3.344 pazienti in pronto soccorso. Tra loro, anche adulti sul punto di morire a causa della disidratazione: il sintomo che una catastrofe sanitaria è dietro l’angolo”. La voce dell’Onu è risuonata molte volte ma con scarsi risultati. E lo sa bene il sottosegretario Jeffrey Feltman che martedi a Yangoon si è sentito fare una reprimenda dal generale Min Aung Hlaing, il capo di stato maggiore birmano, che non vuole l’Onu tra i piedi: la maggior parte delle agenzie del palazzo di Vetro infatti nel Rakhine, il luogo del delitto, non ci può andare. Sono di parte, dicono i generali, che si apprestano a rilasciare un loro dossier su come sono andate le cose. Ai militari birmani non basta evidentemente che, per non turbare troppo gli equilibri, il Programma alimentare mondiale (Wfp) abbia fatto sparire un dossier “imbarazzante” e che per molto tempo, fin dal 2016, le agenzie dell’Onu abbiano fatto di tutto per evitare polemiche e scandali. Una mediazione senza risultati.

La diplomazia comunque batte un colpo e ieri l’Alto commissario Ue Federica Mogherini ha comunicato per telefono ad Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri ma premier de facto, che tutti i 28 membri Ue (inclusa l’Italia che ha recentemente inviato il suo ambasciatore, Pier Giorgio Aliberti, nel Rakhine) hanno chiesto l’immediato accesso alle agenzie umanitarie nel Paese ma che soprattutto, per via dello “sproporzionato uso della forza”, hanno deciso che né il generalissimo, né altri soldati birmani potranno mettere piede in Europa sino a che esista questa situazione (e a breve anche gli Stati Unite potrebbero seguire l'esempio).

 L’embargo sulle armi, già in essere da tempo, non solo continuerà ma gli uomini in divisa non potranno nemmeno venire a girare le fiere e i mercati degli armamenti che probabilmente si procurano con oculate triangolazioni. E’ almeno un primo passo e a ridosso di due incontri importanti: il meeting nella capitale birmana dell’Asem il 20 novembre (Asia-Europe Meeting, un processo di dialogo tra i Paesi Ue, altri due paesi europei, e 22 paesi asiatici più il segretariato dell'Asean) e, subito dopo, la visita di papa Francesco il 26. Anche li è già in corso una guerra delle parole: i vescovi locali non vogliono che il pontefice parli di “rohingya”, termine che la stessa Suu Kyi non utilizza mai. I “self-identifying Rohingya Muslims” come li chiamano i giornali più progressisti birmani (anche loro molto attenti a non incorrere nelle maglie della censura) oltre a non aver più la casa non hanno nemmeno più un’identità.

Tunisia: verso la restaurazione di un potere personalistico

Thierry Brésillon Una riforma costituzionale annunciata Lo scorso settembre il presidente della Repubblica Béji Caïd Essebsi ha annunciato un’imminente revisione della Costituzione del 2014 che aveva inciso  nella pietra le conquiste del 2011. Secondo il Presidente, la Costituzione bloccherebbe l’azione del Governo. Nello specifico egli denuncia il parlamentarismo costituzionale, istituito per evitare una restaurazione di un qualsiasi potere personale che però […]
Refugee Self-Reliance: Moving Beyond the Marketplace (October, 2017)

Refugee Self-Reliance: Moving Beyond the Marketplace (October, 2017)

https://www.rsc.ox.ac.uk/news/new-research-in-brief-on-refugee-self-reliance I have contributed to this research in brief with my study on Halba in northern Lebanon. You can download the whole paper here: https://www.rsc.ox.ac.uk/publications/refugee-self-reliance-moving-beyond-the-marketplace. The issue of how to promote refugee self-reliance has become of heightened importance as the number of forcibly displaced people in the world rises and budgets for refugees in long-term situations […]
Rohingya, un incontro ad Arco (Tn) venerdi 20 ottobre

Rohingya, un incontro ad Arco (Tn) venerdi 20 ottobre

Venerdì 20 ottobre 2017 ore 20.30
 Arco (Trento) Palazzo dei Panni

Un incontro sulla questione rohingya

Un filo conduttore tra la fortunata ascesa del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi e le difficoltà nell'estendere i diritti umani a tutta la popolazione birmana, tra interessi economici delle super potenze vicine, India e Cina. Un quadro d'insieme accompagnato da un reportage fotografico e dall'esperienza di un progetto di solidarietà in campo medico da parte di un'associazione trentina.

Promosso da Apibimi Onlus e Biblioteca di Arco



con Emanuele Giordana e il fotografo Ramon Sist
Impressioni (e qualche critica) dall’ultima Fiera del Libro di Amman

Impressioni (e qualche critica) dall’ultima Fiera del Libro di Amman

Annamaria Bianco, storica amica e collaboratrice di editoriaraba, nonché esperta e lettrice di letteratura araba contemporanea, qualche giorno fa ha visitato la Fiera del Libro di Amman, in Giordania, città dove al momento vive per lavoro. Tra una sovrabbondanza di libri religiosi e accademici e qualche gradita sorpresa che ha anche a che fare con […]
DOSSIER. Omicidio di Giulio Regeni. Come oscurare informazione e ricerca sociale in Egitto

DOSSIER. Omicidio di Giulio Regeni. Come oscurare informazione e ricerca sociale in Egitto

0 Reg 110Mentre l’Italia e l’Egitto provano a normalizzare i propri rapporti, sullo sfondo degli accordi commerciali che legano i due paesi e del piano Minniti per contenere i flussi migratori nel Mediterraneo, si cerca di spingere l’omicidio di Giulio Regeni nel dimenticatoio. Sui media filogovernativi si costruisce una narrazione che individua capri espiatori e molti media online indipendenti, tra gli altri Mada Masr, da cui è tratto questo dossier, non sono più accessibili dall’Egitto. La ricerca sociale è sempre più sgradita alle autorità. La paura è ovunque, anche e soprattutto in chi fa ricerca. Un meccanismo psicologico profondo, il cui svelamento aggiunge un tassello importante alla comprensione della deriva autoritaria che l’Egitto sta vivendo dopo l’avvento al potere del generale al Sisi.

I Palestinesi di Gaza e Cisgiordania riprendono il cammino in comune

I Palestinesi di Gaza e Cisgiordania riprendono il cammino in comune

mcc43 Il travagliato percorso dal 2014  alla riunificazione politica Perché è stato possibile riavviare il governo comune nel 2017 I punti chiave dell’accordo globale – Il travagliato percorso dal 2014  verso la riunificazione politica Il primo effettivo passo verso la riunificazione è avvenuto con scarso rilancio mediatico nel 2014. I colloqui fra Hamas e Fatah – […]

Intervista a Olfa Lamloum e Michel Tabet sul documentario “Voices from Kasserine”

  a cura di Patrizia Mancini Il film “Voices from Kasserine” è stato realizzato da Olfa Lamloum et Michel Tabet con Talal Khoury alla videocamera. Patrizia Mancini: Perché avete scelto la regione di Kasserine per il vostro documentario? Olfa Lamloum : Abbiamo scelto questa regione perché International Alert lavora sin dal 2012 in tutto il governatorato. Vi abbiamo condotto numerose […]

Regeni, Amnesty e Fnsi lanciano la scorta mediatica per Giulio: “Monitoriamo le azioni del governo sulle indagini”

Una scorta mediatica che continui a seguire l’operato del governo italiano sulle indagini per trovare la verità sulla morte di Giulio Regeni. Così Amnesty International, con la collaborazione della Federazione Nazionale della Stampa e dell’associazione Articolo 21, prova a richiamare l’attenzione dei media italiani sulla fine del ricercatore di Fiumicello, ritrovato senza vita il 3 […]

L'articolo Regeni, Amnesty e Fnsi lanciano la scorta mediatica per Giulio: “Monitoriamo le azioni del governo sulle indagini” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sinan Antoon vince la quinta edizione del Prix de la littérature arabe

Sinan Antoon vince la quinta edizione del Prix de la littérature arabe

Lo scorso 26 settembre, lo scrittore iracheno-americano Sinan Antoon ha vinto il Prix de la littérature arabe 2017 con il suo romanzo Seul le grenadier (Solo il melograno), tradotto dall’arabo in francese da Leyla Mansour e pubblicato in Francia da Sindbad/Actes Sud. La menzione speciale del Premio è andata invece all’autrice marocchina Yasmine Chami per […]

Il punto a Tunisi sulle migrazioni nel Mediterraneo

Marta Bellingreri “Se il rubinetto è rotto e perde acqua, l’idraulico può venire ad aggiustarlo; o può invece chiudere l’acqua per evitare la perdita e dare delle bottiglie d’acqua da tenere a casa, facendo finta di aver riparato il danno”. Così Blamasi, presidente dell’associazione Union des Leaders Africains, descrive le politiche europee nei confronti dell’Africa. “L’Europa continua a mettere un tappo […]
Il poeta siriano Faraj Bayrakdar vince il Premio alla carriera del Festival internazionale di poesia civile “Città di Vercelli” 2017

Il poeta siriano Faraj Bayrakdar vince il Premio alla carriera del Festival internazionale di poesia civile “Città di Vercelli” 2017

    «Ma le circostanze erano di pietra e il tintinnio del tempo e del luogo aveva una macchia che somiglia a sangue» (Specchi dell’assenza, F. Bayrakdar, Interlinea 2017, trad. di E. Chiti) Bayrakdar è stato insignito del prestigioso premio del Festival internazionale di poesia civile “Città di Vercelli”, la cui premiazione in anteprima si […]
Dance in Poetry per salvare l’Ex Lavanderia

Dance in Poetry per salvare l’Ex Lavanderia

lavanderia 110L’Ex Lavanderia si trova nell’ex ospedale psichiatrico di Roma, meglio conosciuto semplicemente come Santa Maria della Pietà. Agli anni di abbandono che hanno fatto seguito alla sua chiusura grazie alla legge Basaglia, sono seguiti anni di riappropriazione cittadina che hanno avuto come motore e fulcro l’impegno culturale e artistico.

Mejel Bel Abbès: inchiesta su diffusione dell’epatite A e cattiva gestione dell’acqua

Zoé Vernin, Coordinatrice del dipartimento Giustizia sociale e ambiente per il ‎Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES) in collaborazione con l’Osservatorio Tunisino dell’Acqua. “I pozzi dei cammelli di Monsieur Abbes”: conosciuta in questo modo in passato, la piccola città di Mejel Bel Abbès oggi è malata. Manca l’acqua, oppure quella disponibile non è più potabile. Lo scorso […]
Il Governo di Unità della Palestina si riunisce a Gaza

Il Governo di Unità della Palestina si riunisce a Gaza

mcc43 Si chiude un decennio di insensate ostilità fra Gaza e la West Bank, fra Hamas e Fatah, fra il governo della Striscia e l’ Autorità Palestinese. Inshallah, è bene aggiungere, perché i Palestinesi hanno davanti a sé un percorso assai difficile e l’aiuto che hanno ottenuto, dall’Egitto, per la riconciliazione non è senza prezzi […]

Referendum Kurdistan, l’indipendenza resta un’utopia ma il risultato lancia Barzani alle elezioni presidenziali

L’annuncio è arrivato ieri sera mentre il Kurdistan iracheno si riprendeva a rilento dall’ebbrezza del voto per l’indipendenza. Il presidente del governo regionale curdo Masoud Barzani non ha voluto aspettare la comunicazione ufficiale della commissione elettorale. Ha tenuto un discorso in diretta televisiva e ha proclamato la vittoria del sì. Anche se i dati non […]

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Humanitarian Pedagogies of Transit (September 2017)

Humanitarian Pedagogies of Transit (September 2017)

(Syrian refugee children at school in Turkey. Photo credit: worldbulletin.net) http://www.anthropology-news.org/index.php/2017/09/26/humanitarian-pedagogies-of-transit/ Despite the traditionally temporary character of their interventions, humanitarian agencies providing ad hoc services in crisis-affected areas are increasingly viewing education as a necessity. As such, education has been progressively integrated into the standard humanitarian toolkit. Delivering formal education in crises, however, remains an […]

La radio racconta

Ho sempre amato Wikiradio, una di quelle trasmissioni che restituiscono alla radio il fascino del tempo in cui era uno dei pochi mezzi di diffusione di massa del racconto. Wikiradio, nello specifico, sta peraltro assolvendo a un compito di documentazio...

Regeni, i legali della famiglia al Cairo: “Polizia ha tentato di chiuderci lo studio”

Avevano chiesto protezione all’Italia la scorsa settimana, ma le loro richieste sono rimaste inascoltate. Nemmeno il ritorno dell’ambasciatore Gianpaolo Cantini al Cairo ha fermato, infatti, gli attacchi del governo egiziano contro l’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione che rappresenta legalmente in Egitto la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore di Fiumicello trovato senza vita […]

L'articolo Regeni, i legali della famiglia al Cairo: “Polizia ha tentato di chiuderci lo studio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration

Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration

(Photo by Right to Play-Ethiopia). Appel à communications pour l’atelier: Jeu et sport. Comprendre les enjeux entre pratiques de développement, protection et migration WOCMES 2018 Séville (Espagne) 16-20 Juillet 2018. Suite aux derniers flux migratoires provenant de certains pays du Moyen-Orient, les organisations internationales humanitaires mettent en place des projets de développement ayant comme moyen […]

Il parlamento tunisino approva la legge per l’amnistia dei corrotti

Patrizia Mancini Ieri, 13 settembre 2017, il famigerato progetto per la riconciliazione amministrativa è diventato legge dello Stato con 117 voti a favore, un’astensione, 9 voti contrari e la non partecipazione al voto da parte dell’opposizione. Opposizione che, a più riprese, aveva chiesto che il testo venisse sottoposto all’esame del Consiglio Superiore della Magistratura (in Tunisia ancora non è ancora […]

Caso Regeni, ritrovato l’avvocato egiziano della famiglia. E’ accusato di danneggiare la sicurezza nazionale

Dopo due giorni di ricerche Ibrahim Metwally, l’avvocato per i diritti umani che collabora con l’organizzazione che rappresenta la famiglia Regeni al Cairo, è stato ritrovato. Al momento è detenuto in un edificio dietro il tribunale del 5th Settlement nella periferia est del Cairo. Martedì pomeriggio Metwally ha affrontato un interrogatorio, le accuse sono di danneggiare la […]

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Report della riunione del 9 settembre del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano e tutti i popoli oppressi! Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!”

Report della riunione del 9 settembre del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano e tutti i popoli oppressi! Accoglienza, senza condizioni, per tutti i profughi e gli immigrati!”

Siamo ad un mese dalla manifestazione e siamo convinti delle ragioni che ci hanno spinto a convocarla. Salutiamo con soddisfazione la notizia che per lo stesso giorno è convocata una manifestazione sugli stessi contenuti del nostro appello a Barcellona, città così gravemente colpita dalla violenza assassina del terrorismo mentre è stata protagonista della più grande […]

Regeni, avvocati egiziani della famiglia dopo la sparizione del collega: “L’Italia ci deve proteggere”

“Il governo italiano ci deve proteggere, siamo in pericolo perché le autorità egiziane ci hanno dichiarato guerra”. Ahmed Abdallah, il presidente dell’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione che rappresenta legalmente al Cairo la famiglia di Giulio Regeni, lancia un appello disperato dopo la sparizione di un loro collaboratore Ibrahim Metwally, avvocato per i diritti […]

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Mosul, sfollati della città martire dell’Isis tra depressione e sete di vendetta: ‘Bimbi pensano di essere stati puniti da Dio’

Gli ottanta chilometri di strada che vanno dalla città di Erbil a Mosul sono sono una piana costellata di campi profughi in cui hanno trovato rifugio parte degli 838.000 sfollati della battaglia che lo scorso luglio ha portato alla caduta della capitale irachena dello Stato Islamico. Agglomerati con migliaia di tende bianche delimitate da una […]

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UFFICIALE: PER L’O.N.U., ASSAD E’ IL RESPONSABILE DEL BOMBARDAMENTO CHIMICO SU KHAN SHEIKHOUN E DI ALTRI 25 ATTACCHI CON ARMI CHIMICHE

UFFICIALE: PER L’O.N.U., ASSAD E’ IL RESPONSABILE DEL BOMBARDAMENTO CHIMICO SU KHAN SHEIKHOUN E DI ALTRI 25 ATTACCHI CON ARMI CHIMICHE

6 settembre 2017 O.N.U.: Le forze governative siriane hanno usato armi chimiche più di due dozzine di volte. Ginevra (REUTERS) – Le forze siriane hanno usato armi chimiche più di due dozzine di volte durante la guerra civile nel Paese, incluso l’attacco mortale di aprile a Khan Sheikhoun, hanno affermato mercoledì i ricercatori dell’O.N.U. sui […]

Regeni, l’Egitto oscura il sito dei legali della famiglia: “E’ la vendetta di Al Sisi. Da Roma ok per far dimenticare Giulio”

“Il regime sta iniziando la vendetta contro di noi”. Ahmed Abdallah è il presidente dell’Egyptian Commission for Rights and Freedom, l’organizzazione egiziana che rappresenta legalmente la famiglia di Giulio Regeni in Egitto. La preoccupazione nella sua voce è tangibile perché questa mattina il sito web dell’ECRF è stato bloccato dalle autorità del Cairo. Sorte già toccata […]

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Tunisia, la legge contro la violenza maschile sulle donne: tra diritto e trasformazione radicale

Arianna Taviani Dopo una settimana di accesi dibattiti in seno al parlamento tunisino, il 26 luglio, il progetto di legge organica n. 2016-60 per il contrasto alle violenze di genere è stato adottato all’unanimità dai 146 deputati presenti. Poco più tardi, l’11 agosto, il Presidente della Repubblica, Béji Caïd Essebsi, ha posto la sua firma al testo: la Tunisia si […]
7 OTTOBRE IN PIAZZA

7 OTTOBRE IN PIAZZA

Questa estate non verrà ricordata solo per il caldo soffocante e per la siccità, ma anche e soprattutto per alcuni fatti che hanno reso veramente soffocante il clima politico e sociale del Paese. Fra gli altri, citiamo la vergognosa normalizzazione dei rapporti diplomatici con il regime egiziano, nonostante le sue scoperte responsabilità nel martirio di […]

Regeni, accademici all’estero: “Il ritorno dell’ambasciatore al Cairo? Realpolitik del governo è codarda e ci mette a rischio”

E’ il pomeriggio del 14 agosto, la vigilia di ferragosto, quando il comunicato della Farnesina annuncia che “il Governo italiano ha deciso di inviare l’Ambasciatore Giampaolo Cantini nella capitale egiziana, dopo che – l’8 aprile 2016 – l’allora Capo Missione Maurizio Massari venne richiamato a Roma per consultazioni”. I telefoni cominciano a squillare: la famiglia di Giulio Regeni, il ricercatore […]

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Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”

Gli arabi israeliani, un “popolo invisibile”

Realismo sulla situazione dello Stato di Israele, che solo per abitudine o cecità si continua a pensare come democrazia compiuta, come stato coeso e solido. Disse Gideon Levy che i Palestinesi sono un popolo paziente, ma anche Giobbe, il Paziente per eccellenza, al culmine della sua sofferenza chiese ragione a Dio di tanto inesplicabile patire. […]

Caro ambasciatore Cantini…

Lettera aperta di Filippo Landi all’ambasciatore Giampaolo Cantini, in procinto di recarsi al Cairo come nostro rappresentante diplomatico in Egitto. Egregio Ambasciatore Giampaolo Cantini, mi perdonerà se mi rivolgo a lei pubblicamente, ma credo che sia importante che si conoscano alcuni fatti alla vigilia del suo arrivo al Cairo. Alla fine di agosto del 2015,Continua a leggere
Per quelli che… rimandiamoli in Libia

Per quelli che… rimandiamoli in Libia

mcc43 Storie per un’Europa più vecchia e gretta quanto più benestante e indifferente. Storie per noi, popolo di santi, poeti e navigatori secondo Benito Mussolini, mentre aggrediva l’Abissinia, e per i Francesi avvolti nella grandeur della Liberté Egalité Fraternitè del continuato saccheggio dell’Africa… Gebreel ha 28-anni, è nato sulle Montagne di Nuba in Sudan, dove il padre fu ucciso in un […]
Serraj e Haftar da Macron: una farsa, non un summit

Serraj e Haftar da Macron: una farsa, non un summit

mcc43  Questo articolo di  Times of Malta intitolato “A summit pantomine” riassume il ristagno della situazione in Libia, a fronte delle impressioni indotte dai media circa una situazione in via di evoluzione costruttiva. I rapporti fra i vari attori politici sono congelati al deprecato accordo del 2015 a Skhirat. Vedere La Libia e i giochi di […]
Non è stato inutile, lottare per Charlie Gard

Non è stato inutile, lottare per Charlie Gard

Va bene, alla fine Charlie Gard lo hanno soppresso – nel suo «best interest», naturalmente – come volevano fin dall’inizio, avendo impedito al suo babbo e alla sua mamma di fare tutto quello che potevano (e che non era irragionevole) per cercare una sia pur improbabilissima cura. Ma le cose non sono andate come volevano […]

Ancora minacce agli avanzamenti democratici in Tunisia

Monica Marks ricercatrice associata al programma WAFAW (When authoritarianism fails in the Arab World) del Consiglio Europeo per la ricerca, titolare di una borsa Rhodes. Tra il 2012 e il 2016 ha condotto 1200 interviste in Tunisia nel quadro delle sue ricerche. La settimana scorsa è stata molto pericolosa per la fragile democrazia tunisina. Nei prossimi giorni due progetti di […]
RAQQA: L’ALTRA FACCIA DELLA LIBERAZIONE

RAQQA: L’ALTRA FACCIA DELLA LIBERAZIONE

Fino a qualche tempo fa, gli attivisti di Raqqa Is Being Slaghtered Silently (RBSS) erano portati in palma di mano da molti organi mainstream, fino ad essere insigniti dell’International Press Freedom Award nel 2015. Le loro corrispondenze clandestine da Raqqa, in cui, a rischio della vita, denunciavano i crimini e gli orrori commessi dai tagliagole […]
Controversie culinarie. I segreti dei “mezze”

Controversie culinarie. I segreti dei “mezze”

0x-mezzesinPetraJordan-110Hummus, falafel, mezze. Viaggio storico-culturale tra i piatti più caratteristici della cucina mediorientale in compagnia di artisti, blogger, cuochi e rifugiate, un cibo che è spazio di incontro e scambio in tutto il bacino del Mediterraneo nonostante i conflitti che attraversano la regione.

Egitto, con l’attacco di Hurghada un altro affronto al rilancio del turismo: il 2017 non è più l’anno della svolta

“Non voglio gli egiziani, non è voi che cerchiamo”. La frase che, secondo i testimoni oculari, sarebbe stata pronunciata dall’attentatore di Hurghada, suona come uno smacco, un affronto contro i piani del governo egiziano che sembrava aver scelto il 2017 come l’anno definitivo per il rilancio del turismo. Al momento non c’è ancora nessuna rivendicazione […]

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Gaza deve vivere per la vita di tutta la Palestina

Gaza deve vivere per la vita di tutta la Palestina

gaza-110La vita della popolazione di Gaza è seriamente messa in pericolo e noi, cittadini/e del mondo, associazioni, gruppi, non credenti e credenti di fedi diverse, sentiamo la responsabilità di agire laddove le Risoluzioni hanno fallito, e porre allattenzione internazionale questo lento genocidio.

Venice in peril

Venice in peril

Ho visitato la bellissima mostra di tappeti alla Ca’ d’Oro e mi sono fermata nel magnifico chiostro a pianterreno, coi  suoi pavimenti coperti di mosaici strabilianti, la vera da pozzo nel cortiletto in cui si affacciano bifore delicate; lontano dalla quotidianità di Venezia, dove i turisti ti sbattono addosso i loro zaini nei vaporetti, orde di … Continua la lettura di Venice in peril

La dolorosa mutazione di Ennahda in Tunisia

Thierry Brésillon   Nel maggio 2016 Ennahda ratificava una riforma di fondamentale importanza, determinante sia per il proprio futuro che per l’evoluzione dell’islam politico in un nuovo contesto post-autoritario. Essenzialmente si trattava  della trasformazione di un movimento, nato a partire dagli anni ’70 come resistenza culturale alla modernizzazione all’occidentale voluta da Habib Bourghiba e passato all’azione politica negli anni ’80, in […]

Intervista a C. Bertolotti. Afghanistan, i talebani vogliono negoziare: "inutile escluderli"

(Agenzia DIRE); Camera dei Deputati, ROMA – C. Bertolotti: "L’Afghanistan non e’ in grado di camminare con le proprie gambe, si trova quindi in una fase di grande pericolo per il futuro dei suoi abitanti e delle sue istituzioni. E i Talebani si stanno dimostrando favorevoli a sedersi al tavolo negoziale con Kabul, per avere la loro parte nella gestione del Paese. Lo ha spiegato
La scelta di Sudabeh

La scelta di Sudabeh

E’ la traduzione del romanzo Bamdad-e khomar che in Iran è giunto alla 56^edizione vendendo milioni di copie e suscitando un acceso dibattito non solo tra i lettori iraniani ma pure tra gli studiosi di letteratura persiana. Romanzo popolare ambientato nella Tehran del 1900 esplora i temi delle differenze sociali e della condizione delle donne offrendo … Continua la lettura di La scelta di Sudabeh
REPORT DELLA RIUNIONE DEL COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 7 OTTOBRE. LUNEDI’ 3 LUGLIO MANIFESTAZIONE A ROMA PER LA LIBERTA’ E LA DEMOCRAZIA IN EGITTO.

REPORT DELLA RIUNIONE DEL COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 7 OTTOBRE. LUNEDI’ 3 LUGLIO MANIFESTAZIONE A ROMA PER LA LIBERTA’ E LA DEMOCRAZIA IN EGITTO.

Report della riunione del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre “Pace e libertà per il popolo siriano”. Si è svolta a Roma sabato 10 giugno la riunione del comitato promotore della manifestazione del 7 ottobre in solidarietà con il popolo siriano. Abbiamo discusso gli sviluppi della situazione in Siria e nell’area mediorientale: mentre continuano […]
Obrovac, una città fantasma tra i parchi naturali di Croazia

Obrovac, una città fantasma tra i parchi naturali di Croazia

bar Oluja-110La natura selvaggia che la circonda è di una bellezza indescrivibile. La vita qui, una volta, era semplice e felice. Purtroppo, due popoli che da sempre hanno vissuto insieme, serbi e croati, ad un certo punto hanno smesso di farlo, nonostante avessero stesse radici, lo stesso codice genetico, parlassero la stessa lingua, avessero le stesse abitudini e gli stessi riti.

Egitto, governo silenzia i media: bloccati 63 giornali online e app di messaggistica. “Stretta in vista delle presidenziali 2018”

Negli ultimi giorni sulle bacheche dei social network di molti attivisti egiziani circola una vignetta: il presidente Abdel Fattah El-Sisi tiene in mano un cavo spezzato con i fili elettrici a penzoloni ed esclama “No internet”. La caricatura è stata pubblicata da Mada Masr, uno dei 63 giornali online bloccati nelle ultime due settimane dal […]

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L’arte contemporanea si fa nel parco. Notenere II a Roma

L’arte contemporanea si fa nel parco. Notenere II a Roma

14 Notenere Jerico-4 110Un pomeriggio assolato di maggio, un parco nella periferia di Roma, tre giovani artisti e un progetto originale e totalmente indipendente, ai limiti della legalità, per riscoprire e vivere il verde urbano e avvicinare il pubblico all’arte contemporanea. Con i pennelli e le installazioni di Samuele Gore, Andrea X e Jerico rivive un casale abbandonato, grazie a un collettivo di giovani curatrici, Matri-Pictoska.

“Muslim Women” and Gender Inequality in Australia’s Assimilationist-Multicultural Policies. Participation in Sport as a Case Study

“Muslim Women” and Gender Inequality in Australia’s Assimilationist-Multicultural Policies. Participation in Sport as a Case Study

Published on “About Gender” 6 (11), 2017: 324-353. Available online at: http://www.aboutgender.unige.it/index.php/generis/article/view/383 Abstract When talking about Islam, the “religionization” of subjects – in particular female subjects – becomes the primary analytical tool to describe power relations within cultural groups and in multicultural societies. Likewise, religionization is widely employed in neoliberal western societies to discuss the […]

La parabola del pastore e il terrorismo

Santiago Alba Rico Un anno e mezzo fa scrivevo a proposito di Mabrouk Soltani, un giovane pastore tunisino del villaggio di Dauar Slatniya, ai piedi del monte Mghilla, tra Kasserine e Sidi Bouzid, la doppia culla della rivoluzione del 2011 che rovesciò Ben Ali. Il 14 novembre del 2015 Mabrouk fu assassinato dal gruppo terrorista Okba Ibn Neefa (affiliato all’AQMI) […]
White Helmets, Not White Collars

White Helmets, Not White Collars

Source: the Independent. White Helmets, Not White Collars http://www.syriauntold.com/en/2017/06/white-helmets-not-white-collars/ By Estella Carpi. Last autumn, Max Blumenthal’s commentary on the White Helmets in Syria went viral in the international media. At the same time, the 2016 White Helmets movie and the “Hollywoodization” of civilian search and rescue operations became objects of discussion and even suspicion in […]
Il Rif marocchino, cronaca  e genesi di un’escalation.

Il Rif marocchino, cronaca e genesi di un’escalation.

Non è bastata la visita della delegazione ministeriale che si era recata nel Rif, per calmare le acque torbide in cui la regione naviga da sette mesi.  Il tour di Aziz Akhenouch e i suoi colleghi- ripresi dalle telecamere in un atteggiamento dialogante, con  rappresentanti della società civile e dei settori produttivi: artigiani, commercianti, e … Continua a leggere

Egitto, attentato contro i copti: lo Stato islamico reagisce alle perdite in Siria e Iraq

Un nuovo attacco violento e militarmente ben organizzato ha colpito la minoranza cristiana in Egitto nella provincia di Minya il giorno prima dell’inizio del Ramadan, il mese sacro per i musulmani. Un attentato – senza ancora rivendicazione – che arriva poco più di un mese dopo le esplosioni della domenica delle palme e dopo il […]

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Il Rif marocchino non ha smesso di “agitarsi

«Non esistono compromessi nella rivendicazione della libertà » AbdelKerim EL khettabi. È passato più di un anno da quando Mohcine Fekri, venditore ambulante di pesce, è morto accidentalmente in un compattatore della spazzatura, cercando di salvare la sua merce confiscata dalla polizia. Da allora, El Hoceima la capitale del Rif marocchino,...

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Trump e l’ambizione di un accordo di pace tra Israele e i paesi arabi. Il piano del presidente tra scetticismo e Russiagate

La visita in Israele di Trump sembrava la parte più semplice del primo viaggio all’estero del quarantacinquesimo presidente americano. Ma dopo le rivelazioni sul caso, ormai conosciuto come Russiagate, i tre giorni a Tel Aviv e Gerusalemme saranno invece quelli più densi e difficili. A dirlo è il New York Times che sottolinea come la […]

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LE INIZIATIVE DI SABATO 20 MAGGIO

LE INIZIATIVE DI SABATO 20 MAGGIO

20 maggio giornata nazionale di mobilitazione “ Pace e libertà per il popolo siriano” verso la manifestazione nazionale del 7 ottobre L’elenco delle iniziative di questo fine settimana che avviano il percorso di dibattito e mobilitazione verso la manifestazione nazionale del prossimo 7 ottobre. Venerdì’ 19 maggio : Firenze : ore 17.00 presidio in piazza […]

Ibrahim Ferghali e Johnatan Wright

Tempo fa, ho pubblicato un pezzo sulla traduzione dall’arabo (qui) nel quale citavo l’intellettuale egiziano Ibrahim Ferghali (qui) e Giabir al-‘Usfur (qui) e commentavo quanto da loro affermato in ordine alla traduzione dall’arabo nelle lingue europee, affermando che dovremmo tener … Continua a leggere

Ibrahim Ferghali e Johnatan Wright
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Imparare a dire no, grazie

Qualche giorno fa, Chiara Comito ha pubblicato un post sulla sua pagina facebook nel quale, commentando il festival Mediterraneo Downtown di Prato, afferma: Al Festival Mediterraneo Downtown di Prato hanno mischiato geopolitica, attivismo e cultura da Mediterraneo, Caucaso ed Europa. … Continua a leggere

Imparare a dire no, grazie
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata

di Anatole Pierre Fuksas

La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico marcato dalla distinzione tra una destra di matrice borghese e una sinistra di matrice proletaria, variamente evolute in termini sociali, economici e culturali attraverso i grandi sconvolgimenti prodottisi dalla caduta del Muro di Berlino fino ad oggi.…

Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

SABATO 20 MAGGIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

SABATO 20 MAGGIO GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

Verso la Manifestazione Nazionale a Roma del 7 OTTOBRE 2017 PACE E LIBERTÀ PER IL POPOLO SIRIANO E PER I POPOLI DEL MEDIO ORIENTE Muove i primi passi il percorso di mobilitazione verso la manifestazione nazionale del 7 ottobre.  Da oltre sei anni la Siria è teatro di violenze e orrori indicibili. Le pacifiche manifestazioni […]
Rogo Rom a Roma

Rogo Rom a Roma

Centocelle-110Regolamento di conti o violenza xenofoba? La domanda è aperta. Certo è che l’incendio che ha distrutto il camper in cui dormiva una famiglia Rom, genitori e 11 figli, nel parcheggio del centro commerciale Primavera a Centocelle, popoloso quartiere romano, è stato doloso. Le telecamere di sicurezza hanno inquadrato un uomo che lancia una bottiglia incendiaria contro il veicolo. Così nella notte tra il 9 e il 10 maggio hanno perso la vita una ragazza di 20 anni e due bimbe di 8 e 4 anni, Francesca, Angelica e Elisabeth Halinovic.

UN PERCORSO SOLIDALE E INTERNAZIONALISTA DA COSTRUIRE

UN PERCORSO SOLIDALE E INTERNAZIONALISTA DA COSTRUIRE

Di seguito, il report della riunione dei promotori della manifestazione in solidarietà con la Siria e i popoli del Vicino Oriente e contro il decreto “Minniti – Orlando”. Qualche considerazione preliminare è d’obbligo. Da un lato, sarebbe folle e irresponsabile promuovere una manifestazione in concomitanza con una kermesse colossale come sarà, prevedibilmente, la cosidetta “Marcia […]
La vita di strada

La vita di strada

La vita di strada | babelmed | culture méditerranéenneAll’ombra della Pineta Sacchetti un gruppo di abitanti prova a ricostruire la storia e l’identità di uno scampolo di città stretto tra Primavalle, il Forte Braschi, il parco con i suoi pini. Aneddoti e ricordi condivisi dalle generazioni più anziane entrano in sinergia con le pratiche artistiche delle generazioni più giovani - dalla street art alla danza hip hop - per una rinascita che dai muri e dalle serrande decorate si espande a ricostruire una comunità viva nel progetto Pinacci Nostri. 

Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social

Tunisia, il difficile equilibrio tra tradizione e modernità al tempo dei social

gay-tu-110Nelle ultime settimane sui social tunisini si sono scatenati infiammati dibattiti fra tradizionalisti e modernisti, islamisti e laici. Omosessualità, scienza, libertà di espressione, anche quando ci si riferisce ai precetti religiosi. Un segnale di vitalità dall’esito non scontato, tra radicalizzazione islamica e resistenza in nome della modernità. Chi non si lascia distrarre dalle battaglie per i propri diritti sono e continuano a essere le donne.

Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality

Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality

Photo taken by: Right to Play, Ethiopia. Call for Abstracts, WOCMES 2018 Playing on the Move: Understanding Play, Care and Migration through Inter-relationality In the wake of the latest migration flows from the Middle Eastern region, mostly the result of economic hardships and protracted political failures, humanitarian and development organisations have increasingly been relying on […]

Pasqua, in Egitto senza festeggiamenti dei copti dopo gli attentati: “Pregare è diventato pericoloso”

Il ritorno in chiesa dei cristiani, a una settimana dagli attacchi delle domenica della Palme, avviene in una Cairo blindata da polizia e esercito con lo stato di emergenza che, come deciso dal presidente Sisi, andrà avanti provvisoriamente per tre mesi. “Sono stati annullati tutti i festeggiamenti, ad eccezione della sola celebrazione della Santa Messa di […]

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Space of Refuge Symposium Report

Space of Refuge Symposium Report

Originally posted on Refugee Hosts :
On Wednesday 15 March 2017, Samar Maqusi, Prof. Murray Fraser (both of UCL-Bartlett School of Architecture) and Dr Elena Fiddian-Qasmiyeh (UCL-Geography and Refugee Hosts PI) convened a symposium on Space of Refuge. The symposium drew heavily on Maqusi’s PhD research in Jordan and Lebanon, enabling a conversation around the roles that space and scale play…

Il Marocco ha un governo

Dopo cinque mesi di travaglio e un parto doloroso – con il siluramento di Benkirane – alla fine è nata la coalizione di governo che guiderà il Marocco per i prossimi cinque anni. Ci è voluto uno psichiatra per mettere tutti d’accordo, e porre fine a quello che stava diventando un...

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Il Marocchino

Il leader populista olandese Geert Wilders aveva lanciato la sua campagna elettorale usando toni forti nei confronti degli immigrati marocchini, definiti “feccia” e promettendo di fare “di nuovo nostra” l’Olanda. Ora, la comunità marocchina ha una percentuale altissima e rappresentano l’islam nel paese. Ma è anche una comunità integrata che...

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Finanza Halal, un nuovo traguardo per il Marocco

Grande attesa per il lancio della finanza islamica in Marocco. A maggio di quest’anno il sistema bancario marocchino si doterà di prodotti finanziari Halal. In ritardo rispetto a tutti gli altri paesi musulmani, il Regno del Marocco ha autorizzato cinque banche islamiche ad entrare nel tessuto bancario del paese.  Si tratta...

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Egitto, Hosni Mubarak torna in libertà: l’ultimo colpo di coda della restaurazione

Il ritorno del regime militare del presidente Abdel Fattah El-Sisi aveva già abbondantemente fatto ripiombare l’Egitto negli anni bui della dittatura prerivoluzionaria. Ma l’ultimo colpo di coda della restaurazione è arrivato oggi, l’ultimo tassello che riabilita persino la famiglia Mubarak nello scenario politico del Paese. La Procura generale del Cairo ha disposto infatti il rilascio […]

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I’m migrant di Luca Negrini

I’m migrant di Luca Negrini

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Interpreting the matter of constant transition for the different actors inhabiting Lampedusa (Italy) and gathering their common needs together with what the island is lacking.

“Sleep, dear Chevalley, the Sicilians
want Sleep and they always hate
the one who wants to wake them,
even if he would bring them
the most beautiful presents; the
Sicilians never want to improve for
the simple reason that they think
themselves perfect; their vanity is
stronger than their misery; every
invasion by outsiders, whether
so by origin or, if Sicilian, by
independence of spirit, upsets their
illusion of achieved perfection, risks
disturbing their satisfied waiting for
nothing”
da “Il Gattopardo” , Tomasi di Lampedusa

The island of Lampedusa has for many years seen a constant flow of newcomers and tourists, staying only for a short period of time and then leaving. This has brought significant changes to the Lampedusian society that is slowly abandoning local traditions and methods in order to prioritize tourism. Through the creation of a meeting space, the project aims to exploit the big flow of people in a positive way to create different opportunities among the people inhabiting the island.

The project aims to fill up what the Island and its people are lacking and, at the same time, have a symbolic value as landmark and memory of what Lampedusa has been going through in the last years.

My reaction to the reality of this small Mediterranean Island, full of contradictions and potential, is a “bridge building” which wants to connect the main town street to the sea and be a clear response to the actual stillness of the government and local authorities in front of the current situation.

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Papers: I’m migrant di Luca Negrini

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Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Protezione sussidiaria ad un cittadino Pakistano proveniente dalla regione del Punjab.

Si ringrazia l’​Avv. Carlo Tramonte​ per la segnalazione ed il commento.

Il Giudice, evidenziando che nella regione pakistana del Punjab “… si registra una situazione di gravissima insicurezza in conseguenza dell’attività terrotistica posta in essere da parte di alcuni gruppi armati dell’estremismo islamico …”, ha riconosciuto al ricorrente, proveniente da tale regione, la protezione sussidiaria, ritenendo sussistenti i presupposti di cui all’art. 14, lett. c), D.lgs 251/07.

Scarica l’ordinanza:

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Ordinanza Tribunale di Palermo del 30 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Pakistan

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Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Si ringrazia l’AVV. Chiara Maiorano per la segnalazione ed il commento.

Il Ricorrente aveva dichiarato durante l’audizione in commissione territoriale di aver lasciato il proprio paese per cercare un lavoro in europa, in quanto in Senegal viveva in stato di povertà.

ll giudice, esaminato il ricorso, ha concesso al ricorrente la protezione umanitaria fondando la propria decisione unicamente sulla valutazione positiva dell’impegno profuso dal ricorrente durante il periodo dell’accoglienza: “ Si deve evidenziare che il ricorrente si sia positivamente impegnato nell’apprendimento della lingua italiana e che lo stesso si è impegnato in attivi.

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Ordinanza Tribunale di L’Aquila del 01 dicembre 2016

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Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Si ringrazia l’Avv. Stefano Maiorano per le segnalazioni. Il commento è della redazione.

Il Tribunale di Lecce con queste due ordinanze fornisce una ulteriore conferma dell’orientamento della giurisprudenza italiana nel ritenere i richiedenti asilo provenienti dal Mali aventi diritto perlomeno ad una protezione umanitaria.
Entrambe le sentenze ribaltano il parere della Commissione territoriale ed attraverso un’analisi geopolitica approfondita considerano il Paese, ed in particolare la regione di Kayes nel sud, in una situazione non ancora del tutto stabilizzata e caratterizzata da episodi di violenza localizzata. Una situazione “comunque grave che si è deteriorata nell’ultimo anno”, a tal punto da ritenere che “sussistano gravi motivi umanitari che impediscono il ritorno del richiedente”.
Alla luce di queste considerazioni ci domandiamo come l’Ue e soprattutto l’Italia possano stringere “patti su misura” con il Mali e, citando l’Alto rappresentante UE per gli Affari esteri Federica Mogherini, “impegnarsi in modo così specifico con un paese africano sul rientro dei richiedenti asilo respinti”, quando invece non solo le condizioni oggettive non lo permettono, ma avrebbero tutto il diritto a vedersi riconosciuta una tutela umanitaria. (ndr)

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Tribunale di Lecce, ordinanza del 18 gennaio 2017

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Tribunale di Lecce, ordinanza dell’8 febbraio 2017

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Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione.

Una pronuncia molto interessante del Tribunale di Roma, che ha ritenuto illegittimo il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di attesa asilo politico (invece del permesso di soggiorno per motivi umanitari) da parte della Questura di Roma per un richiedente asilo a cui la commissione aveva accordato la protezione umanitaria e che di conseguenza aveva impugnato il provvedimento per ottenere il riconoscimento di una protezione internazionale.
Il Tribunale civile di Roma ribadisce che la Questura non ha alcun potere decisionale in questa fase in ordine alla tipologia di permesso da rilasciare e ricorda che l’art. 19 del Dlgs 150/2011, in caso di impugnazione ex art. 35, nel sancire l’effetto sospensivo si riferisce “all’efficacia esecutiva del provvedimento negativo dell’Autorità Amministrativa, vale a dire l’esecuzione di un provvedimento di espulsione”, e non anche al provvedimento che riconosce una protezione umanitaria.

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Tribunale di Roma, ordinanza del 6 febbraio 2017

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Leila Alaoui, “Je te pardonne” alla Galleria Continua

Leila Alaoui, “Je te pardonne” alla Galleria Continua

La Galleria Continua di San Gimignano ospita dal 18 Febbraio al 23 aprile la personale postuma di Leila Alaoui, fotografa e video artist franco- marocchina. La mostra presenta un insieme di scatti fotografici provenienti da varie serie di lavori dell’artista, realizzati in diversi paesi del mondo: “Les marocains” realizzato in...

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A Rosarno tra parole e lotta

A Rosarno tra parole e lotta

La Calabria è così, passi una volta, ti fermi e poi sei costretto a tornarci.
Rosarno non si può definire una località di villeggiatura, “spostata” dalla tratta di un’autostrada infinita, adagiata, come nel volere degli antichi greci, in una collina che guarda il mare.
La terra della Piana (di Gioia Tauro) oggi, e Rosarno in particolare, è stata stuprata da un abusivismo selvaggio, un inquinamento visibile ad occhio nudo, un continuo di opere mia finite. La stessa terra in cui, per più di cinquant’anni, si sono combattute le ‘ndrine e lo sfruttamento lavorativo (vedi articolo di Terrelibere.org).

Tra connivenze istituzionali, vecchie e nuove lotte politiche e povertà dilagante

Siamo tornati a Rosarno, e lo facciamo oramai da più di un anno, per continuare a dar voce, in ogni senso, a coloro che, ultimi tra gli ultimi, dimenticati e sfruttati, raccolgono la nostra frutta per pochi euro al giorno nella terra dove la disoccupazione ha fatto scappare i giovani e intristito i vecchi.
Siamo tornati a Rosarno perché oggi più di ieri siamo convinti che la parola, in questo caso la parola italiana, sia fondamentale per l’acquisizione di diritti e dignità dei tanti braccianti africani che, come fantasmi, in una sorta di “prostituzione lavorativa”, vagano tra le campagne della Piana alla ricerca di un “lavoro”, eufemismo contemporaneo per definire la nuova, capillare, schiavitù.

Siamo tornati a Rosarno e per più di una settimana abbiamo portato avanti dei corsi di prima alfabetizzazione all’interno e all’esterno del ghetto, tra capre squartate, roghi di plastica bruciata, cumuli di spazzatura puzzolente, baracche in costruzione e prostitute scosciate a bordo strada.
San Ferdinando è proprio questo! Una grande zona industriale, per lo più abbandonata, a sinistra una tendopoli istituita nel 2010, subito dopo la famosa Rivolta, con annesso ghetto in espansione, a destra una grande fabbrica occupata. Tra ghetto e fabbrica vivono oggi più di 2500 braccianti in condizioni disumane e in attesa di spostarsi verso altre località del Sud per l’avvio di altre raccolte agricole. E questo è solo un piccolo lembo di un territorio, quello della Piana, che “ospita” migliaia di braccianti, per lo più rumeni, bulgari e africani, che spuntano la mattina in concomitanza di qualche incrocio per farsi accompagnare al campo dal caporale di turno. Caporale che è l’anello debole della catena o meglio “l’ultima ruota del carro”.

Pensare di debellare lo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’arresto di qualche caporale o qualche mafioso è pura follia.

Un po’ come scrive Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica in un editoriale uscito proprio ieri dal titolo “Uomini e caporali nella Puglia che brucia” dimenticandosi (sic!) di menzionare la Grande Distribuzione organizzata che, imponendo prezzi dei prodotti e bocciando politiche legate ad esempio all’etichetta narrante, diventa la burattinaia di un Sistema voluto e ben rodato!

Dopo lo sgombero del ghetto di Boreano la scorsa estate e di quello di Rignano qualche giorno fa, quello di Rosarno resta il ghetto per antonomasia e, probabilmente, sarà così per molto altro tempo ancora. Un po’ perché simbolo di una Rivolta mai del tutto metabolizzata, un po’ perché frutto di strategie politiche che, in terra di ‘ndrangheta, profumano molto di connivenza.
L’ultima trovata delle istituzioni locali sarebbe quella di costruire, sempre all’interno della zona industriale, una nuova tendopoli, recintata e sorvegliata, dove inserire circa 500 braccianti, scelti non si sa in base a quali elementi, in un contesto che potrebbe tranquillamente riprodurre un regime simile a quello detentivo. Costo della trovata tra 600 e 700 mila euro.

Noi abbiamo risposto, e risponderemo, continuando i corsi di italiano all’interno del ghetto e del campo containers e con la costruzione di una struttura polifunzionale, Rosarno Hospital(ity) school, che, per la prossima stagione agrumicola, diventerà uno spazio condiviso all’interno di un ghetto marginalizzato.
Siamo tornati a Rosarno convinti che la parola sia l’unica arma per difendere i propri diritti ed affermare i propri bisogni.

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Links utili:

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Collettivo Mamadou su FB — [email protected]

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Echoes un film di Gabriele Cipolla

Echoes un film di Gabriele Cipolla

La prima proiezione del film il 7 marzo al Respect Belfast Human Rights Film Festival.

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Sinossi

Con l’acuirsi della crisi migratoria causata dalla guerra in Siria, Ungheria, Serbia e Macedonia chiudono i loro confini a migliaia di persone in fuga, interrompendo un’antichissima via migratoria: la rotta balcanica. In Grecia, lungo il filo spinato del confine macedone, uomini, donne e bambini si riuniscono nei campi profughi, immense tendopoli autogestite, dove NGO, volontari e attivisti sfidano il gioco delle mafie dei trafficanti di esseri umani.

Echoes ritrae un limbo nel quale alla disperazione di un futuro sospeso si contrappone una resistenza vitale e ostinata, concentrando il suo sguardo sul giorno precedente allo sgombero di Eko Station, l’ultimo campo informale rimasto nel nord della Grecia.
Attraverso le frequenze di una radio pirata parole e canti ribelli riecheggiano nel silenzio imposto dalla fortezza Europa.

ECHOES trailer (eng) from ECHOES FILM on Vimeo.

“Sono arrivato ad Eko camp a maggio del 2016”, scrive Gabriele, “insieme ad un gruppo di attivisti con cui collaboravo ormai da qualche mese. Stavamo portando nei campi autogestiti ed informali ai confini dell’Europa una radio pirata, Radio Noborder, uno strumento di aggregazione, ma anche una possibilità di racconto, un modo per le persone di darsi voce.
Fin dal primo ingresso nel campo mi sono reso conto che la presenza di macchine fotografiche, camere e cellulari era davvero diffusa: il campo aveva una copertura mediatica intensissima ogni giorno.

L’atto di filmare per me nasce quasi come una necessità, ma in quel momento mi chiesi se aggiungere l’ennesimo punto di vista, l’ennesimo sguardo, fosse davvero la cosa giusta da fare.
Così rimasi qualche giorno alla radio, senza utilizzare la camera se non per brevi filmati, partecipando alle trasmissioni e osservando come in realtà il nostro appuntamento quotidiano stesse diventando un punto di riferimento nel campo.
Ogni pomeriggio, centinaia di persone si ritrovavano intorno al gazebo che avevamo montato e condividevano storie, musiche e racconti al nostro microfono.
Fu così che conobbi prima Hussein, un giovanissimo rapper siriano rifugiato con il quale girai il videoclip di una sua canzone e poi iniziai a frequentare quotidianamente Mohammed e la sua famiglia allargata.

Ogni film comincia principalmente da un incontro, il processo di avvicinamento con i personaggi, che può durare anche mesi, è per me il momento fondamentale. Il tempo necessario alla conoscenza reciproca, mi fa capire quale sia la giusta distanza tra me, il soggetto e la camera, e inizia a creare l’orizzonte visivo entro il quale le nostre esperienze si incontreranno e diventeranno una narrazione anche per gli altri.
Quando ho intuito che era il momento di girare, io e Mohammed eravamo diventati amici. Seguirlo nei suoi spostamenti all’interno del campo ci sembrava naturale. Decisi così di concentrarmi sul racconto della sua quotidianità, evitando di spettacolizzare le loro vite o di approfondire esplicitamente il contesto socio politico di larga scala.

Vivendo per settimane insieme agli abitanti di Eko camp, ho sentito la necessità di riportare le persone al centro del discorso, facendole diventare i soggetti attivi delle loro narrazioni, per abbracciare la complessità di ciò che ci fa continuamente sperare, nonostante tutto e nei modi più impensati, ad un domani diverso”.

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Un film di
Gabriele Cipolla

con
Davide Agnolazza
e Mohammed JJO

produzione:
Radio Noborder
Radio Noborder è una radio web e pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.

#overthefortress
#Overthefortress è una campagna lanciata dal progetto Melting Pot Europa che mira al monitoraggio ed alla solidarietà attiva nei confronti dei migranti.

Macao
Macao è un centro indipendente per l’arte, la cultura e la ricerca.
Ha sede in una palazzina liberty, nel mezzo di una enorme area abbandonata vicina al centro di Milano. Propone un programma multi settoriale che ospita progetti, eventi e residenze nei più svariati campi dell’arte e della ricerca: arti visive e performative, cinema, fotografia, letteratura, musica, design, hacking, new media. È coordinato da una assemblea aperta di artisti e attivisti.

Durata: 76 min.
Lingua: Arabo, Curdo Siriano, Inglese
Sottotitoli: Inglese, Italiano
Formato di ripresa: digital 4k
Formati disponibili per la riproduzione: 4k DCP, HD file

Fotografia/montaggio/postproduzione:
Gabriele Cipolla

Mix audio:
Marc Brunelli

Musiche:
Eko camp
MZKY

Traduzione:
Kovan Direj

Sottotitoli:
Davide Agnolazza

Bio del regista:
Gabriele Cipolla, classe 1984, vive e lavora a Milano. Dopo aver frequentato la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, perfeziona il suo percorso come film maker studiando ripresa e direzione della fotografia presso la scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’. Il suo campo di ricerca spazia tra la cinematografia e le arti visive, lavorando parallelamente nel settore commerciale e nella sperimentazione, con progetti audiovisivi indipendenti. Dal 2012, Gabriele Cipolla è docente di post produzione cinematografica e di tecniche di regia presso la Scuola di Cinema ‘Luchino Visconti’ e l’università NABA.

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[Confini]
Grecia, lungo il confine della fortezza Europa.
L’ingente flusso di profughi causato dal prolungarsi del conflitto siriano ha portato alcuni paesi europei a prendere decisioni drastiche in materia di immigrazione. Paesi come l’Ungheria, la Serbia e la Macedonia, spinti da interessi politici xenofobi e populisti, ed in assenza di una presa di posizione chiara da parte dell’Europa, chiudono i loro confini ai migranti, portando di conseguenza all’interruzione di una delle vie migratorie storiche, la cosiddetta ‘rotta Balcanica’. Nel giro di pochissimo tempo migliaia di persone in transito ed in fuga si sono trovate bloccate lungo il confine settentrionale greco, separate dai familiari che li hanno preceduti, anche solo di qualche giorno. Si tratta soprattutto di persone provenienti dalla Siria, ma non solo: Afgani, Pachistani, uomini e donne provenienti dall’Africa centrale e settentrionale. In tutto, 60.000 tra rifugiati e migranti, politici o economici, ammassati lungo una linea ufficialmente invalicabile, dove si muove il più sordido dei poteri, quello delle mafie che trafficano essere umani.

Lungo gli snodi del territorio greco si formano spontaneamente numerosi campi profughi, tra i quali il più grande è quello di Idomeni, proprio a ridosso del confine Macedone, dove 13.000 persone, in un’immensa tendopoli, premono per oltrepassare la linea immaginaria che li divide dalla prossima tappa del loro viaggio. Il confine, tracciato perpendicolarmente ai binari arrugginiti di uno scalo merci, è difeso dalla polizia greca e macedone in assetto anti sommossa; scoppiano quasi quotidianamente dei disordini. All’interno del campo, la situazione igienico sanitaria è precaria, solo alcune NGO e soprattutto centinaia di attivisti da tutta Europa cercano di portare conforto e sostegno ai migranti in difficoltà. I campi autogestiti con le loro manifestazioni di protesta attirano su di sé molta attenzione mediatica e il governo greco, nel maggio 2016, è costretto a fare la sua mossa. In aree industriali dismesse e precarie, vengono costruiti dal nulla decine di campi governativi, gestiti esclusivamente dall’esercito greco. Le strutture risultano subito inefficienti e impreparate all’accoglienza, ma le operazioni di sgombero dei campi informali partono immediatamente. L’imperativo imposto dai militari è l’assoluto controllo delle presenze nei campi: alle organizzazioni di supporto è permesso entrare, gli attivisti e le piccole associazioni vengono bandite.

Le operazioni di sgombero di Idomeni e degli altri campi informali fanno parte di un processo inarrestabile, ma, per quanto sia ingente il dispiegamento di forze in campo, che necessita di tempo. Migliaia di migranti continuano ad accamparsi lungo il confine, anche per l’iniqua politica che divide i richiedenti asilo dai migranti definiti ‘economici’. Mentre da una parte, per far abbassare la tensione e facilitare le operazioni, viene paventata una rapida soluzione per i Siriano-Iracheni, in fuga dalla guerra, attraverso il Programma di Ricollocamento Europeo, dall’altra, grazie all’accordo tra Europa e Turchia, si aprono scenari di espulsione e rimpatrio obbligatorio per tutti gli altri. Nei campi di Hotel Hara e BP, tra gli ultimi informali rimasti a pochi chilometri da Idomeni, ogni notte centinaia di persone disperate tentano un’ultima carta affidando la vita e gli ultimi risparmi ai trafficanti.
Nel frattempo, dai campi governativi trapelano i racconti delle persone deportate al loro interno. Racconti di una situazione di totale abbandono, ancora più precaria che nei campi ribelli, dove ancora possono lavorare volontari ed attivisti.

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[Eko Camp]
Alla campagna di sgomberi nei confronti dei campi informali sopravvive solo Eko Station, ultima realtà non governativa dove i migranti continuano a vivere o transitare.
Il campo sorge all’interno di un’area di rifornimento, lungo l’autostrada che collega il confine macedone a Salonicco. Si tratta di un campo popolato in maggioranza da curdi siriani, sorto quasi in contemporanea ad Idomeni, e che nel periodo di massima portata arriva ad ospitare circa 4.000 persone, delle quali oltre la metà bambini. Il campo è autogestito dai migranti, un avamposto di Medici Senza Frontiere fornisce supporto medico e generi di sussistenza, mentre associazioni, volontari ed attivisti si occupano della distribuzione alimentare e dell’allestimento di strutture educative e ricreative. Tra le tende, che si ammassano anche tra le pompe di benzina in disuso, quotidianamente svolgono le loro attività una scuola, uno spazio donne, un centro mobile di assistenza legale e una radio, Radio NoBorder.

Nonostante le minacce di uno sgombero forzato e le lusinghe della millantata e imminente partenza del Programma di Ricollocamento Europeo, Eko camp rimane fino alla fine popolato della sua gente. La resistenza verso le deportazioni nei campi governativi trae la sua convinzione dai racconti che in gran quantità arrivano al campo, attraverso le voci e le testimonianze delle persone che quotidianamente ne fuggono e grazie ai report degli attivisti, che sfidano capillarmente le imposizioni dell’esercito, violando le recinzioni e i divieti.

Eko camp respira e resiste, fino all’intervento della polizia in una triste mattina di giugno 2016, all’interno di una contraddizione che inspira l’intera esperienza del campo: da una parte le condizioni estreme alle quali i migranti sono costretti, l’umiliazione continua di una situazione precaria e inumana, dall’altra l’ultimo spazio di libertà rimasto, il solo punto di incontro con una Europa diversa, quella dei volontari e degli attivisti, che non impone un controllo ed un assistenzialismo fine a sé stesso, ma un processo di condivisione esperienziale e di costruzione.
Fino all’ultima lunga notte, da Eko camp, attraverso Radio NoBorder, risuonano insistentemente le voci e i canti di uomini e donne — prima che migranti o rifugiati, persone libere.

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[Radio NoBorder]
Radio NoBorder trasmette ogni giorno da Eko camp in FM, attraverso un ripetitore e una lunga canna da pesca usata come antenna, e in streaming internet, attraverso una parabola satellitare. La programmazione della radio si crea ogni giorno a partire dalle esigenze del campo: racconti di esodo e di denuncia si susseguono intervallati dalla musica suonata live dai musicisti o proveniente dai telefoni dei migranti. La piccola redazione della radio, situata in quella che potrebbe essere definita la piazza principale di Eko, diventa da subito un punto di riferimento per tutti gli abitanti della tendopoli, scandisce le attività quotidiane educative e di distribuzione, trasmette la preghiera che segna la fine del digiuno del Ramadan, offre la possibilità di raccontare le vicende individuali, che si trasformano in questo modo in storie di tutti.

Non è la prima volta che Radio Noborder si trova in un campo: è una radio pirata itinerante, che tratta il tema dell’immigrazione dando voce a migranti ed attivisti di tutto il mondo.
L’idea nasce nella primavera del 2016 da un gruppo di attivisti indipendenti durante la loro permanenza all’interno del campo informale di Idomeni, sul confine greco-macedone. NoBorder, una stazione radio FM, viene installata all’interno del campo e gestita per alcune settimane da una redazione composta sia da attivisti che da migranti.

Lo sgombero forzato del campo di Idomeni, avvenuto nelle prime settimane di maggio 2016, non segna la fine del progetto: si decide di trasferire la radio all’interno dell’altro grande campo informale della zona, EKO camp, ancora immune dall’ondata di sgomberi, e dove molti abitanti di Idomeni si erano rifugiati per sfuggire alle deportazioni.

La prima trasmissione da EKO è datata 31 Maggio 2016, sulla frequenza FM 95.00, e viene realizzata utilizzando un vecchio trasmettitore di Radio Popolare Milano e un’antenna autocostruita. Si inizia anche a trasmettere in streaming attraverso un’antenna satellitare risparmiata dalla furia delle ruspe ad Idomeni, installata in precedenza da #overthefortress per il progetto noborderWiFi.

La radio diventa subito il più importante luogo di aggregazione all’interno del campo e intorno ad essa si costruisce una comunità di persone che si alterneranno ai microfoni e alle conduzioni per circa un mese.

Rimane nel campo fino al giorno dello sgombero, la mattina del 13 giugno, quando la polizia fa irruzione all’interno dell’area obbligando i rifugiati a salire sui bus per essere deportati nei campi governativi e arrestando gli attivisti, compresi i conduttori della radio che stavano monitorando e documentando la situazione.

Dopo l’esperienza in Grecia, tutto il materiale tecnico viene portato in Italia in attesa di essere riutilizzato. L’occasione per riaccendere le trasmissioni non tarda: nel luglio del 2016, a Como, sul confine italo-svizzero, centinaia di migranti africani rimangono bloccati nel parco della stazione dei treni, a seguito di un importante giro di vite da parte della Svizzera in merito al passaggio dei migranti attraverso il proprio territorio. La radio seguirà per tutta l’estate le vicende di Como, portando le testimonianze dei migranti e dei tanti attivisti e volontari presenti.

In Italia le cose non vanno diversamente che in Grecia. Il campo di Como viene sgomberato e Radio Noborder, dopo qualche mese di pausa, si riorganizza per aggregarsi, nei primi gorni di novembre, alla carovana in viaggio per il sud Italia di #overthefortress, un’azione di inchiesta e comunicazione indipendente al fianco dei migranti e delle realtà che li sostengono. La Radio trasmette, per tutta la carovana, ogni settimana da un luogo diverso, coinvolgendo attivisti e migranti conosciuti durante il percorso.

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[Mohammad]

Intrecciando l’esperienza degli attivisti della Radio con le vite delle persone incontrate nel campo di EKO, nasce Echoes, un film che racconta la vita all’interno del campo attraverso le trasmissioni di Radio Noborder effettuate in Grecia.
Il film racconta l’ultimo giorno di vita del campo, prima dello sgombero, seguendo col suo sguardo Mohammad, uno dei più attivi conduttori e frequentatori della Radio.

La storia di Mohammad, incontrato tra uno streaming e una registrazione e diventato amico degli attivisti di Radio NoBorder, è in tutto e per tutto simile a quella delle migliaia di persone strappate alla loro casa dal conflitto siriano: una epopea durata anni, un viaggio intrapreso con la moglie Slava — attraversando montagne, fiumi e il mare assassino in condizioni estreme e dietro il ricatto dei trafficanti.
Il ricordo dei pericoli affrontati per arrivare in Europa e l’attesa infinita e sterile, è vivido nel cuore di Mohammed quando invia ai suoi amici europei della Radio un lungo messaggio vocale, dopo alcuni mesi dal loro rientro in Italia. Il messaggio arriva ad inizio settembre, e la scelta non è casuale: il messaggio che accompagna la sua voce è fin troppo chiaro.
Tra poche ore partirò, io e Slava non possiamo più stare qui, abbiamo perso il figlio che aspettavamo, è ora di tornare a casa, in Iraq”.

È l’ultima notizia che abbiamo di lui.

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Citazioni

“We thought we could start to think about a better life, but they closed the border in front of us.
We have just crossed over the deadly sea, we witnessed the death, but for the people the situation got worse. Beeing dead or alive, at this point, doesn’t make a difference for us,it became the same”.

(Mohammad, opening message)

“Pensavamo potessimo iniziare a pensare ad una nuova vita, ma ci hanno chiuso il confine in faccia.
Abbiamo attraversato il mare assassino, abbiamo sfiorato la morte, ma per noi la situazione peggiora.
Essere vivi o morti, a questo punto, non fa differenza, è diventata la stessa cosa
”.
(Mohammad, messaggio d’apertura)

“My name is Israa, I’m seventeen years old and I’m Syrian, from Aleppo. My destination was Germany, where my father is. I wanted to accomplish my studies there as a pediatrician, but we lost everything”.
(Israa, syrian refugee, seventeen years old, interview at Noborder Radio)

“Il mio nome è Israa, ho diciassette anni e sono siriana, di Aleppo. La mia destinazione era la Germania, dove vive mio padre. Volevo finire li miei studi come pediatra, ma abbiamo perso tutto”.
(Israa, rifugiata siriana di diciassette anni, intervista a Radio Noborder)

“- Do you have any message to give to people from their same age living in Europe?
 — I would like them to demonstrate for us, to do something for us, to make us live like them and study. Living in this tent destroyed our life”.
(Tolin Xelil, syrian refugee from Rojava, eighteen years old, interview at Noborder Radio)

“- Hai qualche messaggio per la gente della tua stessa età che vive in Europa?
 — Vorrei che manifestassero per noi, per fare qualcosa per noi, per farci vivere come loro e per farci studiare. La vita in queste tende ci sta distruggendo”.
(Tolin Xelil, rifugiata Siriana del Rojava, diciotto anni, intervista a Radio Noborder)

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L’immigrato italiano

L’immigrato italiano

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Questa fotografia ritrae mio nonno. Saranno stati gli anni 70 e non so bene dove sia stata scattata. Sicuramente stava facendo una gita. Ha scarpe da ginnastica usate, un binocolo, porta una giacca troppo elegante ed indossa una polo. Lo vedete l’altro uomo? Quello che cammina ben vestito con la mano in tasca? Quello è sicuramente un cittadino svizzero, dove i miei nonni sono emigrati, e sta guardando mio nonno. Sta guardano quello spaccone che si mette in posa per farsi una foto, con indosso dei cenci e pure accoppiati male. Parliamo degli anni dell’iniziativa Schwarzenbach culminata con il referendum del 7 giugno 1970 contro l’inforestierimento, soprattutto degli italiani.

Mio nonno è stato un grandissimo lavoratore; ha contribuito a costruire la via ferrata, ha lavorato in ristoranti, in ospedali come tutto fare, e faceva quanto più non posso. E’ partito da una terra e da una guerra che non poteva offrirgli più nulla, nonostante lavorasse da quando aveva 7 anni, giorno e notte.

In Svizzera non è andata meglio. Il costante razzismo nei confronti degli italiani era dilaniante e rendeva quasi impossibile integrarsi; dai loro racconti, infatti, le loro compagnie non erano composte da persone Svizzere. Mia mamma poi, è nata in Svizzera. Ha vissuto per 34 anni in Svizzera e ha partorito sua figlia in Svizzera. Ma non è mai stata cittadina Svizzera. Siamo sempre stati italiani.

E’ arrivata in Italia a 34 anni senza quasi sapere una parola nella nostra lingua e per me è stato lo stesso. Ricorda con terrore e con molto dolore le iniziative Schwarzenbach che l’hanno accompagnata durante la sua infanzia, adolescenza ed il resto della sua vita in quel paese.

Riguardare questa foto mi ha fatto sorridere. Oggi puntano tutti il dito contro i richiedenti protezione internazionale perché posseggono un cellulare, vestiti nuovi e non sono deperiti.
Vero, la differenza sta nell’assistenzialismo, i nostri nonni non lo hanno ricevuto: ma a quale prezzo? Quante sofferenze e vicissitudini hanno dovuto affrontare? Vogliamo essere quel mondo? Quel tipo di mondo?

Non si possono fare dei veri e propri paragoni, tuttavia il meccanismo rimane perlopiù invariato. Chissà cosa pensavano i vicini della mia famiglia? Chissà quante brutte parole sono state rivolte loro per mera ignoranza e xenofobia?

Riguardo quel binocolo e sorrido. Nonno, che ci dovevi fare con quel pesantissimo binocolo, custodito così tanto gelosamente? Quel binocolo che sopravvive ancora oggi.
Quel binocolo è uno status. E’ una voce che grida: “Ce l’ho fatta anche io! Sono qui in mezzo a voi e vivo!”.

Eppure quel binocolo, quel telefonino, quei cappelli curati, quelle scarpe nuove danno fastidio; fanno credere che le persone che ci stanno chiedendo aiuto non ne abbiano davvero bisogno, che sia tutta una messinscena.

Spesso, quando le persone si rivolgono a noi operatori dell’accoglienza, ci rimproverano queste cose e spesso non sappiamo cosa rispondere loro. La dignità, questa sperduta.

E’ difficile rispondere al mondo che un orologio non significa nulla, è solo un modo per appartenere ad un nuovo mondo. E’ difficile far comprendere che quando non hai nulla, perché nel tuo paese ormai globalizzato non hai soldi per vestire e mangiare, l’unica cosa che vorresti fare, seppure in un primo momento, è omologarti a tutti gli altri senza sentirti necessariamente diverso, escluso. Allora sì che potremmo comprendere che la prima cosa che fanno alcuni beneficiari, con il loro primo pocket, è comprare un cappello, delle scarpe, una qualsiasi cosa che non lo faccia sentire maggiormente diverso e discriminato. Non possiamo fingere di non sapere che essere povero, non possedere nulla, non sia pregiudicante. Essere un richiedente protezione internazionale lo è, essere povero anche. Se sei entrambe le cose sei doppiamente discriminato. Le persone, gli esseri umani, spesso non vogliono essere compatiti, vogliono che siano loro riconosciute abilità e dignità e molto spesso, questo, non lo facciamo.

E’ per questo che nei percorsi di accoglienza, quelli buoni, quelli dignitosi, sono di vitale importanza i percorsi individuali. Puoi fare percorsi individuali quando hai tre operatori e accogli 100 persone? No. Molto semplice.

Quanto ancora dovrà durare questa enorme differenza tra CAS e SPRAR? Per quanto ancora dovremo vedere migliaia di persone finire nelle grinfie di “lavoratori” (perché non posso chiamarli operatori) incompetenti o, comunque, messi in condizione di non poter svolgere adeguatamente il proprio lavoro, permettendo ai propri capi di arricchirsi a dismisura?
Quanto ancora?

Nel frattempo guardo il binocolo di mio nonno e penso a quanto sia stato fiero di poterlo sfoggiare. A quanto avrà riflettuto prima di comprarlo (contadino che non spendeva soldi “inutilmente; gli sfizi e le vacanze non si sono mai visti nella loro umile vita) e a quanto ci teneva per non permettere a nessuno di toccarlo.
Penso a quel binocolo e a mio nonno l’immigrato.

Sabrina Yousfi, cooperaia Alternata SI.Lo.S

via Migrano http://ift.tt/2mTtl30

Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Campagna OverTheFortress: report assemblea nazionale

Report Assemblea Nazionale
CSA TNT — Jesi, 3 marzo 2017

Sabato 3 marzo si è tenuta la seconda Assemblea Nazionale della Campagna #Overthefortress. Alle presenze fisiche presso lo Spazio Comune Autogestito TNT di Jesi vanno aggiunte le partecipazioni in remoto on line. La discussione ha quindi avuto contributi di decine di realtà dislocate su tutto il territorio nazionale.

La campagna, iniziata nell’estate 2015 con viaggi di osservazione e narrazione attorno alle frontiere d’Europa, giunge ora ad uno snodo importante del proprio percorso. L’analisi politica che ci ha suggerito il nome resta valida, ed anzi oggi si rafforza: incontriamo frontiere militarizzate e muri non solo laddove corrono i confini tra Stati, ma nuovi dispositivi di separazione ed esclusione compaiono dislocati nei territori. L’operato del governo Gentiloni, che dà attuazione al Migration Compact proposto da Renzi ed adottato dall’UE, traccia il quadro dentro cui si situano l’istituzione dei nuovi centri per il rimpatrio (CPR), gli accordi bilaterali con Paesi retti da dittature, l’esternalizzazione e il controllo delle frontiere esterne finanziati attraverso un uso distorto della cooperazione internazionale. L’accordo UE-Turchia del 18 marzo 2016 ha aperto una fase nuova nelle relazioni internazionali che condiziona il dibattito attorno alla revisione dell’Accordo di Dublino, il cosiddetto “Dublino IV”.
Fermando l’attenzione a quanto accade in Italia, il fatto storico costituito dall’ingresso forzatamente illegale (frutto di un’assenza di politiche di ingresso regolare e di canali umanitari) di centinaia di migliaia di persone non solo non incontra soluzioni politiche, anzi: a suon di disposizioni amministrative vengono tracciate nuove linee di separazione tra soggetti inclusi ed esclusi dalla sfera dei diritti. Le frontiere da indagare e narrare e lungo cui sviluppare interventi solidali sono dunque riterritorializzate e diffuse in ogni territorio.

La discussione si è sviluppata lungo tre assi: una migliore strutturazione dei viaggi di inchiesta e supporto, l’analisi della situazione migratoria nel quadro mutato dal decreto Minniti-Orlando e una proposta di agenda di mobilitazioni.

Viaggi di inchiesta e di supporto solidale

La cifra qualificante di #OverTheFortress è il continuo viaggiare, che consente di conoscere direttamente le condizioni materiali tanto dei dispositivi di frontiera quanto delle situazioni di vita dei migranti, e di confrontarsi con realtà sociali resistenti e solidali. Gli interventi lungo la rotta balcanica, nelle isole greche e la prolungata presenza nel campo di Idomeni, da ultimo il viaggio attraverso il Sud Italia e il muoversi, nuovamente, sulla Balkan Route hanno consentito di sviluppare elementi di analisi privilegiati. Se da una parte grazie alla semplice osservazione diretta dell’esistente possiamo già intravedere quali forme concrete assumeranno i dispositivi di respingimento o di rastrellamento, reclusione e rimpatrio che gli apparati repressivi stanno organizzando, riteniamo necessario un salto di qualità tanto nell’identificazione delle potenziali destinazioni quanto nel contributo progettuale da apportare, identificando come confine ogni luogo dove avvengono atti discriminatori su base etnica o razziale ed ovviamente di repressione della libertà di movimento. Il livello minimo di intervento è lo spazio europeo nella sua interezza, che va letto ed agito anche come ambito di costruzione di relazioni e di organizzazione. La discussione fa emergere la necessità e volontà di organizzare interventi progettuali qualificati e che si sviluppino attraverso la concreta cooperazione con le soggettività migranti. Particolare attenzione è stata posta sui cosiddetti “ghetti”, luoghi di esclusione e contigui all’iper-sfruttamento agricolo, ma al tempo stesso espressione di autorganizzazione dei migranti, di cooperazione sociale dal basso e di rivendicazione di diritti di cittadinanza.

La situazione migratoria ed i nuovi provvedimenti governativi: una campagna politica contro i CPR e per il diritto di soggiorno.

L’azione legislativa italiana si sta sviluppando in piena continuità con l’agenda europea sulle migrazioni del 2015 e il Migration Compact, ribadendo come l’Italia sia ora laboratorio europeo “all’avanguardia” nell’innovazione normativa.
La circolare Gabrielli del 30 dicembre 2016 ed i rastrellamenti dei cittadini nigeriani del mese scorso sono state le premesse al pacchetto securitario del decreto Minniti-Orlando, che di fatto smonta completamente le procedure di inclusione dei richiedenti protezione internazionale e dei migranti nella sfera del diritto. Se da una parte il decreto legge del 17 febbraio, che deve essere convertito in legge nazionale, introduce i CPR sottraendo risorse all’inclusione, indebolisce il diritto di difesa dei richiedenti asilo ed abolisce il ricorso in Corte d’Appello contro i dinieghi delle Commissioni territoriali, dall’altra i dispositivi di disciplinamento dei richiedenti asilo nel fallimentare sistema di accoglienza emergenziale sono volti a smorzare sul nascere qualsiasi forma di protesta. Uno sguardo più largo a livello continentale restituisce il montare delle pratiche di criminalizzazione e repressione verso i migranti, confinati dalle nuove cortine di ferro ed azzannati dai cani delle guardie di frontiera, bollati come clandestini e quindi costretti ad una esistenza da invisibili. L’Ue ha in serbo di attuare nel prossimo periodo 1 milione di deportazioni di migranti.

L’analisi delle modalità di applicazione delle leggi rende evidente come il diritto sia applicato in forma differenziale, creando sistemi di perimetrazione ed esclusione non solo delle soggettività migranti ma più in generale di ogni categoria sociale non compatibile con un sistema socio-economico informato dai principi del neoliberismo.

Migliaia di migranti che risiedono oramai da anni in Italia vengono costretti alla clandestinità e alienati da ogni diritto a causa dei dinieghi deliberati dalle Commissioni, della perdita del reddito o della casa e degli altri dispositivi di legge pensati per produrre la decadenza del titolo di soggiorno. Opporsi a questa situazione significa rivendicare il diritto all’emersione dal “soggiorno in nero” e la promozione di una campagna finalizzata al riconoscimento della condizione di soggiornante come fonte del diritto di restare e di regolarizzare la propria posizione con il conseguimento del permesso di soggiorno. La lotta per il riconoscimento del diritto di restare deve costituire il fulcro della nostra risposta alle logiche di deportazione e di confino perseguite dal governo Gentiloni e rilanciate dalla UE.

Agenda e mobilitazioni

Dall’assemblea è emersa la necessità di sviluppare azioni, progetti e connessioni organizzative che siano in grado di contrapporre alla “cooperazione internazionale” del Migration Compact, che legittima e finanzia governi corrotti e Paesi non sicuri in cambio di un controllo da parte di essi dei loro confini e dell’accettazione degli espulsi, la reale cooperazione sociale che cresce nella solidarietà, nelle lotte e nelle mobilitazioni.

Per quanto riguarda le mobilitazioni un primo passaggio è stato individuato nei percorsi territoriali che si stanno organizzando a partire dall’appello del City Plaza Hotel di Atene. Nei giorni del 18 e 19 marzo molte realtà rappresenteranno i loro percorsi di cooperazione locale e di rifiuto della guerra ai migranti in corso; oltre all’appuntamento di Venezia con la marcia regionale, altre iniziative a Milano, Torino, Firenze, Brescia, Ancona chiederanno diritti e dignità per i/le migranti. Dall’assemblea si invita alla partecipazione alle iniziative già in costruzione e all’organizzazione di ulteriori piazze.

L’opposizione all’operato politico dell’Unione Europea saccheggiatrice di risorse, promotrice di guerre e sconvolgimenti climatici che forzano a migrare intere popolazioni, e che poi produce dispositivi di chiusura, blocco della mobilità ed espulsioni di massa, deve trovare nella giornata del 25 marzo un momento di forte e significativa espressione. Nel giorno in cui i rappresentanti delle leadership europee si troveranno a Roma per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati UE, è necessario portare nelle mobilitazioni dei movimenti che attraverseranno quella giornata la tematica delle migrazioni, dei diritti negati, delle deportazioni, della necessità di rovesciare dal basso le politiche europee delle frontiere, che non sono solo quelle dei confini geografici, ma anche quelle in cui vengono confinati i diritti, le povertà, il bisogno sempre più diffuso di protezione dalle conseguenze devastanti e multiformi prodotte dagli attuali assetti economici, politici e finanziari.

Per le stesse ragioni e per dare continuità ad una nuova stagione di protagonismo sociale sulle tematiche trattate l’assemblea ha individuato nelle mobilitazioni previste in occasione del G7 che si terrà a Taormina il 26–27 maggio un altro percorso all’interno del quale è necessario essere presenti e partecipare attivamente.

Info: [email protected]

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Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Ghana. Protezione umanitaria a seguito della situazione di fragilità e d’insicurezza del…

Si ringrazia l’Avv. Laura Mistichelli per la segnalazione ed il commento.

Con ordinanza pubblicata il 10.01.17 il Tribunale di L’Aquila, in persona del Giudice Dott.ssa Donatella Salari, ha riconosciuto la protezione umanitaria ad un cittadino proveniente dal Ghana, fuggito dal suo paese nel timore di essere arrestato per l’incendio divampato il 17 luglio di quell’anno presso il mercato di Kumasi ove egli svolgeva il lavoro di guardiano notturno.
Il ricorrente produceva una serie di documenti che radicavano la sua buona fede soggettiva secondo l’insegnamento di Cass. 16201/2015 nel senso della credibilità del racconto e dei riscontri concreti (articoli giornali sia sull’incendio alla data riferita, sia le notizia di stampa circa il concreto pericolo di un incendio al mercato in questione, sia la ricerca diramata dalla polizia nei suoi confronti e della fuga come narrata dalla moglie).
Il giudice ha ritenuto che la situazione di fragilità e la situazione d’insicurezza del ricorrente — “esposto ad un’accusa poco verosimile quale quella di avere incendiato il più grande mercato dell’Africa Occidentale con una candela- mentre sembra possibile che l’incendio si sia sviluppato per effetto di un corto circuito, tant’è che il ricorrente narra dell’avvenuto black out (frequente) che lo ha spinto ad accendere una candela per segnalare la propria presenza all’interno del mercato” meritassero considerazione nella forma della protezione umanitaria.

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Scarica l’ordinanza:

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Tribunale di L’ Aquila, ordinanza del 10 gennaio 2017

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Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini del Ghana

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Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali”

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Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)

Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)

di Daud al-Ahmar*

Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (…). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che non gli resta altra via d’uscita.

Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

IL DOSSIER AFGHANISTAN. Intervista a Claudio Bertolotti

Il dossier #Afghanistan: intervista di Federica Fanuli dell'Institute for Global Studies per @AfricaMediOriente  "Una possibile via di uscita per il paese è il coinvolgimento dei Talebani nella governance, l’accesso alle risorse del paese e un sostanziale riconoscimento sul piano del diritto di ciò che i Talebani hanno di fatto conquistato". "Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Io e la Fortezza Europa. O meglio : ”Operazione Sophia ”

Io e la Fortezza Europa. O meglio : ”Operazione Sophia ”

L'operazione Sophia, meglio conosciuta con l'acronimo '' Eunavformed '' European Union Naval Force Mediterranean (in italiano: Forza navale mediterranea dell'Unione europea) è un'operazione militare lanciata dall'Unione europea in conseguenza dei naufragi avvenuti nell'aprile 2015 che hanno coinvolto diverse imbarcazioni che trasportavano migranti e richiedenti asilo dalla Libia. Lo scopo dell'operazione era quella di neutralizzare le consolidate rotte della tratta dei migranti nel Mediterraneo. La sede operativa è situata a Roma.

Dal 24 Agosto 2016,in seguito all'accordo siglato nel quartiere generale di Centocelle,a Roma,tra l'ammiraglio italiano Credendino e l'ammiraglio libico Al Touhami per conto del governo di Tripoli di El Sarraj,l'operazione ''Sophia'' si prefissò l'obbiettivo di addestrare la marina e la guardia costiera della Libia occidentale. La missione iniziò ufficialmente il 26 Ottobre,quando 80 militari libici furono prelevati da Misurata dalla Nave militare italiana '' San Giorgio '' e la nave militare Olandese '' ''Rotterdam''. Diviso il gruppo dei libici in due squadre (40 libici su nave '' San Giorgio '' e altri 40 sull'olandese '' Rotterdam'') il 28 Ottobre 2016 iniziava cosi la campagna di addestramento della guardia costiera libica.
Per facilitare il lavoro degli addestratori europei furono assunti 9 interpreti civili provenienti da tutta Italia che avevano il compito di tradurre le lezioni dalla lingua inglese all'arabo. Due interpreti per l'addestramento su nave '' Rotterdam '' (io e un amico ) e i restanti sette su '' San Giorgio ''.
In questa foto,scattata molto probabilmente agli inizi di Novembre,avevo accompagnato gli addestratori britannici della '' Royal Marine '' di sua maestà e addestratori della Marina militare Greca a bordo di un mezzo da sbarco olandese (io sono quello a destra della lavagna, concentrato a decifrare l'inglese dell'addestratore scozzese). Faceva freddo e il mare a largo di Malta era mosso. Durante la lezione pratica a bordo del mezzo da sbarco olandese su nave '' Rotterdam'' era in corso una visita dell'ammiraglio Credendino accompagnato dall'ammiraglio libico Touhami.
La lezione di quel giorno doveva insegnare ai giovani militari libici le varie tecniche di abbordaggio di un mezzo sospetto. L'addestratore britannico con il suo terribile accento scozzese rendeva il mio lavoro di traduzione impossibile. Fortuna che quel giorno erano previste pratiche in mare. Quindi non dovevo starmene per cinque ore chiuso in una classe a tradurre.  Infatti subito dopo la breve lezione orale partì quella pratica che consisteva nell'imbarcare i libici sui dei barchini d'assalto per simulare l'abbordaggio di un imbarcazione sospetta. Incuriosito, chiesi agli addestratori l'autorizzazione e m'imbarcai anche io su uno di quei mezzi, e '' assaltai '' anche io il mezzo sospetto tra le risate degli addestratori e quella dei giovani libici. Infatti,in seguito a questo episodio i libici mi soprannominarono '' El mutarjem el muqtahim '' (l'interprete d'assalto).
Una volta a bordo scattò la seconda fase : la perquisizione dell'equipaggio. L'atmosfera non fu tesa e l'addestramento prese la piega di un gioco di ruoli. Infatti una volta abbordata l'imbarcazione sospetta gli addestratori mi chiesero di recitare la parte del capitano di un peschereccio tunisino che oltre a trasportare '' qualche chilo di cocaina '' nascondeva 5 migranti cui ruoli vennero recitati da altri 5 militari britannici. Una volta scovato il '' carico illegale '' l'atmosfera si scaldò : il più anziano tra i libici cominciò a urlare ordini contro tutti i membri dell'equipaggio. Un libico, un certo Mu'waaya, prese sul serio la parte e mi ordinò in tono minaccioso ,di mettermi in ginocchio con le mani dietro la testa e la faccia rivolta verso la paratia. E fu qui scattò la terza fase,la più importante,almeno per gli autori della fortezza europa : i libici,una volta conquistato il controllo del mezzo sospetto,dovevano condurlo al porto libico per consegnare i '' criminali '' agli ingranaggi della ''giustizia'' libica.
Continua.....
Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese

Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. L’ordine mondiale è scosso dal Ban di Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen. Sulla prima pagina del New York Times tiene banco il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General, in relazione alla legalità del Ban e dell’opportunità che i legali del Dipartimento della Giustizia lo dichiarino ammissibile.…

Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Giulio Regeni, intervista del Fatto.it al sindacalista che lo denunciò ai servizi: ‘Ho fatto tutto da solo. Dio mi ricompenserà’

Da mesi i media lo cercavano. Da giorni gli spettatori – italiani e non – lo sentono parlare in quel video sgranato e sgradevole che fornisce anche l’ultima immagine da vivo di Giulio Regeni. Nel filmato Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani, assilla con richieste di denaro il ricercatore italiano scomparso esattamente un […]

L'articolo Giulio Regeni, intervista del Fatto.it al sindacalista che lo denunciò ai servizi: ‘Ho fatto tutto da solo. Dio mi ricompenserà’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

Regeni, un anno dopo. Attivisti del Cairo: “L’Egitto nasconde la verità. E l’Italia ha troppi interessi per cercarla davvero”

A un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo nulla è cambiato. Il traffico incessante tra i palazzi color caramello della capitale è lo stesso di sempre, quasi una metafora stantia della continua repressione del governo egiziano che rende questo giorno, sesto anniversario della rivoluzione egiziana, uno dei più temuti da quando Abdel Fattah […]

L'articolo Regeni, un anno dopo. Attivisti del Cairo: “L’Egitto nasconde la verità. E l’Italia ha troppi interessi per cercarla davvero” proviene da Il Fatto Quotidiano.

La lezione americana della post-verità “alternativa”

La lezione americana della post-verità “alternativa”

di Anatole Pierre Fuksas

Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto della verità fattuale.…

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Giulio Regeni, il video dell’incontro con il sindacalista Abdallah che l’ha denunciato ai servizi segreti

“Mia moglie ha il cancro e per me la cosa più importante è trovare dei soldi con ogni mezzo”. Inizia così il video girato di nascosto da Mohammed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani che ha ammesso di aver denunciato Giulio Regeni ai servizi segreti del Cairo. Le riprese, acquisite anche dagli inquirenti […]

L'articolo Giulio Regeni, il video dell’incontro con il sindacalista Abdallah che l’ha denunciato ai servizi segreti proviene da Il Fatto Quotidiano.

Gruppo di lettura araba

Gruppo di lettura araba

          Da tempo volevo orgnizzare un gruppo di lettura-discussione sulla letteratura araba  e finalmente ci siamo. Grazie all’Associazione Direfaredare partiamo il 15 febbraio 2017 alle 18.30 presso lo spazio Talamucci di Sesto San Giovanni, in Via Dante … Continua a leggere

Gruppo di lettura araba
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Il ratto del serraglio

Il ratto del serraglio

L’altro giorno ho letto questo articolo.  Tratta del nuovo allestimento dell’opera di Mozart Il ratto del serraglio. L’oggetto della quetione è l’allestimento contemporaneo, nel quale il regista austriaco ha sostituito ai Turchi i combattenti di daesh, come da immagine che segue: … Continua a leggere

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letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Dalla guerra d’Algeria a oggi

Nel 2010 esce nelle sale cinematografiche, per la prima volta nella grande distribuzione, il film di Rachid Bouchareb Hors-la-loi, una produzione di Francia, Algeria e Belgio. Il film, distribuito anche nelle sale italiane, è particolare, perché, per la prima volta, … Continua a leggere

Dalla guerra d’Algeria a oggi
letturearabe di Jolanda Guardi
letturearabe di Jolanda Guardi - Ho sempre immaginato che il paradiso fosse una sorta di biblioteca (J. L. Borges)

Iraq, curdi chiudono ong: “Donne yazide stuprate dall’Isis restano senza tutela”

Le donne yazide vittime della violenza dello Stato Islamico rischiano di restare senza supporto medico e psicologico. La denuncia arriva da Murad Ismael, direttore di Yazda, charity con base nella città curdo irachena di Dohuk. Il centro, che ha anche documentato gli omicidi di massa commessi dall’Isis ed è l’unica tra le strutture di assistenza nella regione […]

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Marocco, vietata produzione e vendita del burqa: “Messo al bando perché criminali l’hanno usato per mascherarsi”

Nonostante non ci sia ancora nessuna conferma da parte delle autorità locali, la notizia è circolata in diversi siti di informazione ed è stata ripresa da diverse agenzie internazionali e il provvedimento con cui il governo marocchino vieta la produzione e la vendita del burqa per ragioni di sicurezza sarebbe effettivo già da questa settimana. […]

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Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti tromboni.…

Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando)

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando)

di Anatole Pierre Fuksas (con l’assenso motivato e partecipato di Lorenzo Declich)

Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre due passioni.…

La guerra santa da salotto dell’illuminista (inglese, mi raccomando) è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Jihadi Fighters From Af-Pak To Syria (CeMiSS OSS 5/2016)

by Claudio Bertolotti @cbertolotti1 download the full volume "Osservatorio Strategico n. 5/2016" ISBN 978-88-99468-24-8 General overview on the Islamic State in AfghanistanArmed opposition groups stating loyalty to the Islamic State (IS) have tried to found a base in five Afghan provinces, but only in Nangarhar have they be successful. There, IS Khorasan Province (IS-Khorasan),
La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti

La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

 

Anatole. Giusto il tempo di far emergere i dettagli circa l’identità dell’attentatore e saltano naturalmente fuori i famosi amici del jihadista, secondo il copione che avevamo tracciato nella puntata precedente. Subito si dimostra che il Califfone è ramificato dappertutto (mi perdonerai l’omaggio al coattissimo cinquantino da motocross della nostra giovinezza) e tutti gli amici degli attentatori sono il brodo di coltura nel quale il radicalismo sguazza, eccetera (ma poi non vale se la stessa cosa accade in North Carolina, chissà perché, chissà percome).…

La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Una conversazione sul Pizzagate ed il pistolero del Comet, il Fantasma del Camion di Berlino e la performance del poliziotto turco 

Anatole. È molto difficile uscire dalla spirale del complottismo, nella quale ci siamo avvitati inevitabilmente da più di un mese, ma sapevamo che sarebbe stato così e proprio per questo abbiamo evitato di tuffarci in questo argomento sublime quanto inquietante finché ci è stato possibile.…

Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Egitto, l’attentato in Chiesa e la tensioni fra i cristiani copti e il regime di Al Sisi: “Non protegge la comunità”

L’attacco alla cattedrale copta di San Marco al Cairo è un punto di svolta nelle strategie dei gruppi terroristici dopo il colpo di stato del 2013? L’assenza di una rivendicazione dell’ordigno che ha provocato almeno 25 morti e una cinquantina di feriti non può ancora fare chiarezza sull’accaduto che sta scuotendo ulteriormente la minoranza cristiana. […]

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Appunti nomadici 2

Appunti nomadici 2

di Giuseppe Cossuto

Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell’ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è qui).

Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi di governo rappresentò per gli zingari sopravvissuti alle politiche di sterminio la fine di un tremendo incubo.…

Appunti nomadici 2 è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l’ecologia del seggio elettorale

La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l’ecologia del seggio elettorale

di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario.…

La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l’ecologia del seggio elettorale è un articlo pubblicato su Nazione Indiana.

Arrivederci!

SiriaLibano volta pagina. Ma prima di farlo vuole ringraziare tutti i suoi lettori. E tutti coloro che dal 2010 a oggi hanno contribuito a vari livelli e in vari modi […]

Egitto, liberati 82 detenuti politici: la crisi morde e Al Sisi diventa magnanimo

Giovedì il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha concesso l’amnistia a 82 detenuti, la maggior parte di loro in carcere per reati politici e la cui liberazione sarebbe avvenuta in tempi brevi. Tra di loro ci sono il presentatore Islam al Beheiry, il fotogiornalista Mohammed Ali Salah e l’attivista dei Fratelli Musulmani Yousra Khatib, la […]

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Sette anni dopo

Sette anni dopo

L’aereo si trova sopra il nord del Canada. Mi sta portando in California per un po’ di ferie. Ed è lì, in mezzo alle mail che mi sono inviato con i link agli articoli da leggere, che inizio a pensare a Falafel Cafè. Ai suoi sette anni, il 12 novembre scorso. Agli esordi durante il […]

THE RENOVATION OF THE TALIBAN MOVEMENT (OSS 2/2016)

di Claudio Bertolotti @cbertolotti1 download the full volume "Osservatorio Strategico"  The death of Mullah Mansour e the appointment of the new Taliban leader On the insurrectional front, recent dynamics have changed the internal Taliban organization. The 22nd of May a U.S. drone attack in the Pakistani area of Baluchistan killed the Taliban leader mullah Aktar Mohamad
La “green economy” marocchina

La “green economy” marocchina

[Altreconomia] I vicoli stretti e nodosi della medinasi perdono in una ragnatela di saliscendi indecifrabile all'occhio inesperto. Gli uomini siedono flemmatici nelle terrazze dei café mentre le donne fanno la spola da una bottega all'altra. I ritmi sono lenti e l'ambiente suggestivo, con le pareti delle case che sfumano dall'azzurro all'indaco e i portoni rifiniti a calce.

Chefchaouen, Marocco settentrionale, è un gioiello incassato nel cuore di una natura ostile. Molti la definiscono la "porta del Rif", regione aspra e montuosa - storicamente popolata da bellicose tribù berbere - che si spinge fino alla costa mediterranea. A dispetto dei sobborghi, cresciuti in fretta e in maniera disordinata, la città vecchia sembra conservare intatto il fascino dei tempi passati, quando musulmani ed ebrei in fuga dalla Spagna trovarono rifugio nella sua intimità e protezione dietro le spesse mura in parte ancora visibili.





A rompere l'incantesimo ci pensano i gruppi di turisti sempre più numerosi e una schiera di guide informali, disseminate ad ogni crocevia, che snocciolano senza sosta il loro ritornello. "Serve del kif? Hascisc? Marijuana? Volete vedere le piantagioni della mia famiglia?". Non propongono la solita visita ai monumenti o ai mercati, ma il prodotto di punta della regione, l'unico vanto di un'economia locale altrimenti asfittica. La cannabis e i suoi derivati.

Il Marocco infatti, con circa 800 tonnellate annue, è il maggior produttore e esportatore mondiale di hascisc assieme all'Afghanistan. L'80% del "cioccolato" immesso in Europa, secondo l'ultimo rapporto dell'Ufficio ONU per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, proviene proprio dal regno maghrebino. O meglio da questa zona, il Rif, la sola in cui la coltivazione di canapa continui ad essere "tollerata" nonostante i divieti della legislazione e le pressioni esercitate dall'UE.

Chefchaouen non è che la vetrina di questo vasto mercato clandestino. Una specie di zona franca dove si possono contrattare piccole quantità, programmare escursioni e fumare qualche grammo immersi in una splendida cornice. I controlli della polizia ci sono, più che altro per assicurare che il tutto avvenga in modo tranquillo e discreto. Il paesaggio cambia però quando si lascia alle spalle la città e ci si addentra nel vero regno della cannabis, dove la quotidianità riflette una realtà meno idilliaca.


Un veicolo di riscatto sociale

La statale n. 2 è una sottile lingua d'asfalto, continuamente interrotta da tratti sterrati, che è forse azzardato definire strada. Sale comunque prepotente, con strappi improvvisi, verso i duemila metri di Ketama. E' in questi versanti scoscesi, tra le rocce scure e la boscaglia, che le coltivazioni cominciano a tappezzare di verde l'orizzonte.

"La pianta di canapa, il kif come la chiamiamo noi, convive pacificamente con la società rifegna da tempo immemore, da quando fu introdotta grazie agli scambi commerciali con l'Asia", racconta Jamal Stitu, attivista in difesa dei diritti dei contadini. Tuttavia è solo negli anni sessanta del secolo scorso, dopo ripetuti contatti con viaggiatori stranieri, che la gente del posto scopre la possibilità di un diverso utilizzo dei germogli e acquisisce le competenze per trasformarli in resina. Una sostanza pregiata e molto richiesta nelle piazze internazionali, l'hascisc. Per la popolazione è un'occasione di riscatto sociale, un modo di ovviare alle pesanti lacune dello Stato che l'ha sempre guardata con sospetto.

"La regione è isolata dal resto del paese, in parte per la sua conformazione naturale ma soprattutto per la discriminazione imposta dal makhzen [regime]", continua il nostro interlocutore. "La monarchia non ha mai perdonato l'insubordinazione di Abdelkrim Khettabi, che resistette agli eserciti coloniali dando vita ad una repubblica indipendente tra queste montagne". Le sollevazioni sono proseguite dopo l'indipendenza, come pure le spinte autonomiste a connotazione identitaria. Risultato: incursioni militari, bombardamenti e un severo embargo economico che ha costretto migliaia di abitanti ad emigrare all'estero o nelle periferie delle grandi città.

"Da queste parti non ci sono industrie né ospedali. D'inverno nevica per diverse settimane e si muore ancora di freddo. Mancano le medicine, le scuole e un livello decente di infrastrutture. Quella che stiamo percorrendo è la via di comunicazione principale, immagina come sono le altre..", si lascia andare Jamal. "La verità è che il boom della cannabis ci ha permesso di rialzare la testa in uno dei periodi più bui della nostra storia".


(Credit foto: Jacopo Granci)

L'hascisc è moneta corrente
Quando si apre la porta dello stanzino in terra battuta l'aria è pervasa da esalazioni dolciastre. E' l'odore, prima ancora della luce fioca di una finestrella, a testimoniare la presenza delle cime essiccate. "Un kg di erba non lavorata viene pagato 100 dirham [circa 10 euro], un kg di hascisc anche trenta volte di più, dipende dalla qualità".

Quella trascorsa è stata una buona stagione per Abdeslam, il volto segnato dalla fatica che lo fa apparire molto più vecchio dei suoi quarant'anni. Dai campi ha ricavato quasi 4 mila euro, pagati dagli intermediari che trasportano la merce verso i depositi della costa, guadagnandoci almeno il triplo. Lui lo sa, ma è comunque soddisfatto. I soldi gli basteranno fino al prossimo raccolto, in autunno, per provvedere alla famiglia (5 figli). La sua è una delle 30 mila che sopravvivono grazie ai proventi del kif. Con quel che resta Abdeslam - oltre alle cime, un sacchetto di polvere filtrata e pressata - farà fronte agli imprevisti: "una malattia, un viaggio o il ricambio degli attrezzi. Questo è moneta corrente", afferma indicando il contenuto della busta.


Fellah, contadini…

Un vento tiepido spazza l'altopiano mentre alcuni uomini, al riparo di un capanno, caricano impassibili i bracieri dei loro sebsi. Sebbene lo spinello sia sempre più diffuso, per la maggioranza dei rifegni fumare kif "tradizionale" - una fine mistura di marijuana e tabacco aspirata con pipe lunghe e affusolate - rimane un rituale irrinunciabile. Così la pensano Abdeslam e gli altri abitanti di Bab Berred, una manciata di edifici lungo la rotta verso Ketama. L'atmosfera è da far west. Più che un villaggio, un punto di ritrovo per il mercato settimanale, quando la consueta desolazione si trasforma in un via vai caotico e colorato. Per il resto del tempo la gente vive rintanata in caseggiati sparsi, nascosti tra i dirupi o dalla vegetazione. L'elettrificazione è arrivata di recente ma l'acqua corrente è ancora un lusso. Anche per il kifci si affida alla pioggia, di solito abbondante in primavera, e solo i coltivatori di un certo livello possono permettersi un impianto di irrigazione.

"Qui siamo tutti fellah, contadini. E' la cannabis a darci da mangiare, qualche animale e il nostro sudore. Non certo le premure di uno Stato che ci ignora, salvo poi presentarsi a chiedere il conto" chiarisce Omar, passeggiando fiero tra le piante che gli arrivano al bacino. E gli incentivi alle colture alternative? "Un fallimento, non c'è dietro nessuno studio di fattibilità". Il Rif è un contesto particolare, solo la canapa sembra resistere alle ristrettezze di questi pendii, offrendo in più una buona resa, neanche paragonabile agli olivi o alla vite. "Pensano forse che si possano coltivare cereali nei fazzoletti di terra strappati alla foresta? O gli alberi da frutto? Mentre aspettiamo che crescano, il gelo del primo inverno se li porterebbe via".

D'improvviso un velo di inquietudine negli occhi di Omar tradisce la sicurezza ostentata dalle sue parole. E' in buoni rapporti con polizia e autorità locali, che "unge" a dovere dopo ogni raccolto, ma ha sempre il timore che da Rabat qualcuno possa fare un colpo di mano. Come quello che ha messo in ginocchio il fratello Khalid. "Gli hanno bruciato i terreni con i pesticidi sganciati dagli elicotteri, uccidendo anche le capre. Per rimborsarlo ho contratto un debito con i trafficanti, come farò se la prossima volta toccherà a me?".


(Credit foto: Jacopo Granci)

…e "Baznassa", businessman

Secondo i dati diffusi dal governo, grazie alla sua azione deterrente, la superficie coltivata a canapa sarebbe diminuita da 130 a 50 mila ettari nell'ultimo decennio. La macchina e il contachilometri sono però testimoni che l'estensione delle coltivazioni va ben al di là delle cifre (e della retorica) ufficiali. Nei dintorni di Ketama, capitale del Rif profondo e della sua "green economy", i campi ricoperti di foglie a sette punte saturano la vista senza pudore, irrompendo fino ai bordi delle strade.

"Da noi il kif cresce anche sull'asfalto!" scherza el Pajarito, curioso rappresentante del capitalismo made in Ketama. Fisico asciutto e baffi da narcos colombiano, ha assorbito le terre di famiglia e comprato quelle dei vicini, accumulando una piccola fortuna. La casa a due piani, nuova e ben rifinita, è l'impronta inequivocabile della sua ascesa. La vecchia abitazione invece è adibita a magazzino, dove vivono gli operai stagionali e riposano i 160 kg di resina già impacchettata, pronta a partire per la Spagna. "I contadini perdono gran parte dei profitti perché non hanno canali di vendita con l'estero, in mano ai baroni locali". Della sua "rete collaudata" preferisce non parlare, ma non nasconde l'ambizione. Anche lui vuole ritagliarsi un posto nella cerchia degli eletti, i baznassa (dall'inglese businessman). Intanto, come loro, sta investendo in immobili a Tangeri: "così, se dovessi cadere in disgrazia, almeno una parte del capitale sarebbe al sicuro".

L'economia della cannabis sta rivoluzionando status e rapporti sociali. I valori di condivisione e solidarietà stanno cedendo il passo all'individualismo, mentre la ricchezza vera si concentra nelle mani di pochi. Ketama, dove suv e mercedes lucenti si affiancano ai carretti e agli autobus scassati o dove baracche tremolanti contemplano il lusso di un hotel a 4 stelle, da cui si regolano i traffici illeciti verso il litorale iberico, è un avamposto privilegiato per osservarne le contraddizioni. Allo stesso tempo la febbre del kif sembra favorire il ripopolamento di una zona disertata dagli abitanti da almeno mezzo secolo. La storia di Hamid lo conferma. I genitori erano emigrati a Fes quando un'inattesa eredità l'ha convinto a rientrare. "Una piccola parcella, poca cosa. Sempre meglio che disoccupato in città. Anche fare il bracciante quassù è più remunerativo che altrove, 130 dirham a giornata. Chi si spezza la schiena nelle serre di fragole e pomodori non prende nemmeno la metà".


Una "libertà" vigilata

Rabat ha cercato in più modi di convincere gli agricoltori a tornare ai prodotti legali. Prima stanziando fondi per i piani di riconversione delle colture, poi stringendo la morsa sulla regione. Ma le centinaia di arresti e la devastazione dei campi non hanno prodotto risultati tangibili. "Se non quello di esasperare la popolazione, costretta a spostarsi più in alto pur di non rinunciare all'impresa" spiega Jamal Stitu. Secondo l'attivista, il governo avrebbe fatto promesse all'Europa che non è in grado di mantenere. "Sa bene che non esistono alternative credibili e una politica repressiva su vasta scala porterebbe all'insurrezione. Del resto la domanda cresce e i soldi del narcotraffico alimentano una maglia di corruzione ben più difficile da estirpare delle piantagioni".

Non sembra destinata a maggior fortuna la proposta di legalizzazione avanzata nei mesi scorsi da un altro attivista della zona, Chakib al-Khyari, che ha già scontato due anni di carcere per aver denunciato le connivenze tra mafia e istituzioni. L'idea è reinvestire il sommerso nello sviluppo locale e sottrarre il mercato ai trafficanti, apportando benefici ai contadini. Difficile però che il Marocco, Stato musulmano dove il sovrano si proclama discendente del profeta Maometto, possa autorizzare lo sdoganamento di un prodotto vietato dalla religione. Come è difficile immaginare che i baznassa, protetti dalla politica fin dentro al Parlamento, rinuncino senza battere ciglio al ghiotto monopolio dei commerci.




Quale soluzione allora per i fellah del Rif? Nessuna, esposti al tira e molla delle autorità ma confortati dalla speranza di un futuro migliore. Intanto la nuova annata "sembra partita bene", fa notare Hamid. "Dopo gli acquazzoni del mese scorso sta tornando il sole e le piante crescono a meraviglia". Sempre che qualcuno non arrivi a distruggerle. "In ogni caso sono la nostra unica assicurazione e vale la pena correre il rischio. Da queste parti ci siamo abituati a vivere in libertà vigilata".




(Articolo pubblicato dalla rivista Altreconomia

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

Marocco. La condizione sociale sotto Mohammed VI

[Galatea] Atterrare a Marrakech e scoprire, qualche chilometro dopo l'aeroporto, la sontuosità del palazzo La Mamounia, i fasti dell'hotel Royal Mansour o dei riad nascosti nella medina, a pochi passi dalla celebre Jamaa al-Fna, è una sensazione che non lascia indifferente nemmeno il viaggiatore più immune al fascino orientalista. Come del resto, passeggiare sul lungomare di Casablanca lasciandosi sorprendere dalla grandiosità della moschea Hassan II e dai cantieri di un rinnovato skyline in vetro e cemento, non può che far pensare ad un paese dinamico e aperto alla modernità. Un paese in pieno sviluppo, che "offre a tutti un'opportunità", come recitano le brochure del ministero dell'economia. Allora perché i giovani continuano a lasciare il paese? Perché si ha la sensazione, cantano gli Hoba Hoba Spirit, "di stare come grilli nell'insetticida"?


Jama'a al-Fna, Marrakech (Credit foto: Jacopo Granci)


Perché dietro alla facciata e ai panorami turistici da cartolina c'è Un altro Marocco, per rubare l'espressione al poeta Abdellatif Laabi, che nella sua ultima opera denuncia una strategia governativa fondata su promesse e apparenza, e si sofferma sulla mancanza di un reale progresso umano, economico e politico. Perché il tasso di crescita al 4%, che nell'ultimo decennio ha dipinto il regno alawita come uno dei paesi più promettenti, non corrisponde ad un effettivo sviluppo, non assicura la redistribuzione della ricchezza e non cancella le profonde disuguaglianze sociali. Perché l'aver attraversato (quasi) indenne un periodo di turbolenze e sconvolgimenti istituzionali, come quello che ha appena interessato altri paesi della regione, non significa l'assenza di lotte sul territorio, di rivendicazioni collettive, di esistenze al limite della sofferenza. Perché esiste un "Marocco profondo" fatto di precaria quotidianità e di silenziosa ricerca della dignità. Un Marocco che difficilmente balza agli onori delle cronache, complice il bavaglio mediatico che lo circonda, ma che merita di essere scoperto e conosciuto.


Le "mule" di Melilla

Ogni giorno migliaia di marocchine attraversano il confine che le separa dalla piccola enclave spagnola, situata nella costa mediterranea del regno. Alcune lo fanno per rifornirsi di merci troppo care dall'altra parte della frontiera. La maggioranza invece contrabbanda alla luce del sole prodotti di ogni genere,dai vestiti alle coperte, dagli utensili per la casa ai pezzi di ricambio per automobili, dai televisori agli alcolici. Ad agevolare questo comercio atipico, gli accordi siglati tra Madrid e Rabat che permettono la circolazione giornaliera senza visto a Melilla (e Ceuta) per gli abitanti dei comuni limitrofi. Le categorie sociali che beneficiano dei traffici sono diversificate: oltre quattrocentomila persone, secondo stime ufficiose, al di qua e al di là del confine. Dalle famiglie più povere, che sopravvivono grazie agli spiccioli delle staffette, agli intermediari marocchini, che ne sfruttano la miseria per arricchirsi. Dai compratori dei grandi centri urbani dove le merci vengono vendute a prezzi vantaggiosi, ai commercianti dello scalo spagnolo, che senza il contrabbando sarebbero costretti a cambiare mestiere, considerati i magri consumi di una città di appena 66 mila abitanti.

A tenere in piedi un ingranaggio ben rodato, che ogni anno muove un quantitativo di beni pari a 700 milioni di euro, è la fatica e il sudore delle "mule". Nabila è una di loro. Si sveglia tutte le mattine alle cinque e costeggia il reticolato alto sette metri che protegge la fortezza Shengen, per raggiungere il Barrio Chino. E' in questo punto che la donna entra in territorio iberico per caricare sulle spalle il fardello quotidiano, fissato al petto e al bacino con scotch e cordami, e riparte nell'altro senso piegata sulle ginocchia, riuscendo a muovere a stento un passo dopo l'altro. "All’inizio pensavo di non reggere - racconta Nabila, sulla quarantina - fare la portatrice è un lavoro massacrante, ma ormai mi sono abituata". Ha appena concluso la prima tratta della giornata, per un compenso di 50 dirham [meno di 5 euro]. I carichi più pesanti, all'incirca un quintale, vengono pagati un po' di più. Con una smorfia di sofferenza sul viso deposita il "pacco" in un pick-up e ritorna ciondolante verso la fila in attesa, pronta a passare di nuovo dall'altra parte. Un secondo viaggio le permetterebbe di raddoppiare il magro guadagno, da riscuotere a fine giornata. Ma il varco rimane aperto poche ore e solo le più resistenti riescono a compiere il tragitto due o tre volte prima della chiusura.



A complicare la situazione il "pudico" sussulto delle autorità che, anziché offrire soluzioni meno degradanti, ha optato per il trasferimento dell'attività transfrontaliera dal vecchio accesso (Beni Enzar), ora riservato al traffico dei veicoli, al Barrio Chino, piccolo attraversamento pedonale nascosto allo sguardo di vacanzieri in crociera o turisti in arrivo da Almeria. "Prima non si formavano queste code immense. A Beni Enzar c'era molto più spazio, qui i tornelli sono troppo stretti - spiega la portatrice - e a volte è davvero difficile passare con le nostre zavorre. Così, oltre alle botte dei poliziotti che reclamano il bakchich [una sorta di pedaggio], rischiamo di ricevere calci e spintoni da quelle che restano bloccate dietro di noi".

Nabila, fino a qualche anno fa operaia in uno stabilimento tessile, è riuscita a tirare avanti dopo la chiusura della fabbrica solo grazie a questa attività. Non può rinunciare alla sua unica fonte di sostentamento, ma non per questo trattiene le sue critiche: "Spagna e Marocco sono ugualmente responsabili della situazione, delle violenze che subiamo. Traggono vantaggio dal lavoro estenuante delle mule senza correre il minimo rischio e senza offrire in cambio strutture adeguate. Alla tv sento parlare di accordi commerciali, di prospettive di sviluppo tra i due paesi, ma della nostra condizione nessuno dice niente".


I dannati del carbone di Jerada

Cambio di scenario, nord-est del paese. Lasciando Oujda in direzione sud e percorrendo una cinquantina di chilometri lungo la statale 19, si arriva ad una piccola e all'apparenza anonima città di minatori adagiata sull'altopiano spoglio dell'Orientale. L'intera area, all'inizio del secolo, era ricoperta da una fitta boscaglia disabitata. Fino a quando una rivelazione inattesa - la presenza di enormi riserve di carbone che ha attratto lavoratori da ogni angolo del regno - ha cambiato in poco tempo il volto dell'intero paesaggio. Oggi, sull'orizzonte urbano esposto al degrado, si staglia nitida una montagna nera, da cui sale verso il cielo un rivolo di fumo biancastro. Ricordo di un passato "glorioso". "Quello è il simbolo di Jerada. Rifiuti e scarti provenienti dalla miniera accumulati lì anno dopo anno", informa l'autista del grand taxi.

Le gallerie scavate nel sottosuolo sono chiuse dal 2002, da quando la società statale incaricata dell'attività estrattiva ha licenziato i 7 mila operai perché il prodotto non era più competitivo sul mercato. La battaglia sindacale che ne è conseguita ha spinto l'azienda ad indennizzare i lavoratori, assicurando almeno per un po' la sopravvivenza della popolazione. Le alternative promesse, invece, non le ha ancora viste nessuno. Così "a parte la centrale elettrica e i piccoli commerci, gli abitanti sono tutti disoccupati", spiega Jamal Allay, sindacalista e attivista per i diritti umani. Di fronte ad una tale situazione, molti ex-minatori hanno deciso di riprendere in mano gli attrezzi per estrarre un po' di antracite e venderla al dettaglio. Bloccato l'accesso ai tunnel, hanno cominciato a scavare loro stessi dei "pozzi" - cendriatta nel gergo dei carbonai - con mezzi artigianali e in condizioni di sicurezza inesistenti. Pur di rimediare qualche sacco di carbone, sono disposti a calarsi fino a 60 metri di profondità, il più delle volte muniti soltanto di martello e scalpello.

Alcuni notabili della regione hanno fiutato le grandi possibilità di guadagno offerte dal nuovo sistema di estrazione e, in accordo con le autorità locali, hanno ottenuto l'esclusiva sui permessi di ricerca e sfruttamento, oltre al monopolio della commercializzazione del prodotto. Quasi tutti gli operai, oggi, lavorano per loro: sono pagati a cottimo, senza potere contrattuale per stabilire le tariffe né ammortizzatori sociali o altra sorta di garanzie. Sulle colline si scava a caso, affidandosi ai ricordi e all'esperienza dei veterani. Nell'ultimo decennio le perforazioni sono andate avanti in maniera ininterrotta e i pozzi continuano a spuntare come funghi attorno alla città. Sono circa duemila gli operai che si immergono quotidianamente nelle cendriatta, con una corda come sostegno e pezzi di legno per puntellare i 40 cm di ossigeno erosi alle pareti, in fondo al cunicolo.



"Un pozzo dà lavoro ad almeno sei persone: due minatori che scavano e quattro aiutanti che si occupano del trasporto in superficie - riferisce Aziz il volto nero coperto di fuliggine, appena riemerso dalle viscere della collina - per un guadagno giornaliero che oscilla tra i 70 e i 100 dirham [7/10 euro]". Poi ci sono gli addetti al triage. Uomini e donne provvedono alla selezione del materiale estratto, che viene scelto, lavorato e separato, a seconda della grandezza e della destinazione. Il loro compenso varia da un minimo di 50 ad un massimo di 80 dirham. Dietro ad ognuno di loro c'è un'intera famiglia, che tira avanti solo grazie ai proventi del carbone.

Ma il prezzo da pagare è alto. Vecchi e giovani lasciano all'alba le loro abitazioni, consapevoli che la sera potrebbero non farvi ritorno. "Si contano a decine le vittime di asfissia, rimaste intrappolate in seguito a cedimenti o sepolte per un crollo improvviso. Indefinito il numero dei feriti, che non possono contare su nessun tipo di assistenza", testimonia Jamal Allay che con la sua organizzazione cerca di monitorare decessi e infortuni occorsi nella zona. "Le ultime due vittime, in estate, erano studenti universitari rientrati a casa per il periodo di vacanze". Per chi sopravvive invece, oltre al pericolo e alla fatica, c'è da fare i conti con le gravi malattie respiratorie contratte: quasi quattro quinti dei minatori sono affetti dalla silicosi e difficilmente riescono a curarsi. "Quando era attiva la miniera, la società e il Ministero della salute garantivano la presenza di personale specializzato. Ora la clinica è praticamente dismessa e nessuno ci copre più le spese mediche", riassume la situazione Aziz.

Quali alternative hanno gli abitanti di Jerada? Nessuna, a parte l'emigrazione, come testimonia il progressivo spopolamento della città. Le autorità locali hanno annunciato recentemente un piano di riconversione economica, basato su turismo e trasformazione dell'area in un parco di archeologia industriale. Il progetto però, già in sé poco credibile visto l'isolamento di cui soffre la regione, non sarà completato prima di dieci anni. Nell'attesa, i minatori rinnovano in silenzio un'esistenza privata di umanità. Continuano le immersioni quotidiane nel loro girone dantesco. Come dannati, il cui destino è alla mercé di una risorsa teoricamente non più redditizia ma ancora sfruttata al minor costo possibile; una risorsa che fa sopravvivere e che uccide allo stesso tempo.


Sviluppo o degrado?

Con un'incidenza sul Pil del 6% e migliaia di posti di lavoro assicurati, l'industria mineraria occupa una posizione di tutto rilievo sullo scacchiere economico del regno. L'altra faccia della medaglia: le ricadute negative sulle popolazioni insediate attorno ai siti di scavo. Nei dintorni di Khouribga ad esempio - capitale dei fosfati distante un centinaio di km da Casablanca - il paesaggio assume una tetra tonalità di grigio e il sole sembra quasi offuscarsi. La pianura, estesa a perdita d'occhio, è spazzata da raffiche di vento che sollevano un alone di sabbia e polvere proveniente dalla centrale di lavaggio del materiale. A causa della dispersione di agenti chimici altamente inquinanti, i terreni coltivabili sono stati in gran parte distrutti da quando gli stabilimenti di produzione, per ridurre i costi, hanno optato per il sistema estrattivo a cielo aperto.

Da allora molti agricoltori della zona hanno fatto le valige per guadagnarsi da vivere sotto altri cieli, come braccianti a giornata o manovali nei cantieri delle grandi città, i più emigrando sull'altra sponda del Mediterraneo. "In origine eravamo contadini, ma il degrado dell'ambiente ha reso impossibile questa attività. Le terre non danno più frutti e gli animali muoiono in poco tempo. Inoltre l'OCP [la società a partecipazione statale che ha il monopolio nel settore] ha espropriato la maggioranza dei terreni con contropartite monetarie ridicole", spiegano gli abitanti, oggi impiegati negli impianti di estrazione e di trattamento del minerale. Ma il degrado, quando si parla di fosfati, è un argomento bloccato dal sigillo della "confidenzialità". Con il 25% delle esportazioni e il prezzo della materia in costante ascesa sui mercati internazionali, i danni collaterali dell'OCP passano sotto silenzio. Chi è rimasto a Khouribga ed è stato assunto non ha troppa voglia di mettere a rischio il posto per sostenere battaglie ecologiste. Anche se i risultati sul territorio sono inquietanti.

"Fino ad ora le autorità hanno privilegiato la rendita all'equilibrio ecologico" afferma il professor Abdelaziz Adidi, direttore dell'Institut national de l'aménagement et de l'urbanisme di Rabat e autore di alcuni studi sull'argomento. "L'assenza di una legislazione che imponga vincoli in materia estrattiva ha agevolato questo tipo di politiche, sebbene «l'accesso all'acqua e ad un ambiente sano» e «lo sviluppo sostenibile» dovrebbero far parte delle garanzie costituzionali [art. 31] previste dall'ultima riforma del testo [2011]". Per attuare tali misure, tuttavia, resta ancora molta strada da percorrere, soprattutto se per farlo ci si scontra con gli "interessi superiori della nazione" o meglio di alcuni suoi noti rappresentanti.


Occupy alle porte del deserto

Quello dei fosfati è un caso emblematico, ma non l'unico. Lo sanno bene gli abitanti di Imider, da due anni e mezzo impegnati in uno scontro frontale con le autorità e la società che sfrutta i giacimenti di argento presenti nel sottosuolo.

Piccolo villaggio berbero posizionato lungo la "strada delle casbah" - rotta turistica per eccellenza che scende tra la cordigliera dell'Alto Atlante Orientale e le prime sabbie del Sahara - Imider è poco più di una manciata di case sparse ai bordi della corsia di asfalto, in apparenza semideserta come la natura rossastra che la circonda. Dal 2011 infatti la popolazione locale ha iniziato il suo "Aventino": si è accampata sulla vetta del monte Alebban, qualche chilometro più ad est, e ha bloccato la principale stazione di pompaggio che fornisce l'acqua alla miniera, proprietà di una holding del sovrano Mohammed VI. Il suo sfruttamento, iniziato quarant'anni fa, non ha determinato nessun miglioramento delle condizioni vita per gli abitanti, che lamentano ancora oggi l'assenza di infrastrutture primarie: a Imider non ci sono scuole, manca l'elettricità nella maggior parte delle abitazioni, internet e perfino i giornali, mentre l'ospedale più vicino si trova a 200 km di distanza e chi ne avesse bisogno deve pagare il carburante per l'ambulanza. Peggio, i lavori di scavo hanno provocato il progressivo impoverimento delle falde, oltre all'inquinamento dei terreni limitrofi a causa dei prodotti tossici degli scarichi.

La tensione tra le ottomila anime della borgata e i rappresentanti dell'azienda era già emersa in passato, ma mai aveva raggiunto i livelli attuali. Ad aggravare la situazione, l'interruzione dell'acqua corrente dovuta ai nuovi foraggi. Per il villaggio è stata l'occasione di denunciare apertamente la marginalizzazione economica e la depredazione delle risorse senza contropartita. "Come è possibile che una società che fattura milioni attingendo alle nostre ricchezze pretenda di non avere i mezzi per assicurarci un lavoro, nemmeno a tempo determinato?" domanda Brahim, tra i leader del movimento di protesta. In effetti, sebbene uno dei giganti africani della produzione di argento si trovi saldamente impiantato sul territorio, gli abitanti di Imider rappresentano soltanto una minima parte della manodopera totale. "Una violazione flagrante degli accordi conclusi tra delegati dell'azienda e della comunità, che fissano al 75% la soglia di impiego riservata ai locali".



All'inizio sono stati gli studenti rientrati dalle università e i disoccupati a guidare la contestazione, ma alle loro fila si sono aggiunti presto tutti gli altri, compresi donne, anziani e bambini. "Marce della sete" settimanali, per bloccare la statale che porta i turisti verso le dune di Merzouga, e sit-in permanente in cima alla montagna, a guardia dello chateau d'eau "che ha rubato l'acqua al villaggio". La reazione delle autorità, di fronte al calo della capacità estrattiva (e dei profitti) di una miniera a mezzo servizio, non si è fatta attendere. Piuttosto che una repressione violenta, negativa in termini di ritorno di immagine per il monarca (la sua holding Managem si sta confrontando con altri focolai di protesta sempre in contesti minerari), è in atto una strategia di soffocamento meno eclatante, sebbene molto in voga nel regno: black-out mediatico sulla vicenda, intimidazioni, condanne per reati di diritto comune nei confronti degli attivisti. Azioni e sabotaggi che non hanno ancora intaccato la determinazione degli abitanti, pronti a rievocare per l'occasione il passato eroico delle loro tribù di fronte alla penetrazione coloniale. Nei dintorni di Imider, spiega Omar, si combatté negli anni '30 l'ultima battaglia per frenare l'occupazione francese. A pochi km da quel luogo di memoria e sacrificio - il monte Saghru - va in scena oggi una nuova resistenza. "La posta in gioco non è più l'indipendenza, ma la nostra dignità".


"Il paradiso si è trasformato in inferno"

Altra regione storicamente ribelle, tanto all'occupazione straniera (spagnola in questo caso) quanto alle imposizioni del governo di Rabat, è il territorio Ait Baamrane, situato nella fascia meridionale del paese, al confine con il Sahara Occidentale (occupato dal Marocco nel 1975). La città di riferimento, Sidi Ifni, è adagiata su un promontorio roccioso che si affaccia sull'Atlantico. Il piccolo porto, ricavato su un'insenatura poco distante dal centro, è riuscito per decenni a tenere in piedi l'economia della borgata. Le sardine di Ifni sono diventate un marchio di garanzia perfino nei mercati internazionali. Poi l'arrivo delle flotte d'altura e delle reti a strascico ha ridotto i pescatori della zona in fallimento. "I grandi pescherecci provenienti dal nord utilizzano tecniche illegali, come le reti piombate e a maglie minuscole, massacrando i fondali e impedendo la riproduzione", spiega Ousmane, proprietario assieme ai due cugini di una barca di modeste dimensioni.

I pescatori di Sidi Ifni, emarginati nel loro stesso porto dai magnati dell'industria ittica, hanno provato ad opporsi e ad alzare la voce. Nel 2008 hanno formato un collettivo, assieme a disoccupati ed attivisti, e occupato i moli per alcuni giorni. La violenza repressiva (decine di arresti, torture) abbattutasi su tutta la cittadinanza viene ancora ricordata come il "sabato nero". A stroncare il collettivo poi, oltre alla brutalità della polizia, ci ha pensato la cooptazione politica di alcuni leader del movimento, che hanno ceduto alle promesse e a qualche contropartita. Ora siedono in consiglio comunale. Intanto la città, un tempo grazioso gioiello di architettura moresca, continua a deperire e i servizi si riducono all'osso. "Dietro la facciata decrepita dell'ospedale non è rimasto più neanche uno specialista e i macchinari sono obsoleti", fa sapere Ousmane. "Per tenerci buoni ci hanno offerto nuove licenze di pesca, ma che ci facciamo se il pesce lo prendono tutto loro? Senza contare che le barche costano e chi non si è indebitato e ha la fortuna di averne ancora una, preferisce utilizzarla per tentare la traversata verso le Canarie".



Lo sfruttamento intensivo delle coste marocchine, incentivato dagli accordi poco trasparenti conclusi con flotte straniere (quello con l'UE è in attesa di rinnovo), sta progressivamente riducendo la ricchezza alieutica del regno. Armatori e grossisti inseguono prede e guadagni a sud, dove lo scenario che si ripropone è sempre lo stesso. Ce lo spiega il regista belga Jawad Rhalib con il documentario Les damnés de la mer, che accende i riflettori sui pescatori di Dakhla. Anche qui la disparità dei mezzi a disposizione e il dispiegamento delle reti clientelari hanno determinano la rovina di molti, i pescatori artigianali, e il successo di pochi, i proprietari delle grandi imbarcazioni.

Il film si apre sulla spiaggia di La Sarga, poco distante dagli aquiloni dei kitesurfers che affollano le rive ondose della cittadina saharawi, dove le barche e le polpare sono desolatamente ammassate a riva. E' il periodo di fermo biologico e i lavoratori del settore sono tutti in "disoccupazione tecnica". Tutti o quasi. Chi possiede il capitale per "oliare gli ingranaggi" può uscire in mare senza temere controlli né provvedimenti giudiziari. "Sopravviviamo a stento nel paradiso del pesce… ci stanno ingannando…il paradiso si è trasformato in inferno", commenta la moglie di un pescatore, mentre sullo sfondo due pescherecci svedesi stanno rientrando a terra con il bottino della giornata. Il capitano spiega in seguito, di fronte alla telecamera, che ha firmato un contratto di fornitura con un'azienda del posto e dispone di una licenza. Si dice soddisfatto della sua permanenza a Dakhla, guadagna bene e lavora tutto l'anno, mentre "in Svezia la politica ha rovinato la pesca" tanto che l'unica soluzione "è spostarsi altrove", dove non ci sono quote o restrizioni. In realtà le quote e le restrizioni ci sarebbero anche qui, ma chi deve assicurarne il rispetto non lo fa. Per Hassan Talbi, presidente dell'associazione di proprietari delle barche artigianali, "l'amministrazione è nel migliore dei casi indifferente e nel peggiore semplicemente corrotta".


"Come mosche attorno a una carogna"

La metafora ittica "i pesci grossi mangiano quelli piccoli" risulta particolarmente calzante per spiegare quanto sta succedendo nei porti marocchini. Ma non solo. Lo stesso adagio descrive bene la situazione vissuta in un altro settore nevralgico dell'economia nazionale, quello agricolo, che impiega circa il 40% della popolazione attiva. Per capire meglio le trasformazioni in atto, basta fare un giro nelle pianure del Souss, zona di coltivazione per eccellenza situata nell'ampia vallata che circonda Agadir. Fino a ieri popolata - come la maggior parte della superficie rurale del paese - da piccoli contadini (fellah) dediti alla produzione di ortaggi e cereali per il circuito locale, la piana ha ormai mutato il suo volto ed è divenuta un esempio del nuovo modello di produzione agricola, moderno e intensivo, veicolato dal governo e dagli accordi internazionali di libero scambio conclusi in materia (USA, UE).

Risultato: la comparsa di oltre 10 mila ettari di serre, riservate alle monocolture da esportazione (agrumi, pomodori, banane) e molto dispendiose in termini di approvvigionamento idrico, il prosciugamento del fiume Souss e la progressiva scomparsa dei piccoli contadini, fagocitati dai nuovi colossi del settore. "Le dighe erette per assicurare l'acqua alle aziende esportatrici hanno abbassato il livello della falda, che in alcune zone raggiunge i 100 m di profondità", spiega Houcine Bouchabi, segretario regionale del sindacato di categoria (FNSA). "I pozzi sono rimasti a secco e così i fellah vendono le loro terre per pochi soldi e iniziano a lavorare come braccianti". Chi sono questi colossi del settore? Una lobby ristretta, formata da gruppi europei stabilmente insediati nella zona o grandi proprietari marocchini, l'attuale sindaco di Agadir e il monarca due esempi su tutti, a conferma del solido legame tra potere e affarismo.

Alcuni agricoltori hanno cercato di rimediare alla scarsa competitività unendosi in cooperative, ma la maggior parte è stata comunque estromessa, andando ad infoltire il tessuto del sottoproletariato rurale, assieme ai flussi di migranti che arrivano da ogni parte del paese per offrire manodopera. Secondo le stime della FNSA sono più di 100 mila i braccianti che lavorano nel Souss, quasi tutti ingaggiati a giornata per una paga media di 6 euro, senza nessuna forma di tutela. Si ritrovano all'alba nei mawqefdei villaggi, nella speranza di essere caricati sui furgoni diretti ai campi. "Quando usciamo di casa non sappiamo se riusciremo ad ottenere il posto..l'alternativa è l'elemosina. A volte ci facciamo concorrenza al ribasso pur di lavorare qualche giornata in più. Viviamo come mosche che ronzano attorno ad una carogna", confessa Fatima, 25 anni già sfioriti.

I tre quarti degli operai ingaggiati nella zona sono donne. "Lavorano di più, sopportano meglio lo sforzo fisico e sono ritenute più docili dai padroni", riferisce Bouchabi. Sono anche le principali vittime di aggressioni sui luoghi di lavoro, come conferma Fatima: "quando lavoriamo per 10 ore nelle serre, dove la temperatura arriva a 45° e l'umidità è elevatissima, siamo costrette a svestirci un po' per evitare di soffocare. I caporali ci guardano con smania, quasi indemoniati..per loro siamo solo oggetti da sfruttare, anche sessualmente". Sono numerose le testimonianze di ragazze che hanno perso il posto per essersi ribellate ai ricatti e ai maltrattamenti. La FNSA cerca di battersi e fornire assistenza sul territorio, ma in generale - la sua - è una constatazione di impotenza. Sono sempre più rari gli operai sindacalizzati nel settore agricolo, come del resto in tutta l'industria privata: la semplice adesione al sindacato o la rivendicazione delle garanzie contrattuali previste dalla legislazione nazionale (salario minimo, contributi pensionistici, assistenza sanitaria) può essere causa di licenziamento.



 

Un Marocco a due velocità

Mentre il paese è scosso da tensioni e contestazioni sociali - l'occupy di Imider è solo uno dei tanti esempi di rivolte locali registrate negli ultimi mesi - e affronta una crisi economica strutturale che impone al governo tagli alla spesa pubblica, la politica dei grandi cantieri-vetrina e dei progetti faraonici prosegue indisturbata. Lungo l'asse atlantico Tangeri-Casablanca continuano i lavori, e gli espropri delle terre, per la costruzione del TGV marocchino, concepito qualche anno fa dal tandem Mohammed VI-Sarkozy.

Per il sovrano alawita, esibire il primo treno ad alta velocità del continente e del mondo arabo, è un vezzo irrinunciabile. L'occasione per rinnovare un'immagine di sé e del suo regno dinamica e moderna. Parigi invece, primo partner economico e solido alleato politico in campo internazionale, può dare respiro ad alcune aziende di punta del catalogo made in France, che beneficiano delle commesse per la realizzazione dell'opera, messe in ginocchio proprio dalla scarsa redditività del modello TGV (costi proibitivi e spese di mantenimento). Anche nel caso marocchino, tuttavia, il peso di un progetto dispendioso e di dubbia utilità rischia di avere, più che l'effetto trainante annunciato dalle autorità, delle gravi ripercussioni su un'economia nazionale compromessa dal deficit di bilancio e dall'indebitamento accumulato. A denunciarlo è il collettivo "Stop TGV!", costituitosi durante le mobilitazioni delle "primavere arabe", rappresentate in loco dal Movimento 20 febbraio. Ne fanno parte, oltre ad attivisti, dissidenti, organizzazioni studentesche e della società civile, anche piccoli e medi imprenditori, stanchi di una gestione del paese opaca e verticistica.

A sollevare le polemiche non è solo la questione del finanziamento (2,5 miliardi di euro), affidato al budget di governo e ai prestiti stranieri, ma anche la maniera in cui l'opera è stata imposta alla popolazione e ai suoi rappresentanti, tenuti all'oscuro fino all'inizio dei lavori. E' l'ennesimo specchio di una "democratizzazione" a lungo promessa, ma che ancora tarda ad arrivare. "Nonostante in Marocco si tengano periodicamente elezioni - spiega Hassan Akrouid, membro del collettivo e di Attac-Maroc - né ministri né parlamentari hanno mai osato opporsi ad una decisione del sovrano, che resta il vertice politico, religioso e militare dello Stato. Così il progetto dell'alta velocità è in sé incontestabile, sebbene non sia stato accompagnato né da gare d'appalto né da studi adeguati sulla sostenibilità".

Sostenibilità che rimane un dettaglio non trascurabile per un paese in cui più di un quarto della popolazione vive in condizioni di povertà e la metà è analfabeta (fonte ONU), la disoccupazione giovanile è al 30% e il salario minimo non oltrepassa la soglia dei 200 euro, quando si ha la fortuna di ottenerlo. "L'opera toglierà risorse ad altri settori prioritari", continua l'attivista, presentando alcuni dati del rapporto alternativo redatto dal collettivo. "Con lo stesso budget del TGV, ossia il doppio di quello destinato alla sanità e due terzi della somma riservata ai nuovi investimenti, si potrebbero costruire interi comparti industriali, centri ospedalieri all'avanguardia, centinaia di scuole nelle zone rurali e di montagna, oppure estendere il tracciato ferroviario esistente, interamente ereditato dal periodo coloniale, ai territori marginalizzati dell'interno, spesso sprovvisti addirittura di strade asfaltate".

La parabola del TGV, insomma, sembra riassumere fedelmente l'immagine del paese svelata nel corso di questo lungo viaggio. Un paese che, nonostante i piani di sviluppo, le cosiddette riforme e la relativa stabilità istituzionale, continua a procedere a due velocità differenti. "In Marocco - conclude Akrouid - c'è una prima classe che detiene la gran parte delle risorse e può permettersi tutto, non conosce crisi né austerità, e c'è una seconda classe invece, ben più numerosa della prima, che manca delle necessità di base e che lotta ancora oggi per veder riconosciuti i propri diritti". Una prima classe che fra qualche anno potrà viaggiare su treni di lusso a 320 km/h, fare colazione a Tangeri e pranzare a Casablanca, e una seconda classe che continuerà ad andare a piedi, a contrabbandare merci per sopravvivere, a svendere la propria forza-lavoro, a percorrere anche 100 km per arrivare a scuola o raggiungere l'ospedale più vicino. Fino a quando?



L’acqua dei berberi, l’argento del re

L’acqua dei berberi, l’argento del re

Aman Iman, “senza acqua non c’è vita”. E’ attorno a questo slogan, scritto in lingua amazigh (o berbera), che è sbocciata una protesta singolare e inedita nella storia del paese. Un intero villaggio - Imider, ottomila anime incastonate tra le vette dell’Atlante e le sabbie del Sahara - è in rivolta contro lo sfruttamento intensivo delle sue risorse naturali e la marginalizzazione economica sofferta malgrado le ricchezze del sottosuolo. Aman Iman, due parole tracciate con vernice bianca su sfondo di pietra rossastra a dare il benvenuto sul monte Alebban, guardiano arido e sassoso che sovrasta la borgata, dove gli abitanti si sono accampati dall’agosto del 2011 per ricordare alle autorità del regno che la loro terra e la loro dignità non sono in vendita.


(Credit foto: Jacopo Granci)


Articolo originariamente pubblicato da Niglizia nel numero di Settembre 2014 



Un “Aventino” alle porte del deserto

La statale n. 10 è una sottile striscia d’asfalto che, superate le oasi di Gulmima e Tinghir, passaggi improntati dagli antichi carovanieri, scivola lenta e nodosa verso la turistica Ouarzazate. Nel gergo del posto viene anche detta la “rotta delle kasbah”, come testimoniano le numerose fortificazioni in pisé, sopravvissute al tempo e all’incuria, che fanno capolino tra i palmeti o si mimetizzano negli anfratti dei pendii. Il paesaggio è a dir poco cinematografico. I colori si rincorrono in un valzer di sfumature - dal giallo della terra sabbiosa alle macchie verdi di una vegetazione inattesa, fino alle venature scure dei rilievi - quando un gruppo di case sparse lungo la carreggiata e un piccolo cartello di segnalazione annunciano l’arrivo a Imider. Il villaggio sembra semideserto come la natura circostante.

Moha, ragazzone dai modi gentili, fa subito il punto della situazione. “Chi possiede ancora una parcella coltivabile o qualche animale è fuori a lavorare. Tutti gli altri, compresi donne e bambini, sono in cima all’Alebban”. Sulla sommità del promontorio affacciato sulla stretta vallata si trova la stazione di pompaggio che fornisce acqua alla miniera d’argento, giacimento tra i più produttivi di tutta l’Africa controllato da una holding di proprietà del sovrano Mohammed VI.

L’estrazione del prezioso metallo, iniziata nel 1969 ed intensificatasi con il passare dei decenni, da promessa di sviluppo locale si è rapidamente trasformata in una maledizione per la popolazione, che tre anni fa ha deciso di scalare la montagna per mettere i lucchetti alle pompe. “L’aumento dei foraggi e dei pozzi di alimentazione voluti dall’azienda hanno provocato l’essiccamento della falda acquifera, riducendo - e in alcuni casi bloccando completamente - l’approvvigionamento idrico alle famiglie”.

Le ricadute negative, continua il giovane attivista, non si fermano qui. Il deflusso dei prodotti tossici (cianuro e mercurio) utilizzati per il trattamento del minerale ha inquinato i terreni attorno alla miniera. “I pastori hanno visto morire i greggi che si erano abbeverati con l’acqua contaminata. La SMI (Société Métallurgique d'Imider, ndr) ha dovuto indennizzarli in fretta e furia per evitare lo scandalo”. La penuria idrica e i veleni provenienti dall’attività estrattiva sembrano aver condannato all’asfissia gran parte delle coltivazioni, compresi i campi di mandorli un tempo fiore all’occhiello del villaggio ed oggi poco più che arbusti rinsecchiti.




La marcia della sete

“Ci rubano l’acqua, uccidono i raccolti e nessuno dice niente. Le autorità difendono gli interessi dell’azienda, ovvio, in fondo si tratta dello stesso padrone”, afferma Omar - studente universitario prestato alla causa - riferendosi al monarca e alla sua elite, che nonostante le aperture e le riforme degli ultimi anni mantiene uno stretto controllo sulla vita politica e sulle principali attività economiche del paese. “C’è una nuova costituzione che alcuni definiscono democratica, ci sono i codici, ma al di fuori delle carte questi signori non vogliono sentir parlare di diritti e tantomeno di rispetto dell’ambiente. Così abbiamo preso l’iniziativa”.

In realtà le tensioni tra gli abitanti di Imider e la società mineraria erano già emerse in passato. Nel 1996 l’esproprio di alcune terre collettive del villaggio - la cui gestione, oggi affidata al Ministero dell’Interno, era storicamente regolata dal diritto consuetudinario berbero - aveva provocato una prima sollevazione, rapidamente soffocata nell'indifferenza generale. Quindici anni più tardi, con l’onda lunga delle “primavere” che provava a farsi strada nel regno, il confronto è rispreso e si è radicalizzato, complici anche l’aggravarsi della siccità e della disoccupazione, fenomeni endemici nel Sud-est marocchino.

Nell’estate del 2011, mentre agli studenti rientrati per le vacanze veniva negata l’assunzione temporanea nella miniera, i pozzi e i rubinetti del villaggio sono rimasti a secco. In poco tempo ha preso forma un vasto movimento di protesta sociale e di disobbedienza civile: una marcia della sete diretta agli scavi ha serrato i ranghi di una popolazione ridotta allo stremo, che si è presentata ai cancelli del giacimento "armata" di taniche e bottiglie vuote. Aman Iman!Di fronte al silenzio della SMI il sit-in è proseguito sulla cima del monte Alebban, trasformandosi in insediamento permanente.




L'occupazione

Da allora infatti i ribelli di Imider non hanno più lasciato l'accampamento. Tre anni di protesta, trascorsi a 1400 m di altitudine, dove le prime tende in tela giallastra hanno lasciato il posto alle piccole case di sassi e terra battuta, costruite a mano dai ragazzi del villaggio. "Da quando abbiamo fermato le pompe, i ritmi di estrazione si sono ridotti e il livello dell'acqua è tornato a salire", spiega Moha, seduto di fronte alla porta in legno mentre versa un tè amaro insaporito dal timo.

Uomini e donne, anziani e bambini, tutti partecipano all'occupazione dello château d'eau. Organizzati in gruppi di lavoro si alternano con disciplina nei vari incarichi, dalla raccolta delle pietre per nuove costruzioni al rifornimento di viveri. Durante i momenti di riposo, invece, ognuno si dedica alle proprie passioni. Said ad esempio - artista autodidatta - affresca le pareti delle stanze con i simboli della cultura locale: le lettere dell'alfabeto tifinagh e la bandiera tricolore amazigh, per riaffermare una lingua e un'identità a lungo negata dal governo centrale.

Fuori dal perimetro del campo, intanto, una manciata di giovani sta scavando un pozzo servendosi di pala e picconi. "Le riserve d'acqua stanno finendo ed è sempre più rischioso scendere al villaggio" riferisce Hamid, folta capigliatura rasta, appena risalito in superficie. "Vogliamo renderci autonomi, ma per incontrare la falda dobbiamo arrivare almeno a 15 metri". Poco lontano, alcune donne avvolte in foulard colorati, le mani solcate dalla fatica e tinte dall'henné, preparano il couscous con mezzi di fortuna. In prima fila ad ogni marcia o durante le assemblee, intonano i caratteristici yuyu ed esibiscono decise le tre dita del saluto militante. Quasi un monito, a ricordare che l'ambiente, l'essere umano e la parola sono valori ancestrali tuttora imprescindibili.

Nessuno di loro è intenzionato a cedere, né di fronte alle asperità atmosferiche - l'arrivo del caldo torrido dopo il gelo invernale - né di fronte alle ondate di arresti sommari. "La zona è militarizzata, la polizia protegge tutti gli accessi alla miniera e al villaggio e controlla il transito sulla statale", conferma Yassine che ha già pagato con un anno di carcere il suo impegno nel movimento.

Alla repressione violenta e su vasta scala, negativa per l'immagine della monarchia, le autorità preferiscono una strategia meno eclatante ma sempre più in voga nel regno: il black-out mediatico e una mirata criminalizzazione del dissenso. Dall'inizio della rivolta sono circa una trentina i ragazzi condannati a seguito di processi farsa. Gli ultimi tre, lo scorso aprile, sono stati prelevati dagli agenti mentre scendevano a valle per accompagnare donne e bambini. "Vogliono fiaccarci con la prigione e le minacce, senza destare clamore. Del resto, a Rabat, nessuno sa cosa succede da queste parti…ma si sbagliano. Che ci uccidano piuttosto, se non sono disposti a concederci i nostri diritti!", tuona Yassine interpretando il pensiero dei compagni.




Aspettando lo sviluppo

I dirigenti della SMI, da parte loro, hanno sempre negato l'esistenza di legami tra le perforazioni e la penuria idrica, che dipenderebbe piuttosto dalla ridotta pluviometria: "negli ultimi anni le precipitazioni sull'altopiano sono state scarse - si legge in un comunicato dell'azienda, che non ha voluto rilasciare dichiarazioni a Nigrizia- ed è normale che tutta l'area ne soffra". Non è normale invece, ribattono gli attivisti, che le risorse del territorio vengano impiegate per l'arricchimento privato a discapito delle esigenze dei cittadini. "Sfruttano le ricchezze di Imider, è un loro dovere partecipare allo sviluppo, dare lavoro alla nostra gente e reinvestire qui parte dei profitti", lamenta Khadija, sessantenne minuta e uno sguardo profondo di semplicità e fierezza.

In effetti, sebbene la SMI sia uno dei giganti africani della produzione di argento, solo una minima parte della popolazione locale è impiegata all'interno del giacimento. "La società ha violato gli accordi conclusi con i nostri delegati secondo cui il 75% della manodopera deve provenire dai villaggi vicini", puntualizza Hamid, tra gli esclusi dal reclutamento effettuato poco prima dello scoppio della protesta. Oltre alla mancanza di impiego, al furto dell'acqua e all'inquinamento dei terreni - responsabili dell'esodo migratorio che da anni condanna gli abitanti della regione - Imider, ignorato da un turismo che scorre indifferente sulla statale 10 verso mete più attrattive, aspetta ancora l'arrivo dei servizi di base.

"L'ospedale più vicino si trova ad oltre 100 km e il dispensario del paese non ha nemmeno i medicinali generici. Non parliamo poi delle strutture e dei trasporti scolastici…" spiega Moha, mentre indica la sorellina che, finita la lezione pomeridiana, ha appena raggiunto l'accampamento risalendo un sentiero scosceso strappato al fianco dell'Alebban. "Molti bambini devono camminare un'ora, a volte due, per raggiungere aule fatiscenti. Gli alunni delle elementari e delle medie hanno scioperato e manifestato per mesi, fino a quando il ministero si è deciso ad inviare almeno banchi e lavagne".


Una nuova resistenza

Mentre il riverbero del sole sembra adagiarsi sulla linea dell'orizzonte, folate di vento rovente accompagnano il mutare dei colori e le prime ombre della sera. Dal ciglio della montagna alcuni attivisti osservano i fumi di polvere salire dalla miniera, situata sul versante opposto della vallata. Tra poco le luci dello stabilimento rischiareranno i costoni neri del Saghru, massiccio glorioso che quasi un secolo fa ospitò la tenace resistenza delle tribù berbere della zona contro l'avanzata degli eserciti coloniali.

Negli anni '30 la confederazione degli Ait Atta, da cui discendono Moha, Hamid e gli altri, riuscì a bloccare ottantamila soldati francesi asserragliandosi sulle aspre vette della catena. Quelle gesta - dimenticate troppo in fretta dalla storiografia nazionale ma non dalla gente del posto - sembrano riempire d'orgoglio e speranza i ribelli di Imider, consapevoli che oggi, a pochi passi da quel luogo di memoria e sacrificio, sono diventati loro i protagonisti di una nuova resistenza. La posta in gioco non è più l'indipendenza, tradita ai loro occhi da una cerchia al potere vorace e autoritaria, ma la dignità.



Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

Tunisia. Gafsa, dove la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

E’ nel bacino minerario di Gafsa, nel cuore del paese, che tutto è cominciato. I cittadini, stanchi di essere depredati della ricchezza dei loro fosfati, erano scesi in strada già nel 2008. E lì sono rimasti, nonostante la violenta repressione.



“La Tunisia mormorava ancora quando noi stavamo già gridando, urlando la nostra collera”. Per Alaa, giovane chimico, l'essere originario di Redeyef è una ragione di orgoglio. Per tornare a casa, nel cuore del bacino minerario di Gafsa, bisogna viaggiare per oltre 5 ore da Tunisi.

E’ qui che cinque anni fa è germogliata la rivoluzione tunisina che ha poi rovesciato Ben Alì.

“Era il mese di gennaio del 2008 - ricorda Alaa - La compagnia dei Fosfati di Gafsa (CFG), unica industria della regione e principale fonte d’impiego, rese pubblici i risultati truccati di un concorso di reclutamento. Non era la prima volta. Ma noi abbiamo deciso che sarebbe stata l’ultima!”

  

UN MOVIMENTO SOCIALE PRECURSORE

 “Dignità, lavoro, libertà”: gli slogan intonati a Gafsa diventeranno tre anni più tardi quelli della sollevazione di tutta la Tunisia. Tre anni durante i quali la repressione del regime di Ben Alì ha messo il bacino minerario sotto una cappa di piombo.

Centinaia di poliziotti e militari sono stati dispiegati sul posto, con il compito di soffocare la contestazione.

Gli abitanti, che hanno animato sit-in e manifestazioni, sono stati messi sotto assedio. Molti sono finiti in carcere e sono stati picchiati. In quattro sono morti sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia.

Appoggiata con forza dai comitati di sostegno che stavano nascendo nel resto del paese, oltre che in Francia, la contestazione è proseguita. Giovani blogger fanno le loro prime esperienze, forzando le barriere poste dalla censura.

La rivolta si diffonde oltre le frontiere: “Le condizioni di vita sono talmente difficili che le persone non hanno esitato ad investirsi fino in fondo” analizza Zakia Dhifaoui.

Poetessa e scrittrice, Zakia è una delle 38 persone condannate alla prigione dopo un processo contrassegnato dalle irregolarità.

Ma nei suoi ricordi la rivolta è come una grande festa, “dura, ma bella”, nel corso della quale i tunisini hanno scelto di non rimanere più in silenzio: “Hanno fatto il primo passo e non si sono più fermati”.

A otto anni di distanza, cosa resta di questo movimento sociale 'precursore' e delle sue rivendicazioni, in una Tunisia in piena transizione?

 

UNA REGIONE RICCA MA DISASTRATA

Creata alla fine del 19° secolo, poco dopo la scoperta dei giacimenti di fosfati da parte di un geologo francese, la “Compagnia dei Fosfati di Gafsa ha conosciuto enormi trasformazioni”, racconta l’economista Abdeljelil Bedoui.

Impresa di Stato a partire dall’indipendenza, ha al tempo stesso assicurato la piena occupazione locale e procurato alla popolazione servizi e infrastrutture quali la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità, commercio e borse di studio.

“La compagnia garantisce servizi, sicurezza d’impiego, compensando in parte la durezza e la pericolosità del lavoro”, commenta Abdeljelil Bedoui.

Nel corso degli anni Ottanta, le miniere situate più in profondità sono state chiuse, a favore di quelle a cielo aperto.

Sono arrivate la meccanizzazione e una nuova gestione del personale, sostenuta dalla Banca mondiale: i pensionamenti non sono più stati rimpiazzati e sono diminuiti i posti di lavoro.

“Si è passati dai 14000 operai degli anni Ottanta agli appena 5000 di oggi” spiega l’economista. La produttività cresce, ma il tasso di disoccupazione esplode.

Nel bacino di Gafsa, il 24% della popolazione attiva è senza lavoro (contro il 17%  del livello nazionale). Questo tasso cresce fino al 50% tra i giovani laureati. L’offerta di servizi scompare poco a poco.

“Da noi, non c’è nulla” riassume Rifqa Issaoui, presidente della nuova Associazione delle donne minatrici (AFM). “Non abbiamo né strade né servizi pubblici”. Nessun ufficio della Compagnia Nazionale delle Telecomunicazioni all’orizzonte, né un’amministrazione, né un tribunale di primo grado.

E bisogna viaggiare per 200 km prima di trovare il primo ospedale. “Noi viviamo nella miseria, nonostante la nostra regione sia una fonte di ricchezza per l’intero paese. E’ ingiusto”. I fosfati rappresentano il 13% delle esportazioni tunisine. In breve, una regione ricca di risorse, ma socialmente disastrata.

  

L’INQUINAMENTO MINERARIO IN EREDITÀ

“La sola cosa che ci resta delle miniere, sono le malattie” protesta Khadra. Madre di 3 bambini, deve sbrigarsela con 200 dinari mensili (meno di 100 euro) che guadagna suo marito, netturbino pagato a giornata.

“La regione è molto inquinata – conferma Alaa – La polvere che vola per le strade è piena delle polveri rilasciate dai fosfati, così come l’acqua. C’è una forte diffusione del cancro”.

Per depurare la materia prima dai componenti radioattivi come cadmio o uranio, il minerale viene passato all’interno di enormi centrifughe. Gli scarti che ne escono, sotto forma di fango, sono altamente inquinanti. Non c’è alcun modo di trattarli.

“Questi problemi sanitari aumentano la collera della gente di Gafsa” spiega Bedoui.

Con un guadagno entto di 500 milioni di euro nel 2010 (e 650 milioni nel 2008), la CFG rappresenta il 3% del PIL tunisino. Il 90% dei fosfati estratti dal sito (8 milioni di tonnellate annue) sono trasformate nel paese, soprattutto in concimi. Il 10% dei fosfati grezzi restanti sono esportati in Turchia e in Europa.

“Dal 2007 il prezzo dei fosfati, a livello internazionale, non ha smesso di aumentare” precisa Abdeljelil Bedoui. “Stessa cosa per quello dei concimi derivati dai fosfati. Alla CFG non mancano certo i soldi! E’ in questo contesto di provocante coesistenza tra l’opulenza degli uni e la miseria crescente degli altri che si è sviluppato il movimento di contestazione sociale del 2008”.


NUOVO REGIME, VECCHI PROBLEMI

Ma oggi, sostiene Zakia Dhifaoui come anche altri, nulla è cambiato in Tunisia sotto il punto di vista dei diritti economici e sociali.

“Ci siamo sbarazzati di Ben Ali, ma non del suo sistema”, riassume.

A Gafsa, i cittadini continuano a percorrere sentieri in terra battuta. La mancanza di trasparenza sulle assunzioni al CFG resta una costante. Di conseguenza proseguono i sit-in e le manifestazioni.

Con quali prospettive? “La CFG potrebbe cominciare ad assumere, invece che ricorrere agli straordinari”, sottolinea Abdeljelil Bedoui.

“Nel 2008 l’impresa ha speso 4 milioni di euro per remunerare orari e mansioni eccezionali. Questo corrisponde all’assunzione di 1800 salariati a 400 dinari al mese!”.

Anche la riabilitazione di una regione estremamente inquinata da un secolo di sfruttamento dei fosfati, potrebbe generare molto lavoro.

“Si potrebbe dragare il fondale delle rive, dove si sono accumulati fanghi carichi di cadmio e uranio, mettere a punto sistemi di riciclaggio delle acque usate e inquinate. La costruzione e il funzionamento di tutte le infrastrutture indispensabili, che mancano in tutta la regione, sono un altro metodo per creare impieghi”.


“LA REGIONE POTREBBE ESSERE PROSPERA”

Senza contare che numerose prospezioni hanno evidenziato la presenza di altre ricchezze minerarie come il marmo, l’argilla per la costruzione di mattoni, il gesso utile per le costruzioni o la sabbia siliciosa che serve alla produzione di parti elettroniche.

“Tutto è possibile a Gafsa. La regione potrebbe essere prospera e gli abitanti al riparo dalla miseria”, assicura Bedoui. Ma in Tunisia, non sembra essere il momento per le spese pubbliche. “La scelta liberale dell’attuale governo implica un disimpegno statale. Non esiste una vera politica industriale in Tunisia”.

Miraggio lontano, come quello di disfarsi del sistema clientelare che ha prevalso negli anni di Ben Ali.

I cittadini di Gafsa intanto - militanti, sindacalisti, giovani disoccupati e madri casalinghe - sono decisi a continuare la lotta. Finchè la loro sete di giustizia e dignità non sarà soddisfatta.

“Ci batteremo a non finire, costi quello che costi”, dicono le donne della regione.

Intervenendo in un incontro del Forum Sociale, Khadra alza la testa e lancia uno sguardo vivo e determinato, esclamando con voce forte e chiara: “Questo governo è arrivato dopo un “Degage” e se ne andrà con lo stesso slogan!”. Gafsa la ribelle non ha ancora detto la sua ultima parola.




(Articolo originale pubblicato dal sito di informazione francofono Basta!, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it)


Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

Tunisia. Al cinema “la maledizione dei fosfati”

E' nella Tunisia profonda che la storia comincia. Una storia fatta di lotta, di repressione e di dignità. Una storia ancora attuale. Il documentario del regista Sami Tlili ripercorre gli eventi che sconvolsero il bacino minerario di Gafsa nel 2008 e ci racconta una "rivoluzione in marcia" che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

(Credit foto: Garboussi)



Dopo l'anteprima al festival di Abu Dhabi (di cui si è laureato vincitore) e la proiezione "sofferta" alle JCC (Journées Cinématographiques de Carthage), Yaalan bou el phosphate ("Sia maledetto il fosfato") - documentario del giovane regista tunisino Sami Tlili - è finalmente in programma nei cinema della capitale tunisina dal 12 dicembre scorso (guarda il trailer).

Il film, come annunciato dal titolo, evoca la maledizione lanciata dalla presenza della materia prima sul territorio. I fosfati, infatti, sono un vanto per la regione, uno dei maggiori introiti per l'economia nazionale ma il loro sfruttamento non riesce ad assicurare sviluppo e condizioni di vita decenti agli abitanti del posto. Nonostante la ricchezza del sottosuolo, l'indice di disoccupazione resta tra i più elevati del paese e gran parte della popolazione locale cerca di tirare avanti con piccole attività di coltivazione e allevamento, rese ancor più difficili a causa dell'aridità del terreno e l'inquinamento derivato dall'attività estrattiva.

Il contesto socio-economico descritto dal documentario sembra distante anni luce da quello delle zone settentrionali e orientali del paese, lungo il litorale mediterraneo, dove le attività portuali e l'indotto assicurato dalle transazioni commerciali (tra cui gli stessi fosfati) permettono un livello di crescita e sviluppo considerevoli, e sanciscono una sperequazione regionale che è stata tra le cause principali del collasso del "sistema-Ben Ali".

Il regista rievoca la lunga rivolta che nel 2008 ha infiammato la regione e ne tratteggia i contorni attraverso le testimonianze dei protagonisti (disoccupati, sindacalisti, professori, ex detenuti), alternando immagini, poesia, voci di speranza e di disperazione. Tlili ripercorre gli eventi e ci racconta così di una "rivoluzione in marcia", che in pochi al tempo vollero o seppero vedere.

E' il gennaio del 2008 quando viene organizzato un primo sit-in a oltranza di fronte al comune di Redeyef (sud-ovest tunisino) da alcuni disoccupati della regione, per contestare i risultati di un concorso di assunzione indetto dalla Compagnie des phosphates de Gafsa (CPG).

A quel concorso si erano presentati oltre mille candidati per soli ottanta posti a disposizione. Ma i risultati affissi non sembrano tenere conto delle quote riservate ai figli dei vecchi minatori e, per gli esclusi che lanciano la protesta, sono il frutto della corruzione e del clientelismo con cui le autorità locali e i vertici della società gestiscono lo sfruttamento del minerale.

L'episodio segna così l'inizio di un movimento di disobbedienza civile che interesserà i villaggi di Redeyef, Metlaoui, Moularès e Mdhila e che resisterà oltre sei mesi - tra scioperi e manifestazioni - prima di cedere alla repressione violenta del regime di Ben Ali, pronto a schierare l'esercito per mettere fine alla contestazione.

Il movimento - a cui oltre i giovani disoccupati aderiscono sindacalisti, membri di associazioni locali e semplici cittadini - sceglie lo slogan "determinazione e dignità" per portare avanti rivendicazioni politiche (fine della repressione) e soprattutto sociali: l'annullamento del concorso, facilitazioni all'impiego per i diplomés-chomeursdella zona, maggiori investimenti industriali e l'accesso ai servizi di base per tutta la popolazione (acqua corrente, elettricità, strutture sanitarie..).

Quella di Redeyef è la sollevazione popolare più importante mai registrata dalle "rivolte del pane" del 1984 e dall'ascesa al potere di Zine El Abidine Ben Ali (1987) e il suo bilancio, dopo l'intervento del regime, sarà di tre morti, decine di feriti e centinaia di manifestanti finiti in arresto - torturati in carcere e, alcuni, condannati a lunghe pene. Tra le vittime della repressione figurano anche alcuni giornalistiche avevano cercato di dare risalto agli eventi.

Il documentario di Sami Tlili descrive una realtà sociale e geografica cruda, intensa e pone - più o meno velatamente - degli interrogativi allarmanti e di attualità. Ad oltre quattro anni dalla rivolta di Redeyef e a due anni ormai dall'inizio della rivoluzione, cosa è stato fatto per cambiare la situazione?

Apparentemente nulla, o comunque troppo poco. Ne sono una conferma le notizie arrivate negli ultimi tempi dalla zona del bacino minerario, dove la rabbia continua a covare sotto la cenere e dove gli scioperi e le proteste sono riprese con regolarità dal marzo 2011, quando la CPG ha deciso di organizzare un nuovo concorso di assunzione.

In quest'occasione le domande presentate dagli abitanti della zona sono state oltre 20 mila (per 3 mila posti) e le code agli uffici pubblici di Metlaoui e dei villaggi circostanti, per richiedere le dovute certificazioni, sono durate giorni interi. Alla fine i risultati sono stati contestati ancora una volta e un nuovo procedimento di selezione è in corso.

Intanto il malcontento si fa strada. La primavera scorsa gli operai della Société de l'environnement - una filiale della CPG dopo i disordini del 2008 per allentare la tensione sul comparto produttivo - sono entrati in sciopero ed hanno bloccato parte dell'approvvigionamento idrico alla miniera di Kef Eddor, paralizzando l'attività estrattiva. Le ragioni della protesta: ottenere un miglioramento delle condizioni di impiego, l'aumento della retribuzione almeno al livello del salario minimo (circa 120 euro quello attuale) e la copertura sanitaria.

Nelle ultime settimane, invece, è stata la volta dei diplomés-chomeurs (laureati-disoccupati) di Sned (Gafsa), che hanno manifestato per reclamare l'assunzione diretta, bloccando le rotaie per il trasferimento del minerale verso i porti della costa.

Lo scorso 13 novembre (2012, ndr) infine, mentre la principale centrale sindacale del paese (UGTT) rinunciava allo sciopero generale e la CPG annunciava una drastica riduzione della produzione (80%) e degli introiti dell'azienda, i lavoratori di Sned hanno sospeso tutte le attività paralizzando l'intera cittadina.


La condanna dei fosfati, insomma, continua ad incombere sugli abitanti di Gafsa che nonostante le sollevazioni e le promesse del nuovo governo si trovano di fronte alla stessa "maledizione" di sempre…





Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Tunisia. Gabès, l’antica Takapes: una città maledetta?

Gabès, "la capitale del mare" è un'antica città fondata dai berberi ancor prima dell'arrivo dei fenici. Per patrimonio architettonico e monumenti, è seconda solo a Qairouan. Ma la gloria del passato scompare di fronte ad un presente fatto di industrie chimiche, inquinamento e diritti negati.


(Credit foto: Laura Benetton)


Gabès si trova nel sud-est del paese, a 406 km dalla capitale, in fondo al lungo golfo omonimo in cui la costa tunisina si protende verso il territorio libico. Passata sotto il controllo dei tedeschi durante la seconda Guerra mondiale, che ne fecero un presidio militare, è stata abbondantemente danneggiata dai bombardamenti alleati. Negli anni Sessanta, poi, le piene hanno finito per radere al suolo la maggior parte della cittadella, delle borgate circostanti e delle moschee.

Completamente distrutta, la città si è accanita contro la sua popolazione.

Così negli anni Settanta, con l’arrivo del gruppo chimico tunisino il cui insediamento era stato sollecitato dagli stessi cittadini, Gabès mette lentamente in atto la propria vendetta. La produzione fa registrare cifre importanti: otto milioni di tonnellate di polvere di fosfato escono annualmente dagli stabilimenti. Allo stesso tempo, però, circa 300 mila persone vengono colpite da cancro, asma e osteoporosi. 

Alcuni ricercatori dell’Istituto nazionale scientifico e tecnico di oceanografia e pesca (Instop) parlano, non a torto, di "genocidio urbano". Si tratta della maledizione dell’industrializzazione o è colpa dei cosiddetti progetti di sviluppo sostenibile promossi da Ben Alì?

Takapes, la bella cartaginese in lutto, oggi sprofonda sotto i colpi della disoccupazione e delle vittime delle malattie "chimiche": nell'ultimo mese sono morti due bambini che abitavano vicino agli stabilimenti industriali. Uno dei due soffriva di epatite. Lo stesso giorno sono scoppiate le proteste contro gli effetti devastanti degli impianti sulla salute della popolazione.

Che si arrivi da nord o da sud, l'approccio allo skyline di Gabès è identico. Una volta superata Qairouan, provenendo da Tunisi, non è difficile rendersi conto dell’inquinamento atmosferico che imprigiona l'abitato. E' questa la causa principale delle malattie cardiache e respiratorie e dei tumori dovuti all’inalazione di gas e polveri pesanti, contenenti additivi chimici e metalli (zinco, cromo, rame).

Man mano che ci si avvicina ai "campi di concentramento" dell’unità di produzione industriale, una coperta di nebbia e fumo tinge di marrone il cielo.

A Gabès è sempre autunno. Le palme agonizzanti sono l’unica testimonianza dell’antica oasi di pace, che col tempo si è trasformata in un luogo di morte. Nonostante siano macchiate di nero, queste palme non smettono di ricordare agli abitanti del villaggio i bei tempi andati. Tuttavia, abbandonate a loro stesse, oggi non possiedono neanche l’ombra del vigore di trent’anni fa. Con il passare degli anni molte si sono piegate, come fa un uomo alla fine dei suoi giorni.

Il terreno, inquinato dai raggi gamma, dal mercurio e dal selenio, è il primo motivo della diminuzione della biodiversità del golfo di Gabès.

Così, i tronchi rattrappiti danno l’impressione di chinare la testa davanti agli effetti del veleno assorbito. Vestigia di un passato remoto, la vegetazione soccombe alle scelte arbitrarie dell’uomo. Secondo l’Associazione per la salvaguardia dell’oasi della spiaggia di Essalam, “durante gli ultimi 40 anni, i due terzi delle palme sono sparite”. Alcuni specialisti confermano la scomparsa progressiva della biodiversità della regione. L’industria sta avendo la meglio sull’agricoltura e sulla fauna del posto. “Nel 1956 si contavano più di 150 specie zoologiche. Trentacinque anni dopo se ne contano appena cinquanta”.

La produzione del gruppo chimico sfrutta il 75% delle risorse idriche; questo ha chiaramente devastato la ricchezza vegetale e costretto gli agricoltori a disfarsi dei loro terreni, trasformati spesso in zone edificabili.

Durante la notte in particolare, gli impianti emanano un fetore inconfondibile che provoca crisi asmatiche agli abitanti. Test medici riportano che il 60% di coloro che si sono sottoposti alle analisi hanno un’alta concentrazione di fluoro nel sangue. Un bilancio pesante che conferma l'ampia diffusione di alcune malattie croniche.

Secondo il medico M. Bechir, membro della Commissione regionale per la salute e la sicurezza professionale, "le autorità evitano di studiare seriamente il fenomeno perché temono le reazioni dell’opinione pubblica, sia a livello nazionale che internazionale".

Nel frattempo la città sembra presa in ostaggio tra la necessità di creare nuovi posti di lavoro e il rischio di mettere a repentaglio la salute delle generazioni future. Durante la rivoluzione, i giovani hanno bloccato in diverse occasioni la produzione nelle fabbriche, per reclamare il diritto all’impiego.

Questi ragazzi, del resto, hanno davvero la possibilità di scegliere? E con essa l’opportunità di tutelare la loro salute e quella dei loro discendenti? È una comunità che corre, suo malgrado, verso la propria fine. Una tragedia in cui la popolazione locale si trova a rivestire il duplice ruolo di vittima e carnefice di se stessa. Intrappolata in una sorta di dannazione.

M. Hedi per esempio, ex-lavoratore del gruppo chimico, si sta dando da fare per trovare un impiego al figlio maggiore, candidato a prendere il suo posto negli impianti. "Sono consapevole che correrà dei rischi, tuttavia ha ormai trent’anni e l’obbligo di provvedere a se stesso. Qui nel sud, miei cari, non abbiamo molta scelta. Le persone preferiscono morire intossicate piuttosto che farsi sopraffare dalla povertà. Può sembrare strano ad alcuni, ma è la regola da queste parti".

L’Unione regionale del lavoro (sezione locale del sindacato nazionale UGTT, ndt) ha avanzato diverse richieste all’amministrazione dello stabilimento: "assicurare l’assistenza medica gratuita a tutti i lavoratori e creare una clinica specializzata".

Il padre dei due ragazzi deceduti ha il morale a terra e, come normale in questi casi, fatica a parlare: "Non riesco ancora realizzare ciò che mi è successo, ho perso i miei bambini..e perché? In nome di che cosa? Le autorità non si sentono minimamente toccate da questa tragedia. A chi dobbiamo rivolgerci quindi? Nessuno vuole ascoltare. Ma io continuerò la battaglia finché sarò in vita. Nessuno è al sicuro da questa peste maledetta. Quando si avrà il coraggio di affrontare seriamente la questione? Oggi sono i miei a morire, ma domani tutti i bambini della regione potrebbero trovarsi di fronte allo stesso problema".

Intanto la NPK, un altro gruppo chimico di Sfax, è stato chiuso e sottoposto ad un’azione di risanamento (progetto Taparura) lanciata nel 2006.

Nonostante la Tunisia abbia ratificato la Convenzione di Londra (1973) e quella di Barcellona (1976) per la lotta contro l’inquinamento, la situazione di Gabès resta però senza soluzioni.

Il suo golfo, decretato "zona speciale" dal programma delle Nazioni Unite per la salvaguardia dell’ambiente, meriterebbe un’attenzione particolare, specie in tema di risanamento e conservazione. Gabès continua così a sognare un futuro all’insegna del rispetto delle norme internazionali e dei diritti umani, che permetterebbe ai giovani di avere un lavoro degno senza per questo dover rischiare la vita.


(Articolo originale pubblicato da Nawaat, traduzione a cura di http://osservatorioiraq.it)


Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Marocco. Viaggio tra i volti dell’Atlante

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla....




Era la primavera del 2010 quando, assieme all'amico e collega Aziz, siamo partiti alla volta di Anfgou. Un piccolo villaggio berbero incastonato sulle pendici del Medio Atlante, dove quasi ogni inverno il freddo e la neve si trascinano dietro un alito funebre, duro e inesorabile come le condizioni in cui vivono la gran parte dei suoi abitanti.



Le storie e i racconti ascoltati sul posto ci hanno poi spinto a proseguire il viaggio, ad inoltrarci ancora di più in quel "Marocco profondo" così lontano dalle metropoli della costa atlantica e quasi impossibile da reperire nelle mappe o nelle guide turistiche.

Abbiamo lasciato alle spalle sia la strada che Imilchil, punto di riferimento nella zona con il suo mercato settimanale e il suo moussem (santuario) plurisecolare, e ci siamo incamminati verso i duemila metri di altitudine che sovrastano le vallate di Oulghazi e Ait Abdi.



E' in questo punto che i rilievi gentili e verdeggianti del Medio Atlante lasciano spazio a versanti più impervi e rocciosi, con venature che mescolano riflessi scuri ai toni aridi e rossicci: l'Alto Atlante. 

Mulattiere scoscese, douar e minuscoli agglomerati di case costruite in terra e pietra, giardini pensili coltivati negli anfratti della montagna, ripari di fortuna ricavati dalle grotte disseminate tra i pendii, dove si è sistemato chi ha perso la casa con le piogge della cattiva stagione e attende l'estate per ricostruirla.



E ancora. Serate trascorse ad ascoltare la voce dell'amdeyaz (aedo) accompagnata dal suono del flauto e del rbab (strumento tradizionale a due corde suonato con un archetto). Un giorno di marcia per arrivare alla prima strada carrozzabile e raggiungere il mercato, un'economia quasi di sussistenza - pastorizia, orti striminziti ritagliati sulle sponde del torrente - e una modernità che nonostante tutto comincia a farsi avanti. Non ci sono cavi né tralicci ad illuminare le notti di Ait Abdi, ma c'è chi ha deciso di installare minuscoli pannelli solari per provvedere ai propri bisogni energetici di base.



Delle persone incontrate durante questo viaggio, di quelle conosciute, non ricordo i nomi né l'età, spesso indefinibile. Mi porto dietro il ricordo della loro semplicità genuina, del grande senso di dignità trasmesso dalle loro azioni e dai loro discorsi. Mi porto dietro anche qualche scatto, strappato più per diletto che per "esigenza professionale". Mi porto dietro i loro volti, solcati dal rigido vento dell'Atlante.

































L’infanzia perduta di Anfgou

L’infanzia perduta di Anfgou

Ad Anfgou, villaggio berbero incastonato nel cuore del Medio Atlante, le giornate si ripetono una identica all’altra. In questo angolo remoto della cordigliera marocchina sembra che nulla possa turbare la quiete dei montanari berberi che da secoli ne popolano il fianco.



Gli abitanti sopravvivono dignitosamente nonostante i pochi mezzi a disposizione, di media qualche capra e un modesto orticello, non curandosi troppo della povertà che li circonda.

Mentre il vento spazza la strada polverosa che separa le case dal ruscello, i bambini aiutano le madri nelle faccende di casa. Provvedono al rifornimento dell'acqua potabile, lavano i panni sporchi vicino alla sorgente e si prendono cura dei lattanti. Le donne avvolte in vestiti e foulard colorati, raccolgono legna da ardere nei dintorni del piccolo borgo.

Tra i terreni coltivati a orzo sulla sponda del fiume, una ragazza raduna quello che resta della mietitura. Dovrebbe avere sedici o diciassette anni, ma ne dimostra una trentina. Scheletrica, il viso già solcato dalle rughe, gli occhi stanchi e spenti. E' seguita da tre ragazzini. I suoi figli. Lavora da mattina a sera e mangia poco. A vent'anni avrà probabilmente cinque o sei bambini. Ad Anfgou non esistono strategie contraccettive, poiché lo Stato, che dovrebbe promuoverle, è semplicemente assente.




E le ong? Le associazioni femministe? No, Anfgou e i villaggi vicini non rappresentano una priorità nemmeno per loro. Non destano interesse. Da queste parti le ragazze si sposano presto e dopo un'infanzia fugace diventano subito donne, madri.

Anche i geli dell'inverno, da queste parti, non fanno sconti a nessuno.

Nel gennaio del 2008 trentatre bambini, quasi tutti sotto i dieci anni, sono morti a causa del freddo e della neve. L'intero Marocco fu toccato dalla tragedia e, per qualche settimana, sul piccolo villaggio si accesero i riflettori dei media.

Perfino il sovrano poco tempo dopo si recò sul posto, per inaugurare la costruzione di nuove infrastrutture (una strada, un ambulatorio mai entrato pienamente in funzione e sprovvisto di medicinali, e una moschea), assicurando il suo impegno per promuovere lo sviluppo della zona. Ma, superato il dramma e la commozione iniziale, tanto le autorità quanto l'opinione pubblica hanno rapidamente voltato pagina. Il villaggio è così ricaduto nel più completo isolamento e gli abitanti hanno ripreso il ritmo aspro della quotidianità, senza che nulla sia realmente cambiato.

In più proprio in questi giorni, stando ad alcune dichiarazioni (non confermate) rilasciate sul giornale on-line Hespress, un nuovo dramma sembra aver scosso ancora la piccola comunità. Due neonati sarebbero morti in seguito all'abbassamento improvviso delle temperature. "Il freddo, questo filtro che attraversa la lunga notte come una daga", ricordano alcuni versi composti dal poeta amazigh Omar Darouich in memoria delle giovani vittime di Anfgou.


Un tesoro rubato

Eppure su questi pendii - dove manca elettricità e acqua corrente in casa - si nasconde un tesoro. Ma le autorità locali - a detta degli stessi abitanti - continuano ad approfittarsi indisturbate della vulnerabilità di una popolazione dimenticata e quasi interamente analfabeta.

I boschi di cedri che circondano il villaggio sono infatti tra i più estesi di tutto il Mediterraneo.

Sono l'oro dell'Atlante marocchino.

Lo sfruttamento del legname fattura all'incirca 10 milioni di euro ogni anno tra il taglio, la vendita legale e il contrabbando. Una ricchezza che sembra rispondere unicamente agli interessi dei responsabili di zona, i soli a trarne profitto dal momento dell'indipendenza ad oggi. E questo nonostante un decreto reale del 1976 stabilisca chiaramente che l'80% del ricavato debba essere reinvestito nello sviluppo locale per togliere dalla miseria quelle persone che lavorano nelle foreste ricevendo poco o nulla in cambio.

Ma ad Anfgou quei soldi non si sono mai visti. Non c'è nemmeno un'ambulanza e la mortalità infantile raggiunge livelli spaventosi. Quasi un bambino su cinque non arriva all'età adulta, per la mancanza di assistenza in loco e la carenza di trasporti verso le strutture ospedaliere (la più vicina si trova a Errachidia, a 180 km di distanza), quando in molti casi basterebbe una semplice iniezione a salvargli la vita.

Intanto attorno ai boschi di cedri si è costruita una rete di corruzione e complicità, che alimenta lo sfruttamento clandestino della risorsa, a cui nessuno è più capace di far fronte. Chi ci ha provato è stato sbattuto in prigione. Atawi, un giovane tecnico forestale, aveva deciso di rompere il silenzio e denunciare i responsabili. Accusato di "attentare ai valori del regno", è stato condannato a due anni di carcere.

"Per ogni metro cubo di legname si possono ricavare fino a 800 euro", spiega Asif, sulla cinquantina, tra i più attivi oppositori delle reti "mafiose" che gestiscono il contrabbando. "I trafficanti effettuano i trasporti di notte, per non dare nell'occhio. Se il taglio continuerà con il ritmo sfrenato raggiunto in questi ultimi anni non avremo più legno nemmeno per costruire le nostre case".

Assif, assieme ad altri abitanti del villaggio, ha cercato di creare una cooperativa "per togliere il controllo dei boschi e delle risorse dalle mani di questa gente" e "per poter garantire un futuro alla foresta e ai nostri figli". Dopo un lungo viaggio verso la capitale, qualche anno fa, ha depositato il dossier al ministero.

Da allora sta ancora aspettando una risposta…



Isis, propaganda crollata e territorio ridotto di 1/4. Analista: “Ripiegamento strategico per risparmiare risorse”

La produzione di materiali di propaganda dello Stato Islamico è in drastica riduzione e coincide con i successi militari della coalizione internazionale in Siria e in Iraq. Lo afferma una ricerca pubblicata lunedì scorso dal Combat Terrorism Center di West Point. Il centro statunitense ha analizzato video e foto diffuse sui social network solo da “media […]

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قاوم بصورة –  Resisti con la foto

قاوم بصورة – Resisti con la foto

L'amministrazione facebook si è definitivamente politicizzata,a quanto pare a favore di Israele. Da qualche mese parecchi account e pagine legate a Hezbollah,il movimento di resistenza libanese, sono scomparsi dai motori di ricerca. Parecchi amici denunciano la cancellazione dei propri account personal in seguito alla pubblicazione,o alla semplice condivisione di post e fotografie ritraenti Hassan Nasrallah,il leader del movimento di resistenza libanese,considerato un eroe da parte di chi sostiene la lotta contro l'entità sionista e un terrorista da Israele,Arabia Saudita e Stati Uniti.
Qualche mese fa,'' Tansikya'' un gruppo di giornalisti e professionisti libanesi che supportano la causa di Hezbollah e di tutti i movimenti che si oppongono a Israele,Stati Uniti,Arabia Saudita e Isis, avevano avviato una campagna di protesta virtuale invitando tutti quei utenti che simpatizzano per Hezbollah e la causa palestinese a condividere fotografie di Hassan Nasrallah accompagnate dall'Hastag '' #قاوم_بصورة(tradotto letteralmente : resisti con la foto).
La reazione del social network di Zuckenberg non si era fatta attendere,parecchi account che avevano aderito alla campagna di protesta sono stati bloccati,tra cui le pagine ufficiali del movimento di resistenza. Non so ancora quanti utenti sono stati bloccati,ma considerata la popolarità che sta acquisendo Hezbollah nel mondo arabo,è molto probabile che migliaia di persone ancora oggi non riescono ad accedere ai propri account personali.
#قاوم_بصورة

Obama e l’Afghanistan (TRECCANI)

di Claudio Bertolotti @cbertolotti1 in Atlante Geopolitico 2016 TRECCANI -  "Gli USA verso le presidenziali del 2016. Le eredità di Obama" La guerra in Afghanistan, ricevuta in eredità nel 2008 dall’amministrazione di George W. Bush, è da subito definita dal neo-eletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama «guerra giusta e cruciale». E già nel gennaio del 2009, Obama aumenta di
Il terrorismo e l’informazione in Israele ai tempi del «gag order»

Il terrorismo e l’informazione in Israele ai tempi del «gag order»

C’è lui, l’aggressore, che arriva dalla Cisgiordania. Ci sono loro, le vittime (tra morti e feriti), israeliane. C’è la dinamica. Ci sono i fermi. L’inchiesta. Il solito codazzo di polemiche, politiche e militari. Poi c’è l’informazione. Che quando ha il marchio di cronisti come quelli di Haaretz e Yedioth Ahronoth, Maariv e Jerusalem Post, Canale […]
Report sull’attendibilità delle foto ”Caesar”

Report sull’attendibilità delle foto ”Caesar”



In Siria è in atto una vera e propria guerra mediatica senza esclusioni di colpi. Personalmente trovo davvero molta difficoltà nel tenermi aggiornato circa la situazione politica nazionale e mondiale. Da ben sei anni ho spento il televisore,ho boicottato buona  parte dei principali giornali nazionali e occidentali ( per non parlare delle emittenti satellitari arabe come '' Al Jazeera'' ) e spulcio le mie informazioni in giornali e siti in lingua araba,francese e inglese poco conosciuti,è questo per cercare di non cadere nella ragnatela della disinformazione e della propaganda,che adesso più che mai,sono riuscite a destabilizzare intere nazioni. 

Nel mio blog  ho messo a disposizione un report circa l'attendibilità delle fotografie di ''Caesar'' che ritraggono i cadaveri tumefatti di presunti oppositori politici arrestati e torturati dalla polizia militare del regime di Assad.

Esattamente qualche giorno fa, nella sala spazio D del Maxxi , a Roma, è stata organizzata una mostra dal titolo : '' Nome in codice Caesar - detenuti siriani vittime di torture ''.  
Caesar '', è  il nome in codice di un ex fotografo della polizia militare siriana,che secondo la sua stessa testimonianza,fu incaricato di fotografare i cadaveri dopo la loro esecuzione. 

La guerra in Siria continua da ben cinque anni,e secondo le statistiche Onu , i morti del conflitto sono più di 250.000 morti (quasi l'11,5% della popolazione). 

Il report è stato stillato dalle redazioni Sibaliria e Antidiplomatico. 


Buona lettura



Le linee sottili dell’Islam

Le linee sottili dell’Islam

Il 25 e il 27 agosto scorsi, A Grozny,in Cecenia,oltre duecento tra giurisperiti,studiosi e imam del mondo musulmano sunnita avevano deciso di espellere il pensiero wahabita dalla giurisprudenza sunnita. Tanto di cappello a questa presa di posizione,dopo anni di silenzio di fronte ai devastanti effetti collaterali di questa ideologia del terrore nata nel XVIII in Arabia Saudita con la benedizione dei coloni britannici. Adesso bisogna fare un altro passo ancor più faticoso : risvegliare la coscienze cloroformido che hanno confuso i precetti dell'islam sunnita con i deliri del wahabismo, e fargli finalmente notare che la differenze dottrinali tra loro e i loro correligionari sciiti sono molto sottili. Vorrei cominciare dal primo punto fondamentale : entrambi credono ad un solo Dio e ad un solo Corano rivelato allo stesso profeta : Muhammad (saas) 
(Maometto)

Una di queste sottili linee dottrinali sta nel fatto che gli sciiti hanno ereditato il sapere di Maometto e la sua linea interpretativa del corano,composta da pratiche e detti vari (la famosa '' sunna '' la seconda fonte giuridica dopo il Corano) attraverso la sua discendenza ( i famosi dodici imam infallibili ). Seguono un unica scuola giuridica fondata dall'Imam Ja'afar Sadiq, pronipote del profeta e sesto dei dodici imam infallibili. 

I dodici imam infallibili sono : 

1 ʿ-Alī ibn Abī Ṭālib (m. 661)  

2 - Ḥasan ibn ʿAlī ibn Abī Ṭālib (m. 669)

3 - al-Ḥusayn ibn ʿAlī ibn Abī Ṭālib (m. 680)

4 - Alī ibn al-Ḥusayn, detto Zayn al-ʿĀbidīn, (Ornamento dei devoti )(m. 712)

5 -  Muḥammad ibn ʿAlī, detto al-Bāqir (m. 731)

6 - Jaʿfar ibn Muḥammad (m. 765) ( detto Ja'afar Sadiq)

7 - Ismāīl ibn Jaʿfar

7- Mūsā ibn Jaʿfar, detto al-Kāẓim (m. 799)

8  ʿAlī ibn Mūsà, detto al-Riḍā (m. 818)

9 - Muḥammad ibn ʿAlī, detto al-Ṭaqī o al-Jawād (m. 835)

10 ʿAlī ibn Muḥammad, detto al-Naqī‘ o al-Hādī (m. 868)

11 - al-Ḥasan ibn ʿAlī, detto al-ʿAskarī (m. 874)

12 - Muḥammad ibn al-Ḥasan, detto al-Mahdī ("occultatosi" nell'874)




 N.B il termine'' Ibn '' significa '' figlio di''


Quindi credono che la loro interpretazione dell'Islam e del Corano siano quelli autentici predicati e applicati dal profeta 1400 anni fa,e questo per via della rigida catena di trasmissione del sapere che parte da Maometto,per poi passare da Ali,Fatima ( la figlia ) e i loro figli, Hassan e Hussein,per poi protrarsi attraverso i loro discendenti,che nel corso dei secoli si sono tramandati il sapere da padre a figlio. I musulmani sciiti credono che sia Dio,attraverso il Corano,che il profeta,attraverso i suoi detti,abbiano legittimato Ali Ibn Talib,suo cugino e marito di Fatima ad essere la guida politica e spirituale della comunità islamica dopo la morte di Muhamad (saas).

I sunniti invece credono che chiunque abbia conosciuto il profeta o suoi compagni più fedeli sono degni alla guida politica e spirituale della comunità islamica (la Umma) e alla trasmissione del sapere di Maometto e della sua linea interpretativa del Corano. Ragion per cui la giurisprudenza dell'islam sunnita,applicata dal 90 % dei musulmani nel mondo,è regolata da ben quattro scuole giuridiche  (scuola hanafita - scuola malikita- scuola shafiita - scuola hanbalita) fondate da quattro imam apparsi 150 anni dopo la sua morte e le varie guerre civili scoppiata tra gli stessi compagni del profeta.

Gli imam fondatori delle scuole giuridiche sunnite sono :


L'Imam Abu Hanifa al N'uman ibn Thabit ( nato nel 699 - morto nel 767 DC)

L'imam Malik ibn Anas (nato nel 711 - morto nel 795 DC )

L'imam Shafii ( nato il 767 — morto 820 DC )

L'imam Ahmed Hanbali. ( morto il 855 DC )

Maometto mori' l'8 giugno 632 dopo Cristo.

I dotti dei due rami principali dell'Islam sono d'accordo sul fatto che uno dei fondatori di delle sopracitate scuole sunnite, L'imam Abu Hanifa (fondatore della scuola hanafita) fu contemporaneo e allievo del fondatore dell'unica scuola giuridica dei musulmani sciiti : L'imam Ja'afar Sadiq,il pronipote di Maometto.E che in seguito tramandò il suo sapere al suo allievo,l'Imam Malik Ibn Anas,che fondò a sua volta un altra scuola giuridica ( la scuola malikita)

Un altra differenza,dettata più dall'ignoranza che da motivi ideologici,è riscontrabile nella posizione verso i nemici e i carnefici della discendenza del profeta,come i califfi Omayadi e Abbassidi,che nel corso dei secoli tentarono di cancellare dalla faccia della terra qualsiasi traccia della discendenza del profeta. Gli sciiti maledicono tali califfi,colpevoli di aver tentato di far scomparire '' l'islam autentico '' per motivi prettamente politici,mentre i sunniti contemporanei invece non hanno assunto alcuna posizione verso di loro
Lo strano caso dell’arabo contemporaneo …

Lo strano caso dell’arabo contemporaneo …

Ultimamente nelle conversazioni con amici arabi ho tristemente notato che i crimini di Israele e la questione palestinese sono completamente scomparsi. Le masse arabe hanno dimenticato la questione che per anni aveva legato i loro destini come un forte collante,e pare che l'entità sionista sia finalmente riuscita a non far più parlare di se,e far apparire i suoi nemici,e cioè '' l'asse del male'' (Iran,Hezbollah e Siria) come i nemici di tutti. Quando vi ritroverete al cospetto di amici arabi, possibilmente magrebini,fate un esperimento sociale. Prendete l'argomento Palestina e ripetete lo slogan coniato durante la rivoluzione islamica in Iran, '' El Mawt li Israil '' ( Morte a Israele ) e attendete le prime reazioni allergiche. Verrete subito tacciati di terrorismo e di essere vicini al regime degli ayatollah.
Citate '' Yawm el Quds '' ( la Giornata di Gerusalemme ) evento in cui tutte le masse musulmane concentrate nel triangolo controllato dall'''Asse del male '' denunciano con forza i crimini del sionismo nel mondo e rivendicano la liberazione della Moschea di Gerusalemme ( Al Quds). Tenete bene in mente che la radice di questa loro bizzarra reazione è la paura verso un immaginaria '' persianizzazione '' delle loro società ( non lo dico io,ma un recente sondaggio di Al Jazeera dove gli arabi hanno accusato la repubblica islamica dell'Iran di essere all'origine di tutte le instabilità politiche e sociali del Medioriente)
La '' sionizzazione '' del mondo arabo è quasi completata e,tra non molto i cittadini arabi cominceranno a vedere in Israele uno scoglio dietro cui riparasi in vista di una possibile avanzata iraniana contro le loro società.
Chissà come siamo arrivati a questo punto....
Syria: a cinematic revolution

Syria: a cinematic revolution

I’ve just published this piece on Hyperallergic that I’d love to share here. It’s about what I feel to be a “new wave” in Syrian cinema…   A New Wave of Syrian Films Exposes the Failure of Images   Still from Avo Kaprealian’s ‘Houses Without Doors’ (2016) (image courtesy Bidayyat and Avo Kaprealian jointly)   […]
L’Iran e la “Siria utile”

L’Iran e la “Siria utile”

(di Hanin Ghaddar*, per The Washington Institute. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio). Con l’aiuto militare dell’Iran il regime del presidente siriano Bashar al Asad  sta accelerando l’evacuazione dei sobborghi sunniti […]
Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Tunisia. I primi passi della rinascita amazigh

Nel Maghreb è la Tunisia ad avere il minor numero di berberofoni, ma il primato nella "folklorizzazione" del loro patrimonio. Dopo la rivoluzione, gli attivisti amazigh stanno cercando di restituire importanza a una cultura ridotta per decenni ad attrattiva turistica.





Tra i paesi del Maghreb, la Tunisia detiene il minor numero di berberòfoni (1) e allo stesso tempo il primato nella "folklorizzazione" del patrimonio amazigh (berbero, ndt): Matmata e le sue case troglodite, i tappeti berberi, il couscous berbero, la tenda berbera…elementi dei quali Mongi Bouras, curatore del museo di Tamerzert (2) mostra tutta la studiata artificiosità.

Il tratto distintivo “berbero” appare come una garanzia di autenticità, il contrassegno del carattere locale, ancestrale ma anche emblema di un passato destinato al consumo del turista.

Il patrimonio amazigh non è un tabù né un fardello, come è stato a lungo per il Marocco, ma appartiene alla storia del paese e rappresenta un aspetto, locale e relativo, del retaggio che contribuisce a formare il “mosaico” della Tunisia mediterranea e tollerante. 

Le ricerche universitarie in materia, però, difficilmente risultano imparziali. Per molti sociologi tunisini rimane almeno una “minoranza berbera” locale, della quale i tratti comuni con il Marocco e l’Algeria non possono essere negati, ma che manca di un ancoraggio concreto rispetto alla società attuale.

Al contrario, gli storici della facoltà La Manouba a Tunisi, riabilitano da qualche anno gli studi sui “patrimoni minoritari” tra i quali appunto quello amazigh.

La dimensione politica amazigh invece non è mai esistita in Tunisia, anche se sono presenti pulsioni nazionaliste arabe che temono una possibile "coesione berbera" con le realtà degli altri paesi della regione.

Rim Saidi, presentatrice tunisina del canale Nessma Tv, aveva timidamente affermato di avere un nonno berbero, dando vita ad un’aspra polemica che ha alimentato la teoria del complotto sionista e anti-musulmano del canale.

Contrariamente all’Algeria e al Marocco, dove risiedono identità più definite e radicate, in Tunisia, “Amazigh” non è considerato (ancora?) il contrario di “Arabo”.

Non entra neanche pienamente in conflitto con l’islamismo del partito Ennahdha o con il nazionalismo arabo del partito CPR (Congrès pour la République, di Marzouki, ndt); attivisti di associazioni locali del sud-est hanno sostenuto i due partiti alle ultime elezioni e continuano a farlo anche oggi. Inoltre, sfatando il mito della “berbericità” laica, essa può declinarsi perfino in un Islam conservatore come nel caso dell’Ibadismo di Djerba (3).

Per i berberòfoni della Tunisia, essere amazigh non ha molto senso al di fuori del fatto di parlare la lingua in famiglia, nel villaggio, o a Tunisi, per non essere capiti dagli altri.

Finora la lingua amazigh, che come in tutti i paesi del Maghreb varia da regione a regione, appare niente di più che un tocco locale, un patrimonio familiare, una caratteristica quasi personale della quale non ci si domanda né l’origine né il futuro. 

Lo sviluppo del turismo maghrebino nelle regioni berberòfone (4) e l’emigrazione in Francia hanno permesso il contatto tra amazigh provenienti da differenti regioni del Maghreb.

Questi contatti, di amicizia o di militanza, hanno aiutato la concettualizzazione di una lingua amazigh non più relativa al locale o al nazionale, ma estesa a tutto il nord Africa. Hanno favorito la riflessione sulla sua importanza storica, culturale e identitaria.

Da alcuni anni, attivisti marocchini e algerini indipendenti o legati al Congès Mondial Amazigh (CMA) mantengono relazioni con tunisini propensi alla militanza in loco, ma più spesso in Francia, soprattutto a Parigi.

Alla caduta del regime autoritario di Ben Ali, prende forma la prima associazione tunisina per la cultura amazigh (ATCA), durante una riunione preparatoria del CMA tenutasi simbolicamente a Tataouine nell'aprile 2011, simbolo di una rinascita berbera imminente in Tunisia come in Libia.

Durante l’assemblea dell’ultimo CMA, che ha avuto luogo per la prima volta dalla sua fondazione in Tunisia (Djerba, settembre 2011), l’elezione del presidente libico, Fathi Benkhalifa, permette di allargare i confini della militanza amazigh alla Libia, fino ad allora esclusa a causa della dura repressione del regime di Gheddafi contro l'attivismo berbero.

L’espressione dell’identità amazigh in Libia interagisce così con la nascente militanza tunisina. Interessi di tipo commerciale e familiare hanno da sempre legato tunisini del sud-est e libici dell’ovest, ma le ripercussioni politiche tra 2011-2012 hanno creato un nuovo spazio di dibattito identitario e politico.

Nel 2011, tra i numerosi rifugiati libici, alcuni berberofoni trovano rifugio nel sud-est tunisino. Parallelamente, l’appena nata associazione amazigh di Djerba (Guellala) organizza alcuni incontri con i libici di Djeb Nefoussa, alla ricerca di un’identità comune di cui la lingua sarebbe una prima prova (le varietà di berbero di Djeb Nefoussa in Libia e di Gellala in Tunisia, separate da un centinaio di chilometri, sono simili).

Attualmente, per le associazioni locali del sud-est tunisino, la militanza “sul campo” privilegia la salvaguardia di un patrimonio linguistico e artistico vivente, onorato da serate musicali o da altre iniziative mirate.

Oggi alcuni giovani provenienti da villaggi berberofoni sperduti e isolati (Taoujout, Zraoua) sperano di accelerare lo sviluppo (strade, acqua ed elettricità correnti, bar, internet point) servendosi della berberità come elemento catalizzatore.

Infine, soprattutto a Tunisi, “la militanza amazigh” diventa il simbolo culturale per una certa opposizione di sinistra nel contesto post-elettorale, quella di una cultura sindacale laica e di un anti-nazionalismo arabo. E così i primi “io non sono arabo” indirizzati al governo, appaiono sui profili Facebook.

Da parte sua lo Stato, tramite il ministro alla cultura Mehdi Mabrouk, presenta la Tunisia come una nazione araba e musulmana aperta alla pluralità (ta’adoudiya) e rifiuta la categorizzazione di “minoranza” (aqaliyyat) per la cultura berbera, che classifica nella “diversità culturale” (tanawa’ thaqafi), adeguando la definizione alla carta dell’UNESCO.

Nella Tunisia post-rivoluzione, lo Stato sembra aver capito l’importanza della questione: “Non si può essere una democrazia senza essere aperti alla diversità culturale” afferma il ministro.

Tuttavia, in seguito alla diffusione di un reportage televisivo sugli amazigh in Tunisia, il settimanale di orientamento islamista El Fajer pubblica un articolo (5) che scatenerà le reazioni negative degli attivisti amazigh. Il giornalista denuncia che “la maggior parte dei militanti amazigh di Tunisi abitano all’estero, soprattutto in Francia” e che questo gruppo “etichettato laico” (tâbi’a al ‘almâni) cerca di “fondare una nuova identità al di fuori dell’ambito dell’identità religiosa”.

Ma l’attacco più insopportabile per gli attivisti è quello che riduce la loro cultura a “resti di spazzatura, dei quali neppure i polli si nutrirebbero”.

E’ proprio questa assimilazione della cultura amazigh a resti, rovine, tracce culturali che vanno perdendosi, a persone semplici e povere, che indignano la comunità militante amazigh.

Le associazioni tunisine ma anche quelle marocchine, hanno pubblicato comunicati increduli riguardo all’articolo di El Farej. Tra questi spicca la risposta di un membro dell’associazione ATCA, firmato ironicamente "Un abitante di Tamezret, villaggio di uomini preistorici".

L'attivista ricorda la sua prigionia e l’esilio forzato di 30 anni sotto i regimi precedenti (per la sua militanza sindacale), colloca la Tunisia nella Tamazgha al koubra ("lo spazio amazigh transnazionale") e informa sul recente insegnamento della grafia tifinagh a Tunisi.

Ripristina così la dimensione della civiltà (scrittura, storia) berbera che il giornalista aveva screditato.

Ma la reazione ufficiale, pubblicata sullo stesso giornale filo-islamista la settimana successiva, proviene dal presidente dell’associazione Azrou pour la culture amazigh, Arafat Almahrouk.

Dal villaggio di Azrou, dove Ennahdha ha ottenuto il 70% dei voti alle ultime elezioni, egli afferma che la questione amazigh non è legata ad un’ideologia politica, che è nazionale e che non offende la religione musulmana.

Ed è proprio questa la realtà delle cose a livello locale: non entrare in opposizione diretta con il partito islamista Ennahdha nelle regioni che hanno, d’altronde, aderito alla sua ideologia.      


[Articolo di Stephanie Pouessel, traduzione a cura di Osservatorioiraq.it]


(1) Dai principali studi sull’argomento, è stato stabilito che rappresentano circa l’1% della popolazione ; un militante amazigh di Tunisi, l'ottobre scorso, ha affermato che i berberi sarebbero in realtà più del 10%. In ogni caso, questa debole percentuale deriva dalla conquista islamica del Maghreb che ha significato l'arabizzazione quasi completa della regione; in aggiunta, dall’indipendenza, la Tunisia registra il più elevato tasso di alfabetizzazione in arabo tra i paesi del Maghreb

(2) Villaggio situato nel sud-est tunisino, regione di Matmata

(3) Uno Cheikh ibadita berbero di Guellala spiega che la lingua berbera è sopravvissuta sull’isola di Djerba grazie alla presenza millenaria del culto ibadita, testimonianza televisiva nel programma “Fissamim” che dedica un servizio alla cultura amazigh, canale Ettounsiya, 2.11.2012.

(4) Regione di Matmata – Tamerzet, Zraoua, Taoujout ; regione di Djerba – Guellala, Sedouikch, Ajim ; regione di Tataouine – Douiret, Guermessa, Chenini.

(5) Salim Al-Hakimi, “man yourid tahrik khouyout al fitna al amazighiya fi tounis ?” (Chi vuole alimentare le divisioni in Tunisia ?), Al Fajer, 16.11.2012, p.9.



Egitto, la app per segnalare gli arresti. “Frequenti detenzioni arbitrarie e processi farsa”

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Egitto, stretta su costruzione delle chiese. Cristiani si dividono: “Passo avanti”. “No, copti trattati ancora come minoranza”

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Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Marocco. “Qandisha”, quando le donne prendono la parola

Dal novembre 2011 il panorama mediatico marocchino si è arricchito di un canale di espressione coraggioso e innovativo, tanto nella forma che nei contenuti. Si tratta del sito di informazione qandisha.ma, piattaforma partecipativa e dichiaratamente femminista che ha aperto le frontiere del citizen journalism nel regno.





[Arab Media Report] Tra le sue peculiarità, la capacità di restituire il prisma polifonico di una società in cambiamento e  la presenza di una redazione "fluida" dove i collaboratori sono affiancati da decine di contributors occasionali, figure del mondo accademico, dell'arte e in generale "ogni marocchina che voglia presentare un testo in lingua araba, francese o inglese", fa notare la "qandishette" Souad Debbagh. La linea editoriale è sintetizzata in tre punti: emancipazione, rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Blog collettivo, tribuna libera che dà voce alle donne di ogni estrazione o categoria, le definizioni per riassumere questa esperienza non mancano, come ricorda l'ideatrice del progetto Fedwa Misk. Dottoressa di formazione e giornalista di professione, animatrice di un caffè letterario a Casablanca, per questa trentenne dai modi eleganti e l'animo combattivo Qandisha è il risultato di una scommessa.

"Pensavo a qualcosa di diverso dalle riviste femminili già esistenti - afferma la Misk - sottomesse al modello della pubblicità, al triangolo cucina-moda-bellezza e disconnesse dalla realtà del paese". Realtà che, nonostante gli avanzamenti introdotti nel 2004 dalla Mudawwana (codice della famiglia) e le quote rosa in Parlamento, continua a relegare la donna in una posizione di inferiorità, complici la mentalità conservatrice e una legislazione ancora largamente discriminatoria.

La scommessa è vinta. Mentre le riviste cartacee - di genere ma non solo - hanno registrato un calo di vendite notevole negli ultimi anni (fonte Ojd), Qandisha è riuscita a fidelizzare un lettorato ben più ampio della cerchia di amici e sostenitori immaginata dalla Misk: 10 mila ingressi unici a pochi giorni dal lancio, centinaia di visite giornaliere, commenti, polemiche, condivisioni. Alcuni articoli sono stati perfino ripubblicati dalle testate straniere Le Courrier International e Rue89.

Il successo del sito è legato all'abilità nell'alternare denunce e toni roventi - campagne per la legalizzazione dell'aborto e la depenalizzazione delle relazioni extraconiugali - a pezzi più "leggeri" ed ironici. Ma anche alla forza delle testimonianze, in grado di tratteggiare i contorni di una geografia femminile fatta di pressioni, privazioni, stereotipi e lotte troppo spesso silenziose. Dalla libertà di disporredel proprio corpo, di esibirlo come di nasconderlo, alla rivendicazione dei diritti delle bracciantinelle serre e delle domestiche-bambine.   

Per Qandisha non ci sono piccole o grandi battaglie, ma una ricerca costante di dignità che vede nel femminismo un valore quotidiano. "Smuovere le coscienze ed incidere sul pensiero comune è un processo lungo, non si cambiano percezioni e atteggiamenti dall'oggi al domani. Ne siamo consapevoli e cerchiamo di contribuire con gli strumenti che ci sono più congeniali", risponde Fedwa Misk a chi la accusa di rifugiarsi dietro ad un computer disertando la vera battaglia, sul terreno.

L'obiettivo della giornalista, semmai, è proprio quello di ridurre la distanza dal virtuale al reale, anche nelle sue sfaccettature più crude. Ad esempio, riportando casi di cronacagiudiziaria dove le donne vengono penalizzate dall'essenza patriarcale che permea i tribunali, oppure rispondendo ai tentennamenti della ministra Bassima Hakkaoui - in tema di violenza sulle donne - con la pubblicazione di alcune testimonianze e